Spese con la carta dell’Ugl: 9 mesi a Renata Polverini

Renata Polverini è stata condannata a Roma, in primo grado, a 9 mesi di reclusione (pena sospesa) per appropriazione indebita. L’attuale deputata di Forza Italia era a processo dal 2016, accusata di aver utilizzato a scopo personale, fra il 2013 e il 2014, una carta prepagata che veniva ricaricata mensilmente da un conto del sindacato Ugl. L’ex governatrice del Lazio e prima ancora leader nazionale nel sindacato di destra, secondo i giudici era arrivata a spendere – si legge nel campo d’imputazione – “un importo complessivo di oltre 22 mila euro (…) per impieghi di carattere strettamente personale (viaggi di diporto, borse, capi di abbigliamento e simili)”. Polverini dovrà anche risarcire per 25 mila euro la Confederazione Nazionale Ugl e per 5 mila euro la Confintesa Fp, presentatisi come parti civili.

A quanto si apprende dalle motivazioni della sentenza del Tribunale di Roma, depositata il 29 dicembre 2021, la carta che gli inquirenti ritengono fosse stata utilizzata da Polverini veniva ricaricata di 2 mila euro al mese, su disposizione dell’allora segretario Giovanni Centrella (estraneo all’inchiesta), particolare quest’ultimo “precisato e ribadito” durante il processo dall’addetta alla contabilità del sindacato. Le carte in realtà erano due: la seconda, da 3 mila euro al mese, era in uso all’ex dirigente Ugl Stefano Cetica, a processo insieme a Polverini ma assolto per insufficienza di prove: Cetica, a differenza dell’attuale deputata in quel momento ricopriva ancora un incarico all’interno del sindacato (cosa che giustificava il “rimborso spese”) e aveva effettuato numerosi prelievi in contante. Per questo motivo, scrivono i giudici, “non ci sono elementi probatori” nei suoi confronti, sebbene la sua gestione dei fondi venga definita “allegra” .

Nelle motivazioni vengono elencate alcune delle spese “personali” che, secondo i giudici, furono effettuate da Polverini a carico del sindacato. C’è ad esempio “l’acquisto di un capo di abbigliamento per euro 215 (…) presso un negozio di abbigliamento del marchio Max Mara di via Condotti”, centralissima via dello shopping capitolino, “il cui scontrino era stato abbinato (…) alla ‘scheda cliente Polverini’”. Ci sono, poi “spese voluttuarie – si legge – dal 4 luglio al 10 luglio 2013, in concomitanza della presenza” di Polverini e Cetica “a New York, ove si erano dichiaratamente recati, insieme, per un viaggio di piacere”. La carta fu utilizzata anche a Parigi a maggio e giugno 2013. Polverini ha sempre negato di aver mai utilizzato quella carta prepagata, dicendo che in realtà era in uso a Cetica. “Centrella mi disse che aveva pensato a questo sistema per rimborsare i vari responsabili del sindacato – ha spiegato a verbale l’attuale deputata, in quel momento difesa dall’avvocato Francesco Scacchi – La carta di credito (…) non era nella mia disponibilità. Mi risulta che fosse nella sede dell’Ugl (…) e a disposizione di Stefano Cetica, in quanto responsabile della struttura (…) Non posso escludere che qualcuno abbia utilizzato la carta mentre si trovava in mia compagnia in qualche negozio. Escludo di averla utilizzata io (…)”. E ancora: “Quello che sapevo era che Cetica utilizzava quella carta per rimborsare anche alcune mie attività a sostegno del sindacato”. Anche Cetica ha confermato la versione di Polverini, sostenendo di aver utilizzato entrambe le carte.

Il giudice, tuttavia, non ha creduto a questa versioni. Nella sentenza di parla di “stringate e bizzarre dichiarazioni” da parte di Polverini e di un Cetica che “cerca maldestramente di immolare sé stesso in difesa della Polverini (…) con una protervia che ha più volte sfiorato l’autocalunnia”. Contattata da Il Fatto, l’avvocata Irma Conti, che ha ereditato la difesa di Polverini dal collega Scacchi, annuncia di aver già preparato un ricorso in appello di oltre 50 pagine “evidenziando – dice la legale – le prove che non sono state correttamente valutate dal giudice di primo grado. Basti pensare come vi sia la prova in atti che una spesa fatta in farmacia è addirittura riconducibile ad un codice fiscale non della Polverini. Ovviamente Cetica ha prodotto tutte le ricevute delle spese fatte per l’attività sindacale e per l’intero importo attribuito a Polverini”.

“Io, peone per finta: oggi voto, ma l’unico obiettivo è il 2023”

Il Grande Elettore è il nuovo milite ignoto del Palazzo. E’ il fante mandato a morire sulla montagna, il corpo dietro al quale il potere si mimetizza e si accorda. Il Grande Elettore non ricopre nessun ruolo nella partita del Quirinale. Politicamente non esiste.
E qui ne avrete prova*.

Avevo immaginato che il mio prestigio dopo l’elezione a Montecitorio sarebbe aumentato. Tra gli amici, i familiari, i clienti del mio studio avere un onorevole col quale passeggiare non è cosa di tutti i giorni. Invece mi sono subito ricreduto: questo Palazzo è divenuto il luogo della massima, perenne e definitiva mortificazione.

Lei si sente peone dentro.

Ero un avido lettore di giornali e, prima di accettare la candidatura ed essere essere eletto, non tralasciavo neanche la più minuta delle cronache parlamentari. Avevo idea che i peones fossero i deputati semplici che pagavano la loro inesperienze. Ora invece posso dire che il peone resta peone anche in famiglia, anche con gli amici.

Peone per sempre?

Sì, c’è una sorta di somatizzazione, come se gli altri capissero che tu non contavi niente prima e neppure adesso. Non conti a Montecitorio e nemmeno nel tuo condominio. Magari sarà una suggestione, il complesso di chi sente ogni alito, ma trovo solo occhi che mi squadrano. In definitiva posso dire che è stata un’esperienza un po’ scioccante? Sembro pazzo, non faccio una buona impressione.

Appare in preda a una severa depressione.

Perché volente o no gli amici chiedono sempre un aiuto, un’indicazione. Son cose che si fanno, che sembrano scontate. La vita è fatta di queste cose: il concorso, l’appalto, la cognata che deve operarsi, il posto in ospedale. Tante cosucce, che so… Quando capiscono che non sei in grado di aprire neanche le porticine, allora è finita. Ti senti peone dentro.

Oggi lei voterà il nuovo presidente della Repubblica.

È la giornata più brutta in assoluto. Come sa, adesso sono iscritto al gruppo Misto. Spero che questo incubo finisca presto. Fosse per me già oggi con la prima votazione.

In effetti il Misto è il gruppo dei sospesi, la nuvoletta di coloro che stanno tra la terra e il cielo.

Siamo con un piede dentro e uno già fuori. Non vogliamo essere dimenticati dal potere. È il luogo della supplica.

Voterete chiunque vi dia garanzie che la legislatura non termina qui.

Noi siamo consapevoli che l’esperienza politica si è compiuta. Ma uscirne con ordine, con un po’ di tranquillità non è una richiesta del tutto campata in aria.

Avreste votato anche Berlusconi pur di non andare a casa.

Ho ricevuto anch’io la sua telefonata. Devo dire che sono stato felicemente sorpreso. Poi però dobbiamo capire.

Lei ha delle urgenze.

Tutti abbiamo urgenze. Le dico solo questo: prima di essere eletto fatturavo col mio studio 50 mila euro all’anno. Non avevo un euro di debiti. Adesso col triplo dell’entrate ho aperto un fido in banca dal quale non riesco più a sottrarmi.

Ha comprato almeno casa qui a Roma?

Sì, e mia moglie non vorrebbe tornarsene in provincia. Ma come si fa. Non comprende che il tenore di vita non può essere mantenuto e in tutta sincerità neppure questa casa.

Lei non ha proprio speranze di restare in Parlamento?

Nessuna.

Quindi il voto per il presidente della Repubblica è l’ultima carta da spendere.

Si concluda regolarmente la legislatura. Noi siamo contenti anche così.

Lei è un Grande Elettore.

Non l’ha capito che non sono nessuno? Che non conto niente? Anzi, che non esisto? Il presidente della Repubblica viene scelto ed eletto da sei persone, non di più. Gli altri guardano. Il Parlamento si fa Ornamento. È tutta una finta.

*Andrea Di Consoli, scrittore e critico letterario, è nato in quel Sud che esprime molti dei parlamentari oggi chiamati alla prova del Quirinale. Ha raccolto le ambizioni e le frustrazioni di molti di essi e in questo colloquio le ha liberamente e fantasticamente interpretate.

L’ultima ideona: l’appello della sinistra per la destra

Caro direttore, il padre dell’operaismo Mario Tronti mi ha quasi convinto. Sulle pagine del Riformista e del Foglio ragiona da mesi con Bersani, Bassolino e D’Alema di come compattare “La sinistra per Draghi”, il quale dovrebbe sì andare al Quirinale ma anche restare a Palazzo Chigi: seguendo l’esempio di Tronti, Bassolino, Bersani e D’Alema che stanno sì a sinistra ma anche al governo con Salvini e Berlusconi.

Non condivido però l’approccio riformista. “La sinistra per Draghi” è una formula che può dare adito a interpretazioni ambigue in tempi che richiedono scelte chiare e nette. È il momento di lanciare l’operazione “La sinistra per la destra”. Come gli elettori sanno, non si tratta di una trovata estemporanea. Da anni la sinistra lavora e per e con la destra fingendo però di trovarsi lì per caso, spinta ora dalla crisi finanziaria, ora dalla pandemia, ora dalla minaccia che se non governi con Salvini e Berlusconi che governano con Giorgia Meloni arriva al governo la destra. Pd, Forza Italia e Lega hanno inserito il pareggio di Bilancio in Costituzione; Bersani e Berlusconi hanno votato insieme la Legge Fornero.

Ma questa è solo una parte del lavoro fatto dalla sinistra per la destra: il più facile. In tutti questi anni, gli esponenti della sinistra oggi “Per Draghi” si sono prodigati, con grande spirito di unità e fair play, a governare per conto della destra anche quando la destra era all’opposizione. Nella fase in cui le piazze accecate dal populismo tenevano Fini, Bossi e Berlusconi e i loro eredi Meloni, Salvini e Berlusconi lontani dal governo, è stato Bersani a privatizzare i servizi pubblici, D’Alema a bombardare la Serbia, Renzi a cancellare l’articolo 18. L’elenco delle riforme di destra fatte dalla sinistra è così lungo che per rendere giustizia dovremmo scriverne volumi rilegati in pelle di stagista morto in alternanza scuola lavoro, di disoccupato schiantato di freddo, di malato defunto per assenza di posti letto. Non intendo in questa sede entrare nel dettaglio di ogni favore ai costruttori e alle lobby farmaceutiche, di ogni accordo con i dittatori, di ogni finanziamento dato a pioggia alle imprese che inquinano e delocalizzano e alle scuole private, di ogni taglio alla sanità e al trasposto pubblico in favore delle cliniche e delle auto ibride, di ogni aumento delle spese militari, di ogni riforma fiscale che ha tolto ai poveri per dare ai ricchi facendo triplicare i primi e la ricchezza dei secondi. Non è elegante stabilire se abbia fatto più cose di destra la destra o la sinistra, rivendicando un inutile primato. Meglio lavorare insieme con lealtà come si sta facendo da vent’anni, nell’attesa che al termine di questa fase che lo stesso Tronti definisce di transizione si ristabilisca il regolare bipolarismo dell’alternanza, rappresentativo delle diverse sensibilità che attraversano il paese: da una parte gli eletti e dall’altra gli elettori.

Oltre che di Giuliano Ferrara, l’appello alla Sinistra per la Destra ha già collezionato le adesioni del mondo dell’imprenditoria che vanno da Briatore a Bill Gates e illustri esponenti della politica internazionale da Blair a Clinton, da Merkel a Macron. Fino a Bin Salman, impressionato dai risultati ottenuti in Italia dalla sinistra per la destra (uno su tutti: i 3 Italiani più ricchi possiedono più dell’insieme dei 6 milioni più poveri. l’Italia è il solo pese dove i lavoratori guadagnano meno di 20 anni fa e dove, per andare a lavorare, è obbligatorio il green pass ma non il salario minimo legale. In sei milioni guadagnano meno di 12 mila euro lordi l’anno. Avanti così e il reddito di cittadinanza bisognerà darlo a chi ha un lavoro). Il sultano è così colpito che starebbe pensando di provarla anche lui questa democrazia parlamentare. Non lo fa solo per non mancare di rispetto al suo grande amico senatore che sogna di abolire il Senato.

Il Salvini “liberato”: diktat anti-Draghi e stoppa pure Casini

Il corpo del capo nascosto per giorni. Quasi un fantasma che sabato aleggiava tra le chat e le riunioni su zoom del centrodestra (Licia Ronzulli si collegava da “ipad di Silvio”). Poi il leader azzurro ieri mattina è ricomparso sotto forma di indiscrezione fatta trapelare alle agenzie: “Silvio Berlusconi è ricoverato da questa mattina al San Raffaele di Milano per controlli di routine”. E per tutta la giornata è stato un via vai di familiari e amici che sono andati a trovare il leader di Forza Italia all’ospedale: a partire da quel Marcello Dell’Utri che aveva creduto molto nella sua candidatura, passando per i figli Marina e Luigi. Non è stato Berlusconi a gestire il ritiro della sua corsa al Quirinale, lasciato a un messaggio solenne letto dalla fedelissima Ronzulli. Secondo alcune versioni era ricoverato da giovedì ed era stato assente alle riunioni con lo stato maggiore di FI sia venerdì che sabato (il medico Alberto Zangrillo però smentisce), secondo altre era stato al San Raffaele venerdì e ieri ma sabato era presente ad Arcore.

Un mistero sul corpo del capo che finisce per coinvolgere anche Forza Italia. Sotto choc per un ritiro così strano. E per una gestione del partito che, senza Berlusconi, ormai è tutta in mano all’ala “filo leghista” guidata da Ronzulli e Tajani, a cui si contrappone la componente governista di Gianni Letta e dei tre ministri Mariastella Gelmini, Mara Carfagna e Renato Brunetta che guidano un gruppo di 30 parlamentari e che accusano Ronzillu&co. di aver “spinto troppo oltre” la candidatura di Berlusconi fino a causarne i problemi di salute. Anche perché, fin dall’inizio, sono stati proprio Letta senior, insieme al nipote Enrico, e i ministri azzurri a spingere per l’elezione di Draghi al Colle. Nelle ultime ore, ad attestarsi sulla linea pro-Draghi è arrivato anche Confalonieri. Tant’è che, nonostante il veto esposto nel messaggio di ritiro (“Draghi deve rimanere premier”), da Palazzo Chigi ieri interpretavano il ritiro di Berlusconi come un rafforzamento della candidatura di Draghi e non il contrario.

Intanto però il “no” alla candidatura di Draghi è arrivato anche da Matteo Salvini: “Spostare Draghi da Palazzo Chigi sarebbe pericoloso” ha detto dopo aver riunito i capigruppo, i governatori e i delegati regionali provocando la stizza dei parlamentari che saranno convocati solo martedì con la scusa che “non c’è una sala abbastanza grande”. Ma Salvini ieri ha anche stoppato anche Pier Ferdinando Casini: “Non farò il suo nome – ha detto – non è una proposta di centrodestra”. Una frase sibillina che un esponente di peso del Carroccio legge così: “Salvini ha detto che Casini non sarà nella prima rosa del centrodestra, ma ci si potrà arrivare dopo”. Ipotesi a cui sta lavorando anche Matteo Renzi che sta premendo sull’altro Matteo per arrivare al senatore centrista dalla quarta chiama. Intanto ieri Salvini ha telefonato a Berlusconi e Giorgia Meloni e insieme a loro ha deciso che oggi incontrerà Enrico Letta e presenterà una lista di nomi da proporre ai giallorosa. Ieri sera ne facevano parte quattro candidati: Maria Elisabetta Alberti Casellati, Marcello Pera, Letizia Moratti e l’ex pm Carlo Nordio (fatto aggiungere da FdI). Meloni vorrebbe anche inserire Giulio Tremonti mentre più staccato è Franco Frattini su cui c’è il veto di Berlusconi. Tutti nomi che, con ogni probabilità, saranno respinti al mittente. Oggi (e forse anche domani) il centrodestra voterà scheda bianca. Poi si aprirà un’altra partita. E il segretario demcercherà di portare Salvini su Draghi o Mattarella.

Quirinale, debutto in bianco. 5S e Pd puntano su Riccardi

Oggi la prima tornata di voti dovrebbe essere a salve, cioè con schede bianche da sinistra come da destra: la via per non scoprire le carte e per controllare quanti nei gruppi parlamentari hanno voglia di andare per conto proprio. Ma nella partita del Quirinale che inizia questo pomeriggio alle 15, già si fanno largo due candidati. Il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, già ministro del governo Monti, è il nome dei giallorosa, “benedetto” ufficialmente ieri da Giuseppe Conte – che lo ha fortemente voluto – e da Enrico Letta. “Una figura che non va bruciato nelle prime chiame” spiega in serata il leader del M5S. Mentre il centrodestra potrebbe partire con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, classica candidata di bandiera (sgradita a Berlusconi).

La certezza, è che si farà sul serio dalla quarta chiama in poi, quando per eleggere il prossimo presidente della Repubblica non serviranno più i due terzi dei grandi elettori. È da quel momento che si potrà verificare anche quanto sia concreta l’ipotesi di Pierferdinando Casini, l’uomo per tutte le stagioni a cui il Pd pensa come alternativa a Mario Draghi, anche per tutelare gli alleati grillini (che però ostentano crescente freddezza verso l’ex presidente della Camera). Altrimenti, in gioco tornerebbe Draghi: pronto a superare i timori incrociati sulla tenuta del governo e il no, tuttora non trattabile, di Conte e gran parte del M5S. “Il premier è un’ipotesi sul tavolo, di lui parlerò domani (oggi, ndr) con Matteo Salvini” conferma Letta a Che tempo che fa. Ma il segretario dem riapre volentieri al bis di Sergio Mattarella, “la soluzione perfetta per noi”, altra opzione di cui parlerà con il capo della Lega. Ottima notizia anche per Conte e i 5Stelle, che in Mattarella troverebbero l’unico nome su cui confluire compatti. Sotto traccia però si lavora anche su altre figure. Come Elisabetta Belloni, su cui il presidente del Movimento ha trovato larghi consensi nel centrodestra, ma a cui molti dem sono contrari.

Nell’attesa, ecco Riccardi, “che non è un candidato di bandiera, ma il mio candidato ideale” giura Letta uscendo dalla Camera dopo l’assemblea del Pd. Conte lo avrebbe suggerito, spiegano fonti a 5Stelle, anche per dare un segnale di buona volontà al Vaticano, perché di questi tempi non si sa mai. Spera che, votazione dopo votazione, possa raggranellare voti anche tra i centristi. E pazienza se il portavoce del Partito Gay, Fabrizio Marrazzo, obietta: “Siamo perplessi, da presidente di Scelta Civica Riccardi si schierò contro i matrimoni Lgbt”. Un passato che ha provocato qualche mal di pancia – represso – anche nel M5S. Ma nell’assemblea serale con i grandi elettori dei 5Stelle, Conte parte proprio da Riccardi: “L’ho proposto io, ma non è un candidato di bandiera. Non poniamo veti, ma vogliamo tenere alta l’asticella delle proposte”. Per poi precisare: “A differenza di Pd e Leu, non abbiamo remore a considerare una candidatura che venga dal centrodestra”. Il presidente del M5S, confermano, si tiene aperta ogni strada. E punta obbligatoriamente su Matteo Salvini per trovare un nome alternativo a Draghi. Tanto che ieri l’avvocato e il leghista si sono risentiti. Salvini ieri è tornato a bocciare Draghi: “Pericoloso toglierlo da Palazzo Chigi”. Ma il leghista ostenta freddezza anche rispetto a Casini.

A giocare di sponda con lui è Matteo Renzi, che spinge perché il capo del Carroccio converga su Casini. E che a Mezz’ora in più declama: “La candidatura di Draghi può stare in piedi solo con un elemento politico. Al Quirinale ci vai soltanto con un’iniziativa politica”. E il riferimento è alla trattativa sotto traccia tra il premier e i partiti, con ministeri promessi a diversi leader in caso di nuovo governo.

Ma mi faccia il piacere

Vergogna l’è morta. “Quanto costa curare un No Vax. Solo in Piemonte il conto dei ricoveri in rianimazione arriva a quasi 500 mila euro al giorno” (Stampa, 20.1). Vergognarsi mai, eh?

Gli oracoli di Delfi. “L’operazione Scoiattolo è finita, ora il Cavaliere indichi lui Mario Draghi” (Vittorio Sgarbi, deputato FI, 20.1). “Berlusconi, voci di un passo indietro, con indicazione per Draghi” (Francesco Verderami, Corriere della sera, 21.1). “Il Cav. punta su Draghi” (Claudia Fusani, Riformista, 21.1). A questi Nostradamus gli fa una pippa.

Adotta un nonno. “O sul Colle o a Palazzo Chigi, l’Italia non può rinunciare a Draghi” (Mario Ajello, Messaggero, 21.1). “I rischi di non avere Draghi né al Quirinale né a Palazzo Chigi” (rag. Cerasa, Foglio, 18.1). “Attenti a non sprecare Draghi” (Lilli Gruber, Sette-Corriere, 21.1). “Draghi va tutelato: non averlo al Colle né al governo sarebbe una rovina” (Andrea Romano, deputato Pd, Riformista, 21.1). “Per i mercati Draghi deve restare da qualche parte” (Libero, 23.1). Ma infatti: c’è sempre l’Abi, o la Federcaccia.

Suicidio assistito. “Tandem Letta-Di Maio in pressing su Conte: il nome giusto è Draghi” (manifesto, 20.1). Come alternativa alla classica clinica svizzera.

Autopressing. “Csm, Cartabia in pressing: ‘Riforme non più rinviabili’” (Stampa, 22.1). La riforma del Csm fu varata da Bonafede e licenziata in Consiglio dei ministri dal Conte 2 nell’agosto 2020. Ora, dopo che ci ha messo le mani la Cartabia, è di nuovo bloccata da sei mesi dal governo Draghi: infatti la Cartabia ce l’ha con noi.

Muri. “Ministra Cartabia, sul carcere ora rompa quel muro di gomma” (Dubbio, 15.1). Purchè non rompa quelli di cemento armato.

Mani.“Mattarella e Cartabia bandiera bianca: la giustizia resta in mano ai pm” (Piero Sansonetti, Riformista, 20.1). Per darla in mano agli imputati bisogna attendere la prossima riforma.

Senti chi parla/1. “Archivio Genchi, Berlusconi: ‘Intercettazioni, presto ci sarà un’enorme scandalo’” (Giornale, 25.1.2009). “Si sgonfia la bufala dell’‘archivio Genchi’” (Giornale, 18.1.2022). Indovinate chi l’aveva fabbricata.

Senti chi parla/2. “Grave la sfiducia a giallorossa a Fuortes. I 5Stelle quale idea hanno mai avuto della televisione pubblica?” (Claudio Petruccioli, Pd, ex presidente Rai, Riformista, 18.1). Lui invece un’idea ce l’aveva: quella di Mediaset.

Facce da Mef. “Il cashback contro l’evasione è stato uno spreco di soldi, dice il Mef” (Foglio, 18.1). Infatti, contro l’evasione fiscale, il Mef ha fatto un bel condono fiscale.

Segretissimo. “Renzi pensa a Gentiloni. È la sua carta segreta” (Libero, 17.1). Talmente segreta che la sa persino Libero.

Chi è Stato. “Andreotti grande statista, ma dello Stato Vaticano” (Corriere della sera, 18.1). Capitale: Palermo.

Libertà di lingua. “Cesara Buonamici: ‘Mi volevano Rai e La7. Ma la libertà è al Tg5’. Pier Silvio: ‘Credibili dal ’92’” (Libero, 13.1). Siccome non glielo dice nessuno, se lo dicono da soli.

Raggieri. “Gualtieri: ‘Alla Capitale arrivano pochi fondi’” (Repubblica, 21.1). Sembra di sentire la Raggi quando chiedeva i fondi a Gualtieri.

La quinta Evangelista. “Doppia morale da M5S sulle questioni giudiziarie. Non potevo più restare” (Elvira Evangelista, senatrice eletta con i 5Stelle e passata a Italia Viva, Messaggero, 21.1). Molto meglio l’unica morale renziana.

Reato grillino. “Grillo vittima del grillismo. Sotto inchiesta per traffico d’influenze, il reato ‘preferito’ dal M5S” (Giornale, 19.1), “La nemesi di Beppe: nei guai per il reato più amato dai grillini” (Dubbio, 19.1). “Grillo indagato per traffico d’influenze, il reato che al M5S piace tanto condannare” (Foglio, 19.1). “L’accusa: traffico d’influenze. Il reato grillino colpisce Grillo” (Aldo Torchiaro, Riformista, 19.1). Talmente grillino che ce l’ha tutta Europa e in Italia lo portò il governo Monti con la legge Severino, quando i grillini non erano neppure in Parlamento.

Chi può e chi no. “Ucraina, aperto il primo fronte: gli Usa contro le fake news russe” (Stampa, 21.1). In attesa che qualcuno apra il secondo fronte contro le fake news americane.

Il consulente incompreso. “In otto giorni fuori dalla pandemia se facciamo il test a tutti” (Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, Repubblica, 21.1). È un peccato che nessuno gli dia mai retta, sennò il Covid manco arrivava.

Il titolo della settimana/1. “Camici: Fontana verso l’archiviazione. Respinte dalla Svizzera le rogatorie italiane. Sbugiardato Travaglio” (Libero, 23.1). Uahahahahah.

Il titolo della settimana/2. “Conte untore Covid in Europa” (Giornale, 22.1). “Il virus si è diffuso in tutto il mondo a causa dei ritardi del governo Conte” (Franco Battaglia, Verità, 23.1). In Europa, in tutto il mondo, ma soprattutto nella galassia.

Bradley Cooper porta sul set il “Maestro” Leo Bernstein

Sydney Sibilia dirigerà nei prossimi mesi La straordinaria scoperta, un film da lui sceneggiato prodotto da Groenlandia e Rai Cinema con il sostegno di Film Commission Regione Campania. Racconterà l’ascesa e la caduta dell’impero del dj di Forcella Enrico Frattasio e delle sue cassette di compilation piratate Mixed by Erry che hanno segnato i giovani degli anni Novanta. Un successo partito dalle bancarelle partenopee e arrivato fino a Hong Kong, Singapore e Bulgaria.

A quattro anni dal successo planetario di È nata una stella, Bradley Cooper sta per per dirigere Maestro, un biopic per Netflix incentrato sul celebre compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein di cui sarà anche interprete insieme a Carey Mulligan e Jeremy Strong, dopo aver scritto la sceneggiatura con Josh Singer. Coproduttore con la sua Amblin Entertainment sarà Steven Spielberg che era intenzionato in un primo tempo a occuparsi anche della regia, per poi lasciarla volentieri a Cooper dopo averne apprezzato il talento autoriale nel film d’esordio.

Lo spettacolo teatrale di Emma Dante Misericordia sarà alla base del terzo lungometraggio della regista palermitana prodotto da Rosamont con il contributo del ministero della Cultura. Per presentare la storia di Anna, Nuzza e Bettina – che lavorano a maglia di giorno e si vendono la notte – e del povero orfano menomato che vive con loro l’autrice ha dichiarato: “Esistono mondi in cui le donne se vogliono sopravvivere sono condannate a lottare, a combattere con ogni possibile risorsa per emergere dal degrado e dallo squallore in cui la società pare averle relegate”.

Aldo, Giovanni e Giacomo torneranno sul set in primavera per interpretare Il più bel giorno della nostra vita, una commedia diretta da Massimo Venier e prodotta da Agidi con Medusa.

Lettera alla figlia trans di un’autrice misteriosa: “La natura ti ama, fregatene della politica”

“Avere te ha cambiato la nostra famiglia. Le storie che dicono chi siamo dipendono dalla tua” confessa Carolyn Hays alla figlia quattordicenne nel suo Una storia d’amore. Lettera a mia figlia transgender, in libreria da mercoledì per Add.

Nomi e luoghi sono adulterati ma il racconto è autentico, firmato da un’autrice di fama internazionale che si nasconde dietro un nom de plume. Arduo rintracciarne l’identikit ma certo queste pagine civettano con la prosa da “cronista dei sentimenti” di una Anne Tyler. La madre che si ostina a dimostrare che “la natura ama la diversità” è una docente universitaria costretta a misurarsi – insieme al marito e agli altri suoi tre figli – con un quarto bambino, nato nella primavera del 2007, che a tre anni si sente “una femmina”. Un trauma imprevisto, che manda in crisi una coppia di genitori liberal: “In quel momento conoscevamo solo te, anche se la cosa più potente di tutte era che tu conoscevi te stessa”.

L’intera famiglia realizza che non si trova banalmente davanti a “un maschietto cui piacciono cose da femmina”. La madre fa i conti con l’identità di genere, setaccia libri e siti web. Rivolta alla figlia ormai cresciuta, la mette in guardia: “Il corpo dei transgender è parte dei discorsi pubblici, c’è chi crederà che il tuo corpo appartenga al pubblico, quindi anche a loro. Si crederanno arbitri del fatto che la tua esistenza sia reale o meno”.

“Che cos’è un disturbo che non rappresenta un problema quando sei a casa con le persone che ami”, si domanda, “ma che lo diventa quando esci e ti immergi nella società?”. Una società che registra un tasso di violenza contro i trans da essere considerata alla stregua di un’epidemia. Una società che spinge i trans a togliersi la vita con statistiche allarmanti di suicidi e tentati suicidi. Un clima di ignoranza che costringe questa madre indefessa a subire la peggiore delle umiliazioni. Un giorno bussa alla porta di casa, sollecitato da una denuncia anonima, un funzionario del Dipartimento per l’infanzia. Il rischio, fortunatamente scongiurato, di perdere la potestà genitoriale costringe la famiglia a lasciare il Sud, a cercare nel New England una possibile oasi di salvezza dove nessun rigurgito di intolleranza possa ridurre la figlia a “una ragazza con il pene”. Ce n’è anche per la sordità della Chiesa cattolica con un interrogativo provocatorio: “E lo Spirito Santo? È maschio o femmina? Può uno spirito avere un genere?”.

La strada è tutta in salita: “Genere e bellezza sono costruzioni sociali. Ma sono anche verità interiori. Appartengono a noi”. Una perorazione appassionata di una donna che scende in trincea con la figlia transgender e che la esorta a non farsi mai “disumanizzare”.

Amalric guarda al “Sol dell’avvenire” con Moretti

Il francese Mathieu Amalric sta imparando l’italiano. Non per presentare al Nuovo Sacher il prossimo 4 febbraio la sua sesta, bellissima regia, Stringimi forte, ma perché sarà il protagonista del nuovo film del padrone di casa, Nanni Moretti. Prove costume in quei giorni, il primo ciak il 21 marzo, tre mesi di riprese, titolo confermato: Il sol dell’avvenire.

“Nanni è la ragione per cui faccio questo lavoro”, dice Amalric dalla Bretagna, e per spiegare quale sia ricorre all’atletica, metafora di “velocità e resistenza”, e alla musica, complice la compagna, il soprano e direttore d’orchestra canadese Barbara Hannigan: “Mi ha fatto conoscere Ligeti, e sopra tutto l’importanza delle prove”. Davanti e dietro la macchina da presa ci è arrivato dal basso, “dall’attrezzista all’aiuto, ho fatto di tutto”, sulla scorta del battesimo di Otar Ioseliani, per la spinta costante di Arnaud Desplechin, e senza studi: “Per questo ho dovuto imparare”.

Sdoganato da Lo scafandro e la farfalla, nemesi di 007 in Quantum of Solace, volto e anima di tanto cinema d’autore d’Oltralpe, per Serre-moi fort, dal 3 febbraio in sala con Movies Inspired, ha preso un testo di Claudine Galea, Je reviens de loin, e ci ha “pianto sopra, a lungo, tra i boschi”, intorno a una storia d’abbandono, che ha tradotto, “per musica e gesti, in un film di fantasmi”.

A evocargli la Gelassenheit di Heidegger si compiace, ma il livre de chevet è L’uomo senza qualità, da cui ha mutuato il nome, Clarisse, della protagonista incarnata da Vicky Krieps: “Gliel’ho messo in borsa, il mio adorato Musil, doveva risuonare”. L’attrice lussemburghese classe 1983 l’ha scoperta, come tutti, ne Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, poi l’ha visualizzata già al terzo giorno di scrittura di Serre-moi fort: “All’epifania sullo schermo di Anderson, era come se la conoscessi da sempre. Ci siamo intesi senza parole, sul set ci chiamavano gemelli”. Tocca a Krieps l’elaborazione di una separazione lancinante – “È il delirium quando ti lasci, ti trovi a riscrivere non solo il futuro, ma il passato” – che però non prevedeva “una mater dolorosa: volevo lo humour, volevo il gioco, come nelle carte”. Clarisse lascia casa all’alba, poggia un ultimo sguardo sui bambini e il marito dormienti, e parte, per il mare, per le nevi, e di testa, senza che “il film – ho intimato al direttore della fotografia Christophe Beaucarne – segni una distanza tra realtà e immaginazione”.

Moretti non sarà il primo regista italiano della sua filmografia – c’era stata Valeria Bruni Tedeschi nel 2007 con Actrices – né lui è il primo protagonista francese di Nanni – c’era stato il compianto Michel Piccoli di Habemus Papam (2011). Moretti, ha confessato Amalric, è stato fondamentale per la sua adolescenza, Bianca una folgorazione. De Il sol dell’avvenire si dichiara “felicissimo”, e fornisce le generalità: “Commedia, ma alla Moretti, dunque partecipata dalla disillusione”. L’identità è per differenza: “Non La camera del figlio – intende ovviamente la Palma d’Oro del 2001 La stanza del figlio, ndr – né – e pare di sentire un sospiro di sollievo, ndr – Tre piani, piuttosto Sogni d’oro”. Gran bella notizia, anzi, due: quell’ascendente morettiano e questo interprete, Mathieu Amalric.

Io, da 40 anni (il) vedovo…

L’impareggiabile “puttana dell’Adelina” compie quarant’anni. Da quarant’anni il suo vedovo (“Che bel vedovo”) viene fermato dai cultori di Amici miei atto II: “Mi recitano l’intera scena a memoria, con le battute perfette, i tempi giusti, i cambi di tono”. Le dispiace? “No, anzi, ma è incredibile, perché parliamo di un’unica posa e di molto tempo fa”.

Sono due minuti e quarantatré secondi di essenza della commedia all’italiana, “dove c’è ferocia, ironia, violenza, infantilismo, goliardia”. C’è tutto. E soprattutto c’è Alessandro Haber “vedovo” abbordato, tra la tomba e le lacrime, da Adolfo Celi, il Sassaroli, mentre finge di essere l’amante della povera Adelina. E solo per uno scherzo.

Haber ci pensa e ride. Ride e parla alla Haber, con la voce roca, vissuta, impastata, le vocali accartocciate alle consonanti, il tono a volte molto alto, in altre seduttivo e complice, nonostante sia su un letto d’ospedale per una recente operazione alla schiena (“Sto bene, tra poco esco e sono pronto per il prossimo spettacolo teatrale”).

Come è arrivato a quel ruolo?

Partiamo dal primo provino con Monicelli: era il 1972 e tentavo di entrare nel cast di Vogliamo i colonnelli; (sorride) negli anni successivi Mario ha sempre negato quella circostanza comune, troppo permalosetto: quella mia performance l’aveva presa come un affronto, una sfida…

Cosa aveva combinato?

Credevo e credo di essere stato geniale: alla fine i suoi assistenti mi sorridevano e capivano che quel ragazzo di 24 anni si era inerpicato in una trovata impensabile.

Va bene, ma cosa?

Il provino consisteva nel prendere una cornetta in mano e improvvisare una telefonata; (cambia tono) rispetto alle telefonate improvvisate, già allora mi reputavo il numero uno, in grado di passare dal pianto al riso, dal comico al drammatico, dal patetico all’incazzato, gioia, dolore; (pausa) e invece quel giorno portai la mano all’orecchio, attesi qualche secondo, poi guardai Monicelli e con i tempi giusti dissi: “È occupato”. E me ne andai con la speranza che qualcuno mi fermasse per offrirmi la parte.

Invece…

Niente; dieci anni dopo portai a teatro Segreteria telefonica, Monicelli venne, alla fine andammo a cena e nacque un’amicizia; (pausa) diventare amico di uno come Mario è stata una fortuna incredibile, una meraviglia, un po’ come è successo con Nanni Loy…

L’amicizia non è secondaria.

Nel nostro mondo è facile reputarsi amici, tutti ci credono, ma quasi sempre i rapporti durano il tempo di un set: sono rari quelli che sopravvivono al post-ciak; sono poche le persone che uno può chiamare alle tre di notte se ha un problema.

Oggi, chi?

Giovanni Veronesi, Pietro Valsecchi, Alessandro Capitani, Nicola Guaglianone, Rodolfo Laganà, Giuliana De Sio; (pausa) aggiungo Massimo Ghini e Antonio Catania.


Amici miei
.

Davanti avevo quattro mostri di attori, non uno.

Eppure.

Monicelli girava lasciando una certa libertà: ti metteva sulla scena, dentro l’inquadratura, ti dava i parametri e poi stava anche al tuo estro; in realtà la mia parte è quasi solo con Adolfo Celi, per uno degli scherzi più atroci mai immaginati; (pausa) secondo Tognazzi il secondo capitolo era il meno forte dei tre, il più acquoso, ma amava la scena dell’Adelina.

Quindi è quasi del tutto improvvisata…

Più o meno sì.

Lei 35enne insieme a quei quattro mostri.

Un po’ emozionato, però non mi sentivo meno di loro, non ero suggestionato.

Tognazzi per lei…

Pupi Avati mi ha paragonato a lui.

Sì, sul Fatto

(Ride) E allora che cacchio vuole?

Ugo Tognazzi.

Era incontenibile, una primadonna assoluta, un uomo affetto da un egocentrismo sano portato all’eccesso. Uno generoso. Disponibile. Uno che non si risparmiava.

Gastone Moschin.

È il primo attore che ho bloccato (Haber è celeberrimo per i suoi placcaggi di colleghi e registi. Spesso si è appostato per ottenere una parte); eravamo a Verona, credo di avergli detto: “Diventerò come lei” e dentro di me pensavo “forse pure meglio”.

Molto timido.

Ho una forma di pudore, non di timidezza; comunque Moschin era il più silenzioso del gruppo, riflessivo, un filosofo, ma quando parlava dimostrava un’intelligenza particolare.

Renzo Montagnani.

Sentiva di essere un po’ meno degli altri: era un attore fantastico, ma recitò in film di basso livello per guadagnare e mantenere un figlio con problemi seri, e questo lo ha sminuito come professionista; (abbassa la voce) dentro provava una certa invidia per i colleghi un po’ sopra di lui.

Adolfo Celi.

Il più fuori di tutti, un avventuriero; sotto certi aspetti era il più coraggioso, incuriosito da altri mondi e realtà, ma come attore era quello con meno sfaccettature, meno colori dentro i suoi personaggi. Meno eclettico.

Insomma, la sua è stata giusto una posa.

Sono arrivato la sera, il giorno dopo abbiamo girato e me ne sono andato; (sorride) con Moschin avevo in comune il camerino.

Cioè?

Di solito gli attori piazzano nel camerino una tovaglietta, un amuleto, una fotografia, lo specchio e altre cavolate. Le attrici pure peggio. Io un cazzo, a volte neanche una saponetta.

Una bottiglia di vino?

Nella vita privata ho fatto di tutto e di più, ma sul lavoro no, mi ubriaco di palco… (pausa. Un rumore di accendino. Poi le sue parole diventano più difficili da comprendere) Ho acceso una sigaretta…

Fuma in ospedale?

Io sì.

In ospedale?

Apro la finestra, pago e non mi devono rompere il cazzo!

È Haber…

Lo so, ho un carattere non facile, però non ho mai tradito nessuno, nessun atto malvagio o di vendetta.

Piuttosto…

Divorato dalla passione: all’inizio suscitavo timore, magari venivo preceduto dalla frase “oh, arriva Haber”, poi mi hanno accettato.

Nella sua biografia, scritta con Mirko Capozzoli, sostiene che voleva essere selvaggio come Brando.

Che meraviglia. Durante le riprese di Sotto il segno dello scorpione, Lucia Bosè mi parlò di lui. Erano anni che cercavo qualcuno che l’avesse conosciuto e lei fu la prima. Mi raccontò di averlo incontrato a Roma nella villa di Visconti. Una mattina Lucia entrò in salotto per la colazione e trovò Brando seduto per terra, appoggiato allo schienale del divano. Era vestito in blue jeans con una t-shirt bianca aderente. Era bello da togliere il fiato. Lui restò in silenzio ma le lanciò subito un’occhiata carica di mistero, sensualità ed erotismo. Poi a tavola Brando domandò ad alta voce se la ragazza fosse ancora vergine. L’emozione fu così tanta che le cadde la forchetta di mano e forse, mi disse, ebbe un orgasmo.


Parla spesso di donne, sesso e tradimenti.

Non mi sono risparmiato.

Giusto alla De Sio è stato fedele…

Innamorato appena l’ho vista. Poi l’ho corteggiata per un anno, ma niente; per un anno alle feste la prendevo da parte e le dicevo di amarla; le telefonavo ma si negava. Poi ci fu un’esplosione. Dopo una serata con altri, salii a casa sua e scopammo come folli; (pausa) anzi, facemmo l’amore. Era il 25 marzo 1976.

Pure la data.

Per oltre un anno non l’ho mai tradita; (pausa) passato quel periodo, un giorno la raggiungo a Torino: girava un film. La trovo nella hall: “Ciao Giuliana, finalmente. Come stai? Ti amo”. Dopo qualche secondo di silenzio, lei: “Ti devo dire una cosa: ti ho tradito”. “Come mi hai tradito?”. “Solo qualche bacio”. Dal giorno successivo cominciai a non essere più fedele e ripresi a fumare.

(Bussano, entra un’infermiera, la voce di Haber torna normale e inizia un dialogo in stile “Amici miei”.

“Chi è? Mi dica, cosa vuole farmi!”

“Un’iniezione”

“Va bene. Dove?”

“La inserisco nella flebo”

(tono seduttivo) “Ma è anche suora? (Non attende la risposta e continua) Lei è la più simpatica, la più umana, ha un bel modo di fare. Ha degli occhi che parlano. Si tolga la mascherina, mi mostri tutto il viso. (Tono ancor più seduttivo) È anche bella. È indiana?”

“Del Kerela, India”

“Non sono tutte uguali le persone, io me ne accorgo. Lei ha passione. Ma è davvero suora?”

“Sì..”.

“Va bene, arrivederci”)

Haber…

Che ho fatto?

Quante donne ha avuto?

(Ride) Lasciamo perdere.

Nel libro racconta di una grave cilecca.

È stata colpa della cocaina, l’avevo presa di mattina.

Negli anni Ottanta era così comune?

Sniffare? In quel decennio era difficile trovare qualcuno che non ne facesse uso.

Lei pure sul palco.

(Urla) No! Una volta sola ed è stata una cazzata; (cambia tono) Venne un amico in camerino. “Vuoi fare un tiro?” “Ho smesso e comunque mai durante il lavoro”. E invece me ne lasciò un po’. Mancava un’ora al sipario. La coca era lì…

E non ha resistito.

In principio non sentii niente, stavo benissimo. Ma, appena misi piede in scena, mi accorsi che avevo la bocca ingessata. Dovevo dire “buongiorno…” ma niente, non riuscivo a emettere nulla. Così mi attaccai alla brocca dell’acqua posizionata sul tavolo di scena.

(Bussano ancora, è la cena. “Non mangio!”. Ci ripensa. “Cosa c’è?”. Ci ripensa ancora. “Ha già portato qualcosa mia sorella”).

Sempre nel libro ricorda un pomeriggio al cinema con Moretti.

Per vedere La cicala di Alberto Lattuada con Virna Lisi e Renato Salvatori, dopo il dissequestro per un nudo integrale tra Clio Goldsmith e Barbara De Rossi.

Non proprio un film alla Moretti…

Nanni voleva scoprire perché un film come quello incassasse così tanto: pure quel pomeriggio la sala era piena (sorride). Nonostante la censura il film mostrava in diverse scene qualche culo e un po’ di tette; a metà della visione Nanni urlò: “Basta con la figa, abbiate il coraggio di mostrare anche un po’ di cazzo”. Piano piano la gente iniziò a ridere. Fu geniale. (Pausa).

Tutto bene?

Mi sa che dobbiamo salutarci. (Silenzio reale, per la prima volta) Mi raccomando, specifichi che sto bene, perché fra tre giorni esco e voglio tornare subito in teatro, anche con una stampella, non importa. Ma io voglio il teatro.