Se si dovesse scegliere il male più grande che affligge l’Italia difficilmente si sbaglierebbe indicandolo nel cosiddetto “lavoro povero”, categoria che però pone grossi problemi già a partire dalla sua definizione. Ad esempio se analizziamo il fenomeno con la base di calcolo utilizzata da Eurostat, dovremmo concludere che lo stato di indigenza coinvolge “solo” l’11,8% di chi ha un’occupazione. Sarebbe già grave se fosse così, ma la realtà è anche peggio: adoperando un indicatore più sensato (come vedremo) i lavoratori in povertà diventano almeno uno su quattro, il 25%.
Questo non dipende solo dai salari orari bassi, dall’inesistenza di un minimo legale, dalla proliferazione di contratti “pirata”, ma anche dalla struttura della nostra economia, sempre più schiacciata dai lavoretti, dal part time, dalla precarietà che caratterizza anche questa piccola ripresa dalla crisi pandemica.
Volendo consolarsi, si può dire che il governo, o quantomeno il ministero del Lavoro, si sta occupando della questione e prova a farlo andando oltre le distorsioni create dalle statistiche ufficiali che rischiano di sottostimarne la portata. Ancora incerti sono i provvedimenti che verranno presi: in campo ci sono cinque proposte (ve ne parliamo nell’articolo a fianco), ma ognuna – per essere approvata – dovrebbe superare gli ostacoli di una maggioranza composita e che, specie a destra ma non solo, non sempre ha mostrato grande sensibilità per i bisogni delle fasce più basse della popolazione.
Veniamo ai numeri. La scorsa settimana è stato pubblicato un report redatto da un gruppo di studiosi, economisti, giuristi e sociologi: Andrea Garnero, Silvia Ciucciovino, Romolo De Camillis, Mariella Magnani, Paolo Naticchioni, Michele Raitano, Stefani Scherer ed Emanuela Struffolino. Il loro approfondimento si concentra su come il lavoro povero è evoluto negli ultimi 15 anni: in soldoni, la situazione è peggiorata. Questo vuol dire che i lavoratori italiani ancora pagano la crisi del 2008 e la natura delle ripresine successive non ha permesso un solido recupero: il Covid, poi, ha polverizzato buona parte dei progressi.
Secondo l’Eurostat, si diceva, in Italia poco più di un lavoratore su dieci è povero. Ma l’istituto di statistica Ue considera solo quelle persone che abbiano lavorato almeno sette mesi nel corso dell’anno e si trovino in una famiglia con reddito disponibile sotto la soglia di povertà relativa. Un metodo “ibrido” che ha almeno due difetti: il primo è non considerare molti sotto-occupati, cioè chi è in attività per meno di 7 mesi; il secondo è dare per scontato che in una famiglia i redditi siano sempre equamente distribuiti, e che quindi qualsiasi individuo, benché con una retribuzione scarsa, conduca una vita agiata per il solo fatto di trovarsi in un nucleo con guadagni complessivi sufficienti. Il paradosso di questa metrica è che l’incidenza della povertà lavorativa risulta più bassa tra le donne che tra gli uomini: un risultato che è una clamorosa bugia sulla base di qualunque statistica ed è reso possibile dal fatto che molte donne guadagnano poco ma vivono coi propri mariti e compagni che hanno redditi più alti e a volte portano la ricchezza totale della famiglia sopra la soglia di povertà relativa.
Il report appena uscito allora ha, prima di tutto, inserito nel calcolo i lavoratori con meno di sette mesi. Così facendo, l’incidenza della povertà lavorativa sale già di un punto e mezzo circa, raggiungendo nel 2017 il 13,2% (in crescita rispetto al 10,3% del 2006). Questo è il dato aggregato, ma si arriva al 21,6% isolando chi è stato part time per almeno un mese. Vale la pena ricordare che questi calcoli non contemplano gli effetti della pandemia scoppiata nel 2020.
Volendo scomporre i dati si scopre che la percentuale di lavoratori poveri è al 22,1% nelle famiglie mono-reddito e scende al 7% nei nuclei con due percettori. Più chiaro, però, è il quadro che viene fuori guardando i redditi individuali, slegandoli dalle famiglie di appartenenza. Prendendo come riferimento la retribuzione lorda, la povertà interessa il 24,2% dei redditi individuali, ben più su del 19,6% registrato nel 2006. E se tra gli uomini si “ferma” al 16,5%, tra le donne schizza al 31,8%.
Queste percentuali sono in parte mitigate dall’effetto redistributivo delle misure fiscali che sostengono i guadagni più bassi: le indennità infatti fanno scendere la quota dei lavoratori poveri al 20,9% (14,1% uomini e 26,6% donne). Per chi lavora prevalentemente con part time, la povertà incide per il 60%, che diventa il 51,9% con l’effetto delle misure redistributive.
Sono molti i fattori che possono far scivolare un lavoratore nella povertà: il genere, la natura del rapporto di lavoro, il numero di ore e di mesi lavorati. Ma naturalmente è molto importante anche il settore in cui si opera. Alberghi e ristoranti guidano la classifica delle basse retribuzioni per distacco su tutti gli altri. Nel turismo, infatti, il rischio di salari scarsi è al 64,5% considerando le paghe annuali e 60,8% considerando le settimanali. Il mix micidiale di minimi bassi, altissima stagionalità delle attività, le conseguenti scarse ore lavorate (quantomeno sulla carta) contraggono notevolmente gli introiti dei lavoratori. Tenendo presente questo, acquistano un’altra luce le lamentele di questi imprenditori sulla carenza di manodopera e le loro accuse a media unificati ai sussidi o al Reddito di cittadinanza. Va meglio, ma non bene nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura: il rischio povertà considerando le paghe annuali è al 30%.
Si potrebbe pensare che le basse retribuzioni riguardino i primi anni di carriera di ogni lavoratore e che, col tempo, diminuisca l’esposizione agli stipendi miseri. Non è così: “Il 24,5% di chi è stato dipendente privato fra il 2014 e il 2018 – scrivono – ha avuto basse retribuzioni per tutti i 5 anni, mentre solo il 45,5% non è mai stato lavoratore a bassa retribuzione”, si legge nel report.
Dunque, ricapitoliamo: se ci rifacciamo all’Eurostat, in Italia il tasso di povertà lavorativa è all’11,8%, ma come detto il sistema di calcolo “ufficiale” distorce il risultato sul piano sia quantitativo sia qualitativo. Se abbandoniamo il criterio della ricchezza famigliare e ci spostiamo a quella individuale, il gruppo di studio del ministero del Lavoro stima che il rischio di avere una retribuzione lorda al di sotto della soglia di povertà relativa riguarda un lavoratore su quattro. L’effetto delle misure redistributive e fiscali lo fa diventare uno su cinque. Un altro studio condotto nell’ambito del programma “VisitInps Scholars”, già riportato dal Fatto, ha ottenuto un esito ancora più preoccupante: considerando solo i singoli salari, sotto la soglia dell’indigenza nel 2017 risultava il 32,4% della popolazione occupata contro il 26% del 1990.
Comunque la si prenda, il fenomeno mostra numeri tanto impressionanti quanto sottovalutati e questo in un Paese che sconta già un basso tasso di occupazione – al 59,1% nel terzo trimestre del 2021 – quindi di una bassa quota di popolazione che produce reddito rispetto agli altri Paesi europei. A questo si aggiunge l’alta incidenza, altrettanto sottovalutata, della cosiddetta sotto-occupazione: 4,2 milioni di occupati sono part time e in buona parte sono involontari, lavorano cioè meno di quanto vorrebbero. Come ha fatto notare la Fondazione Di Vittorio (Cgil), abbiamo un’ampia fetta di occupazione che si annida nelle mansioni manuali e non qualificate, segno che spesso – malgrado le lamentele imprenditoriali sulla bassa specializzazione – sono le aziende a non richiedere particolari qualifiche e, a volte, a utilizzare personale sovra-istruito rispetto al suo inquadramento.