“Avevo i numeri, ma mi ritiro”: la farsa finale del capocomico

“Avevo i numeri, ma mi ritiro dalla corsa per il Quirinale” è una delle più sciocche e insieme delle più commoventi frasi di Silvio B. destinata a entrare negli archivi del suo caso umano prima che politico. Servirà al lavoro dei posteri. Quelli che si incaricheranno di analizzare non tanto la testa del leader, destinata ai laboratori di criminologia politica & varietà, ma quella dei suoi milioni di fedeli, che per una trentina d’anni hanno creduto ai suoi miracolosi sciroppi contro la tosse e contro le tasse. La frase fa il paio con quell’altra: “Non ho mai pagato una donna in vita mia”, più spudorata, e forse ancora più commovente per la fragilità sessuale che involontariamente rivelava, perché pronunciata dalla cima delle bugie contabilizzate dal ragionier Spinelli nella sequenza dei bonifici mensili spediti a quella trentina di povere disgraziate ingaggiate a tassametro. E costrette a ridere alle barzellette del padrone, durante le cene in cui erano pronte a diventare le due portate principali, il dolce e la carne.

Ma candidarsi al Quirinale non è stata solo una farsa per il titolare della farsa. Per due ragioni. La prima, quella di misurare la cieca obbedienza della sua corte disposta ad assecondarlo fin oltre il baratro del comico, proprio come ai tempi del voto parlamentare su Ruby nipote di Mubarak. E il trio Tajani, Salvini, Meloni – convocati a suo capriccio sulla soglia di Villa Grande – si sono dimostrati come sempre all’altezza. La seconda ragione, assai meno dispettosa della prima, è quella di agevolare la prossima mossa: pretendere dal nuovo titolare del Quirinale il laticlavio di senatore a vita. Non solo come risarcimento al narcisismo ferito del bimbo statista. Ma specialmente come l’ennesimo scudo mediatico per i prossimi processi. Il pennacchio finale al “frodatore fiscale” riabilitato.

La giostra di Tim. Negli ultimi 23 anni ben 12 gli ad. Hanno incassato buonuscite per quasi 100 milioni

L’ultimo della lista è Pietro Labriola (nella foto), nominato amministratore delegato il 21 gennaio al posto di Luigi Gubitosi, entrato in carica il 18 novembre 2018 e dimessosi 37 mesi dopo, il 17 dicembre scorso. La poltrona di comando di Tim, come quella della sua predecessora Telecom Italia, è rovente: negli ultimi 23 anni l’ex colosso di Stato della telefonia ha contato 12 ad. I capoazienda sono durati in media solo 23 mesi. Un turnover senza pari in nessun’altra major europea.

Dal 1995, il campione tedesco Deutsche Telekom ha contato cinque ad (Ron Sommer, Helmut Sihler, Kai-Uwe Ricke, René Obermann e l’attuale Timotheus Höttges, che dal primo gennaio 2014 la guiderà sino al 2028). Cinque anche i Ceo di British Telecom, ora Bt (dal 1996 si sono succeduti Peter Bonfield, Ben Verwaayen, Ian Livingston, Gavin Patterson e oggi Philip Jansen). Per la francese Orange, che fino a luglio 2013 era France Télécom, i capiazienda in 27 anni sono stati quattro: Michel Bon, Thierry Breton, Didier Lombard e Stéphane Richard, in carica dal 2010, che lascerà il 31 gennaio. Il record è della spagnola Telefónica: in 26 anni l’hanno guidata solo tre ad, Juan Villalonga Navarro, poi per 16 anni César Alierta e ora José María Álvarez-Pallete. Una continuità manageriale che non solo riflette la stabilità nell’azionariato ma che consente soprattutto di impostare e realizzare senza scossoni piani strategici di lungo periodo.

Non così, invece, per Telecom. Dalla sua privatizzazione a oggi gli ad dell’ex monopolista della telefonia di Stato, oltre ad altri manager esecutivi, sono stati Tomaso Tommasi di Vignano (dal 1997 al 1999, quando fu estromesso dal “very powerful” presidente esecutivo Gianmario Rossignolo), Roberto Colaninno (13 settembre 2001), poi Enrico Bondi, quindi Riccardo Ruggiero, Carlo Buora, Marco De Benedetti, per soli tre mesi dal 26 luglio a ottobre 2005, seguito dal lungo regno di Franco Bernabè. Poi ancora Marco Patuano, dal 13 aprile 2011 al 21 marzo 2016, quindi Flavio Cattaneo dal 30 marzo 2016 al 28 luglio 2017, che cedette la carica ad Amos Genish, dal 28 settembre 2017 alla sfiducia ricevuta dal cda il 3 novembre 2018. Poi Luigi Gubitosi e infine, dopo le sue dimissioni, da pochi giorni Pietro Labriola. Una girandola infinita nella governance che ha seguito capriole e scontri tra gli azionisti.

Ma il turnover alla massima carica operativa non pesa solo sulla progettualità strategica di Telecom, con lo scorporo della rete entrato e uscito più volte dagli obiettivi. All’azienda il valzer è costato, solo per le buonuscite, un centinaio di milioni. Dalla cifra monstre di 25 milioni pagati a Flavio Cattaneo per 16 mesi di servizio ai 18 corrisposti a Ruggero, dagli 11,5 di emolumenti complessivi a De Benedetti ai 6,9 di Gubitosi, dai 6,6 di Bernabè ai 6 di Patuano sino ai 2,8 di Genish. Poi ci sono responsabili di aree interne e ad delle controllate: 7,173 milioni tra buonuscita e stipendio al capo finanza Enrico Parazzini nel 2008, 2,5 pagati da Telecom Italia Media come buonuscita all’ad Antonio Campo Dall’Orto a maggio 2008, 4,4 per buonuscita a maggio 2012 a Luca Luciani, ad Tim Brasil.

Telecom non garantisce forse lunga vita agli ad, ma di sicuro un futuro spensierato.

 

Aspi: la punizione ai Benetton è finta, anzi è proprio un regalo

Con l’approvazione del Cipess avvenuta il 22 diembre scorso, la vicenda Autostrade per l’Italia sembra definitivamente chiusa: manca solo il via libera da parte della Corte dei Conti, poi una società posseduta per il 51% da CDP (Cassa Depositi e Prestiti) e per il 49% dai fondi d’investimento Blackstone e Macquarie, acquisterà ASPI da Atlantia (controllata dai Benetton), valutandola 9,3 miliardi.

Prima che se ne perda memoria merita commentare i principali aspetti dell’accordo tra ASPI ed il ministero delle Infrastrutture. Viene detto che, a fronte dei gravi inadempimenti che hanno portato al disastro del ponte Morandi, Aspi si assume oneri compensativi per 3,4 miliardi. A ben vedere però sono tutti oneri che verranno sostenuti in futuro, per sconti tariffari e investimenti ancora da fare ma non remunerati in tariffa, tutti oneri quindi che peseranno sui bilanci di Autostrade dopo che sarà passata in carico ai nuovi azionisti (Cdp e soci) e non graveranno sulla gestione Atlantia. Si è forse voluto far credere all’opinione pubblica che il governo avesse “punito” i responsabili accollandogli un onere di 3,4 miliardi, ma in realtà ASPI sotto la gestione di Atlantia si è dovuta far carico solo di 580 milioni per la ricostruzione del ponte. Se l’è cavata con poco. Gli altri 3 miliardi circa di verranno coperti dalla nuova gestione con gli incassi di chi viaggia in autostrada: è ironico che alla fine siano i “pedaggiati” a pagare persino gli oneri compensativi del crollo del ponte!

Il prezzo della cessione di ASPI è stato concordato tra Atlantia e CDP sulla base dei flussi di cassa attesi per i 16 anni residui della concessione, che a loro volta riflettono il Piano economico finanziario (PEF) approvato dal Cipess. Questo piano cambia molte cose, alcune che riducono i flussi futuri (come gli oneri compensativi) altre che li aumentano. Nel complesso le misure introdotte portano alla previsione di flussi finanziari netti elevati: si è così facilitato l’accordo consentendo alla Cassa depositi di offrire ad Atlantia un prezzo assai generoso. A farne le spese sono stati però i pedaggiati, da cui provengono i flussi di cassa, da sempre vittime sacrificali di accordi tra governi e concessionari.

Citiamo alcuni aspetti del PEF. Su circa 15 miliardi di investimenti già realizzati o da completare viene riconosciuto alla nuova gestione un rendimento del 13,9%, straordinariamente elevato a confronto dei tassi di mercato odierni. Viene riconosciuto un indennizzo di 542 milioni per la riduzione di traffico dovuta al Covid tra marzo e giugno 2020, anche se il rischio traffico era per convenzione a carico del concessionario. Anche questo indennizzo verrà pagato dai pedaggiati: pagheranno per aver viaggiato meno a causa del Covid! Non è chiaro se verranno poi riconosciuti in futuro altri indennizzi.

Si prevedono manutenzioni straordinarie per ovviare alle mancanze degli anni precedenti, ma remunerando anche queste in tariffa. Si prevede che le tariffe aumentino dell’1,6% l’anno, ma potrebbero aumentare di più se l’inflazione superasse lo 0,8% per il primo quinquennio o se il traffico aumentasse meno del previsto. Il PEF prevede che ASPI conseguirà utili di circa 1 miliardo l’anno sino al 2038, un ottimo profitto considerando che il capitale netto investito (CIN) viene valutato a 13,6 miliardi, che includono anche 3,3 miliardi di avviamento riconosciuti alla precedente gestione. Tutte misure formalmente ineccepibili: ma quando si interverrà per modificare un sistema che tanto penalizza chiunque usi le nostre autostrade?

Il governo Conte non ha avuto il coraggio di perseguire la revoca della concessione non tanto, credo, per i rischi legali quanto piuttosto per evitare le ripercussioni che l’inevitabile fallimento di Atlantia avrebbe avuto sui mercati. Infatti, anche se avesse ottenuto per via giudiziale il massimo indennizzo per la revoca della concessione, Atlantia avrebbe incassato meno di quanto otterrà dalla CDP. Paghiamo quindi caro anche per colpa del ministero delle Infrastrutture che non ha impedito ad Atlantia di requisire negli anni tutti i profitti della controllata lasciando ASPI con poco patrimonio e piena di debiti.

Abbandonata la revoca, il governo aveva però la necessità di mostrare all’opinione pubblica che chi aveva causato un tale disastro veniva “punito” e la punizione sarebbe consistita nell’obbligo di cedere il controllo di ASPI alla CDP ad un prezzo “basso”. Ma Atlantia non poteva essere obbligata a vendere e allora si è dovuto convincerla offrendole un prezzo “alto”. La Corte dei Conti sta valutando se CDP abbia pagato troppo per ASPI, ma CDP ha fatto un buon affare, tant’è che hanno co-investito due fondi esteri. Sono i pedaggiati che pagheranno il conto dell’accordo per i prossimi 16 anni.

Telestalking. Il nuovo registro delle opposizioni ci sarà, ma a luglio

L’assedio continuo delle telefonate ricevute a decine ogni giorno, giorno e notte, al limite dello stalking, dovrebbero terminare dal prossimo primo agosto. Dopo quattro anni di attesa, il vecchio registro delle opposizioni a cui iscriversi per evitare di ricevere le fastidiosissime chiamate dai call center che estorcono la sottoscrizioni di contratti di telefonia, luce e gas, ma anche di bitcoin o altre criptovalute, sarà abrogato. Venerdì, il consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo registro delle opposizioni con cui sarà possibile stoppare anche le telefonate moleste che arrivano sui cellulari. Così tutti potranno registrare gratuitamente il proprio numero per evitare di ricevere chiamate indesiderate a fini promozionali, incluse quelle con sistemi robotici automatizzati. La nuova linea prevede che con l’iscrizione al registro, a seguito di specifica richiesta dei contraenti, vengano revocati tutti i consensi precedentemente espressi che autorizzano il trattamento dei numeri di telefono. Ma soprattutto, d’ora in poi i call center dovranno garantire l’identificazione della linea del chiamante.Tra 6 mesi dovrebbe, quindi, arrivare la parola fine a un incubo. Anche se in questi casi, “fare” il San Tommaso della situazione non appare sacrilego.

La legge che avrebbe dovuto bloccare questo fenomeno, prima di aver ottenuto l’ok l’altro ieri, è rimasta al palo per quattro anni. È stata approvata dal Senato, ma depotenziata rispetto al testo votato dalla Camera. Un compromesso per non penalizzare i gestori. Poi ci sono stati continui rimpalli tra Parlamento, Consiglio di Stato, Agcom, Garante della Privacy e ministero dello Sviluppo economico. Intanto per pochissimi centesimi, le società – soprattutto in sub-appalto – hanno continuato ad acquistare indisturbate i numeri dei telefoni di casa e dei cellulari, senza che i clienti potessero fare nulla per opporsi. L’evidenza è nell’ultima sanzione di oltre 26,5 milioni che il Garante per privacy ha inflitto a Enel Energia per il trattamento illecito dei dati personali degli utenti a fini di telemarketing. Ma la compagnia ha spiegato che sono altri operatori abusivi a spacciarsi per agenti di Enel Energia al fine di ottenere l’attenzione dell’interlocutore, per poi offrire nel corso della telefonata contratti con terzi concorrenti. Insomma, la beffa finale per i consumatori.

 

Poste sta perdendo la sfida dei pacchi contro Amazon&C.

Negli ultimi cinque anni Poste Italiane ha perso il 6,3% di quota di mercato nel settore postale, il suo core business. Nel 2017 il Gruppo guidato da Matteo Del Fante, secondo i dati dell’Agcom, aveva il 43,9% del settore (con il corriere SDA) contro il 37,6% del 2021, che include l’apporto di Nexive acquisita proprio lo scorso anno. I soli operatori a guadagnare terreno sono GLS (dal 6,8% al 9,8%) e BRT (Bartolini), che passa dal 10,4% al 13%. Ma è sui dati del 2020 che si vede lo scossone, dopo l’ingresso di Amazon tra gli operatori postali. Mentre DHL e UPS, mantengono le loro quote, GLS e Poste Italiane perdono ben 5 punti percentuali a testa: dal 14,9% al 9,9% la prima e dal 44,2% al 39,3% la seconda. Amazon si piazza all’8,3% del mercato e il solo operatore a crescere ancora di poco più di 2 punti è BRT che passa dall’11,4% al 13,8%. Nel 2021 Amazon cresce ancora (al 12,8%) a scapito di UPS e BRT e, in misura maggiore, di Poste (-1,7%) che resta il primo operatore ma in continua flessione. E l’emorragia sarebbe ancora più evidente se Poste non consegnasse anche i pacchi di Jeff Bezos, grazie a una partnership sottoscritta da Del Fante nel 2018 e rinnovata a luglio 2021 per altri tre anni.

L’apporto di Nexive, secondo operatore nella corrispondenza, acquisito lo scorso anno, aiuta Poste a tenere posizione nel complesso ma è nel corriere espresso, i pacchi, il segmento dove c’è più competizione, che si vede il balzo di Amazon. Sia Poste che BRT si fermano al 17,5%, in calo entrambe, mentre Amazon sale dall’11,7% del 2020 al 17,1% del 2021 e si piazza al terzo posto. Diventato, di fatto, un concorrente, il colosso dell’e-commerce mondiale è destinato a erodere altre quote di mercato agli altri operatori. Gli accordi esclusivi con gli operatori di e-commerce – come con Zalando e Ikea per esempio – permettono a Poste di mantenere la posizione ma difficilmente di crescere fino a diventare primo operatore, come nelle ambizioni di Del Fante. “Vogliamo diventare il primo gruppo di logistica nell’e-commerce in Italia entro il 2022”, aveva dichiarato l’ad in un’intervista a luglio 2019, “due anni fa, quando sono arrivato in Poste, eravamo il sesto operatore nei pacchi nel nostro Paese. Oggi siamo al terzo posto”. Peccato che intanto Amazon ha scompaginato i giochi, Poste ha perso quote e, seppur al primo posto, si ritrova il gigante alle spalle distanziato di misura (appena lo 0,4%). Tanto che oggi Del Fante è costretto ad ammettere candidamente “siamo le migliori poste al mondo per i servizi non postali”.

Il primato di Poste sarebbe molto meno vulnerabile oggi se avesse mantenuto la sua quota in Bartolini nel 2005. Un errore strategico del management dell’epoca che ora si fa sentire. Nel marzo 1998 Poste Italiane, che aveva già una quota di partecipazione nella società bolognese, decise di acquistare SDA. Il 17 novembre del 2000 Poste italiane, SDA Courier e Bartolini siglarono quindi un accordo per la costituzione della società consortile CLP (Consorzio Logistica Pacchi), con l’obiettivo di creare un grande polo delle consegne in grado di sfidare i giganti del settore come DHL e GLS. All’epoca la sinergia rappresentava il 40% del mercato. Ma nel 2005 Poste Italiane, guidata allora da Massimo Sarmi, non rinnovò i termini dell’accordo e vendette le quote di partecipazione in Bartolini. Nel 2016, quando a guidare Poste c’era Francesco Caio, una quota di minoranza di Bartolini, divenuta nel frattempo BRT, viene quindi acquistata dalla tedesca DPD, che faceva capo alla francese La Poste attraverso la controllata GeoPost. La collaborazione tra le due aziende era iniziata già nel 2013 – BRT consegnava in Italia i pacchi spediti tramite La Poste e quest’ultima faceva lo stesso in Francia – ma Poste Italiane, alle prese con la quotazione in Borsa, è rimasto spettatore passivo. Nel 2020 La Poste ha preso il controllo di BRT portandosi all’85% mentre il Gruppo italiano faceva da cavaliere bianco a Nexive (già TNT Post Italia), probabilmente per salvare i posti di lavoro in pericolo, pagata 30,7 milioni di euro. “Veniamo in soccorso di questa azienda, e credo che questo faccia bene anche all’Italia”, dichiarava Del Fante mettendo in evidenza che “questo tipo di operazioni permettono economie di scala”. Peccato che in dote a Poste sia arrivato appena l’1% del settore pacchi. Nexive era il secondo operatore di mercato, ma nella corrispondenza dove Poste era già leader indiscusso.

Ecco le 5 proposte dei tecnici che non saranno approvate

Un salario minimo, almeno da sperimentare nei settori più colpiti dal lavoro povero, o l’applicazione a tutti dei salari dei contratti collettivi. Ma non solo: più trasparenza da parte delle aziende, benefici monetari per gli addetti con bassi stipendi, premi per le imprese virtuose e penalizzazioni per quelle che non applicano le giuste paghe. Nella relazione consegnata dagli esperti al ministro del Lavoro Andrea Orlando c’è un ventaglio di proposte per contrastare la povertà lavorativa, ma si tratta di ipotesi, non soluzioni già al vaglio del governo.

Oggi la maggioranza che sostiene Mario Draghi difficilmente raggiungerebbe un accordo sul salario minimo legale, osteggiato per opposte ragioni dalla Confindustria e dai sindacati. Solo il M5S ne è un convinto sostenitore: la proposta dell’ex ministra Nunzia Catalfo fissa a 9 euro orari la soglia. Nei prossimi mesi dovrebbe essere approvata la direttiva Ue per spingere gli Stati ad adottare misure per far crescere i salari. Ogni Paese potrà continuare a scegliere se puntare sui minimi legali o sulla contrattazione collettiva, ma sarà un’opportunità per riportare il tema nell’agenda: a quel punto sul tavolo ci saranno anche i suggerimenti del gruppo di lavoro.

Per il salario minimo ci sono tre opzioni. La prima: far valere per ogni lavoratore i minimi tabellari previsti dagli accordi collettivi firmati da sindacati e associazioni di imprese più rappresentativi (servirebbe dunque una norma che misuri questa rappresentatività) per combattere i contratti “pirata”. La seconda: stabilire per legge la soglia minima. I ricercatori fanno notare che questo strumento, se ben costruito, non crea distorsioni sui livelli di occupazione: le imprese spesso paventano il rischio di esuberi a causa dell’aumento del costo del lavoro dovuto al salario minimo, ma il caso della Germania dice semmai che c’è un effetto benefico (la necessità di alzare gli stipendi porta uno spostamento verso le mansioni più produttive). Se consideriamo 9 euro il salario base, oggi è sotto quella cifra il 29,7% dei lavoratori, unno su tre tra gli operai agricoli e nove su dieci tra gli addetti domestici. La terza opzione è un salario minimo limitato ai settori che presentano più problemi di basse paghe. Un’idea che non convince Catalfo: “Si fa disparità di trattamento tra lavoratori – dice l’ex ministra – non proprio in attuazione dell’articolo 36 della Costituzione; agirei in modo omogeneo, rafforzando la contrattazione collettiva in linea con la direttiva Ue, definendo i criteri per i ‘contratti leader’ e dicendo che, laddove ci dovessero essere contratti al di sotto di una soglia dignitosa, allora si interviene stabilendo un minimo. Lavorare per settori vuol dire non risolvere il problema”.

Il documento consegnato a Orlando invita anche a intensificare la vigilanza documentale sulle imprese che non applicano i minimi salariali: oggi i controlli si svolgono soprattutto con le ispezioni in azienda, utilizzare mezzi informatici e banche dati sarebbe meno costoso.

E ancora: si propone un bonus in denaro per integrare i redditi dei cittadini a basso salario. Oggi già succede in parte col Rdc, ma i redattori del report propongono un nuovo strumento riservato a chi è occupato, pur ammettendo che potrebbe diventare un incentivo al lavoro povero, spingendo le imprese ad assumere con bassi salari affidandosi al “rinforzino” pubblico (sarebbe dunque necessario confezionarlo in modo da impedire distorsioni). Il documento prospetta poi strumenti per incentivare comportamenti virtuosi da parte delle imprese, come i “bollini di qualità” per chi assicura salari dignitosi. “Non credo molto in queste cose – commenta Catalfo – Sarebbe più opportuna un’azione che coinvolga tutte le imprese: ora non ci sono criteri che eliminino il dumping, se invece li introduciamo, si applicano quelli e basta”. Infine il gruppo di lavoro propone di spingere affinché l’Ue adotti metodi di calcolo della povertà lavorativa più fedeli alla realtà.

I lavoratori poveri sono il 25% del totale: parola del governo

Se si dovesse scegliere il male più grande che affligge l’Italia difficilmente si sbaglierebbe indicandolo nel cosiddetto “lavoro povero”, categoria che però pone grossi problemi già a partire dalla sua definizione. Ad esempio se analizziamo il fenomeno con la base di calcolo utilizzata da Eurostat, dovremmo concludere che lo stato di indigenza coinvolge “solo” l’11,8% di chi ha un’occupazione. Sarebbe già grave se fosse così, ma la realtà è anche peggio: adoperando un indicatore più sensato (come vedremo) i lavoratori in povertà diventano almeno uno su quattro, il 25%.

Questo non dipende solo dai salari orari bassi, dall’inesistenza di un minimo legale, dalla proliferazione di contratti “pirata”, ma anche dalla struttura della nostra economia, sempre più schiacciata dai lavoretti, dal part time, dalla precarietà che caratterizza anche questa piccola ripresa dalla crisi pandemica.

Volendo consolarsi, si può dire che il governo, o quantomeno il ministero del Lavoro, si sta occupando della questione e prova a farlo andando oltre le distorsioni create dalle statistiche ufficiali che rischiano di sottostimarne la portata. Ancora incerti sono i provvedimenti che verranno presi: in campo ci sono cinque proposte (ve ne parliamo nell’articolo a fianco), ma ognuna – per essere approvata – dovrebbe superare gli ostacoli di una maggioranza composita e che, specie a destra ma non solo, non sempre ha mostrato grande sensibilità per i bisogni delle fasce più basse della popolazione.

Veniamo ai numeri. La scorsa settimana è stato pubblicato un report redatto da un gruppo di studiosi, economisti, giuristi e sociologi: Andrea Garnero, Silvia Ciucciovino, Romolo De Camillis, Mariella Magnani, Paolo Naticchioni, Michele Raitano, Stefani Scherer ed Emanuela Struffolino. Il loro approfondimento si concentra su come il lavoro povero è evoluto negli ultimi 15 anni: in soldoni, la situazione è peggiorata. Questo vuol dire che i lavoratori italiani ancora pagano la crisi del 2008 e la natura delle ripresine successive non ha permesso un solido recupero: il Covid, poi, ha polverizzato buona parte dei progressi.

Secondo l’Eurostat, si diceva, in Italia poco più di un lavoratore su dieci è povero. Ma l’istituto di statistica Ue considera solo quelle persone che abbiano lavorato almeno sette mesi nel corso dell’anno e si trovino in una famiglia con reddito disponibile sotto la soglia di povertà relativa. Un metodo “ibrido” che ha almeno due difetti: il primo è non considerare molti sotto-occupati, cioè chi è in attività per meno di 7 mesi; il secondo è dare per scontato che in una famiglia i redditi siano sempre equamente distribuiti, e che quindi qualsiasi individuo, benché con una retribuzione scarsa, conduca una vita agiata per il solo fatto di trovarsi in un nucleo con guadagni complessivi sufficienti. Il paradosso di questa metrica è che l’incidenza della povertà lavorativa risulta più bassa tra le donne che tra gli uomini: un risultato che è una clamorosa bugia sulla base di qualunque statistica ed è reso possibile dal fatto che molte donne guadagnano poco ma vivono coi propri mariti e compagni che hanno redditi più alti e a volte portano la ricchezza totale della famiglia sopra la soglia di povertà relativa.

Il report appena uscito allora ha, prima di tutto, inserito nel calcolo i lavoratori con meno di sette mesi. Così facendo, l’incidenza della povertà lavorativa sale già di un punto e mezzo circa, raggiungendo nel 2017 il 13,2% (in crescita rispetto al 10,3% del 2006). Questo è il dato aggregato, ma si arriva al 21,6% isolando chi è stato part time per almeno un mese. Vale la pena ricordare che questi calcoli non contemplano gli effetti della pandemia scoppiata nel 2020.

Volendo scomporre i dati si scopre che la percentuale di lavoratori poveri è al 22,1% nelle famiglie mono-reddito e scende al 7% nei nuclei con due percettori. Più chiaro, però, è il quadro che viene fuori guardando i redditi individuali, slegandoli dalle famiglie di appartenenza. Prendendo come riferimento la retribuzione lorda, la povertà interessa il 24,2% dei redditi individuali, ben più su del 19,6% registrato nel 2006. E se tra gli uomini si “ferma” al 16,5%, tra le donne schizza al 31,8%.

Queste percentuali sono in parte mitigate dall’effetto redistributivo delle misure fiscali che sostengono i guadagni più bassi: le indennità infatti fanno scendere la quota dei lavoratori poveri al 20,9% (14,1% uomini e 26,6% donne). Per chi lavora prevalentemente con part time, la povertà incide per il 60%, che diventa il 51,9% con l’effetto delle misure redistributive.

Sono molti i fattori che possono far scivolare un lavoratore nella povertà: il genere, la natura del rapporto di lavoro, il numero di ore e di mesi lavorati. Ma naturalmente è molto importante anche il settore in cui si opera. Alberghi e ristoranti guidano la classifica delle basse retribuzioni per distacco su tutti gli altri. Nel turismo, infatti, il rischio di salari scarsi è al 64,5% considerando le paghe annuali e 60,8% considerando le settimanali. Il mix micidiale di minimi bassi, altissima stagionalità delle attività, le conseguenti scarse ore lavorate (quantomeno sulla carta) contraggono notevolmente gli introiti dei lavoratori. Tenendo presente questo, acquistano un’altra luce le lamentele di questi imprenditori sulla carenza di manodopera e le loro accuse a media unificati ai sussidi o al Reddito di cittadinanza. Va meglio, ma non bene nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura: il rischio povertà considerando le paghe annuali è al 30%.

Si potrebbe pensare che le basse retribuzioni riguardino i primi anni di carriera di ogni lavoratore e che, col tempo, diminuisca l’esposizione agli stipendi miseri. Non è così: “Il 24,5% di chi è stato dipendente privato fra il 2014 e il 2018 – scrivono – ha avuto basse retribuzioni per tutti i 5 anni, mentre solo il 45,5% non è mai stato lavoratore a bassa retribuzione”, si legge nel report.

Dunque, ricapitoliamo: se ci rifacciamo all’Eurostat, in Italia il tasso di povertà lavorativa è all’11,8%, ma come detto il sistema di calcolo “ufficiale” distorce il risultato sul piano sia quantitativo sia qualitativo. Se abbandoniamo il criterio della ricchezza famigliare e ci spostiamo a quella individuale, il gruppo di studio del ministero del Lavoro stima che il rischio di avere una retribuzione lorda al di sotto della soglia di povertà relativa riguarda un lavoratore su quattro. L’effetto delle misure redistributive e fiscali lo fa diventare uno su cinque. Un altro studio condotto nell’ambito del programma “VisitInps Scholars”, già riportato dal Fatto, ha ottenuto un esito ancora più preoccupante: considerando solo i singoli salari, sotto la soglia dell’indigenza nel 2017 risultava il 32,4% della popolazione occupata contro il 26% del 1990.

Comunque la si prenda, il fenomeno mostra numeri tanto impressionanti quanto sottovalutati e questo in un Paese che sconta già un basso tasso di occupazione – al 59,1% nel terzo trimestre del 2021 – quindi di una bassa quota di popolazione che produce reddito rispetto agli altri Paesi europei. A questo si aggiunge l’alta incidenza, altrettanto sottovalutata, della cosiddetta sotto-occupazione: 4,2 milioni di occupati sono part time e in buona parte sono involontari, lavorano cioè meno di quanto vorrebbero. Come ha fatto notare la Fondazione Di Vittorio (Cgil), abbiamo un’ampia fetta di occupazione che si annida nelle mansioni manuali e non qualificate, segno che spesso – malgrado le lamentele imprenditoriali sulla bassa specializzazione – sono le aziende a non richiedere particolari qualifiche e, a volte, a utilizzare personale sovra-istruito rispetto al suo inquadramento.

La sai l’ultima?

 

La Spezia Scoop di Repubblica: “Lo sciacquone rumoroso viola i diritti umani per la Cassazione”

L’edizione genovese di Repubblica ci dona una notizia di cui difficilmente avremmo voluto fare a meno. Il titolo già emoziona. “La Cassazione: ‘Lo sciacquone rumoroso viola i diritti umani: danno da risarcire’”. Una “bega di vicinato” iniziata nel 2003 a La Spezia e portata fino all’ultimo grado di giudizio, che ha ravvisato una “lesione delle abitudini di vita quotidiana, tutelate dalla Cedu”. Mirabile l’attacco del pezzo: “Questa è una storia di diritti dell’uomo. E di sciacquoni”. Quattro fratelli che condividono un’abitazione fanno costruire un nuovo bagno che produce rumori “intollerabili” per una coppia che abita sullo stesso pianerottolo: il gabinetto è stato realizzato in una stanza adiacente alla loro camera da letto. Gli offesi dallo sciacquone fanno causa, chiedono che il bagno sia eliminato e vogliono 500 euro di risarcimento per ogni anno in cui è stata tirata la catena. Perdono in primo grado, insistono, arrivano fino alla Suprema Corte e vincono. Il cesso dei vicini lede i loro diritti. E fa giurisprudenza.

 

Università di Cardiff La ricerca scientifica scopre una verità straordinaria: “Gli uomini sono più belli con la mascherina”

Questa settimana Repubblica è scatenata. Un’altra notizia fondamentale, che peraltro coincide con l’ennesimo, indimenticabile studio scientifico pubblicato negli anni di pandemia. “La mascherina? Rende gli uomini più affascinanti”. Rocco Schiavone direbbe “mecojoni”. Chi l’avrebbe mai detto: certe facce è meglio coprirle in ogni maniera possibile. Repubblica la racconta in maniera più aulica: “Il fascino del mistero, un volto che si vede solo in parte. Oppure la sicurezza e il sentimento di protezione che rende attraenti i medici. La mascherina protegge dal coronavirus, ma potrebbe avere un altro vantaggio: rendere più seducenti, soprattutto se parliamo di uomini. È questa la conclusione al quale è arrivata una ricerca dell’Università di Cardiff”. Ne sentivamo davvero il bisogno: “I partecipanti al test con questo tipo di protezione – il verdetto – hanno ottenuto i voti più alti rispetto a coloro che avevano il viso scoperto”.

 

Italia Per la Suprema Corte “la rapina è aggravata se fatta con mascherina”. Il ladro fa ricorso: “Ma era obbligatoria!”

Secondo la Cassazione (ancora lei!) “la rapina è aggravata se effettuata con mascherina”. Comprensibile la perplessità del povero delinquente, non necessariamente no-vax, disorientato dal cambiamento continuo delle norme sanitarie, che ossequiosamente indossava una Ffp2 sul luogo di lavoro. In effetti un ladro aveva fatto ricorso sulla base di questo ragionamento: “Come fa a essere un’aggravante se è obbligatoria?”. La storia è raccontata, tra gli altri, da SkyTg24: “Il reato di rapina è aggravato se compiuto indossando la mascherina. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un uomo che era stato condannato in primo e secondo grado per rapina con l’applicazione dell’aggravante relativa al travisamento del volto (…). Il rapinatore si era rivolto alla Suprema Corte, facendo leva sul fatto che in periodo di emergenza Covid non avrebbe potuto compiere la rapina senza la mascherina, essendo quest’ultima imposta per legge”. Che confusione.

 

Usa Il marito le spiaccica la torta nuziale in faccia e la moglie chiede il divorzio il giorno del matrimonio

Nella buona e nella cattiva sorte, ma fino a un certo punto. Una sposa americana, poco spiritosa, ha deciso di lasciare il marito che le ha spiaccicato in faccia la torta del ricevimento nuziale. Forse che non fossero proprio fatti l’uno per l’altra? Questa tragica storia di dissapori coniugali è raccontata su Today: “La donna – che ha scritto alla rubrica di Slate magazine — prima del matrimonio aveva posto una condizione rigidissima al compagno: niente ‘torte in faccia’ al ricevimento. Invece, quel burlone del marito le ha spinto la testa dentro il dolce. ‘Mi sono sposata prima di Natale – dice lei – e ora spero di divorziare o di farmi annullare il matrimonio entro la fine di gennaio’”. Una cerimona epica: “È stata l’ultima goccia per la sposa e lei gli ha immediatamente detto che era finita, andandosene via. Da quel momento è stata letteralmente bombardata dalle telefonate dei parenti di lui che le chiedevano di ripensarci”. A nessuno è venuto il sospetto che la torta fosse solo un prestesto.

 

India Nasce un vitello con 3 occhi e inizia la processione: i fedeli lo venerano come una reincarnazione del Dio Shiva

Un vitello nato con tre occhi sta facendo impazzire i fedeli induisti nella provincia di Rajnandgaon, in India, che lo ritengono la reincarnazione del dio Shiva. Inutili i tentativi del veterinario locale di spiegare razionalmente l’accaduto: si tratterebbe di una “normale” malformazione genetica, ormai il bovino è oggetto di processioni religiose. “Il vitellino, partorito tre giorni fa, in coincidenza con il Makar Sankranti, la festa del sole e del raccolto, ha tre occhi, come la divinità ritenuta tra le più potenti, e quattro lobi”, scrive Fanpage. “Da quando la notizia si è diffusa nella regione, un fiume di persone si sta riversando verso la stalla della ‘miracolosa’ reincarnazione. La coda di chi sta aspettando il suo turno per prostrarsi di fronte al piccolo bovino, già sommerso da monetine, bastoncini di incenso, ghirlande di fiori, noci di cocco, si allunga ora dopo ora, complice la eco mediatica che ha avuto la notizia”. Chissà se fiorirà, nel nome della giovane vacca triocchiuta, anche l’ignobile commercio “sacro” in stile Medjugorje.

 

Irlanda No-mask crea il panico su un volo, lancia lattine e mostra il sedere agli steward: rischia 20 anni di carcere

Questo eroe della libertà di pensiero si chiama Shane McInerney, è un irlandese di 29 anni. No-mask praticante e indomito, è stato appena incriminato per i “numerosi disordini” creati lo scorso 7 gennaio su un volto della Delta diretto da Dublino a New York, scrive l’Adnkronos, riportando una notizia del giornale Irish Times. Il profeta di Galway, nella sua crociata contro la dittatura sanitaria, non si è limitato a rifiutare di indossare la mascherina a bordo, ma ha “aggredito e intimidito” il personale di bordo e si è reso protagonista di molteplici prodezze: prima ha lanciato una lattina contro un altro passeggero, infine ha mostrato le natiche a un’assistente di volo. Secondo il Guardian McInerney, ex atleta professionista, ha iniziato a scontare il prezzo delle sue bravate presentandosi davanti a un giudice, che gli ha concesso la libertà vigilata dietro il pagamento di una cauzione di 20mila dollari. Se condannato per aggressione, rischia fino a 20 anni di carcere. La prossima volta terrà il sedere nelle mutande?

 

Nozze slow Gli sposi si fanno portare le fedi dalla tartaruga di famiglia, che ci mette un’eternità per raggiungere l’altare

Ognuno si sceglie i testimoni che merita e questa coppia americana ha voluto come damigella d’onore del matrimonio la tartaruga di famiglia. Dietro la decisione bizzarra c’è un aneddoto romantico: gli sposi, Ericka e Jay, sono due veterinari che si sono conosciuti 20 anni fa proprio salvando la vita a una testuggine. Davvero tenero, a parte che la tartaruga, ingaggiata per portare le fedi agli sposi e indirizzata verso l’altare con un percorso di pezzetti di fragola, ci ha messo una vita ad arrivare. Ovviamente. “È andato tutto bene – scrive Today, riprendendo un articolo del Sun – solo che Tom Shelleck (questo il nome della tartaruga di famiglia) è stato chiaramente più lento di un essere umano. Se qualsiasi persona avrebbe impiegato pochi secondi per fare un paio di passi, la tartaruga ci ha messo tre minuti, che nell’attesa del fatidico ‘sì’ (e nella speranza che l’animale andasse effettivamente dove doveva) devono essere sembrati davvero eterni”. Tanto il matrimonio è una maratona, mica i 100 metri.

Studente morto a Udine tensioni durate il corteo

Momenti di tensione ieri sera durante la manifestazione, non preavvisata, indetta dagli studenti a Roma per ricordare Lorenzo Parelli, lo studente friulano morto nell’ultimo giorno di stage dell’alternanza scuola-lavoro. La polizia è intervenuta dopo che circa 200 giovani, che si sono dati appuntamento a piazza del Pantheon, con volto travisato e fumogeni hanno tentato di muoversi in direzione dei palazzi istituzionali provando a oltrepassare i blocchi della polizia. C’è stata una carica di alleggerimento. Subito dopo i giovani hanno formato un corteo spontaneo in direzione del Miur, scortato dalle forze dell’ordine. Su quanto avvenuto indagano Digos e Scientifica. “Il presidio davanti al Pantheon di centinaia di studenti è stato caricato pesantemente dalla polizia. Due studenti feriti pesantemente alla testa colpiti dai manganelli. È questa la risposta del governo Draghi a ragazze e ragazzi indignati per la morte di un coetaneo. Auspichiamo che la protesta si allarghi perché non si può morire di scuola e lavoro. Va abolita la legge che ha istituito l’alternanza scuola lavoro”, ha sostenuto Maurizio Acerbo, segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista- Sinistra Europea.

Green pass con 3ª dose: validità senza scadenza?

Ese il green pass con terza dose diventasse valido “all’infinito”? O comunque non avesse una scadenza perentoria? È una delle ipotesi che si rincorrono negli ambienti governativi da ieri. Niente di certo, ma le indicazioni sembrano andare verso questa direzione.

Dal 1° febbraio, infatti, il qr code scaricabile da chi ha fatto la dose booster del vaccino anti Covid in teoria dovrebbe restere in vigore per 6 mesi. Fino a qualche settimana fa il termine era ai 9 mesi, poi si è deciso di accorciare i termini. Qualcuno tuttavia ha iniziato a porre una questione meramente matematica. L’Italia ha cominciato le terze dosi a ottobre e – al momento – non ne è prevista una quarta. Motivo per il quale a marzo molti green pass potrebbero non essere più validi. Non solo. Il tema è all’ordine già del giorno per quanto riguarda i turisti stranieri in visita nel nostro Paese, visto che in diversi stati esteri il terzo richiamo è stato fatto a settembre o addirittura ad agosto. Ma se non è prevista la somministrazione una quarta dose, perché indicare un termine di scadenza per la terza?

Ieri un indizio utile in questa direzione è arrivato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Per il direttore di Oms Europa, Hans Kluge, infatti, “è plausibile che con Omicron l’Europa si stia avviando alla fine della pandemia”. Secondo la sua analisi, Omicron potrebbe contagiare il 60% degli europei entro marzo e la sua diffusione rapidissima avrebbe, secondo Kluge, avviato una nuova fase della pandemia nella regione, fase che potrebbe concludersi con la sua fine. Non solo. Il Ministero della Salute sta aspettando le mosse dell’Unione europea prima di decidere se non rinnovare l’ordinanza, in scadenza il 31 gennaio, che vincola l’ingresso in Italia solo con tampone negativo per i possessori di super green pass. Ieri, il quotidiano spagnolo El Paìs scriveva che Bruxelles si avvierebbe a modificare le regole di viaggio tra i diversi Paesi, non basandosi più sulla mappa dei contagi. “Il Consiglio dell’Ue dovrebbe approvare martedì la rimozione della mappa dei contagi come guida per l’istituzione di limitazioni agli spostamenti tra Paesi”, scrive il quotidiano, sottolineando che il cambiamento mira a facilitare la mobilità tra gli Stati. L’imposizione di misure come un test Covid-19 negativo o la quarantena, dunque, potrebbe non dipendere più dalla provenienza geografica del viaggiatore, ma dallo stato del suo certificato Covid. Altro indizio.

Le decisioni governative sul green pass saranno inevitabilmente condizionate anche dal monitoraggio della diffusione del virus, in Italia come nel resto del continente. Stando agli ultimi dati giornalieri, i contagi nel nostro Paese sono in diminuzione: ieri erano 138.860, mentre sabato si era arrivati a 171.263; e confermando questo trend, le vittime sono scese da 333 a 227. Sempre stando ai dati ufficiali, il tasso di positività sui 933.384 effettuati nelle 24 ore in esame, invece, si è fermato al 14,9%, anche questo in discesa. Anche se al momento nel nostro Paese si continua a ragionare a colori. Da oggi saliranno, infatti, a cinque le regioni in arancione: alla Valle d’Aosta si aggiungeranno Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sicilia, per un totale di 11,7 milioni di persone. Per i vaccinati cambierà poco. La richiesta dei governatori è sempre quella di una revisione del sistema dei colori con l’esclusione degli asintomatici dal conteggio dei ricoverati Covid, oltre ad uno snellimento generale delle procedure.