Girotondi. “Sono passati vent’anni, ma sembra ieri, tra B. e malaffare”

Venti anni fa, il 24 gennaio 2002, a Firenze, ci fu la prima manifestazione in Italia del movimento nazionale che poi sarebbe stato chiamato dei “Girotondi”, per la nostra consuetudine di circondare monumenti e palazzi emblematici del potere tenendoci per mano. A Firenze quel movimento si strutturò e divenne il “Laboratorio per la Democrazia”, anche detto movimento dei professori perché la prima manifestazione fu lanciata proprio da professori universitari (Paul Ginsborg e Pancho Pardi, insieme ad altri colleghi altrettanto battaglieri). Un successo insperato: 10.000 persone che sfilavano in una Firenze freddissima, sotto la pioggia, forti dello sdegno che le animava contro Berlusconi al governo, il suo conflitto di interessi, le leggi ad personam e lo stato catatonico in cui versava il centrosinistra, incapace di opporsi alla pericolosa deriva antidemocratica in atto (“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”, gridava Nanni Moretti alla manifestazione dell’Ulivo del 2 febbraio 2002 in piazza Navona a Roma). Di quella prima manifestazione fiorentina non potrò mai dimenticare l’immagine di una giovane madre che, spingendo il passeggino con un figlio dentro, e un altro più grandicello in braccio, procedeva bagnandosi come se niente fosse. Fu una manifestazione necessaria e imprescindibile, come le altre che nei giorni successivi si svolsero spontaneamente a Roma e Milano, che attestarono la volontà dei cittadini di rendersi protagonisti, in prima persona, di una resistenza strutturata al governo Berlusconi, senza più delegare alle forze politiche, che pure avevano votato, ma da cui non si sentivano rappresentati. Nacque così una sorta di società civile organizzata. Dopo quella prima, si ebbero manifestazioni in tutta Italia. Furono circa 3 anni di attivismo serrato del “Laboratorio per la Democrazia”, dalle ceneri del quale sono nate varie associazioni civiche, di difesa della Costituzione e i comitati che nel 2006 e 2016 sono stati i promotori del No alle pessime riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi, riscuotendo, in entrambi i casi una clamorosa vittoria. Con lo stesso sdegno che ci animava nel 2002, sabato scorso, siamo scesi in piazza a Firenze per un presidio contro la candidatura di Berlusconi a presidente della Repubblica, considerando osceno un tale atto, anzi eversivo. Nonostante siano trascorsi 20 anni, non ci siamo ancora stancati di “resistere, resistere, resistere come sulla linea del Piave”, con lo stesso spirito con cui il procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, pronunciò queste parole all’apertura dell’Anno giudiziario del gennaio 2002.

Cinzia Niccolai

Il bibliomane folle, il giornale al pane, le piantine di carta

Dediche. Alphonse Allais che, tutto orgoglioso, mostrava ai visitatori un’opera di Voltaire che riportava questa dedica: “Ad Alphonse Allais, con il rammarico di non averlo conosciuto. Voltaire” (Voltaire era scomparso nel 1778, Allais era nato nel 1854).

Piantine. La pratica del book planter: estrarre con un taglierino un cubo di polpa cartacea dal cuore di un volume e collocarvi del terriccio con una piantina.

Tagliacarte. Il libro intonso andrebbe letto col tagliacarte a portata di mano, recidendo le pagine una a una; e invece il lettore frenetico le taglia tutte prima ancora di leggere il libro.

Avari. “Bibliotaphe. Questo nome, composto da due parole greche, significa seppellitore di libri. È adatto a quei bibliomani o bibliofili che acquistano libri solo per nasconderli e impedire agli altri di giovarsene: essi stanno ai libri come gli avari al danaro; è impossibile gettare uno sguardo sul loro tesoro senza metterli in allarme” (dal Dictionnaire raisonné de bibliologie di Gabriel Peignot, 1802).

Cazin. Il Cazinofilo, colui che raccoglieva le edizioni di Hubert-Martin Cazin, libraio nato nel 1724 e ucciso a Parigi, presso la chiesa di Saint-Roch, il 13 Vendemmiaio dell’anno III (vale a dire il 5 ottobre 1795), inventore di edizioni di piccolo formato in diciottesimo e in ventiquattresimo, assai eleganti e comode, stampate su carte leggermente colorate da toni giallini, azzurri e verdognoli, rilegati in marocchino decorato o pelle marmorizzata. Si calcola che i Cazin autentici siano 437.

Ladri. Il caso dello statunitense Stephen Blumberg, condannato a sei anni di carcere e una multa di 200.000 dollari. Aveva rubato lungo la vita 20.000 libri rari e 10.000 manoscritti da 327 biblioteche e archivi tra Stati Uniti e Canada, per un totale di 19 tonnellate del valore di circa 20 milioni di dollari. Nei rapporti di polizia Blumberg è stato descritto come un “solitario, antisociale e con una storia di schizofrenia, ma sofisticato calcolatore”.

Salomone. “Perciò i libri bisogna comprarli con piacere e venderli malvolentieri, come ci esorta Salomone, sole degli uomini, in Proverbi XXIII: ‘La verità comprala’ dice ‘e la sapienza non venderla’” (Riccardo di Bury).

Prezzi. Antoine-Marie-Henri Boulard, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, notaio sindaco di uno dei municipi di Parigi in epoca napoleonica, accumulò tra seicentomila e ottocentomila libri. Li sistemò in una decina di edifici appositamente acquistati. Morì nel 1825 e andò tutto all’asta. I figli ne organizzarono varie, tra il 1828 e il 1832, saturando il mercato parigino, tanto da far crollare per un paio di decenni i prezzi dei libri.

Commestibile. A inizio Novecento, un editore tedesco promise che entro pochi anni avrebbe messo in circolazione un giornale commestibile: al posto della carta avrebbe usato “una pasta nutritiva e gradevole che si presta assai all’impressione, e l’inchiostro sarebbe surrogato da uno sciroppo deliziosamente profumato”.

Domande. Alla domanda dell’ospite “Quanti libri! Li ha letti tutti?”, Umberto Eco consigliava di rispondere sprezzante: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”.

Prestiti. “Si restituisce il libro donato, non quello prestato” (aforisma di ignoto).

Notizie tratte da: Antonio Castronuovo, “Dizionario del bibliomane”, Sellerio, 520 pagine, 16 euro

 

Scuola: no Dad, sì nuovi calendari

Appena attenuato – causa interesse dominante per il nuovo inquilino del Quirinale –, il dialogo sulla scuola e la sua presunta responsabilità (per alcuni) d’esser luogo di contagio, presto riprenderà ad assillarci. Dobbiamo ringraziare il ministro Bianchi per aver tenuto duro sulla posizione che ha permesso agli studenti di tornare, dopo le vacanze natalizie, nel loro mondo più appropriato, anziché bighellonare tra panchine dei parchi e centri commerciali. A dicembre l’ISS faceva notare che il 28% dei positivi totali erano diagnosticati nella popolazione d’età scolare (<20 anni), con un’incidenza tra i 5 e gli 11 anni che era la più alta di tutte (su 384.000 persone positive in Italia, circa 100.000, più di 1 su 4, erano minorenni). Il 51% dei casi in età scolare era stato diagnosticato nella fascia d’età 6-11 anni, il 33% nella fascia 12-19 anni e solo il 10% e il 6%, rispettivamente tra i 3 e i 5 anni e sotto i 3 anni. Durante il periodo natalizio, malgrado le raccomandazioni, spesso impossibili da far seguire ai bambini, i contagi sono aumentati. Davanti a questi numeri, le immancabili Cassandre avevano cominciato a presagire una condizione insostenibile, alla riapertura. I consigli, per fortuna inascoltati, andavano dal prolungare le vacanze di una o due settimane a una nuova (disastrosa, ndr) Dad.

Certo, il virus continuerà a circolare. Ma dopo due anni, nessun altro provvedimento se non la Dad è stato preso in seria considerazione. Mettere mano al calendario è stata un’ipotesi morta sul nascere, grazie all’intervento dei sindacati. Solo la Lettonia ha, come noi, 13 settimane di vacanze estive. Francia e Germania chiudono per 6 settimane e concedono altre pause durante l’anno. Adeguarci a questi calendari, non solo sarebbe utile a colmare il gap di un troppo lungo vuoto didattico ma, in una inevitabile convivenza con SarSCoV2, potrebbe essere un modo per alleggerire la presenza scolastica, scongiurare lo spettro della Dad. Se poi in questa fase Omicron si riuscisse a fare un salto di qualità adeguandosi alla realtà, con misure da stagione influenzale, potremmo cercar di riparare alcuni danni che la pandemia ha fatto a un’intera generazione.

 

Buona fortuna, Baricco: intellettuale serio e necessario

Quel gran genio di Edmondo Berselli, che in questi tempi sbilenchi per non dir morti manca come l’aria, si divertiva come un matto a criticare il non criticabile. Detestava il politicamente corretto, anche e soprattutto da sinistra (mondo dal quale proveniva), e dalle pagine de L’Espresso (che quel “pensiero unico” lo ha spesso propagandato al meglio) giocava all’intellettuale oltremodo eclettico.

Tra un Fossati, un Moretti o un altro “trombone” (per lui) caro alla sinistra, una volta si scatenò contro Baricco. Secondo “Eddy”, lo scrittore torinese amava così tanto la forma da dimenticarsi della sostanza. “Baricco è uno scrittore da barrique”, sintetizzava lui col lanciafiamme, giocando con le parole e alludendo al legno che snatura i vini.

Ho ripensato – mi capita spesso – a Berselli quando ho letto il bellissimo messaggio con cui Baricco ha annunciato di avere la leucemia. Ho scritto “bellissimo” perché io appartengo a quella generazione che ha scoperto Baricco su Rai3 e se n’è innamorato per la capacità dialettica. Era bravissimo a farti innamorare dei libri che amava lui: se Baricco consigliava un volume, tu dovevi comprarlo subito. Berselli, a sentir queste parole, un po’ sul serio e un po’ per scherzo trasecolava. E partiva con la critica della prosa baricchiana, a suo dire troppo gigiona e ampollosa. Era meraviglioso. Avrebbe certo espresso le stesse critiche formali anche di fronte al drammatico post di Baricco, tenero e abilissimo nell’esorcizzare la malattia con i suoi consueti stilemi stilistici. Ne riporto qui alcuni passaggi: “Ehm, c’è una notizia da dare e questa volta la devo proprio dare io, personalmente. Non è un granché, vi avverto. Quel che è successo è che cinque mesi fa mi hanno diagnosticato una leucemia mielomonocitica cronica. Ci sono rimasto male, ma nemmeno poi tanto, dai. (…) Molto altro non mi verrebbe da aggiungere. Forse, ecco, mi va ancora di dire che percepisco ogni momento la fortuna di vivere tutto questo con tanti amici veri intorno, dei figli in gamba, una compagna di vita irresistibile, e il miglior Toro dai tempi dello Scudetto. Sono cose, le prime tre, che ti cambiano la vita. La quarta certo non te la guasta. Insomma, la vedo bene. Per un po’ non contate su di me, ma d’altra parte non abituatevi troppo alla cosa perché i medici che si sono ficcati in testa di guarirmi hanno tutta l’aria di essere in grado di riuscirci abbastanza in fretta. Abbracci, AB”.

Anche “solo” in queste parole, c’è tutto Baricco. Nei decenni ha venduto oltremodo. Per qualcuno si è smarrito, per altri non ha mai coltivato l’arte del risultare anche solo minimamente simpatico. Non saprei dirvi. L’ho incrociato giusto due o tre volte, devo dire fugacemente, e (neanche so poi perché) non lo leggo più da un bel po’. Non compro più i suoi libri e non mi capita quasi mai di imbattermi sui suoi sporadici articoli. Ho però amato oltremodo Castelli di rabbia, Oceano Mare, Novecento e persino City (dico “persino” perché all’epoca parve piacere solo a me). La sua penna, anche in quella sua costante propensione al barocco e al ghirigoro, è talora sublime. A teatro il suo (giustificato) narcisismo si esalta al punto da renderlo un divulgatore irresistibile. Soprattutto: Baricco è un intellettuale originale, dotato, tormentato e necessario. A quelli come me, ha fatto e fa un bene dell’anima: ci ha dato proprio tanto. Buona fortuna, Alessandro. Te lo scrivo io, te lo scrivono milioni di lettori. E son sicuro che te lo sta scrivendo anche Berselli.

 

Mediaset resta un problema, con o senza Caimani al Colle

Quando si parla di politica e tv si punta il dito sulla Rai, ma si indica solo parte del problema. La storia è nota e va avanti da oltre un trentennio. Non è mai stata esempio di pluralismo, ma quando ci sono in ballo gli interessi del capo Mediaset diventa l’arma più forte nelle mani di Berlusconi. Con una reazione quasi pavloviana si fa strumento di propaganda (ma le lodevoli eccezioni ci sono) e non c’è giornalismo, autonomia professionale o soltanto senso del decoro che tenga. Compaiono allora, quando va bene, i laudatores del capo, quando va male, i bastonatori degli avversari. Un’ipotesi quest’ultima che abbiamo visto all’opera tante di quelle volte che a sentir parlare oggi di un Berlusconi pacificatore si fa fatica a non ridere.

Il processo di beatificazione del capo da parte dei suoi media, in primis quelli televisivi, cui in queste settimane abbiamo assistito nel tentativo inutile di spianargli la strada al Quirinale, denuncia ancora una volta un sistema malato. Ci riferiamo al sostanziale duopolio che garantisce a un unico imprenditore il possesso di quasi tutto il comparto privato e che testimonia di una questione televisiva che va oltre la Rai. E che di duopolio si tratti lo confermano i numeri: per esempio nella settimana 8-15 gennaio Mediaset si è accaparrata con i suoi canali (3 generalisti, 12 speciali più le pay-tv) il 35% dello share mentre un altro 35% è stato appannaggio del servizio pubblico; il resto si è polverizzato in ascolti molto piccoli a eccezione di Discovery che ha raggiunto il 7%. È un assetto antico che la rivoluzione digitale non ha scalfito.

Questo già grave squilibrio diventa poi intollerabile quando a esso si aggiungono propaganda e faziosità. Ebbene, c’è stato chi in questi giorni ha ricordato la nascita del Tg5: bisognerebbe però non dimenticare che si tratta di un tg che sa dove schierarsi nei momenti che contano. A novembre e dicembre, per dire, il tg diretto da Mimum ha concesso a Forza Italia la fetta più grossa del tempo di parola e di quello di notizia, offrendo (dicembre) al centrodestra addirittura 39 minuti di parlato, tempo che equivale a quanto hanno raccolto insieme il premier e gli esponenti di governo. Mentre al Pd, M5S e Iv, per capirci, solo 15 minuti. Se dal Tg5 ci spostiamo ai principali talk di Rete 4 la liturgia si fa più greve, dettata e celebrata puntualmente dalla destra; suoi i temi, suoi i protagonisti. Anche qui parlano le cifre: tra settembre e dicembre sui talk di Rete 4 la scena se la sono presa, nell’ordine, Sgarbi (6 ore e 45 minuti), Salvini (3 e 51’), Crosetto (3 e 51’), Meloni (3 e 44’), Feltri (2 e 44), tanto per fermarci ai primi cinque, con pochi altri di diverso parere a fare la comparsa per legittimare una farsa di pluralismo. Sono anni però che l’opinione pubblica si è come mitridatizzata sul problema della tv e del conflitto d’interessi. Ci si preoccupa, a ragione, della lottizzazione della Rai ma ci si dimentica del latifondo Mediaset. Ora è vero che è stato fortunatamente scongiurato il rischio di avere un capo dello Stato padrone di mezza tv e di due terzi della pubblicità, ma in passato abbiamo avuto un premier in questa abnorme condizione, per di più sommata al controllo delle reti pubbliche. Neanche Trump ha coniugato una simile contraddizione: in America la Fox, pur partigiana, non è di sua proprietà e poi è solo un pezzo di un sistema tv ampio e complesso. Una destra seria il problema se lo sarebbe posto da un pezzo. Ma anche una sinistra degna di questo nome avrebbe dovuto farlo, invece di acconciarsi al patto indecente di cui si vantò Violante alla Camera nel 2002. Il risultato è che la questione Mediaset è sempre lì, anche se non la si vuol più vedere. E dire che c’è chi pensa all’elezione diretta del capo dello Stato. Così restando le cose, se non è in malafede, non è sano di mente.

 

Solo il Covid può limitare lo strapotere dei ricchi

Secondo un rapporto dell’Organizzazione non profit Oxfam durante i due anni di Covid i dieci uomini più ricchi del mondo (Jeff Bezos, Elon Musk, Bernard Arnault, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Warren Buffett, Larry Ellison, Larry Page, Sergey Brin, Steve Ballmer) hanno incrementato il loro patrimonio di 821 miliardi di dollari, per contro, sono grandemente aumentate le povertà assolute. Questi dieci personaggi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale. Ma il Covid non ha fatto che accentuare una divaricazione economica tra le diverse classi sociali che è in atto da tempo nel mondo occidentale e, adesso che la Cina ha abbracciato il nostro modello di sviluppo (il capitalismo di Stato è pur sempre un capitalismo) anche orientale. Facciamo un passo indietro. Prendiamo le statistiche riguardanti gli Stati Uniti della metà degli anni Ottanta: l’1% delle famiglie aveva il 6,8% del reddito nazionale, cioè più del doppio di quello che avevano, tutte insieme, il 20% delle famiglie americane più povere. Il rapporto era cioè di 40 a 1. Se prendiamo le statistiche di Gregory King relative all’Inghilterra della fine del Seicento, che sono le più accurate relativamente all’epoca, un 5% della popolazione controllava il 28% del reddito, mentre alle classi più basse, che assorbivano il 62% della popolazione, toccava il 21% del reddito. Si può dire quindi che l’ultimo 5% della popolazione aveva un reddito dell’1,7% e cioè che i più ricchi vantavano un reddito 16,4 volte superiore a quello dei più poveri. Oggi il rapporto fra i ricchissimi e i più poveri è di 40 a 1, nell’ancien régime di 16 a 1.

Naturalmente sono statistiche notevolmente approssimative perché mettono insieme Paesi diversi, come nel nostro caso Stati Uniti e Inghilterra, ed epoche in cui la disciplina statistica era ancora agli albori e l’età di oggi in cui le statistiche, pur scontando anch’esse delle approssimazioni, sono molto più accurate e precise. Ma quella che rimane intatta è la sequenza storica per cui le divaricazioni economiche fra le classi sociali tendono costantemente ad aumentare come scrivevo ne La Ragione aveva Torto? del 1985: “Bisogna ammettere un fatto piuttosto imbarazzante: che lo sviluppo economico e industriale aumenta le disuguaglianze. Questo aumento non si ha solo in un primo tempo, quello dell’accumulazione del capitale, ma continua indefinitamente”. I Bezos e gli altri paperoni che abbiamo citato all’inizio non sono, per ora, che l’apice di questa tendenza che la globalizzazione ha contribuito a esasperare. Oggi anche molti ricchi cinesi, che un tempo si contavano sulla punta delle dita, sono infinitamente più ricchi della maggioranza delle popolazioni occidentali e la stessa cosa si potrebbe dire per gli indiani, o per gli Emiri arabi. Insomma la globalizzazione ha realizzato una sordida perequazione verso l’alto e una perequazione ancor più sordida verso il basso.

Fin qui il paragone fra lo ieri e l’oggi è su base esclusivamente economica. Ma forse la cosa più sorprendente è che sono grandemente aumentate, rispetto alla pre-modernità, le distanze sociali. Il contadino era più vicino al suo feudatario, di quanto io lo sia rispetto a Bezos e i suoi simili. Il contadino viveva a stretto contatto col feudatario, io Bezos lo posso vedere solo col binocolo, è per me inavvicinabile. Ma non c’è bisogno di arrivare a Bezos bastano Fedez e i suoi simili, cioè tutta la fairy band dei cosiddetti vip, rockstar, showman o showwoman, attori anche non necessariamente hollywoodiani, anche non necessariamente degli artisti della recitazione, che conducono una vita totalmente diversa dalla mia alla quale io non posso accedere se non come spettatore. Certo il contadino e il nobile avevano degli status diversi, formalmente invalicabili, ma in buona parte vivevano nelle stesse condizioni. Per fare un esempio che riguarda la salute, vivere in un castello era meno salubre che vivere sui campi. Cibarsi di cacciagione tutti i giorni, come facevano i nobili, portava a malattie invalidanti (idropisia) che i contadini non avevano, ne avevano altre forse più evidenti (molti a furia di star curvi sulla terra erano stortignacoli come sa ogni buon medico condotto). Insomma, in alto o in basso che si fosse, si stava, da questo punto di vista, sulla stessa barca. I nobili non vivevano più a lungo dei poveri. Né la medicina di allora poteva fare la differenza (si pensi a Don Rodrigo). Oggi se di Covid si ammala Berlusconi può cavarsela grazie all’équipe di specialisti da cui è circondato, se mi ammalo io, che pur ho qualche anno di meno, ci resto secco.

Però una certa perequazione il Covid l’ha portata. Non conosce confini, non conosce status, di suo non fa differenze tra ricchi e poveri, colpisce a chi cojo cojo, è tendenzialmente egalitario. Azzardando un poco si potrebbe dire che è socialista.

 

L’elezione spiegata dalla cuoca cinese di mia zia: “È inutile”

Mia zia ha una cuoca cinese bravissima a cucinare pugliese, crede lei. Poiché è la nipote di Qing Jiang e Mao, di politica ci capisce, e quando ho dei dubbi le chiedo lumi. Domenica, mentre stava preparando un calzone (un timballo riempito con cipolla fritta, olive nere, alici, uva passa e ricotta piccante, il ricostituente perfetto dopo la notte brava con la zia), le ho domandato: “Che te ne pare di queste elezioni presidenziali, Yu?”. “Non cambieranno nulla, e nessun commentatore ha toccato la questione rilevante”. “Che sarebbe?”. “Davvero non ti sei accorto che da anni tutte le decisioni per l’Italia sono prese da poteri forti sovranazionali e che il Parlamento deve solo prenderne atto e a ratificarle? Ne parlò qualche anno fa il procuratore Scarpinato, in un discorso che andrebbe trasmesso in prima serata a reti unificate. In breve, le regole del gioco grande sono state riscritte in modo che i diritti individuali e sociali fossero subordinati alla logica del profitto. Un secolo fa, l’Italia era ancora un Paese feudale, con un 80 per cento di analfabeti che la casta dei padroni teneva in condizioni di servitù, così come erano al suo servizio la piccola borghesia, le corporazioni artigiane e la legge. Il potere politico controllava la magistratura: la legge era la voce del padrone. Nessun colpevole per gli scandali bancari dell’Italia monarchica e liberale, mentre in Sicilia i braccianti dovevano sottostare alla mafia degli agrari”. “Ma dopo la Seconda guerra mondiale le cose sono cambiate, no?”. “Perché erano cambiati i rapporti di forza. Le organizzazioni politiche contrapposte del capitale e del lavoro, che si erano scontrate nella prima metà del 900, nella nuova epoca del bipolarismo internazionale trovano un compromesso, dando origine a uno Stato democratico che si impegna a rimuovere le disuguaglianze economiche e sociali del passato. La tassazione progressiva, che sposta una quota del reddito dal capitale al lavoro, rende possibile la nascita dello Stato sociale, con lo Statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria, eccetera; la giustizia, affrancata dal controllo politico, tutela i diritti dei cittadini. Il vecchio ordine cercò di sabotare il nuovo patto sociale in tutti i modi, arrivando fino alla strategia della tensione, ma la guerra fredda fra Usa e Urss non consentiva colpi di Stato. Questo equilibrio crolla col muro di Berlino. Il nuovo assetto, con la globalizzazione, rende politicamente ininfluente la classe operaia, ma anche il ceto medio, la cui forza contrattuale derivava dal pericolo che andasse a sinistra se insoddisfatto. Il capitale, senza più ostacoli democratici, può sbarazzarsi finalmente dello Stato sociale e del patto costituzionale. È la stagione delle privatizzazioni, dell’attacco allo Statuto dei lavoratori, dei decreti legge che rendono inutile il Parlamento, di una classe politica che mira a un sistema bipolare con due partitoni intercambiabili che portino avanti la stessa agenda neo-liberista, e di una casta che cerca in tutti i modi di impedire alla gente di impicciarsi di ciò che la riguarderebbe. E così, come voleva la Bce di Trichet, e senza alcun dibattito, fu introdotto il pareggio di bilancio nella Costituzione”. “Embè?”. “È un trucco diabolico: impedendo le spese in deficit quando c’è crisi, obbliga a togliere risorse allo Stato sociale. Per opporsi al sistema servirebbe una nuova Internazionale. Chi sarà il prossimo presidente? È irrilevante”. “Enrico Letta tifa Draghi”. “Tifò anche per Monti. Letta è un allievo di Andreatta, il privatizzatore: fa parte della cricca del Bilderberg, della Trilateral, dell’Aspen. Vai a vedere chi gli finanziava VeDrò e capirai tante cose. Non sai proprio nulla!”. Non so neppure com’era il timballo: per cuocerlo ha bruciato l’appartamento.

 

Guzzanti molla B. e abbraccia “Pierfi”

Tempi duri per Paolo Guzzanti. L’incertezza intorno all’elezione del presidente della Repubblica significa anche incertezza anche intorno a chi magnificare. Per mesi, sul Giornale e su Mediaset, il noto giornalista ci ha spiegato come il Paese non potesse sopravvivere senza l’elezione di Berlusconi al Quirinale. Con la rinuncia di Silvio, Guzzanti è rimasto spiazzato per un paio di minuti che gli devono essere sembrati eterni, ma poi ha subito virato su un piano B, nella fattispecie Pierfi (come lo chiama lui) Casini. I decibel della slinguazzata sono gli stessi che si era meritato Berlusconi: “È un uomo molto intelligente, piace molto alle signore e l’ho visto nutrirsi a tavola in un ristorante di una sola mela”. Tutto qui? Macché: “Ha i tratti emiliani, fra cui un curato sex appeal e simpatia”. Pierferdinando (si scrive staccato, ma Guzzanti lo scrive attaccato e si vede che a lui fa piacere così), “è sempre stato molto garbato ed elegante e ha avuto cura di mantenere ottimi rapporti con tutti”. E poi “ha sposato la figlia dell’imprenditore Caltagirone e questa circostanza – udite udite – non lo ha danneggiato”. Ha dell’incredibile in effetti. Di fronte a cotanto curriculum, Guzzanti non ha saputo resistere e ha già trovato il candidato ideale per il Quirinale. Se poi anche Pierfi dovesse tramontare, non si allarmino troppo i lettori: qualcosa ci suggerisce che Guzzanti abbia anche un piano C.

Fumata nera: Non potevano pensarci prima?

Di fronte alla pioggia di schede bianche e fumate nere del primo scrutinio che rischia di trasformarsi in una grandinata domani e forse anche dopo. Di fronte ai leader che brancolano nel buio, con tutti che incontrano tutti in un vertiginoso e incomprensibile moto perpetuo. Di fronte al rosario di insopportabili dichiarazioni degli addetti ai lavori, che in tv discettano di “metodo”, di “sensibilità”, di “profili”, senza farci capire nulla, una domanda sorge spontanea: ma non potevano pensarci prima? Che la corsa verso il Colle sarebbe stata irta di ostacoli, di veti e di imprevisti lo avevano capito tutti già un mese fa nella famosa conferenza stampa di Mario Draghi.

Quella del “nonno a disposizione delle istituzioni”, e quindi del Quirinale. Quella che denotava una certa insofferenza da parte del premier per le crescenti tensioni nella maggioranza di unità nazionale, ma solo di facciata. Eppure per più di un mese non è successo niente di niente, a parte il solito chiacchiericcio sul giornali e nei talk per raccattare un titolo, per accendere una polemicuzza. Dozzine di nomi candidabili gettati al vento per mascherare il vuoto decisionale della politica. Fino alla farsa di un signore anziano e non più lucidissimo che si fa candidare da un centrodestra a dir poco riluttante, ma che insiste perché lui l’aveva promesso alla mamma che sarebbe arrivato al Quirinale. È finita come tutti sapevano come sarebbe finita e che infatti tutti hanno usato come un alibi dietro cui nascondersi. Di fronte a un tale colpevole spreco di tempo. Di fronte alla liturgia di voti perduti o consumati su nomi improbabili c’è un’altra domanda che sorge spontanea e che riguarda la stragrande maggioranza dei cittadini. Quelli che immersi da due lunghissimi anni nella nebbia avvelenata della pandemia, invece il tempo non lo hanno mai perso o gettato al vento. Quando sono corsi a vaccinarsi per tre volte consecutive. Ligi alla dura disciplina dei green pass

normali e super. Sempre disponibili a osservare la massa di regole incessantemente prodotte dalla macchina governativa, anche le più cervellotiche. Cosa si chiedeva in cambio? Che coloro che si sono assunti la responsabilità di guidare la comunità nazionale dessero in un Parlamento riunito in seduta solenne, e immediatamente, un segnale di serietà, di coesione, dimostrando attenzione al bene comune sempre tanto sbandierato. Ed ecco la domanda: ieri sera costoro non hanno provato un po’ di vergogna?

Maxi truffa a Citterio: segretaria condannata

È stata condannata a tre anni e 6 mesi di reclusione Licia Azzurrina Scagliotti, ex segretaria di fiducia di Antonio Citterio, architetto e designer di fama mondiale, accusata di averlo truffato in un’indagine che nell’ottobre 2020 aveva portato all’esecuzione di un sequestro da circa 4,5 milioni. La donna avrebbe sottratto al designer i soldi anche falsificando firme su oltre 200 assegni che avrebbe reimpiegato per ristrutturare e mandare avanti un ristorante ereditato dal padre in Liguria e per il gioco d’azzardo, spendendo oltre 436 mila euro. Il gup ha condannato l’imputata per truffa, indebito utilizzo e falsificazione di carte di credito e autoriciclaggio. Condannato per truffa a due anni anche un ex dipendente del Banco Bpm.