“Nome condiviso”: Letta e Salvini iniziano a parlarsi

Di nomi assicurano che non si è parlato. Ma almeno è stato “aperto un dialogo”, come recita solennemente il comunicato congiunto che parla anche di “colloquio lungo e cordiale”. Enrico Letta e Matteo Salvini sanno che sono loro a dare le carte e per farlo devono parlarsi. Tant’è che oggi si rivedranno per “aggiornarsi”: un incontro che potrebbe diventare decisivo all’antivigilia del quarto scrutinio di giovedì. “Dal faccia a faccia di domani (oggi, ndr) si capirà di più sull’esito del risultato finale” fanno sapere in serata da via Bellerio. Anche perché, da quanto si apprende da fonti di entrambi i partiti, si inizierà a parlare di nomi. Non solo quelli della famosa rosa perorata da Salvini ma anche di altre figure istituzionali che potrebbero piacere a Letta. Nelle ultime ore si facevano i nomi di Marta Cartabia e Elisabetta Belloni, che piacerebbe al M5S e su cui ci potrebbe essere un assenso di massima di Salvini

Epperò nel vertice di ieri tra il segretario del Pd e il leader della Lega sono emerse tutte le differenze tra i due. A partire da Mario Draghi. Se il segretario dem ha perorato la causa del premier, il leghista gli ha fatto capire che da parte sua resta un “no” sul trasferimento di Draghi al Colle anche perché “resta una risorsa preziosa per il Paese lì dove sta” è stata la risposta del segretario del Carroccio. E per questo forse già oggi, nel nuovo vertice, Salvini potrebbe avanzare le sue proposte al segretario dem: “Non accettiamo nessun tipo di veto da parte del centrosinistra”.

Affermazioni che hanno fatto alzare la tensione al Nazareno. Perché Letta si è esposto dal primo momento per Draghi e su di lui continua a lavorare. Ma anche perché al partito intravedono quello che potrebbe succedere con il fallimento della corsa al Colle del premier: il rischio è che Draghi non sia né al Quirinale, né a Palazzo Chigi. Di fatto, in due giorni la politica italiana si potrebbe perdere del tutto l’ex Bce, con il relativo precipitare verso le elezioni anticipate e con tutto il mondo che guarda l’Italia. Senza contare che il segretario dem vedrebbe il fallimento della sua linea. Al Nazareno ieri davano in calo sia le possibilità di Draghi che quelle di Giuliano Amato, di Pier Ferdinando Casini e anche del bis di Sergio Mattarella. Anche un tentativo di drammatizzare lo scenario. Perché la somma delle debolezze della politica resta la carta principale per portare l’ex Bce al Colle.

Nel frattempo, se Letta lavora per Draghi, non si può dire lo stesso del resto del partito. Dario Franceschini – che teme di essere sostituito al governo – sta cercando sia di capire se ci sono margini per il bis, che lavorando seriamente per Casini. E in generale, molti nel gruppo dem – da Andrea Marcucci in giù – continuano a ripetere che Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi. Molti dentro Base Riformista su Casini ci lavorano davvero.

Vanno registrate anche le manovre di Matteo Renzi, che gioca di sponda con Franceschini. Vorrebbe portarlo a Palazzo Chigi in cambio del sostegno a Draghi premier, raccontano. Che ci riesca pare davvero difficile.

Drive in: positivi al voto in auto o ambulanza

C’è chi si rammarica perché non se la sente anche se vorrebbe tanto esserci. E chi, pur potendo, decide di non andare per protesta e pure chi pretende di imbucarsi anche se non è in lista. Camera esterno giorno: nel parcheggio dei deputati si inaugura il seggio allestito per consentire anche ai grandi elettori alle prese con il Covid di partecipare alla chiama per l’elezione del Capo dello Stato.

Della trentina contagiati o in quarantena si sono prenotati in 14 anche se poi viene ammesso pure qualcuno che lo ha fatto quando ormai gli uffici di Montecitorio avevano già scaglionato gli arrivi previsti tra le 15 e 15 e le 17. Ma il rischio ressa è comunque pari a zero, causa forfait dell’ultimo minuto.

Come quello di Gianluigi Paragone che si era fatto riservare un posto per tempo salvo poi cambiare idea. “Oggi in Italia debutta la categoria dei positivi vip” tuona il fondatore di Italexit che annuncia di restarsene a Milano mentre al parcheggio di via della missione a Roma la deputata no vax Sara Cunial si presenta con l’avvocato: vuole a tutti i costi votare ma a Palazzo la respingono all’ingresso priva di green pass perché per lei il tampone è un abuso e una discriminazione: “È possibile per tutti votare per il presidente della Repubblica tranne che per la sottoscritta. È una norma ad personam. Siamo pronti querelare Fico e a invalidare l’elezione”.

Già che c’è ha chiamato i carabinieri dopo che le è stata sbarrata l’entrata anche del seggio drive in riservato ai contagiati dove intanto il forzista Ugo Cappellacci è arrivato a bordo di un’ambulanza da cui è sceso giusto il tempo di votare. Si presenta pure il neomeloniano Lucio Malan che spiega com’è stato il debutto: “Accertato il diritto di voto, mi hanno spruzzato il sanificante sulle mani, mi hanno dato due guanti di gomma e un panno di carta per passarlo sul volante. Mi hanno quindi consegnato due buste con la scheda e un’altra busta con la matita. Con l’auto mi sono diretto in un box dove, rimasto a bordo, ho espresso il mio voto. Chiusa la scheda ho infilato la scheda nell’urna all’uscita”. Stesse modalità per il pentastellato Giuseppe Brescia che ha dato uno strappo in auto alla collega Carmen Di Lauro compagna di militanza e di fascia oraria. L’altra 5 Stelle Patrizia Terzoni attesa al seggio volante alle 15 e 15 invece ha dovuto gettar la spugna: “A causa del Covid per ora non posso muovermi da casa. Ho avviato le procedure per poter votare al drive in, ma avendo qualche sintomo, seppur fortunatamente leggero, per ora mi è stato sconsigliato. Conto di esserci nei prossimi giorni, quando si entrerà nel vivo delle votazioni”. Stesso spartito per Doriana Sarli del Misto trattenuta dal virus a Napoli mentre Luca Sani del Pd invece ce l’ha fatta ad arrivare nella Capitale da Massa Marittima. La speranza di votare per il Colle si è invece infranta causa logistica romana per Bianca Laura Granato di Alternativa. “Non sono riuscita a raggiungere il seggio. Doversi spostare con l’auto in zone che sono sottoposte al controllo del traffico limitato è un problema”. Oggi ci riproverà, Ztl permettendo.

Draghi chiama tutti: la trattativa per la staffetta

La distanza è solo di qualche decina di metri, ma Montecitorio, dove si vota per eleggere il presidente della Repubblica, sembra lontanissima da Palazzo Chigi. In Transatlantico si intravedono i ministri, da Renato Brunetta a Andrea Orlando, da Lorenzo Guerini a Giancarlo Giorgetti. Appaiono stralunati anche loro, collegamento tra due mondi che al momento non trovano punti di contatto: quello di Mario Draghi e quello dei parlamentari.

Sono giorni che il premier lavora per andare al Quirinale. Raccontano che nelle scorse settimane abbia offerto ministeri un po’ a tutti. A Matteo Salvini, che ci teneva (e ci tiene) tantissimo ad entrare al governo. Persino a Giovanni Toti, con il rischio di far deflagrare i centristi. Ieri però è entrato in campo pesantemente. Di nuovo. Ha chiamato Matteo Salvini, che è andato a Palazzo Chigi, poco prima che iniziasse la prima chiama. Ha chiamato anche Giuseppe Conte e Enrico Letta. Voci non confermate dicono che abbia telefonato anche a Silvio Berlusconi. Con i primi due potrebbe incontrarsi tra oggi e domani.

Ma il colloquio chiave di ieri è stato quello con il leader del Carroccio. Che non è andato bene, come ha raccontato Salvini anche a Conte e a Letta. Tra il premier e il leader della Lega, i toni sono stati cordiali. Per il resto, non si è arrivati a nessuna soluzione, nessuna quadra. Il premier ha chiesto a Salvini il voto. Ma quando l’altro ha voluto garanzie sul governo che verrà, Draghi non ha offerto alcuna una soluzione finita. Il leader del Carroccio c’è anche rimasto male personalmente, ma soprattutto non ha avuto alcuna garanzia sull’esecutivo che sarà. Draghi gli ha detto di trattare con i partiti. Dunque, il colloquio si è chiuso con un nulla di fatto. Tra le richieste messe sul piatto dal leader leghista, la sostituzione di Luciana Lamorgese e anche quella di Roberto Speranza. Ci sarebbe una disponibilità di massima a mettere al Viminale l’ex capo di gabinetto di Salvini, Matteo Piantedosi. Ma non è bastato. C’è persino chi racconta che Salvini avrebbe chiesto a Draghi di telefonare lui a Berlusconi.

Quel che è certo, a fine giornata, è che la trattativa sul governo va avanti convulsa, ma che la quadra non si trova. E che ieri il premier ha deciso di provare a cercarla lui questa quadra. Anche se non è ancora entrato del tutto nel merito. Non è detto che non lo faccia tra oggi e domani, per convincere le forze politiche. In cima, il rebus su un eventuale successore. Ieri ha fatto uscire solo un comunicato in cui con Marta Cartabia incontrava via Zoom i genitori di Giulio Regeni. Per molti, il segnale che sarebbe lei la sua scelta numero uno. Ancora ufficialmente coperta.

Anche da premier il tentativo di tenere i contatti con i leader politici resta fondamentale. Tra la pandemia, il caro bollette e pure la crisi in Ucraina, l’impressione è che a Palazzo Chigi si stia perdendo il controllo.

In una giornata che fa registrare sia l’apertura delle trattative che il pessimismo sulla loro buona riuscita, c’è anche chi registra il segnale del dialogo. “L’incontro tra Salvini e Draghi? Non lo so com’è andato, ma se non lo vota che c’è andato a fare?”, lasciava cadere lì ieri Giorgetti, uno che Draghi al Colle lo vuole. Anche se tra i rumors di questi giorni è entrata pure l’ipotesi che Salvini punti a sostituirlo. A sera intanto arriva a siglare le difficoltà della corsa del premier pure l’Economist, che pure in passato aveva avuto un’altra posizione: “Il tentativo di Mario Draghi di diventare presidente è negativo per l’Italia e l’Europa”. In mattinata era stato il Financial Times a parlare del “dilemma Draghi” e del “rischio turbolenze per le elezioni presidenziali”. Questo mentre a Bruxelles continuano a tifare per una soluzione che veda Draghi a Palazzo Chigi e la permanenza di Sergio Mattarella al Quirinale. Per ora, il bis sembra ancora lontano.

Eppure, da più parti si è certi che davanti al fallimento della propria candidatura sarà lo stesso Draghi a chiedere al capo dello Stato di cedere al bis.

Colle, bianca la prima: i partiti appesi all’accordo che non c’è

La prima chiama è innanzitutto una gran festa. Da quanto tempo è che millecinquecento persone non si ritrovavano tutte nello stesso posto? Eccoli qui, i grandi elettori, i giornalisti, i commessi e qualche fortunato staff che ha aggirato l’imperativo di restare nei corridoi laterali e si è buttato nella pista del Transatlantico. Dentro all’aula si entra in poche decine alla volta, s’igienizzano le mani, si vota nel catafalco versione Covid-free, si deposita sul banco la matita da sterilizzare. Poi si ritorna nella mischia.

Covid Il grande elettore

Il re degli assembramenti è il solito Matteo Renzi. Sarà che è l’unico a dire la sua sull’universo mondo, mentre intorno tutti allargano le braccia e si arrendono ai “non so”. Nel parcheggio c’è il drive in per far votare positivi e quarantenati. Montecitorio è tappezzata di avvertimenti: lavarsi le mani, restare a distanza, indossare la mascherina, starnutirci dentro e così via. Ognuno li interpreta a modo suo. Il senatore Maurizio Gasparri, prima di passare sotto al catafalco con il gel sulle mani, mima il gesto di pulircisi le ascelle. La classe non è acqua e nemmeno amuchina.

Voti Da Amadeus a Belloni

Anche Gasparri – si presume dalla velocità con cui entra ed esce dal seggio – ha votato scheda bianca, come altri 671. È la fotografia dei partiti in alto mare. Solo qualcuno si diverte a buttare là suggestioni, sfottò, omaggi. Voti per Elisabetta Belloni, per Alberto Angela, per Antonio Tajani, per Umberto Bossi, per Amadeus, per Ettore Rosato, per Pier Luigi Bersani, per Giuliano Amato, per Mauro Corona, per Liliana Segre, per Mario Draghi, per Sergio Mattarella (16). C’è anche il nome di Silvio Berlusconi – la fidanzata (nonché deputata) Marta Fascina invece è rimasta con lui ad Arcore. Il presidente della Camera Roberto Fico, casomai avesse resistito al pressing di chi lo ha fatto ritirare, gli aveva già levato il giochetto delle schede segnate: leggerà solo il cognome, senza iniziali o altri distintivi. L’ex 5 Stelle Marco Rizzone – passato a Coraggio Italia e alle cronache per essere uno dei deputati che ha chiesto il bonus da 600 euro per le partite Iva colpite dalla pandemia – per errore strappa la scheda prima di infilarla nell’urna. Voto riconoscibile e quindi da rifare. Unico brivido della giornata, esclusi quelli dell’aria gelida che arriva dalle finestre spalancate e quelli della sala stampa che alle sei del pomeriggio si spegne per un black out durato due ore.

Quirinabili Ultime ore

C’è poi – a proposito di brividi – l’emozione di chi per qualche momento ancora è tra gli over 50 in corsa per diventare Presidente della Repubblica. Elisabetta Casellati è costretta alla maratona in Aula, alla destra di Fico. Ma la presidente del Senato spezza la noia delle operazioni di voto con telefonate e messaggi a mezzo arco parlamentare. Le sue quotazioni sono in salita, anche se il centrodestra pare la voglia spendere come candidata di bandiera (ahia). Pier Ferdinando Casini, invece, rompe il silenzio attraversando il Transatlantico. E alla formula di saluto “Fratello nella fede”, aggiunge “carità e speranza”, che di questi tempi male non fanno. Poi si inabissa ai piani superiori, dove ha ancora l’ufficio da ex presidente della Camera. Il forzista Renato Schifani lo rassicura: “Tra poco salgo anch’io”.

I 1009 La carica allo sbando

Il primo a infilare la scheda nell’urna è Umberto Bossi. Ci sono i presidenti di Regione, c’è l’esercito dei peones. Tutti si aggirano senza sapere dove andare, con il telefono in mano per fare le foto anche se non si può. Una, di foto, la rimirano in molti: è il divano incartato che scende dal camion del trasloco di casa Mattarella. “Cosa vorrà dirci con questi scatoloni? Forse vuol farci vedere che se ne va e che se lo rivogliamo lo dobbiamo chiamare?”. Sei ore, avanti e indietro per il tappeto rosso. Al termine del velluto, dal lato che dà accesso alla sala del governo, staziona per ore Luigi Di Maio, ultimo guardiano del faro.

Draghi o Schettino?

Noi, che siamo gente semplice, avevamo capito che un anno fa Draghi avesse accettato controvoglia l’estremo sacrificio di guidare il nuovo governo e salvare la Patria per non restare insensibile allo straziante grido di dolore di un Mattarella affranto dal fallimento della politica e dalle sorti della pandemia e del Pnrr. Perciò ieri, con altri 352 morti, abbiamo letto allibiti le notizie su di Lui sperando (invano) in una secca smentita. Il Corriere riferiva che “Draghi resiste al pressing di chi lo invita a ‘trattare’” con quei puzzoni dei partiti, ma subito dopo Egli vedeva o sentiva Salvini e altri puzzoni dei partiti per parlare della sua candidatura al Quirinale, già oggetto di misteriosi conversari tra il suo palafreniere Funiciello e il dirigente Fininvest in pensione Gianni Goldman Sachs Letta. Altri scrivevano che i suoi ministri più fedeli, anziché augurarsi che Egli resti dov’è per restarci anche loro, lo vorrebbero al Colle perché sennò mollerà sdegnoso Palazzo Chigi come il bimbo capriccioso dell’oratorio che se ne va col pallone o lo buca perché gli altri non glielo passano. Altri ancora, tra un soffietto e l’altro dei camerieri di casa Agnelli-Elkann&De Benedetti, han saputo dai soliti “ambienti draghiani” (cucine? sgabuzzini? toilette?) che Egli toglierebbe il disturbo se al Colle non andasse una figura “di altissima autorevolezza istituzionale”, forse per risparmiargli un eccessivo complesso di superiorità: “Può restare premier solo con Mattarella o Amato” (Stampa), come se la Costituzione affidasse al premier la nomina del capo dello Stato e non viceversa.

Queste e altre notizie, se non prontamente smentite, ci restituirebbero non un Salvatore, ma un Affossatore della Patria. Non un nonno al servizio dell’Italia, ma uno che mette l’Italia al servizio del nonno. Un uomo guidato soltanto dalla sua sfrenata ambizione che, dopo aver spappolato i partiti che lo sostengono, riesce pure a spaccare la sua maggioranza fra Sì Drag e No Drag (dopo aver auspicato che restasse unita sul Quirinale), a indebolire se stesso come premier e a esporre l’Italia agli speculatori. E, peggio ancora, è pronto a rovesciare il governo che salva l’Italia, mentre quei puzzoni dei suoi alleati (Conte, Salvini, B. e mezzo Pd) gli gridano “resti a bordo, cazzo!”. Ancora una volta mal consigliato, sottovaluta il rischio di passare alla storia come il più irresponsabile dei destabilizzatori. Ma siamo certi che, come per la conferenza stampa a scoppio ritardato, lo capirà e oggi smentirà tutto con una secca nota: “Diffido chiunque dall’attribuirmi aspirazioni quirinalizie e dal votarmi. Un anno fa assunsi un impegno con Mattarella e intendo onorarlo sino a fine legislatura. Mi chiamo Draghi, non Schettino”.

Al ballo della granseola. Venezia festeggia la Liberazione

Per Moravia il “dopoguerra bigotto” inizia nel ’47 con la denuncia per oscenità della raccolta di racconti Il Muro di Sartre e del romanzo L’amante di Lady Chatterley da parte di un avvocato dell’Azione cattolica, tale Antonio Carones. Ma c’erano già stati segnali meno istituzionali o forse solo molto più scenografici come l’irruzione dei partigiani armati nel giardino veneziano dove fervevano i preparativi per l’orgiastico “Ballo della granseola” e il “marchesino pittore” Pippo De Pisis acquerellava i corpi dei modelli con motivi marini. Il nome della festa deriva dal crostaceo presente sotto forma di gusci, rimediati al ristorante “La colomba” e usati per cingere i fianchi nudi dei partecipanti. Tutti maschi, ovviamente, a parte la scultrice Ida Cadorin e la critica d’arte Daria Guarnati. La prima coperta solo da collane di rose di carta, come in un carnevale fuori stagione, un po’ troppo spinto anche per quei tempi di anarchia e liberazione.

Siamo alla fine dell’aprile 1945 e fa molto caldo in tutti i sensi. A Venezia, città ministeriale della Repubblica sociale, i tedeschi ci hanno messo più tempo che altrove per sloggiare. Quando finalmente alzano i tacchi, l’incontenibile De Pisis organizza il ballo e la voce dell’evento si sparge tra i canali e le calli. Uno dei modelli che ha posato per lui si sente escluso. Non viene reclutato in quanto “non più bello” e corre alla sezione del Pci per denunciare l’imminente baldoria: “Mentre le madri dei partigiani piangono i caduti di questa guerra, nello studio del pittore De Pisis questa sera si sta preparando una grande orgia”.

Insieme ad altri meravigliosi frammenti della vita sulla laguna – il corteo di gondole al funerale di Stravinskij, il ticchettio del bastone di malacca nera di Ezra Pound per il vicolo cieco di Calle Querina… – il Ballo della granseola viene rievocato in una “flânerie artistica” intitolata Sette giorni a Venezia e pubblicata da Settecolori. L’autore è Gianmaria Donà dalle Rose. Discendente di tre dogi, tra cui Leonardo (1536-1612), soggetto di un suo altro libro (L’Antipapa veneziano, Giunti), Donà dalle Rose racconta come la guerra a Venezia sia stata vissuta in modo diverso: “Siccome c’era il coprifuoco, quando si andava ospiti dagli amici la serata finiva dormendo da loro e si rinsaldavano i legami”. Un coprifuoco decisamente meno individualista e solitario, al netto dello status, rispetto a quello del tempo del Covid. I nonni di Donà dalle Rose ricevevano spesso le visite del “marchesino pittore”, nel loro palazzo a San Marcuola, dove si fermava a lungo in portineria. Il portinaio si ritroverà proprietario di preziose tele.

Chi sperava dopo i lugubri anni bellici in un clima di apertura si deve confrontare con la dura realtà della guerra fredda. Come ha scritto Saba si passa “dalla camicia nera alla veste nera”, dal fascismo al cattolicesimo. Anche i rossi fanno la loro parte visto che sarà il Pci a inserire la coda censoria nell’articolo 21 della Costituzione attraverso Umberto Nobile, esploratore polare e deputato: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Il Ballo della granseola era un evento a inviti in una casa privata, lo studio del pittore a Fondamenta dello Squero in San Barnaba, ma aveva l’aggravante dell’omosessualità. Se i bolscevichi sono stati in una fase seminale distruttori dell’ordine morale, compreso quello sessuale, con Stalin diventano bacchettoni e non smetteranno mai di esserlo considerando l’erotismo come perversione da ricchi capitalisti. Di riflesso Calvino, editor della Einaudi, casa editrice vicina al Pci, rifiutava la “pagina erotica”, sostenendo che il 900 fosse “un secolo casto, il secolo di Kafka”, sbagliando secolo e scrittore. Fenoglio si vede bocciare La paga del sabato anche per il brano in cui il protagonista ha un rapporto con la fidanzata durante il ciclo in un pagliaio.

Ma da dall’austera Torino torniamo a Venezia. Sullo sfondo di una città libertina, la città delle cortigiane, gran parte dei modelli destinati al Ballo della granseola riescono a fuggire, ma De Pisis e due amici, seminudi, dipinti e truccati, vengono scortati a piedi fino alla questura dai partigiani armati al tramonto. Se qualcuno l’avesse scattata sarebbe stata una foto straordinaria. Invano il “marchesino pittore” fa appello alla sua fama artistica, minaccia di rivolgersi a Bottai, senza ricordare come i tempi fossero cambiati. Vengono tirati in ballo, ma sempre senza risultato, il cardinale Piazza e il prefetto Matter, come racconta Giovanni Comisso in un libro intitolato Mio sodalizio con De Pisis, che la Nave di Teseo ristamperà nella collana a lui dedicata in cui sono comparsi Gente di mare e Gioventù che muore (prossimamente arriverà Un gatto attraversa la strada). L’epilogo: dopo un paio di giorni, il pittore viene liberato e va subito a dipingere sulla Riva degli Schiavoni come se la privazione più grande fosse stata quella di avere deposto il pennello che scorreva sui corpi dei modelli abbronzati dal primo sole della pace. Nel 1948, la prima biennale postbellica gli dedica una sala con trenta dipinti, ma da Roma arriva l’ordine di non conferirgli il Gran Premio in quanto omosessuale. Questa iniziativa è democristiana. Per i balli della granseola a lungo non sarà tempo.

Cortina ’26, i Giochi assurdi che lasceranno solo macerie

Ventiquattro giugno 2019. “Vincono l’Italia, il futuro e lo sport: grazie a chi ci ha creduto fin da subito, soprattutto nei Comuni e nelle Regioni, e peccato per chi ha rinunciato”, così l’allora vicepremier Matteo Salvini commentò l’assegnazione a Milano e a Cortina dei Giochi olimpici invernali 2026. E l’altro vice di Conte, Luigi Di Maio: “Ha vinto lo sport – scrisse in una nota – l’entusiasmo di un intero Paese, lontano da ogni logica di potere, lontano da ogni interesse”. Giovanottoni, che sprizzano vitalismo da ogni poro: che però parlano da morti, morti di retorica e propaganda, uguali ai mille loro predecessori che hanno fatto trangugiare agli italiani ogni veleno, rivestendolo con la glassa zuccherosa di una pillola magica.

“Le cose stavano già a questo colmo di jattura, quando sono giunte le Olimpiadi degli sport invernali”: in un’inversione tipica dell’Italia di oggi è la voce di un morto, di uno che oggi avrebbe 113 anni, a cogliere la realtà viva del presente. È, questa, una frase di Indro Montanelli, scritta nel 1955 contro le Grandi Opere che incombevano, anche allora, su Cortina con il pretesto dei giochi invernali. Questa volta li ospiteremo solo perché l’Austria e la Svizzera hanno rinunciato, anche dopo referendum popolari (a Innsbruck la percentuale dei contrari è stata addirittura del 67,41%), per i costi enormi e l’evidente insostenibilità ambientale. Dettagli che evidentemente non impauriscono noi italiani: pronti a tutto, capaci di nulla (parafrasando Longanesi).

Il risultato è l’innesco di un disastro economico e ambientale. Invece di ristrutturare la vecchia pista da bob di Cortina, si è deciso di costruirne, di fatto, una nuova: 61 milioni di euro per cementificare un’area verde. Senza contare i 400.000 euro all’anno che si prevedono per ripianare i costi futuri di una struttura che, passati i giochi, rimarrà ovviamente semideserta. Nel 1955 Montanelli diceva cose identiche a proposito dello “stadio che stanno costruendo per l’hockey sul ghiaccio. Costa un miliardo e 200 milioni di lire e sarà capace di ottomila spettatori. Lei mi dirà che ottomila spettatori non saranno difficili da raccogliere, fra tanta gente che verrà quassù nel periodo delle gare. Certo. Ma dopo chi rifonderà il Municipio di Cortina le 150 mila lire al giorno che occorrono alla manutenzione?”

Accanto all’insostenibilità economica, quella ambientale. Dichiarandola di “preminente interesse nazionale” (nonostante, rilevano Italia Nostra e altre associazioni, che “in tutta Italia si contino circa 34 praticanti tra bob, slittino e skeleton, maschile e femminile”) e affidandola a un commissario, il Governo Draghi sottrae di fatto questa piccola grande opera alle prescritte valutazioni di impatto ambientale e paesaggistico.

Ma, ricordano le associazioni, “rifare la pista nell’attuale sito (nuove strade di accesso alle zone di partenza ed arrivo, nuova finish area, nuovo ponte sul torrente Boite con relativi piazzali ed aree per le tribune e le strutture televisive ecc.) comporterebbe la distruzione di una grande fascia boschiva nella parte nord e di case, strade e attrezzature urbane nella parte sud, strettamente avvolta nell’espansione urbana dagli Anni 60 in poi … Ve lo immaginate un ecomostro di cemento che si staglia nel paesaggio alle pendici delle Tofane e a ridosso del sito Dolomiti Unesco?”

E non c’è certo solo la pista da bob. Ci sono anche il Villaggio olimpico (per 1.200 persone) in località Fiammes, previsto come “smontabile”, ma che anche se venisse davvero poi smontato lascerebbe su un terreno finora libero e prativo tutte le opere e le reti di urbanizzazione; lo stravolgimento della storica Stazione ferroviaria di Cortina, da trasformare in grande complesso con parcheggi interrati, un centro commerciale e abitazioni (per chi, visto che Cortina si spopola?); la costruzione di un albergo a 5 Stelle di 40.000 metri cubi a Passo Giau, oltre i 2.000 metri di altezza e in zona vincolata; la costruzione di un grande villaggio di lusso in località Federavecchia, Comune di Auronzo, con chalet in legno e case sugli alberi di una foresta pregiata; infine la proposta (eterna!) di scavare un tunnel sotto il Sella, per collegare Arabba, Corvara, Selva di Val Gardena, Canazei. Al centro, sotto la montagna simbolo delle Dolomiti, una grande rotatoria smisterebbe il traffico: per un costo previsto di 600 milioni di euro.

Come si vede, qua lo sport non c’entra nulla: l’unica disciplina premiata sembra quella del getto di cemento.

Di positivo, in questa brutta storia, c’è solo che le associazioni ambientaliste non si stancano di lottare, di far sapere a tutti cosa c’è in gioco. Perché è vitale rompere, scriveva ancora Montanelli, “la suprema indifferenza con cui la pubblica opinione accetta questi attentati al suo patrimonio culturale e naturale, quando addirittura non vi collabora. Perché́ è proprio questa indifferenza che alimenta l’inerzia dello Stato”.

Caos assistenti sociali. “Consiglio illegittimo” Cartabia non fa nulla

Il presidente e due consiglieri sono stati eletti quasi un anno fa. Ma per il tribunale di Roma erano ineleggibili. Dove sono? Al loro posto: il Consiglio nazionale dell’ordine degli assistenti sociali. Domanda: ma se erano ineleggibili possono comunque restare lì dove sono? Ed è legittimo un ordine professionale – inclusi i suoi atti – composto da tre membri che non si potevano eleggere? Il “comitato nazionale ordine assistenti sociali – trasparenza e legalità”, nato proprio dopo queste elezioni, tre mesi fa s’è rivolto al ministero di Giustizia e ha chiesto la revoca dei tre consiglieri. Ma non ha avuto alcuna risposta. Nel frattempo il clima per i 46 mila professionisti iscritti all’albo è diventato sempre più teso.

Il 26 ottobre scorso il Comitato ha scritto alla ministra Cartabia chiedendo la “riconvocazione della Commissione” che si occupa dell’accertamento e la proclamazione del risultato delle elezioni. Non è una posizione isolata: il Sunas – sindacato unitario nazionale assistenti sociali – s’è pronunciato sulla vicenda con parole molto chiare. Ha chiesto che “la Commissione ministeriale” sia al più presto “convocata da chi di competenza” per rivedere “le proprie determinazioni in nome dei principi di trasparenza e legalità”. In sostanza il sindacato chiede di “risolvere in tempi rapidi la situazione” o attraverso la “modifica” o attraverso la “conferma” di “quanto deciso in precedenza”. Se possibile, “motivando le nuove determinazioni” in modo “fugare ogni possibile dubbio”. E invece i dubbi restano. A maggior ragione perché, da quel 26 ottobre, il ministero guidato da Cartabia non ha fornito risposte al Comitato.

Il punto è che, sulla ineleggibilità dei tre consiglieri, s’è pronunciato con estrema chiarezza il tribunale di Roma: non si tratta di quindi di una mera querelle interna all’Ordine. È una questione giuridica e necessita di una risposta chiara. Nel febbraio 2021 viene proclamato il risultato delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali e tra gli eletti compaiono Annunziata Bartolomei, Federico Basigli e il Presidente uscente Gianmario Gazzi. Che però hanno già alle spalle due mandati e quindi, in base alle norme, non dovrebbero accedere a un terzo. È vero che per i consigli regionali è stata prevista la possibilità di tre mandati ma la norma non ha modificato l’elezione per il consiglio nazionale. Lo conferma in ben due occasioni il tribunale di Roma quando sottolinea che “quanto ai profili di ineleggibilità rileva effettivamente il limite del doppio mandato” per i consiglieri nazionali. Il tribunale non si spinge fino a revocare in via cautelare l’elezione dei tre consiglieri perché ritiene che “l’interesse alla legalità del risultato elettorale” non sia “esposto a un vuoto di tutela”. Il motivo è semplice: a colmare questo vuoto, e quindi a garantire l’interesse alla legalità, ci sono “i poteri attribuiti alla Commissione Ministeriale”. È infatti il ministero a essere incaricato di “rilevare i profili di ineleggibilità dei consiglieri eletti e di revocarne eventualmente la proclamazione”. A quel punto, giunto il 26 ottobre 2021, posto che i profili di ineleggibilità sono già stati accertati dal tribunale di Roma, e che lo stesso tribunale individua il dicastero di via Arenula come il soggetto deputato a tutelare la “legalità del risultato elettorale”, il “comitato trasparenza e legalità” scrive al ministero di Giustizia chiedendo “la riconvocazione della Commissione” e la “revoca dei tre consiglieri” in quanto “ineleggibili” per “aver già svolto due mandati consecutivi”. Intanto scrive una “lettera alla comunità professionale” sostenendo che, a causa della situazione, il Consiglio Nazionale compie e assume atti in una situazione di composizione illegittima” e chiede “elezioni suppletive”. Il Consiglio nazionale replica un mese fa con una delibera (non firmata dai tre membri) più unica che rara: “a tutela dell’Ente e della comunità professionale” decide di querelare il Comitato.

È corto circuito: il Consiglio nazionale, che conta tre membri ineleggibili, che però non firmano, per tutelare l’Ente e la sua comunità, querela i colleghi che, a loro volta, per “tutelare la legalità del risultato elettorale”, invocano l’intervento del ministero e chiedono nuove elezioni. Siamo nel marasma totale che monta nel silenzio del ministero di Giustizia alle richieste avanzate dal Comitato. E così, il 20 gennaio, il Comitato torna a scrivere alla ministra Cartabia sottolineando che dal 26 ottobre 2021 “non abbiamo ottenuto riscontro”. E chiosano: “Non comprendiamo come possa ancora rimanere disattesa una istanza di giustizia, cioè di ripristino della legalità nella composizione del nostro Ordine professionale, massimo organismo di rappresentanza di una professione che fonda i propri valori e principi sulla giustizia (essa stessa è presidio di giustizia per i diritti dei cittadini), sul rispetto delle istituzioni e delle regole democratiche”. Tra i promotori del Comitato si contano ex presidenti nazionali e anche la Presidente emerita Paola Rossi. “Numerosi iscritti” scrive il Comitato alla ministra Cartabia “sono disorientati da quanto accade e desiderosi di poter essere rappresentati da un Consiglio Nazionale regolare, senza dubbi di legalità nell’esito elettorale”. Interpellato dal Fatto, il sottosegretario delegato per le professioni, Francesco Paolo Sisto, assicura: “Al più presto la commissione sarà riconvocata per chiarire la vicenda e decidere in merito”. Meglio tardi che mai.

Arabia Saudita. Captagon, droga preferita dai giovani rampolli

Non passa giorno senza che le autorità saudite sequestrino ingenti quantitativi di Captagon, la “droga della guerra”, pericolose anfetamine ampiamente però usate dai giovani del Golfo come stimolante e dagli immigrati per sostenere ritmi di lavoro altrimenti insostenibili. La polizia di Jedda ha sequestrato questa settimana più di 3 milioni di pillole in un carico di cipolle e altri 5 milioni nascoste in barili di olio. Qualche arresto, piccoli trafficanti. E’ come cercare di fermare il vento con le mani, l’Arabia Saudita è diventata la capitale della droga del Medio Oriente e sta lottando per reprimere il traffico regionale e internazionale del Captagon. La droga preferita dai giovani sauditi è diventata popolare nella regione al culmine della crisi siriana quando i combattenti si impasticcavano per superare lunghe battaglie. Col passare del tempo gli Usa hanno imposto sanzioni al presidente siriano Bashar Al-Assad e alla sua confraternita che alimentano il traffico di droga e creato un’economia sommersa multimiliardaria che rivaleggia con le esportazioni legali del Paese. Nel 2020 il valore delle pillole sequestrate prodotte in Siria è stato stimato in 3,46 miliardi di dollari mentre le esportazioni hanno quasi toccato i 5 miliardi di dollari.

Ufficialmente la Siria potrebbe essere qualificata come un “narcoStato”

perché sulle rovine della guerra è fiorito un impero della droga grazie a un Cartello di Stato che unisce militari di alto rango, capi delle milizie, parenti del presidente Assad, commercianti senza scrupoli. Captagon viene prodotto – in maniera estremamente semplice – in piccoli capannoni, spesso caserme abbandonate, in territori sotto il controllo del governo di Damasco. Attraverso il porto di Latakia i container con il Captagon – nascosto nei melograni, nel caffè, nel cardamomo, nel tè o nel sapone – girano per destinazioni “schermo”- Egitto, Grecia, Italia, Germania, Romania o Malesia. Ma non sono queste le destinazioni finali di questi container ma solo scali per “pulire la rotta” e re-inviare poi il prodotto verso il Golfo.

 

Presidenziali: astensionismo come arma intellettuale

Fare dell’astensionismo una forza politica: è il progetto di tanti militanti di sinistra in occasione delle prossime elezioni per l’Eliseo. In più di 120, tra attivisti, sindacalisti, “gilet gialli” o ancora artisti, hanno firmato un appello a boicottare le urne nell’aprile 2022: “Se l’astensionismo è un atto individuale troppo spesso confuso con il silenzio e la passività, il boicottaggio adeguatamente motivato è un atto collettivo fortemente politico”, scrivono sul sito “Boycott des présidentielles”. All’origine dell’iniziativa, il collettivo Aplutsoc (Argomenti per la lotta sociale) e la pubblicazione “Cerises-La coopérative”. Perché dei militanti, che per tanti anni hanno accompagnato la sinistra nelle sue avventure elettorali, ora vogliono sabotare proprio l’elezione del presidente della Repubblica? “Durante le presidenziali, si tende a ingigantire oltre misura la personalità del candidato, relegando nell’ombra tutte le altre forze, comprese quelle che hanno contribuito alla sua affermazione – si legge nel manifesto dell’iniziativa -. Affinché le elezioni legislative diventino l’espressione delle esigenze della società, e non siano più ridotte solo al terzo turno delle presidenziali, bisogna emanciparsi da questo sistema”.

Il modo per riuscirci è il “boicottaggio costituente”, secondo lo scrittore e cineasta Gérard Mordillat, che per anni ha militato nel partito comunista. Una costituente è un’assemblea eletta, temporanea, idealmente composta da cittadini incaricati di riscrivere la Costituzione, nella sua totalità o parzialmente, per esempio le regole sull’organizzazione dei poteri. L’idea è quindi non di “scavalcare” le elezioni presidenziali (come pensano alcuni candidati di sinistra, preoccupati per il potenziale risultato irrisorio che potrebbero ottenere al voto), ma di “affrontarla di petto”, secondo Vincent Présumey, professore di storia e sindacalista alla FSU (Federazione sindacale unitaria), in modo tale che l’astensione, per sua natura a carattere individuale, assuma una dimensione e una forza collettiva e politica. “Il boicottaggio è il contrario dell’astensione, è un movimento attivo”, precisa Gérard Mordillat. A tre mesi da un’elezione dominata dal campo conservatore, è una sfida azzardata: nulla impedisce infatti in Francia ad un presidente regolarmente eletto, anche se con un risultato non soddisfacente, di presiedere il Paese. “Quando vediamo cosa sta succedendo in Nuova Caledonia, possiamo affermare che le autorità se ne infischiano della legittimità di un’elezione”, fa notare Jean-Blaise Lazare, tra i firmatari dell’appello al boicottaggio. Il 12 dicembre scorso, durante il terzo referendum di autodeterminazione organizzato in Nuova Caledonia, il “no” è stato dato vincente con il 96,49% dei voti espressi, malgrado l’appello al boicottaggio da parte degli indipendentisti del Fronte di liberazione nazionale canaco e socialista (FLNKS) e il forte astensionismo (56,1%). “Con più del 50% di astensione in un’elezione, e soprattutto nel caso di una presidenziale, non vuol dire che le persone hanno preferito andare a passeggiare piuttosto che a votare, vuol dire che queste persone vogliono che il sistema cambi”, conclude Jean-Blaise Lazare. Secondo i firmatari, ogni rischio di frammentare gli elettori e di favorire l’estrema destra attraverso l’astensione di massa viene a sua volta evitato.

Le figure principali dell’estrema destra, Éric Zemmour e Marine Le Pen oggi, così come suo padre Jean-Marie Le Pen in passato, si nutrono al contrario della disillusione politica scaturita dalle “rinunce della sinistra plurale” o per esempio durante il mandato di François Hollande. “L’estrema destra non rischia di salire al potere sui temi delle migrazioni, del rapporto con i sindacati o ancora delle libertà civili, poiché di fatto su questi punti lo è già – osserva Gérard Mordillat -. Quindi è assolutamente necessario che questo modo deleterio di pensare venga abbandonato”. L’iniziativa di boicottare le presidenziali intende anche risolvere una vecchia questione che riguarda la sinistra: continuare a far vivere, anche al di là dell’elezione di una donna o di un uomo considerato provvidenziale, i movimenti sociali e sindacali per pesare sull’azione di un presidente “monarchizzato” dal modo di funzionamento della Quinta Repubblica. Constatando l’impotenza crescente dei cittadini, che pur mobilitandosi non pervengono a ottenere delle vittorie malgrado il moltiplicarsi dei fronti di lotta e della rabbia sociale, l’appello al boicottaggio intende anche unire, in un unico movimento, “la dimensione sociale, ecologica e istituzionale”, spiega Pierre Zarka, ex direttore del giornale L’Humanité. In qualche modo i firmatari prendono sottovoce le distanze dall’unico candidato all’Eliseo che propone una costituente, e sin dalla sua prima candidatura nel 2012: Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ne parla anche quest’anno nel primo capitolo del suo programma, che inizia così: “Le istituzioni della Quinta Repubblica sono diventate pericolose. Organizzano un potere solitario. La fiducia tra popolo e istituzioni rappresentative è ormai rotta. Abbiamo il potere di rifondare le nostre istituzioni comuni. Proponiamo allora che i francesi si dotino di una nuova Costituzione formulata da un’Assemblea costituente”. Jean-Luc Mélenchon assicura che, se salirà al potere, “farà indire un referendum per avviare il processo costituente e decidere le modalità di composizione dell’Assemblea costituente e di scrutinio e le modalità deliberative, la formazione dei comitati costituenti e la partecipazione dei cittadini”. Catherine Destom Bottin di Attac, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini, conferma di avere “molti amici vicini alla France Insoumise”che esprimono i loro dubbi riguardo al principio del boicottaggio, anche se il loro candidato difende costantemente l’idea della Sesta Repubblica: “Nell’approccio di Mélenchon, il futuro della nazione dipende dal fatto che il re, che presiede il Paese, sostenga l’ambizione costituente. Noi riteniamo al contrario che sia innanzi tutto un’iniziativa popolare”, osserva Catherine Destom Bottin. Quest’ultima cita l’esempio del Cile, dove una convenzione popolare, nata sulla scia delle grandi manifestazioni del 2019, sta lavorando a una nuova Costituzione che dovrebbe essere presentata l’estate prossima.

“A sinistra, l’elezione di Gabriel Boric è stata accolta favorevolmente. Ma se fosse stato eletto prima dell’iniziativa costituente, Boric l’avrebbe portata avanti?”, interroga Catherine Destom Bottin. Un’opinione con la quale concorda anche lo storico cileno Gabriel Salazar, intervenuto su Mediapart poco dopo l’elezione di Boric il 19 dicembre scorso: “Questa è l’ultima elezione che segue le regole della Costituzione del 1980 – aveva detto -. Ma quanto può essere legittimo un presidente eletto sulla base di una Costituzione che si sta modificando? La grande questione politica ed etica oggi è di sapere se l’attuale governo potrà o meno arrivare al termine del suo mandato dal momento che è in corso un processo costituente. In passato, quando si apriva un processo costituente, il governo veniva rovesciato”. I firmatari, alcuni dei quali non si conoscevano fino a tre mesi fa, chiedono ormai la formazione di comitati locali e di una struttura nazionale, e si sono riuniti sabato scorso, 22 gennaio, per mettere a punto una strategia “offensiva” nei confronti degli elettori e dei candidati. Con un tasso di astensione vicino al 70% alle ultime regionali, esiste incontestabilmente un terreno fertile per il boicottaggio. “Ma non ci consideriamo proprietari di questo movimento – precisa Pierre Zarka -. Desideriamo al contrario che tutti, e in particolare modo i giovani, si gestiscano secondo le proprie modalità. Il nostro desiderio è di diventare maggioritari. Se non lo saremo, avremmo almeno aperto una breccia, cosa che sembrava impossibile, nel muro politico dell’elezione presidenziale.