Mail box

 

Il “salva banche” lo firmò Mattarella, ricordiamolo

Non c’è dubbio che, a paragone con Silvio Berlusconi, ci sarebbe un numero considerevole di persone che risulterebbero perfetti. Ma da qui a citare Sergio Mattarella, quale esempio di totale positività, ce ne corre! Leggo un articolo del Fatto a firma Nicola Borzi relativo alle vittime dei crack bancari che produssero l’azzeramento dei risparmi di moltissime persone, con conseguenze drammatiche anche sul piano umano. Mi duole constatare che la memoria sia così corta da non ricordare che fu proprio Mattarella ad avallare, alla fine del 2015, nel ruolo di Presidente della Repubblica, il famoso decreto “salva banche”, varato dal Consiglio dei ministri presieduto all’epoca da Matteo Renzi.

Claudia Chiostri

 

I tagli alla sanità hanno favorito molti contagi

Pur avendo fatto la terza dose in modo convinto, non riesco a sopportare da parte dei giornaloni, per non dire dei talk-show, tutti quei discorsi sul fatto che ci si trova in questa situazione incredibilmente peggiorata per responsabilità dei non vaccinati. Invece dipende in buonissima parte anche dai tagli alla sanità, attuati in questi ultimi venti anni in modo spudorato e cialtronesco, ma di cui non si sente mai parlare. Senza contare che non è nemmeno diminuito il debito pubblico.

Fabio De Bartoli

 

I paradossi del nucleare: i rifiuti e i 60 siti francesi

Con il referendum abbiamo abolito le centrali nucleari sul nostro territorio, tuttavia i rifiuti nucleari continuano ad aumentare. Sembra un paradosso, soprattutto se si considera che nella vicina Francia ci sono quasi 60 centrali nucleari attive. Ma allora che senso ha rinunciare a questa forma di energia se comunque siamo esposti al rischio?

Gabriele Salini

 

Pure i “migliori” vogliono fare il ponte sullo Stretto

Sono due anni che viviamo in emergenza sanitaria e il ministro Giovannini, anziché preoccuparsi delle mascherine da usare sui mezzi pubblici, si dedica alle procedure per come realizzare il ponte sullo Stretto di Messina. Non c’è da stare allegri con questi “migliori”, servirebbe più saggezza e pragmatismo, mirando a risolvere i problemi attuali, che sono tanti e urgenti.

Roberto Mascherini

 

Abbiamo bisogno tutti di più iscritti a medicina

In questo periodo di pandemia ci siamo accorti che mancano in Italia molti medici. Il 24 agosto 2016 Il Fatto aveva pubblicato una mia lettera intitolata: “Aumentiamo del 50% i posti al primo anno di Medicina”. Naturalmente il ministero se n’è fregato di una logica richiesta proveniente da quisque de populo. Per molti decenni gli iscritti al primo anno furono circa 9mila (che produssero circa 7.000 laureati). Negli ultimi due anni le matricole sono circa 13.000. Ancor oggi è necessario un incremento, anche se certi presidi di facoltà dicono che non ci sono le strutture… Allora io mi chiedo: come facevano le facoltà di medicina 45 anni fa ad accogliere anche 180mila studenti di cui 30mila matricole? Nell’anno accademico 1977-78 ci fu il massimo di iscritti: 196mila e sei anni dopo i laureati furono 14mila. Ma non ci voleva tanto a capire che anche i medici vanno in pensione a 68-70 anni e quindi avrebbero lasciato scoperti i posti. Adesso abbiamo un numero di studenti che mi sembra chiaramente insufficiente, tanto è vero che recentemente la Regione Veneto ha aumentato il numero massimo degli assistiti per medico di base da 1.500 a 1.800. Conclusione: al fine di ridistribuire lavoro e retribuzioni, bisogna aumentare ancora del 50 percento il numero degli studenti del primo anno, anche se gli effetti (cioè i laureati specializzati) si vedranno fra dieci anni.

Claudio Carlisi

 

Per decenza, fermiamo il Festival di Sanremo

Premetto che non sono un affezionato del Festival di Sanremo, anzi lo detesto per le insulse e accese polemiche intorno a questa gara canora. Ricordate la scena del famoso film in cui il Titanic affondava e l’orchestra continuava a suonare? Credo che, per analogia, sia quello che sta accadendo con questa kermesse. I numeri dei decessi Covid aumentano maledettamente, superando anche i 400 morti al giorno. Sarebbe il caso, secondo il mio punto di vista, di annullare la manifestazione. Le nefaste circostanze richiedono maggior rispetto per tutte le vittime da Covid e per il dolore e le sofferenze che affligge tante povere famiglie. Insomma, un po’ di pietas e meno baldoria. Diversamente, prevarrebbe il solo cinismo e la cruda insensibilità verso i nostri fratelli sfortunati.

Franco Petraglia

I super-ricchi. Nessuno mette mano alle diseguaglianze. Rassegniamoci

Caro Fatto Quotidiano, pandemia o non, leggo che i 40 italiani più ricchi possiedono l’equivalente ricchezza dei 18 milioni di italiani più poveri! Non saprei da dove iniziare per ridurre la spaventosa diseguaglianza; o meglio lo saprei, ma sarebbe vano ribadirlo. Sono indiscutibilmente convinto che tutto ciò non sia etico, equo o legittimo. Attendere giustizia sociale o divina? Sono pessimista, non sono comunista né credente. La pagheremo. Cordialità.

Paolo Mazzucato

 

Caro Paolo, la diseguaglianza, è la figlia legittima del nostro tempo, dei modelli culturali, economici e civili che accompagnano la nostra vita. Siamo stati così fenomenali da raggiungere il tetto della società capovolta. L’ultimo rapporto Oxfam riferisce che il patrimonio dei dieci riccastri della terra, i più ricchi tra i ricchi, è aumentato dall’inizio della pandemia di 800 miliardi di dollari passando da 700 a 1500 miliardi di dollari. La falange dei Paperoni mondiali è naturalmente solo la punta di diamante di una schiera piuttosto folta di benestanti extralarge. Dietro di essi un élite di circa 2600 super ricchi con all’attivo, pensate un po’, cinquemila miliardi di dollari.

Nello stesso periodo, cioè nei due anni in cui abbiamo dovuto vedercela col Covid, 163 milioni di persone sono finite in condizioni di povertà e solo le donne, nel saldo globale dei profitti e delle perdite, hanno subito un ammanco di 800 miliardi di dollari, mentre il settore farmaceutico ha macinato utili pari a mille dollari al secondo. La misura del mondo diseguale è così clamorosa, così enormemente insostenibile da farmi sperare nella mano provvidenziale di un crash riequilibratore. Non c’è infatti discussione pubblica sulle sperequazioni che accoltellano anche le società ricche, sul destino che attende chi s’affaccia nel mondo del lavoro, costretto a navigare nel mare dei salari sempre più smagriti e provvisori. Possiamo permettercelo?

Al suo pessimismo, gentile lettore, aggiungo perciò il mio. Secondo me il pozzo non ha mai fondo. Crediamo di averlo raggiunto eppure scendiamo ancora un po’ più giù, un po’ più giù….

Antonello Caporale

Evviva Colombo! Sull’Amerigo Vespucci tra burrasche, conati e fetore di alghe marce

Quest’anno sono tutti presi dal cinquecentenario della scoperta dell’America: le Colombiadi. Io sono ospite dell’Amerigo Vespucci, set navigante di una trasmissione televisiva condotta da Aldo Biscardi che si intitola Viva Colombo dove ballo e canto da soubrette. È una sorta di viaggio che ripercorre l’itinerario del grande navigatore genovese. Praticamente si vive e si lavora a bordo. A babordo il mare aperto, a tribordo il mare aperto, a poppa e a prua il mare aperto, non si vede uno spicchio di terra a pagarlo oro! Immagino sia la stessa sensazione che provavano i marinai di Colombo quando cercavano le Americhe. Navigheremo per 15 giorni su questa meravigliosa nave scuola, è emozionante, un’esperienza unica, ma purtroppo sulla nave c’è un persistente odore di muffa, lisoformio e alghe marce che mi rivolta lo stomaco. È bellissima questa nave scuola, c’è una grande atmosfera, ma questa puzza, questo tanfo insopportabile, mi provoca conati di vomito continui, e non è bello stare a cena con il comandante e gli ufficiali in questo stato. A tutto ciò aggiungiamo una tempesta permanente! Ho sempre sentito dire che il mare alterna momenti di bonaccia a momenti di burrasca, ma qua la bonaccia sembra non essere prevista. È tutto un festival di onde, alte minimo 8 metri. Il problema è che non sono la sola a soffrire, la maggior parte dell’equipaggio è nelle mie stesse condizioni, eppure loro sono professionisti! Durante una pausa mi faccio accompagnare sull’albero maestro. Da lassù il paesaggio rivela altri orizzonti. Altri? A me sembra tutto uguale. Il marinaio mi lascia il suo binocolo e scende di corsa la scala vomitando l’anima. Che bello questo viaggio, mi sto divertendo come una pazza. L’anno prossimo però, spero di fare un programma a Cortina D’Ampezzo.

 

La malattia politica del nostro tempo opaco: il “demo” se ne è andato, la “crazia” è rimasta sola

Il breve, importante saggio di Luciano Canfora (La democrazia dei Signori,Laterza) era uscito da un giorno quando i cittadini romani sono stati chiamati a votare in una elezione suppletiva per eleggere un deputato mancante. Distretto in buona dislocazione, tempo splendido, vivaci discussioni per l’imminente scelta del Capo dello Stato. Si immaginava fermento e voglia di partecipare. Invece l’astensione è stata gigantesca. Poco più dell’11% degli aventi diritto hanno votato. Come ormai accade sempre, fra quei pochi, solo gli abbienti. A pag. 67 del saggio si legge in tempo reale: “Una forma di assetto politico non resta democratica quando il ‘demo’ se ne è andato”.

Il “demo” dunque se ne è andato, come era appena accaduto nel gruppo di elezioni locali (anche in centri molto importanti) che avevano avuto luogo poche settimane prima. La tendenza all’allontanarsi dalle urne stava rivelandosi da tempo. Ma in quelle elezioni è precipitata “solo” sotto il cinquanta per cento, suscitando discussioni e preoccupazioni sul tema: fra i cittadini diminuisce l’interesse per la politica. La risposta di Canfora è stata subito: è la politica che ha lasciato i cittadini, bloccati nel nulla, e sotto l’assedio di pesanti problemi che si vedono bene e si possono denunciare dal basso. Ma non si possono risolvere se intanto la politica va altrove. È accaduto, infatti, che la politica sia stata presa da un frenetico interesse per se stessa, una esclusiva ricerca del miglior leader per un proprio gruppo, della trovata sorprendente per un balzo avanti nei sondaggi, l’invenzione geniale di una coalizione quasi con chiunque capace di imporsi al primo colpo. Imporsi a chi? Non sempre, non tanto all’avversario, quanto al concorrente spalla a spalla dello stesso schieramento. Il gioco viene coltivato con passione, con una paurosa tendenza ripetitiva. In questo gioco i cittadini non c’entrano perché nessuno li ha cercati e perché ciò che i cittadini pensano o cercano non servono alla grande campagna apertamente e anche orgogliosamente in corso dentro i partiti, o coperta da tendoni mimetizzati di invenzioni retoriche di falsificazioni storiche, dove pure sono in corso mattanze. Canfora avverte: i cittadini se ne vanno e non serviranno caldi discorsi di autocelebrazione a farli tornare. Non servirà cercare di apparire più giusti e umani per avere attenzione. La bassezza morale di guida-popolo come Salvini, per i nuovi protagonisti del non voto, non è ne meglio ne peggio dell’abbandono che hanno subìto e dello spettacolo delle guerre interne che i propri partiti di riferimento li hanno costretti a seguire come se fosse la cosa che conta. Come risposta ti dicono che Luciano Canfora è un estremista, uno che vuole l’antico scontro tra i ricchi e i poveri e non la convivenza fra tutte le classi nello stesso partito e poi la convivenza di tutti i partiti nello stesso governo. Sul palco il gioco funziona. In sala il pubblico sta andando via un po’ alla volta.

 

I “prenditori” di potere della palude dell’Italia

Se pensate che il balletto del Quirinale restituisca un’immagine triste del Paese, non avete visto le grandi partite industriali e finanziarie in atto.
Il capitalismo italiano vive di déjà vu. Non è che manchino le idee, è che sono sempre le stesse e orbitano intorno alla stessa danza del potere. Oggi la madre di tutte le battaglie è quella delle Generali, cioè la mucca da mungere contesa da decenni da lorsignori. Nessuno sa perché Franco Caltagirone e Leonardo Del Vecchio, al tramonto della vita, abbiano deciso di prendersi il colosso assicurativo. Loro non lo dicono e il sospetto è che la risposta sia: il potere. Altro che “distruzione creatrice”, l’imprenditore shumpeteriano, per così dire, è una figura aliena per il nostro mondo, un capitalismo di prenditori di potere più che di profitti. Il balletto va avanti da così tanto tempo che le imprese coinvolte hanno smesso di avere una loro dimensione autonoma: sono i manager e gli azionisti che ne condizionano i destini in attesa dei successori. Tim, come sempre, è stata scossa da una guerra costata il posto a Luigi Gubitosi, cacciato dai grandi azionisti, Vivendi e la Cassa depositi e prestiti. L’idea oggi è scinderla in due separando la rete dai servizi, cioè il “piano Rovati” scartato 15 anni fa e ri-scartato ogni 2-3 anni da allora perché disturbava gli azionisti del momento e i loro manager. Nel frattempo un gioiello industriale è morto: un tempo la Sip era la Sip, a prescindere da chi la guidava, oggi abbiamo la Tim di Gubitosi, di Amos Genish, di Pietro Labriola e via dicendo. E fra poco nemmeno quello. Anche Alitalia è morta. Passati 5 anni a dire che la salvava, la politica ha fatto l’unica cosa che gli riesce di fare da 15 anni: farne nascere una versione talmente ridotta da non stare in piedi, solo che ora si chiama Ita, una “start up”, come l’ha definita il suo padre-padrone del momento, Alfredo Altavilla. Una “start up” dell’aviazione, nel 2021. Ilva è alle prese con le stesse fanfare degli ultimi 10 anni, il presidente Franco Bernabè colleziona interviste mentre la sua forza industriale muore, se non ha fatto la fine di Alitalia è solo perché la fabbrica è imponente. Autostrade passerà dai Benetton alla Cdp con la solita concessione di favore per spremere gli utenti. Esiste un’immagine più nitida della palude italiana?

Il Bono-Malus degli U2, Malkovic come Djokovic: legge del contrappasso

 

NON CLASSIFICATI

Malkovic fa rima con Djokovic. Come forse saprete Bill Gates ha comprato il Danieli di Venezia, lussuoso hotel aperto da 200 anni a due passi da piazza San Marco, da Palazzo Ducale e dal Ponte dei Sospiri. Tra i suoi ospiti illustri si ricordano Goethe, Walt Disney, Charles Dickens e Steven Spielberg. Ma non John Malkovic! L’attore, in laguna per girare la serie-remake del film dedicato a Tom Ripley, si è visto rifiutare l’accesso alla sua camera perché sprovvisto di Super Green Pass. Con l’ultimo provvedimento del governo, il “decreto Omicron” del 31 dicembre è obbligatorio essere in possesso del certificato verde rafforzato (il famoso 2 g) per poter soggiornare in hotel. La produzione ha dovuto cercare in fretta e furia una sistemazione alternativa per Malkovic, perché non solo il Danieli, ma nessun hotel lo avrebbe accettato come ospite: dunque è finito in una casa in affitto (che è immaginabile non sarà un monolocale a Mestre). La famosa legge del contra-pass.

Mare profumo di mare. Capienza al cento per cento del Teatro Ariston e nave da crociera, in rada a Sanremo: alla fine la Love boat sanremese ci sarà! Sono le due principali novità emerse dal Comitato sull’ordine e la sicurezza pubblica in vista del Festival (1-5 febbraio). “Si sta lavorando da diverse settimane su questi grandi temi. Sono stati chiariti i protocolli sanitari; c’è stata la massima collaborazione da parte di tutti i presenti e voglio ribadire, che la nave in rada a Sanremo non sarà un albergo. Non si farà ristorazione, ma sarà uno studio televisivo”, ha detto il sindaco Alberto Biancheri. Intanto, mentre sono già iniziate le prove all’Ariston, ci sono i primi contagiati: tra gli artisti Aka 7even è risultato positivo al tampone e anche uno dei componenti dell’orchestra.

 

BOCCIATI

Mysteroius ways. In un’ intervista al podcast “Awards Chatter” di Hollywood Reporter Bono Vox ha fatto autocritica personale e di gruppo. Partendo dal nome U2: “Il nome della band continua a non piacermi. Forse ero preso da una qualche forma di dislessia, non mi ero nemmeno reso conto che anche Beatles era un brutto gioco di parole. Nella nostra testa U2 evocava l’aereo spia, gli U-Boot, nel senso di qualcosa di futuristico. Ma poi è diventato una sorta di accettazione di quello che significava (???) e perciò non mi piace”. Se la prende pure le canzoni (dio lo perdoni): “Quella che riesco a sentire di più è ‘Miss Sarajevo’ con Luciano Pavarotti (eh?) mentre quella di cui vado più orgoglioso è probabilmente ‘Vertigo’, ma la maggior parte delle altre mi fa un po’ rabbrividire. Mi è capitato di essere in macchina quando è passato in radio uno dei nostri brani e, come dicono a Dublino, sono diventato scarlatto. Mi sono sentito così in imbarazzo”. Cioè lui quando sente Sunday bloody Sunday, Stay, Party Girl, One, With or without spegne la radio (Pride!). Cosa non va? La sua voce degli esordi: “Il suono è incredibile, ma è la mia voce che è molto strana e non da macho irlandese. Penso di essere diventato un cantante vero solo di recente”, ha concluso il nostro Paul, ricordando quella volta in cui negli anni ’80 Robert Palmer chiese ad Adam Clayton di abbassare un po’ la tonalità: “Diresti al tuo cantante di abbassare un po’ il tono? Farebbe un favore a se stesso e a tutti noi che dobbiamo ascoltarlo”. Bono, dai non fare così, “it depends on who’s around”. E comunque dovendo salvare un duetto, sempre I’ve Got You Under My Skin con Frank Sinatra. Quanto alla voce da macho, basta risentire il live di Bad. Detto ciò, noi l’avevamo dato per perso quando nel 2014 aveva scritto a “Mateo” Renzi, “Sono orgoglioso di te”.

 

La “lungimiranza” di Boris è captatio benevolentiae. Crisanti il “10” dei virologi

 

L’ESSENZIALE A VISTA ‘Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi’ diceva il Piccolo Principe. Ma in politica questa regola non vale. Anzi, mettendo da parte il cuore e affinando (neanche troppo) l’ingegno, si vede chiaramente come alcune decisioni apparentemente coraggiose altro non siano che il tentativo di salvarsi la pelle, politicamente s’intende. “È diventato un peso, e il partito deve decidere se mandarlo a casa adesso oppure aspettare tre anni per le prossime elezioni”: bisogna partire da questa frase di Caroline Nokes, ex ministra per l’Immigrazione nel governo guidato da Theresa May, sul conto di Boris Johnson, per capire cosa ci sia davvero dietro l’azzardo che dalla scorsa settimana ha fatto togliere le mascherine agli inglesi anche nei luoghi al chiuso. Il premier inglese ne ha indovinate davvero poche da quando è cominciata la pandemia ma se, nonostante lui stesso abbia contratto il Covid in forma molto grave e la sua bimba di solo un mese e mezzo si stia riprendendo ora da un contagio severo, lo vediamo continuare a insistere con l’approccio imprudente non è (solo?) perché non ha imparato niente dall’esperienza. Johnson sta vivendo il momento più difficile del suo mandato. Alle prese con il partygate (le feste che si sono tenute a Downing street durante i primi mesi di lockdown), inviso a buona parte del suo stesso gruppo politico, calato molto nel gradimento popolare, il premier inglese sa benissimo di non potersi permettere di chiedere nulla ai suoi cittadini, nemmeno di tenere indossata la mascherina su un autobus affollato; e così spaccia per lungimiranza politica la sua estrema captatio benevolentiae. Resta solo da capire se per gli inglesi l’essenziale sia ben visibile o resti quantomeno sfocato.

Voto 4

 

LA VARIABILE CRISANTI Andrea Crisanti ha un dono: quello di riuscire a non farsi strumentalizzare da nessuno. Come sappiamo la politica ha utilizzato i vari esperti e le loro teorie a suo uso e consumo: ciascun partito ha selezionato il parere che gli faceva più comodo e ha eletto l’esperto in questione a professore di riferimento. A fare questo gioco con il professor Crisanti ci hanno provato tutti: osannato dai rigoristi nella prima fase, è diventato simbolo di onestà intellettuale per gli scettici del green pass quando ha evidenziato i punti critici del certificato. Ma il professore ha un vizio: dice sempre quello che pensa, a prescindere da chi apprezzerà e chi no. Questa settimana, per esempio, nel corso della stessa serata a Piazza Pulita, è riuscito a galvanizzare i detrattori dei vaccini (“Ci sono milioni di persone che anche se hanno fatto la vaccinazione non sono protette”) e a dare un argomento fortissimo ai contrari alle riaperture indiscriminate e all’abolizione di test e quarantene: “Se permettiamo a questa malattia di diventare endemica, colpirà via via le persone più anziane e inciderà sulla durata della vita media”. Crisanti è un fantasista e chi spera di appiccicargli addosso un’etichetta resta sistematicamente a bocca asciutta.

Voto 8

 

Tafazzi Cfc 1893. I nuovi proprietari stanno cambiando nome al Genoa che fu glorioso

Rarafrasando il titolo del film di Scola del ’68, “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?”, la domanda che ogni appassionato di calcio si sta ponendo, al fixing del 24 gennaio 2022, è: riusciranno i nostri eroi a polverizzare il record stabilito dall’Ancona Calcio nel 2003-2004 quando il club marchigiano retrocesse in B schierando 46 giocatori (avete capito bene: quarantasei)?”.

I nostri eroi, per la cronaca, rispondono al nome del Genoa Cricket and Football Club appena passato di mano da Enrico Preziosi agli americani della 777 Partners; e l’impresa che a tutti pareva irripetibile è, appunto, quella compiuta dall’Anco-
na Calcio nella stagione 2003-2004 quando il club marchigiano retrocesse in serie B (e poi fallì ripartendo dalla C2) dopo aver schierato la bellezza di 46 giocatori su un totale di 55 tesserati a libro paga: alcuni famosi come il portiere ex nazionale svedese Hedman o il centravanti brasiliano Jardel, ex Porto e Sporting Lisbona, che si presentò in condizioni fisiche drammatiche e si distinse subito per la foto-ricordo in cui si fece immortalare nel match d’esordio accanto alla mascotte del Perugia non distinguendo i colori dell’Ancona da quelli dell’avversario; altri autentici carneadi come Bruce Dombolo Pungu, 18enne attaccante ex Auxerre, due presenze in serie A, divenuto famoso a fine carriera per una rapina a mano armata in una gioielleria francese e un ricatto all’attrice Ingrid Chauvin cui rubò il portatile per venderne le foto a una rivista. Finì in carcere e oggi è finalmente famoso, ospite fisso di ogni reality che si rispetti.

Venendo a bomba: nei giorni in cui il governo Draghi sta definendo il decreto ristori per aiutare i club di calcio ormai alla canna del gas – anche se il Covid, a dire il vero, con il dissesto dei bilanci c’entra come i cavoli a merenda –, colpisce il fatto che gli aiuti statali vadano ad agevolare, tra gli altri, un club, il Genoa, che ha schierato fino ad oggi 35 giocatori (come dire tre intere squadre più due riserve), tutti a libro paga, che sta stipendiando ben tre allenatori licenziati negli ultimi tredici mesi (Maran, Ballardini e Shevchenko, quest’ultimo con ingaggio assicurato fino al 2024) e che si appresta ad acquistare, e quindi a mettere a libro paga, altri e numerosi giocatori prima del termine del mercato di gennaio essendo la situazione in classifica a dir poco disperata: penultimo posto con baratro della B spalancato davanti grazie alla geniale pensata della dirigenza che il 6 novembre, col Genoa quartultimo, decise di esonerare Ballardini e di affidare la squadra al tenero Giacomo, cioè ad Andrij Shevchenko, un pesce fuor d’acqua, forse il più disastroso allenatore mai sedutosi su una panchina di serie A in Italia.

E a proposito di Davide Ballardini, trattato a pesci in faccia da Preziosi e dagli americani e licenziato a novembre col Genoa quartultimo: l’allenatore romagnolo salvò il Genoa una prima volta nel 2011 subentrando a Gasperini e portando la squadra a quota 51 (a +15 punti sulla terzultima), una seconda nel 2013 sostituendo Delneri e trascinando il Genoa a quota 38 (+ 6 sulla terzultima), una terza nel 2018 avvicendando Juric e toccando quota 41 (+ 16 sulla terzultima) e una quarta nel 2021 subentrando a Maran e chiudendo il torneo a quota 42 (+ 9 sulla terzultima). Bravino no? Per tutti, ma non per Tafazzi. Nuovo soprannome del Genoa FC.

 

L’unica che dura è la storia che si racconta. E può bastare il vecchio presepe di famiglia

Èuno spettacolo, giuro. Quando nei giorni belli (ce ne sono anche in Lombardia) il sole arriva obliquo di fronte alla finestra del soggiorno e inonda il camino, si crea un’atmosfera di magia. L’orario in questa stagione è tra le due e mezzo e le tre del pomeriggio, e il camino non è vuoto. È invece il principale teatro del mio presepe. Lì il sole irrompe come luce di scena sul palco e illumina con potenza rivelatrice la grotta, la pecorella nera e la suonatrice di violino. Capisco l’obiezione: il presepe ancora verso fine gennaio? Ma non hai ancora riavvolto tutto negli scatoloni da portare in cantina o in solaio? Ebbene no. Non l’ho fatto e credo che non lo farò ancora per settimane. Non è forse questa l’epoca del fuori stagione? In cui trovi a dicembre le fragole e a gennaio i carciofi? E perché allora una casa non dovrebbe ospitare un presepe per tutto il tempo che vuole dopo le feste di Natale?

Anche perché in quel presepe – giuro di nuovo – c’è un pezzo di storia e la storia non ha stagioni. C’è quella della mia famiglia, generazioni di statuine, il vecchio pellegrino con le mani incrociate in avanti, sulle soglie della grotta, coperto dal suo saio marrone, con cui feci conoscenza sessantasette anni fa, quando per la prima volta ammirai con qualche consapevolezza il prodigio allestito da mio padre. Anche allora dentro un camino totalmente inattivo, se non per ospitare una volta l’anno lo spettacolo della Natività. Alcune statuine sono ancora avvolte in giornali d’epoca, il Vietnam e la pubblicità del Cynar. Molte di loro hanno recitato nelle mie scenografie più creative: gli uomini di buona volontà contro il consumismo, le guerre, la violenza mafiosa. Si sono unite incontrandosi da tutto il mondo, dalla Polonia al Portogallo, dal Tibet al Perù, dalla Spagna al Messico. Alcune, un pomeriggio dell’84, mi sentirono esclamare inginocchiato accanto a loro, dopo la notizia di una strage su un treno, “è stata la mafia”. E sentirono un mio amico rispondermi sfottente: “tu vedi mafia dappertutto”.

Non volevo allestirlo, quest’anno, il presepio. Perché le famiglie cambiano e non sono fatte sempre allo stesso modo, ci sono gli arrivi e ci sono le partenze. Poi qualcuno mi ha convinto: “Fallo per i nipotini, se vengono a casa devono trovarlo”. E così è stato. I nipotini: felici, è vero, ci hanno messo la loro dose di farina, l’ebbrezza di onnipotenza nel far piovere dall’alto. Ma poi ho capito. L’ho fatto per loro ma l’ho fatto soprattutto per me. Per farmi accompagnare dalla mia storia, per poterla rivedere e raccontare, statuina per statuina, ai ricercatori/ricercatrici e agli studenti/studentesse che vengono a trovarmi. Questa casetta l’ha fatta mio padre con una scatola di scarpe, queste statuine le ho prese con mia moglie durante un viaggio in Danimarca, queste me le ha regalate un insegnante che scrive sul Fatto, questa l’ha fatta apposta per me un ceramista di Sciacca alla fine degli Anni Settanta, fu il mio primo dibattito con Umberto Santino. Loro ascoltano, sgranano gli occhi, qualcuno fotografa. Quando resto solo, quel grande movimento di statuine continua a farmi compagnia, lucine accese o sole che inonda il camino. Flusso di storia che si interfaccia nella sua serena nobiltà con il più grande flusso della storia in cui sono immerso. Più grande, ma non per questo più carico di significati.

Un paese, il cuore dell’epica celebrata dal camino, decide il suo futuro scoprendo per l’ennesima volta non la propria laicità (poiché laico è anche il sottoscritto) ma il suo paganesimo mai domo. Gli idoli inseguiti e venerati, con i sacerdoti che si fanno spesso mercanti nel tempio, e il mercato che si apparecchia all’esterno. Per questo mi tengo con cura il mio camino. Perché l’unica storia che dura è quella che viene raccontata. E la lotta è anche lotta di racconti.

 

Chiesa. Quando i Conclavi si facevano al Quirinale: la lotteria del Colle come l’elezione del pontefice

Era il 31 marzo del 1829 e la piazza del colle Quirinale si chiamava Montecavallo. Quel giorno era piena di popolo, con un cronista d’eccezione: Stendhal.

Che poi scrisse: “Abbiamo avuto la costanza di restare tre ore sulla piazza di Montecavallo. In capo a dieci minuti eravamo bagnati come se ci fossimo gettati nel Tevere. I nostri mantelli di taffetà impermeabile cercavano di proteggere le nostre compagne, intrepide quanto noi. Avremmo potuto guardare la scena da certe finestre che danno sulla piazza, che erano a nostra disposizione, ma desideravamo restare proprio di fronte alla porta del palazzo, davanti al finestrone murato, in modo da non perdere le parole del cardinale che avrebbe proclamato il nuovo papa. Non ho mai visto una folla simile: una spilla non sarebbe caduta a terra, e pioveva a catinelle”. Di lì a poco arrivò l’annuncio dell’elezione del pontefice: il cardinale Castigliani che assunse il nome di Pio VIII.

Fu quello il terzo Conclave che si teneva al palazzo del Quirinale, residenza di papi poi di re e presidenti. Nel 1615 fu Paolo V (Borghese) a far costruire una cappella con le stesse dimensioni della Sistina. Nella cappella Paolina si svolsero quattro Conclavi: 1823, 1829, 1830-31 (ottantatré scrutini da dicembre a febbraio) e 1846. In quest’ultimo venne eletto Pio IX, papa Mastai Ferretti, cui – dopo la breccia di Porta Pia del 1870 – toccò lasciare il palazzo a Vittorio Emanuele II di Savoia, primo re d’Italia. A differenza del Conclave, difficilmente però oggi a Montecitorio calerà lo Spirito Santo come si è augurato ieri il direttore della Stampa Massimo Giannini, citando il Veni Creator invocato da Benedetto Croce all’Assemblea Costituente del 1946. Veni Creator: l’inno intonato dai cardinali quando entrano in Conclave.

Nei giorni scorsi sulla questione è tornato anche Clemente Mastella: “Non ci saranno (alle votazioni per il nuovo capo dello Stato, ndr) i fedeli che in nome dello Spirito Santo scoperchieranno il tetto per interrompere il Conclave come a Viterbo”. Accadde nel 1270: venti cardinali si riunivano da due anni per tentare di eleggere il pontefice. A quel punto, l’insofferenza e la pressione dei cittadini indussero il capitano del popolo Raniero Gatti a rinchiudere i cardinali nel palazzo dei Papi. Gatti ordinò anche di scoperchiare il tetto. Alle fine venne eletto Tebaldo Visconti (Gregorio X) che non era nemmeno prete e fu consacrato successivamente. Per continuare il parallelismo tra le due elezioni (papa e presidente): oggi per la prima volta nella storia repubblicana sono le destre a proporre una rosa di nomi per il Quirinale. Che poi l’operazione riesca con successo è un’altra storia. Al contrario la destra clericale che si oppone a Francesco si trova senza candidati in un ipotetico Conclave, mentre nel passato ha avuto Ratzinger (eletto) e Scola (sconfitto).

A constatarlo, in un’intervista a Gloria Tv, uno dei censori di Bergoglio, lo storico Henry Sire, che con lo pseudonimo di Marcantonio Colonna ha scritto Il Papa Dittatore: “Non conosco nessun cardinale che abbia la capacità di restaurare la Chiesa e di condurla su un cammino di vera riforma, cioè il contrario dei gesti di immagine con cui papa Francesco ha stupito i media laici”.