Covid. “Finché il mondo intero non si vaccina, nessuno può dirsi al sicuro”

Gentile redazione, una semplice riflessione: abbiamo vaccinato tante persone, stiamo vaccinando pure i bambini. Ma se in Africa non sono vaccinati, che senso ha che io mi vaccini con la terza dose e mio figlio di 9 anni con la prima, se poi le società farmaceutiche e gli Stati ricchi non si impegnano a vaccinare tutti gli africani, o altri Paesi poveri, a tappeto? Solo così si può evitare la diffusione di nuove varianti che, poi, nel giro di qualche giorno arrivano in Europa e nel resto del mondo.

Possibile che l’essere umano sia così sciocco, egoista e autoreferenziale da non capire questo? Perciò mi rivolgo a tutti, cittadini, politici e giornalisti inclusi: se non vacciniamo tutti gli esseri umani che vivono sul Pianeta a che serve aver vaccinato tutta la popolazione nazionale, italiana o spagnola che sia?

La pandemia ormai avviene ovunque, non solo all’interno di ogni singola nazione: non esistono linee di confine per i Coronavirus né colore della pelle né reddito. Siamo tutti uguali e tutti nello stesso modo al mondo dovremmo gestirlo, diversamente stiamo solo giocando al gatto e al topo.

Bisogna scrivere e ripetere all’infinito che finché TUTTO il mondo non sarà vaccinato nessun essere umano si può sentire protetto, a prescindere dal luogo in cui vive. Buon lavoro.

Fabio Bruno

“4 Ristoranti” è sbarcato al Colle

Una voltale elezioni del Quirinale in tv avevano davvero qualcosa di presidenziale. Intanto, era una delle poche volte in cui la politica faceva capolino in video, e teneva banco. Una maratona senza maratoneti del retroscena, che peraltro sono in tv 365 giorni all’anno. La chiama, e nient’altro. Il passaggio davanti al catafalco, l’insalatiera, le schede di mano in mano, i nomi letti dal presidente della Camera. In attesa della fumata bianca, sui pennoni del Colle garrivano i candidati di bandiera, uomini di partito con adeguati nomi di bandiera (Bucciarelli-Ducci, De Martino, Di Giuseppe…). Per ore e ore non si vedeva che la famosa centralità del Parlamento, una versione grave e solenne delle estrazioni del Lotto del sabato. Poi, con l’avvento del colore, l’aura è svanita in una nuvola di opinioni, nel superenalotto del bla bla, maratone da sfiancare Abebe Bikila fatte di retroscena, strategie, canali, carte coperte e scoperte, rose, profili, assi, passi avanti e passi indietro. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il talk show. Sembra di stare a 4 ristoranti, con Mentana al posto di Alessandro Borghese: niente candidati di bandiera, i leader fanno i loro invention test. Chi impiatta Riccardi, chi Nordio, chi Belloni. Più che king maker, aspiranti masterchef.

Non dovrebbero consultarsi con Gianni Letta, ma con Cannavacciuolo; invece insistono con il tormentone del Mattarella bis, sebbene Sergio Mattarella abbia ripetuto fino alla nausea di voler tornare a casa (che, la storia ci insegna, è un profondo gesto politico: la politica come servizio, non come occupazione). Tutto questo fa pensare alla vecchia gag della pasta e fagioli. “Cameriere, per me pasta e fagioli”. “Mi dispiace signore, la pasta e fagioli è terminata”. “Va bene. Allora due fagioli con un po’ di pasta”. La gag è vecchia, ma il messaggio è di rara attualità. In una politica fatta solo di parole, la politica dà per scontato che la sua stessa parola, inclusa quella di un Presidente, non valga nulla.

La sindrome del “Bolèta”, che andò in ansia per una bolletta

Caro Bolletta. La bi maiuscola è doverosa, riferita infatti a un essere umano così soprannominato poiché visse nella costante compagnia di tasche sempre vuote, cioè in bolletta. A voler essere precisi era più conosciuto con la versione vernacolare del nomignolo, “bolèta”, e non se ne adontava se qualcuno lo chiamava così. L’ho anche sentito chiamare per educazione signor Bolletta: particolari che non cambiano il senso della storia. Di professione era nullafacente, e in quanto a ciò irreprensibile professionista, da cui le tasche in perenne agonia. In buono stato di nutrizione però grazie alla pensioncina di mammà presso la cui casa in affitto viveva. La pensioncina di cui sopra però talvolta si esauriva quando la fine del mese era ancora lontana, scatenando massimamente allarmi al giungere improvviso di una bolletta vera, cartacea, luce o gas che fosse, il cui totale era una sorta di domanda: e adesso come la paghiamo? Al che il Bolèta partiva in questuante missione sapendo dove andare a bussare. Un bel dì me lo vidi entrare in ambulatorio e chiedermi un prestito, savasandir a fondo perduto, per saldare una delle suddette. La cifra non era niente male, tra l’altro impossibile per me da coprire all’istante in causa di un mio vezzo o difetto, consistente nell’andare in giro con pochissimi soldi in tasca, a volte solo monetaglia. Acconsentii comunque, non fosse altro che per liberarmene e proseguire il lavoro, chiedendogli di passare l’indomani. Tuttavia il giorno seguente si presentò sua madre al posto suo, dicendo che il figlio era impegnato altrove. E subito dopo aggiungendo che era lì per “ritirare i soldi che gli dovevo”. Ne fui talmente sconcertato che non riuscii a ribattere. Non ho mai saputo, caro Bolletta, dove la tua ineffabile professione ti abbia portato quel giorno, quale diavolo di impegno ti abbia impedito di presentarti di persona. Né mai lo saprò visto che sei ormai nel mondo dei più tal quale a tua madre. Che quel giorno se ne andò dall’ambulatorio con mimica altezzosa, come se finalmente avesse riscosso un annoso credito e io finalmente saldato il debito.

Dal Rdc agli stage: in Italia le riforme si attaccano subito

L’italico vizio di buttare via il bimbo con l’acqua sporca riemerge puntuale ogni volta che una riforma non funziona come dovrebbe. In questi ultimi quattro anni lo abbiamo visto tornare di continuo alla ribalta quando si discuteva di Reddito di cittadinanza. Davanti alla constatazione che i percettori del reddito troppo spesso non trovano un lavoro o che tra la loro vi è chi se lo intasca pur non avendone diritto, la reazione di molti è di pancia: aboliamolo. Posizione legittima, ma assai problematica. Perché abolirlo, come vorrebbero per esempio Matteo Renzi e Matteo Salvini, significa ammettere che gli italiani sono antropologicamente diversi dal resto dei cittadini europei. Il reddito, chiamato con nomi diversi, esiste in Germania, Francia e Gran Bretagna dove da molti anni (e dopo molti aggiustamenti) dà buoni frutti sia nella lotta contro la povertà sia contro la disoccupazione. Se in Italia ci sono problemi, chi amministra la cosa pubblica, avendo a cuore la collettività, dovrebbe dunque rispondere: andiamo a vedere come fanno all’estero, copiamo le buone pratiche e miglioriamo la riforma. Magari partendo dai numeri. Perché se nei centri per l’impiego tedeschi lavorano più di centomila persone e da noi circa diecimila, è ovvio che le cose in Italia vadano peggio. A parti invertite oggi osserviamo polemiche simili nel mondo della scuola. Nel mirino, dopo la tragica morte in fabbrica di uno studente, è finita la riforma sull’alternanza scuola-lavoro. A volerla era stato proprio Renzi che l’aveva implementata con il suo discusso e assai discutibile Jobs act. Diciamolo subito: per come è stata impostata e sottofinanziata, è vero che l’alternanza funziona troppo spesso male. Accanto a tanti ragazzi e ragazze entusiasti del tirocinio ve ne sono molti altri che si sono ritrovati a vivere esperienze inutili, umilianti o rischiose. Questo però non deve spingere a cancellare tutto. Ma, esattamente come nel caso del Reddito di cittadinanza, deve costringere il sistema a migliorare. Anche perché è difficile negare che il principio alla base della riforma sia sbagliato. Passare per qualche settimana all’anno dalle scuole superiori a un luogo di lavoro per molti studenti è utile. E, permettetemi qui una nota personale, credo che sia stato utile anche per gli studenti delle superiori che negli scorsi anni hanno lavorato al fianco dei miei colleghi nella redazione web del Fatto. Non tanto o non solo perché i ragazzi e le ragazze hanno potuto capire come funziona un giornale online, ricevere qualche minimo rudimento e farsi un’idea del loro possibile futuro nel caso avessero scelto una scuola di giornalismo. Credo che per loro sia stato soprattutto importante confrontarsi con delle persone adulte e incominciare a capire ciò che li attendeva una volta usciti dal percorso scolastico. Ovvio, una redazione non è una fabbrica. Ma quello che accade in Germania e Inghilterra dimostra che anche nelle fabbriche e nei cantieri l’alternanza scuola-lavoro può essere utile e funzionare. Certo, per ottenere risultati servono investimenti. Ma serve anche la volontà di migliorare. Negli Stati Uniti, spesso, quando si approva un riforma, si stabilisce fin da subito che dopo uno o più anni la legge dovrà essere riesaminata per venir eventualmente modificata. Si dà insomma per scontato che qualcosa non andrà nel verso giusto. Ma visto che ci si è posti un obiettivo, prima di rinunciare a raggiungerlo si prova a cambiare. Non sarebbe male che anche in Italia il metodo del tagliando a tempo prestabilito diventasse per le nuove leggi una regola.

 

L’extraparlamentare. Il Paese lontano dalla farsesca trattativa Stato-Draghi

Siamo appena al secondo giorno della trattativa Stato-Draghi e sono già spossato. Cioè, confesso: sarei spossato se seguissi la questione, se mi appassionassi alle varianti, alle trattative, alle ipotesi, al cabaret di basso livello dell’aula, alle battutine dei commentatori, alle dietrologie, all’eco delle parole in libertà, ai verbi tenuti al guinzaglio lasco dei condizionali. Tizio avrebbe visto Caio e forse, chissà, risposto alla telefonata di Sempronio, che avrebbe fatto il nome di Gino, gradito a Ciccio, ma fortemente inviso a Lino perché sbarrerebbe la strada del prossimo governo a Pino, che ci terrebbe tanto. Se state guardando gli speciali televisivi di questi giorni, consiglio di mettere lo schermo accanto a una finestra, e ogni tanto guardare fuori, perché la distanza tra quel che avviene attorno ai catafalchi della democrazia (mai nome fu più adatto) e il mondo reale, appare incolmabile, siderale.

Sono pronto a correre il rischio dell’insulto, perché se ti ribelli (parola grossa), o se ti mostri indifferente (ecco, più credibile) al balletto, ti becchi di solito la patente di “populista”, che è ormai l’ingiuria corrente buttata lì da chi sostiene il teatrino, o ne fa parte attiva. E riconosco che il giochetto è abbastanza facile: di qua un manipolo di strateghi da bar che muove le pedine su una scacchiera tra governo e Quirinale, e dall’altra un Paese stanco, stufo, nervoso, incazzato come un cobra che non sa né dove né come riversare la sua rabbia. Potrei essere più preciso: da una parte i sedicenti influencer o kingmaker che sussurrano cretinate a ogni passo (Psst! Frattini! Psst! Casellati! Psst, vedrai che vince Casini. Psst, alla fine sarà Draghi); e dall’altra un popolo (ossignùr, che parola démodé) dove un lavoratore su quattro sputa l’anima per arrivare alla fine del mese, i salari scendono anziché salire, i diritti scolorano, i ragazzini muoiono in cantiere proprio come i lavoratori veri, e i loro amici che protestano vengono manganellati, forse dalle stesse forze dell’ordine che scortavano i fascisti ad assaltare la Cgil.

Di tutto questo, del Paese reale, del suo sangue, delle sue paure, dei salti mortali e dei calcoli al centesimo davanti agli scaffali dei supermercati, non c’è nessuna, nessunissima traccia nello spettacolo indecoroso di questi giorni. Anche le parole sono lontane, lontanissime. Da “Bisogna difendere la ripresa” (eh?) a “Non possiamo permetterci di perdere Draghi” (eh?), e giù per li rami: cose che possono sembrare assurde, e sono invece semplicemente offensive.

Poi – dopo – tutti con le mani nei capelli, oh signora mia, dove andremo a finire, perché l’affluenza alle urne cala, l’astensione si impenna, la gente se ne sbatte e tenta di vivere nonostante. Il rischio – ormai conclamato – è che si dia la colpa alla politica, così, genericamente, mentre è “quella” politica che produce danni, lutti e fantasmi. E forse bisogna ricominciare a pensare che la politica si può fare senza quelli lì, senza burattini, senza pupi e pupari, senza uomini della provvidenza che “non possiamo permetterci di perdere”. Possiamo benissimo, invece, perché forse osservando un Parlamento dove sovranisti ottusi, sedicenti “di sinistra” e liberisti assistiti dallo Stato sostengono lo stesso governo, la parola “extraparlamentare” non è più così peregrina. Ricominciare a pensare che si può fare politica con le nostre vite, il nostro impegno, i nostri bisogni, fuori di lì, mi sembra, al momento, l’unica (flebile, d’accordo) speranza.

 

Csm: tutti i pro e i contro del sorteggio dei membri

Il 27 e il 28 gennaio i magistrati italiani saranno chiamati a esprimersi, attraverso un referendum consultivo indetto dalla loro Associazione nazionale, sulle modalità di elezione del Consiglio superiore della magistratura e, in particolare, sulla possibilità che i candidati siano scelti mediante sorteggio di un multiplo dei componenti da eleggere.

Questa proposta del sorteggio, avanzata anche in sede politica, vorrebbe costituire una risposta alla logica da manuale Cencelli che caratterizza da vari anni l’attività del Consiglio superiore della magistratura nel conferimento degli incarichi direttivi degli uffici giudiziari, con nomine spartitorie “a pacchetto” dei posti apicali e di tutto il connesso sottobosco, mediate per accontentare gli appetiti delle varie correnti. Cambiando completamente pagina, i consiglieri non sarebbero più esponenti o comunque tributari delle correnti e svolgerebbero i loro compiti liberi dai condizionamenti di chi li ha proposti e ne ha organizzato l’elezione.

Né il sorteggio inciderebbe sulla qualità dell’organo: infatti tutti i magistrati potrebbero degnamente ricoprire l’incarico di membro del Consiglio superiore, considerato l’enorme potere che già esercitano nella loro attività quotidiana, disponendo della libertà e del patrimonio delle persone. Essendo stati selezionati per concorso, tutti sarebbero poi egualmente preparati, in grado di studiarsi eventuali normative di settore e di valutare quale dei loro colleghi sia più capace e meritevole di dirigere un ufficio o di occupare un certo posto.

Questa soluzione semplicistica si presta a diverse obiezioni. Essa aggira il chiaro dettato dell’articolo 104 comma 4 della Costituzione secondo cui i componenti del Consiglio superiore della magistratura “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo quindici anni di esercizio”.

Per coerenza, anche il Parlamento dovrebbe allora eleggere i membri laici – molti dei quali finora altrettanto condizionati da appartenenze partitiche – fra una rosa di professori e avvocati individuata previa estrazione.

In ogni caso, le attuali prassi deteriori non verrebbero meno con il nuovo metodo della individuazione casuale dei candidati. Anche i consiglieri selezionati in prima battuta tramite sorteggio (sui quali le correnti farebbero convergere i voti, guadagnandosi così la loro riconoscenza) potrebbero infatti cedere a raccomandazioni, dettate magari dalla provenienza territoriale o da rapporti amicali, meno trasparenti di quelli attuali e perciò più difficili da contrastare. Il vero rimedio alla caduta del livello etico nella magistratura e alle conseguenti degenerazioni è la predisposizione per le nomine di criteri di selezione stringenti e il più possibile obiettivi che, senza essere legati alla sola anzianità di servizio, evitino scelte arbitrarie.

Ma il grosso nodo critico della proposta del sorteggio dei candidati è che trascura l’importantissima funzione che compete al Consiglio superiore della magistratura di esprimere pareri sui disegni di legge in materia di ordinamento giudiziario e giustizia e di formulare proposte di legge, consentendo ai magistrati di fare sentire la propria voce in sede istituzionale, a salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e a tutela dei cittadini. Per l’esercizio di essa è difficile sostenere che “uno vale uno”, perché nella magistratura ci sono diverse sensibilità che si esprimono nel pluralismo interno e portano alla elaborazione di differenti soluzioni.

Se i suoi membri venissero selezionati con metodo casuale e non per il progetto di cui si fanno portatori, il Consiglio sarebbe un interlocutore debole del potere politico. Per buttare l’acqua sporca (il correntismo deteriore) si butterebbe via anche il bambino.

 

Ospito volentieri questo contributo critico del pm torinese Elisa Pazé, ma resto convinto che la proposta del sorteggio (almeno indiretto, cioè per selezionare i candidati da votare subito dopo) – lanciata dal compianto Bruno Tinti sul “Fatto” dieci anni fa – resti la soluzione più efficace per combattere veramente le correnti, che invece la schiforma Cartabia renderebbe ancor più potenti.

M. Trav.

 

Gatti e Guttuso, i bar del karaoke e Rembrandt con Diletta Leotta

In un Paese dove tutto va a commedia, niente di meglio che affidare il nodo delle inquietudini contemporanee alle proprie Pagine di diario.

Berlusconi qui, Berlusconi là. Ma questo nella vita non ha nient’altro da fare? Non so voi, io me ne dimenticherei volentieri.

Trintignant, nel film di Lelouch Un uomo, una donna, ricorda che Giacometti disse: “In un incendio, tra un Rembrandt e un gatto io salverei il gatto”. Io no, io salverei il Rembrandt. Di gatti ce n’è a bizzeffe. Di Rembrandt? Ma fra un Guttuso e un gatto anch’io salverei il gatto.

Se Rembrandt fosse vivo oggi, probabilmente anche lui vorrebbe saltare addosso a Diletta Leotta come tutti noi.

Alcuni scienziati hanno scoperto che circa il 76% di tutte le comuni reazioni avverse al vaccino anti Covid-19 dopo la prima dose, e il 52% dopo la seconda, è dovuto all’autosuggestione, non al vaccino. Uno di quei pazienti si lamentava degli effetti collaterali. Il medico: “Era un test, le ho dato un placebo, non può avere nessun sintomo”. E quello: “È esattamente il mio sintomo!”.

Dubbio: ma i no-vax lo sanno, almeno, che i virus sono invisibili?

I bar karaoke mettono insieme due disgrazie della società: la gente che non dovrebbe cantare e la gente che non dovrebbe bere. Peccato siano chiusi per Covid.

L’argomento “oggi sarebbe impossibile”, a proposito dell’arte che in un passato anche recente si permetteva espressioni maschiliste, omofobiche, razziste eccetera, viene usato capziosamente dai reazionari per sostenere l’assurdità del nuovo che detestano, mentre dovrebbe valere come semplice constatazione che i tempi, come sempre, cambiano. Quanto alla nostalgia per le cose com’erano una volta, è una trappola: può portare a credere che il passato abbia un senso maggiore, mentre ne ha quanto il presente. Certo, se una volta te le scopavi tutte e oggi nessuna, qualcosa significa. Che rimembrare sia piacevole, comunque, è dovuto all’effetto Pollyanna, la tendenza del nostro cervello a selezionare i ricordi positivi. Per esempio ricordo quella volta alla Fiera del libro di Torino quando un ragazzo con la barbetta si avvicinò allo stand dove stavo. Mi porge una copia del mio nuovo libro e mi fa: “Non mi sei mai piaciuto. Me lo firmi?”. “Certo”. E gliel’ho firmato “Fabio Fazio”.

La sventura di ogni grande personaggio è quella di essere circondato, inevitabilmente, da persone che alla sua morte vorranno prendersi la scena spifferando aneddoti che lo ridicolizzano, e che il de cuius, dal sepolcro, non sarà in grado di smentire. L’ultima è una ex playmate di Playboy: “Hugh Hefner faceva sesso con il mio cane”. Hefner, dall’aldilà: “Ma no! Usavo i chihuahua come preservativi”.

Avete mosche in cucina e vi danno fastidio? Cagate in salotto.

 

La politica è sconfitta, solo i peones fanno festa

Gli appelli ai partiti affinché restituiscano ruolo e dignità alla politica, sospesa e vilipesa dallo strapotere dei cosiddetti tecnici, è un dibattito che appassiona assai gli esperti del ramo. E, a ragion veduta, poiché secondo la Costituzione repubblicana la nostra è una democrazia parlamentare nella quale agiscono i rappresentanti votati dai cittadini e non da Goldman Sachs o da Cambridge Analytica.

Infatti, oggi la domanda è questa: la corsa al Quirinale, con lo spettacolo deprimente sotto gli occhi di tutti, con le schede bianche e le fumate nere dentro un’elezione al buio (una specie di film horror), con lo spappolamento del quadro politico, con la deambulazione senza meta dei leader di centrodestra e di centrosinistra, con le rose di candidati improbabili date in pasto ai talk show (peraltro disertati dai telespettatori), secondo voi restituiscono alla politica quel ruolo e quella dignità di cui sopra?

No, un attimo, aspettate a rispondere perché nel frattempo questo coacervo di indecisi a tutto un risultato però è riuscito a ottenerlo con il quasi naufragio della candidatura di Mario Draghi (che per la verità ci ha messo molto del suo). Evento salutato con scene di entusiasmo tra i peones convinti, chissà perché, che con la sconfitta dell’usurpatore venuto dalla Banca centrale europea la legislatura sarà salva, e anche la loro pensione. Un vero capolavoro strategico che in un colpo solo non ha sollevato di un centimetro la credibilità della politica minando nel contempo le basi dell’attuale maggioranza di governo, che perdurando l’attuale caos rischia di non sopravvivere granché. E ciò a prescindere dalle decisioni di Draghi che descrivono, soprattutto in caso di mancata elezione alla Presidenza della Repubblica, non motivatissimo a rimanere a Palazzo Chigi. Fatti suoi si dirà, certo, ma anche fatti nostri.

Viene in mente, a proposito della stupidità politica che sembra dominare incontrastata la scena, la famosa legge di Carlo Maria Cipolla: causare un danno agli altri senza ricavarne alcun vantaggio, ma anzi subendo una perdita per sé.

Applausi.

Il 5s Battelli salva Supermario (per Di Maio)

“Noi in questa fase non mettiamo veti, quindi ci saranno interlocuzioni ma ripeto, non mettere veti”, ha detto e ridetto lunedì sera il deputato 5Stelle Sergio Battelli, fedelissimo di Luigi Di Maio, ai microfoni di La7 durante la Maratona Mentana. “Insomma, mani libere e poi chiaramente, lo dico sempre, convergenza massima” o “siamo in attesa di capire quali sono le interlocuzioni”, sono solo alcune delle confusionarie supercazzole che Battelli ha infilato all’uscita di Montecitorio dopo il primo voto in bianco. I “veti” a cui si riferisce sono quelli per l’elezione di Draghi, a cui lui non sembra volersi opporre. “La bianca è proprio questo: non andare troppo nel concreto, e rimanere sulla bianca vuol dire aspettare che ci sia una svolta”, ha continuato a ripetere a macchinetta ai confusi ospiti in studio, che pure hanno provato a incalzarlo, vedendosi però rispondere frasi del tipo “siamo in attesa di capire quali sono gli sviluppi”. Traduciamo noi: gli sviluppi per Draghi al Colle.

Gm, accelera sull’elettrico: investimento da 7 miliardi

General Motors ha annunciato che spenderà 7 miliardi di dollari per costruire un impianto di batterie nel Michigan e di revisionare una fabbrica esistente fuori Detroit per iniziare a produrre pick-up elettrici entro il 2024. L’investimento creerà 4.000 posti di lavoro e aumenterà la capacità di Gm di costruire veicoli elettrici negli Usa. Gm è solo l’ultima delle case automobilistiche a presentare un piano per aumentare la produzione di veicoli elettrici negli Usa. A dicembre, Toyota ha annunciato di voler costruire un impianto di batterie nella Carolina del Nord.