Diamanti, si spappola il maxiprocesso

Si spappola il maxiprocesso di Milano per la truffa dei diamanti, venduti per anni in banca a prezzi gonfiati a decine di migliaia di ignari risparmiatori. Il 21 gennaio il gup milanese Manuela Scudieri, dopo oltre due ore di camera di consiglio, ha accolto un’eccezione di competenza territoriale e ha redistribuito sul territorio i fascicoli che erano invece stati radunati dalla Procura milanese, che dopo tre anni di indagini aveva chiesto il processo per 105 persone fisiche e 5 società. Con Banco Bpm, Banca Aletti, UniCredit e il broker Intermarket Diamond Business, in qualità di società, 84 imputati restano a Milano, ma alcuni andranno a processo anche a Verona, in base alle contestazioni. Gli altri sono stati trasmessi a Roma, Siena e Verona.

Per gli imputati milanesi l’udienza preliminare, con alcune centinaia di parti offese, è stata aggiornata all’8 febbraio. A Roma sono finiti gli accusati di truffa legati a Diamond Private Investment (la società broker ha patteggiato), come l’ex ad Maurizio Sacchi. La vicenda delle connessioni di Dpi con i vertici di Mps è stata sollevata da una recente puntata di Report che ha messo sotto la lente i silenzi della Vigilanza di Banca d’Italia, che l’8 febbraio dovrà risponderne in Commissione parlamentare sulle banche. A Siena è stata trasferita la posizione di Banca Mps, come società, e di alcuni manager che rispondono di un’accusa di autoriciclaggio.

L’inchiesta, coordinata dal pm Grazia Colacicco, aveva accertato presunti profitti illeciti per quasi 500 milioni ai danni di migliaia di investitori. Per l’accusa, i diamanti erano venduti a prezzi gonfiati a clienti convinti invece di acquistare beni rifugio, con la complicità delle banche.

“Il rischio concreto è che con l’allungarsi dei tempi i reati contestati finiscano in prescrizione, mentre aumentano difficoltà e spese per le parti civili. Le Procure alle quali saranno trasferiti gli atti non conoscono l’indagine, dovranno studiare tutto”, spiega l’avvocato Luca Agostino Cesareo, difensore di Assoutenti in molti processi sui diamanti. “Il gup ha una funzione preliminare, per le sue decisioni non c’è ricorso. Lo testimonia l’esclusione dalle parti civili nel processo di Milano delle associazioni dei risparmiatori: una decisione per noi incongrua come l’esclusione dalle parti civili di tutti i risparmiatori che non hanno presentato querela, perché il reato contestato, truffa aggravata, è procedibile d’ufficio. Molti risparmiatori coinvolti, così, stanno pensando di rinunciare al giudizio penale, per seguire le cause civili. Anche qui però vi sono grandi incogruenze, come quelle del Tribunale di Genova che di recente ha emesso una serie di sentenze sui risarcimenti che riteniamo abnormi, perché sottraggono al danno da rimborsare il 30% del differenziale di prezzo tra l’investimento versato, che era gonfiato da listini autoprodotti dai broker Idb e Dpi, e il reale valore di mercato delle pietre. Faremo ricorso”, conclude Cesareo.

Sulla vicenda di recente si è espresso anche il segretario del sindacato di settore First Cisl, Riccardo Colombani: “La vendita di diamanti allo sportello non ha avuto niente di etico. I banchieri hanno giocato nell’area grigia dell’investimento fisico, sfuggendo alle regole europee della direttiva Mifid II, provocando la disaffezione dei risparmiatori e anche procedimenti penali per i lavoratori”.

Generali e i veleni Consob. Ma lo scontro non è finito

La madre di tutte le battaglie finanziarie sta trascinando nello scontro anche l’arbitro. S’intendono le divisioni e i veleni interni alla Consob, l’Autorità di Borsa, sull’assalto alle Generali lanciato da Leonardo Del Vecchio e Franco Caltagirone. Lo scontro, però, non è finito, visto che Consob a breve dovrebbe pronunciarsi ancora sulla questione, dopo il caso esploso nei giorni scorsi.

Come noto, i due anziani imprenditori vogliono mettere fine all’ultra-decennale presa di Mediobanca, primo azionista, sul colosso assicurativo ed evitare il rinnovo dei vertici in primavera. Nei mesi scorsi Caltagirone ha chiesto a Consob di esprimersi sulla possibilità che il cda di Generali, espressione di Mediobanca, possa presentare una sua lista per il rinnovo del board, in scadenza ad aprile, lista che prevede la riconferma dell’ad Philippe Donnet, che Caltagirone e Del Vecchio vogliono fuori. Tra i quesiti c’è anche quello sulla legittimità del prestito titoli con cui Mediobanca è salita dal 12,8 al 17,2% dei diritti di voto da esercitare solo alla prossima assemblea.

Consob non era obbligata a rispondere, ma ha deciso di farlo e con una procedura complessa che ha diviso l’Autorità. Invece di una risposta rapida, ha scelto il “richiamo di attenzione”, una specie di prontuario che nelle intenzioni di chi l’ha proposto potrebbe (tra molti dubbi) valere come linee guida generali. Su proposta del presidente Paolo Savona è stato poi sottoposto a una “consultazione del mercato”. Problema: il richiamo è un atto di vigilanza che per sua natura mal si presta alla consultazione: infatti non si ricordano precedenti. Il collegio si è spaccato e la decisione è passata a maggioranza: Savona si è schierato con i commissari Paolo Di Noia (dimissionario) e Chiara Mosca contro Giuseppe Maria Berruti e Paolo Ciocca. Savona si è poi sfogato con un post su twitter: “Non sono io a tenere in scacco la Consob, ma è la vecchia Consob a tenere in scacco Savona. È in corso l’eterna lotta tra la conservazione e l’innovazione su cui si gioca il futuro dell’Italia”. La stessa maggioranza ha negato l’accesso agli atti chiesto da Caltagirone per sapere le posizioni all’interno del collegio.

La divisione si è ripetuta sul documento finale, che ha confermato la legittimità della lista del cda uscente. Dopo due riunioni durate 14 ore il testo è stato pubblicato venerdì, con l’astensione di Berruti e Ciocca, contrari perché la legge italiana non prevede questa fattispecie. D’altronde a sollevare moltissimi dubbi sulla procedura sono stati gli stessi uffici interni dell’Autorità. Lo stesso testo, pur considerando legittima la lista del cda uscente, segnala molti rischi e pone diversi paletti (trasparenza sulla formazione della lista, ruolo degli amministratori indipendenti e nodo dei collegamenti fra liste). La lista del cda uscente è infatti prevista nello statuto di 52 società ma è stata esercitata poche volte: 11 società, “caratterizzate – si legge nel documento Consob – dall’assenza di assetti proprietari concentrati e da elevato flottante”, dove il cda ha sopperito all’inazione dei soci, caso che non è quello di Generali dove gli azionisti rastrellano azioni e vogliono dare battaglia in assemblea. La lista del cda uscente è tipica dei sistemi anglosassoni ad azionariato diffuso (le public company assai poco numerose in Italia). Quelli che, nelle idee di Savona, rappresentano l’“innovazione”, in lotta contro la “conservazione” italica. È la stessa idea dell’ad di Mediobanca, Alberto Nagel: “L’Italia – ha detto lunedì al Financial Times – deve mettersi al passo con le pratiche di governance favorite dai mercati internazionali per rendere il Paese più appetibile per gli investimenti”.

Il documento mette la Consob nella complessa posizione di doversi pronunciare sui nodi sottostanti alla decisione, che non saranno pochi. Non è però l’unico problema. Caltagirone attende anche la pronuncia sul prestito titoli di Mediobanca, prassi non insolita che però è complicata dalla presenza della lista del cda uscente (espressione proprio di Mediobanca). Il quesito non è stato analizzato insieme agli altri. Formalmente in Consob non possono confermarne l’esistenza e nemmeno che una risposta ci sarà. Al Fatto però risulta che gli uffici hanno ultimato l’istruttoria. Se la palla non passerà ai commissari, la tensione salirà. Il collegio vedrà anche insediarsi il nuovo commissario Carlo Comporti al posto di Di Noia, dimessosi a dicembre, ma con decorrenza dal 7 febbraio (in tempo per esprimersi sul documento). L’ultima stranezza di questa storia.

“Il rapimento serviva a Cosa Nostra per riprendere la strategia stragista”

“Il sequestro di mio figlio doveva servire a riabilitare Giovanni Brusca all’interno di Cosa Nostra e riprendere la strategia stragista”. Pietro Grasso, oggi senatore (Leu) e un lungo passato da magistrato antimafia, ricorda bene gli anni in cui nel mirino della mafia finì suo figlio Maurilio, classe 71, oggi funzionario della squadra mobile di Roma. Del sequestro fallito ha parlato in passato anche in pubblico ma le informazioni di Grasso non collimano con le dichiarazioni di Alberto Volo nel 2016 ai pm Di Matteo e Tartaglia. Grasso colloca l’episodio in tempi più recenti degli anni ’89-’90, indicati da Volo.

Senatore, Volo dice che fu avvisato dal proprietario del bar del campetto e che alla fine fu lui ad evitare il sequestro, dopo aver contattato Mangano. Le sembra verosimile?

È la sua versione. Il barista di cui parla è Pino Guastella, reggente della famiglia Madonia di Resuttana (un boss poi condannato e finito in carcere al 41bis, Ndr). Alberto Volo invece era il direttore dell’istituto privato “Vittorio Alfieri”. Allora era un persona stimata, poi venne fuori la sua appartenenza all’estrema destra. Volo prese mio figlio in una squadra di serie C. Parla di un suo intervento su Mangano, ma Brusca in passato ha dato una versione diversa. Io credo che il sequestro sia saltato perché Guastella e anche Brusca e Nicola di Trapani, che era il responsabile del territorio, furono arrestati.

Lei quando ha saputo del sequestro?

Mi avvisarono e io subito feci cambiare squadra a mio figlio, che andò a giocare a Roma. Il vero progetto l’ho capito anni dopo, quando vennero fuori le dichiarazioni di Brusca, il quale spiegava che l’obiettivo era riprendere in mano la trattativa. Brusca raccontò che, dopo aver saputo che il mafioso Gioè aveva avuto colloqui investigativi con la polizia, durante una riunione in cui si parlava di programmare le stragi nel continente (nel 1993, Ndr), disse a Bagarella di fermarsi perchè sarebbero senz’altro risaliti a loro. Bagarella interpretò questo suo suggerimento come un modo di tirarsi indietro e lo etichettò come miserabile.

In un verbale del 2018 Brusca dice che il sequestro era “una specie di prosecuzione della trattativa con altre forme” (in anni diversi dall’89 indicato da Volo però).

La mafia per rafforzare la ripresa dell’attacco allo Stato ipotizza il sequestro di mio figlio. Il sequestro serviva a riabilitare Brusca e a riprendere la trattativa.

“Sventai il sequestro del figlio di Grasso grazie a Mangano”

Un tentativo di sequestro al figlio dell’attuale senatore ed ex pm antimafia, Pietro Grasso, sventato dall’intervento di un estremista di destra, Alberto Volo, che si rivolse a Vittorio Mangano, il mafioso in passato stalliere di Arcore. La storia che stiamo per raccontare è quella che Alberto Volo, personaggio chiave degli intrecci tra servizi segreti ed eversione nera, consegna ai pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia il 16 luglio 2016. Una storia che riporta alla Sicilia delle squadre di calcio di serie C. La più nota è quella della Bacigalupo, dove giocava negli anni ’60 Grasso padre, allenato allora da un certo Marcello Dell’Utri, anche lui giovanissimo. Il sequestro fallito ai danni del figlio di Grasso, Maurilio, classe 1971, invece risale a un periodo più recente quando il figlio del magistrato (ora dirigente della Polizia di Stato) era un promettente portiere della nuova squadra nata nella stessa zona della Bacigalupo, a Resuttana. Il progetto di sequestro è stato svelato da Volo – deceduto nel 2020 – ai pm di Palermo.

Una parte della vicenda da lui raccontata trova riscontro in altri verbali, come quello di Giovanni Brusca che sentito nel 2018 descrive l’episodio come una “specie di prosecuzione della trattativa”. Non tornano però le date e non sono provati altri aspetti di cui parla Volo: come il suo intervento per evitare il sequestro su Mangano, famoso come il fattore mafioso della villa di Arcore nei primi anni settanta.

La storia è intricata e va ricostruita dall’inizio. Davanti ai magistrati nel 2016 Volo colloca il sequestro tra ’89-’90. Il pm Di Matteo vuole contestualizzare: “Grasso – chiede – in quel momento era Giudice a latere del maxi processo o era già finito?”. “Credo che ancora fosse in corso”, risponde Volo. “Allora probabilmente è prima, perché il primo grado finisce nei dicembre ’87”, aggiunge Di Matteo. Allora effettivamente Maurilio Grasso aveva 16 anni. Secondo il racconto di Volo, alle partite “…veniva la mamma di Maurilio e non sempre, ogni tanto. (…) Per cui mi inchinavo a farle il baciamano come minimo, le cedevo il posto migliore in tribuna, mi comportavo come ci si comporta con una signora di quel livello…”. Volo seguiva una squadra di calcio a cinque e dice di aver notato le doti del figlio di Grasso che in quel momento giocava nella Tommaso Natale, un’altra “squadra che militava nella serie C”. “Nel Tommaso Natale – racconta Volo – parava questo ragazzino che mi ha entusiasmato, perché ha dato l’anima per non farci vincere (…). Il mio allenatore (…) voleva che acquistassimo come portiere Barcellona, che era figlio di un altro magistrato, per coincidenza; io da presidente mi imposi e volli come portiere Maurilio Grasso (…). I motivi per cui ho voluto Maurilio Grasso sono esclusivamente, stupidamente sportivi”. Un giorno però Volo, racconta, riceve una telefonata: “ (…) Il campo è l’ex Bacigalupo, tanto per intenderci, in Via Resuttana. Arrivo al campo, il proprietario del bar (…) mi prospetta che sta per accadere qualcosa (…): stanno per sequestrare Maurilio. Tutti sapevano che Maurilio era nel mio cuore, punto primo, punto secondo tutti sapevano che ero un pregiudicato, il che… è facile capire che se veramente avessero fatto una cosa del genere, mi avrebbero rovinato (…) perché nessuno mai avrebbe creduto che io non fossi complice di tutto questo…”. Così Volo, a sua detta, avrebbe tentato di contattare Vittorio Mangano che, racconta, “conoscevo e che sapevo essere vicino ad ambienti… E telefonicamente… (…) Dissi: ‘Don Vittorio, ho bisogno di aiuto. Qua vogliono fare una cosa… Non si può. Non si può perché mi rovinano’”. Volo sostiene di aver conosciuto Mangano quando erano in carcere: “Sapevo che era molto vicino al proprietario del bar…”.

Alla fine, il sequestro salta. “Non si è visto nessuno. Ciò non toglie che a fine partita io ho accompagnato personalmente Maurilio fino alla macchina (…), l’ho seguito con la mia macchina per un tratto, per accertarmi che tutto andava bene ed è finita lì”. Per Volo il sequestro fu evitato grazie a Mangano ma lui non disse nulla ai Grasso. Forse solo a Maurilio giunse qualche voce, dice, ma non da lui. La sua versione non è riscontrata.

Mercato tamponi falsi 5 indagati in Trentino

Tra il 15 ottobree il 15 dicembre 2021 avrebbero registrato sulla banca dati sanitaria l’esito di circa 600 tamponi antigenici al giorno, a fronte di poco più di 500 ingressi nei centri diagnostici. Per questo 5 persone, tra cui un infermiere, sono indagate per associazione a delinquere finalizzata al falso, corruzione e accesso abusivo informatico. Per la Procura e la Guardia di finanza di Trento, i 5 avrebbero gestito un mercato di tamponi falsi in due centri diagnostici a Pergine Valsugana e a Trento e non avrebbero neanche atteso l’esito del test, inserendo subito il risultato negativo per il rilascio del Green pass. Sequestrati 120mila euro.

Stipendi Asl “gonfiati” 18 indagati a Napoli

Stipendi maggiorati per alcuni dipendenti della Asl Napoli 1 centro, con l’inserimento in busta paga di voci non previste in modo da far percepire loro emolumenti non dovuti per importi tra i 3mila e i 30mila euro. I carabinieri del Nas hanno dato esecuzione a una ordinanza nei confronti di 18 persone accusate, a vario titolo, di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e truffa aggravata. Per tre indagati è stata emessa la misura dell’interdizione dai pubblici uffici per un anno e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ed è stato applicato il sequestro di 290mila euro. Nei confronti di altri 5 soggetti è stata emessa la misura dell’obbligo di presentazione ed è stata sequestrata la retribuzione percepita illecitamente. Misura adottata anche per altre 10 persone.

“Muori, ebreo di m…” Calci e pugni a 12enne

Ieri mattina è stata presentata una denuncia ai carabinieri per ingiurie e lesioni da parte del padre di un ragazzo di 12 anni che è stato aggredito e insultato da due 15enni nel parco Altobello di Venturina, nel comune di Campiglia Marittima (Livorno) perché di famiglia ebraica. La vicenda è accaduta nel pomeriggio di domenica 23 gennaio. Il dodicenne, che frequenta la seconda media Carducci a Venturina Terme, sarebbe stato insultato dalle due ragazzine con frasi antisemite come “ebreo di m…., devi morire nel forno e poi sarebbe stato preso di mira con sputi, calci e botte sulla testa. “Tu devi stare zitto perché sei un ebreo”, hanno aggiunto le 15enni. Il ragazzo, una volta rientrato a casa, ha raccontato tutto al padre, il quale a sua volta ha informato la sindaca di Campiglia Marittima, Alberta Ticciati. Per le lesioni fisiche il ragazzo ha avuto cinque giorni di prognosi, per quelle morali ci vorrà molto di più. “Alla vigilia della celebrazione della Giornata della Memoria, suscita profondo sdegno e dolore la vile aggressione antisemita a un ragazzo della provincia di Livorno insultato e colpito da due coetanee soltanto perché ebreo”. Lo dichiara il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese.

Tentò di corrompere il segretario di Di Maio: trovato nel suo ufficio il “libro delle tangenti”

Nel suo ufficio di Napoli i finanzieri hanno trovato un’agenda in cui raccoglieva gli importi delle mazzette. Cinque o sei di queste, Bartolo Paone avrebbe cercato di consegnarle, il 14 dicembre 2021, a Dario De Falco, braccio destro di Luigi Di Maio, il quale il giorno dopo – esortato anche dallo stesso ministro degli Esteri – è andato a denunciare tutto al comandante della Guardia di Finanza di Roma. È il fondatore della Cogepa Spa il “misterioso” imprenditore arrestato nei giorni scorsi dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Gdf di Roma, su disposizione della Procura capitolina, e accusato di tentata corruzione. La Cogepa (oggi gestita dai figli di Paone, estranei all’inchiesta) è un’importante società di telecomunicazioni, con capitale sociale di 2,8 milioni di euro, che lavora con colossi come Enel, Open Fiber e Tim. Bartolo Paone, secondo quanto scriveva L’Espresso il 2 dicembre 2021, ha partecipato l’anno scorso al matrimonio a Roma di Lucia Moccia, figlia di Angelo, esponente dell’omonimo clan di camorra.

Secondo la ricostruzione della Gdf e le dichiarazioni del collaboratore di Di Maio,De Falco e Paone si sono conosciuti a fine 2020 alla Farnesina, durante un incontro istituzionale. I due si sarebbero poi sentiti spesso, con l’imprenditore intento a promuovere le virtù della fibra ottica prodotta da Cogepa. Dagli atti dell’inchiesta si apprende che tra ottobre e novembre 2021, grazie a questo “gancio”, Paone è riuscito anche a incontrare i vertici dei colossi Enav e Terna (estranei all’inchiesta). Il 10 ottobre 2021, De Falco scriveva su Whatsapp a Paone: “Aspetto che Simioni (Paolo, a.d. Enav, estraneo all’inchiesta ndr) mi dia un orario per martedì se per te va bene”. Ancora, il 6 novembre 2021 De Falco scriveva: “Mi hanno contattato da Terna in settimana mi fanno sapere Poi ti informo”. I pm non hanno rilevato alcuna irregolarità nei comportamenti di De Falco, che “faceva da filtro con i soggetti interessati a interloquire con il Ministro”. Anzi. Il consigliere rifiuterà la busta consegnatagli da Paone in un bar del centro storico di Roma, con “5/6 mazzette, ciascuna alta circa 4 cm, di banconote da 50 euro”. Cogepa, insieme ad altre imprese, il 19 gennaio 2021 si è aggiudicata un appalto in Terna, “ma non ha mai lavorato con noi”, assicurano dall’azienda elettrica. In Enav, invece, la società dei Paone ha rilevato un fornitore che si occupa delle luci pista negli aeroporti. “Simioni ha ricevuto i rappresentanti Cogepa, ma l’incontro non ha avuto seguito, tanto che dopo ha partecipato a una gara, perdendola”, dicono da Enav. Il Fatto ha contattato Vincenzo Paone, a.d. di Cogepa, che dice: “Mio padre è uscito dalla società da 2 anni e non la rappresenta, ci dichiariamo estranei ai fatti”.

“Non tutti uguali i detenuti che non collaborano”

La Corte costituzionale conferma se stessa e la sua linea sulla “liberalizzazione” dei permessi premio per i detenuti mafiosi che non hanno collaborato con la giustizia . I giudici hanno respinto un ricorso del giudice di Sorveglianza di Padova che contestava un differente trattamento tra i mafiosi che non hanno voluto collaborare, che devono superare più filtri per accedere ai permessi, e quelli la cui collaborazione era stata impossibile, perché ritenuta dai giudici “inutile”. Per la Consulta, relatore Nicolò Zanon, “il silente per sua scelta” non è uguale al “silente suo malgrado”. E ripercorre la sentenza del dicembre 2019, con la quale ha cancellato l’ostativo ai permessi premio, consentendo così ai detenuti mafiosi che non hanno collaborato di presentare una richiesta. Il permesso può essere concesso se il detenuto supera determinati paletti: per chi non collabora per scelta il giudice di Sorveglianza deve verificare sia l’attualità dei collegamenti, sia il ripristino possibile di quei collegamenti con la criminalità organizzata. Cioè si parte da una presunzione assoluta di pericolosità. Invece, per il mafioso che non ha potuto collaborare è più facile ottenere il permesso premio, basta che non abbia collegamenti attuali. Ma, ha contestato il giudice di Sorveglianza di Padova, anche chi non ha potuto collaborare può essere pericoloso perché, magari, se ne avesse avuto la possibilità, non si sarebbe pentito comunque. Secondo la Corte, però, “il carattere volontario della scelta di non collaborare è un oggettivo sintomo di allarme, tale da esigere un regime rafforzato di verifica”.

Fondi Santa Sede, nuovi atti contro il cardinale Becciu

I pm vaticani hanno trovato nuovi elementi che rafforzrebbero le accuse fin qui avanzate nei confronti del cardinale Giovanni Angelo Becciu. Il promotore di giustizia, Alessandro Diddi, ha messo insieme tutti i nuovi atti in sette faldoni e li ha depositati presso il Tribunale d’Oltretevere. Il tutto con il nuovo atto di citazione che riporta alla sbarra Becciu, per subornazione nei confronti del suo ex braccio destro, monsignor Alberto Perlasca, e altre tre persone: monsignor Mauro Carlino, ex segretario dell’ex numero due della Segreteria di Stato, il finanziere Raffaele Mincione, l’avvocato Nicola Squillace e Fabrizio Tirabassi, funzionario del Vaticano. Il processo sulla gestione dei fondi della Santa Sede, dunque, si ricompone e ripartirà il 18 febbraio. Nel nuovo documento depositato dai pm vaticani, tuttavia, ci sono anche elementi che sembrano andare a vantaggio del cardinale. Come la considerazione sui 100 mila euro che, secondo l’accusa, sarebbero stati distratti in favore della società del fratello di Becciu. Versamento, si legge nel dispositivo, avrebbe “effettivamente contribuito (…) a formare la provvista utilizzata per i lavori del panificio”. Tanto che gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, hanno dichiarato come, a loro giudizio, “l’originaria accusa si è fortemente ridimensionata”. Ieri, intanto, le difese hanno eccepito la nullità dei verbali Perlasca, tra i principali testimoni dell’accusa. Il riferimento è all’interrogatorio dei pm vaticani a Perlasca del 23 novembre 2020, “lesivo della dignità di Becciu”, per gli avvocati, in cui il promotore chiede a Perlasca se fosse a conoscenza di eventuali “rapporti intimi” tra Becciu e Cecilia Marogna, l’esperta di intelligence destinataria di numerosi bonifici. “Ma come non sa nulla? – gli dice il pm – L’ha mai sentito Crozza che cosa ipotizza nelle sue trasmissioni? Il cardinale ha querelato L’Espresso e non fa niente a Crozza? Io l’avrei massacrato, gli avrei fatto male, cosa fai, non lo sfidi?”.