“La guerra in pieno inverno neppure i russi la vogliono”

C’è un posto più degli altri, a Kiev, dove si conosce la guerra nel Donbass e dove, in queste ore di attesa e di “preparativi di guerra” tra Occidente e Russia, basta uno sguardo tra avventori, camerieri e proprietario perpercepire umori contrastanti: il luogo di ritrovo si chiama Veterano Brownie, è una caffetteria dove si servono bevande calde e biscotti al cioccolato. Il conflitto con le regioni separatiste, per chi lavora al Veterano Brownie per ora resta un ricordo.

Ma è una realtà che potrebbe cambiare da un momento all’altro. Ad aprire il locale è stato Roman Nabozhiak: camicia a quadri, due anelli alle orecchie e uno al naso, sarebbe un trentenne alla moda in qualsiasi capitale europea. “A 25 anni, dopo l’occupazione della Crimea, mi sono arruolato nell’esercito; prima lavoravo in un’azienda di telecomunicazioni, mi occupavo dei clienti americani. Ma non potevo fare finta di non vedere cosa stava accadendo a Est”. Roman ha trascorso 18 mesi in Donbass in una unità che raccoglie informazioni d’intelligence: “Tornato a casa volevo divertirmi ma nello stesso tempo restare al servizio del mio Paese”. La risposta è arrivata con Veterano Brownie: “Quando abbiamo aperto ho assunto solo ex militari”. L’idea è stata rivoluzionaria, altri soldati in congedo sono diventati imprenditori. “Siamo una piccola comunità, non è solo un’ideale, ma un aiuto nelle cose pratiche: fornitori, pubblicità, gestione amministrativa”.

Cosa pensa la comunità dei veterani, ci sarà la guerra tra la Nato e Mosca? Roman non fa mistero che lui come tanti altri non vogliono farsi cogliere di sorpresa: “Ho un’azienda e cerco di programmare tutto. Bisogna essere preparati per ogni evenienza. E con la Russia c’è solo una prospettiva: la guerra”. Il ragazzo che un momento prima raccontava delle vacanze in autostop sembra sparire davanti all’ex militare. “Pochi giorni fa ho scritto una lista con le cose da fare in caso di attacco. Ho parlato con il padrone dei muri del negozio e con tutti i dipendenti. Abbiamo deciso come usare gli spazi, come ospitare chi non potrebbe più tornare a casa. Ho ordinato il necessario per proteggerci se gli scontri arrivassero in città”. In una busta sulla sua scrivania ci sono le istruzioni: “Ma fino ad allora resto un giovane imprenditore, quindi si lavora con il sorriso”.

Vent’anni in più sulle spalle e una carriera militare culminata con il grado di colonnello, Oleg Zhdanov con Roman condivide l’aver lasciato il servizio attivo. L’ex ufficiale ha fatto parte del gruppo dirigenziale dell’esercito durante la guerra del 2014. Oggi, in pensione, fa l’analista. “Le truppe russe che si stanno ammassando al confine continuano ad aumentare, ma non sono ancora una vera minaccia. Non si comincia una guerra d’inverno, questo ce l’ha insegnato la storia”. La tecnologia permette attacchi nemmeno inimmaginabili un decennio fa, ma “il fango rende difficile un’invasione, specialmente con mezzi pesanti come quelli dispiegati dai russi”. Le armi consegnate da Londra a Kiev e le altre accumulate negli anni dall’Ucraina “rendono il nostro esercito molto efficiente, la Russia non potrà entrare nel paese senza subire importanti perdite. Insomma, quello che sta avvenendo in questi giorni è che si alzano i toni per evitare lo scontro. Come avvenne durante la Guerra fredda”. Il punto di non ritorno per l’ex colonnello sarebbe l’ingresso di Kiev nella Nato o nell’Unione europea. “Questo non lo vuole nessuno. L’Ucraina diventerebbe il confine tra i due blocchi. Come lo è stata la Germania fino alla caduta del Muro”. E tra i nemici di Kiev, per lui, si è aggiunta proprio Berlino. “Sono i più filo russi, sono dipendenti dal loro gas, anche se potrebbero scegliere di acquistare da chiunque altro”. Il colonnello è convinto che sarà la stessa Unione europea a spingere la Germania a riconsiderare le sue posizioni. “Con una guerra, anche tra qualche mese o anno, sarebbe l’Europa dell’est a finire nel caos, non gli Stati Uniti, né il Regno Unito”.

“Lunedì nero” per le Borse. L’Europa brucia 386 miliardi

Ieri è stato un lunedì nero per le Borse europee: l’indice Stoxx 600 dei principali titoli quotati nel Vecchio continente ieri ha chiuso in calo del 3,6%. In una sola seduta sono andati persi 386 miliardi di capitalizzazione. L’indice Ftse Mib della Borsa di Milano ha chiuso in calo del 4,02%. Sui listini hanno pesato i timori per le crescenti tensioni tra Russia e Nato in Ucraina, sugli esiti della riunione della Fed di domani, che potrebbe chiudersi con una posizione più aggressiva della Banca centrale Usa sul rialzo dei tassi e prezzi delle materie prime per il boom dell’inflazione.

Ita, Lufthansa e Msc per la quota di maggioranza

Ita Airways ha ricevuto una manifestazione di interesse da parte del gruppo marittimo Msc (controllata dalla famiglia Aponte che detiene anche Msc Crociere, Grandi Navi Veloci e Snav) e dal colosso dei cieli Lufthansa per acquisire la maggioranza del capitale. Msc ha concordato con Lufthansa la sua partecipazione alla partnership a termini da definire durante la due diligence. Lo fa sapere Ita, precisando che il cda esaminerà in una prossima riunione i dettagli della manifestazione di interesse stessa. Sia il gruppo Msc che Lufthansa hanno espresso il desiderio che il governo italiano mantenga una quota di minoranza all’interno della società. Inoltre, i due offerenti hanno richiesto 90 giorni di esclusiva per lavorare su questa manifestazione di Interesse, fa sapere Ita. La compagnia aerea italiana si dice “soddisfatta che il lavoro svolto in questi mesi per offrire le prospettive migliori alla società stia cominciando ad avere i risultati attesi, ovvero una compagnia riconosciuta valida per partner di calibro internazionale sia sul trasporto passeggeri che sul cargo”. La notizia di un ingresso di Lufthansa al 40% era emersa nei giorni scorsi, ma era stata smentita. E non si menzionava Msc. Il via libera al vettore tedesco è arrivato dalla portavoce della Commissione europea: non c’è più il divieto per Lufthansa di effettuare acquisizioni imposto quando l’Ue aveva autorizzato la ricapitalizzazione dell’azienda (6 miliardi di euro pubblici) per il Covid dal momento che la compagnia ha restituito oltre il 75% degli aiuti ricevuti.

Scuola-lavoro: un sistema rotto che non ha imparato la lezione

Due immagini in due giorni vicini: il volto di Lorenzo Parelli, morto a 18 anni durante l’ultimo giorno di stage del suo percorso formativo e quello coperto di sangue di uno dei manifestanti al ministero dell’Istruzione, in protesta per chiedere la fine di ogni forma di lavoro non pagato mascherato da formazione. Il 28 gennaio sono in programma mobilitazioni e scioperi degli studenti. “Lorenzo è morto di stage, è morto di sfruttamento, è morto di scuola e di lavoro. Schiacciato da una trave d’acciaio. Un nome, il suo, che si aggiunge alla già lunga lista di persone che hanno perso la vita sul posto di lavoro. Non possiamo parlare di incidente: è successo perché gli studenti vengono messi a lavorare nello stesso contesto in cui muoiono quattro lavoratori ogni giorno”.

Lorenzo frequentava uno dei Centri di Formazione professionale: dipendono dalle regioni e vi si può accedere dopo la scuola media per completare la scuola dell’obbligo (due anni) o per concludere il percorso triennale e avere così un attestato professionalizzante. Ancor più che in alternanza, questo tipo di percorsi prevedono dal quarto anno la metà delle ore in stage. “Sono adatti – si legge sul sito di una scuola – ai ragazzi che desiderano entrare subito nel mondo del lavoro, senza intraprendere lunghi percorsi di studi per ottenere un diploma o una laurea. Le materie offerte sono nella maggior parte di tipo pratico e vengono approfondite tramite attività in laboratorio; è inoltre previsto uno stage in azienda per avvicinare gli studenti al mondo del lavoro”.

Negli ultimi anni e fin dalla Buona Scuola di Renzi, la spinta “professionalizzante” nei confronti degli studenti si è intensificata, ma senza una parallela organizzazione capillare. Dai licei alle scuole professionali e agli istituti tecnici, si è passati dall’Alternanza Scuola-Lavoro ai Ptco (percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento), riducendo le ore ed emanando nuove linee guida ma senza passi avanti sia sulle tutele degli studenti che sul monitoraggio stringente. Le statistiche sono carenti e la casistica si limita alle singole esperienze, positive o negative. Le ultime fanno più rumore.

A giugno del 2021 a Rovato (Brescia) uno studente di 16 anni è caduto da cinque metri mentre montava uno striscione, a febbraio del 2020 un 17enne è stato travolto da un cancello a Genola nel Cuneese in un’azienda di trattori; nel 2018 a Montemurlo (Prato) un 17enne ha perso una falange e un altro ha perso una mano sempre a Udine. L’anno prima, un 18enne è precipitato da una gru a Faenza, e a La Spezia un 17enne di un istituto tecnico si è fratturato una tibia sotto un carrello elevatore. Ogni volta ci sono stati indignazione, promesse di indagini e approfondimenti, poi nulla.

Fuori dagli istituti tecnici non va molto meglio. Accordi stretti con l’esercito, McDonald’s, Eni. A un certo punto alcuni studenti erano agli stand del Meeting di Cl a Rimini, altri all’azienda petrolifera Saras di Sarroch. Il monitoraggio del 2020 dell’Unione degli Studenti ha raccolto i casi limite (soprattutto al sud dove il tessuto industriale offre meno scelta): studenti nocerini che hanno raccolto pomodori, liceali addetti alle fotocopie nei Comuni o a catalogare libri nelle biblioteche, altri si sono dovuti pagare le trasferte fuori regione. Poi la pandemia ha sospeso tutto per gran parte del tempo.

Ancora un paio di anni fa si parlava di “modello tedesco” e periodicamente se ne riparla. Ma a Berlino il cosiddetto sistema duale (che è comunque legato ai Länder, paragonabili alle nostre regioni) è molto più rigido e controllato: gli istituti scolastici devono essere certificati da enti terzi che ne garantisca la qualità della formazione e le aziende devono rispettare parametri stringenti, dall’iscrizione alla Camera di Commercio ai locali a norma, dalle regole sindacali agli strumenti per la formazione. È lo studente, almeno 15enne, a scegliere l’azienda e a proporsi ricevendo poi un contratto e uno stipendio pagato dall’azienda. Sono previste sanzioni sia per gli studenti che per lavoratori e, alla fine, formazione in azienda e la formazione scolastica sfociano in due esami analoghi che devono essere superati al termine dell’apprendistato. “In Italia – scrivevano invece gli studenti nel loro monitoraggio – è ormai palese il rapporto che si vuole instaurare fra mondo del lavoro e mondo della formazione: un rapporto di subalternità che vede la scuola al servizio delle aziende, che mette a disposizione manodopera gratuita e si modifica in funzione delle esigenze di mercato. Noi crediamo invece in un ribaltamento, nella formazione come motore di cambiamento per il lavoro”.

Regeni, Draghi parla coi genitori. Resta il nodo delle notifiche

Una nuova rassicurazione – a sei anni dal giorno della scomparsa al Cairo di Giulio Regeni – è arrivata ieri mattina: il presidente del Consiglio Mario Draghi e il ministro della Giustizia Marta Cartabia hanno incontrato in videoconferenza Paola e Claudio Regeni, genitori del ricercatore, e l’avvocato Alessandra Ballerini. Il tema dell’incontro è stato quello delle possibili iniziative che il governo dovrà intraprendere per dare seguito, nel modo più efficace, all’ordinanza del Gup di Roma che lo scorso 10 gennaio ha chiesto un intervento più deciso nei rapporti con l’Egitto. L’ostacolo da superare – e che da mesi ormai ha posto il procedimento portato avanti dalla Procura di Roma in una fase di stallo – è sempre lo stesso: l’elezione di domicilio degli indagati. I loro nomi si conoscono: si tratta di due uomini del Dipartimento di sicurezza, Tariq Sabir e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e di due agenti della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Sono accusati del sequestro del ricercatore, mentre il solo maggiore Sharif anche di lesioni aggravate e omicidio. A oggi risultano tutti “irreperibili” per cui, come ha sottolineato il gup Ranazzi durante l’udienza del 10 gennaio scorso, vi è la necessità di “notificare agli imputati personalmente l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare (i successivi verbali di udienza)”. Il ministero della Giustizia dovrà dunque trovare la strada. E lo aveva chiesto a gran voce anche l’avvocato Ballerini: “Chiediamo al governo di fare la sua parte e di rispondere alle nostre pretese di giustizia”, aveva detto nei giorni scorsi. Via Arenula aveva assicurato: stiamo “studiando nuove strade e le modalità operative più efficaci”. Intanto il tempo passa. E sono già trascorsi sei anni dal giorno della scomparsa del ricercatore: era il 25 gennaio 2016 quando Giulio Regeni venne fermato all’interno della metropolitana del Cairo. Da lì a poco il sequestro e poi il terribile omicidio.

Sbriciolato il 41-bis: illegittima la censura della corrispondenza tra detenuti e legali

Se il Parlamento ha tempi biblici e non ha ancora votato la riforma dell’ergastolo ostativo alla libertà condizionata per detenuti mafiosi non pentiti, imposta dalla Corte costituzionale, che gli ha dato tempo fino a maggio, la Consulta dal canto suo continua a smontare altri pezzi di restrizione dell’ordinamento penitenziario che riguardano, in questo caso, i mafiosi detenuti al 41 bis. Ha dichiarato illegittimo il visto di censura della corrispondenza detenuti al carcere duro-difensori, accogliendo il ricorso della Cassazione. Nella sentenza, relatore Francesco Viganò, si ricorda che il diritto di difesa “comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore”, anche per consentire al detenuto “un’efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie”. Ma nel caso in questione si tratta di detenuti mafiosi ritenuti capaci ancora di comandare, organici alle mafie, tanto da essere sottoposti al 41 bis. La Corte, infatti, riconosce che “questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità… qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti; ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto” con le loro organizzazioni”, ma la Corte ha ritenuto che il controllo della corrispondenza con il difensore “non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo. Ravvisa pure una incoerenza perché “da un lato, il detenuto può sempre avere – per effetto della sentenza della Corte del 2013 – colloqui personali con il proprio difensore senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo delle autorità penitenziarie”, dall’altro, c’è il visto di censura della corrispondenza “previsto anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell’avvocato”. Un fatto che lede la dignità professionale dei difensori: ci si trova di fronte a una “generale e insostenibile presunzione (…) di collusione del difensore dell’imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso”. Infine, si ricorda che già dal 2017, per una interpretazione diversa della normativa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, si è già escluso nelle carceri il controllo della corrispondenza.

L’Italia contro Bruxelles: soglie troppo basse per il ‘gas verde’. La tassonomia s’è incartata

La tassonomia Ue sulle fonti energetiche da “benedire” nella lotta al cambiamento climatico si sta incartando: per questo la Commissione, la cui proposta è in consultazione da un mese, ha di fatto deciso di rinviare ogni decisione. Colpa “del processo caotico e polarizzante” che s’è avviato. Alla polarizzazione, per così dire, contribuisce ora anche l’Italia: come promesso a Macron, il nostro governo non ha posto veti sull’inclusione del nucleare tra le tecnologie green, ma ha invece criticato – secondo quanto riportato da Radiocor e poi da altre agenzie – i limiti di emissione imposti alle centrali a gas per essere considerate accettabili dalla tassonomia. Roma, senza entrare in dettagli tecnici che rischierebbero di essere oscuri, chiede che i livelli minimi siano aumentati (e di molto) o calcolati su più anni di quelli considerati accettabili dalla bozza (la fase di transizione, al momento, è prevista concludersi entro il 2030). La posizione di Draghi & C. segue uno specifico allarme di Confindustria: con questa metrica, 10 miliardi di investimenti nel gas già programmati non sarebbero più “verdi”. Al di là della posizione italiana, le osservazioni sulla bozza della Commissione (che dovevano arrivare entro venerdì) sono state molte: la più dirompente è quella egli esperti della stessa Commissione, che hanno criticato l’inclusione del nucleare e del gas nel documento. Un parere che ha dato nuovo vigore a chi si oppone al testo nell’Europarlamento: all’ingrosso i gruppi di sinistra (dai socialisti in poi) e i verdi. In sostanza, la maggioranza “Ursula” (quella che ha eletto Von der Leyen e regge l’attuale legislatura europea) non garantirebbe l’approvazione della tassonomia, che potrebbe però passare grazie all’inedita alleanza tra popolari, liberali e tutte le destre. Un problema che si porrà, però, solo superato lo scoglio principale, cioè il via libera del Consiglio Ue, vale a dire dei governi. Qui la battaglia geopolitica infuria. La Francia, com’è noto, guida un nutrito fronte che pretende l’inclusione del nucleare anche di quello – assai obsoleto – attualmente in funzione. La Germania non vuole l’atomo, ma soprattutto ha bisogno del via libera al gas com’è ora per uscire dal carbone, che ha un peso rilevantissimo nel suo mix energetico. Austria e Lussemburgo, dal canto loro, hanno addirittura annunciato un ricorso legale contro il nucleare. Insomma, la situazione s’è incartata e alla Commissione non è rimasto altro che prendere tempo.

“Senza l’intoppo di Calvi io premier al posto di B.”

Aveva amici fra gli alti prelati vaticani e nei bassifondi della mala romana. Era intimo di un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e un altro, Antonio Segni, benedì i suoi esordi nei Palazzi che contavano. Raccontava del legame profondo che lo univa al principe Caracciolo, editore di Repubblica, ma non disdegnava i palazzinari della Roma del boom e del loro mentore, Franco Evangelisti – quello di “a Fra’, che te serve?” – braccio destro di Giulio Andreotti. Nel suo ufficio romano di via Panama 12 veniva a chiacchierare il capo del Sismi, Giuseppe Santovito. Sta qui la chiave dell’ascesa e della caduta di Flavio Carboni, morto a Roma a 90 anni, ancora attivo in mille affari e ancora coinvolto in diversi processi. E deciso a dare la sua versione nei tanti fatti controversi che lo hanno visto protagonista, anche in un progetto editoriale che aveva in corso con Chiarelettere.

A cominciare, naturalmente, dal caso del crac del Banco Ambrosiano guidato dal piduista Roberto Calvi. Carboni è stato condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta, anche qui con una compagnia variegata, che va dal capo della P2 Licio Gelli alla “signora della Borsa” milanese Anna Bonomi Bolchini, dall’agente segreto Francesco Pazienza all’imprenditore fascioandreottiano Giuseppe Ciarrapico. Ma l’accusa più grave, da cui è stato assolto, è stata quella relativa all’omicidio di Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982. Carboni in quel momento era un ricchissimo immobiliarista che aveva fatto grandi affari sul litorale laziale e si era praticamente inventato la Costa Smeralda in Sardegna. Erano stati i servizi segreti, tramite Francesco Pazienza a chiedergli di interessarsi a Calvi. Lo Ior, la banca del Vaticano, aveva rotto con il finanziere milanese, che privato di quella copertura altolocata aveva perso ogni possibilità di trovare nuovi finanziatori per risanare l’Ambrosiano.

Chi meglio di Carboni, che vantava entrature di altissimo livello a San Pietro, poteva provare a ricucire? È così che Carboni si ritrova ad accompagnare Calvi nell’ultimo viaggio della sua vita, alla ricerca disperata di finanziamenti per salvare lo storico istituto di credito milanese. Un viaggio clandestino, perché la magistratura ha ritirato il passaporto al banchiere, che era stato arrestato l’anno prima per esportazione illecita di capitali. Quando deve far arrivare a Calvi un passaporto contraffatto, Carboni mobilita come corriere nientemeno che Ernesto Diotallevi, boss della Banda della Magliana. Non solo Carboni finisce sotto inchiesta per l’omicidio, ma questa e altre sue relazioni pericolose diventano pubbliche. Il ricco immobiliarista, amico di politici e prelati, cade nella polvere. Diventa “il faccendiere”.

Nei tanti colloqui legati al citato progetto editoriale, Carboni non ha mai negato di aver conosciuto e fatto affari con esponenti della criminalità. Faceva risalire molti di quei rapporti al giro degli usurai che negli anni Sessanta-Settanta operava a cielo aperto in diversi negozi di Campo de’ Fiori a Roma, dove su una vetrina si poteva addirittura leggere “Qui si vedono soldi”. Conosce così Domenico Balducci, che poi risulterà anche lui vicino alla Banda della Magliana. Incontra più volte, e si fa prestare denaro, da un distinto signore che si presenta come Mario Aglialoro (“Mi fece un’ottima impressione”) e che, si scoprirà anni più tardi, altri non è che Pippo Calò, il “cassiere della mafia” che riciclava a Roma i soldi di Cosa Nostra. Proprio Calò farà poi uccidere Balducci per uno sgarro.

Anche la conoscenza con Diotallevi matura in questo ambiente. “Spesso proponevo a questi finanziatori una quota di partecipazione nell’affare, invece della restituzione del prestito”. Così i soldi della criminalità finivano investiti nella nascita della Costa Smeralda, o nella ristrutturazione di Ortigia, il centro storico di Siracusa. “Ma all’epoca nessuno considerava questi personaggi dei criminali”, si giustificava Carboni, “le vicende che li avrebbero resi famosi sarebbero emerse molto più tardi. E io non ho mai ricevuto minacce, anzi ricordo la loro gratitudine per i buoni affari che procurai loro”. La cosa che negava con maggiore veemenza era l’accusa di aver partecipato all’omicidio di Calvi: “Si è suicidato, aveva tutti i motivi per farlo, né io né la mafia c’entriamo nulla”. Sosteneva che il Banco Ambrosiano avesse sufficienti risorse per essere salvato dai buchi provocati dalle speculazioni di Calvi, ma che questo non fu fatto a vantaggio di chi poi avrebbe acquisito a prezzi di saldo i suoi pezzi pregiati, come la Toro Assicurazioni, passata agli Agnelli.

A Carboni la definizione di “faccendiere” andava stretta, era convinto che se non fosse rimasto coinvolto nel caso Calvi avrebbe avuto un posto nell’empireo dell’economia italiana. Almeno al pari di Berlusconi, forse il socio d’affari di cui serbava il peggior ricordo, e che accusava fra l’altro di aver approfittato dei suoi guai giudiziari per acquisire a prezzo stracciato Villa Certosa, edificata proprio da Carboni. “Dopo la scoperta delle liste della P2 a Berlusconi chiusero i rubinetti del credito, era sull’orlo del fallimento, ma fu salvato da Craxi e dalla Banca Nazionale del Lavoro, di orbita socialista. Io invece dal caso Ambrosiano fui completamente travolto”. “Ricordo il giorno in cui, nel marzo del 1994, vennero aperte le urne delle elezioni politiche – ha raccontato Otello Lupacchini, magistrato che indagò sulla morte di Calvi –, mentre lo stavo interrogando nel mio ufficio, sul televideo comparvero i risultati che assegnavano la vittoria a Berlusconi. Lo vidi diventare grigio e disse ‘se non avessi avuto l’incidente Calvi, al posto di Berlusconi ci sarei stato io’. Restammo tutti basiti per questa sua reazione’.

Quando gli si chiedeva come fosse possibile frequentare di giorno un’eminenza grigia del Vaticano come padre Virginio Rotondi, già braccio destro di papa Pio XII, e la sera un ceffo come Diotallevi, Carboni rispondeva che Roma in quegli anni era così: “Per incontrare mafiosi, politici, preti e imprenditori bisogna essere vivi, esistere. In certe situazioni, le occasioni sono più numerose”.

Capaci, Borsellino “stava indagando sui neri e Servizi”

Paolo Borsellino, un mese prima di essere ucciso in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio del 1992 stava indagando sui collegamenti tra mafia, eversione nera e servizi segreti per illuminare i misteri della strage di Capaci. Nella sua disperata corsa contro il tempo per scoprire la verità sull’uccisione del suo amico fraterno, prima di essere ucciso a sua volta, Borsellino in gran segreto al di fuori di ogni ufficialità avrebbe incontrato un personaggio chiave degli intrecci tra servizi segreti ed eversione nera: Alberto Volo, classe 1948, morto il 3 settembre del 2020.

A parlare per la prima volta dell’incontro con Borsellino è stato proprio Volo in un verbale inedito reso ai pm Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia nel luglio del 2016. Nell’interrogatorio, svelato ieri in tv dalla trasmissione Report, Alberto Volo racconta i particolari di questo incontro. La Procura di Palermo sta indagando ma al momento non c’è riscontro al racconto di Volo. Sulle agende ritrovate, quella grigia e marrone, di Borsellino non c’è traccia dell’incontro in quei giorni. L’agenda rossa, che era quella dove il giudice avrebbe annotato probabilmente un incontro come questo, come è noto non è mai stata trovata.

La trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci ha dedicato un approfondimento alla strage di Bologna. Il servizio, curato da Paolo Mondani, presentava anche altri scoop come l’intervista a Pasquale Notarnicola. L’ex capo del controspionaggio del servizio segreto militare degli anni ‘80, scomparso da poco, ha parlato poco prima di morire delle attività di depistaggio dei servizi segreti nelle indagini sulla strage di Bologna.

Tornando a Borsellino, l’incontro svelato da Volo nel 2016 si sarebbe tenuto a Trapani nel giugno del 1992 in un locale non lontano dallo svincolo autostradale. Volo si sarebbe rivolto a Borsellino che era “l’unica persona che poteva chiarire. Ero disposto – ha raccontato – a fare l’esca, perché sono convintissimo che ci fosse un unico filo rosso legato a quello, che l’ordine fosse partito da Roma, convinto di nome e cognome del mandante. Proprio convinto!”. A detta di Volo, Borsellino pensava come lui che ci fossero mandanti esterni alla mafia. “Gli dissi quello che io temevo e scoprii – dice Volo ai pm – che lui era praticamente sulla stessa linea di pensiero, assolutamente. Soprattutto che non credeva assolutamente alla teoria del bottoncino. Io sono troppo intelligente per credere a questa sciocchezza”. Secondo Volo, quindi Borsellino non credeva, come lui, alla matrice solo mafiosa dell’attentato di Capaci. Di qui l’allusione al bottoncino del telecomando schiacciato da Giovanni Brusca. Volo, professore palermitano di buona famiglia, era stato allievo ufficiale paracadutista della Folgore a Pisa. Ai magistrati ha raccontato di essere stato agganciato e addestrato in quel periodo alle Canarie da un’organizzazione paramilitare. Dopo aver collaborato con Giovanni Falcone tra il 1989 e il 1990 era andato in Spagna, su consiglio di Falcone, a suo dire.

Dopo la strage di Capaci, Volo decide di tornare in Italia per cercare di capire quel che sta accadendo in Sicilia. Volo descrive ai pm Tartaglia e Di Matteo una sorta di sua indagine personale con tanto di sopralluogo a Capaci. L’estremista di destra si convince che quella strage non possa essere solo farina del sacco della mafia di Totò Riina. Volo a partire dal 1989 aveva incontrato Giovanni Falcone molte volte. Racconta ai pm di averlo visto prima in un appartamento del centro di Palermo per poi verbalizzare le sue dichiarazioni sui suoi rapporti con un’organizzazione paramilitare simile a Gladio di nome ‘Universal Legion’.

In quegli interrogatori Volo aveva riferito sull’omicidio di Piersanti Mattarella le confidenze ricevute, a suo dire, dall’estremista nero Francesco Mangiameli. Poco prima di essere ucciso da Valerio Fioravanti nel settembre 1980, Mangiameli gli avrebbe confidato che “l’omicidio Mattarella era stato deciso a casa di Licio Gelli” e che ad uccidere il politico siciliano sarebbero stati Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti stesso. Sul movente sempre Mangiameli “mi precisò che l’omicidio era stato provocato dalle aperture al Partito Comunista in quel periodo in Sicilia di cui Mattarella era il principale sostenitore”.

Questa pista è stata poi sconfessata dai giudici: Cavallini e Fioravanti sono stati assolti da queste accuse. Report ieri però ha ricordato l’audizione di Falcone alla Commissione Antimafia del 22 giugno del 1990. Dal verbale desecretato l’estate scorsa si comprende che il magistrato credeva alla pista nera per quell’omicidio.

Il verbale del 2016 nel quale Volo 26 anni dopo torna a parlare di Piersanti Mattarella è stato depositato nel processo per l’omicidio dell’agente Antonino Agostino (ucciso nell’agosto 1989 con la moglie Ida Castelluccio) che vede imputato il boss Gaetano Scotto.

Agostino è al centro di molte domande della testimonianza di Volo del 2016 perché Falcone secondo lui avrebbe disposto che Volo fosse protetto dalla Polizia e proprio l’agente Agostino era uno degli addetti al servizio.

Al processo Agostino però l’ex dirigente del Commissariato competente, Elio Antinoro, il 20 gennaio scorso ha smorzato: non ci sarebbe stata una scorta ma solo “vigilanza visiva molto scarna”. Il pm Domenico Gozzo ha fatto notare all’ex dirigente del commissariato che nelle intercettazioni Volo dice su Agostino che lo “conosceva perfettamente (…) perché mi aveva fatto la scorta per un periodo”. Antinoro però ha insistito sul fatto che Agostino non fece alcun servizio di tutela.

Non è il solo punto sul quale Antinoro smentisce Volo. Nella testimonianza svelata ieri da Report, Volo sostiene che fu proprio Antinoro a organizzare l’incontro con Borsellino. La Procura di Palermo sta indagando, ma al Fatto risulta che Antinoro non ha confermato il racconto di Volo sull’incontro con Borsellino.

Mail box

 

Però chissà che risate, con Silvio al Quirinale

Proverei vergogna a dirlo, lo ammetto, ma da appassionato lettore del Fatto, e amante della satira politica, avrei tanto desiderato l’ascesa di Berlusconi al Quirinale. Sai le pazze risate leggendo i vostri editoriali. Soprattutto per me, che fortunatamente non vivo in Italia.

Loris Calanni Rindina

Caro Loris, da cittadini la prospettiva era agghiacciante, da giornalisti e spettatori era diabolicamente allettante. Per fortuna è alle nostre spalle.

M. Trav.

 

Il Pnrr resterà anche in assenza di Draghi

Draghi unico garante della buona gestione del Pnrr? Ma le risorse che abbiamo portato a casa non le ha ottenute Conte? Gliele hanno consegnate già sapendo che le avrebbe gestite Draghi? Se è così hanno ragione i complottisti… Altrimenti, non continuate a prenderci per creduloni e dateci un Presidente che non sia succube dei mercati e dei poteri finanziari globali. Con loro non ci sarà alcuna transizione ecologica e i soldi del Pnrr saranno comunque gettati al vento. Dateci un presidente libero.

Melquiades

 

Che schifo le interviste al condannato Formigoni

Ma il Tribunale di Sorveglianza lo sa che Formigoni, dai suoi domiciliari, discetta su La7 riguardo l’elezione del presidente della Repubblica? Pensavo che questa riguardasse i grandi elettori (si fa per dire), non i pregiudicati: che voltastomaco.

Antonio P.

 

Il Supremo doveva salvarci dalla catastrofe

Bollettino della disfatta. Un anno fa, squilli di trombe e rulli di tamburo annunciavano la discesa dal cielo del Supremo, che in virtù di poteri taumaturgici, riservati ai santi e ai sovrani di stirpe divina, si accingeva a trasmettere al popolo l’anima, l’identità, la visione e la prospettiva. Tg e giornaloni giuravano che il suo avvento tutta la pandemia si portava via. Invece abbiamo dovuto ripiegare sull’epifania che tutte le feste si porta via, mentre la pandemia è ancora qua. Il fallimento delle misure anti-Covid, con 400 morti al giorno, ha fatto crollare miseramente il dogma dell’infallibilità dell’Altissimo. In particolare il Green pass, che doveva garantire ambienti sicuri, non ha affatto resuscitato Lazzaro come promesso. Non era che una fake news quella che, il 22 luglio, il Salvifico a reti unificate diffondeva urbi et orbi: “Il Green pass garantisce di trovarsi tra persone che non son contagiose”, assieme alla frase “chi si vaccina non muore, chi non si vaccina muore”. Sic transit gloria mundi.

Maurizio Burattini

 

I radicali ignorano quasi ogni giorno “Il Fatto”

Ancora una volta Flavia Fratello, appena iniziata la rassegna stampa su Radio Radicale, ha tenuto a precisare che non aveva il cartaceo del Fatto Quotidiano. Invece ha letto integralmente l’articolo della sua amica Kuzzo, un fritto misto di tutte le ipotesi possibili e immaginabili circa l’elezione del Presidente, così da garantirsi la facile frase retroscena, lo avevo previsto. Poi logicamente è passata agli scritti del Feltri, figlio, che osanna Draghi e quelli del Foglio, ovviamente sdraiati 180 gradi. Niente dal Fatto, se non citazioni sporadiche. Come dicono i radicali? Conoscere per deliberare?

Massimo Giorgi

 

DIRITTO DI REPLICA

Scrivo in merito all’intervista apparsa sul Fatto Quotidiano, sia in forma cartacea che online, il 22 gennaio 2022 dal titolo: “Julinda era a Palazzo Grazioli nel 2008 e poi Silvio se la portò al ritiro Detox” firmato dal giornalista Andrea Sparaciari. In relazione al titolo in oggetto tali affermazioni non corrispondono a quanto dichiarato dalla signorina Barbara Guerra. Si chiede, dunque, l’immediata pubblicazione della rettifica in merito al titolo dell’intervista e a quanto riportato nel corpo della stessa, ove le affermazioni che Julinda avesse 21 anni e fosse stata portata al Detox dall’on. Silvio Berlusconi non sono state dichiarate con certezza dalla signorina Guerra al giornalista Sparaciari, ma con l’incipit “mi sembra di ricordare”. Inoltre, in relazione a tale ultima circostanza, si precisa che la signorina Guerra ha dichiarato che le sembrasse di ricordare di aver incontrato tale Julinda al Detox, e non ha invece dichiarato che Julinda l’avesse portata l’on. Berlusconi.

Avv. Nicola Giannantoni