“Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti”. “Veni, creátor Spíritus, mentes tuòrum vísita”. Prima di entrare in conclave per scegliere il papa, i cardinali elettori invocano la colomba dello Spirito Santo. Ma nel luna park di Montecitorio, incline più alle montagne russe che alla meditazione orante, colombe nel cielo sopra il cortile non se ne vedono.
Enrico Letta ha detto che è l’ora di chiudersi tutti a chiave, a pane e acqua, e decidere finalmente il tredicesimo presidente della Repubblica. Bruno Tabacchi che è cattolico di rito draghiano dondola la testa afflitto e con le mani in grembo sentenzia: “Lo Spirito Santo è in sonno”. È quasi mezzogiorno e attorno a lui saettano come spiriti maligni solo due nomi. Quello di Queen Elizabeth al secolo Maria Elisabetta Alberti Casellati, aspirante Papessa in questo conclave al buio. E quello di Pier Ferdinando Casini, cattolico senza partito dopo averne cambiati cento e cardinale papabile.
Gianfranco Rotondi, credente cristiano e berlusconiano, fa annotare al cronista: “In realtà anche io sono senza partito”.
Forse lo Spirito si è tenuto lontano da lei. “Lasciamo stare lo Spirito”.
Casini come un cardinale di Curia mondano e aduso all’intrigo di marca democristiana (ma non gesuita) ha capito che sono le ore decisive e va in pellegrinaggio da Umberto Bossi, accomodato su una sedia a rotelle. Casini e Bossi, due leader della vecchia Casa delle libertà. Forse qualche pensiero vola all’amico Silvio. “Ah se ci fosse lui, altro che Salvini”, si sente ripetere dalle parti di Forza Italia e non solo.
E invece, a detta di un azzurro informatissimo, Berlusconi è rinchiuso da quattro giorni in una camera del San Raffaele senza telefonino. Irraggiungibile. “Una misura protettiva ma anche escludente, come ai tempi di Stalin”. La solita accusa contro il cerchio magico filoleghista, Licia Ronzulli in testa. Eppure l’inossidabile Clemente – Mastella of course – va dicendo in giro che “Casini ha la benedizione di Silvio”. Lo stesso Mastella che il paragone con il conclave lo ha fatto già da tempo, insinuando il sospetto che per far passare lo Spirito Santo bisognerà scoperchiare il tetto di Montecitorio, come accadde a Viterbo sette secoli e mezzo fa. Ma per Graziano Delrio, ex ministro del Pd, basterebbe un po’ di umiltà francescana: “L’umiltà sarebbe la virtù giusta in questo momento, farebbe sedere tutti allo stesso tavolo”.
Contro il cattolico Casini, fariseo come tutti i democristiani, in questa terza giornata di votazioni c’è la cattolica clericale Casellati. Queen Elizabeth, presidente del Senato, si dimena in modo esagerato per diventare la Papessa della Repubblica. In Transatlantico, seduto su una poltrona un elegante totiano, cioè deputato di una costola consistente di fuoriusciti berlusconiani, giura sulla testa dei suoi familiari che non la voterà: “È una donna arrogante, che non ha fatto altro che ostentare i privilegi della sua carica”.
Poco più in là un forzista tendenza Carfagna, e quindi draghiano, rinforza l’astio verso l’aspirante Papessa: “Salvini ce la vuole imporre e far votare perché punta allo sfascio: far cadere il governo e andare subito al voto anticipato”. Ma con il passare delle ore le quotazioni di Casellati calano. E la conferma sono i grandi elettori che entrano nei catafalchi del seggio in aula e stavolta sostano più del dovuto. Niente scheda bianca. Nomi come segnali e tanti voti. Il camerata liberale Guido Crosetto e il cardinale papabile Casini. Atti di ostilità più o meno manifesta contro la presidente del Senato e contro lo stallo salviniano.
Alla fine il più votato, con 125 preferenze, è Sergio Mattarella, cattolico adulto della sinistra dc e destinato dalla prossima settimana a essere presidente emerito della Repubblica. Molti grillini e democratici lo vorrebbero ancora papa regnante. E quando è sera in un gruppetto centrista del Pd il vuoto delle imminenti tenebre viene esorcizzato con una speranza: “Domani mattina ci sveglieremo e dovremo scegliere tra Draghi e Mattarella”. E Casini? “Chi se lo intesta il candidato di Renzi?”, la risposta.
Non resta che vegliare, allora, e digiunare. Pane e acqua al massimo. Ma non tutti i peone vogliono rinunciare al pranzo e alla cena. Un big di destra corre al ristorante e liquida la questione così: “Il conclave deve ancora iniziare”. Alle quattordici, Montecitorio è quasi un deserto. Mangiare, mangiare, mangiare. Un grillino a caso: si chiama Daniele Del Grosso. “Pane e acqua? Io vado a casa, mangio e torno, voglio vedere loro, i leader a pane e acqua”. La terza votazione finisce che è pomeriggio. La veglia è lunga e non si scorgono le vergini evangeliche che devono vigilare in attesa dello sposo. Però, il conclave vero forse inizia sul serio.