Giorgetti e gli applausi a Matteo (che lo vuole cacciare dal governo)

Ore 12, interno Camera. Riunione dei deputati leghisti presieduta da Matteo Salvini. Il segretario va dritto alzando la voce: “Non possiamo far decidere il Presidente della Repubblica allo spread o alla tecnocrazia internazionale”. Si riferisce a Draghi, ça va sans dire. Salvini non lo vuole, o almeno il suo veto sembra molto convinto. Scattano gli applausi scroscianti. In prima fila, alla sua sinistra, c’è Giancarlo Giorgetti, fedelissimo del premier che lavora da mesi per portare Super Mario al Colle. È imbarazzato, Giorgetti, ma deve timidamente accodarsi ai colleghi che si spellano le mani. Clap, clap. Poi a fine riunione si alza e inizia a parlottare fitto fitto con Salvini. Cosa si siano detti, nessuno lo sa. Ma il segretario e il suo vice, in questo momento, parlano una lingua diversa. Il primo, lunedì, si aspettava una mossa di Draghi per trattare la sua ascesa al Colle ma è rimasto deluso dal premier (“era una sfinge” ha riferito ai suoi) e quindi sta puntando su un nome di centrodestra; il secondo invece lavora alacremente per convincerlo che, tutto sommato, al segretario della Lega potrebbe convenire andare sul premier. “Matteo, Draghi è una risorsa che non possiamo permetterci di sprecare – ha detto negli ultimi giorni Giorgetti a Salvini – e se lo eleggeremo al Quirinale lui se lo ricorderà dopo le elezioni…”.

Tant’è che il ministro dello Sviluppo Economico ha preso bene l’apertura di un dialogo tra Draghi e Salvini: dopo il faccia a faccia di lunedì, i due si sono risentiti ieri ma il leghista ha fatto sapere che “non si è parlato di poltrone ma di problemi reali” a partire dal caro bollette fino alla crisi tra Russia e Ucraina. “Se si parlano è un bene” va dicendo Giorgetti, con il sorriso a 32 denti, a chi lo incontra in Transatlantico. Eppure, in privato, è più caustico: “Draghi poi se ne va” ha detto Giorgetti a Luigi Di Maio riferendosi alla possibile elezione di un altro presidente che non sia Sergio Mattarella. Ieri il numero due della Lega ha anche incontrato Enrico Letta, primo supporter del premier. Con Giorgetti stanno i governatori – li ha riuniti ieri a cena all’Hostaria Romana – che possono contare ancora su un pacchetto di 40 voti. Luca Zaia ha consigliato a Salvini che “Draghi è meglio intestarselo che subirlo”, Massimiliano Fedriga non proferisce parola e dice di appoggiare fedelmente “la linea del segretario”. Però poi, ai suoi colonnelli in Parlamento riferisce un concetto chiaro che condivide con Giorgetti: “Gli imprenditori del Nord chiedono stabilità e in questo momento significa mandare Draghi al Colle con un accordo sul governo”. Anche Umberto Bossi, tornato a Roma per votare, sostiene che “alla fine si potrebbe arrivare a Draghi”.

Epperò, l’attivismo dell’ala nordista Giorgetti-governatori sta irrigidendo ancora di più i salviniani che in queste ore arrivano a fare il nome di Pier Ferdinando Casini pur di non votare Draghi. Una parte del gruppo, quella più sovranista, Draghi non lo voterebbe mai: “Piuttosto mi taglio un braccio” sibila un salviniano di rito. Veto che rimane forte anche da parte di Salvini che, ormai da un anno, soffre la sindrome dello “scavalcamento”: non sopporta che sia Giorgetti a parlare con Draghi a nome della Lega. E quindi, secondo i rumors, nell’incontro di lunedì Salvini avrebbe chiesto a Draghi un rimpasto di governo e soprattutto la testa di Giorgetti. Al suo posto vuole il vicesegretario Lorenzo Fontana. Una proposta che a Palazzo Chigi è sembrata una provocazione.

Il centrodestra porge la rosa (finta), si tiene la “spina” Casellati

Ex presidente del Senato, donna e profondo conoscitore delle questioni della giustizia. Quando, a metà pomeriggio, Giorgia Meloni e Matteo Salvini presentano quasi a memoria i curriculum – secondo loro “stratosferici” – di Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio, la terna del centrodestra per la Presidenza della Repubblica, fanno capire che ci sarebbe un altro candidato, per ora coperto, che riuscirebbe a racchiudere su di sé tutte queste caratteristiche quirinalizie: Maria Elisabetta Alberti Casellati. Doveva essere nella “rosa” dei nomi del centrodestra che si era riunito dopo pranzo per decidere la strategia. Ma proprio a pochi minuti dall’inizio della conferenza stampa nell’auletta dei gruppi parlamentari di Montecitorio, la presidente del Senato chiama al telefono il leader leghista. Lui, davanti a una platea di cento giornalisti, prova a coprire il labiale. “Matteo, toglimi da quella lista – chiede Casellati – non voglio rischiare di essere bruciata”. E così è. Quando Salvini viene raggiunto dagli altri leader del centrodestra – oltre a Meloni ci sono anche Ronzulli, Tajani, Cesa, Lupi, Toti e Brugnaro – lui li catechizza e li aggiorna sulle volontà della seconda carica dello Stato. “Casellati non è nella nostra rosa dei candidati perché vogliamo che le cariche istituzionali siano tenute fuori e abbiano in sé la dignità di essere una possibile scelta” dice Salvini. È stato depennato anche Antonio Tajani che “avrebbe tutti i titoli per fare il Presidente”, dice Meloni, ma su cui si è consumato un duro scontro dentro Forza Italia: alla fine si è preferito tenerlo fuori perché “leader di partito”.

Nel centrodestra però sanno benissimo che la terna di nomi messa sul tavolo di Letta e Conte serve ad aprire un dialogo, ma difficilmente potrà portare da qualche parte. Ma i giallorosa, è la convinzione della coalizione, potrebbe accettare un nome più potabile: “Non possono dirci solo no, no, no”, dice Salvini. “Sono nomi di alto profilo”, commenta Letta. “Bene, è un’apertura al dialogo” la risposta di Meloni e Salvini. Ma, come spiega il senatore Ignazio La Russa, Pera, Moratti e Nordio servono a coprire altri nomi che hanno più possibilità di successo a partire dal quarto scrutinio di domani: “Con questi tre abbiamo indicato un metodo – dice La Russa – se vengono accolti dal centrosinistra bene, altrimenti ne cercheremo altri”. E in pole c’è proprio quella Casellati che ieri ha preferito farsi tenere fuori dalla rosa. Nella Lega è lei il nome su cui si punta per provare il blitz. Tant’è che Salvini ha dato mandato ai suoi due vicesegretari di trovare i voti sulla presidente del Senato: Lorenzo Fontana li sta cercando tra i renziani, Andrea Crippa nel M5S. La frase che entrambi ripetono ai rispettivi interlocutori è la stessa: “È il momento di togliere il monopolio del Quirinale al Pd”.

Avance che per il momento non stanno facendo breccia tra i renziani – il leader di Iv perora la causa di Casini – mentre da via Bellerio sono convinti di poter contare su un pacchetto di 30 grillini che avrebbero votato Giulio Tremonti, anche se già ieri in Transatlantico il nome Casellati evocava urne anticipate spaccando il fronte giallorosa visto che il Pd – anche se ingolosito dalla Presidenza del Senato – la ritiene invotabile. E Casellati rischia di avere problemi anche in casa sua perché in Forza Italia potrebbero fioccare i franchi tiratori. Prima di arrivare al suo nome, però, il centrodestra dovrà attendere il confronto di oggi con Pd e M5S. Se però sarà muro contro muro, Salvini proverà a forzare la mano. Il centrodestra chiederà che si proceda con due scrutini al giorno e nel frattempo potrebbe iniziare a contare i propri voti già oggi scrivendo sulla scheda “Carlo Nordio”, ex pm garantista proposto da FdI che potrebbe far gola anche a Renzi. Un modo per contarsi: se Nordio dovesse ottenere oltre 450 voti, Salvini domani proverà il blitz. E se capisse che non ci sono le condizioni per Casellati, potrebbe puntare su Casini (che piace a FI) mentre l’ipotesi Frattini è stata stroncata da Pd e Iv per le sue simpatie “filo russe”. Più difficile che Salvini possa tornare su Draghi: “Deve restare a Chigi” ha ribadito ieri il leghista.

Draghi sente aria di flop: fa l’identikit del candidato e “prega” San Mattarella

L’operazione Mario Draghi al Quirinale non è decollata. Anzi potrebbe essere già naufragata. Che “può succedere tutto” a Palazzo Chigi in queste ultime ore continuavano a ripeterlo. Che le quotazioni del premier siano decisamente in discesa è una consapevolezza che aumenta. Tanto è vero che ieri circolava, insistente, l’ipotesi che lo stesso Draghi potrebbe nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore, trovare una formula per togliere la sua candidatura dal tavolo. Dovrebbe dire che ritiene più importante e più utile restare a Palazzo Chigi. E ribadire quanto detto nella conferenza stampa di fine anno: che per continuare a fare il premier, il capo dello Stato deve essere eletto dalla stessa maggioranza che sostiene il suo governo. D’altra parte sono settimane che Draghi fa trapelare che per restare dov’è ci vuole un presidente “alla Mattarella”. Un messaggio abbastanza difficile da elaborare: sarebbe un ritiro esplicito, che renderebbe ancora più esplicita la sua auto candidatura. Senza contare che il premier non può “chiedere” al Parlamento un capo dello Stato.

Quel che è certo è che ieri Draghi è sparito dai radar. Erano attesi incontri con Giuseppe Conte ed Enrico Letta. Non ci sono stati. O almeno così raccontano le fonti ufficiali. Nel frattempo, però, il premier ha valutato se e quanto provare ad andare in pressing su Silvio Berlusconi. Mentre si racconta di contatti con Matteo Renzi. E c’è chi sostiene che abbia “attaccato il telefono in faccia” a Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, che per lui hanno lavorato. Chi ci ha parlato è stato di nuovo Matteo Salvini: “Se oggi ho risentito Draghi? Sì, ci siamo sentiti”, ha detto lui. E ha aggiunto che con Draghi “non parlo di poltrone e ministeri, ma di vita reale”. La trattativa – anche se coperta – ieri è andata avanti. Salvini ha chiesto a Draghi in questi giorni di cambiare mezzo governo e di avere garanzie sul premier. L’ex Bce ha detto no. La cosa si è arenata. E se la fine corsa sembra vicina, non è ancora arrivata. “È finita quando è finita”, chiarivano dai piani alti del governo.

E dunque, adesso, nei Palazzi della politica si vagliano le ipotesi alternative. Per Draghi la condizione ottimale per restare a Palazzo Chigi sarebbe il bis di Mattarella. I canali tra i due sono aperti, tanto che si potrebbe arrivare a una richiesta da parte di Draghi al capo dello Stato per rimanere. Lui ha sempre detto no. I tempi non sono maturi perché cambi idea. Potrebbe succedere solo di fronte all’incapacità del Parlamento di arrivare a una soluzione. Intanto, avanza il nome di Pier Ferdinando Casini. Quello su cui lavora Matteo Renzi, che non a caso a Draghi ha ricordato che serve la collaborazione con la politica per andare al Colle. Proprio quella che è mancata in tutta l’operazione della costruzione della candidatura Draghi. Quando il 22 dicembre si è definito “un nonno al servizio delle istituzioni”, i partiti si sono sentiti scavalcati ed esautorati. Hanno reagito facendo muro. Senza contare che il premier è sempre sembrato ai politici nostrani troppo distante, troppo poco disposto a un dialogo, fosse pure di maniera. E le “consultazioni” di lunedì sono state considerate tardive e fuori luogo. Un intervento a gamba tesa a urne aperte che ha ulteriormente irrigidito gli oppositori del premier al Colle.

Con Casini capo dello Stato, la permanenza di Draghi non è certa. Potrebbe però ritrovarsi imbullonato a Palazzo Chigi se fosse eletto da tutti. A quel punto, il passo indietro sarebbe davvero difficilmente giustificabile. Per lui sarebbe più accettabile l’ipotesi Giuliano Amato. Uno che ha lo standing considerato adeguato. E che non a caso lo stesso Mattarella gli ha fatto trovare accanto nella cerimonia per il saluto alle alte cariche dello Stato, prima di Natale. E poi il dottor Sottile resterebbe in carica per un anno e mezzo. Cosa che si giustificherebbe con il fatto che il nuovo Parlamento (con 300 eletti in meno) darebbe piena legittimazione al successore.

Mentre da Palazzo Chigi ieri tutto taceva, in Transatlantico si ricomponevano alleanze antiche. Come il vertice improvvisato tra Lorenzo Guerini, Dario Franceschini, il più acerrimo nemico della salita del premier al Colle, Luca Lotti e Matteo Orfini (tra i più grandi spingitori del bis). “Copro le spalle a Dario”, scherzava il ministro della Difesa, tra i più vicini al premier, parlando d’altro. Segnali. Come lo scetticismo fatto intendere da Giancarlo Giorgetti. Altro sponsor di Draghi al Colle.

Specie protetta

Da quando è nato, ci si domanda a che serve il Pd (oltre che a perdere tutte le elezioni e a entrare in quasi tutti i governi). Ieri, dopo anni di sforzi, è arrivata la risposta di Enrico Letta, di quelle che scaldano il cuore al popolo della sinistra: “Il mio ruolo è proteggere Mario Draghi”. Vasto programma, come disse De Gaulle a quel tale che urlava “A morte tutti i coglioni!”. E noi già immaginiamo la ola degli elettori Pd, come già l’altra sera, quando il “giovane Letta” (per distinguerlo dallo zio) ha annunciato da Fazio un’altra lieta novella: “Parlerò con Salvini di Draghi e del Mattarella bis, che sarebbe l’ideale”. Soprattutto per un politico di 55 anni che sembra lo zio dello zio. Ieri poi ha sfiorato la standing ovation bocciando Frattini in tandem con Renzi (molto amato dalla base): ma non perché è il cameriere di B. che gli tagliò su misura la legge-farsa sul conflitto d’interessi; bensì perché non è abbastanza “atlantista” per spezzare le reni a Putin in Ucraina, dove gli eserciti restano in surplace in attesa di un cenno dal Quirinale. Il fatto che Frattini non l’avesse candidato nessuno aggiunge un tocco di surrealismo alla gag di due leader che, per dimostrare la loro esistenza, bocciano un candidato inesistente.

Resta da capire da chi o da cosa Letta voglia proteggere Draghi, facendogli scudo col suo gracile corpicino. Possibile mai che un supereroe come SuperMario, già Salvatore dell’Euro e poi della Patria, Capo dell’Ue post-Merkel, necessiti della protezione di uno che si fece fregare da un tweet di Renzi? Se Letta sperava di rafforzarlo, è riuscito a indebolirlo più ancora di quanto non si fosse già indebolito da solo. Perché l’unico nemico da cui Draghi va protetto è se stesso. Con buona pace di giornaloni, talk e maratone, che raccontano un mondo dragocentrico e furioso contro la politica puzzona “in stallo” perché non ha eletto nessuno nei primi due round (come in 10 elezioni quirinalizie su 12). Peraltro, se non s’è ancora trovato un accordo, è perché – per la prima volta nella storia – due egolatri si sono autocandidati al Colle a dispetto dei santi, delle regole e dei numeri: B., lanciato dal centrodestra il 14 gennaio e tramontato il 22; e Draghi, che si è lanciato il 24 dicembre, ma nel vuoto, visto che nessuno lo ha raccolto, e ora sta per schiantarsi al suolo col suo prestigio, la sua maggioranza, il suo governo e un bel pezzo dell’Italia senza che gli passi per l’anticamera del cervello di prender atto che nessuno lo vuole al Quirinale (neppure gli amici dell’Economist e gli amati “mercati”), riporre ambizioni e capricci, smettere di usare il piedistallo di Palazzo Chigi per farsi campagna elettorale a urne aperte e rassegnarsi a fare ciò per cui Mattarella lo chiamò un anno fa: governare, se ci riesce.

“Dodici note solo”, Baglioni riparte dai teatri: “Forse sarà il mio ultimo tour così”

“Mi chiamo Claudio e sono tre anni che non faccio un concerto”, aveva detto alla fine delle prove, per stemperare la “tensione pazzesca” che sentiva addosso. Sì, stavolta è diverso. Baglioni ha affrontato più volte il proprio songbook in splendida solitudine. Ma qui non è più in ballo il ripristino dell’ego di un Autore epocale. No, per l’occasione avverte una trepidazione inedita: c’è da recuperare “concentrazione e muscolarità”, come i ciclisti prima del giro. O come i pugili: perché, attenzione, “forse sarà il mio ultimo tour con questa tipologia. E voglio deciderlo io, prima che il tempo mi suoni il gong finale”.

Così lui ieri sera dall’Opera di Roma ha ripreso senza bici né guantoni un viaggio iniziato mezzo secolo fa. Con la scena divisa in tre aree e altrettanti strumenti, una partizione spazio-musical temporale: “Il pianoforte, il cui suono rigoroso rappresenta il passato che non puoi cambiare; il piano elettrico che è il presente, fluttuante con i suoi riverberi; e il Clavinova, un futuro ricco di colori”. Su un palco da percorrere sempre “in senso antiorario”, per fregare l’orologio.

Baglioni si sente spinto da una “smania” di ripresentarsi al pubblico, dopo che in questo stesso teatro, in lockdown, aveva realizzato a porte chiuse “un’operina” con balletti tratta dal più recente album In questa storia che è la vita mia. Adesso si è ingobbito sul sellino per 60 date sold out nei teatri lirici e di tradizione della Penisola, l’ultimo sarà il Verdi di Pordenone il 24 aprile. “Tutti debutti e nessuna replica”, spiega. Poi in estate ci si ritroverà a Caracalla, al Greco di Siracusa e all’Arena di Verona: all’aperto, per la seconda parte della tournée Dodici note ci saranno orchestra, band e cori.

Lo start invernale (anche nei giorni del “suo” Sanremo Baglioni sarà on stage) è invece quello in cui l’Eroe deve cavarsela senza altri aiuti se non quello, avrebbe detto in un’altra stagione, delle Dieci dita. Roma gli è servita per togliersi dalla bocca e dalle mani “la ruggine e la polvere” di una forzata inazione. Un rito iniziatico, più che una riconferma di uno status. Perché anche i grandi devono riprendere il gioco, far costruzioni con quelli che Claudio chiama “mattoncini”, le note con cui ha tessuto i brani popolari e quelli rimasti “in seconda fila”.

E tra i 27-30 pezzi della scaletta trovi greatest hits e sorprese. Però pure stavolta all’uscita “ci sarà uno che mi dirà: quella non me l’hai fatta”. E il Quirinale? “Non ho nomi, spero solo che i partiti la piantino con questo derby, e che dopo il Colle tornino subito a far politica. Perché la situazione è un casotto”, sospira Baglioni.

Brivido felino: il Giappone esporta libri per “gattolici”

Che sia nero, bianco o tigrato, dal pelo rosso o color miele, il gatto è l’indiscusso animale guida della letteratura giapponese di questi anni, con abbondanza di titoli in cui il felino regna. In realtà già nel 1905 con Io sono un gatto il maestro ineguagliabile del racconto, Natsume Soseki (in Italia con Neri Pozza), aveva elevato il micio di strada a scrittore sopraffino, dotato di saggezza e di cinismo elegante, capace di descrivere la pochezza degli umani. Da lì in poi, mai come in questi decenni si assiste a un fluire di scrittori, sceneggiatori, animatori e mangaka che sfornano storie i cui protagonisti hanno peli, baffi e quattro zampe. Leggendole, interpretiamo al meglio i loro Nyaa Nyaa (il “miao miao” dei felini giapponesi), mentre loro sembrano intendere senza problemi il linguaggio umano.

“Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta in gola. Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia” scrive Murakami Haruki nel suo racconto Abbandonare un gatto (tr. A. Pastore, Einaudi), in cui il ricordo della separazione dal primo Neko (gatto, ndr) della sua vita – ne avrà poi molti, tra cui il famoso Peter – lo induce a parlare del legame con il padre. Altri titoli in cui immergersi ? Dello scorso anno è La mia vita con i gatti di Morishita Noriko, e poi Il gatto venuto dal cielo di Hiraide Takashi (entrambi tr. L. Testaverde) e Se i gatti scomparissero dal mondo di Kawamura Genki (tr. A. Specchio), tutti successi pubblicati da Einaudi.

La novità 2022 della casa editrice s’intitola Lei e il suo gatto (tr. A. Specchio) di Shinkai Makoto e Nagakawa Naruki. Kanojo to Kanojo no neko (questo il titolo originale) nasce da un corto del 1999 di Shinkai, il regista d’animazione più geniale del momento, artefice di un’operazione interessante. Ha infatti trasposto il suo corto iniziale in manga, e da manga in romanzo, qualcosa di originale quanto felicemente riuscito. Un racconto delicato e coinvolgente, in cui quattro gatti, quattro donne e il cane John tracciano un universo fiabesco non privo delle fragilità umane. Dalla primavera all’inverno, scorrono quadri di solitudine e amore, pressione sociale e famigliare, competizione nel lavoro come a scuola. E non solo. Pagina dopo pagina si evolve il presente delle protagoniste grazie al rapporto con i mici Chobi, Mimi, Cookie e Kuro. Le umane Miyu, Reina, Aoi e Shino riescono così a illuminare lo scorrere delle proprie esistenze, accedendo a sensibilità fra esseri che capendosi, si aiutano. Interazioni positive, oggi necessarie più che mai.

“Il senso di Hitler” per Tik Tok. Il nazismo rivive sui social

Ottant’anni dopo non abbiamo ancora regolato i conti: Hitler è un influencer. Rimbalza da Tik Tok a Twitch, s’insinua nelle teorie del complotto e tra le nuove generazioni: qual è, dunque, Il senso di Hitler? Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, arriva in sala con Wanted Cinema il documentario diretto a quattro mani dalla tedesca Petra Epperlein e lo statunitense Michael Tucker, che sulla scorta del libro The Meaning of Hitler (1978) di Sebastian Haffner prova a smantellare miti e luoghi comuni sul Führer.

Epperlein e Tucker, qual è “il senso di Hitler” nel 2022?

È l’eterna domanda. Quando abbiamo iniziato il film, i comici si chiedevano: “Trump è Hitler?”. No, ma è stato terrificante vedere un Paese sprofondare in quattro anni. Quanto è successo il 6 gennaio del 2021 (l’assalto a Capitol Hill, ndr), l’America non l’ha ancora elaborato.

Secondo Martin Amis, Hitler resiste alla nostra comprensione.

Dalla sua morte, Hitler è stato la personificazione del male. La “Hitlerologia” si concentra sulla ricerca della fonte: era pazzo, tossicodipendente, pervertito, occultista? Sebastian Haffner respinge il fascino biografico e restringe la sua attenzione all’intento omicida di Hitler. Se c’è una lezione, è che le parole hanno un significato. Le persone faranno quello che dicono.

Perché siamo ancora attratti dal Führer?

L’attrazione oggi è probabilmente minore per Hitler che per il nazismo. Susan Sontag l’ha definito “il fascino fascista”. Quasi ottant’anni dopo, i nazisti e Hitler sono apparentemente ovunque. Che cos’è questa oscurità che ci attrae?

Come siete riusciti a realizzare un film su Hitler senza espanderne l’ universo cinematografico?

L’idea era di non mostrare affatto Hitler, ma si è rivelata impossibile. Il trionfo della volontà (1935) di Leni Riefenstahl, forse il film più visto della storia, si vuole documentario, ma è propaganda. Tutte le immagini naziste sono propaganda, pianificavano quelle che avremmo proiettato nel futuro. È essenziale non diventare complici inconsapevoli. E ci sarebbe molto altro da imparare su quello che i nazisti non hanno filmato.

Perché Hollywood garantisce una fine onorevole a Hitler, mentre indugia sugli ebrei nelle camere a gas?

L’osservazione è di Wenders, a proposito de La caduta di Oliver Hirschbiegel (2004). Wim era indignato di come la camera distogliesse lo sguardo da Hitler che premeva il grilletto e si chiedeva perché il cinema concedesse al Führer un rispetto che non ha per le sue vittime. Abbiamo bisogno di cine-rappresentazioni della crudeltà dell’Olocausto? Migliorano la nostra comprensione? Per molti versi, diventano una sorta di pornografia, soprattutto quando esistono film quali Shoah di Lanzmann.

Come l’antisemitismo utilizza i social media?

La normalizzazione dell’antisemitismo sui social media e sulle piattaforme di gaming è diffusa e si manifesta attraverso meme accattivanti, provocatori. Per un adolescente che ignori il contesto, il linguaggio e i tropi dell’estrema destra risultano attraenti, perché percepiti come ribelli contro i valori “normali”. Ci sono ragazzi che si sono radicalizzati tanto da finire con i suprematisti bianchi a Charlottesville nel 2017: fa spavento.

L’antisemitismo è una teoria del complotto?

Per la scrittrice Deborah Lipstadt è il modo migliore per comprenderlo. Nel film, individua il pericolo insito nello spiegare razionalmente qualcosa che non lo è: suggerire che ci sia qualche accenno di verità nella cospirazione. Una delle teorie del complotto più diffuse è quella della Grande Sostituzione, una strategia deliberata delle élite per ripopolare l’Europa con gli immigrati. Negli ultimi due anni, l’abbiamo vista fondersi con le cospirazioni no-vax e QAnon. A una manifestazione anti-vax a Berlino una donna avvolta in una bandiera pro-Trump proclamava slogan Q. Niente di tutto ciò è razionale, e va preso sul serio.

Il nazismo è ideologia o caratterologia?

Entrambi. È chiaramente un’ideologia, però dichiarata morta nel mainstream. Dobbiamo dunque chiederci quali cambiamenti sociali abbiano creato gruppi di persone ricettive e suscettibili. Il trumpismo può offrire un contesto odierno per la ripresa del culto di Hitler.

C’è differenza tra nazismo e fascismo?

I nazisti erano fascisti? Sì. Tutti i fascisti sono nazisti? No. C’è però il rischio di rimanere bloccati su termini che descrivono il secolo scorso. Dovremmo piuttosto chiederci che aspetto avranno tali movimenti in questo secolo e come combatterli.

Esiste un pericolo intrinseco alla memoria dell’Olocausto, segnatamente alla Giornata internazionale della Memoria?

Dobbiamo essere consapevoli che la cultura della memoria non è solo performance, deve essere sostenuta da una società civile che si impegna al “mai più” ed è vigile contro neonazisti e antisemiti.

 

Annuncia la strage via WhatsApp, entra in aula e apre il fuoco

Né per rivendicazioni politiche, né per ragioni religiose, ha confermato per primo il quotidiano tedesco Bild.

Ieri, perché “le persone andavano punite”, come ha scritto in un messaggio su whatsapp a suo padre, uno studente di biologia ha aperto il fuoco nell’aula magna dell’Università di Heidelberg, a sud di Francoforte. Mentre era in corso la lezione, il giovane ha mirato per uccidere e ha sparato “in maniera selvaggia”, hanno riferito poi le divise tedesche: secondo quanto reso noto dalle forze dell’ordine, il killer ha agito da solo, senza complici o aiuti esterni.

Il bilancio della sparatoria è di tre feriti e una vittima: una donna è morta in ospedale, dopo essere stata colpita al volto dal ragazzo che ha fatto irruzione tra banchi e cattedre per sparare contro tutti e poi rivolgere l’ultima pallottola fatale contro se stesso. Il suo decesso è stato confermato poche ore dopo la sparatoria, avvenuta dopo mezzogiorno, da Stefan Wilhelm, portavoce della polizia di Mannheim.

Adesso rimane circondata dai sigilli la zona universitaria di Neuenheimer Feld, dove ci sono dipartimenti di materie scientifiche e giardini botanici, e dove rimangono in azione le forze speciali e gli inquirenti per le prime ricostruzioni durante un’operazione su larga scala, di cui però non sono stati rivelati ancora altri dettagli.

Le autorità tedesche non hanno ancora diffuso nome, cognome, età e dettagli dell’assalitore, che fino a ieri, informa l’agenzia tedesca Dpa, era semplicemente uno delle decine di migliaia di studenti della cittadina che ospita l’ateneo più antico del Paese, fondato nel 1386.

Con un fucile a canna lunga al braccio, e altri nello zaino sulle spalle, l’omicida è riuscito a entrare nell’istituto e ad aprire il fuoco nonostante Berlino abbia tra le leggi più restrittive dell’Unione in materia di armi. Secondo l’atto sulle armi del 2002 – e un successivo regolamento votato dal Bundestag nel 2019 – chi possiede materiale bellico in Germania viene controllato regolarmente dalle truppe della Bfv, servizi segreti interni, e deve rispondere a severi requisiti psicofisici e di necessità.

La Germania ha una triste lista di sparatorie scolastiche e di assassini suicidi: il killer di Heidelberg è l’ultimo di un lungo elenco. Nel 2009 a Winnenden, nello Stato di Baden-Württemberg, persero la vita nove studenti, tre insegnanti e altrettanti passanti in una sparatoria avvenuta nella scuola del paese, dove un alunno tolse la vita prima agli altri e poi a se stesso.

Qualche anno prima, nel 2006, in Bassa Sassonia, prima di uccidersi, un giovane tedesco ferì 37 persone della sua ex scuola. Nel 2002, per vendicarsi di un’espulsione, un vecchio studente della scuola di Erfurt, Germania centrale, sparò contro 16 insegnati e studenti. Anche lui, come gli altri assalitori, si ammazzò prima di essere raggiunto dalla polizia.

Solidarietà europea dopo la triste lezione di sangue. Al coro del lutto tedesco si è unita la vicinanza della Francia, a cui è affidata la presidenza di turno Ue, e del segretario di Stato agli Affari europei, Clément Beaune.

“Profondo dolore” per le famiglie delle vittime lo ha espresso ieri, durante una conferenza stampa, anche l’Alto rappresentante per la Politica estera Ue, Josep Borrell.

Corte Suprema, sì al ricorso: Assange gioca l’ultima carta

È considerato il caso che deciderà il futuro del giornalismo. Ed è senza precedenti: per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, un giornalista è stato incriminato per aver pubblicato notizie vere e nel pubblico interesse. Eppure nel processo di estradizione di Julian Assange, che si tiene a Londra da due anni per decidere se mandarlo a processo negli Usa, di giornalismo di non si parla mai: l’intero caso è ormai ridotto dalla giustizia inglese a un dibattimento sulle condizioni fisiche e mentali del fondatore di WikiLeaks. E in questa saga giudiziaria, ieri la High Court di Londra gli ha riconosciuto il diritto di chiedere direttamente alla Corte Suprema inglese il permesso di appellare il suo caso, un diritto che nel Regno Unito non è automatico. Julian Assange è stato incriminato nel 2019 per la pubblicazione dei documenti segreti del governo americano: 700mila file sulla guerre in Afghanistan e in Iraq, sulle comunicazioni della diplomazia Usa e sui detenuti di Guantanamo. Questi documenti hanno permesso di rivelare, tra le altre cose, crimini di guerra e torture. Decine di giornali in tutto il mondo hanno pubblicato gli stessi file: a oggi, nessuno è stato incriminato. Solo Julian Assange. Rischia 175 anni nella prigione più estrema degli Stati Uniti: l’ADX Florence, in cui è incarcerato il re del narcotraffico, El Chapo, e sotto un regime di isolamento particolarmente duro, che va sotto il nome di SAMs.

Nel gennaio del 2021, il giudice Vanessa Baraitser aveva negato la richiesta di estradizione degli Stati Uniti, rigettando qualsiasi argomentazione della difesa, in particolare quelle a favore della libertà di stampa, ma accogliendo un unico punto: le gravi condizioni mentali di Assange, che possono portarlo a suicidarsi, se incarcerato in condizioni tanto oppressive. Gli Stati Uniti, però, hanno presentato appello, fornendo “garanzie diplomatiche” che non verrà rinchiuso nella prigione ADX Florence e non gli verrà imposto il regime speciale SAMs, a meno che Assange non si comporti in modo tale da richiedere l’imposizione di queste misure. In appello, la High Court di Londra ha dato ragione agli Stati Uniti sul fatto che l’offerta di garanzie diplomatiche può mitigare il rischio di suicidio e quindi ha riconosciuto Assange come estradabile. Ieri, però, il fondatore di WikiLeaks ha ottenuto una piccola vittoria: può chiedere il permesso alla Corte Suprema di appellare la sentenza sulla sua estradabilità. Se accordato, la Corte Suprema dovrà decidere se era legittimo per le autorità americane presentare la loro offerta di garanzie dopo l’udienza di primo grado. Un caso cruciale per la libertà di stampa è stato completamente ridotto a una questione di salute. Nel frattempo, Julian Assange rimane incarcerato nella prigione di massima sicurezza di Belmarsh, e neppure le rivelazioni di Yahoo News! sui tentativi della Cia di avvelenarlo, nel 2017, quando era ancora nell’ambasciata, hanno cambiato il corso della giustizia inglese.

Commentando la decisione di ieri della High Court, l’attuale direttore di WikiLeaks, il giornalista investigativo islandese, Kristinn Hrafnsson, dice al Fatto Quotidiano: “È una vittoria in questa lunga battaglia, ma la guerra continua. È molto importante che la Corte Suprema esamini perché sia stato permesso alle autorità americane di presentare le cosiddette garanzie nel processo di appello”. “Questo caso avrà gravi conseguenze per il giornalismo e per la libertà di stampa in tutto il mondo”, dichiara al nostro giornale Rebecca Vincent, direttore delle campagne internazionali di Reporters Sans Frontières, “la salute fisica e mentale di Julian Assange è a serio rischio, chiediamo ancora una volta il suo rilascio immediato”.

Bruxelles pensa a nuove sanzioni per Mosca, ma la Ue è disunita

Continuano gli annunci e i contatti diplomatici tra Occidente e Russia per evitare che la tensione al confine ucraino possa portare a uno scontro. Anche se almeno in apparenza nessuno vuole cedere terreno. Ieri da Washington è giunta la notizia che l’Amministrazione Biden sta prendendo in considerazione di spedire truppe nel Baltico. Siparla di 8.500 militari in stato d’allerta. Anche l’Unione è in attività e avvisa la Russia che altre sanzioni sono in arrivo, seppure l’Alto rappresentante per la Politica estera Borrell sembra prendere tempo: “Le misure Ue contro la Russia per la crisi in Ucraina saranno prese tempestivamente se servono al momento in cui servono”. Nella riunione di ieri a Bruxelles tra i 27, è emerso che non c’è un fronte compatto: la Germania è tra le più caute sul tema delle sanzioni. Il presidente Zelensky ieri ha convocato una riunione del consiglio della Sicurezza e Difesa per affrontare la questione delle “minacce interne ed esterne”. Il riferimento riguarda le notizie secondo cui Mosca vorrebbe creare degli incidenti a bella posta in territorio ucraino, e spingere poi per un leader che sia più vicino alla sua linea politica e meno filo occidentale come Zelensky. Il Cremlino conferma che attende risposte dagli Stati Uniti e dalla Nato dopo aver consegnato le sue proposte per disinnescare la tensione: tra queste si chiede alla Nato l’impegno a non espandersi verso Est tanto meno a non armare alleati. “Stiamo valutando di aumentare ulteriormente la nostra presenza anche nella parte sud-est dell’Alleanza e anche di avere dei ‘battle groups’ non solo nella regione del Baltico e in Polonia ma anche nel sud-est dell’Alleanza, ma non è stata presa nessuna decisione”, ha detto Jens Stoltenberg, Segretario generale della Nato in conferenza stampa coi ministri degli Esteri di Finlandia e Svezia, Pekka Haavisto e Ann Linde.