Soldi per non vaccinare. Due infermieri arrestati

Vaccinazioni farlocche e certificati finti. Ancora. Due persone, un infermiere e un operatore socio sanitario, sono stati arrestati dal Nas di Napoli perché, secondo gli investigatori, fingevano di somministrare il vaccino in cambio di 150 euro. Indagini della Procura di Napoli, pm Henry John Woodcock. Si tratta di due dipendenti dell’Asl Napoli 1, Giuliano Di Girolamo e Rosario Cirillo. L’operatore procurava i pazienti, una trentina quelli individuati finora, mentre l’infermiere spruzzava il vaccino nell’ovatta. Su whatsapp i due si scambiavano le foto del denaro preso: “Quella famiglia di 4 persone già mi ha pagato, vedi”?

Verbali di Amara, Greco indagato: “Diffamò Davigo”

La Procura di Brescia ha chiuso le indagini nei confronti dell’ex procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, accusato di diffamazione a mezzo stampa nei confronti del suo collega del periodo di Mani Pulite, Piercamillo Davigo. L’ex consigliere del Csm aveva querelato Greco per un’intervista a Milena Gabanelli sul Corriere delle Sera del 12 settembre 2021 in merito alla cosiddetta Loggia Ungheria e al passaggio di verbali tra il pm milanese Paolo Storari e, appunto, Davigo. Per questi ultimi due, a Brescia, è stato chiesto il processo lo scorso novembre per rivelazione del segreto d’ufficio sui verbali dell’ex avvocato di Eni, Piero Amara. “Mentre c’è ancora nebbia sul dove, quando e perché Storari e Davigo si siano scambiati sotto banco i verbali”, si legge nelle dichiarazioni di Greco riportate nell’intervista di Milena Gabanelli, “una cosa è sicura: l’uscita era nell’interesse di Davigo che non si è preoccupato assolutamente della sorte del procedimento e quando ha lasciato il Csm quei verbali li ha abbandonati. Fatto imbarazzante”.

Le dichiarazioni di Amara, indagato da varie Procure e che ha già patteggiato una condanna per corruzione in atti giudiziari, riguardavano una presunta loggia massonica di cui avrebbero fatto parte magistrati, alti funzionari, avvocati e personaggi pubblici di rilievo. L’indagine per associazione segreta è passata alla Procura di Perugia e gli inquirenti perugini sono al lavoro da mesi per trovare riscontri a quelle dichiarazioni.

Licata: uccide fratello, cognata e 2 nipotini. “Anni di litigi per le coltivazioni dei terreni”

Una strage che non si poteva prevenire, ma forse si sarebbe potuta sventare. Perché nella mattinata di ieri, la moglie di Angelo Tardino aveva avvisato i carabinieri di Licata che il marito era appena uscito di casa, diretto verso l’abitazione del fratello Diego con le sue pistole, pronto a tutto. Ma quando gli uomini dell’Arma sono arrivati, ormai era troppo tardi. Dopo l’ennesima discussione, Angelo ha impugnato la sua Beretta calibro 9 e ha esploso i colpi contro il fratello Diego (44 anni) per poi freddare la cognata Alessandra Ballacchino (39 anni). Con una seconda arma ha sparato contro i nipoti: Alessia di 15 anni e Vincenzo di 11 anni, che aveva provato a nascondersi sotto al letto. Una strage consumatasi in pochi istanti. L’uomo, che deteneva legalmente le armi, ha tentato una prima fuga, braccato però dai carabinieri che erano intervenuti sul posto e che hanno provato a farlo arrendere. Ma Tardino ha scelto di spararsi un colpo alla tempia con la terza pistola, una Bernardelli. D’urgenza è stato trasportato all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta, ma a causa delle gravi lesioni riportate si è spento poco più tardi, lasciando una moglie e due figli. I due fratelli avevano ormai da diversi anni divergenze e liti, discussioni che finivano spesso con accuse verbali e insulti, sedate più volte dall’intervento delle autorità. La colpa dei contrasti sarebbe legata alla gestione di alcuni terreni e serre, coltivate a primizie, sulla quale i due fratelli lavoravano. In passato, le due famiglie vivevano insieme nello stesso complesso abitativo, finché Diego non ha deciso di spostarsi in campagna per evitare che le divergenze degenerassero.

“Perché ha aperto la porta a quel maledetto assassino? Diego venne a vivere in campagna, non voleva più avere a che fare con quel pazzo. Siamo sconvolti. Non ci saremmo mai aspettati questa tragedia” racconta in lacrime una cugina della Ballacchino all’AdnKronos. “Siamo sconvolti, distrutti – ha commentato il sindaco Pino Galanti –. Una strage inimmaginabile, una tragedia che ha devastato la nostra comunità. Davvero non ci sono parole”. Il Comune di Licata ha proclamato il lutto cittadino. “È l’ennesima sconfitta di una cultura, la nostra, sempre più disorientata e sempre meno capace di gestire le emozioni e le tensioni che turbano l’esistenza personale e interpersonale”, ha detto il vescovo di Agrigento, Alessandro Damiano.

Roma, torna libero uno dei presunti autori dello stupro

Il Tribunale del Riesame di Roma ha revocato gli arresti domiciliari a uno dei tre maggiorenni accusati di aver partecipato al cosiddetto “stupro di Capodanno”, la presunta violenza sessuale di gruppo denunciata nella Capitale da una ragazza di 17 anni figlia di un diplomatico, durante un party la notte tra il 31 dicembre 2020 e il 1° gennaio 2021. A essere “liberato” – ma le accuse restano – è Claudio Nardinocchi, 21 anni, che il 19 gennaio 2021 al telefono, intercettato, diceva: “Io te lo dico… io una me la so popo inc(…) pop a divettimme ma’…”. Davanti alla sua foto, A., la vittima, diceva ai carabinieri: “Mi dà una sensazione di schifo, di ripulso…”. Nardinocchi si è sempre professato innocente. In attesa delle motivazioni, la famiglia di A. ieri ha detto attraverso l’associazione “Bon’t Worry”, guidata da Bo Guerreschi: “La vittima e la famiglia non cercano punizioni vendicative. Una sentenza riflette la legge. Vorremmo una pronuncia che aiuti chi ha perpetrato le violenze a rendersi consapevole della gravità e aiuti la vittima a sentirsi protetta”.

Contratto scuola, via ultimo vincolo alla mobilità

Potrebbe arrivare in queste ore la conferma della fine del blocco della mobilità di tre anni per i docenti tanto chiesta dai sindacati della scuola in questi mesi e probabile contraltare di un non soddisfacente aumento dello stipendio. Gli insegnanti che entrano di ruolo (quindi ottengono il tempo indeterminato), è la proposta, potranno effettuare l’anno di prova in una sede provvisoria e poi subito dopo chiedere di essere spostati in un’altra sede dove, si spera, varrà il blocco dei tre anni. Lo stop alla mobilità, in parole semplici, era stato introdotto per evitare che i docenti entrassero di ruolo in regioni d’Italia dove ci sono più posti disponibili per poi abbandonarle subito dopo a discapito della continuità degli alunni (una dinamica che di solito vede contrapposti nord e sud) e anche del territorio stesso che, in questo modo, rischia di continuare ad avere sempre la stessa carenza di personale. L’ex ministra Lucia Azzolina lo aveva previsto di cinque anni, l’anno scorso era stato abbassato a tre.

“Pass illimitato con la 3ª dose: antiscientifico”

Il Consiglio dei ministri si riunirà probabilmente dopo l’elezione del presidente della Repubblica, ma più fonti confermano che la decisione è presa: per chi ha fatto tre dosi di vaccino il green pass avrà durata illimitata almeno fino a un’eventuale decisione sulla quarta dose. Resta in piedi l’ipotesi di portarla a nove mesi, ma comunque sarà allungata dagli attuali sei, che comincerebbero a scadere a marzo per chi ha avuto il richiamo a settembre.

La durata illimitata “non ha basi scientifiche e contrasta con i principi del diritto”, ha twittato ieri Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che dall’inizio offre un utile monitoraggio della pandemia e da anni denuncia i tagli alla sanità pubblica. D’altro canto lo stesso green pass ha fondamenti scientifici e giuridici traballanti, specie guardando al numero di vaccinati che si contagiano e trasmettono il virus. Al più è servito a spingere le persone a vaccinarsi o a farlo prima. Il governo si è infilato in una situazione difficile e cercherà di non penalizzare chi ha fatto tre dosi. Vedremo quando e come.

È invece definita, con ordinanza già firmata dal ministro Roberto Speranza, la questione delle frontiere: dal 1° febbraio a chi arriva dai Paesi Ue basterà il certificato verde europeo, che si ottiene per 48 ore anche con il tampone negativo. L’Italia, anche su pressione di Bruxelles, rinuncia all’ulteriore tampone per i vaccinati e alla quarantena per i non vaccinati, introdotti durante le feste di fine anno.

Cambierà a breve anche il sistema dei colori, come richiesto dalle Regioni. Lo ha confermato la ministra Mariastella Gelmini. Per il resto l’incontro fra i tecnici della Salute e delle Regioni ha portato a un sostanziale accordo sul principio di distinguere nei bollettini i ricoverati per Covid da quelli positivi che sono in ospedale per altre patologie, oltre un terzo (35%) secondo la nuova indagine resa nota ieri dalla Fiaso, la Federazione delle aziende ospedaliere. Per il resto dalla Salute è arrivato un no secco sulla riduzione a tre giorni dell’isolamento per i positivi che lavorano nei servizi essenziali e sull’ammissione a scuola dei bambini contagiati ma asintomatici, anche vaccinati. Uscirà a breve una circolare Salute-Istruzione che semplificherà l’attuale groviglio di norme, eliminando il certificato medico per rientrare in classe dopo il Covid (basterà il tampone negativo), ma senza un nuovo decreto non è possibile ridurre la quarantena da 10 a 7 giorni e modificare altre regole disposte appunto con norma primaria. Sempre Cartabellotta avverte che le quarantene stanno frenando le vaccinazioni dei bambini.

Secondo la Fiaso, che riporta i numeri dei suoi ospedali sentinella tra il 18 e il 25 gennaio, i ricoverati per Covid nei reparti diminuiscono del 2,5%, nelle intensive dell’8%, mentre aumentano del 6,7% i ricoverati “con il Covid” che ovviamente creano problemi perché devono essere isolati. I non vaccinati, sempre per la Fiaso, sono il 60% del totale e tra i vaccinati in rianimazione il 72% non ha ancora fatto la terza dose. I bollettini confermano, almeno in parte: a fronte di oltre 167 mila nuovi casi registrati (erano stati 192 mercoledì scorso, 196 mila due mercoledì fa) ieri sono diminuiti di 36 e 26 unità i pazienti ricoverati rispettivamente in area medica (20 mila in totale) e nelle terapie intensive (1.665). I tassi di occupazione restano al 31 e al 18% con tutto quello che significa specie per le cure extra-Covid. La discesa, insomma, non è netta come nell’indagine Fiaso. Ma gli ingressi giornalieri in terapia intensiva hanno avuto in picco il 13 gennaio (156) e da allora la media mobile settimanale è calata da 147 a 130 (ieri se ne sono registrati 123). Sembra l’indicatore più attendibile a fronte di oltre 2,7 milioni di positivi. Anche ieri è stato registrato un numero drammatico di decessi: 426. La media settimanale supera i 350 e cresce, sia pure meno di prima. Quello dei morti è il dato che scenderà per ultimo.

Decessi covid, tutto quello che non sappiamo

L’età media dei decessi per Covid-19 resta 80 anni anche se dall’inizio della pandemia si è assistito a una diminuzione, fino a raggiungere i 72 anni nella seconda settimana dello scorso luglio. Poi, ecco la risalita seguita da un’altra diminuzione, fino ad arrivare ai 79 anni dei primi sette giorni del 2022. Fin qui nessuna novità. Così come non c’è nulla di nuovo nel fatto che le persone morte a causa del Covid finora presentassero nella maggior parte dei casi (67,8%) tre o più patologie. E si va dall’ipertensione arteriosa alla cardiopatia ischemica, dalla fibrillazione atriale al diabete: quelle più ricorrenti.

Sono alcuni dei dati che emergono dal nuovo report sui decessi conseguenti all’infezione aggiornato al 10 gennaio (quello precedente si fermava al 5 ottobre del 2021) diffuso ieri dall’Istituto superiore di sanità. Report molto atteso, dopo essere stato annunciato almeno 15 giorni fa, poi rinviato, poi di nuovo dato per imminente e ancora nuovamente posticipato. E, nel frattempo, limato, riguardato, soppesato per tentare di schivare critiche e polemiche.

68 anni l’età media In t.i. chi muore e dove?

Il rapporto per analizzare le patologie più comuni concomitanti ha preso in esame oltre 8.400 cartelle cliniche. Da queste si evince che le complicanze più frequenti che hanno portato ai decessi sono state l’insufficienza respiratoria acuta e la sovrainfezione, seguite dal danno renale acuto e dal danno miocardico. Ora però sappiamo anche che l’età media dei ricoverati in terapia intensiva successivamente stroncati dalla malattia è di 68,2 anni, mentre quella di chi è morto in rianimazione è di 82,4. E qui arriviamo alla novità, che qualcuno, come il microbiologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti, in realtà ripeteva da giorni. “Ci sono tanti pazienti – ha osservato in più occasioni, anche parlando con il Fatto –, che non vengono ricoverati in terapia intensiva. A mio avviso si tratta quasi sempre delle persone più anziane e fragili, sicuramente vaccinate”.

E in effetti sembra essere proprio così. Nel 2021 le persone che sono morte nei reparti di terapia intensiva nella stragrande maggioranza avevano meno di 80 anni. Sempre con percentuali non inferiori al 37% e fino a un massimo del 57,22. Al contrario i pazienti di età superiore sono quasi tutti deceduti in aree mediche: parliamo quasi sempre di oltre il 70% dei casi.

Over 80 e under 80 Chi finisce in rianimazione?

Nel rapporto precedente, quello aggiornato al 5 ottobre, l’Iss non aveva fatto questa analisi. Perché avviene questo? “Probabilmente quando la prognosi è infausta il paziente non viene nemmeno trasferito in rianimazione”, dice Graziano Onder, responsabile della raccolta dei dati sui decessi dell’Iss. Vero, come conferma Alessandro Vergallo, presidente di Aaroi-Emac a cui fanno capo 11 mila anestesisti-rianimatori. “C’è un criterio generale in base al quale se non c’è una possibilità di sopravvivenza non si ricorre alle cure intensive”, spiega Vergallo. “Il Covid – prosegue – non stravolge le regole di appropriatezza delle cure”.

L’Istituto superiore di sanità ci dice insomma qualcosa in più, quindi. Ma restano molti interrogativi. E la risposta o non c’è o è del tutto parziale.

Chi non muore nei reparti Pronto soccorso? Rsa?

Il report, infatti, fa riferimento anche al fatto che tanti – in una percentuale l’anno scorso mai inferiore al 12% – non sono deceduti né in una terapia intensiva né in un altro reparto di ospedale. E tra questi, in maggioranza, ci sono sempre gli anziani, con un tasso che supera sempre il 17% (per arrivare anche al 25,77% nel mese di gennaio di un anno fa). Dove sono deceduti? Nei Pronto soccorso? Nelle Rsa? Sappiamo che l’Iss raccoglie anche i dati sui decessi per Covid che avvengono nelle residenze assistenziali per gli anziani ma, almeno per ora, nulla di più.

L’antico dilemma “Per Covid o con Covid”?

L’Italia, che con la prima ondata pandemica è stata la Wuhan d’Europa, ieri ha contato con 426 morti un totale finora di 144.770 decessi. Grandi numeri. E resta aperta anche un’altra questione: quanti effettivamente muoiono a causa del Covid e quanti con il Covid? Domanda ricorrente. Se lo è chiesto dagli Stati Uniti, dove lavora da tre decenni sui vaccini, l’immunologo Guido Silvestri. “È importante chiedersi quanti dei morti comunicati nei bollettini siano effettivamente deceduti per questa infezione e non semplicemente con essa”. Del resto, come comunicato proprio ieri da Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere che ha redatto il proprio rapporto degli ospedali sentinella, oggi nei reparti ordinari di malattie infettive e medicina interna Covid la percentuale di pazienti in cura per altre patologie (ma positiva al virus) è salita al 35%, vale adire un paziente su tre. E se una persona ha gravi patologie non è facile stabilire se il Covid-19 è stato la causa del decesso. Servirebbe, dicono i medici, un’analisi che è quasi da medicina legale.

Bollettino e realtà Il vero numero di vittime

C’è poi un altro aspetto che riguarda il numero dei morti effettivi. “Soprattutto in Lombardia prima ancora che scoppiasse il focolaio di Codogno e l’Italia scoprisse di essere stata investita dalla pandemia – dice Enzo Marinari, fisico teorico dell’Università Sapienza di Roma –, ci sono stati molti casi di polmonite. E tanti, soprattutto i più anziani, possono essere morti in casa o nelle Rsa senza essere diagnosticati come Covid”. Non sapremo, almeno per ora, nemmeno quanti sono uccisi dalla variante Delta e quanti dalla variante Omicron. Questo perché le Regioni mandano all’Iss solo campioni di dati relativi alla tipizzazione. Oggi molti sanitari fanno anche riferimento alle statistiche Istat per capire qualcosa di più sul conteggio dei morti. Confrontano cioè i dati sui decessi nel 2020 e nel 2021 con la media dei cinque anni precedenti. “Non credo però che ci sia una grossa discrepanza tra il bollettino giornaliero e la sovra mortalità rilevata da Istat – dice Matteo Villa, ricercatore dell’Isp –, anche se probabilmente le Regioni riportano i numeri in modo forse approssimativo. È possibile, invece, che almeno un quinto delle persone morte fino a questo momento per Covid sarebbero morte lo stesso per altre gravi patologie che accusavano”. Ma questa è un’altra storia.

Se non sei atlantista al Colle non ci vai

È bastato che Franco Frattini dicesse alcune cose sensate sulla crisi ucraina e sulla russofobia regnante in Occidente, perché il suo nome – suggerito fugacemente da Conte e Salvini nei giorni scorsi – scomparisse come per magia da tutte le rose dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Un grido di sdegno si è subito levato, proclamando che il futuro capo dello Stato o sarà geneticamente atlantista, o non sarà. Dovrà sostenere Kiev contro l’aggressore russo, incondizionatamente. Non dovrà muover dito perché l’inane riarmo dell’Ucraina e la seconda guerra fredda con la Russia – una messinscena geopolitica per Washington, una catastrofe per l’Europa – finalmente cessino. Dovrà agire e reagire come se l’Ucraina già fosse parte dell’Alleanza atlantica o dell’Unione europea.

Il primo grido di sdegno è venuto da Enrico Letta, forte dell’appoggio zelante di Matteo Renzi: “Sono preoccupato per la situazione tra Ucraina e Russia e dobbiamo difendere l’Ucraina. Abbiamo bisogno di un profilo ‘atlantico’”, ha scritto in un tweet, virgolettando per ignoti motivi l’aggettivo atlantico. Ha ripetuto poi il dolente monito in un’intervista alla Cnbs, come se la candidatura dell’intruso russofilo fosse realmente esistente. È a quel punto che la già pallida figura di Frattini è del tutto svanita, come in certe fotografie ritoccate dei tempi di Stalin. Per meglio puntualizzare è scesa in campo anche Lia Quartapelle, responsabile Pd per gli affari internazionali ed europei: “I venti di guerra che soffiano dall’Ucraina ci ricordano che all’Italia serve un o una Presidente della Repubblica chiaramente europeista, atlantista, senza ombre di ambiguità nel rapporto con la Russia”.

Si ripete così dopo poco più di tre anni il gran rifiuto opposto dal Colle a Paolo Savona, designato ministro dell’Economia dal Conte-1. Il no di Mattarella fu netto: il Quirinale non poteva digerire un esponente che fosse “visto come sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro”. Anche in questo caso Savona scomparve in un baleno dalle foto dei ministrabili. Savona non auspicava l’uscita dall’euro, limitandosi a prospettare una profonda revisione dell’architettura economica europea, ma che importa la verità, quel che conta è mostrarsi muscolosi gridando al lupo.

Fin da quando entrò a Palazzo Chigi – e già aspirando al Quirinale – Mario Draghi mise dunque le mani avanti: si disse “convintamente europeista e atlantista”, visto che le alte e altissime cariche si conquistano con questa carta d’identità. È segno che l’Italia non può permettersi critiche, all’Unione europea e ancor meno alle ormai confuse e convulse decisioni della Nato. Non abbiamo sovranità d’alcun tipo, e quale che sia il presidente della Repubblica, quale che sia il governo, restiamo quello che siamo: non uno Stato ma un Dispositivo della Nato.

Della Russia e dell’Ucraina gli atlantisti italiani sanno poco, anzi nulla. Si attengono al copione distribuito dai vertici degli Stati Uniti e della Nato, secondo cui Putin vuol ingoiare l’Ucraina, e l’Ucraina non è nella sfera di interesse russa, ma nostra. Fingono di dimenticare che l’unificazione della Germania e lo scioglimento del Patto di Varsavia furono ottenuti grazie a una promessa che Bush padre e i leader europei (Kohl, Genscher, Mitterrand, Thatcher) fecero a Gorbaciov nel 1990: la Nato non si sarebbe estesa “nemmeno di un pollice” a Est, garantì il Segretario di Stato, James Baker. Avrebbe rispettato l’antico bisogno russo di non avere vicini armati ai propri confini. Un bisogno speculare a quello statunitense, come si vide nella crisi di Cuba del 1962.

È l’assicurazione che Putin chiede da anni, invano. Washington e Londra hanno imposto il riarmo dell’Est europeo, si sono immischiate nelle rivoluzioni colorate in Georgia e poi Ucraina, e ora inviano ulteriori massicci aiuti militari a Kiev. Molti governi europei sono contrari, soprattutto in Francia e Germania (la prudenza di Scholz prevale al momento sull’atlantismo dei Verdi). L’Italia invece tace, perché non si sa mai: la Casa Bianca potrebbe innervosirsi, come accadde al vicesegretario di Stato Victoria Nuland nel 2014. L’Europa esitava durante la rivoluzione arancione? “Fuck the EU!” (che vada a farsi fottere), commentò Nuland in un’elegante telefonata con l’ambasciatore Usa a Kiev.

Nei mesi scorsi Frattini ha sottolineato l’evidenza dei fatti, e suggerito vie d’uscita. In primo luogo, occorre dire un no esplicito all’ingresso di Kiev (o della Georgia) nella Nato: “Un Paese come l’Ucraina, che al suo interno conta tre province indipendentiste, non può aderire all’Alleanza. La Nato dovrebbe essere la prima a dirlo. Purtroppo ha perso il ruolo di attore politico di primo piano che aveva in passato”. (L’ingresso nell’Ue è escluso, considerata l’accidentata integrazione dell’Est Europa).

In secondo luogo bisogna rilanciare gli accordi di Minsk, nel “Formato Normandia” che include Russia, Ucraina, Francia, Germania e si è tornato a riunire ieri. Dice ancora Frattini che dopo l’occupazione della Crimea il governo Renzi poteva e doveva fare di più: “Allora l’Italia era ancora nelle condizioni di partecipare al Formato Normandia o di esercitare una forte azione su Putin che forse avrebbe ascoltato. Ha scelto invece di acquietarsi su un’acritica politica delle sanzioni di Obama. In diplomazia quando vuoi convincere chi la pensa all’opposto non lo cacci dal tavolo, aggiungi una sedia”.

Terza condizione per smorzare la crisi: spingere perché vengano ascoltate le popolazioni russe in Ucraina, e perché siano conferite vere autonomie a regioni come il Donbass, che nel 2014 si dichiarò unilateralmente indipendente dall’Ucraina (assieme alla Repubblica di Luhans’k) e dove si combatte da otto anni. I cittadini di origine russa in Ucraina sono circa 11 milioni e il loro status linguistico è calpestato: anche questo allarma Mosca.

Di fronte a tali complessità non si può far finta che le manovre Nato nell’ex Repubblica sovietica non esistano (l’ultima risale al settembre scorso) e che solo i russi si esercitino ai confini con l’Ucraina, non oltrepassando peraltro le proprie frontiere.

Forse sarebbe l’ora di dire che la Nato perde senso, essendosi sciolto il Patto di Varsavia. Che l’ascesa della Cina a potenza globale richiede politiche nuove, multipolari. Discuterne è impossibile in Italia. C’è il copione e se te ne discosti sei un appestato sovranista.

 

“C’è ansia, la gente teme la frittatona”

Lucia Azzolina (M5S): “Lucia copriti, fa più freddo qui che fuori”. Che emozione salutare Liliana Segre! La vorrei abbracciare, le sorrido con gli occhi. Siamo al terzo giorno e intravedo segnali di nervosismo. In uno dei tanti capannelli alcuni deputati ridono. Una collega sta raccontando che la figlia di 6 anni l’ha appena chiamata: “Mamma, è vero che Bianca è diventata Presidente?”.

Stefano Fassina (LeU): Terza giornata di voto. Terza fumata nera. Questo giro, come mai nella storia della Repubblica, è il più complicato. Ciascun “leader” ha vincoli da dover considerare nel perseguimento dell’alto obiettivo: interni, di coalizione, di maggioranza. Ma la quadra va trovata: il Presidente della Repubblica va eletto attraverso la più ampia convergenza possibile. Per la classe dirigente politica, è la prima tappa del cammino costituente necessario a rianimare la democrazia costituzionale. Dopo il voto, esco dal “24” (l’uscita secondaria del Palazzo). Attraverso una piazza del Parlamento vuota, punteggiata soltanto da pochi e rilassati poliziotti e sparuti e annoiati giornalisti con cameramen al seguito. Ho quasi nostalgia della serata del 18 aprile 2013 quando, uscito dallo stesso portone dopo il convinto voto per Franco Marini, dovetti essere scortato dalla Digos per oltrepassare l’assedio intorno a Montecitorio.

Michele Anzaldi (Italia Viva): Il Covid rovina tutto. Nelle altre due elezioni presidenziali a cui ho partecipato si faceva comunella. Anzitutto nei banchi dell’aula, poi nel cortile, infine alla buvette. Le informazioni transitavano con più facilità e quando si dovevano cercare informazioni nelle linee nemiche, si invitava il collega al ristorante. Ora come fai? Tutto sterilizzato, con ingressi in aula definiti fino al secondo. Io dico che il Covid fa la sua parte in questo persistente stallo.

Roberto Occhiuto (Forza Italia): Rientro da presidente della Calabria nel Palazzo che ho lasciato meno di un anno fa. Il primo giorno mi sono detto: a Roma mi riposo. Il secondo giorno ho appuntato un po’ di cose. Siamo al terzo giorno e già mi sono annoiato. Non ce la faccio più a stare qua dentro. Mi rendo conto che c’è una distanza con la vita e i bisogni della gente. Detto da me che presiedevo il gruppo di Forza Italia e dunque ricoprivo un ruolo di assoluto prestigio. Nessuna malinconia di essere fuggito dal Palazzo. Speriamo che finisca tutto entro domani. Non ce la faccio più.

Gianni Pittella (Pd): Mi accorgo che la situazione si è fatta più anarcoide dalla tipologia dei capannelli che si formano. In genere ciascuno stava nel suo gruppo, con i propri compagni di partito. Qui vedo invece cerchi arcobaleni, gente che milita in partiti distinti e si fa venire l’ansia perché teme la frittatona. Capiamoci bene, se si sbaglia a votare e si mette in crisi il governo il rischio è che poi si vada a casa anzitempo.

“Torni la politica: affidarsi ai tecnici non è democrazia”

Il più votato al terzo giro? Sergio Mattarella. Mentre una folla di nomi ci fa girare la testa, i due candidati più forti sembrano essere sempre gli inquilini di Palazzo Chigi e del Quirinale. Due candidature costituzionalmente problematiche: per capire cosa può succedere abbiamo interpellato Gaetano Azzariti, costituzionalista della Sapienza.

Professore, questo bis s’ha da fare?

Mi pare che l’ostinata rinuncia di Sergio Matterella sia la miglior dichiarazione di fedeltà alla Costituzione del Presidente uscente. La sua rielezione risolverebbe molti problemi, almeno temporaneamente, ma ne creerebbe di ben più rilevanti nel lungo periodo: lui è uno dei pochi politici che continuano a ragionare in termini di diritto costituzionale. Detto ciò, il dibattito di questi giorni mi sembra deludente, perché anziché cerca un garante della Carta, si auspica un “governatore della Costituzione”.

Allude a Draghi che “guida fuori”?

Voglio semplicemente dire che si punta a trovare un Capo dello Stato governante e non garante. In alcuni casi in modo esplicito, come si evince dalle dichiarazioni del ministro Giorgetti che ha motivato la sua preferenza per Draghi proprio in questi termini: il responsabile dell’esecutivo dovrebbe continuare il suo lavoro traslocando al Colle. Invece, chiunque andrà al Quirinale, che sia il premier o un presidente delle Camere o un politico di parte, andrà a fare un altro mestiere.

Il Capo dello Stato che governa è un’eresia costituzionale?

In una forma di governo parlamentare dovrebbe proprio esserlo, non lo è più se si considera il progressivo e inarrestabile regresso che tende a trasformare il ruolo del Capo dello Stato per come lo disegna la Costituzione. Un processo che non riguarda solo il rappresentante dell’unità nazionale, ma coinvolge tutti gli assetti di potere: alla base ci sono fenomeni strutturali, quali la neutralizzazione della politica e la tecnicizzazione delle istituzioni.

Anche il trasloco di Draghi pone problemi istituzionali: a Palazzo Chigi qualcuno deve restare. Ma chi?

Non c’è nessuna legge che disciplini questa ipotesi.

Ma quindi Brunetta?

Come dicevamo, non c’è nessuna norma specifica. Si deve prendere allora quella più vicina al caso (in base al principio di analogia). Questa è contenuta nella legge 400 del 1988. Però non ci vuole un giurista, basta conoscere la lingua italiana, per capire che l’ipotesi prevista di “assenza o impedimento temporaneo” non è quello cui ci troveremo nel caso di elezione al Quirinale. Si dovrebbe comunque applicare questa regola per evitare che sia il presidente del Consiglio, nel momento delle dimissioni a scegliere il suo successore: questo sì che sarebbe un attentato alla Costituzione. Ciò non toglie che, in questa situazione anomala, per ridurre al minimo i tempi di un pericoloso e incerto interregno, sarebbe auspicabile che le forze politiche, che dovranno dare la fiducia al nuovo governo, si mettano d’accordo per un nome da indicare al Capo dello Stato, che dovrà scegliere il nuovo premier.

Si fanno nomi di premier tecnici. Forse avremo un presidente della Repubblica tecnico. In Parlamento non c’è quasi opposizione: contrappesi pochini…

Si assiste alla rinuncia della politica a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza delle istanze sociali e motore del cambiamento. Ci si limita alla gestione dell’esistente. E chi meglio di un tecnico può guidare una macchina che ha un percorso obbligato? Tutto ciò però non ha nulla a che a fare con l’idea di democrazia, cioè di un governo del popolo che decide tra le diverse alternative possibili. Avremmo grande bisogno di un ritorno alla politica come strumento che dà forma al conflitto e di un popolo – il corpo elettorale – che potesse tornare a sceglie tra le diverse opzioni che meglio lo rappresentano. Invece i partiti appaiono ciechi al cambiamento, che si realizzerà dunque nell’inconsapevolezza. Siamo alla vigilia di una grande trasformazioni sia istituzionali – penso al Parlamento “dimagrito” – sia sociali ed economiche – penso alla gestione dei fondi del Pnrr. C’è solo da auspicare che il prossimo Capo dello Stato sia in grado di accompagnare questo cambiamento con i piedi ben piantati nella Costituzione.

I mercati votano Draghi, leggiamo.

Le pressioni dei “poteri forti” ci sono sempre state. La novità è che, a fronte di questa realtà, non c’è più la politica.