Ore 12, interno Camera. Riunione dei deputati leghisti presieduta da Matteo Salvini. Il segretario va dritto alzando la voce: “Non possiamo far decidere il Presidente della Repubblica allo spread o alla tecnocrazia internazionale”. Si riferisce a Draghi, ça va sans dire. Salvini non lo vuole, o almeno il suo veto sembra molto convinto. Scattano gli applausi scroscianti. In prima fila, alla sua sinistra, c’è Giancarlo Giorgetti, fedelissimo del premier che lavora da mesi per portare Super Mario al Colle. È imbarazzato, Giorgetti, ma deve timidamente accodarsi ai colleghi che si spellano le mani. Clap, clap. Poi a fine riunione si alza e inizia a parlottare fitto fitto con Salvini. Cosa si siano detti, nessuno lo sa. Ma il segretario e il suo vice, in questo momento, parlano una lingua diversa. Il primo, lunedì, si aspettava una mossa di Draghi per trattare la sua ascesa al Colle ma è rimasto deluso dal premier (“era una sfinge” ha riferito ai suoi) e quindi sta puntando su un nome di centrodestra; il secondo invece lavora alacremente per convincerlo che, tutto sommato, al segretario della Lega potrebbe convenire andare sul premier. “Matteo, Draghi è una risorsa che non possiamo permetterci di sprecare – ha detto negli ultimi giorni Giorgetti a Salvini – e se lo eleggeremo al Quirinale lui se lo ricorderà dopo le elezioni…”.
Tant’è che il ministro dello Sviluppo Economico ha preso bene l’apertura di un dialogo tra Draghi e Salvini: dopo il faccia a faccia di lunedì, i due si sono risentiti ieri ma il leghista ha fatto sapere che “non si è parlato di poltrone ma di problemi reali” a partire dal caro bollette fino alla crisi tra Russia e Ucraina. “Se si parlano è un bene” va dicendo Giorgetti, con il sorriso a 32 denti, a chi lo incontra in Transatlantico. Eppure, in privato, è più caustico: “Draghi poi se ne va” ha detto Giorgetti a Luigi Di Maio riferendosi alla possibile elezione di un altro presidente che non sia Sergio Mattarella. Ieri il numero due della Lega ha anche incontrato Enrico Letta, primo supporter del premier. Con Giorgetti stanno i governatori – li ha riuniti ieri a cena all’Hostaria Romana – che possono contare ancora su un pacchetto di 40 voti. Luca Zaia ha consigliato a Salvini che “Draghi è meglio intestarselo che subirlo”, Massimiliano Fedriga non proferisce parola e dice di appoggiare fedelmente “la linea del segretario”. Però poi, ai suoi colonnelli in Parlamento riferisce un concetto chiaro che condivide con Giorgetti: “Gli imprenditori del Nord chiedono stabilità e in questo momento significa mandare Draghi al Colle con un accordo sul governo”. Anche Umberto Bossi, tornato a Roma per votare, sostiene che “alla fine si potrebbe arrivare a Draghi”.
Epperò, l’attivismo dell’ala nordista Giorgetti-governatori sta irrigidendo ancora di più i salviniani che in queste ore arrivano a fare il nome di Pier Ferdinando Casini pur di non votare Draghi. Una parte del gruppo, quella più sovranista, Draghi non lo voterebbe mai: “Piuttosto mi taglio un braccio” sibila un salviniano di rito. Veto che rimane forte anche da parte di Salvini che, ormai da un anno, soffre la sindrome dello “scavalcamento”: non sopporta che sia Giorgetti a parlare con Draghi a nome della Lega. E quindi, secondo i rumors, nell’incontro di lunedì Salvini avrebbe chiesto a Draghi un rimpasto di governo e soprattutto la testa di Giorgetti. Al suo posto vuole il vicesegretario Lorenzo Fontana. Una proposta che a Palazzo Chigi è sembrata una provocazione.