Fare dell’astensionismo una forza politica: è il progetto di tanti militanti di sinistra in occasione delle prossime elezioni per l’Eliseo. In più di 120, tra attivisti, sindacalisti, “gilet gialli” o ancora artisti, hanno firmato un appello a boicottare le urne nell’aprile 2022: “Se l’astensionismo è un atto individuale troppo spesso confuso con il silenzio e la passività, il boicottaggio adeguatamente motivato è un atto collettivo fortemente politico”, scrivono sul sito “Boycott des présidentielles”. All’origine dell’iniziativa, il collettivo Aplutsoc (Argomenti per la lotta sociale) e la pubblicazione “Cerises-La coopérative”. Perché dei militanti, che per tanti anni hanno accompagnato la sinistra nelle sue avventure elettorali, ora vogliono sabotare proprio l’elezione del presidente della Repubblica? “Durante le presidenziali, si tende a ingigantire oltre misura la personalità del candidato, relegando nell’ombra tutte le altre forze, comprese quelle che hanno contribuito alla sua affermazione – si legge nel manifesto dell’iniziativa -. Affinché le elezioni legislative diventino l’espressione delle esigenze della società, e non siano più ridotte solo al terzo turno delle presidenziali, bisogna emanciparsi da questo sistema”.
Il modo per riuscirci è il “boicottaggio costituente”, secondo lo scrittore e cineasta Gérard Mordillat, che per anni ha militato nel partito comunista. Una costituente è un’assemblea eletta, temporanea, idealmente composta da cittadini incaricati di riscrivere la Costituzione, nella sua totalità o parzialmente, per esempio le regole sull’organizzazione dei poteri. L’idea è quindi non di “scavalcare” le elezioni presidenziali (come pensano alcuni candidati di sinistra, preoccupati per il potenziale risultato irrisorio che potrebbero ottenere al voto), ma di “affrontarla di petto”, secondo Vincent Présumey, professore di storia e sindacalista alla FSU (Federazione sindacale unitaria), in modo tale che l’astensione, per sua natura a carattere individuale, assuma una dimensione e una forza collettiva e politica. “Il boicottaggio è il contrario dell’astensione, è un movimento attivo”, precisa Gérard Mordillat. A tre mesi da un’elezione dominata dal campo conservatore, è una sfida azzardata: nulla impedisce infatti in Francia ad un presidente regolarmente eletto, anche se con un risultato non soddisfacente, di presiedere il Paese. “Quando vediamo cosa sta succedendo in Nuova Caledonia, possiamo affermare che le autorità se ne infischiano della legittimità di un’elezione”, fa notare Jean-Blaise Lazare, tra i firmatari dell’appello al boicottaggio. Il 12 dicembre scorso, durante il terzo referendum di autodeterminazione organizzato in Nuova Caledonia, il “no” è stato dato vincente con il 96,49% dei voti espressi, malgrado l’appello al boicottaggio da parte degli indipendentisti del Fronte di liberazione nazionale canaco e socialista (FLNKS) e il forte astensionismo (56,1%). “Con più del 50% di astensione in un’elezione, e soprattutto nel caso di una presidenziale, non vuol dire che le persone hanno preferito andare a passeggiare piuttosto che a votare, vuol dire che queste persone vogliono che il sistema cambi”, conclude Jean-Blaise Lazare. Secondo i firmatari, ogni rischio di frammentare gli elettori e di favorire l’estrema destra attraverso l’astensione di massa viene a sua volta evitato.
Le figure principali dell’estrema destra, Éric Zemmour e Marine Le Pen oggi, così come suo padre Jean-Marie Le Pen in passato, si nutrono al contrario della disillusione politica scaturita dalle “rinunce della sinistra plurale” o per esempio durante il mandato di François Hollande. “L’estrema destra non rischia di salire al potere sui temi delle migrazioni, del rapporto con i sindacati o ancora delle libertà civili, poiché di fatto su questi punti lo è già – osserva Gérard Mordillat -. Quindi è assolutamente necessario che questo modo deleterio di pensare venga abbandonato”. L’iniziativa di boicottare le presidenziali intende anche risolvere una vecchia questione che riguarda la sinistra: continuare a far vivere, anche al di là dell’elezione di una donna o di un uomo considerato provvidenziale, i movimenti sociali e sindacali per pesare sull’azione di un presidente “monarchizzato” dal modo di funzionamento della Quinta Repubblica. Constatando l’impotenza crescente dei cittadini, che pur mobilitandosi non pervengono a ottenere delle vittorie malgrado il moltiplicarsi dei fronti di lotta e della rabbia sociale, l’appello al boicottaggio intende anche unire, in un unico movimento, “la dimensione sociale, ecologica e istituzionale”, spiega Pierre Zarka, ex direttore del giornale L’Humanité. In qualche modo i firmatari prendono sottovoce le distanze dall’unico candidato all’Eliseo che propone una costituente, e sin dalla sua prima candidatura nel 2012: Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, ne parla anche quest’anno nel primo capitolo del suo programma, che inizia così: “Le istituzioni della Quinta Repubblica sono diventate pericolose. Organizzano un potere solitario. La fiducia tra popolo e istituzioni rappresentative è ormai rotta. Abbiamo il potere di rifondare le nostre istituzioni comuni. Proponiamo allora che i francesi si dotino di una nuova Costituzione formulata da un’Assemblea costituente”. Jean-Luc Mélenchon assicura che, se salirà al potere, “farà indire un referendum per avviare il processo costituente e decidere le modalità di composizione dell’Assemblea costituente e di scrutinio e le modalità deliberative, la formazione dei comitati costituenti e la partecipazione dei cittadini”. Catherine Destom Bottin di Attac, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini, conferma di avere “molti amici vicini alla France Insoumise”che esprimono i loro dubbi riguardo al principio del boicottaggio, anche se il loro candidato difende costantemente l’idea della Sesta Repubblica: “Nell’approccio di Mélenchon, il futuro della nazione dipende dal fatto che il re, che presiede il Paese, sostenga l’ambizione costituente. Noi riteniamo al contrario che sia innanzi tutto un’iniziativa popolare”, osserva Catherine Destom Bottin. Quest’ultima cita l’esempio del Cile, dove una convenzione popolare, nata sulla scia delle grandi manifestazioni del 2019, sta lavorando a una nuova Costituzione che dovrebbe essere presentata l’estate prossima.
“A sinistra, l’elezione di Gabriel Boric è stata accolta favorevolmente. Ma se fosse stato eletto prima dell’iniziativa costituente, Boric l’avrebbe portata avanti?”, interroga Catherine Destom Bottin. Un’opinione con la quale concorda anche lo storico cileno Gabriel Salazar, intervenuto su Mediapart poco dopo l’elezione di Boric il 19 dicembre scorso: “Questa è l’ultima elezione che segue le regole della Costituzione del 1980 – aveva detto -. Ma quanto può essere legittimo un presidente eletto sulla base di una Costituzione che si sta modificando? La grande questione politica ed etica oggi è di sapere se l’attuale governo potrà o meno arrivare al termine del suo mandato dal momento che è in corso un processo costituente. In passato, quando si apriva un processo costituente, il governo veniva rovesciato”. I firmatari, alcuni dei quali non si conoscevano fino a tre mesi fa, chiedono ormai la formazione di comitati locali e di una struttura nazionale, e si sono riuniti sabato scorso, 22 gennaio, per mettere a punto una strategia “offensiva” nei confronti degli elettori e dei candidati. Con un tasso di astensione vicino al 70% alle ultime regionali, esiste incontestabilmente un terreno fertile per il boicottaggio. “Ma non ci consideriamo proprietari di questo movimento – precisa Pierre Zarka -. Desideriamo al contrario che tutti, e in particolare modo i giovani, si gestiscano secondo le proprie modalità. Il nostro desiderio è di diventare maggioritari. Se non lo saremo, avremmo almeno aperto una breccia, cosa che sembrava impossibile, nel muro politico dell’elezione presidenziale.