Il sobrio Draghi s’intigna e si attacca al telefono

Per essere uno “freddo”, “neoclassico”, “pragmatico”, “riservato”, “affabile”, “inafferrabile”, “stratega”, “non tattico”, “gentleman”, “impeccabile” e “dall’aplomb britannico” (così ce l’hanno presentato i giornali dal 3 febbraio dell’anno scorso), Draghi non l’ha presa proprio benissimo.

Il Foglio lo ritrae in preda alla collera, una figura shakespeariana che cammina avanti e indietro calpestando rabbiosamente i pavimenti del Palazzo ingrato: “Ho preso un Paese senza piano vaccinale, lo ricordano?”, l’hanno sentito sbraitare, al che verrebbe da dire: “Ah, non era gratis?”, oppure: “Ma non era un nonno al servizio delle Istituzioni?”, ma anche: “Embè?”, sorvolando sul fatto che un piano vaccinale lo aveva anche Conte, quello di Arcuri, che è stato copiato pari pari da Figliuolo, sennonché non c’erano i vaccini. Comunque, lo stesso Draghi, avendo letto sui giornali “dell’ostilità della politica e della sua presunta antipatia”, ha cacciato tutti dalla sua stanza, “dove adesso non si entra perché ne uscirebbe qualsiasi indiscrezione” (infatti quelli del Foglio si sono nascosti dentro i vasi del ficus benjamin per riferirne).

Per Repubblica e La Stampa il premier affida la speranza di tornare in campo al quinto scrutinio a Enrico Letta e a Salvini (adesso gli servono, gli inutili e molesti partiti che la sua ascesa avrebbe dovuto neutralizzare). Letta gli ha anticipato “che chiederà un tavolo per avviare le trattative” (quando uno del Pd dice così, vuol dire che non se ne farà niente di niente, dobbiamo spiegarglielo noi? È come quando un parcheggiatore abusivo dice “gliela guardo io la macchina, dottò”). Quanto a Salvini, se uno come lui è la tua ultima speranza allora è il momento di cambiare non solo piano, ma anche lavoro e forse Paese; ma pare che Draghi abbia telefonato anche a Berlusconi, che però dal suo letto al San Raffaele ha fatto sapere di non voler “parlare con un ex banchiere”, al che noi espatrieremmo in Guatemala per metterci a capo di una cellula guerrigliera neo-liberista al comando del Generale Figliuolo. Appare ormai chiaro come colui che è stato spinto dai media come Uomo della Provvidenza, che avrebbe portato la nazione fuori dalla pandemia e amministrato bene i soldi del Pnrr che Conte avrebbe dissipato in birra e redditi di cittadinanza, a un certo punto ci ha creduto davvero, di essere circonfuso di luce, e il soglio quirinalizio ha preso a pretenderlo, come fosse una promozione, come le Istituzioni fossero un Cda da scalare. Insieme a lui, tutto un mondo di inconsolabili, convinti che, come si sono sottratte le elezioni al popolo, si potevano mettere a tacere definitivamente i nefasti politici, autori di uno show “miserabile” (La Stampa), solo perché esercitano il diritto-dovere affidato loro dalla Costituzione della Repubblica italiana (non di Città della Pieve) e si rifiutano di assecondare i capricci di un ambizioso. Intanto i sondaggi di Pagnoncelli dicono che il 61% degli italiani vorrebbe che Draghi rimanesse alla guida del governo, e solo il 16 che diventasse presidente della Repubblica. Tra questi c’è sicuramente Orfini, ultimo vietcong e deputato Pd, che lacrima: “Credo che la candidatura del premier stia tramontando. Non penso che l’Italia possa permettersi di portare Draghi in aula a occhi chiusi, salterebbe il Paese”. Non è chiaro se scenderebbe la gente in piazza con le molotov per avere Draghi a capo dello Stato, o se ci bloccano i bancomat; ma non bisogna sottovalutare nemmeno la situazione in Ucraina: per Tito (Repubblica) bisogna eleggere Draghi perché “l’Europa e la Nato sono sotto pressione per la crisi in Ucraina”, situazione che se degenera sarà principalmente colpa di Conte, afferma Il Riformista. Forse vogliono mandare a combattere il presidente della Repubblica e Draghi sembra il più in forma, chissà; forse Figliuolo ha un’arma segreta contro Putin. Intanto Draghi, invece di “mandare tutti al diavolo” come gli suggerisce Vittorio Feltri su Libero, s’intigna e telefona a mezzo mondo, come Verdone quando cercava qualcuno che gli facesse compagnia per Ferragosto (ma per andare in Polonia, non in Ucraina). Ha telefonato pure a Casini, pare, “dopo le insistenti voci che gli attribuiscono l’intenzione di lasciare Palazzo Chigi nel caso in cui l’ex presidente della Camera fosse eletto a sorpresa per il Quirinale (La Stampa). “Umiliante che si dica una cosa del genere”, avrebbe detto Draghi, che forse voleva dire che è umiliante essere sorpassati da Casini, Moratti e persino Tajani, e che vuole scegliere lui il capo dello Stato (o Amato o Mattarella), come fosse un super-elettore o il Re; però restando sempre “fermo, apparentemente immobile” (Corriere); apparentemente, perché martedì “a mezzogiorno si è assentato per due ore, ma era solo andato a pranzo a casa”, fortuna.

(Premio della critica a Davide Serra, finanziere di ascendenze leopolde: “Senza Draghi, altro che caro bollette, ci spengono direttamente la luce”).

 

Fontana torna puro. Ma spieghi i suoi pasticci in Svizzera

Lo scandalo dei camici? Mai avvenuto. Attilio Fontana, il presidente della Regione Lombardia che ne è il protagonista assoluto, torna puro come un giglio. Lo sostengono gli uomini della Lega e del centrodestra, dopo che il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta su Fontana per autoriciclaggio e falso in voluntary. Partita chiusa. Ma è proprio così? La storia, comunque sia, è gustosa e vale la pena di ricapitolarla. Nel marzo-aprile 2020, di fronte all’esplodere dell’emergenza Covid in Lombardia, la Regione cerca con urgenza materiale sanitario, tra cui camici, calzari e altri dispositivi di protezione. Il 16 aprile, la Regione firma un contratto con un’azienda, la Dama spa, che s’impegna a fornire 75 mila camici al costo di 513 mila euro. A maggio, però, un giornalista di Report va a chiedere spiegazioni al proprietario della Dama spa: Andrea Dini, cognato di Fontana, che la controlla al 90%, insieme alla sorella (che ha il 10%), Roberta Dini, che guarda caso è la moglie del presidente Fontana. Per non ammettere un affare in conflitto d’interessi, Fontana prima nega di conoscere la vicenda, poi cambia versione e dice che si trattava di una donazione gratuita. Il 20 maggio, Dini comunica alla Regione di rinunciare ai pagamenti (in realtà già fatturati) e trasforma in donazione la fornitura dei 50 mila camici già consegnati. Non “dona” però i restanti 25 mila camici, che tenta invece di vendere a prezzo maggiorato a una azienda di Varese. Era stato Fontana, il 17 maggio, a chiedere in segreto al cognato di rinunciare all’affare. E due giorni dopo, per “risarcirlo”, aveva ordinato alla Unione Fiduciaria di effettuare al cognato un bonifico urgente di 250 mila euro. Da attingere da soldi suoi privati: parcheggiati in un conto svizzero Ubs su c’erano 5,3 milioni di euro. Questa mossa diventa pubblica perché l’ufficio antiriciclaggio della Unione Fiduciaria segnala l’operazione alla Banca d’Italia, con una Sos (“segnalazione di operazione sospetta”) che arriva alla Guardia di finanza e alla Procura di Milano.

Fontana si trova così indagato. Per una doppia ipotesi di reato. La prima è frode in pubblica fornitura: per aver disatteso il contratto con cui la Dama spa si era impegnata a fornire alla Regione 75 mila camici, non solo i 50 mila “donati”. Su questa imputazione, deciderà il giudice nell’udienza preliminare che ci sarà a maggio. Ma per uscire dal pasticcio della fornitura in conflitto d’interessi dei camici chiesti alla ditta del cognato, Fontana si è ficcato in un pasticcio più grande e ben più imbarazzante: ha fatto sapere al mondo che aveva misteriosi conti all’estero, aperti in Svizzera nel 1997 e nel 2005, poi schermati da società e trust alle Bahamas e in Liechtenstein e infine “sbiancati” nel 2015, con la voluntary disclosure. Come direbbero i suoi amici veneti, pezo el tacón del buso, peggio la toppa del buco. Da questo è scaturita la seconda imputazione, di autoriciclaggio e falso in voluntary, perché i pm sono convinti sia stata fatta in modo irregolare. Soldi di famiglia, “allora si usava così”, tenta di spiegare Fontana. Ma oltre al conto del 1997, intestato alla madre dentista, sul quale però Fontana aveva potere di firma, c’è un secondo conto, del 2005 (aperto con una firma dubbia dalla madre di 82 anni, ormai in pensione a 20 mila euro l’anno): vi affluiscono i 3,4 milioni del primo conto, che si aggiungono ad altri 2 milioni che compaiono magicamente dal nulla.

Di chi sono? Da dove vengono? Non lo sapremo mai, perché la Svizzera non ha risposto alle rogatorie dei magistrati di Milano. Ecco perché la Procura ha dovuto chiedere l’archiviazione. Ma restiamo ai fatti, che siano o non siano reati: perché Fontana ha mentito ai cittadini e agli elettori e continua a tenere nascosti i suoi arzigogolati pasticci svizzero-caraibici?

 

Uno spettro si aggira ancora per l’Europa: il nazifascismo machista

Cresce il neofascismo in Europa. In interviste e articoli, Pietrangelo Buttafuoco ama prendersela con “l’antifascismo in assenza di fascismo”. Come se in Europa non esistessero attivissimi gruppi neonazi! Come se qua non esistessero CasaPound e Forza Nuova! Come se non esistesse Buttafuoco, che non dovrebbe sottovalutarsi così. Già dirigente del Fronte della gioventù, del Msi e di An, pubblicò da Mondadori un romanzo per dire che la Resistenza, in Sicilia, la fecero i fascisti che si opposero allo sbarco degli anglo-americani (lo sdoganiere Giuliano Ferrara ne scrisse su Panorama un elogio sperticato dal titolo “Capolavoro massimalista del fascistissimo Buttafuoco”, Solinas sul Giornale lo definì “una sorta di Iliade fascista dei vinti”, ma Enzo Di Mauro, sul Manifesto, insieme con il libro, dove “le forze del Reich rappresentano l’eroismo, la civiltà, l’onore, l’umanità, la resistenza”, stroncò gli apologeti, fra cui il solito Mughini; l’autore, “il nazifascista confesso Pietrangelo Buttafuoco, il cui primo libro uscì per le edizioni di Ar”; e le sue fonti: bit.ly/35jmO9f). Buttafuoco, di recente, si è pure convertito all’Islam: chissà, il maschilismo fascista gli sarà parso blando, dato che non consentiva la lapidazione delle adultere, ma solo il delitto d’onore (abrogato nel 1981, autobiografia di una nazione) e il matrimonio riparatore dello stupro di minorenne. Nel mentre, il neofascismo sta facendo proseliti in tutta Europa. Come mai? Lo spiegò Adorno. Preoccupato dai successi elettorali del partito neonazista Npd alle Regionali del 1966, Adorno tiene a Vienna una conferenza sul nuovo fascismo. La tesi è quella di Horkheimer (1939): gli squilibri del capitalismo producono le condizioni che rendono sensibili al messaggio fascista. Adorno elenca i presupposti sociali del fascismo: 1) la tendenza del capitale alla concentrazione; 2) il declassamento permanente di ceti borghesi che vorrebbero conservare il loro status; 3) lo spettro della disoccupazione. Ne originano malcontento, rancore e protesta, che trovano uno sfogo nel fascismo nazionalista. Adorno nota il paradosso: nell’epoca dei poteri sovranazionali (e fa l’esempio del Mec), cercare rifugio nella nazione è a dir poco anacronistico; ma è anche l’indizio (la “cicatrice”) di una democrazia non pienamente raggiunta. (Il capitalismo non è democrazia, è darwinismo sociale). Più il cambiamento storico rende i vecchi partiti inadeguati, più il nazionalista riesce nella sua propaganda chiassosa. Fra i trucchi retorici: atteggiarsi a vittima (accusare chi condanna le tue idee fasciste di essere antidemocratico, come se il nazismo e il fascismo fossero dei diritti che la democrazia deve difendere!) e usare un dettaglio autentico per arrivare a conclusioni inverosimili (in un lager non c’erano camere a gas, quindi non c’erano in nessun lager). Eco ricordò i tratti tipici del fascismo: culto della tradizione; rifiuto del mondo moderno; irrazionalismo (condanna della cultura critica, azione per l’azione); il razzismo; l’appello alla classe media, frustrata da crisi economica e umiliazione politica; il nazionalismo (nemici, complotti internazionali, xenofobia); l’elitismo popolare (i membri del partito sono i cittadini migliori, la gerarchizzazione del partito rinforza l’elitismo); il disaccordo considerato tradimento; il machismo; l’eroismo (culto della morte). Quel culturame (di cui Furio Jesi cita come esempio De Amicis, l’autore del libro Cuore, secondo cui la marginalità sociale degli ebrei era dovuta a tare congenite) portò all’abolizione dei diritti dell’uomo, in un regime che assorbiva la nazione nello Stato, e assoggettava lo Stato al partito. Sintomatico dover ricordare nel 2022 che tutto questo non è più ammissibile: neppure per via estetica, furbissimi.

 

E l’Italia inventò il “Self lockdown”

Il nostro Paese è unico, non solo per tanti primati positivi, ma anche per la gestione della pandemia. Qualcuno, con spiccato senso di autoreferenzialità, ha indicato l’Italia come la prima della classe. Sappiamo che non è cosi. Ma non voglio dilungarmi sulle motivazioni per le quali non siamo primi, ma quarti o addirittura molto meno, ma di quelle che ci stanno rendendo davvero unici: la confusione, la mancata coerenza delle misure con le caratteristiche dell’infezione, le chiusure e la morte sociale ed economica. È sotto gli occhi di tutti che, beneficiando della variante Omicron, che si spera sia l’ultima (chi può dirlo?), tutti i Paesi europei stiano allentando o addirittura annullando le misure adottate. In Italia, grazie al perdurare, oggi ingiustificato, delle diverse limitazioni, stiamo assistendo al cosiddetto self-lockdown. La gente ha paura e resta in casa. Gli esercizi commerciali, i locali pubblici e di divertimento chiudono. In questo siamo davvero unici. Arrivano immagini da Spagna, Inghilterra, Irlanda con la gente tornata in strada, nei locali. Noi chiudiamo. Ma non siamo unici solo per questo, ma anche per aver sempre adottato misure incoerenti rispetto all’infezione corrente. Non abbiamo dimenticato il green pass sui treni ad alta velocità e non sui regionali, le diverse disposizioni per le consumazioni ai bar, per clienti in piedi o seduti. Un’altra inspiegabile sopravvissuta incoerenza sono le misure nell’ambito scolastico. Il virus è uno (per fortuna!) ma le norme continuano a essere differenti e in continuo cambiamento. Prendiamo una famiglia che ha figli di età diverse. Per i piccoli della scuola dell’infanzia, le attività saranno sospese per 10 giorni già in presenza in classe di un solo caso di positività. Per il figlio che frequenta la scuola elementare con un caso di positività, l’attività prosegue effettuando un tampone che sarà ripetuto dopo 5 giorni. Se i positivi sono due, si attiva la DAD. Per i ragazzi delle medie e superiori bisogna seguire uno schema in base ai giorni di vaccinazione. Pur sapendo che ci si possa infettare anche da vaccinati, medie e superiori in presenza di positivi possono continuare le lezioni. Insomma, si rischia di avere nella stessa famiglia figli che, nelle stesse condizioni, abbiano una “contagiosità riconosciuta” diversa. I più piccoli saranno untori per 10 giorni, dai 10 ai 13 anni solo per 5. I più grandi, che hanno peraltro maggiori occasioni per infettarsi, possono circolare liberamente, purché vaccinati. Ciò, ancora una volta, disconoscendo che i positivi sono indistintamente vaccinati e no. Quando finirà questa burocratizzazione della pandemia? L’unico commento che mi sento di fare è: stanchezza!

 

Il doppio volto del Parlamento, tra dignità e Terence Hill

I due volti del Parlamento. Da una parte abbiamo i Grandi elettori che, stufi di andare in bianca, decidono di battere un colpo, anzi tre. I 125 voti a Sergio Mattarella lanciano un segnale nell’estremo tentativo di forzare la mano al presidente uscente. Con un interrogativo implicito: e se ti ritrovi eletto con 505 voti, o giù di lì, perché la tua permanenza è l’unica via d’uscita da questo pantano, cosa fai rinunci? I 114 voti al fratello d’Italia Guido Crosetto ci dicono invece che il centrodestra è tutt’altro che monolitico agli ordini di Matteo Salvini. E che Giorgia Meloni continua a giocare la partita delle elezioni anticipate, a costo di spianare la strada verso il Colle a Mario Draghi. Mentre i 19 voti a Giancarlo Giorgetti sembrano avallare l’ipotesi (estrema) del patto che vedrebbe Draghi al Quirinale sostituito a Palazzo Chigi dal ministro leghista e draghista. Sia come sia, assistiamo a un sussulto di dignità delle assemblee in seduta congiunta che rivendicano il diritto-dovere sancito dall’articolo 83 della Costituzione. Poiché l’elezione del Capo dello stato spetterebbe esclusivamente a esse e non ai leader di partito. L’altra faccia del Parlamento sono quegli oltre cento voti, cosiddetti “burla”, che in ogni scrutinio vengono estratti, come in una riffa, con i nomi di cantanti, attori, giornalisti, parenti, vicini di casa. Senza contare le venti-trenta schede annullate e dal contenuto evidentemente illeggibile. Quando è spuntato il foglietto che candida Terence Hill, per un attimo abbiamo sognato che l’ignoto onorevole fosse preso a sganassoni da Bud Spencer. Inutile ricordare che cotanto cazzeggio riguarda una fetta considerevole di rappresentanti del popolo, pagati con i nostri soldi per divertirsi sulla pelle di un Paese stremato per tutto ciò che è inutile ricordare. Lode dunque ai 5stelle che una cosa giusta l’hanno sicuramente fatta: il taglio del numero dei parlamentari. Per svariati motivi, ma anche perché è quasi statisticamente certo che tra i tanti che alle prossime elezioni si dovranno trovare un lavoro ci sarà una consistente percentuale di questi burloni coglioni.

Davide Serra indica la retta via ai partiti

Per fortuna c’è Davide Serra a spiegarci la vita e la politica. Il fondatore della società di gestione del risparmio Algebris, nonché gran finanziatore di Renzi e Calenda, si è espresso sull’Huffington Post rivolgendo un caloroso appello affinché la politica non ci trascini nel baratro: “Senza Draghi altro che caro bollette, ci spengono direttamente la luce”. E certo. “Meglio mandare il premier al Quirinale”, perché “Draghi avvantaggerebbe la governance e la reputazione dell’Italia per altri sette anni, al posto di un solo anno rimanente del suo mandato”. A questo punto non solo accogliamo l’idea di Serra, ma ci permettiamo anche di andare oltre: perché non replicare il metodo Putin? Draghi potrebbe alternare i mandati al Colle con quelli a Palazzo Chigi, a seconda degli umori. Un anno al governo, quattro o cinque al Quirinale, poi di nuovo al governo ma magari – che idea! – con un part time (orizzontale o verticale, scelga lui) al Colle. Serra ha indicato la via, i partiti non facciano i capricci!

Briatore e lo yacht: lo Stato ora rischia di ripagarlo 23mln

Dopo 12 anni di procedimenti giudiziari e ben sei sentenze sarà probabilmente lo Stato a dover risarcire Flavio Briatore. E il conto rischia di essere salatissimo. Ieri la Corte d’Appello di Genova è stata chiamata per la terza volta a pronunciarsi sul caso della presunta evasione fiscale che riguardava lo yacht Force Blue. Stavolta, contrariamente a quanto accaduto nei due precedenti verdetti (sempre cassati dalla Suprema Corte), ha assolto il patron del Billionaire. E ha annullato la confisca della barca, avvenuta oltre un anno fa. “È finito un calvario durato 12 anni”, ha commentato Briatore.

I reati erano già prescritti da tempo, la vera posta in gioco era un’altra: i soldi. Nel frattempo, infatti, il tribunale di Genova aveva già messo all’asta la barca, poi acquistata dal magnate Bernie Ecclestone, amico di Briatore dai tempi della Formula 1. Un passaggio contestatissimo dal nutrito parterre di avvocati che lo ha assistito insieme agli altri imputati (Franco Coppi, Massimo Pellicciotta, Fabio Lattanzi, Andrea Vernazza, Giuseppe Sciacchitano e Cesare Manzitti), perché l’asta si era conclusa giusto pochi giorni prima dell’udienza in Cassazione. Il risultato, adesso, è che il tribunale dovrà restituire a Briatore i proventi della vendita: 7 milioni di euro (decisione che può ancora essere appellata dall’Avvocatura dello Stato). A questa cifra vanno aggiunti i 3 milioni di euro, la presunta truffa sull’Iva. E non è finita qui. La perizia del tribunale ha valutato il Force Blue 20 milioni di euro. Ora Briatore potrebbe chiedere i danni: la differenza tra il valore del Force Blue e il prezzo di vendita. Ma perché il tribunale se ne era liberato prima della sentenza definitiva? A motivare la richiesta del custode giudiziario, il commercialista Ugo Brunoni, erano stati i costi di gestione, esplosi durante il Covid, che rischiavano di superare il provendo dell’asta.

Il sequestro del Force Blue risale al 2010. Secondo la Guardia di Finanza, coordinata dal pm Walter Cotugno, Briatore aveva schermato l’imbarcazione dietro a una società offshore, la Autumn Sailing Limited, sede alle Isole Vergini Britanniche. Così aveva risparmiato illegalmente oltre 3 milioni di euro di Iva sul carburante. La difesa ha sempre ribattuto che in realtà si trattava di una vera società di chartering. E al netto delle complicate norme del settore, il processo è tutto qui: la Cassazione ha dato ragione a questa tesi. Sullo sfondo c’è una seconda inchiesta, condotta dallo stesso Cotugno e con la collega Patrizia Petruzziello: per i pm il commercialista di Briatore avrebbe provato a corrompere l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Genova Walter Pardini, condannato per corruzione in una vicenda non collegata a questa. Il patto corruttivo sarebbe stato legato all’emissione di un parere interpretativo favorevole dell’Agenzia delle Entrate, una carta da giocare nel processo d’appello. La contropartita per Pardini sarebbero stati clienti facoltosi da portare in un resort gestito in Kenya. L’indagine, chiusa due anni fa, è sparita dai radar. Il paradosso è che il commercialista, che ha sempre negato ogni addebito, stava trattando cun patteggiamento di Briatore con il Fisco di 3 milioni di euro. Ora sarà lo Stato a restituirgliene molti di più.

“Dal carcere i boss danno ordini. È giusto vagliare le loro lettere”

La Corte costituzionale ha dichiarato nei giorni scorsi illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra detenuti mafiosi al carcere speciale, il 41-bis, e i loro avvocati, come chiesto dalla Cassazione. Il diritto di difesa, si legge, “comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore”. Abbiamo chiesto in merito un’opinione a Sebastiano Ardita, consigliere togato del Csm, ex direttore dell’ufficio detenuti del Dap. “Ho letto la sentenza e non vi ho trovato nulla di nuovo sui principi generali, perché era noto a tutti e da tempo che la corrispondenza con i difensori, anche di 41-bis, non deve essere sottoposta a controllo. Ma temo che il caso concreto abbia poco a che fare con il controllo della corrispondenza e che il nodo centrale non sia stato affrontato dalla Corte”.

In che senso?

Nel caso specifico affrontato dalla Corte, nessuno ha preteso di aprire una busta destinata a un difensore per cercare eventuali messaggi. Risulta, invece, che un detenuto del carcere di Opera ha consegnato agli agenti una bozza di telegramma, da cui emergeva con evidenza un testo suscettibile di contenere un messaggio pericoloso.

La Corte non avrebbe centrato il tema?

La questione era un’altra. Quella di distinguere tra controllo preventivo – ossia ricerca della possibile comunicazione illecita – e trattenimento di una comunicazione aperta che già appariva ambigua. Non ho letto il telegramma, ma se è vero che il testo si prestava a comunicazioni cifrate o pericolose il trattenimento, alla luce dell’intero sistema normativo, avrebbe potuto considerarsi legittimo se non addirittura doveroso.

La Corte, dunque, avrebbe dovuto differenziare?

Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa. In questo secondo caso andavano a mio avviso messi in raffronto i due beni che venivano in conflitto: da un lato il pericolo concreto per i cittadini che parta dal carcere un ordine di commettere un delitto, dall’altro il diritto di comunicare con il difensore, che non tollera controlli, ma non può spingersi fino a impedire il trattenimento di un testo da cui risulti già evidente che possa derivare un danno.

La Corte riconosce che il diritto alla riservatezza in certi casi “non è assoluto”, ma ritiene il controllo in questione inutile al fine di impedire ai boss di comandare dal carcere, dato che hanno diritto a colloqui riservati con i legali.

Questo argomento non è pertinente al caso concreto venuto all’attenzione della Corte. Ribadisco che qui non si tratta del problema del controllo delle comunicazioni. Una volta che è palese la pericolosità di un testo aperto, sarei molto cauto nel dire che non si possa trattenere solo perché è diretto a un difensore.

La censura della corrispondenza, dice la Corte, essendo prevista “anche in assenza di qualsiasi elemento concreto” di pericolo, presuppone una “generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore”.

Non c’è nessuna offesa né al ruolo dei difensori né al diritto di difesa. Ma così ragionando, si potrebbe arrivare alla conclusione che la matricola avrebbe dovuto inoltrare il telegramma anche se ci fosse stato un messaggio con l’ordine di commettere un omicidio.

Quando era al Dap si è imbattuto in lettere sospette di boss ad avvocati?

Non ricordo di lettere ai difensori sottoposte a censura quando stavo al Dap, perché mai si è avallata questa prassi. Credo che il ruolo degli avvocati vada rispettato e tutelato, ma ciò non esclude la pervasività delle organizzazioni criminali mafiose nel tentativo di mandare messaggi all’esterno. Ricordo la lettera che un avvocato lesse a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, che con intento intimidatorio accusavano la Corte di lasciarsi influenzare dalle opinioni di Roberto Saviano e di Raffaele Cantone.

Sky, Netflix e Amazon a 10 euro. Nei guai 500mila utenti italiani

Dieci euro al mese per poter vedere con unico “abbonamento illegale” tutti i contenuti delle principali piattaforme di streaming a pagamento come Sky, Dazn e Netflix. Era questo il prezzo del servizio offerto da CyberGroup, struttura con base operativa a Napoli e molto nota negli ambienti della pirateria digitale, smantellata dai militari del nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Milano. Un servizio fruito da oltre mezzo milione di persone in tutta Italia, che ora rischiano di ricevere pesanti sanzioni. In totale 20 gli indagati nel mirino della Gdf.

È morta di Covid dopo il parto, c’è il fascicolo

Ha partorito grazie al supporto medico quando ormai non c’era più nulla da fare. Poi lei è deceduta, mentre il bimbo, nato prematuro, è fuori pericolo. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo in relazione alla 28enne incinta, positiva al Covid e non vaccinata, morta venerdì scorso al Policlinico Umberto I di Roma. I medici sono riusciti a far partorire la ragazza quando hanno capito che le condizioni della donna erano ormai disperate. I genitori della 28 enne hanno presentato una denuncia chiedendo ai magistrati di accertare eventuali profili penali. Il consiglio di non vaccinarsi le è stato dato da una ginecologa. Al momento il fascicolo è contro ignoti.