Ita, su Msc pende la sanzione Anac: offerta a rischio

Posto che l’operazione ventilata l’altroieri è ancora da definire, l’acquisizione di Ita Airways, l’ex Alitalia, da parte di Msc rischia di non essere possibile per legge. Sul gruppo svizzero, infatti, pende la sanzione che Anac deve comminargli per aver assunto all’inizio del 2017 l’ex presidente del porto di Genova Luigi Merlo, configurando un caso di pantouflage. È la legge che disciplina l’impiego di ex funzionari pubblici da parte di privati, vietando l’assunzione di coloro che abbiano “esercitato poteri autoritativi o negoziali” da parte di “soggetti privati destinatari dell’attività della Pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri”. Merlo, marito di Raffaella Paita, presidente della Commissione Trasporti della Camera (Italia Viva), fu presidente dell’Autorità portuale genovese dal 2008 al 2015, anni in cui Msc attraverso diverse controllate e concessionarie raggiunse e consolidò il ruolo di primattore dello scalo. Oltre alla nullità dell’assunzione del funzionario, la legge prevede il divieto triennale per chi assuma di contrattare con la pubblica amministrazione. Nel marzo 2018 l’Anticorruzione accertò la violazione e nell’ottobre 2019 il Consiglio di Stato stabilì che sempre Anac commini la sanzione, corroborato poi dalla Cassazione. Da due anni e mezzo, però, Anac glissa e non stabilisce se il divieto sia scattato all’assunzione, all’accertamento o se valga per il futuro. Nel primo caso sarebbero nulli i molti contratti intanto sottoscritti (concessioni, noleggi di navi, etc) fra Msc e pubbliche amministrazioni, con enormi conseguenze erariali per quelle che nemmeno si son poste il problema di contrattare con un soggetto potenzialmente inibito, preferendolo spesso ad altri. Nel secondo il più grosso armatore e operatore logistico del mondo non potrà per tre anni negoziare con enti pubblici come il ministero dell’Economia, azionista di Ita.

Mille scienziati contro le armi atomiche: firma anche il premio Nobel italiano Parisi

Un ‘no’ all’uso e alla produzione delle armi atomiche e la richiesta di eliminarle entro il 2045: è quanto si legge nella lettera aperta rivolta ai cinque Paesi nucleari (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) e agli Stati che hanno aderito al Trattato di non proliferazione (Npt), e che ha raccolto oltre mille firme in 69 Paesi, tra scienziati, ex ministri, ambasciatori e parlamentari, leader religiosi, imprenditori e premi Nobel. Tra questi ultimi, l’italiano Giorgio Parisi, vicepresidente dell’Accademia nazionale dei Lincei. Promotore dell’iniziativa è la rete NoFirstUse Global, che comprende organizzazioni, accademici, politici e sostenitori della società civile. “Il Trattato di non proliferazione è stato rispettato dai Paesi non nucleari, ma i Paesi nucleari non hanno rispettato i loro obblighi – ha detto il Nobel per la Fisica 2021 –. Come cittadino di un Paese non nucleare sono particolarmente offeso dal loro rifiuto di iniziare i negoziati per raggiungere l’eliminazione globale delle armi nucleari”.

Novavax, i Ni vax che lo aspettano rischiano di non poterlo scegliere

Sarebbe dovuto arrivare in Italia alla fine di gennaio, poi le consegne sono slittate a febbraio. Questione di qualche settimana (forse di un mese) e Novavax dovrebbe, in ogni caso, essere in Italia. Sulla carta potrebbe essere il vaccino capace di vincere le resistenze degli indecisi e anche degli irriducibili. Sviluppato negli Stati Uniti dalla casa farmaceutica Novavax (il nome commerciale del prodotto è in realtà Nuvaxovid), a differenza di Pfizer e Moderna (che utilizzano l’Rna messaggero) è infatti basato sulla più tradizionale biotecnologia delle proteine ricombinanti, già utilizzata da decenni per altri vaccini come quelli contro l’epatite B e il papilloma virus: contiene frammenti prodotti in laboratorio della proteina Spike, che si trova sulla superficie delle cellule del virus Covid-19, e un adiuvante che stimola la risposta immunitaria.

Proprio per questo tanti lo hanno già ribattezzato il vaccino dei no vax. Ma che possa davvero fare la differenza, e quindi ridurre sensibilmente il numero dei non vaccinati, appare almeno per ora davvero difficile. Per un motivo molto semplice: non è affatto detto che le Regioni diano a chi deve ancora fare la prima dose la possibilità di puntare subito sul nuovo siero. Anzi. Per ora la confusione regna sovrana. Solo la Regione Lazio, la prima pronta a somministrare Novavax in 15 hub dislocati su tutto il territorio regionale (dei quali sette a Roma), ha confermato che i cittadini potranno continuare a scegliere, come hanno sempre fatto, con quale vaccino immunizzarsi. Del resto nel Lazio non sarà modificata la piattaforma online sulla quale è possibile prenotarsi e dove sono caricati anche tutti i vaccini disponibili, tra i quali chiunque può scegliere.

Anche la Regione Lombardia ha già deciso. Ma al contrario del Lazio, ha detto no, nessuno avrà la possibilità di optare per un vaccino o per l’altro. L’altroieri lo aveva anticipato il coordinatore della campagna vaccinale Guido Bertolaso (“Quando sarà disponibile anche questo ulteriore vaccino verrà dato in modo random”) e ieri la Regione ha confermato: non sarà offerta possibilità di scelta nemmeno agli ultracinquantenni per i quali dall’8 gennaio scorso è entrato in vigore l’obbligo vaccinale.

Per il resto tutto è in un limbo. Ci sono governatori che attendono chiarimenti ministeriali o quantomeno decisioni concordate al tavolo della Conferenza delle Regioni (è il caso della Campania), altre che la questione non l’hanno nemmeno messa in agenda (è il caso del Piemonte). Nella regione guidata da Alberto Cirio c’è un precedente. L’anno scorso, dopo il balletto delle disposizioni sull’anglo-svedese AstraZeneca, Cirio aveva deciso di dare agli over 60 la possibilità di scegliere il vaccino. Ma non è affatto detto che questo precedente venga replicato. Molto dipenderà anche da quando Novavax sarà consegnato. Anche se, come spiegano i collaboratori di Cirio, “la linea della Regione è quella di attenersi alle indicazioni che arrivano dal governo”.

Indicazioni attese anche in Emilia-Romagna, dove però sia il presidente, Stefano Bonaccini, sia l’assessore alla Salute, Raffaele Donini, non sembrano intenzionati a cambiare rotta rispetto a quanto fatto finora: nessuna possibilità di scelta.

Per ora nessuna Regione sa nemmeno quanto sarà consegnato, nel primo trimestre di quest’anno, delle circa 27 milioni di dosi concordate dalla Commissione europea con la casa farmaceutica Usa, sulla base dell’accordo firmato lo scorso agosto. Accordo che prevede per i Paesi Ue la possibilità di acquistare altri 100 milioni di dosi tra quest’anno e il 2023. Di certo c’è che Novavax verrà utilizzato nel ciclo primario di vaccinazione e non come booster, vale a dire come richiamo, con un intervallo di tre settimane tra la prima e la seconda dose. E che il nuovo vaccino ha mostrato una efficacia che si attesta intorno al 90%. Di Novavax si sa inoltre che produce vaccini anche per molte altre malattie, dal virus sinciziale alle influenze stagionali.

La curva si raffredda, ma record di morti della 4ª ondata: 468

Lorenzo lo chiamavano tutti Lollo. Avrebbe compiuto 11 anni a marzo, viveva a Nucetto (Cuneo) ed è morto ieri all’ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino, apparentemente per una forma grave di Covid-19 che avrebbe provocato, tra l’altro, una miocardite. Non aveva altre malattie, secondo le informazioni diffuse. Il resto lo dirà l’autopsia. A quanto si è appreso non era vaccinato contro il Covid, benché i familiari lo fossero, perché aveva avuto un episodio di epilessia da piccolo che preoccupava i genitori, per quanto i medici del Regina Margherita affermino che non rappresentasse una controindicazione. È il 39esimo decesso tra 0 e 19 anni, ricorda la Società di pediatria (Sip) sottolineando che su 3,6 milioni di bambini tra 5 e 11 anni il 27% ha fatto una dose e solo il 7% due. I contagi, in quella fascia d’età, corrono.

Ieri le Regioni hanno registrato 468 decessi in 24 ore, un dato che ci riporta all’aprile scorso, ben superiore alla media settimanale che è di circa 350. Poi però hanno precisato che fino a 186 morti sono frutto di riconteggi. Se vogliono convincerci che il bollettino quotidiano non funziona ci stanno riuscendo. Negli ultimi sette giorni i decessi sono stati 2.518, circa l’11% in più rispetto ai 2.266 della settimana precedente che erano aumentati del del 53% rispetto ai 1.518 dei sette giorni fino all’11 gennaio. Insomma anche la curva dei decessi comincia lentamente ad appiattirsi, come quella delle terapie intensive che però anche ieri hanno visto 130 nuovi ingressi (+9 il saldo tra entrate e uscite): ci sono 20 mila pazienti nei reparti ordinari e poco meno di 1.700 nelle rianimazioni, abbastanza per complicare la vita degli ospedali e accumulare ritardi pericolosissimi sulle patologie non Covid. I primi però, fino a un terzo, sono pazienti positivi ma ricoverati per altre patologie. Ed è probabile che gran parte di loro, in caso di decesso, finiscano tra i morti Covid. I contagi rilevati ieri sono circa 186 mila contro i 228 mila di martedì scorso e i 220 mila di martedì 11 gennaio.

Su questa base le Regioni chiedono di “semplificare”. Via il sistema dei colori, regole diverse per sintomatici e asintomatici, stop al contact tracing, isolamento di soli tre giorni per i lavoratori dei servizi essenziali contagiati anche sintomatici, bambini e ragazzi infetti a scuola se vaccinati e asintomatici, distinguere i ricoveri “per” e “con” Covid, libertà di ingresso in Italia con il green pass Ue senza tamponi e quarantene. Oggi inizia il confronto. Deciderà Palazzo Chigi.

Colle, ascolti giù: la “maratona”. Maggioni fa flop

Le maratone televisive sulla politica non vanno più? Così sembrerebbe, almeno a vedere i dati di ascolto della prima giornata televisiva dedicata all’elezione del capo dello Stato.

Parliamo di lunedì 24 gennaio, primo giorno di votazioni, con le tv che non si sono risparmiate in quanto a ore di diretta e inviati sul campo. Forse stufa di prendere sberle sull’informazione, mamma Rai questa volta era sul “pezzo”. Ma con risultati piuttosto bassi.

Per imitare la mitica “maratona Mentana”, ecco Rai1 proporre una lunghissima trasmissione, una sorta di versione quirinalizia de La vita in diretta, dove Alberto Matano è stato affiancato nella conduzione dalla direttrice del Tg1, Monica Maggioni, insieme a Serena Bortone, Lucia Annunziata e Marcello Sorgi. Iniziata verso le due e mezza di pomeriggio, la diretta della rete ammiraglia ha raggiunto un mesto 12,5% di media di share, ovvero circa 1 milione e 900 mila telespettatori. Surclassata, come fa notare anche il sito Vigilanza.tv, da quasi tutti gli altri programmi del pomeriggio: su Canale 5 Uomini e donne ha fatto il 21,6%, Amici il 18,5%, Pomeriggio cinque il 17,1%.

Insomma, un flop, anche se è vero che solitamente l’informazione soccombe quasi sempre di fronte ai colossi dell’intrattenimento. La maratona, però, ha in pratica inghiottito anche il Tg1: alle 20 Rai1 registrava un 18% di share, contro il 20,9% raggiunto dal Tg5. E non è un dato da poco, visto che da anni il Tg1 è quasi sempre sopra il telegiornale di Clemente Mimun. Numeri raggiunti da Giuseppe Carboni e confermati, anche se per ora al ribasso, dalla Maggioni. Nella prima metà di gennaio il Tg1 delle 20 ha fatto registrare una media del 24,8 (contro il 25,4 del 2021), mentre il Tg5 sta sul 18,7 (contro il 19,4 di un anno fa).

Ma non è andata benissimo anche fuori dalla Rai. La stessa Maratona Mentana, in onda su La 7 dalle 14.15 (45 minuti prima dell’inizio della votazione), ha raggiunto il 5,1% di share, ovvero circa 783 mila telespettatori (quando spesso supera il 7), mentre la seconda parte in prima serata si è fermata al 2,8%, ovvero 648 mila spettatori. Vero che in prima serata aveva contro avversari di tutto rispetto, come il Grande Fratello Vip e Report (6,8%), ma Quarta Repubblica di Nicola Porro, in onda su Rete 4, ha fatto comunque meglio con un 4,1% e 751 mila telespettatori. Mentana forse ha pagato la lunghezza del programma in onda da quasi sei ore prima del suo tg.

Dopo un’intera giornata di maratone, a farne le spese è anche Bruno Vespa. Il suo Porta a Porta – Chi sarà il presidente, in seconda serata su Rai1, ha totalizzato l’8,3% per un totale di 873 mila telespettatori. Pochino per un evento così importante realizzato in collaborazione col Tg1 (e infatti anche qui c’era Maggioni) e per un programma che di solito viaggia su medie più alte.

Ieri, però, non contenti, è andata in scena la replica. Alle 14.15 è partita un’altra Maratona Mentana, che probabilmente ci accompagnerà fino all’elezione del capo dello Stato. Gli altri, invece, hanno precauzionalmente deciso di accorciare. Così su Rai1 si è iniziato a parlare di Colle solo passate le 18, con una conduzione a metà Matano-Maggioni, inviati e ospiti in studio. In contemporanea, sempre nel tardo pomeriggio, su Rai2 c’era uno Speciale Quirinale condotto da Maria Antonietta Spadorcia, mentre su Rete 4 andava in onda Porro col suo Quarta Repubblica.

La serata, poi, è tornata normale: in prime time Cartabianca (Rai3) e Di Martedì (La7) e in seconda serata su Rai1 la versione normale di Porta a Porta. Oggi vedremo se i numeri saranno migliori rispetto all’esordio quirinalizio.

Rose per un funerale: Luna Park parlamento

Esse bi. Le iniziali di scheda bianca, la più votata per il secondo giorno consecutivo.

Il peone ignoto, con le mani in tasca, proclama fiero e sarcastico: “Ho votato esse bi. Esse bi come scheda bianca o Silvio Berlusconi”. Accanto a lui, nell’angolo del cortile riservato ai viziosi del fumo, altri due grandi elettori ridono. È l’ennesimo sberleffo al de cuius Pregiudicato, ovviamente in senso politico (lunga vita al Caimano), che sulle montagne russe dei grandi elettori riuniti da lunedì non è riuscito neanche a salire.

Benvenuti al luna park di Montecitorio. Dove sovente si festeggia alla caduta rovinosa di un quirinabile e il caos non è mai calmo, ma corre nervoso tra il Transatlantico, i corridoi della Camera, il cortile coperto per l’occasione e la fatidica buvette.

E ieri sul catafalco funebre, non quello del voto, è toccato stare, incredibile dictu, a Mario Draghi, il favorito dei favoriti. Per lui, un martedì nero, in completa picchiata. Il senatore Sandro Ruotolo, libero, uguale ed ecosolidale del Misto, unisce indice e medio della destra e disegna una croce nell’aria, il gesto che indica che una persona non c’è più. “Sconcertante quello che ha fatto, si è messo a fare la campagna presidenziale da Palazzo Chigi”. Qualche metro più un parlamentare pentastellato annuisce: “Draghi si è ucciso da solo”. Idem il noto azzurro Giorgio Mulè: “Un suicidio in piena regola”. Ma perché tutta questa gioia per la presunta dipartita del quirinabile Migliore? Ancora il grillino: “Perché in questo Parlamento azzerato dalla pandemia, deputati e senatori hanno ritrovato l’orgoglio di stare qui. E non è una questione di stipendio, basta con questa storia, nella vita di un politico non ci sono solo i soldi”. Sarà. In ogni caso questa ferocia anti-draghiana è degna del parlamentarismo truculento di Oliver Cromwell, nell’Inghilterra monarchica del Seicento.

Quando manca un quarto d’ora alle cinque, Primo Di Nicola, altro parlamentare del M5S, profetizza: “Contro Draghi oggi arriverà un altro segnale: aumenteranno i voti per Mattarella”. Di Nicola è un teorico della processione supplice verso Palermo, dove l’attuale capo dello Stato si trova: “Non bisogna chiedergli se è disponibile, bisogna andare da lui e dirgli: noi ti votiamo”. E così, alla otto di sera, il vaticinio si avvera: dai sedici voti di lunedì, Mattarella sale a 39, quando il candidato dei fuoriusciti a cinque stelle, Paolo Maddalena. Ma nel luna park di Montecitorio il pomeriggio che muore (e dàgli con questi paragoni da cimitero) inizia a risplendere la stella di Maria Elisabetta Alberti Casellati, la Queen Elizabeth di Palazzo Madama, novella Cornelia dei Gracchi che dell’amore materno ha fatto la cifra della sua carica istituzionale.

Sono quasi le sei della sera quando Daniela Santanchè, la ex Pitonessa berlusconiana oggi camerata meloniana, si avvicina a Loredana De Petris, capogruppo del Misto al Senato e donna di sinistra, e le dice: “Voi femministe dovreste essere contente se giovedì eleggiamo una donna”. La forzista Casellati, of course. Il nome rimbalza di bocca in bocca e si fa largo tra quei democratici e quei grillini che non si fidano di Enrico Letta. In pratica, se il segretario del Pd non molla pubblicamente Draghi, c’è il rischio che il primo nome della destra si ritrovi al Colle già giovedì, giusto per non correre rischi. Ed è per questo che Queen Elizabeth per almeno un paio d’ore diventa la nuova e virtuale presidente della Repubblica. Dalle parti di Forza Italia però non c’è molta euforia. Anzi. Da un capannello azzurro: “È una che per quattro anni si è dimenticata di noi e ha favorito solo la Lega”.

Sim Sala Bim, la presidente del Senato salta fuori dalla rosa che non c’è, la rosa invisibile della destra. È uno di quei trucchi antichi della politica italiana. I nomi veri si tengono coperti e se ne fanno altri a mo’ di scudo. È il caso della rosa offerta da Salvini, Meloni e Tajani. Cioè Moratti, Pera e Nordio. Tra i grandi elettori nessuno ci crede e tutti continuano a rimanere concentrati su Casellati, come se nulla fosse successo. Al punto che si sparge il panico tra i sostenitori dell’altro nome coperto che aleggia da due giorni. Quello di Pier Ferdinando Casini, centrista senza partito nonché voltagabbana senza pari, dalla Casa delle libertà al collegio più rosso di Bologna grazie al Pd di Matteo Renzi. I credenti di Casini sono numerosi a destra. Tra questi l’ex ministro Gaetano Quagliariello, oggi senatore schierato con Toti e Brugnaro, che ripete felice il saluto tipico di Casini: “Fratello nella fede”. Attenzione però. Tra i fedeli del rito casiniano si cela qualche potenziale Giuda di alto rango. Un nome per tutti: Matteo Renzi. Quelli del Pd si divertono a seminare zizzania: “Renzi è tentato dalla Casellati, si libererebbe la poltrona di presidente del Senato e lui potrebbe farci un pensierino”. Come no. Ci manca solo Renzi seconda carica dello Stato. Nei luna park incubi e sogni si sovrappongono nel caos di giostre e luci. A dire il vero, anche nel Pd c’è la fila per prendere il posto di Queen Elizabeth: Roberta Pinotti, Valeria Fedeli, Luigi Zanda. La somma delle ambizioni individuali può dare risultati imprevedibili.

Ma i renziani non sono tutti uguali. Giacomo Portas è un moderato sabaudo e si trova iscritto al gruppo di Italia Viva per non finire nel Misto. In tutti e due le votazioni ha scritto il nome di Pier Luigi Bersani sulla scheda. Sì, Bersani, che nel segno dell’anti-renzismo è uscito dal Pd e ha fondato un altro partito. Sostiene Portas: “Voto Bersani perché è un mio amico e gli voglio bene”. Ma lui lo sa? “Sì”. Roberto Fico sta completando lo spoglio e nell’angolo fumatori si forma uno strano terzetto. Due socialisti e un grillino. Non è una barzelletta. Il primo è Riccardo Nencini, peraltro insofferente alla mascherine. Se la toglie in continuazione e un commesso gli ha persino dovuto fornire una Ffp2 bianca per sostituire quella azzurra chirurgica. Poi ci sono Bobo Craxi e il senatore pentastellato Andrea Cioffi. Parlano della Casellati e di un presidente che dovrebbe arrivare venerdì.

Previsioni e speranze si mischiano. Tutto fuorché Mario Draghi. È la voce possente di gran parte di un Parlamento che rivendica il primato della politica. Sembra un paradosso, in un quadro così scomposto, caotico e frammentato. Può darsi che nei prossimi giorni il Migliore risorga all’improvviso. Ma ieri la valanga di schede bianche ha edificato un mausoleo funebre alla sua candidatura.

Oggi si ricomincia e tutto può cambiare. Benvenuti al luna park di Montecitorio. Le montagne russe non sono una metafora.

Anna Falcone: “Paese bloccato per le mire del premier”

I problemi di una eventuale elezione di Mario Draghi al Quirinale “non sarebbero solo procedurali, ma anche sostanziali”. Dei primi hanno parlato a lungo diversi costituzionalisti – Michele Ainis qui accanto avvisa del possibile cortocircuito istituzionale –, ma anche i secondi non possono essere sottovalutati: “Rischiamo di commissariare la più alta carica dello Stato”. A dirlo è Anna Falcone, avvocata ed esperta di diritto costituzionale, molto critica sull’ipotesi che il presidente del Consiglio si sposti al Quirinale: “Abbiamo già commissariato Palazzo Chigi l’anno scorso, chiamando Draghi perché doveva garantire per noi in Europa. Adesso rischiamo di commissariare pure la più alta carica dello Stato, quella che però non serve ad assicurare qualcosa all’Unione europea, ma a difendere i principi costituzionali e la tenuta democratica del Paese”.

Secondo Falcone, anche solo il fatto che Draghi abbia fatto capire di essere disponibile per il Quirinale ha danneggiato la salute della politica: “Negli ultimi mesi abbiamo avuto due auto-candidature. Una esplicita, quella di Silvio Berlusconi. L’altra implicita, di Draghi. Ma entrambe hanno fatto sì che si paralizzasse il dibattito intorno al Quirinale, fino alla situazione di oggi”. Portare Draghi al Colle, poi, provocherebbe una sorta di “presidenzialismo di fatto”, altra stortura rispetto ai principi costituzionali: “Ci sono tante forme di governo ed è legittimo che qualcuno possa preferire qualche altro sistema rispetto a quello attuale. Ma per una modifica bisogna passare da un dibattito e da un percorso di riforma, non possono esserci dei movimenti carsici con cui si mira a mutare l’assetto”. I responsabili di questo pericolo, dice Falcone, sono i partiti: “La loro fragilità è un’anomalia. E il fatto che ora si voti per il Colle a fine legislatura non aiuterà”.

“Se Draghi va al Quirinale si rischia un cortocircuito”

C’è la politica. E poi ci sono le regole, dentro cui la politica si dovrebbe muovere, anche se pare che il perimetro delle manovre sia più quello delle eccezioni. I partiti sembrano arresi agli scatoloni del presidente Mattarella, e dunque si ragiona – al di là delle rose più o meno sfiorite – attorno al nome di Mario Draghi. Ipotesi che pone problemi di “igiene costituzionale”. Su Repubblica Michele Ainis, costituzionalista di Roma Tre, ne ha analizzato uno, che riguarda la successione a Palazzo Chigi.

Professore, secondo una legge del 1988, in caso di impedimento temporaneo del presidente del Consiglio la supplenza spetta, in mancanza di diversa disposizione da parte del premier, al ministro più anziano. È il momento di Brunetta? O deciderà Draghi?

La stanza dei bottoni deve sempre avere una guida. La legge disciplina l’impedimento temporaneo, ma se Draghi si dimette perché eletto – non può assumere entrambe le cariche contemporaneamente – sarebbe un impedimento definitivo. Possiamo applicare per analogia la regola che lei ha citato. Ma qui tutto non torna. Per ragioni sistemiche: il presidente del Consiglio non può revocare i ministri e quindi non può nemmeno designare il suo successore come premier. Si introduce un elemento di personalizzazione del potere che ci fa rimbalzare all’antica Roma, quando l’imperatore sceglieva il suo successore. C’è una lacuna enorme.

Le consultazioni le farebbe Mattarella?

Anche qui c’è un problema. La Costituzione prevede l’ipotesi di proroga o supplenza del presidente della Repubblica. La proroga è prevista nel caso in cui le Camere siano sciolte e la supplenza in caso di impedimento temporaneo o permanente. Io penso che sia preferibile la proroga, perché non vedo l’impedimento personale del presidente.

Però anche la proroga è tipizzata: si può estendere per analogia?

È vero. In ogni caso, le consultazioni le farà il nuovo presidente della Repubblica: sarebbe, da parte di Mattarella, uno sgarbo costituzionale sottrarre al suo successore il potere di dirimere la crisi di governo.

Ci potremmo trovare in una situazione di questo tipo: Draghi va al Colle, sceglie il suo successore per la supplenza, sempre lui – sentiti i partiti – individua il premier incaricato. Un cortocircuito costituzionale?

Sì, formalmente è possibile. Ma lo ritengo improbabile: è vietato sposarsi con se stessi! Come sarebbe una scorrettezza da parte di Mattarella sottrarre al nuovo presidente il potere di fare il nuovo governo, così sarebbe una scorrettezza da parte di Draghi scavalcare l’automatismo della supplenza del ministro più anziano, scegliendosi il successore.

Sono comunque molti poteri in capo a una persona sola…

Siccome non era mai accaduto, si pensava non potesse accadere: nessuno ha pensato di disciplinare l’eventualità.

Si fanno nomi di premier tecnici. La politica non si sente molto bene…

Bisogna capirsi: se per tecnico intendiamo solo chi non appartiene ai partiti, abbiamo una brutta idea della politica. L’articolo 49 della Carta dice che i partiti “concorrono” a determinare la vita politica del Paese. Fa politica chi si occupa della polis. Comunque, il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale: è più facile per i cittadini riconoscersi in una persona che non ha indossato per 50 anni la maglia di un partito.

Draghi al Quirinale a guidare da fuori, un Parlamento dove quasi non c’è l’opposizione: i contrappesi sono saltati?

In parte è vero. Tutto dipende dalla debolezza della politica. E quando la politica è fragile, il presidente è forte. Perciò la scelta del presidente è la scelta di un uomo forte in un habitat politico spossato. Il Parlamento è senza maggioranze, composto com’è da una maggioranza di minoranze: come si diceva una volta, la situazione è balcanizzata. La forza della candidatura di Draghi dipende dalla debolezza delle alternative.

“Pazza idea: porto Renzo Arbore al Colle”

Una provocazione, ma anche no: Renzo Arbore presidente della Repubblica. “Vista la confusione e la totale mancanza di fantasia e di stile della classe politica”, si legge in una petizione su Change.org, perché non mandare al Colle un gigante della cultura popolare? Il “grande elettore” che ha lanciato la proposta è Fabio Canessa, insegnante al liceo classico Virgilio di Roma, giornalista, critico cinematografico e protagonista di quell’affascinante esperimento divulgativo che è l’università di Aristan in Sardegna (dove ci si laurea in “Scienze della felicità”, con docenti come Barbara Alberti, Vittorio Sgarbi e Giulio Giorello). “L’ultimo atto di Sergio Mattarella è stato nominare Arbore Cavaliere di Gran Croce”, ricorda Canessa, “mi piace pensare che fosse una staffetta simbolica”.

Perché proprio Arbore?

Penso abbia tutte le caratteristiche giuste: è un artista colto, ma popolarissimo. È al di sopra delle parti politiche. Arbore ha lo swing!

Lo swing?

L’improvvisazione. C’è bisogno di swing. Il prossimo presidente avrà di fronte il caos, una confusione incredibile, governi di coalizioni lunghissime e litigiose. Avrà bisogno di fantasia e capacità di improvvisare.

Bastano quelle?

Arbore è un direttore d’orchestra geniale, ha stile, fantasia e ritmo. È laureato in Giurisprudenza, è una persona colta. È un avvocato come Giuseppe Conte. Sta al di sopra della sinistra e della destra. Con questa politica qui, non sarebbe meglio se il capo dello Stato venisse dal mondo dell’arte?

In effetti non c’è partita con i vari Cruciani, Vespa e Amadeus che hanno raccolto voti alla prima chiama.

Quei voti sono sberleffi, anche un po’ infantili. Io lo dico con spirito diverso. Sono consapevole che questa idea ha il suono di una provocazione, ma la Carta non prescrive che il presidente della Repubblica debba venire dal mondo della politica. E non mi pare che in giro ci siano Churchill o Cavour. Perché non Arbore, allora? La politica è sempre più come il jazz, è una jam session, un grande rumore spontaneo. Arbore è il maestro della jam session, è il direttore dell’Orchestra italiana.

A giudicare dall’apprezzamento del pubblico, il jazz della politica di questi tempi è assai scadente.

Lo credo bene, ognuno suona per conto suo. Manca il direttore d’orchestra. Manca Arbore.

Ma lei ci ha parlato? Ne ha appurato la disponibilità?

Lo conosco da quando ho partecipato a Meno siamo meglio stiamo, ma non gli ho parlato di questa iniziativa. Ma so che è stato avvertito e l’idea lo diverte molto. Anche Sgarbi è convinto che la petizione sia una bella trovata.

Sgarbi con le “operazioni scoiattolo” non è tanto fortunato.

Vero, ma a Berlusconi in fondo non credeva nessuno. E Arbore è ancora Cavaliere.

Pd e 5S, il grande freddo. Casini e Amato sul tavolo

Il centrosinistra quasi spaccato su Mario Draghi sta prendendo atto che il premier non può traslocare di Palazzo. O almeno che è molto complicato concederglielo. Così tiene nel cassetto le tre carte che erano pronte – pare – per essere calate nel gioco del Quirinale, Andrea Riccardi, Paola Severino e Rosy Bindi. E chiama al tavolo il centrodestra, con una nota che ruota attorno a un passaggio: “Riconfermiamo la nostra volontà di giungere ad una soluzione condivisa su un nome super partes”.

Una figura, traducono più fonti, che ad oggi non può essere Draghi, “perché non lo vogliono M5S e Lega”. Così quando si fa buio i nomi di Pierferdinando Casini e Giuliano Amato sembrano di nuovo possibili, perfino per il M5S, con il primo più digeribile per il Movimento: tanto che sarebbe affiorato anche nella cabina di regia con Conte di lunedì sera. La certezza per adesso è la distanza tra Giuseppe Conte ed Enrico Letta, due conviventi che improvvisamente non si fidano più troppo l’uno dell’altro. Perché Conte contesta a Letta l’eccessiva insistenza su Draghi, mentre al dem non è piaciuta, per nulla, l’apertura dell’avvocato al centrodestra. Differenze evidenti anche nella reazioni dei rispettivi partiti. “Draghi resterà a Palazzo Chigi, dopo il ritiro di Silvio Berlusconi Giuseppe Conte ha ottenuto un altro risultato” esultano in serata dal M5S, a vertice di centrosinistra appena concluso. “Draghi? Non è chiusa finché non è chiusa” ribattono fonti dem. Letta non lo esclude ancora, l’ex presidente della Bce. Anche se vede la partita complicarsi. Nell’attesa, il segretario invoca da tutti buona volontà: “La proposta che facciamo è quella di chiuderci dentro una stanza e buttiamo via le chiavi, pane e acqua, fino a quando arriviamo a una soluzione: domani (oggi, ndr) è il giorno chiave”. Di certo per i giallorosa la soluzione non può essere Maria Elisabetta Casellati. Il centrodestra l’ha tenuta fuori dalla terna su spinta di Matteo Salvini, convinto che qualche pezzo dei 5Stelle – come al solito divisi – possa anche votarla. Lei, la presidente del Senato, ne ha chiamati diversi di grillini: speranzosa. Ma un travaso di voti pare impossibile. E comunque la partita sembrerebbe già portare altrove. Perché è vero, per i giallorosa il bis di Mattarella sarebbe l’esito “perfetto”, come lo ha definito Letta.

Ma il centrodestra di convergere sul presidente uscente non vuole saperne, almeno per ora. Così ecco che Casini diventa una prima opzione, “anche se è il nome di Matteo Renzi” come sussurrano nel M5S, dove nelle chat commentano con sgomento l’ipotesi della Casellati. O di Franco Frattini, alimentata con grandi sforzi da Renzi, voglioso di proteggere in ogni modo i suoi nomi: Casini appunto e Draghi, non necessariamente in quest’ordine. “Frattini non è affatto un nome di Conte” smentiscono in ogni forma dal Movimento. Ma nel Pd l’hanno presa comunque male, facendo subito asse con Iv contro l’ex ministro. Un’altra conferma di un clima, tra i piani alti di Pd e M5S. Anche se ora devono trovare assieme una via per uscirne incolumi. Con Conte che ieri è andato drittissimo contro Draghi: “Il mio ruolo non è difendere il destino dei singoli ma l’interesse nazionale”.

L’avvocato era ed è pronto anche a uscire dalla maggioranza, in caso di sua elezione. E ormai non esclude neppure una frattura interna insanabile, insomma una scissione. “Giuseppe potrebbe tirare dritto” giuravano – o minacciavano – alcuni dei suoi ieri mattina, in un clima da guerra fredda con i dimaiani, visibile ieri alla Camera perfino in certi sguardi nel Transatlantico. Ma Luigi Di Maio, pure fautore di Draghi, non ci vuole arrivare. Nella cabina di regia, dove ha finalmente preso la parola dopo tante riunioni, il ministro ha esortato a “non porre veti” sul premier: “Non dobbiamo isolarci, rischiamo di ritrovarci da soli”. Ma Conte ha tenuto il punto. E i nomi di Casini e Amato sarebbero spuntati come alternative che non suscitano entusiasmo: “ma a questo punto…” sussurra un big. Un nome forte al posto di Draghi il M5S finora non lo ha e non lo ha trovato neppure con Salvini. Ha valutato e accantonato un giurista di alto livello. Ma in questa fase molte carte restano ancora coperte.