Conclave con l’intrusa Papessa, ma “lo Spirito Santo è in sonno”

“Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti”. “Veni, creátor Spíritus, mentes tuòrum vísita”. Prima di entrare in conclave per scegliere il papa, i cardinali elettori invocano la colomba dello Spirito Santo. Ma nel luna park di Montecitorio, incline più alle montagne russe che alla meditazione orante, colombe nel cielo sopra il cortile non se ne vedono.

Enrico Letta ha detto che è l’ora di chiudersi tutti a chiave, a pane e acqua, e decidere finalmente il tredicesimo presidente della Repubblica. Bruno Tabacchi che è cattolico di rito draghiano dondola la testa afflitto e con le mani in grembo sentenzia: “Lo Spirito Santo è in sonno”. È quasi mezzogiorno e attorno a lui saettano come spiriti maligni solo due nomi. Quello di Queen Elizabeth al secolo Maria Elisabetta Alberti Casellati, aspirante Papessa in questo conclave al buio. E quello di Pier Ferdinando Casini, cattolico senza partito dopo averne cambiati cento e cardinale papabile.

Gianfranco Rotondi, credente cristiano e berlusconiano, fa annotare al cronista: “In realtà anche io sono senza partito”.

Forse lo Spirito si è tenuto lontano da lei. “Lasciamo stare lo Spirito”.

Casini come un cardinale di Curia mondano e aduso all’intrigo di marca democristiana (ma non gesuita) ha capito che sono le ore decisive e va in pellegrinaggio da Umberto Bossi, accomodato su una sedia a rotelle. Casini e Bossi, due leader della vecchia Casa delle libertà. Forse qualche pensiero vola all’amico Silvio. “Ah se ci fosse lui, altro che Salvini”, si sente ripetere dalle parti di Forza Italia e non solo.

E invece, a detta di un azzurro informatissimo, Berlusconi è rinchiuso da quattro giorni in una camera del San Raffaele senza telefonino. Irraggiungibile. “Una misura protettiva ma anche escludente, come ai tempi di Stalin”. La solita accusa contro il cerchio magico filoleghista, Licia Ronzulli in testa. Eppure l’inossidabile Clemente – Mastella of course – va dicendo in giro che “Casini ha la benedizione di Silvio”. Lo stesso Mastella che il paragone con il conclave lo ha fatto già da tempo, insinuando il sospetto che per far passare lo Spirito Santo bisognerà scoperchiare il tetto di Montecitorio, come accadde a Viterbo sette secoli e mezzo fa. Ma per Graziano Delrio, ex ministro del Pd, basterebbe un po’ di umiltà francescana: “L’umiltà sarebbe la virtù giusta in questo momento, farebbe sedere tutti allo stesso tavolo”.

Contro il cattolico Casini, fariseo come tutti i democristiani, in questa terza giornata di votazioni c’è la cattolica clericale Casellati. Queen Elizabeth, presidente del Senato, si dimena in modo esagerato per diventare la Papessa della Repubblica. In Transatlantico, seduto su una poltrona un elegante totiano, cioè deputato di una costola consistente di fuoriusciti berlusconiani, giura sulla testa dei suoi familiari che non la voterà: “È una donna arrogante, che non ha fatto altro che ostentare i privilegi della sua carica”.

Poco più in là un forzista tendenza Carfagna, e quindi draghiano, rinforza l’astio verso l’aspirante Papessa: “Salvini ce la vuole imporre e far votare perché punta allo sfascio: far cadere il governo e andare subito al voto anticipato”. Ma con il passare delle ore le quotazioni di Casellati calano. E la conferma sono i grandi elettori che entrano nei catafalchi del seggio in aula e stavolta sostano più del dovuto. Niente scheda bianca. Nomi come segnali e tanti voti. Il camerata liberale Guido Crosetto e il cardinale papabile Casini. Atti di ostilità più o meno manifesta contro la presidente del Senato e contro lo stallo salviniano.

Alla fine il più votato, con 125 preferenze, è Sergio Mattarella, cattolico adulto della sinistra dc e destinato dalla prossima settimana a essere presidente emerito della Repubblica. Molti grillini e democratici lo vorrebbero ancora papa regnante. E quando è sera in un gruppetto centrista del Pd il vuoto delle imminenti tenebre viene esorcizzato con una speranza: “Domani mattina ci sveglieremo e dovremo scegliere tra Draghi e Mattarella”. E Casini? “Chi se lo intesta il candidato di Renzi?”, la risposta.

Non resta che vegliare, allora, e digiunare. Pane e acqua al massimo. Ma non tutti i peone vogliono rinunciare al pranzo e alla cena. Un big di destra corre al ristorante e liquida la questione così: “Il conclave deve ancora iniziare”. Alle quattordici, Montecitorio è quasi un deserto. Mangiare, mangiare, mangiare. Un grillino a caso: si chiama Daniele Del Grosso. “Pane e acqua? Io vado a casa, mangio e torno, voglio vedere loro, i leader a pane e acqua”. La terza votazione finisce che è pomeriggio. La veglia è lunga e non si scorgono le vergini evangeliche che devono vigilare in attesa dello sposo. Però, il conclave vero forse inizia sul serio.

Queen Elizabeth s’offre, ma (per ora) niente conta

Maria Elisabetta Alberti Casellati si agita, telefona, si offre. Non si arrende a una giornata in cui le sue quotazioni sembrano in netto ribasso.

La conta in Aula, quella data per certa fino a martedì sera, per il momento è saltata ma lei spera ancora nel sogno Quirinale. Dopo averla esclusa all’ultimo minuto dalla rosa di nomi offerta alle opposizioni, ieri la Lega per ore ha posto il centrosinistra di fronte all’arma da fine del mondo, annunciando di voler mettere ai voti il nome della presidente del Senato, quirinabile in quanto tale. Difficile che Casellati abbia i numeri per essere eletta – persino in Forza Italia ha molti nemici – ma lo scouting leghista nei giallorosa e nel Misto serve a forzare la mano in una trattativa che fatica a trovare sbocchi. E così Andrea Crippa, vicesegretario del Carroccio, si è messo al telefono per sondare gli umori dei giallorosa e Salvini ha fatto filtrare che “ci sarebbero 70 grillini pronti a votarla”. Per tranquillizzare i 5 Stelle, i leghisti si affidano all’ottimismo e spiegano che, in caso Casellati fosse eletta al Quirinale, Draghi potrebbe pure pensare di restare a Palazzo Chigi.

Una ricostruzione azzardata anche solo perché la maggioranza che oggi sostiene il premier si sfascerebbe proprio nel voto sul Colle. Giuseppe Conte vuole andare da tutt’altra parte e ieri, pur non mettendo veti sulla persona, ha chiarito che di fronte a una conta in Aula non ci starebbe: “Casellati è la seconda carica dello Stato, come può essere strumentalizzata con una prova di forza? Sarebbe un cortocircuito istituzionale”. Parole in qualche modo rivolte anche a Enrico Letta, impegnato in tutt’altra partita e sospettoso delle manovre dei 5Stelle: “Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. Rappresenterebbe, in sintesi, il modo più diretto per far saltare tutto”.

Un tweet senza margini di manovra né di interpretazione, segno del nervosismo del segretario dem sull’argomento. Il clima suggerisce allora di tenere coperto un altro po’ il nome della presidente di Palazzo Madama, che d’altra parte ha il problema di verificare i numeri anche all’interno della sua coalizione. Non a caso negli ultimi giorni ha sentito Silvio Berlusconi e poi la senatrice azzurra Licia Ronzulli, attraverso la quale ha chiesto lealtà al partito nel caso Salvini proponesse davvero il blitz a Montecitorio. Il modo peggiore per far passare la Casellati come “candidato istituzionale”, definizione rispetto alla quale, vista la carriera politica dell’interessata, servirebbe comunque un atto di fede niente male.

Basti pensare che in questi giorni sono tornati virali alcuni video di una vecchia puntata di Otto e Mezzo del 2011 in cui la Casellati, rispondendo a Marco Travaglio, difendeva Berlusconi sul caso Ruby accodandosi alla bislacca teoria dello sventato caso diplomatico: “Quando Berlusconi ha incontrato Mubarak pare che sia venuto fuori da alcune testimonianze che proprio nell’incontro Mubarak aveva parlato di questa sua nipote, ed era un incontro ufficiale”, fu la versione della forzista. La stessa che nel 2013 marciò insieme ai colleghi di partito verso il Tribunale di Milano per protestare contro le inchieste del “perseguitato” Silvio. Chissà se nel frattempo ha cambiato idea.

E Letta si aggrappa al “nemico” Renzi per pressare Salvini

“È tutto completamente per aria e non per colpa nostra”. Con queste parole ieri sera Enrico Letta ha aperto la riunione dei Grandi elettori del Pd. Un’affermazione tanto onesta, quanto disarmante. Anche se poi in parte mitigata da una certezza: “Venerdì avremo un Presidente super partes”, dice. Mentre il tam tam del Nazareno parla in maniera sibillina di una “doppia soluzione istituzionale”.

Il segretario dem in nottata incontra Matteo Salvini e Giuseppe Conte. Ma una volta fallita la sua proposta del tavolo permanente tra i leader a “pane e acqua”, la scelta finale è in mano agli altri. Conte, che rischia di diventare un ex alleato, nonostante le parole sul “buon lavoro svolto insieme” ieri davanti all’Assemblea. E soprattutto Matteo Salvini. “Che fa Salvini?”, la domanda che rimbalzava nel Pd.

“Se non ci saranno novità entro domattina confermerò la scheda bianca”, ha chiarito Letta. È la linea perseguita fin dall’inizio: un nome condiviso, rifiutando la logica della contrapposizione, ma anche il tentativo di cercare una figura dei giallorossi. Per arrivare a una “figura istituzionale, autorevole, super partes” a metà giornata ha rivisto pure Matteo Renzi.

Anzi, ha festeggiato l’incontro parlando di un “rinnovato asse” con il suo storico nemico numero uno. Perché nell’elezione del presidente della Repubblica, il segretario del Pd si gioca buone porzioni della sua leadership. Che uscirebbe rafforzata dall’elezione di Mario Draghi, ammaccata dalla scelta di Pier Ferdinando Casini. Ma sarebbe stata travolta dall’elezione di un presidente di parte, come Maria Elisabetta Casellati. L’incontro con Renzi, per escludere quest’opzione, è stato fondamentale. Perché il leader di Iv, nella personalissima partita che sta portando avanti, non solo non poteva rischiare di arrivare a elezioni, elevando Queen Elizabeth al Colle. E nello stesso tempo, l’asse con il segretario dem è stato in questi ultimi due giorni anche un messaggio a Matteo Salvini: sulla strada del riavvicinamento a Giuseppe Conte non è disposto a seguirlo.

Nello stesso tempo, in questa settimana Letta ha coltivato più di un dubbio anche sulla trasparenza di Conte, che in più casi dalla prospettiva del Nazareno è sembrato giocare su più tavoli.

Fatto sta che Letta e Renzi hanno condiviso la scelta di dire un no netto alla Casellati. “Proporre la candidatura della seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione, contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale. Assurda e incomprensibile. rappresenterebbe in sintesi il modo più diretto per far saltare tutto”, commentavano dal Nazareno. E a sera ribadivano la soddisfazione per il pericolo sventato.

Un punto dal quale la trattativa di ieri è ripartita. Anche qui, bisogna seguire le mosse del leader di Iv per capire quelle del Pd.

“Se la maggioranza si convince di Draghi al Quirinale il governo lo fai in un minuto e mezzo, anche perché in tanti prima di andare a votare si tagliano un piede”, ha chiarito ieri mattina. Per poi dirlo ancora più esplicitamente: “Va benissimo Draghi, che sarebbe una garanzia per tutti, va benissimo Casini, ma quale che sia il nome facciamo in fretta”. Ha giocato per tutto il giorno sui due tavoli Renzi. Da una parte lavorando senza pause su Salvini per portarlo su Casini. Perché se fosse lui il nuovo capo dello Stato potrebbe di nuovo rivendicare il ruolo di king maker. Dall’altra, lasciandosi aperta la porta per andare su Draghi, nel caso l’operazione non andasse in porto.

Letta, viceversa, ha cercato di tenere il partito su Draghi, ma non ha chiuso su Casini. D’altronde, non lo aveva fatto neanche venerdì, durante il primo incontro con Renzi. Anche se per giorni ha espresso dubbi sulla permanenza di Draghi alla guida del governo in caso dell’elezione di “Pierferdi”. Ma il suo scetticismo è diventato sempre più minoritario nel partito, con Dario Franceschini e Andrea Orlando (sempre più contrari a Draghi) a ricordargli il loro peso in direzione. E Lorenzo Guerini pronto a portare i voti di Base Riformista su Casini, davanti al naufragio dell’operazione Draghi.

Conte, tutto per fermare Draghi. Di Maio ci prova, Grillo lo stoppa

Di fronte agli eletti del M5S che vorrebbero capire dove e come si andrà a finire, l’avvocato si mostra istituzionale, responsabile: “Non abbiamo detto di no a nessuno, ma dobbiamo assicurare massima stabilità al governo”. Però è proprio un altro no a Mario Draghi, il milionesimo, quello di Giuseppe Conte, scandito a tarda sera nell’assemblea del M5S. “Abbiamo perso parlamentari per entrare in questo esecutivo, ora non può cadere” insiste. Perché deve provare ad andare dritto, Conte. A non cedere, nonostante Luigi Di Maio pensi ancora di poter portare il premier al Colle. Conte invece vuole un punto di caduta senza vincitori e vinti. E per averlo è disposto anche a deglutire Pier Ferdinando Casini.

Non proprio popolarissimo nel M5S. “Altrimenti qui si finisce davvero su Draghi, e per noi sarebbe molto pesante” confessa un contiano di peso. Per questo dal M5S in serata corrono a smentire una nota contro Casini, attribuita a “fonti qualificate del Movimento”. Parole “prive di ogni fondamento”– dicono dal M5S – “noi dialoghiamo per una soluzione condivisa”.

È ancora guerra di veline, nella lunga notte per il Quirinale. Conte la prepara anche con un avviso ai naviganti dal Tg1, tramite la sua capogruppo in Senato, Mariolina Castellone: “Serve un presidente che rappresenti l’attuale maggioranza, altrimenti sarebbe a rischio il governo”. Conte conferma di essere pronto anche a uscire dalla maggioranza. A costo di lasciarsi dietro una parte del Movimento. Ma non se lo augura, un finale così. Anche se è freddo nei confronti del Pd di Enrico Letta, con cui si è creato un solco di sfiducia reciproca: “Lo sento come sento tutti i protagonisti. Ma noi non siamo il centrosinistra, piuttosto il fronte progressista”.

E anche se rimbrotta Matteo Salvini, da cui pure anela una sponda: “Il centrodestra eviti esibizioni muscolari”. Cioè una conta sulla presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati. Opzione che il M5S rifiuta. “Ma martedì notte su di lei Conte ha tentennato” dicono o sospettano fonti sia del M5S che del Pd. Lui, l’avvocato, nega: “Casellati è la seconda carica dello Stato, come può essere strumentalizzata?”. Di certo in mattinata c’è l’assalto del Carroccio agli eletti dei 5Stelle, per trovare voti per la loro candidata. Ma la caccia non pare decollare, mentre Conte si fa una chiacchierata al telefono con Beppe Grillo. E dai piani alti del Movimento celebrano “la piena sintonia fra il presidente e il Garante sulla linea del M5S sul Quirinale”. Non solo, giurano: prima Grillo sarebbe stato chiamato da Di Maio, che gli avrebbe chiesto invano di convergere sul premier. Nel pomeriggio, una telefonata dello stesso Garante a Enrico Mentana, in diretta su La7, trova il suo epilogo in un sms di Grillo, che al giornalista assicura il suo sostegno a Conte (“è vero”). L’avvocato invece registra i 125 voti per Sergio Mattarella nella terza chiama. Molti sono grillini, anche se la consegna era la scheda bianca. E nel M5S fanno i conti, si agitano: “È un segnale contro Conte”.

Qualche 5Stelle però allarga il campo: “I voti sono arrivati da più parti: i partiti devono capire che ci vuole Mattarella”. Ma ciò che conta sono le trattative incrociate che l’avvocato porta avanti dagli uffici del M5S a Montecitorio. Sul tavolo torna la direttrice del Dis, Elisabetta Belloni. Il muro dei dem nei suoi confronti pare scalfirsi (“Letta potrebbe starci”). A porre problemi sarebbe Salvini. E Conte arriva a chiederlo ai suoi: “Cosa avrà in testa?”. Però un’altra carta su cui puntare i grillini pensano di averla. È il magistrato Filippo Patroni Griffi, già sottosegretario a Palazzo Chigi con Letta, che sabato giurerà come nuovo giudice della Consulta. “Ma Salvini deve fare un nome super partes, il Pd lo voterebbe subito e potremmo chiudere” dicono un paio di graduati grillini. Alle 21:30 Conte comincia a parlare agli eletti riuniti in assemblea al Roma Scout Center. “Non vale la pena di soffermarsi su candidati di bandiera, nessuno ha i numeri”, teorizza. Quindi boccia, di nuovo, Casellati. E comunque “io sono un centravanti, ma se non arrivano palle buone…”. E chissà se è un altro modo per dire di sì a Casini.

Telefonate e promesse: Mario gufa e spera ancora

È stata un’altalena alla quale di certo non era abituato Mario Draghi, quella degli ultimi giorni. Non si aspettava di trovare un muro praticamente di quasi tutto il Parlamento sulla sua candidatura. Non pensava che la sua disponibilità – detta anche auto-candidatura – avrebbe provocato un’alzata di scudi tanto perentoria. Ma chi ci ha parlato ieri lo raccontava ancora in campo, ancora fermo sulla volontà di verificare la possibilità del suo trasloco al Quirinale. Inabissato per evitare di auto-bruciarsi, per non fare ulteriori passi falsi. Così, ha vissuto un’altra notte nell’incertezza e anche nel dubbio sulle mosse migliori da fare, sui segnali da mandare, già stamattina.

La giornata di lunedì, con il premier intento a tessere la sua candidatura al Quirinale con un tempismo del tutto distorto. Troppo tardi, rispetto a un lavoro che andava portato avanti per settimane, ma anche con una coincidenza del tutto inopportuna con l’apertura dell’urna quirinalizia.

Draghi, però, per tutta la giornata di ieri, pur mostrandosi fermissimo, praticamente congelato, all’esterno, ha continuato a parlare con tutti.

Le telefonate non vengono rese note da Palazzo Chigi, ma Draghi ha parlato ieri con tutti, dai leader dei partiti ai big di governo, partendo dai ministri a lui più vicini. Ha cercato di capire quale fosse la situazione, di offrire le garanzie sul governo richieste, almeno quelle possibili. Se lui dovesse andare al Quirinale, si dovrebbe fare un nuovo esecutivo. E questo darebbe a Matteo Salvini la possibilità di contare di più.

Il nome del premier resta un’incognita. Anche se dalle parti del premier continuano a spingere su Elisabetta Belloni. Ma in realtà, e a questo punto l’ex Bce lo sa benissimo, il problema non è più il governo ma l’ostilità sul suo nome.

Per questo, la nottata è lunga. A Palazzo Chigi osservano la giornata politica: la spaccatura tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini è un dato che potrebbe favorire l’elezione del premier. Così come la messa sul tavolo – anche se illusoria e fugace – del nome di Sabino Cassese come candidato di Matteo Salvini romperebbe l’asse di questo con Giuseppe Conte.

Quel che appare chiaro, mentre vanno avanti le ore, è che la candidatura di Draghi può tornare nel corso della giornata di oggi forte solo dopo una nottata fatta di divisioni e spaccature della politica. Per questo il premier guarda alla trattativa sul nome di Pier Ferdinando Casini. I due si sono parlati mercoledì. Una telefonata fatta filtrare dall’ex Dc, che si sente in partita come e più di Draghi. E che sa che uno dei problemi sul suo nome è proprio la possibile scelta del premier di non rimanere a Palazzo Chigi con lui al Quirinale. Ma intanto in una notte convulsa e senza certezze, Draghi sa che la trattativa è in mano ai leader di partito.

I 125 voti per Sergio Mattarella nella terza votazione sono un segnale: la scelta verso un nome super partes (pare con la regia dei dimaiani), può indicare anche la preferenza verso il premier, senza bruciarlo. Anche se ieri in Transatlantico si ipotizzava un ulteriore compito per Draghi: quello di andare lui, e tutti i leader di partito, dal Capo dello Stato a chiedere di rimanere. Un’ipotesi anche questa che potrebbe tornare in gioco rispetto al permanere del muro su Draghi. Uno dei motivi per cui Mattarella è stato fermissimo nel no dipende anche dal fatto che al Quirinale sono convinti della bontà della candidatura del premier. Potrebbe toccare proprio a Draghi chiedergli come capo del governo di restare.

Il centrista, Cassese o “mister X”: Salvini va a caccia del jolly

“La soluzione è vicina”. Alle 5 di un mercoledì pomeriggio che sembra scivolare lentamente verso l’ennesimo nulla di fatto, tutto cambia. Dopo giorni di melina, di rose finte (quella del centrodestra) e della pistola Casellati messa sul tavolo di Enrico Letta e Giuseppe Conte , Matteo Salvini vuole chiudere entro poche ore. Se non già oggi, quarto scrutinio che richiederà un quorum di 505 voti, almeno domani. E per questo prima fa sapere che “si può chiudere”, poi sente al telefono Silvio Berlusconi e convoca urgentemente governatori e dirigenti di partito e poi i grandi elettori della Lega. Ci arriva dopo una raffica di telefonate con gli altri leader di maggioranza e annuncia che si vedranno durante la notte per chiudere l’accordo. Il rebus è il nome perché nella Lega si parla ancora di un “mister X” che non è ancora uscito.

Ma un indizio Salvini lo dà arrivando alla riunione con i grandi elettori del Carroccio: “Draghi e Casini? Non mi piace escludere nessuno”, spiega aggiungendo però che il premier è “prezioso nel suo ruolo di regista e collante della coalizione di governo e senza di lui avrebbe qualche difficoltà di linea di direzione”. Insomma, una (quasi) chiusura a Draghi ma non a Casini. Perché sul senatore centrista Salvini potrebbe convergere per chiudere l’accordo: nella tarda serata a confermarlo sono due fonti di primo piano del Carroccio. Tant’è che proprio di Casini parleranno i tre leader del centrodestra, convocati per questa mattina alle 8.30, a ridosso della quarta votazione. Il senatore eletto come indipendente nel Pd è sostenuto fortemente da Matteo Renzi, ma nel centrodestra piace anche a pezzi di Forza Italia: nel partito azzurro qualcuno lo ha già votato ieri nella terza chiama, tant’è che Casini è arrivato a 52 voti. E ieri Silvio Berlusconi ha concordato con Tajani, Ronzulli e Dell’Utri che questa mattina, alla riunione del centrodestra, Forza Italia porterà la candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati, ma che non avrebbe nessun problema a convergere su Casini. Da parte di Berlusconi, invece, resta forte il veto su Draghi e soprattutto su Paola Severino, giurista che dette il nome alla legge che portò alla sua decadenza dal Senato. Ma sulla strada di Casini resta da superare l’ostacolo di Fratelli d’Italia che farebbe molta fatica a votarlo: “In politica non si esclude niente – dice un esponente meloniano – ma in questo caso quasi. Sarebbe bizzarro”. La coalizione rischia di spaccarsi come è successo ieri su Crosetto: Meloni ieri ha chiesto a Salvini di contarsi già oggi su uno dei tre nomi già indicati dal centrodestra. Il leader della Lega invece vuole evitare.

L’altra ipotesi sul tavolo è quella di Sabino Cassese, oggetto di un misterioso incontro con Salvini ieri pomeriggio nella sua casa ai Parioli. La notizia, rivelata dal Foglio, è stata smentita da via Bellerio: “Nessun incontro”. Ma poi, davanti alle telecamere, il leader della Lega più timidamente dice che “non so nemmeno dove sta di casa”. Cassese – che ha più volte criticato il leghista – è un’ipotesi che però potrebbe celare un altro nome della società civile. Si fa il nome di Severino (che però non piace a FI) e pure di Elisabetta Belloni. Senza escludere del tutto l’ipotesi Draghi su cui scommette ancora Giancarlo Giorgetti (“andrà tutto bene”) e i governatori Luca Zaia e Massimiliano Fedriga che si sono riuniti ieri sera. Una ridda impazzita di voci che nella notte potrebbe tradursi in una soluzione. “Tenetevi pronti anche alle tre del mattino” dice Salvini ai grandi elettori. Vuole chiudere, il leghista, e il prima possibile.

Colle, la carica dei 505. Il quorum oggi scende, il nome ancora non c’è

Ne bastano 505, la metà più uno dei grandi elettori che stamattina tornano a riunirsi per la quarta chiama. È il giorno in cui l’asticella del quorum si abbassa, e con lei le aspettative di un migliaio di parlamentari che sono andati a dormire senza sapere cosa fare. “Quindi ancora bianca?”, “Che facciamo, andiamo al buio?”, “Quando ci dicono come muoverci?”. Nel cortile di Montecitorio, ieri sera, le pattuglie di deputati e senatori semplici erano alla disperata ricerca di un faro – o anche solo di un lumicino – per capire come presentarsi all’appuntamento di oggi alle 11 senza rischiare passi falsi.

I leader li hanno accontentati: assemblee, plenarie, riunioni fiume. Dalla Lega al Pd, passando per LeU e i 5Stelle: ognuno ha avuto il suo sfogatoio, anche se ovviamente i giochi si fanno altrove.

Sarà una lunga notte e nessuno può dire con certezza come sarà apparecchiata la tavola quando questo giornale sarà in edicola. Di certo c’è che ieri, nell’ultima votazione in cui era necessaria la maggioranza dei due terzi dell’emiciclo, i segnali sono partiti e qualcuno è arrivato più forte di altri.

Il primo, tanto prevedibile quanto rumoroso, è quello indirizzato a Sergio Mattarella. È il più votato di ieri: 125 voti, il triplo di quelli che aveva preso martedì. Che sarebbe “cresciuto” se lo aspettavano tutti: a sceglierlo sarebbero stati pezzi di Cinque Stelle, il gruppo di LeU, alcuni Pd, parte dei “totiani”. Ma fa rumore anche il boom di preferenze per Guido Crosetto, il candidato di bandiera scelto da Giorgia Meloni per dare un segnale (leggi avvertimento) al centrodestra: sulla carta avrebbe dovuto raccogliere 63 sì, ne porta a casa 114. Da dove arrivano? Leghisti che vogliono la linea dura, democratici che provano a mettere in difficoltà Salvini: è il bello del voto segreto, dove ognuno può tentare analisi che non troveranno mai riscontro.

Vale lo stesso per i consensi in aumento per Paolo Maddalena, candidato dagli ex M5S di Alternativa c’è, o per quelli (52) tributati a Pier Ferdinando Casini, che è il nome di Matteo Renzi, ma pure il democristiano che può mettere d’accordo tutti, lo stesso su cui – raccontano – ieri ha puntato Dario Franceschini, per far capire al “protettore” di Draghi, ovvero Enrico Letta, che la partita del premier è bella che finita. “Ma Draghi non è morto”, ripetevano tutti ieri, quasi per ricordarsi che devono stare attenti a fare troppi calcoli, che l’ipotetico disastro delle mediazioni potrebbe ancora costringerli a rivolgersi a lui. Lui che – a dirlo alle telecamere del fattoquotidiano.it è Giancarlo Giorgetti, il più draghiano dei leghisti – “se nessun lo vuole votare, mi pare difficile che diventi presidente”. Eppure aleggia un monito, che per alcuni porta ancora dritti a Draghi e che recita così: “L’unico modo per salvare la legislatura è procedere in maniera ordinata”. Ovvero, innanzitutto evitare scossoni nella maggioranza. Quelli, per esempio, che avrebbe provocato la messa ai voti di Maria Elisabetta Alberti Casellati: la candidatura, tutta di centrodestra, della presidente del Senato che fino a ieri è stata la pistola piazzata sul tavolo delle trattative.

Ma “procedere in maniera ordinata” significa anche trovare il nome meno indigesto per Mario Draghi, per dargli l’idea di cedere il passo a una figura che possa reputare “alla sua altezza” (da qui, ragionano, la consulenza .

Ed è qui il vero ostacolo per Casini, le cui quotazioni ieri sera tutti davano in ascesa: digerirebbe, Mario Draghi, un veterano della politica che nel curriculum ha “solo” la presidenza della Camera? Ma d’altro canto dove lo trovano un altro che è stato di tutti e che adesso non è di nessuno? (ah no, è di Renzi, sic). A questo serve il “conclave” che ancora i leader non sono riusciti a riunire. Letta lo immaginava a “pane e acqua”. Forse, vista la notte che li aspetta, servirà almeno qualche caffè.

Madama la Marchesa

Contrariamente a quanto potrebbe desumersi da nostri precedenti articoli, noi siamo assolutamente favorevoli alla candidatura di Maria Elisabetta Casellati Alberti, e non solo per gli altissimi meriti menzionati ieri dal Corriere con un eccesso di minimalismo: “Il papà partigiano, il figlio direttore d’orchestra, la sintonia con Ghedini”. Fosse soltanto questo. Principessa del foro di scuola Ruby (marocchina) nipote di Mubarak (egiziano). Statista super partes presente alla gazzarra dei parlamentari forzisti al Tribunale di Milano che osava processare il capo, poi apparsa in aula di nero vestita quando quello fu condannato ed espulso dal Senato in segno di “lutto per la democrazia” contro il “plotone di esecuzione”. Donna delle istituzioni fin dai tempi del Csm e delle nomine targate Palamara & C. Presidente del Senato imparziale, molto critica su Conte che faceva Dpcm fuori dal Parlamento e molto distratta su Draghi che lo calpesta coi decreti. Pluridecorata con vitalizio extralarge che ingloba anche il periodo del Csm in barba ai regolamenti parlamentari e, per par condicio, fautrice della restituzione degli assegni a senatori ed ex senatori, pregiudicati e non. Cultrice di ogni mezzo di trasporto purché blu, dall’auto (memorabile lo speronamento del corteo di Mattarella) all’aereo (124 voli di Stato in 11 mesi, anche in Sardegna ad agosto, “per evitare il Covid”).

Madre esemplare che, nelle cause ai giornalisti rei di narrare le sue gesta, si autoritrae “notissimo avvocato matrimonialista che ha sempre condotto grandi battaglie a tutela delle donne e dei minori e in generale a sostegno della famiglia”, soprattutto la sua. Nel 2005, sottosegretaria alla Salute, assunse la figlia Ludovica come capo-segreteria, essendo la ragazza dedita “per ragioni familiari al cicloturismo” e “punto di riferimento per il mondo a due ruote nota nel web come Ladybici”. Quanto al figlio Alvise, “violinista, manager e direttore d’orchestra”, è “considerato uno dei talenti emergenti degli ultimi anni”, almeno da mammà, che ne segue i concerti in giro per il mondo, anche in Colombia e Azerbaijan, dove ha la fortuna di avere sempre missioni istituzionali simultanee. Purtroppo il tour s’interruppe a causa del Fatto, che svelandolo la “colpì nei suoi affetti più cari”, la “turbò”, la “avvilì” e la indusse “a rinunziare spiacevolmente e ingiustamente alla propria presenza ai concerti”. Povera stella. Poi la sua amica Ada Urbani, consigliera del Festival dei Due Mondi, ingaggiò Alvise (per dirigere il coro di S. Cecilia) e Ludovica (testimonial della Spoleto Norcia Mtb) riunendo la sacra famiglia in quel di Spoleto. Quindi poche balle: eleggetela subito presidente dell’Associazione Marchese Onofrio del Grillo.

SuperBerrettini: ora semifinale con Nadal per fare un’altra storia

Dopo una sfida durata quasi quattro ore, Matteo Berrettini batte Gael Monfils e si qualifica alle semifinali degli Australian Open, che giocherà contro lo spagnolo Rafael Nadal venerdì, durante la mattinata italiana. Sconfiggendo il giocatore francese in cinque set (6-4, 6-4, 3-6, 3-6 e 6-2), Berrettini raggiunge la sua terza semifinale in carriera in un Grande Slam, e diventa il primo italiano a farlo nella storia del torneo australiano. In un completo nero, il gigante italiano (95 chili di muscoli distribuiti in un corpo lungo quasi 2 metri) ha vinto il primo set fra qualche difficoltà, con Monfils che in più di un’occasione ha dimostrato di riuscire a contenere i suoi affondi. Il secondo parziale inizia con un Berrettini molto più aggressivo: Monfils tiene botta, ma non basta. Sul finire del set si avverte qualche avvisaglia di un possibile crollo da parte dell’italiano, che poi avviene nel terzo e nel quarto parziale; Berrettini sembra ormai aver finito le energie, ma è dopo una pausa negli spogliatoi che l’italiano ritrova le forze, battendo nel quinto set un Monfils ormai sfinito. “Ho dato davvero tutto quello che avevo, ho colpito più forte che potevo, ho chiesto al mio corpo uno sforzo supplementare – ha commentato a caldo l’atleta di origine romana – e sono felicissimo di avercela fatta”. A dividere Berrettini dalla finale c’è solo Nadal, che ha già sconfitto l’italiano durante la semifinale degli Us Open del 2019. “Mi aspetta una grande battaglia con Nadal – ha aggiunto Berrettini –. Entrambi siamo andati al quinto set e dobbiamo recuperare”. Qualche ora prima, lo spagnolo ha infatti battuto il canadese Denis Shapovalov in una sfida durata 4 ore e 8 minuti, e in condizioni fisiche precarie, fra mal di stomaco e vesciche alle mani. “Non so nemmeno io come ho fatto – ha detto il campione iberico – sono completamente distrutto. Faceva molto caldo, non ero preparato a una situazione del genere”. Dopo essere partito fortissimo, chiudendo il primo set con nessuna palla break concessa, Nadal ha subìto un calo nel terzo parziale, allungando la sfida fino all’ultimo sofferto set vinto per 6-3. “Nadal riceve sempre un trattamento di favore rispetto agli altri” ha detto polemico Shapovalov a fine partita, riferendosi ai medical time out concessi dagli arbitri allo spagnolo che però ora, a 35 anni, ha tutta l’intenzione di sconfiggere Berrettini in semifinale: in caso di vittoria agli Australian Open, Nadal stabilirebbe il record di Slam vinti, 21. Lo spagnolo è quinto nella classifica Atp, con Berrettini due posizioni sotto. Intanto oggi l’altro italiano in competizione, Jannik Sinner, sfiderà il greco Stefanos Tsitsipas nel penultimo quarto di finale rimanente.

Dalla Brigata fino a Israele: in viaggio verso il “sogno”

Una memoria del passato deformata dalle nostre preoccupazioni odierne può giocare brutti scherzi. Gli storici fanno bene a ricordarcelo. Eppure il bisogno di recuperare insegnamenti dalle vicende toccate in sorte a chi ci ha preceduto resta (per fortuna!) forte e diffuso, alla faccia di chi ci vorrebbe tutti smemorati.

Un’esperienza istruttiva che vi propongo, a tal proposito, è incrociare la lettura di due libri “limitrofi” usciti in questi giorni. Il primo è di una ricercatrice inglese, Rosie Whitehouse, che a bordo della sua vecchia automobile ha girato mezza Europa – dall’Ucraina alla Lituania, alla Polonia, per poi scendere in Germania e in Italia – recuperando le storie dei 1300 sopravvissuti alla Shoah che una notte del giugno 1946 si radunarono sulla spiaggia di Vado Ligure e s’imbarcarono su una carretta del mare, la “Josiah Wedgwood” con cui forzarono il blocco navale operato dalla Marina britannica e approdarono infine a Haifa. Si intitola La spiaggia della speranza, lo pubblica Corbaccio, e come avrete capito si tratta di un racconto appassionante che, di scoperta in scoperta, porterà Whitehouse a chiudere il cerchio in Israele e negli Usa.

Leggendo, mi è venuto di pensare: chissà quali orribili insinuazioni sul “traffico di esseri umani” e “da dove arrivano i soldi” e “chi si nasconde fra quei clandestini” pioverebbero addosso oggigiorno sui generosi organizzatori di quel soccorso ai profughi.

Il secondo libro, in uscita da Einaudi, è di Gianluca Fantoni, docente alla Nottingham Trent University, e si intitola Storia della Brigata ebraica. Ha a che fare anch’esso con il viaggio della nave Wedgwood, perché tra i suoi artefici vi furono degli ufficiali della Jewish Brigade che aveva soggiornato in Italia dal novembre 1944 al luglio 1945, partecipando ad alcuni combattimenti in Romagna ad aprile, negli ultimi giorni di guerra. Prima di venire sciolta nell’estate del 1946, la Brigata operò pure in Germania, sottoposta a sorveglianza speciale per limitare la tentazione di vendicarsi sui reduci delle SS che, comprensibilmente, quei militari ebrei non disdegnavano.

Alcuni ufficiali della Brigata, su incarico dei dirigenti sionisti, si erano fermati in Italia per svolgervi una missione segreta della massima importanza: organizzare l’immigrazione clandestina di circa settantamila profughi ebrei qui accampati, infrangendo il blocco della Royal Navy.

In questo caso lo storico non si è limitato a fornire la ricostruzione degli avvenimenti, ma ha dovuto trattare anche la loro trasfigurazione mitica e le polemiche che tuttora ne scaturiscono. L’indubbia carica simbolica di quel nucleo di volontari ebrei sionisti provenienti dal non ancora nato Stato d’Israele (circa 4 mila, originari di 54 paesi) in tempi recenti è stata enfatizzata trasformandola in oggetto di contrapposizioni di piazza a ogni 25 aprile.

Il libro di Fantoni giunge provvidenziale a restituire le giuste proporzioni a quella vicenda. Senza nulla togliere all’eroismo dei combattenti della Brigata ebraica (i morti furono 54) e al significato di quelle bandiere con la stella di Davide nell’ambito del Quinto corpo d’armata alleato (di cui facevano parte indiani, canadesi, neozelandesi, irlandesi, polacchi e anche la Divisione Cremona del ricostituito regio esercito italiano), non fu certo quello l’apporto più rilevante dell’ebraismo né alla Resistenza partigiana, né più in generale al fronte militare antifascista.

La ricerca di legittimazione trasferita dal conflitto arabo-israeliano alla vicenda italiana ha dato luogo alla forzatura di una esperienza suggestiva, ma temporalmente e numericamente circoscritta.

Meglio allora immergerci al seguito di Rosie Whitehouse nell’incontro con i suoi straordinari personaggi impegnati nella missione Wedgwood: l’agente segreto Yehuda Arazi detto Alòn, la coraggiosa Ada Ascarelli Sereni, il giornalista americano I. F. Stone, il rabbino Abraham Klausner soprannominato “Mosè” dei sopravvissuti.

Ma anche, perché no, il vecchio pescatore ligure Domenico Farro che non ha mai dimenticato l’imbarco notturno dei derelitti.

Da loro abbiamo tanto da imparare.