Un santone chiamato Christian

Periferia romana, allo scagnozzo del boss vengono le stimmate: non può più menare, ma forse può fare miracoli. Venerdì su Sky Atlantic arriva la serie supernatural-crime Christian, diretta da Stefano Lodovichi, anche showrunner, e Roberto Saku Cinardi. Nel cast Silvia D’Amico, Lina Sastri, Giordano De Plano e Antonio Bannò, il protagonista è Edoardo Pesce, sulle cui tracce si metterà il postulatore del Vaticano, Claudio Santamaria.

Pesce, chi è Christian?

Un tipo molto semplice, non anela, non brama il potere, non è avido. Gli capita questo dono, e “che ci faccio?”. Ho messo caratteristiche personali, l’ironia e il cazzeggio, in questo ragazzone non cattivo, che considera il massimo della felicità che la mamma stia bene. Ha una semplicità positiva, del resto, diffido dei messia, mi sembra dividano sempre.

Anche lei si trova bene in periferia?

Sì, ma neanche troppo. Mamma era della Casilina, Tor Bella vecchia, non i palazzoni: ho avuto un’infanzia felice. Papà stava in Prati, avevo la residenza là, così ho potuto fare il Mamiani.

È credente?

In cosa?

Dio.

È una narrazione, voi giornalisti ve ne intendete. No, a quello col triangolo e la barba no, credo piuttosto che ci sia una parte umana – quella più profonda – di religiosità, un momento di pace, di trascendenza.

E Gesù?

Un supereroe. Spero che Adinolfi si offenda, così ci fa pubblicità a gratis.

Dei miracoli di Cristo quale preferisce?

Non è che siano così serviti, eh. Poi basta che uno paghi il vino a cena e abbiamo fatto la stessa cosa… Preferisco quando Cristo ha tolto i dogmi, ha alleviato le condizioni. Oggi bisognerebbe levare le opinioni a tutti e privilegiare l’ascolto.

Lei che miracolo farebbe?

Lo scudetto della Roma, ma sembra banale. Non saprei… eliminare la fame nel mondo?

Un picchiatore con le stimmate non può lavorare, l’impedimento per un attore?

La parte del cervello dietro l’ipotalamo, quella dei ricordi e della creatività.

Le sue, di stimmate?

La mia sensibilità. Da una parte è un dono, dall’altro un handicap: quando capiti in situazioni, in contesti più cinici diventa un difetto.

Il cinema italiano è cinico?

Forse agli inizi, devi lottare, ma tocca anche agli avvocati. Devi rompere il muro del suono, se arrivi dall’altra parte trovi belle persone.

E anche dei bei film?

Io ho una recitazione naturalistica, neorealista, anche in opere omologate ed edulcorate provo a portare un po’ di verità.

Dogman di Matteo Garrone era già attrezzato.

Matteo è un autore, un artista, prima di tutto un pittore. Mi fa venire in mente Antonin Artaud e il teatro della crudeltà, o Carmelo Bene. Artaud voleva uscissimo dal teatro con un malessere, Garrone lo fa col cinema.

Per quel ruolo ha preso un David di Donatello quale migliore attore non protagonista e un Nastro quale migliore protagonista: chi ha ragione?

Il Nastro voleva essere anche un omaggio… Comunque io mi sono portato a casa il David di Spoletini (Marco, il montatore, ndr), per dire quanta importanza diamo ai premi.

Christian è un povero Cristo pasoliniano?

Direi Accattone, ha un taglio neorealistico. È quello che serve a far agganciare lo spettatore, se la serie inizia con te che accompagni tua madre a casa il pubblico si immedesima, e se riesce il gioco, se lo fai entrare nel tuo mondo, poi puoi dirgli qualsiasi cosa, le stimmate, tutto. Parliamoci chiaro, sempre intrattenimento è, non salviamo vite. Però il pubblico…

Il pubblico?

Mi interessa, mi interessa davvero. Stavo tornando dai Castelli, mi fermo a far benzina e prendere le sigarette sulla Roma-Napoli, al bancone mi guardano: “Stamo a’ aspettà Christian, eh!”. C’è attesa, e spero di non deluderla. Non è una serie tanto lecchina, non è algoritmica. Ovvio, se vedi Landscapers, butti gli scarpini dalla finestra.

Non ha un ufficio stampa, perché?

Perché i vestiti me li compro da solo.

Ha modelli nel nostro cinema?

Mi piacciono tutti, De Filippo, Mastroianni, Volonté, Manfredi, Sordi, Castellitto. E Servillo, sono innamorato de L’uomo in più: come diceva una mia amica napoletana, quando taglia il pesce alla fine e ride sembro io a vent’anni. Non a caso Toni è uguale a mio padre. E poi Elio, Germano, perché voglio vedere il lavoro, uno che faccia il lavoro.

Un film che tornando indietro non rifarebbe?

Quanto c’ha de tempo? (Ride) È da poco che posso scegliere, che le debbo dire. Mi piace lavorare, non mi son mai detto “devo fare l’attore, devo diventare famoso”, non sono uno di questi avvelenati. Il teatro mi innamorava proprio, esprimermi con il mio corpo, la mia immaginazione.

Ricordi?

Le serate off al Teatro dell’Orologio con Claudio Carafoli. Una sera c’erano quattro persone, l’altra settanta, ma la pizza dopo lo spettacolo non aveva prezzo. Non lo ha.

 

Femminicidi, la piaga e la cerbottana

L’inaugurazione dell’Anno giudiziario ha evidenziato che su 295 omicidi commessi in Italia 118 vittime sono donne (102 assassinate in ambito familiare, 70 a opera del partner). Un problema angosciante. Eppure, il delitto di femminicidio – a stretto rigore formale di lettera della legge – nel nostro ordinamento non esiste!

L’articolo 575 del codice penale punisce, per omicidio doloso, chiunque cagiona volontariamente la morte di un uomo; il successivo articolo 589 punisce, per omicidio colposo, chi provoca (per imprudenza o condotte assimilate) la morte di una persona. La sequenza e la diversità dei termini non sembrerebbero lasciar dubbi: eppure può qualcuno seriamente pensare che non costituisca reato l’omicidio volontario di una donna? Consegniamo il paradosso a chi predica che “la legge si applica, non si interpreta” e sostiene che il giudice deve essere soltanto “bocca della legge”. E ritorniamo alla realtà concreta, che significa acquisire sempre più consapevolezza in ordine a gravità, dimensioni e conseguenze nefaste della violenza contro le donne.

Il Consiglio d’Europa stima che le donne vittime, almeno una volta nella loro vita, di violenze fisiche o sessuali a opera di un uomo sono tra il 20 e il 25%. La forma di violenza più diffusa è quella domestica: in Europa l’hanno subita tra il 12 e il 15% delle donne dopo 16 anni di età.

Per la collettività il prezzo sociale della violenza subita dalle donne ha un costo sociale elevato (cure mediche; spese di polizia e giustizia; costi per alloggi e sostegno). Con una ricaduta sul bilancio di ciascuno Stato e sulla sua competitività economica di 34 miliardi di euro annui (ancora il Consiglio d’Europa). È quindi evidente che la spesa sociale per prevenire e contrastare la violenza deve essere considerata un investimento, non un onere passivo. Con un corollario e un postulato. Il corollario è che avere per le vittime rispetto, solidarietà e sostegno non è solo un dovere; è anche un vantaggio sociale ed economico per tutti. Il postulato è che inefficacia e disfunzioni del sistema nutrono l’illegalità e finiscono per creare di fatto una specie di “criminal welfare”: nel senso che l’autore del crimine spesso viene “condonato” e le conseguenze del delitto sono pagate dalla collettività con aggravio della spesa pubblica.

Disfunzioni e inefficienze sono purtroppo tante. Nei processi per violenza di genere la donna rischia di più anche quando ha ragione. Spesso è l’unico testimone e il difensore dell’imputato può puntare a screditarla per ottenere l’assoluzione. Se questa arriva, la donna subisce una “vittimazione” secondaria: esce dal processo con l’umiliazione di non essere stata neppure creduta, oltre che non tutelata. E poi il nostro è un sistema garantista incentrato sull’imputato mentre la vittima è trascurata. Il che obiettivamente può facilitare la sottovalutazione degli indici rivelatori del reato e del pericolo di reiterazione di atti violenti. Tanto più che nel nostro ordinamento l’imputato ha facoltà di non rispondere, ma se risponde può mentire impunemente (negli Usa invece commette il reato di oltraggio alla Corte).

Quanto al piano investigativo-giudiziario la cosa più importante è la sensibilizzazione/specializzazione degli operatori. Utilissime le sezioni specializzate in fasce deboli e reati di genere, ma sono possibili solo nelle procure medio grandi. Sarebbe opportuno pensare a un pool con competenza distrettuale (come per mafia e terrorismo). Merita di essere studiata la Ley orgánica 1/2004 con cui la Spagna ha istituito tribunali specializzati e previsto per la vittima non abbiente il diritto a un sussidio di disoccupazione oltre che alla difesa gratuita.

La specializzazione è di certo decisiva, ma da sola non basta. Le occorrono gambe su cui camminare, cioè leggi mirate sulla specificità del fenomeno. Falcone, il massimo dei massimi tra gli specialisti di mafia, diceva che senza il 416 bis (reato associativo) pretendere di sconfiggere la mafia era come illudersi di poter fermare un carrarmato con una cerbottana. Per i reati di genere un salto di qualità tipo 416 bis si è avuto con il “Codice rosso” (legge 69/2019). Oltre a misure preventive – per evitare di intervenire solo dopo… le pompe funebri – la legge si propone di assicurare prontezza di risposta. La Pg deve riferire immediatamente al Pm anche oralmente; il Pm entro tre giorni dall’iscrizione deve assumere informazioni dalla persona offesa o dal denunziante; la Pg deve procedere senza ritardo alle indagini delegate dal Pm. In sostanza si è introdotta una sorta di “triage” come al pronto soccorso, dando la precedenza non a chi arriva per primo, ma a chi ha più bisogno.

Altre cose si dovrebbero ancora fare: in particolare rendere obbligatorie e non discrezionali le procedure di allontanamento dei violenti; assicurare tempestività ed effettività dei meccanismi riparatori e risarcitori (anche mediante fondi di garanzia); subordinare la concessione di benefici all’imputato al superamento della messa alla prova.

Più in generale, potrebbero essere molto utili un aumento mirato del bilancio giustizia (con i fondi del Pnrr) e la costituzione di un Osservatorio che monitori con costante aggiornamento cause e modalità della violenza promuovendo i cambiamenti necessari. Ad esempio per il problema sempre più urgente delle violenze sessuali commesse da gruppi di maschi contro le donne, frutto anche di una specie perversa di Dad (didattica a distanza), svolta dai siti che propagandano le gang bang (pratiche rappresentate come nulla di cui spaventarsi: sono solo orge…). Siti che istigano alla violenza sulle donne e alla commissione di stupri di massa, manipolando centinaia di migliaia di ragazzi e lucrando sulla instillazione dell’odio. Al punto che alla polizia postale si dovrebbero dare direttive cogenti per oscurare queste “Dad” criminali, studiando nel contempo la praticabilità di azioni civili per i danni causati.

Merita infine di essere conosciuta la “Palestra dei diritti” di Torino, avviata dal Comune (giunta Fassino) su input di un magistrato, Fulvio Rossi, all’epoca in servizio presso la Procura generale, che da parecchi anni funziona nei locali del Palagiustizia e ha già coinvolto oltre tremila donne. Si simulano aggressioni emerse dai processi penali, studiando con atleti delle forze dell’ordine le risposte più adeguate. Si distribuiscono gratuitamente alle allieve testi su legittima difesa, stalking, mobbing e violenza sessuale. La formula “Non più indifesa ma in difesa” esprime icasticamente gli scopi dell’iniziativa. Una sua diffusione, che coinvolga anche associazioni non profit, Ordine degli avvocati e magistrati, potrebbe dare alla cittadinanza più consapevolezza dei propri diritti.

 

Corruzione, l’Italia migliora: è al 42° posto

Tre punti e dieci posizioni in più per l’Italia nella classifica dei 180 Paesi oggetto dell’analisi di Transparency International, che ha pubblicato l’edizione 2021 dell’Indice di Percezione della Corruzione. La nuova classifica posiziona l’Italia al 42esimo posto, con un punteggio di 56 su 100. Ma sul fronte anticorruzione e trasparenza rimangono alcuni temi in sospeso. “Tra le questioni più rilevanti – sostiene il direttore di Transparency International Italia, Giovanni Colombo – vi è il ritardo nella trasposizione della Direttiva europea sul tema del whistleblowing. Ci auguriamo che il processo legislativo per la regolamentazione del lobbying sia portato a termine”.

“I gioielli ai Savoia? Meritano i pomodori”

Il principe Vittorio Emanuele di Savoia e le principesse Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, eredi di Umberto II, rivogliono i gioielli della Corona custoditi in Banca d’Italia dal giugno 1946. E per ottenerne la restituzione, ha fatto sapere l’avvocato Sergio Orlandi, nei prossimi giorni citeranno in giudizio la Presidenza del Consiglio, il ministero dell’Economia e la Banca d’Italia. ”Gli eredi Savoia meritano solo il lancio di pomodori ovunque si presentino. Altro che gioielli della corona! Non bisognava farli rientrare”, ha commentato Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea.

Benzina a 1,778 euro: è il massimo dal 2013

Il prezzo media della benzina in modalità self service in Italia, rispetto alla scorsa settimana, ha guadagnato 2,43 centesimi passando da 1,754 a 1,778 euro (+20,4% rispetto al 2021). Si tratta del valore massimo mai visto dal settembre 2013. Anche il gasolio ha subito un rincaro: per 2,69 centesimi è passato da 1,620 euro della settimana scorsa a 1,647 (+22,3% sul 2021). In meno di un mese, dall’inizio dell’anno, un litro di benzina è aumentato di 5,9 centesimi, pari a 2,95 euro a pieno, il gasolio di 6,18 centesimi, pari a 3,9 euro per un rifornimento, pari a 74 euro su base annua. Un rincaro che rischia di aggravare i bilanci delle famiglie già provate dal caro-bollette e di determinare effetti negativi a catena sui prezzi al dettaglio di molti prodotti.

Chiesa e abusi: 20 milioni per le vittime

La Chiesa cattolica di Francia ha raccolto 20 milioni di euro per indennizzare le vittime dei preti pedofili. Una prima tappa per cominciare a “riparare il male fatto” a migliaia di bambini. Almeno 330 mila dagli anni 50 a oggi, secondo il rapporto della Ciase, una commissione d’inchiesta indipendente, pubblicato lo scorso ottobre. A novembre, i vescovi riuniti a Lourdes avevano riconosciuto il “carattere sistemico” degli abusi e la responsabilità dell’Istituzione, e avevano creato il Selam, un Fondo di soccorso e lotta contro gli abusi sui minori, in cui riunire i contributi delle diocesi. Il presidente del Fondo, Gilles Vermot-Desroches, ha fatto sapere ieri che “la grande maggioranza” dei vescovi ha tirato fuori i soldi di tasca propria. Ogni diocesi ha fatto l’inventario dei propri averi e ha venduto dei beni immobiliari. Per ora è stato precisato solo che, sulla somma raccolta, 5 milioni saranno destinati “all’accompagnamento finanziario” delle vittime che hanno fatto domanda di riparazione, un milione a “opere per la prevenzione e la memoria”. Non si sa a quanto ammonta il patrimonio della Chiesa di Francia. L’episcopato non ha mai fornito questo dato. Ma mentre la Chiesa svendeva i suoi beni per riparare l’orrore, un’inchiesta di Radio France ha rivelato che la diocesi di Parigi possiede circa 700 milioni di beni “nascosti”, in particolare palazzi di lusso, che non figurano nei suoi conti.

BoJo e i party in lockdown, ora indaga anche la polizia

Dopo settimane di tentennamenti e giustificazioni, il Metropolitan Police, il corpo di polizia londinese, ha finalmente deciso di aprire una indagine formale sul partygate, la serie di feste tenute nella primavera del 2020 a Downing Street 10, residenza e ufficio del primo ministro britannico, in presunta violazione delle restrizioni Covid imposte al resto della popolazione. Presunta perché a denunciarne l’esistenza e l’irregolarità sono state fughe di notizie rilanciate da vari organi di stampa, mentre Johnson ha sempre dichiarato ufficialmente di aver creduto in buona fede, o essere stato indotto a credere, che si trattasse di incontri di lavoro consentiti, anche quando abbondavano vino, formaggio e relax primaverile in giardino. L’ultima goccia di uno stillicidio iniziato prima di Natale è l’ennesimo scoop di ITV: a Downing Street nel 2020 si sarebbe festeggiato il compleanno del premier, il 19 giugno, prima con un party in ufficio, con tanto di torta e coro di auguri quando i canti erano proibiti ovunque per il rischio di aumentare i contagi.

La linea difensiva ricorda le precedenti: non è stata una festa, solo una pausa di 30 minuti per il dolce e gli auguri, con il premier di passaggio per soli 10 minuti, in piena osservanza delle regole vigenti al momento. Meno chiara la giustificazione per il party successivo, in serata, nella residenza privata con familiari e amici, in numero ben superiore dei sei consentiti ai comuni mortali per i ricevimenti al chiuso durante il primo lockdown. E quindi perché il Met si è finalmente deciso a vederci chiaro, dopo aver rimandato per settimane con la bizzarra giustificazione che non avesse senso indagare su passate violazioni del protocollo Covid? Qui ci sono solo supposizioni. La prima è che stavolta il coinvolgimento del premier non si possa negare, visto che era il suo compleanno. La seconda, diffusa da Downing Street nel primo pomeriggio di ieri, è che l’intervento della polizia comportasse il rinvio della pubblicazione dell’inchiesta di Sue Gray, l’alta funzionaria incaricata di ricostruire gli eventi. Avrebbe quindi fatto guadagnare tempo a Johnson, il cui destino politico appare appeso a quei chiarimenti. Sembra però che la Gray si sia opposta a questa eventualità, abbia concluso il suo rapporto e chiesto di renderlo noto nella sua interezza senza indugi. Il capo del Met, Cressida Dick, non avrebbe obiettato e la pubblicazione sarebbe quindi imminente. Ma, il diavolo è nel dettaglio, la decisione finale spetta a… Boris Johnson, che ha sempre dichiarato di volere la massima trasparenza, ma ora fa sapere di stare ancora valutando se e cosa il pubblico possa sapere.

È vero che la Gray ha regole d’ingaggio limitate alla ricostruzione dei fatti e nessun potere sanzionatorio, ma la pubblicazione delle sue conclusioni è un passaggio essenziale, perché nei giorni scorsi è apparso chiaro come i ribelli conservatori, quelli che vogliono liberarsi di un premier ormai tossico anche per una parte del partito e del suo elettorato, aspettino solo gli esiti di quell’indagine per avviare formalmente o meno la procedura interna di sfiducia nel premier e segretario del partito. In nome della governabilità, nel Regno Unito le dimissioni del primo ministro non portano a elezioni anticipate, ma sono gestite come un affare interno al partito di governo: il processo si avvia quando viene raggiunto il 15% di richieste di dimissioni sul totale dei deputati di quel partito. La sfiducia deve essere poi confermata dal 50% più 1. Se non passa, il primo ministro non può più essere sfidato per un anno: altrimenti resta in carica ad interim e si apre la competizione fra aspiranti alla premiership. La prima scrematura viene fatta dai deputati, mentre la scelta fra i due più votati viene delegata agli iscritti al partito, che nel caso dei Conservatori sono poco più di 100 mila persone in tutto il paese. Ma l’intero processo dura almeno due mesi, e il precipitare della crisi ucraina pesa: meglio affrontare un possibile intervento militare con un primo ministro pro forma o con un premier debole, ricattabile e disprezzato anche dai suoi?

Oggi i big dell’industria italiana in videoconferenza con Putin

Il presidente russo Vladimir Putin avrà un colloquio con i rappresentanti di alcuni dei più grandi gruppi industriali italiani. la notizia è stata confermata dal Cremlino. Una conferma indiretta che la crisi al confine col l’Ucraina viene vissuta in Occidente in modo differente; intransigenti Usa e Regno Unito, aperti al dialogo alcuni paesi europei come Italia, Germania e Francia. Proprio il presidente Macron ha confermato che venerdì parlerà con Putin sulla necessità di abbassare i toni della contesa. Oltre 500 aziende impegnate in rapporti d’affari con la Russia e un interscambio che nel 2021 ha segnato un forte incremento, pari al 44% nei primi nove mesi dell’anno, superando i 20 miliardi di dollari: questi i numeri che mettono in evidenza il rapporto dell’Italia con la Russia. A promuovere la video conferenza è stato Vincenzo Trani, presidente della Camera di commercio italo-russa; per lui si tratta di “un’occasione di dialogo fattivo senza retorica politica”. La lista delle imprese che parteciperanno non è stata resa nota, ma dovrebbero essere presenti fra gli altri rappresentanti di Eni, Enel, Unicredit e Barilla, oltre a Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato di Pirelli e presidente del comitato imprenditoriale italo-russo. Il Cremlino conferma che si parlerà della “possibilità di rafforzare la cooperazione nei settori dell’energia, industria, finanza e tecnologie ambientali”.

“Legione Ucraina”: i civili che si allenano a combattere i russi

Indossano tutti la mimetica, ma non sono militari. “Mariana è una fisica, Alexey geografo, Vladislav giornalista e io sono il presidente dell’associazione Legione Ucraina”. Oleksiy Sannikov ha occhi chiari, capelli cortissimi e barba curata. Ancorato alla tasca destra dei pantaloni un coltello a serramanico. “Ho finito il servizio militare nel 2000, poi ho continuato la mia vita. Non avrei mai pensato di rimettere un’uniforme”. Legione Ucraina è un gruppo paramilitare riconosciuto e aiutato dallo Stato ucraino. L’organizzazione nata nel 2014 si è data un unico obiettivo: formazione militare per i civili. “Abbiamo armi leggere, campi di addestramento, materiale per il pronto soccorso, mappe. Le prime quattro settimane di corso sono gratuite, per tutti”. Sannikov ha studiato un programma per chi si avvicina al gruppo. Il reclutamento avviene per lo più con il passaparola, poi per iscriversi al corso basta compilare un modulo sul sito internet. Non c’è nemmeno bisogno di dare un nome reale.

“Non abbiamo creato quest’associazione per calmare le persone, ma per preparare ragazzi e ragazze a combattere. Devono sapere reagire in situazioni critiche”. Per Sannikov l’aumento di truppe russe al confine è solo un lato del racconto di uno scontro che va avanti da decenni. “Non sono un esperto di intelligence, non so se ci attaccheranno domani, ma so che lo faranno e magari non come ce lo aspettiamo”. Legione Ucraina è nata dopo l’invasione russa della Crimea. Oggi i 350 effettivi hanno un’ora come tempo di reazione per trasformarsi da civili in una banda armata. “Indossi l’uniforme, prendi le tue armi e lo zaino. Poi tutti assieme andiamo nei boschi. Diventiamo operativi. Se fossimo stati così pronti nel 2014 la storia sarebbe andata diversamente”. Secondo un recente sondaggio, due ucraini su tre sono disposti a imbracciare le armi contro i russi. L’esercito ucraino conta 210 mila effettivi, nemmeno un quarto dei militari agli ordini di Mosca. Con questi numeri ripetuti come un mantra i gruppi paramilitari si sono diffusi su tutto il territorio nazionale. “L’edificio dove abbiamo il nostro ufficio – spiega Sannikov – appartiene al ministero dell’Educazione, per loro noi siamo parte di un progetto formativo”. Dopo il primo mese di corso, che include almeno un’uscita settimanale al poligono, i volontari vengono valutati e iniziano le lezioni specifiche. “Facciamo corsi di medicina d’emergenza, tattica militare, logistica di guerra, creiamo confidenza tra le persone e le armi”. Sul sito del gruppo accanto alle immagini di uomini armati in mimetica ci sono le foto di bambini, anche sotto i dieci anni, impegnati a sparare Mentre il capo parla gli altri tre paramilitari rimangono in silenzio. Sulla giacca di Alexey c’è un distintivo attaccato con il velcro Deus Vult con un cavaliere crociato: “Non è un’insegna ufficiale, non potrei metterla se fossi in uniforme dell’esercito. Ma è un motto in cui mi riconosco”. Da anni il grido di battaglia dei crociati è diventato uno degli emblemi dell’alt-right, prima statunitense poi europea. “L’esercito risponde ad alcune minacce, ma noi pensiamo che Putin voglia destabilizzare il paese dall’interno, in quel caso il nostro aiuto sarebbe ancora più necessario”.

La divisa di Mariana è invece perfetta, solo distintivi ufficiali. Dietro la schiena porta una pistola di piccolo calibro. È l’unica del gruppo. “Non posso arruolarmi nell’esercito, non ho più l’età – dice la cinquantenne – ma da oltre cinque anni sono parte di gruppi informali. Ho imparato a usare le armi, a leggere una mappa e sono pronta a combattere”. Poco distante dall’ufficio della Legione Ucraina vive Yaroslav Mudryk, 43 anni e tre figlie. Il palazzo della periferia è un concentrato delle cicatrici socialiste. Gli spazi comuni sono abbandonati, cavi elettrici a vista e muri impregnati di umidità. Varcando la porta del suo appartamento cambia tutto. Sopra il divano in soggiorno due bandiere, quella ucraina e quella della Dinamo Kiev, accanto c’è un bersaglio con l’immagine di Putin. “Non è un uomo, ma l’incarnazione del male”. Yaroslav non indossa una divisa, ma una maglietta con disegnato un fucile d’assalto e la scritta “Gloria a Gesù Cristo e all’Ar15”. Se l’è anche comprata quell’arma. “In Ucraina ci sono sempre state molte armi. Prima che arrivasse l’Armata rossa in ogni casa c’era un fucile. Poi i comunisti ci hanno tolto il diritto di possederle”. Yaroslav fa parte di un progetto di difesa territoriale. “Non sono un militare, per sei giorni alla settimana faccio altro. Ma la domenica insegno tecniche di difesa”.

MailBox

 

Il contesto in cui il Santo “salvò l’euro” nel 2012

In un dibattito televisivo si sono profuse molte parole per un’agiografia dello straordinario sangue freddo di Mario Draghi, grande giocatore (figurato) di poker, impassibile. E a dimostrazione di ciò è stata ricordata la famosa dichiarazione “Whatever it takes” del 26 luglio 2012, volta a evitare la disintegrazione dell’euro. Non metto in dubbio la competenza e le capacità di Draghi; ma una buona volta si vuole ricordare che quella frase veniva dopo che il Consiglio europei dei capo di Stato e di governo avevano espresso, non molto tempo prima, la propria posizione favorevole all’acquisto sul mercato secondario di titoli pubblici da parte della Bce? Cioè in sostanza alle misure non convenzionali di politica monetaria? Chi, allora, si sarebbe potuto opporre alle dichiarazioni di Draghi? Gli operatori? Ma essi conoscevano e conoscono bene l’antica “regola” secondo la quale è assolutamente sconsigliabile “mettersi contro” una Banca centrale?

Angelo De Mattia

 

L’elezione al Quirinale della “Bianca Scheda”

Alle 20.55 del 24 gennaio 2022 deputati, senatori e rappresentanti delle regioni si alzarono tutti in piedi e scoppiarono in un fragoroso applauso. Con 672 voti, ovvero i due terzi degli elettori, era stato nominato, al primo scrutinio, il nuovo presidente della Repubblica e, per la prima volta nella storia repubblicana, la prescelta era una donna, Bianca di nome, Scheda di cognome. Terminati gli applausi, dall’assemblea si alzò un grido. “State impazzendo?”. Era la voce, inconfondibile, del senatore Renzi. “Bianca Scheda non esiste, si tratta di schede bianche, 672 schede bianche”. L’intervento di Renzi fu accompagnato dapprima da mormorii, poi da gesti di approvazione, infine da applausi. Un gruppo di elettori si affollò attorno allo scranno del presidente della Camera. “Bisogna annullare la votazione! Il senatore Renzi ha ragione. Bianca Scheda o, meglio, Scheda Bianca non esiste”. Il presidente Fico era perplesso. Si consultò con i questori della Camera, poi con la presidente del Senato. Con una scampanellata invitò gli elettori a tacere e tornare ai loro posti. Stava per parlare quando si aprì con violenza la porta che immetteva nell’emiciclo e una donna, dell’apparente età di sessant’anni, trattenuta a stento dai commessi, si diresse a grandi passi verso il banco della presidenza. “Sono Bianca Scheda. Mi avete appena eletto presidente della Repubblica, vi ringrazio e accetto l’incarico”. Nel dire questo estrasse dalla borsa un documento e lo mostrò ad uno dei questori che, nel frattempo, si era avvicinato. Si fece un assoluto silenzio. Il questore esaminò il documento, poi lo consegnò alla presidente del Senato che, a sua volta, lo diede al presidente della Camera. Non c’erano dubbi. La carta d’identità, da poco rinnovata, indicava il nome Bianca e il cognome Scheda. La signora risultava nata a Frascati, dove viveva, il 15 dicembre 1961. “A quanto so – disse la signora al presidente – sono l’unica Bianca Scheda, ultracinquantenne, esistente in Italia; mi avete votato con la maggioranza richiesta, sono dunque il nuovo presidente della Repubblica”. Fico sospese la seduta e incaricò i suoi consiglieri di fare immediati accertamenti in tutti i comuni italiani, dopo aver disposto l’apertura degli uffici anagrafe. Dopo un’ora ebbe la risposta: l’unica Bianca Scheda, ultracinquantenne, era nata a Frascati, dove risiedeva, il 15 dicembre 1961. Fu così che per la prima volta alla Presidenza della Repubblica italiana venne eletta una donna.

Guariente Guarienti

 

La Cunial stavolta ha ragione: votino tutti

L’articolo 83 della Costituzione dice: “Il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dai suoi membri”. Non capisco in base a quale norma, che abbia maggior forza del dettato costituzionale, non si permetta alla deputata Sara Cunial di partecipare all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Pietro Volpi

 

Perfettamente d’accordo.

M. Trav.

 

I radicali hanno ripreso a leggere “Il Fatto”

Ringrazio Flavia Fratello perché ieri aveva la copia cartacea del Fatto, e dopo aver dato ampio spazio agli articoli di Merlo e di Minzolini, del Foglio e del Dubbio, ha letto anche l’editoriale di Travaglio e perfino quello di Padellaro. Ora possiamo essere contenti: conoscere per deliberare. Speriamo che anche gli altri conduttori, Taradash, Romeo e Barbano, facciano un piccolo sforzo nel considerare il Fatto alla stregua degli altri quotidiani, senza ostracismi.

Massimo Giorgi

 

Renzi si sciacqui la bocca prima di parlare di Conte

Egregio senatore Matteo Renzi, avrei una cortesia da chiederle, la smetta di dire che “avete mandato via” il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non è proprio così; lei gli ha semplicemente fatto mancare quella manciata di voti utili, facendo così cadere il governo. Senza alcuna motivazione il Mes, che era uno dei pretesti adesso, non lo chiedete più a Draghi? Forse perché vi ha dato la stessa risposta di Conte? Vorrei anche ricordarle che lei rappresenta un partito che non esiste: ricordo male o tutti voi siete stati eletti nel Pd? Quindi chi vi ha votato era convinto di votare esponenti del Pd, non certo persone che avrebbero fondato un partito contro il Pd. Forse era turbato dal successo che stava avendo Conte? Si rassicuri, non stiamo dimenticando il presidente Galantuomo e le sue esternazioni contro di lui non fanno altro che confermarci nella stima che lui si è guadagnato e il fango che lei cerca di rovesciargli addosso: mi creda le ritorna indietro, tipo boomerang. La politica non si fa con invidie e livori.

Albarosa Raimondi