Piombino, infermiera assolta in appello

L’infermiera Fausta Bonino, 58 anni, è stata assolta dai giudici d’appello di Firenze nel processo di secondo grado dall’accusa di omicidio volontario plurimo aggravato per 10 morti sospette avvenute nel reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina di Piombino (Livorno), tra settembre 2014 e settembre 2015. Il pg Fabio Origlio aveva chiesto la condanna all’ergastolo per nove dei dieci casi. I difensori dell’infermiera, che si è sempre proclamata innocente, hanno chiesto l’assoluzione. In primo grado il gup del Tribunale di Livorno, il 19 aprile 2019, l’aveva condannata all’ergastolo solo per quattro delle dieci morti sospette. La donna è stata condannata a un anno e mezzo per il reato di ricettazione.

“Mps, pene ridotte per Mussari e Vigni”

Condanna di tutti gli imputati, con un lieve sconto di pena, tra i quali gli ex vertici Giuseppe Mussari e Antonio Vigni rispettivamente a 6 anni e 4 mesi e a 6 anni, contro i 7 anni e 6 mesi e i 7 anni e 3 mesi in primo grado. L’ha chiesta la Procura generale di Milano nel processo di appello per il filone delle operazioni in derivati di Mps condotte dal 2008 al 2012. Gli imputati sono 13 ex dirigenti della banca senese e tre società, Deutsche Bank AG e Nomura. I reati contestati relativi alle operazioni Alexandria, Santorini, Chianti Classico e Fresh, che sarebbero serviti a coprire le perdite derivate dall’acquisizione di AntonVeneta, sono false comunicazioni sociali e falso in prospetto, manipolazione di mercato e ostacolo alla vigilanza.

Arrestato il teste chiave: il contabile di Lavitola&C.

Galeotto fu il green pass utilizzato da Andrea Vetromile per entrare in una pizzeria di Agnano (Napoli). Dai controlli della Finanza ai database è emerso che l’uomo, ormai residente in Ungheria, doveva scontare una condanna definitiva per estorsione. Di qui l’arresto. Vetromile è un personaggio noto alla cronaca giudiziaria: è stato per anni il commercialista dell’ex senatore Sergio De Gregorio e dell’ex direttore dell’Avanti Valter Lavitola e disse di aver visto Lavitola portare a De Gregorio le mazzette di Silvio Berlusconi. E, infatti, il suo nome compare in diverse pagine delle motivazioni della sentenza di condanna di primo grado di Berlusconi per la compravendita dei senatori (poi prescritta in appello). All’epoca Vetromile aveva rotto con De Gregorio e spifferò al pm alcuni meccanismi della corruzione. “Inventando o amplificando alcuni dettagli”, scrissero i giudici, perché mosso da astio nei confronti dell’ex senatore. Che però, l’anno dopo, confessò spontaneamente, di fatto confermando, nella sostanza, le parole di Vetromile.

Diasorin, processo al n° 1 del S. Matteo e all’ad Rosa

S ono stati rinviati a giudizio a Milano l’ad di Diasorin, Carlo Rosa, e il presidente del San Matteo di Pavia, Alessandro Venturi, imputati per insider trading sul titolo della multinazionale farmaceutica per un guadagno complessivo di 5.500 euro. Il processo è stato fissato per il prossimo 14 aprile. Come riporta il capo di imputazione, Venturi il 2 aprile del 2020, in piena pandemia, aveva comunicato via WhatsApp al presidente di un altro istituto scientifico lombardo che era “pronto il sierologico di Diasorin” e che il test per rilevare la presenza di anticorpi nei pazienti positivi era stato “validato oggi”. Gambini, il giorno dopo, avrebbe comunicato la notizia a Francesco Bombelli, consigliere dell’ospedale milanese: “Se vuoi fare l’investimento che ti ho detto entro le 17.30”, “lunedì annuncio”. I due, ipotizza il pm, acquistarono azioni della multinazionale, rivendendole in seguito al rialzo del titolo. Di un identico comportamento è stato accusato Rosa che avrebbe girato l’informazione privilegiata a un amico che guadagnò poco più di 2.900 euro.

Scuola, si preparano regole più semplici

I ministeri dell’Istruzione e della Salute lavorano a un provvedimento che dovrebbe semplificare la gestione del Covid-19 nelle scuole che sta facendo impazzire i dirigenti scolastici. Tocca infatti a loro, visto che la stragrande maggioranza delle Asl non ce la fa anche per le carenze di personale, gestire il tracciamento dei positivi e dei loro contatti oltre alla sostituzione dei docenti in isolamento o quarantena.

Le regole per la scuola primaria (elementare) potrebbero allinearsi a quelle della secondaria e prevedere la didattica a distanza (Dad) quando i positivi in classe sono tre e non due. La quarantena (e l’eventuale Dad) per gli alunni vaccinati potrebbe scendere da 10 a 7 giorni. E anche la scuola dovrebbe applicare l’autosorveglianza (con mascherina Ffp2 per 10 giorni) che sostituisce la quarantena per i contatti stretti asintomatici che hanno fatto tre dosi di vaccino o anche due da non più di 120 giorni. Si discute, infine, dell’eliminazione del certificato di guarigione ancora richiesto da molti istituti per rientrare in classe: potrebbe bastare il tampone negativo. Nelle scuole poi dovrebbero arrivare le mascherine Ffp2, già obbligatorie in alcuni casi ma non ancora disponibili in numerosi istituti.

Si allungano i tempi del confronto tra governo e Regioni sulle modifiche al sistema dei colori. I numeri dicono che le cose vanno meglio. Per la prima volta da fine ottobre ieri in Italia sono diminuite le persone registrate come attualmente positive – nuovi contagi meno guariti – che assommano a 2.709.857, cioè 25.049 in meno rispetto a 24 ore prima. È un dato riferito al weekend in attesa di consolidamento, però lunedì 17 gennaio era aumentato di 6 mila unità e lunedì 10 di ben 60 mila. Naturalmente bisogna prendere i numeri con prudenza, migliaia di contagi restano sommersi: ieri erano 77 mila, lunedì scorso 83 mila e due lunedì fa 104 mila. I morti sono stati 352. L’Italia ha superato i 10 milioni di casi da inizio pandemia. “Sembra che siamo arrivati al plateau e si stia andando verso la discesa”, ha detto il generale Francesco Paolo Figliuolo. Nessuno però può prevederne i tempi e l’Organizzazione mondiale della sanità è più prudente, anche ieri ha ricordato la possibilità che emergano varianti più insidiose di Omicron. Nel frattempo la situazione negli ospedali italiani resta difficile, con tutto ciò che comporta per le cure non Covid. L’occupazione delle terapie intensive è scesa dal 18 al 17% ma resta alta, mentre in area medica siamo al 30% di pazienti Covid, tra i quali però si conteggiano (fino a un terzo secondo le stime) anche i positivi ricoverati per altre patologie. Devono essere isolati e quindi creano seri problemi, ma si conferma la minor proporzione di casi gravi rispetto ai milioni di contagi delle ultime settimane.

Flop obbligo over 50: convinto solo uno su sei

Negli ultimi sette giorni, considerando da lunedì a domenica scorsa, le vaccinazioni hanno superato quota 3,8 milioni. Potrebbero sembrare numeri quasi da record. Ma dietro si cela un mezzo flop. Perché a spingere le somministrazioni sono le terze dosi, che costituiscono l’82,28% delle somministrazioni totale. Mentre le prime dosi per gli over 50, per i quali è scattato l’obbligo della vaccinazione (previsto dal decreto legge del 7 gennaio scorso, in vigore dal giorno successivo), procedono decisamente a rilento. Sono trascorsi quindici giorni dall’introduzione della norma, ma fino ad ora quelli che si sono recati in un hub per ricevere la prima dose sono stati solo 339 mila. Significa che nemmeno l’obbligo di Green pass rafforzato, a partire dal 15 febbraio, per poter accedere ai luoghi di lavoro (la disposizione vale sia per i lavoratori del pubblico e sia per quelli del settore privato, oltre che per i liberi professionisti) ha ancora convinto i più recalcitranti.

Secondo il report del commissario all’emergenza Figliuolo, quando è entrato in vigore l’obbligo, non erano ancora vaccinati 2,165 milioni over 50. Al 23 gennaio erano scesi a 1,826 milioni. Il che vuol dire che fino a questo momento la vaccinazione ha raggiunto solo il 15% del totale della platea. In pratica, quindi, solo uno su sei ha scelto di vaccinarsi. Certo, va considerato che tra gli over 50 non vaccinati ci sono gli esentati per motivi di salute (il numero esatto non è noto, ma è plausibile siano alcune migliaia). E comunque qualche passo in avanti è stato fatto, visto che al 20 gennaio gli over 50 che si erano persuasi erano l’11% del totale (246.548). Negli ultimi tre giorni, 92.452 mila sono quelli che si sono presentati in un hub per ricevere il vaccino. Un risultato ancora ben lontano dagli obiettivi che il governo si è prefissato, stabilendo anche che alle persone che appartengono a questa fascia di età – e che sono le più esposte al rischio di contrarre l’infezione in forma grave – sia garantita l’assoluta priorità: a loro non è richiesta alcuna prenotazione.

Ma, del resto, fin dall’inizio, cioè da quando è scattato l’obbligo, non si è mai assistito a una vera corsa alla vaccinazione. A partire dall’8 gennaio sino al 23 gennaio le prime dosi sono state poco più di un milione. Un numero che, va ricordato, comprende ovviamente anche chi l’obbligo non ce l’ha. Il ritmo di somministrazioni, a parte alcune fiammate, nel corso del tempo è progressivamente rallentato. In prima battuta le somministrazioni sono state 82 mila ma nell’ultima settimana sono scese quasi sempre stabilmente (e ampiamente) sotto le 60 mila. Un ritmo molto blando che – in assenza di una forte ripresa – difficilmente potrà consentire di raggiungere la maggior parte degli over 50 che ancora non sono immunizzati. E per quali a partire dall’1 febbraio scatterà una multa. Ma soprattutto scatterà la sospensione dal lavoro e la perdita dello stipendio. Un deterrente, quest’ultimo, che è però è forte solo per chi ha un impiego. Mentre fa molta meno paura il pericolo di vedersi comminare una sanzione, dato che parliamo di 100 euro una tantum.

Andando a scorporare i dati vediamo che nella settimana dal 31 dicembre al 6 gennaio – il Consiglio dei ministri ha dato il via libera all’obbligo il 5 gennaio – gli over 50 che hanno deciso di vaccinarsi sono stati 38.976. La settimana successiva, la prima dall’introduzione della norma, hanno fatto la prima dose in quasi 129 mila over 50, mentre tra il 14 e il 20 gennaio sono stati meno di 118 mila. Un andamento che procede a rilento. E a nulla evidentemente sono valse, fino ad ora, nemmeno le pesanti restrizioni imposte progressivamente ai No vax. A partire dall’obbligo del super Green pass per tutti i mezzi di di trasporto pubblici, i servizi di ristorazione all’aperto, gli impianti da sci, i centri sportivi, gli alberghi e altre strutture ricettive. Per arrivare al certificato verde di base – quello rilasciato con il tampone – anche per recarsi dal parrucchiere o in un centro estetico.

“Draghi uguale presidenzialismo”. “E i partiti non possono abdicare”

 

Pericolo Senza gli adeguati contrappesi si rischia di avere un iper-presidenzialismo

Il presidenzialismo e il semi-presidenzialismo non vanno demonizzati, ma nel caso in cui si voglia andare verso quella direzione serve un passaggio formale, con il conseguente dibattito. Nei Paesi in cui sono previste forme del genere, si è ben attenti a prevedere dei forti contrappesi al potere del presidente, basti vedere come il Congresso americano può limitare l’azione di Joe Biden.
In un sistema parlamentare come il nostro, questi contrappesi non esistono e se si introducesse un presidenzialismo de facto – come rischierebbe di essere con Draghi al Quirinale e un altro “tecnico” al suo posto a Palazzo Chigi – senza un adeguato sistema allora si avrebbe una sorta di iper-presidenzialismo. Sarebbe una situazione che ricorda lo strapotere dei presidenti di Regione, che infatti quasi sempre non rispondono né ai partiti né alla propria maggioranza. Nel caso di Draghi, poi, abbiamo visto come si sia verificata già un’altra anomalia, perché la sua autorevolezza ha provocato una inusuale sudditanza da parte della maggioranza della stampa, un altro di quei contrappesi fondamentali in un sistema democratico che non dovrebbe rinunciare alla sua funzione di controllo.

Francesco Pallante

 

Tecnocrazia I partiti ora devono avere coraggio, non possono abdicare ancora

Se Draghi dovesse essere eletto al Colle, a quel punto dovrebbero essere i partiti a dire se vogliono o non vogliono andare a votare e perché, individuando anche l’eventuale soluzione per una formula di governo alternativa e un presidente del Consiglio che la incarni. E per recuperare un ruolo rispetto ai tecnici, questo presidente dovrebbe essere un politico, altrimenti significherebbe che la politica ha di nuovo abdicato al suo ruolo. Servirebbe insomma che fosse la politica a guidare la successione di Draghi a Palazzo Chigi, non che fosse un altro governo del presidente (né di quello entrante né di quello uscente).
Capisco non sia semplice, vista la diversità delle forze in campo (anche se dopo un anno di governo insieme dovrebbe essere un po’ meno complicato). Ma serve anche un po’ di coraggio da parte dei partiti nel riappropriarsi della scena. Se la Costituzione prevede un ruolo centrale per i partiti e per il Parlamento è perché contiene una serie di anticorpi anche a evoluzioni presidenziali de facto, non certo nuove nella storia della Repubblica. Tanto è vero che in passato abbiamo avuto parecchi governi espressione del Quirinale, ma quasi sempre si è trattato di parentesi che non sono durate a lungo.

Andrea Pertici

 

Nuovi equilibri Sarebbe ipocrita negarlo: il “potere” si sposterebbe al Quirinale

L’eventuale elezione di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica sarebbe all’evidenza coerente con l’evoluzione della Costituzione materiale in atto. Del resto, nel momento in cui si elogiano risolutezza, competenza e autorevolezza di Draghi e proprio in virtù di queste qualità ci si augura il suo trasferimento al Quirinale, si sta dicendo in modo trasparente che è dal Quirinale che Draghi dovrebbe continuare a guidare il Paese.
È quindi del tutto evidente come in questo modo si prosegua – anche accentuandola fortemente – nell’evoluzione materiale della nostra Costituzione in senso presidenzialista, come del resto in tanti vogliono. Certo sarebbero necessari adeguamenti e relativi contropoteri, ma questa è in qualche modo una questione che si rimanda a effettive e complessive modifiche della Carta.
Sarebbe una ipocrisia negare tutto ciò, un po’ come dire che si vuole Mario Draghi presidente della Repubblica perché si è nostalgici di un “presidente notaio”. E sarebbe appunto un’enorme ipocrisia perché sarebbe per primo lo stesso Draghi a non volerla, e avrebbe anche ragione.

Gianluigi Pellegrino

“Dopo Draghi il diluvio”: tutti a corte dal monarca

Tranne il Pd di Enrico Letta e, sia pure indirettamente, il partito di Giorgia Meloni, nessuno ha mai candidato Mario Draghi. Eppure si respira ogni giorno quell’aria da après moi, le déluge, “dopo di me il diluvio”, frase attribuita a Luigi XIV e che restituisce l’idea della magnificenza sovrana unita a una vocazione da salvatore della Patria. La lista delle sventure nazionali che la semplice ipotesi di Mario Draghi al Quirinale impedirebbe viene alimentata dai relativi profeti, senza alcuna giustificazione razionale e, spesso, senza nemmeno una logica intrinseca.

Senza Draghi addio al Pnrr. Si prenda il Financial Times: “Dal Quirinale Draghi potrebbe usare i suoi poteri e la sua autorevolezza per assicurarsi che i governi futuri mantengano le riforme sui binari giusti. Se la coalizione di governo dovesse decidere di non eleggerlo alla presidenza della Repubblica il ruolo di Draghi ne uscirebbe scalfito”. E quindi, consequenzialmente, anche quello del destino economico dell’Italia visto che Draghi “ha rivitalizzato la fiducia dei mercati e degli investitori grazie a una campagna vaccinale di successo e politiche di bilancio espansive per far accelerare la ripresa economica”.

Le vaccinazioni italiane sono andate bene, ma abbastanza in linea con gli altri Paesi europei e il Pnrr, cioè il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato strappato alla Ue dal governo precedente mentre Draghi ha potuto beneficiare di una larga maggioranza parlamentare per mettere a punto i relativi piani. Il futuro del Pnrr, come è evidente, dipenderà dai futuri governi, non dal presidente della Repubblica che, come ripete costantemente l’Economist, ha un ruolo fortemente “cerimoniale”. Il Pnrr, secondo un ragionamento più logico, sarebbe quindi incrinato dalla caduta del governo che tanto sembra aver fatto. La contraddizione tra le due affermazioni, invece, sembra non avere importanza.

Chi ci salva dallo spread. L’influente agenzia di stampa Bloomberg (che fa riferimento anche a un forte potere economico internazionale) va addirittura oltre: “Lo spread tra Bund e Btp per ora non si è mosso molto, probabilmente perché i mercati si aspettano che Draghi non lascerà la scena politica”. Quindi, si dovrebbe desumere, se Draghi resterà alla guida del governo. Lo spread, in realtà si è mosso moltissimo, perché il 13 febbraio, quando Draghi è stato chiamato da Sergio Mattarella, era intorno a 90 punti e ieri ha raggiunto quota 140. Probabilmente perché lo spread risente solo parzialmente delle dinamiche della politica interna.

Ma poi il ragionamento è ancora più contorto: lo slancio del governo “potrebbe rapidamente dissiparsi se gli succedesse un primo ministro meno efficace che non ha l’influenza dell’ex capo della Banca centrale europea”. Da qui il rischio di mettere a repentaglio i miliardi del Recovery fund. Sembrerebbe conseguente che allora si dovrebbe lasciare Draghi al governo. Invece, in modo spericolato, Bloomberg afferma che “le possibilità di cementare la sua eredità” sarebbero migliori “se scambierà la carica di premier con la presidenza, che ha un mandato di 7 anni”. Se invece rimane dov’è, cioè dove è stato chiamato a suon di fanfara dal presidente Mattarella, e spinto dalle manovre di Palazzo per salvare il Paese, “rischia di essere trascinato nel pantano delle lotte intestine politiche, come successe a Mario Monti”. Lotte intestine politiche che improvvisamente si materializzano solo oggi.

Il rischio dei tempi lunghi. “Il rischio dei tempi lunghi potrebbe avere ripercussioni sulle Borse, sui tassi di interesse e sullo spread” è uno dei titoli di Repubblica che rilancia i timori di Bruxelles così come fa anche l’altro quotidiano del gruppo, La Stampa , che cita lo “stallo” che si potrebbe creare nel Paese. Anche qui si crea un allarme prima ancora che si verifichi. L’andamento dello spread abbiamo già visto che dipende solo in parte dalle schermaglie politiche, ma i tempi lunghi in una elezione al Quirinale sono frequenti: 21 votazioni per eleggere Giuseppe Saragat, 23 per Giovanni Leone, 16 per Sandro Pertini e Oscar Luigi Scalfaro, solo due volte si è riusciti al primo scrutinio (Cossiga e Ciampi) e poi tra i 4 e i 9 scrutini. La difficoltà a eleggere un capo dello Stato è invece espressione delle particolari crisi politiche e sociali in un dato momento: l’irruzione della società alla fine degli anni 60, la crisi del bipartitismo italiano dopo le elezioni del 1976, Tangentopoli, l’exploit dei 5 Stelle nel 2013 e la successiva crisi di quel movimento che si riflette sulle difficoltà di oggi.

Attenti, cadel’esecutivo. Un altro capolavoro della logica è quello che teme la caduta del governo nel caso in cui Draghi non acceda al Quirinale. Il processo istituzionale dice esattamente il contrario: se il presidente del Consiglio si trasferisce al Colle, ovviamente il governo non c’è più e occorre costituirne un altro. E non è un caso che, per la prima volta nella storia presidenziale, la trattativa per il Quirinale si intreccia in modo indecoroso a quella per la formazione di un nuovo governo. Con un premier in carica che discute dei futuri ministri di un esecutivo che dovrebbe nominare lui stesso una volta salito al Colle. L’unico modo per dare continuità al governo è che il suo presidente non si muova da Palazzo Chigi.

Il nesso governo-Quirinale. Per queste ragioni non ha senso e logica anche l’altra narrazione presentata come verità: il “nesso governo-Quirinale”. Ci si è soffermato a lungo Matteo Renzi ieri pomeriggio, e il nesso è tale solo per volontà del suo protagonista. Non a caso tutto prende le mosse da quella conferenza stampa di fine anno in cui Mario Draghi disse che “è difficile immaginare una maggioranza che si divide sull’elezione del presidente della Repubblica e che torna poi a unirsi per sostenere il governo”. Il nesso esiste perché lo ha creato lo stesso Draghi non facendo nulla per mettere in salvo lui stesso il proprio governo qualunque fosse stato l’esito dell’elezione di questi giorni.

Repubblica o Monarchia? Il problema di questa provocazione riguarda quindi lo sbocco che la democrazia italiana intende perseguire come ha fatto notare sul Fatto il professore Luciano Canfora. Di fronte a una crisi evidente dei partiti, del Parlamento, del rapporto con gli elettori è meglio affidarsi a una figura salvifica, costi quel costi, oppure imbullonare le istituzioni alla Costituzione? L’elezione di Draghi obbedisce alla prima logica, quasi un ricorso a un Charles de Gaulle senza guerra di Algeria in corso. E non a caso è stato scomodato il “semi-presidenzialismo di fatto” che nascerebbe dalla sua elezione (Giorgetti, Brunetta, ultimo arrivato ieri il redivivo Claudio Martelli). Un presidente più forte del premier a differenza di quello che è sempre avvenuto nella Repubblica che ha sempre visto il contrario.

 

 

Conte prova a fidarsi di Matteo. E ora con i dem c’è distanza

L’avvocato non si sposta, casomai rilancia. Per Giuseppe Conte il no all’elezione di Mario Draghi al Quirinale non è trattabile, almeno non ora. Per adesso punterà sul fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, “un candidato vero” giura. Ma Conte è davvero pronto a convergere su un nome “alto” di centrodestra. O a insistere sulla direttrice generale del Dis, Elisabetta Belloni.

È in sostanza ciò che ha detto nel pomeriggio alle varie sfumature del centrodestra, Antonio Tajani, Matteo Salvini, e Giovanni Toti e Luigi Brugnaro di Coraggio Italia, incontrati uno dopo l’altro a Montecitorio. A tutti ha ripetuto il no a Draghi: anche se ieri il presidente del Consiglio lo ha chiamato, come ha fatto con altri leader. “Possibile che il premier abbia chiesto a Conte un incontro” trapela dal M5S. Ma la linea resta quella: Draghi deve restare a Palazzo Chigi, e se casomai dovesse traslocare al Quirinale, a quel punto il Movimento consulterebbe i propri iscritti sull’entrata nel quarto governo diverso in quattro anni. “E questa volta difficilmente direbbero di sì” sibilano voci contiane. È l’avvertimento ai partiti. Anche al Pd di Enrico Letta, la cui ostinazione su Draghi comincia a infastidire Conte. L’ex premier vuol far capire che la permanenza del M5S in maggioranza non è scontata. Un messaggio anche per i dimaiani, che nell’assemblea di domenica dei grandi elettori del M5S hanno parlato in batteria per aprire al premier, con Luigi Di Maio silente. E pare una risposta al ministro la frase che l’avvocato consegna ai cronisti in mattinata: “Noi non vogliamo un patto di legislatura, ma con i cittadini…”. Chi parla da giorni di un patto necessario per arrivare comunque vada al 2023 è proprio Di Maio, che alla Camera ostenta ottimo umore. Imprecisate fonti web raccontano di una riunione tra lui e 60 dimaiani. Una bufala, su cui nel Transatlantico affollato il ministro sorride: “Sono qui a parlare con dei colleghi ma sono pochi, mancano i capicorrente…”. Scherza e stringe molte mani, Di Maio, mentre ai piani di sopra Conte compulsa quasi tutto il centrodestra.

Manca solo Giorgia Meloni, con cui si incrocerà in serata uscendo dalla Camera. Hanno anche a provato a scambiare due chiacchiere, l’avvocato e la leader di Fdi, ma sono stati subito circondati dai cronisti e sono risaliti nelle rispettive auto. Nessun intoppo invece negli incontri con gli altri leader, a dire del M5S tutti sulla linea di Conte: “Ci hanno detto che serve un nome condiviso e che Draghi non si può spostare, perché si rischierebbe la crisi di governo”. Quanto meno strano però che lo abbiano detto Toti e Brugnaro, fautori di Draghi al Colle. Così un big va dritto al punto: “Lo snodo è sempre Salvini, e lui ha assicurato a Conte che è fermo sul no al premier e che lo ha anche detto allo stesso Draghi”. Non solo: anche da Forza Italia spirerebbe un vento contrario al premier. Però l’avvocato deve scommettere innanzitutto sul suo ex ministro dell’Interno. Fidarsi, di un ex nemico. Così le solite fonti del M5S parlano di “totale sintonia con Salvini sulla necessità di rafforzare e intensificare il confronto per un nome condiviso”. Ma quale? Non può esserlo Maria Elisabetta Casellati, su cui Salvini ha sondato Conte. “Lei ha telefonato anche a diversi dei nostri eletti, ma non c’è margine” dice un veterano. Serve qualcun altro, per schivare Draghi. E Conte lo ha ribadito al leghista.

Per l’ex premier resta un’opzione seria anche Belloni, gradita alle destre. Ma non ai dem. “D’altronde Letta è nervoso, ha capito che Conte è pronto davvero a votare un nome di centrodestra” sostiene un big del M5S. E poi, osservano ancora dal Movimento, “gli altri nomi di Letta sono Casini e Amato, e per noi non sono praticabili: anche se l’ex premier socialista andrebbe bene a Draghi”. Il punto di caduta sarebbe allora il bis Sergio Mattarella, ancora invocato da tanti 5Stelle, e su cui Conte si è mostrato scettico in assemblea solo per tattica. Nell’attesa, potrebbe insistere su Riccardi. Magari mettendolo in campo già dalla terza chiama, anche per testare la tenuta dei gruppi parlamentari. Ma dovrà parlarne con Pd e LeU.

La Lega ribadisce il no al premier: in pole la Casellati

Per ora più che il king sembra solo un maker. Poi si vedrà. Perché Matteo Salvini incontra tutti ma tiene ancora le carte coperte. E il percorso per intestarsi l’elezione del prossimo capo dello Stato è ancora pieno di ostacoli. Ieri il segretario leghista sembrava una trottola passando da un ufficio all’altro per incontrare i leader: di buon mattino ha visto Mario Draghi, poi Enrico Letta, Giorgia Meloni, Giuseppe Conte e i centristi Giovanni Toti e Luigi Brugnaro. E se gli incontri sono stati tutti interlocutori, in serata il leader del Carroccio fa sapere che nelle prossime ore “il centrodestra unito farà proposte di qualità, donne e uomini di alto profilo istituzionale e culturale”. Un modo per far sapere anche che, almeno per il momento, resta un forte “no” sul nome di Mario Draghi, che d’altronde nell’incontro di ieri non avrebbe dato al leghista alcuna garanzia sul governo che verrà. Anche Silvio Berlusconi tiene dritta la barra del veto sul premier. Posizione che il leghista condivide con Conte, tant’è che in serata fonti leghiste parlano di “totale sintonia” tra i due. Una strategia confermata ieri pomeriggio anche da Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, che si aggirava per il Transatlantico ripetendo a tutti gli interlocutori sempre la stessa frase: “Stiamo lavorando a una proposta di centrodestra e ci crediamo molto”. Anche Antonio Tajani, durante la riunione dei grandi elettori forzisti di ieri, ha detto che “si sta lavorando a un nome di centrodestra”.

Così già oggi, dopo la riunione con i grandi elettori e dopo aver informato gli alleati della coalizione, Salvini potrebbe portare la rosa di nomi a Letta: “Le prossime 48 ore saranno fondamentali” ha fatto sapere il segretario del Carroccio agli alleati. E nelle ultime ore nella Lega cresce molto l’opzione che porta alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda carica dello Stato, che secondo Salvini potrebbe trovare i consensi nel M5S (che l’aveva già votata nel 2018) ma anche nel Pd, cui farebbe gola la presidenza di Palazzo Madama. Anche a Berlusconi sembra piacere l’ipotesi di Casellati. Tra gli altri nomi ci saranno sicuramente Marcello Pera, Letizia Moratti e Carlo Nordio. L’ex pm di Venezia è stato proposto ieri mattina durante l’assemblea del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia. L’obiettivo del leader della Lega è fare breccia nella coalizione giallorosa: “Se presentiamo una figura istituzionale come fanno a dirci di no?” si chiede un esponente di peso leghista. Una strategia che però rischia di arrivare al muro contro muro con il centrosinistra che sembra intenzionato a mettere veti su tutti i nomi della rosa salviniana. E così a quel punto Salvini potrebbe arrivare a un bivio: o tentare il colpo di mano provando a trovare i voti per eleggere un presidente a maggioranza (centrodestra più i renziani), oppure scivolare su un candidato meno identitario ma che potrebbe trovare più sponda tra i giallorosa. Se Salvini esclude il Mattarella bis, il suo è un “ni” nei confronti di Pier Ferdinando Casini su cui sta provando a farlo ragionare Matteo Renzi. E alla fine, come extrema ratio, resta in piedi l’ipotesi Draghi di cui ieri ha parlato anche Umberto Bossi: “Ci si può arrivare alla fine” ha detto il Senatur arrivato a Roma per votare.

Un sentiero stretto, quello di Salvini, che deve però tenere conto di una coalizione molto fragile. Perché ieri, nel Transatlantico affollatissimo, in molti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia non apprezzavano le mosse da leader della coalizione di Salvini. Da una parte è l’ala liberal azzurra rappresentata dai ministri Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Renato Brunetta ad accusare Salvini di aver annesso Forza Italia dopo il ritiro di Berlusconi, dall’altra anche Meloni vuole essere più coinvolta. Tant’è che la richiesta di inserire Nordio nella lista dei nomi di centrodestra viene visto da molti leghisti come un dito nell’occhio all’ex ministro dell’Interno.