De Luca è un impresentabile e Letta deve tenerne conto

Forse qualcuno rammenterà le contumelie indirizzate a Rosy Bindi da Vincenzo De Luca – lo sport nel quale più eccelle – quando l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, dando corso alla decisione di applicare i requisiti contemplati dalla legge Severino e dal codice etico vigente per gli stessi membri dell’Antimafia, segnalò la circostanza che la candidatura dello stesso De Luca non corrispondeva a tali requisiti. Insulti a cui Bindi ebbe l’intelligenza e la signorilità di non replicare. Ne sortì una polemica sul concetto di “impresentabilità”, palesemente una formula giornalistica, non giuridica. L’Antimafia non aveva alcun potere di inibire candidature, ma solo di informare opportunamente gli elettori della sussistenza di requisiti oggettivi circa la condizione processuale dei candidati. A fini di trasparenza. Ma che De Luca sia impresentabile sul piano etico e politico ora lo denunciano qualificate personalità campane (e non solo) in una lettera al segretario del Pd Letta, nella quale, con dovizia di puntuali riferimenti, si denuncia la deriva verso “una sorta di Repubblica autarchica ove vige la legge del padrone”. Sino all’ultimo episodio: le insolenze verso ministero della Cultura e Sovrintendenze che hanno “osato” muovere rilievi a una legge campana sulla casa foriera di un ulteriore scempio del paesaggio. Si può ridere o piangere dell’arroganza e della maleducazione; della degenerazione della comunicazione politica a mediocre teatrino; dell’autodegradazione a guitto di un rappresentante delle istituzioni. Specie in un tempo afflitto da ben altri e drammatici problemi. Ma – insisto – il nodo è un altro, decisamente più serio, non di galateo, ma, appunto, di sostanza, etica e politica, che attiene alla dignità della politica e delle istituzioni umiliate dal regime autocratico, da una sorta di satrapia cui l’uomo ha ridotto le istituzioni da lui occupate. Una concezione e una gestione del potere personalistica e proterva ostentata senza pudore. Tanto più riprovevole, perché essa è una rappresentazione caricaturale ma plastica dei grandi mali che hanno storicamente afflitto la cultura e la prassi proprie delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Mali che, a detta dei grandi meridionalisti, hanno tanto concorso all’arretratezza e al sottosviluppo di quelle terre: il familismo, il clientelismo, il trasformismo, la refrattarietà alle regole, salvo quelle che ci si dà da sé.

Come abbiamo visto da ultimo dentro l’emergenza pandemica. E come ci si accingerebbe a fare con la pretesa – va detto: già praticata da altri – di forzare il limite del secondo mandato alla presidenza della Regione. Alle solite: fabbricandosi regole ad personam. In gioco anche la dignità di partito, segnatamente il Pd, occupato e sequestrato da De Luca e dai suoi famigli; usato ma fatto sistematicamente oggetto di spregio e di irrisione. Come si è detto, la posta in gioco è la dignità della politica e delle istituzioni, compresa la dignità di partiti che, da strumenti di partecipazione si risolvono nel loro contrario, ovvero ostaggi di potentati personali e dei loro meccanismi di cooptazione su base di fedeltà. Con il corredo di disinvolte pratiche trasformiste: dalle liste personali alla caccia indifferenziata ai voti di destra, di centro e di sinistra. Reti a strascico di voti di tutti e di nessun colore politico. Con il solo cemento del potere. Da più parti si invoca una disciplina legislativa che garantisca il metodo democratico interno alla vita dei partiti. Ma nessuna regola può metterci al riparo da cattivi esempi tanto respingenti. È da sperare che Letta, a cui le suddette personalità si sono rivolte, tenga fede alla promessa di occuparsene.

 

Il miracolo di Assisi: il Forum dell’acqua (privata) sarà a Bali

Il Forum Mondiale dell’Acqua 2024 non si terrà in Italia, ad Assisi, ma a Bali, in Indonesia. L’annuncio è stato dato nei giorni scorsi, alla chiusura del Forum di Dakar. L’Italia si era candidata in maniera ufficiale, con un intervento del ministero degli Esteri, a ospitare ad Assisi e a Firenze il World Water Forum 2024. Poi, a rompere l’incanto, erano arrivati un intervento e una lettera aperta al Papa (“Scacci i mercanti dal tempio!”) di Emilio Molinari, ex senatore e leader storico del movimento per l’acqua pubblica, pubblicati a gennaio dal Fatto Quotidiano. “Attenzione”, avvertiva Molinari, “non è un Forum indetto dall’Onu o da qualche altro organismo sovranazionale: è un’iniziativa del Consiglio Mondiale dell’Acqua, che è un organismo privato, privatissimo, con sede a Marsiglia. È una lobby di aziende multinazionali dell’acqua privata, sostenuta da imprese come Veolia e Suez Lyonnes des eaux”. Subito dopo era arrivata la decisione dei frati del Sacro convento di San Francesco in Assisi, che chiedevano di togliere “il logo, le firme e ogni menzione del Sacro convento, della Basilica di San Francesco in Assisi e della comunità dei Frati minori conventuali” da ogni “materiale informativo e promozionale, elettronico e cartaceo, della candidatura italiana al Forum mondiale dell’Acqua”.

“Ora le multinazionali dell’acqua privata, a sorpresa, hanno detto no alla candidatura italiana, che sembrava cosa fatta”, spiega Molinari. In Italia si era già formato un fronte d’interessi per portare qui l’evento, una sorta di Expo dell’acqua che muove migliaia di persone e tanti soldi. “Non voglio pensare che siamo così forti da aver determinato noi la scelta”, continua Molinari, “ma certo non deve aver fatto piacere alle multinazionali che qualcuno abbia svelato l’equivoco”: di un Forum privato che appare come una iniziativa pubblica. “Difficile parlare di acqua mentre infuria la guerra. Mi pareva, dando voce alla protesta del movimento dell’acqua, di mostrarmi indifferente alle sofferenze di chi è sotto le bombe. Ora sappiamo che il Forum non si farà in Italia. Non sappiamo i motivi per cui le multinazionali Veolia e Suez hanno rifiutato la disponibilità italiana. Sappiamo che le iniziative del movimento dell’acqua, di padre Alex Zanotelli, degli articoli del Fatto, della mia lettera aperta a Papa Francesco hanno mosso i frati del Sacro convento di Assisi. Ora qualcuno potrebbe dire che l’Italia ha perso un’occasione, che Assisi e Firenze hanno perduto delle entrate turistiche. Ma non riesco a credere che qualcuno voglia mettere qualche guadagno da turismo davanti alle grandi crisi che stiamo vivendo, la crisi pandemica, la crisi climatica ed idrica, infine la guerra. Non di piccoli affari abbiamo bisogno, ma di grandi risposte a riflessioni collettive, a decisioni solidali e internazionali. Noi non abbiamo detto no al Forum Mondiale in Italia: abbiamo detto sì a un Forum che diventi una grande iniziativa pubblica planetaria sotto l’egida dell’Onu. Questo abbiamo detto. E questo ripetiamo. Insieme ai frati del Sacro convento e insieme alla sindaca di Assisi, che ha chiesto anch’essa l’ombrello Onu all’iniziativa. I dati della crisi idrica sono drammatici: nel 1960 gli abitanti del pianeta Terra disponevano di 17 mila metri cubi d’acqua per persona all’anno; nel 2003 ne disponevamo di soli 7 mila; nel 2050 ne disporremo meno di 4.500 a persona. Questi dati stanno nei rapporti dell’Onu, ma sono i privati a determinare le politiche mondiali. Ora siamo prigionieri della guerra e non possiamo parlare d’altro, ma l’acqua c’entra con le guerre: in Ucraina come in Iraq, Siria, Afghanistan, Palestina, Yemen. Dal 2014, nel Donbas la rete idrica è stata distrutta, mentre la Crimea è stata privata dall’accesso all’acqua del Dnepr. Le guerre del petrolio e del gas sono anche guerre dell’acqua”.

 

Con o senza panino, il Tg1 è il megafono di Draghi

Dalle colonne di questo giornale abbiamo invocato ripetutamente la fine dell’indecente carosello dei figuranti che dichiarano a giornalisti che non fanno domande ma reggono microfoni (il famigerato “panino”): uno spettacolo indecoroso prima di tutto per questi ultimi e di nessuna utilità per i cittadini che sentono un rosario polifonico di frasi a memoria che del pluralismo non ha nulla, nemmeno la varietà argomentativa.

È una eredità, certo, che viene da lontano, dai rapporti storicamente malati tra tv e politica, ma che negli ultimi lustri ha dato i davvero peggiori frutti di sé. E che, bisogna ammetterlo, purtroppo ha anche a che fare, come scrisse tempo fa lo studioso Paolo Mancini su Problemi dell’informazione, con una etica professionale piuttosto ‘zoppicante’.

Ebbene l’indigeribile ‘pastone’ quotidiano è scodellato ancora a piene razioni dal Tg2, con più sobrietà dal Tg3, persiste sui tavoli di Mediaset, mentre, questa la novità, sembrerebbe scomparso (o quasi) dal menu del Tg1 con l’avvento della nuova direzione.

Il compiacimento per il parziale miracolo, però – una missione che sembrava oramai impossibile dopo il tentativo di Lerner nel lontano luglio 2000 – è durato qualche settimana, fino a quando le tabelle sul pluralismo in tv dell’Agcom non hanno raffreddato i nostri, pur cauti, entusiasmi.

Queste infatti ci dicono che la cura cui Monica Maggioni ha sottoposto il suo telegiornale, sottraendo i microfoni all’insulso teatrino dei figuranti, presenta un grave effetto collaterale, di quelli che alla fine ammazzano il paziente (leggi: pluralismo): l’aumento abnorme dello spazio per il premier.

Un tempo di parola che sul Tg1 trova pochi paragoni nel passato, almeno nell’era post berlusconiana: era successo con il Conte-2 in marzo-aprile e a novembre 2020, con Renzi a marzo e a ottobre del 2014, con Monti a gennaio e ad aprile 2012.

Il fatto in sé non è dunque un inedito assoluto, ma c’è tra gli esempi citati una differenza non lieve: e cioè che questa volta la sovraesposizione del capo del governo è abbinata alla drastica riduzione delle voci degli altri soggetti politici. La risultante è uno sbilanciamento inedito dei tempi di parola sul presidente del Consiglio.

Uno squilibrio puntualmente registrato dalle percentuali che per esempio a febbraio assegnano al premier oltre il 30% dello spazio del Tg1, terza performance degli ultimi 10 anni, seconda solo al Conte dei momenti più drammatici della pandemia (senza che però questa volta nessuno alzi la voce contro il ‘regime’).

Qualcuno a questo punto potrebbe eccepire obiettando che in febbraio è scoppiata la guerra: ma, primo: il conflitto è scoppiato il 24 febbraio; secondo: la guerra c’è anche per gli altri, però sul Tg2 e sul Tg3 l’esposizione del premier è di parecchio più contenuta. Il confronto lo conferma: se sul Tg2 parla per quasi 20 minuti e sul Tg3 per meno di 14, sul Tg1 Draghi parla per 52 minuti, un tempo superiore di 10/15 anche 20 volte quello degli altri leader politici, eccetto il ministro degli Esteri Di Maio che gode di 12 minuti di parola.

Per il Tg1 una certa simpatia filogovernativa non è una novità, ma gli eccessi di empatia come quelli del 31 dicembre o del 12 febbraio scorso (l’anniversario della nascita del governo celebrato con toni da cinegiornale) fanno male all’informazione alla stessa maniera del falso pluralismo delle dichiarazioni senza notizia e senza argomento.

Ugualmente senza notizia e senza argomento, per giunta, sono alcune delle occasioni in cui Draghi parla dagli schermi dell’adorante Tg1, eventi non proprio tali cui forse occorrerebbe restituire la giusta valenza informativa.

Insomma la sacrosanta battaglia contro l’orrido ‘pastone’ non può vedere in conclusione, quasi beffarda eterogenesi dei fini, uno spettacolo per voce sola. Quella del premier.

 

L’attacco informatico, l’aumento del miglio e i canarini dei Tracchia

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Dopo 4 settimane, è stallo: i Tracchia continuano a bombardare il centro commerciale, ma non avanzano; le gemelle Mastrocinque non vincono, ma hanno riconquistato Calzedonia. Conferita una medaglia a uno Spetsnaz che ha salvato la vita al suo battaglione sparando al cuoco. Mancano invece riscontri alla notizia della presunta “deportazione” al lunapark dell’Eur, denunciata da fonti della resistenza, di oltre tremila bambini, che da giorni si nutrirebbero solo di zucchero filato e pesciolini rossi. Anche il fronte della propaganda è a un’impasse: i paragoni negativi, da Hitler a Helenio Herrera, sono stati usati tutti, e non fanno più effetto. Fra quelli positivi, qualcuno ha riesumato, per descrivere le gemelle, Vercingetorige, che nel I secolo a.C. si oppose all’invasione dei Romani trasformando il popolo dei Galli in un esercito; ma l’analogia è subito risultata infelice, sia perché implicava che Tracchia fosse Giulio Cesare, un paragone positivo, sia perché Vercingetorige fu sconfitto dai Romani, un paragone portasfiga. Questa difficoltà a valutare le implicazioni degli esempi propagandistici è emersa, lampante, quando i Tracchia hanno accusato le gemelle di nazismo. I giornaloni le hanno subito difese compatti argomentando che “le gemelle sono ebree, quindi non possono essere naziste”. Ma, intervenendo a Cartabianca, il prof. De Bellis, ordinario di Storia contemporanea alla Scuola Radio Elettra, ha smontato il ragionamento farlocco: essere ebrei non impedì al Mossad di assoldare il nazista Skorzeny per assassinare Hans Krug, il nazista esperto di missili che lavorava per gli egiziani (bit.ly/3iBPLAV); o al governo israeliano di praticare contro i palestinesi l’apartheid (bit.ly/3Juz0mP) o peggio (bit.ly/3D8EjpT). Apriti cielo! Il professore è stato subito bollato dai giornaloni come “filo-Tracchia” e “antisemita”, il Pd ha fatto un’interrogazione parlamentare sul compenso Rai a De Bellis, Libero ha pubblicato la sua dichiarazione dei redditi con l’indirizzo di casa in bella vista, e uno striscione ultrà ha indicato le coordinate geografiche del suo appartamento. Il drone armato che Erdogan aveva fornito alle gemelle, insomma, non poteva sbagliare, e da ieri i De Bellis dormono fra i clochard dell’Esquilino, dove il più pulito c’ha la rogna: come nei parlamenti europei, che strattonati dagli Usa hanno aumentato le spese per armamenti, casomai i Tracchia decidano di invadere l’Europa. Un manager della Leonardo, inginocchiandosi davanti a una statua di San Nicola, ha esclamato: “Faremo una barca di soldi!” E San Nicola: “Vedo che vivi di poesia.” Solo adesso si comprende appieno la malizia del copywriter che rinominò “Leonardo” l’ex Finmeccanica, azienda attiva nel settore della difesa, di cui oggi il maggior azionista è il Ministero dell’economia: non si riferiva al Leonardo da Vinci sublime pittore della “Gioconda”, ma al Leonardo da Vinci che, odiando la guerra, inventò la bombarda multipla, il carro falciante e il carro armato, e tutte le guerre finirono. Quanto al fronte strozzinaggio, il ministro delle Politiche agricole Patuanelli ha definito “incomprensibile” l’aumento del prezzo del miglio: “È un fenomeno speculativo, verificatosi appena si è saputo che i Tracchia hanno canarini.” Ricondotto ad hacker russi l’attacco informatico che ieri ha bloccato alcuni canarini della Capitale, provocando diversi problemi in molte gabbiette. “Il mio canarino non canta più”, ha detto una signora allarmata. “Il mio canta solo melodie di Gigi D’Alessio!” ha esclamato un’altra. “Il mio sta zitto, ma è un silenzio di John Cage!” si è vantato Mughini. (19. Continua)

 

La Nato è triste, ma basta con le favole

• Povere favole con Putin che evoca l’arma nucleare, l’idea che ci si possa difendere solo con il soft power, con la qualità della propria civiltà, è relegata tra le favole del passato.
Federico Rampini (Corriere della Sera)

 

• Meno male che Letta c’è L’ultimo terreno di incontro di questa strana riedizione dell’intesa gialloverde sembra essere il no all’aumento delle spese militari, un tema delicato e molto facile da vendere a un elettorato spaventato dagli effetti economici della guerra. Conte è intenzionato a ribaltare l’orientamento espresso dai suoi deputati a favore del 2% del Pil per la Difesa (…) Il campanello d’allarme è suonato forte anche al Nazareno, che con la segreteria Letta condivide l’orientamento occidentale e atlantico del premier.
Francesco Bei (Repubblica)

 

• Tristemente c’è bisogno di aumentare le spese militari, è tristemente necessario. Se non ci fosse la Nato le armate di Putin sarebbero già arrivate a Lisbona. Ci sono momenti della storia in cui certi personaggi li fermi solo con le armi.
Beppe Severgnini (Otto e mezzo)

“La libertà è da difendere: da Berlinguer vado gratis”

La guerra in Ucraina rischia di provocare un nuovo cambiamento epocale, con il passaggio dalla cultura della pace alla cultura della guerra. Uno dei miei obiettivi è di richiamare l’attenzione su questo pericolo imminente.

Oggi ricevo la notizia che la Rai ha deciso di rescindere il mio contratto stipulato per sei puntate con Cartabianca per le mie analisi sulla guerra in Ucraina. Molte altre trasmissioni di informazione mi avevano offerto compensi ben superiori a quello della Rai. Ho scelto Bianca Berlinguer perché penso che sia una garanzia di libertà. Questa libertà va difesa.

Per questo motivo, ho annunciato di essere pronto a partecipare alla trasmissione di Bianca Berlinguer gratuitamente. In queste settimane, i principali organi di informazione mi hanno attribuito frasi e pensieri non miei. Non è necessario che chiarisca le mie tesi in questa sede. I lettori sono nella condizione di porre a confronto ciò che ho detto realmente in televisione con le falsificazioni diffuse da alcune tra le firme più (im)potenti del giornalismo italiano.

Vorrei, invece, sollevare alcuni problemi fondamentali relativi alla libertà di espressione in Italia in materia di sicurezza internazionale.

In primo luogo, i principali think tank italiani rispondono più alle logiche di partito che alla logica dell’indagine scientifico-sociale. La compenetrazione tra il potere politico-economico e i centri di ricerca sulla sicurezza internazionale fa sì che, in Italia, pochi conducano la critica della politica internazionale. La socializzazione di base nei think tank filo-governativi prevede che un giovane analista impari a dire che il prezzo del gas è salito o che Putin ha lanciato un nuovo missile. Sono pochi coloro che spiegano le cause nascoste dei conflitti internazionali o che si interrogano sulle forze profonde che muovono le decisioni dei governi. Oggi è obbligatorio dire che Putin è cattivo e Biden è buono. Ma nessuna società può liberarsi dalle distorsioni del potere avvalendosi di analisi sulla sicurezza internazionale di tal fatta. I finanziamenti del governo alla ricerca vanno benissimo. Nessuno dovrebbe mai vergognarsi di riceverli. Il problema si pone se quei finanziamenti creano schiere di analisti senza libertà costretti a temere per il posto di lavoro davanti alla più piccola critica verso le decisioni del governo. Il liberalismo nasce per proteggere i possidenti dallo strapotere dello Stato e il socialismo ha diffuso questa protezione in tutti gli strati della popolazione. Nessuno dovrebbe avere paura che lo Stato intervenga sui programmi televisivi in una società libera. Eppure, accade.

Un esempio di critica della politica internazionale è spiegare che l’Occidente ha attaccato gli interessi di Putin in Iraq, Siria, Libia, Iran, Venezuela, Ucraina, Georgia, e che ha sottovalutato tutti i segnali di guerra provenienti dalla Russia. Un altro esempio di critica della politica internazionale è chiarire che, se Putin cadrà in una condizione disperata in Ucraina, userà la bomba atomica contro quel Paese martoriato. Il che crea un paradosso: per ogni battaglia persa da Putin, siamo obbligati a preoccuparci di più e non di meno giacché le sconfitte russe ci avvicinano all’arma nucleare. Questo non è tifare per Putin; prevedere le sue mosse non significa approvarle. Significa, ben diversamente, ragionare criticamente per aiutare le persone a comprendere la complessità della tragedia caduta sulle nostre spalle.

Tale complessità non può essere compresa con una mentalità a codice binario. È sbagliato applicare le categorie della politica interna alla politica internazionale: un errore pericoloso che oggi commettono tutti i censori. Non è metodologicamente corretto analizzare lo scontro tra Putin e Zelensky secondo le categorie con cui interpretiamo lo scontro tra Prodi e Berlusconi o quello tra Conte e Salvini. I processi di pensiero devono essere riconfigurati. Queste conoscenze critiche accrescono la nostra libertà e la nostra consapevolezza. Tuttavia, sono dirompenti nei Paesi in cui gli analisti di politica internazionale sono abituati a ripetere ciò che dicono i ministri. Accade in Russia, in Cina, in Iran.

E in Italia? La censura incoraggia a ripetere pappagallescamente ciò che dice il potente di turno. Ecco perché l’invasione dell’Ucraina non è stata prevista, pur essendo facilmente prevedibile. Prevedere è impossibile senza criticare.

 

La Rai può pagare tutti tranne Orsini

Vent’anni dopo l’edito bulgaro berlusconiano, questa volta sono il Pd e Italia Viva a brindare per una (tentata) censura nel servizio pubblico. Ieri una nota di Viale Mazzini ha fatto sapere che “la direzione di Rai3, di intesa con l’amministratore delegato della Rai, ha ritenuto opportuno non dar seguito al contratto originato su iniziativa del programma Cartabianca che prevedeva un compenso per la presenza del professor Alessandro Orsini nella trasmissione”.

Accusato di essere un pericoloso fiancheggiatore di Putin, il professore della Luiss – e firma del Fatto – è stato messo alla porta da Franco Di Mare e Carlo Fuortes senza neanche avvisare la conduttrice Bianca Berlinguer: “Questa decisione limita gravemente il mio ruolo di autrice e responsabile di Cartabianca per quanto riguarda la questione fondamentale della scelta degli ospiti”. Il tutto per la gioia dem e renziana, esplicitata dalle parole di giubilo di Valeria Fedeli, Andrea Marcucci e Michele Anzaldi.

Ma se l’obiezione è che la Rai non debba pagare gli ospiti – a meno che non si voglia ammettere che il problema sono le opinioni di Orsini – allora si pone il servizio pubblico fuori dal mercato, visto che da anni (soprattutto da quando Rete 4 si è riempita di nuovi approfondimenti) la maggior parte dei talk serali prevede la partecipazione di esperti contrattualizzati o il pagamento di un gettone per gli altri big. E il cachet di Orsini, 2 mila euro a puntata a cui peraltro si è detto pronto a rinunciare (e martedì sarà di nuovo in studio), è in linea con questo mercato, il cui range varia da qualche centinaio di euro a 4-5 mila euro.

Basta farsi una chiacchierata con conduttori e autori dei più importanti programmi televisivi, alcuni dei quali hanno messo sotto contratto anche firme del Fatto (è il caso del direttore Marco Travaglio a Di Martedì e a Otto e mezzo o di Andrea Scanzi a Cartabianca e Otto e mezzo, mentre il nostro fondatore Antonio Padellaro percepisce un gettone per le trasmissioni di Lilli Gruber e Corrado Formigli), per garantirsene l’esclusiva e un contributo editoriale che vada oltre la semplice ospitata, anche con l’obiettivo di aumentare lo share.

Viale Mazzini. Rimanendo a Cartabianca, per esempio, qualche giorno fa è stato proposto un contratto anche a Donatella Di Cesare, filosofa e collaboratrice del Fatto criminalizzata per alcune critiche alla Nato (e mai pagata, invece, per le puntate di Piazzapulita). Un’offerta inferiore ai 1.000 euro, quindi più bassa di quella accettata da Orsini, in un programma in cui un altro ospite fisso come Mauro Corona percepisce circa 800 euro a puntata. Niente, invece, per Luca Telese, a sua volta presente spesso su Rai3: essendo parente acquisito della Berlinguer, il giornalista ha preferito rinunciare a ogni compenso per eliminare in partenza il sospetto di conflitto di interessi. Ma Telese non si scandalizza del contratto di Orsini: “Tu non compri quelle due ore di trasmissione, stai comprando i suoi vent’anni di preparazione e di studio”.

Sempre in Rai, Porta a Porta ha sotto contratto solo l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Polito, le cui note politiche vengono comunque retribuite circa 500 euro a puntata.

Tutti coloro che vanno ospiti a La vita in diretta da Alberto Matano nel pomeriggio di Rai1, invece, prendono un gettone di presenza.

Poi c’è Fabio Fazio. Qui i compensi non sono gestiti direttamente da Viale Mazzini, ma dalla società Officina. Al momento sono contrattualizzati Roberto Burioni (ricercatissimo soprattutto in pandemia, con compensi di 5 mila euro a puntata) e Roberto Saviano. Ma gettoni di presenza (nell’ordine di qualche centinaio di euro) vengono incassati anche dai giornalisti spesso ospiti del programma: Massimo Giannini della Stampa, l’ex direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli e il direttore del Foglio Claudio Cerasa.

La7. Poi c’è La7. A Otto e mezzo Lilli Gruber si è assicurata la presenza regolare di alcuni commentatori messi sotto contratto: Beppe Severgnini, Massimo Cacciari, Lina Palmerini, Alessandro De Angelis. Tutti con gettoni di entità variabile, ma non distanti dai 2 mila euro a puntata di cui sopra.

I talk della prima serata possono spendere anche di più. Prima di accettare la proposta di Cartabianca, a Orsini erano stati proposti 3.500 euro da Di Martedì e circa 4.000 da Non è l’Arena di Massimo Giletti. Giovanni Floris ha sotto contratto Elsa Fornero e, fino a poco tempo fa, Barbara Gallavotti e Ilaria Capua, ma i tempi cambiano: prima andavano forte i virologi, ora gli esperti di geopolitica.

A Piazzapulita, Corrado Formigli si è garantito la presenza di Orsini, ma prevede gettoni anche per Mario Calabresi, Annalisa Cuzzocrea e gli altri ospiti più assidui, come l’editorialista del Manifesto Alberto Negri. Per dare un’idea delle cifre, da un mese partecipa in esclusiva alla trasmissione anche Nathalie Tocci, politologa e componente del cda dell’Eni, che ha percepito 500 euro a puntata (ma a breve l’accordo scadrà).

Massimo Giletti può contare, tra gli altri, su Sandra Amurri. Zero cachet, invece, per i programmi del mattino e del pomeriggio, ovvero Omnibus, Coffee break, L’aria che tira e Tagadà.

Mediaset. A Cologno Monzese la strategia è diversa. Qui i contratti non sono fatti dai singoli programmi, ma dalla rete, e chi li sottoscrive è tenuto poi a partecipare a varie trasmissioni del Biscione, a seconda delle necessità editoriali: Mattino Cinque, Stasera Italia, Contro corrente, Quarta Repubblica e così via.

Tra opinionisti e giornalisti sotto contratto ci sono Daniele Capezzone, Hoara Borselli, Vittorio Sgarbi, Alessandro Sallusti, Francesco Borgonovo e Maurizio Belpietro, ma anche volti come Giuseppe Cruciani e Alessandro Cecchi Paone che spesso sono ospiti anche fuori da contesti politici. “È normale che chi va ospite con assiduità in un programma debba essere pagato – è la versione di Nicola Porro – È come qualsiasi altro rapporto di collaborazione. I 2 mila euro a Orsini possono sembrare tanti per un personaggio diventato noto da poco, ma ci stanno”.

Anche a Mediaset il tariffario cambia a seconda dell’appeal del protagonista, ma da Cologno lasciano intendere che ci si muova tra i 500 e i 1.000 euro a puntata. I talk serali di Rete 4 però non pagano soltanto gli esperti di politica. Anche nomi dello spettacolo e della tv come Iva Zanicchi o Rita Dalla Chiesa, che a volte presenziano da Mario Giordano o da Paolo Del Debbio, ricevono un compenso tra i 1.000 e i 1.500 euro. A proposito di Del Debbio a del suo Dritto&rovescio, la trasmissione si distingue per essere l’unica che paga Vittorio Feltri: “Vado sempre ovunque senza chiedere nulla, ma loro mi inviano lo stesso un contributo”, ci dice il fondatore di Libero. L’unico, nei talk show, pagato quasi a sua insaputa.

“Nessun patto segreto”: la versione dell’ex premier 5S in Parlamento

Ha chiesto di essere sentito perché le parole di Alexei Paramov non facessero velo alla trasparenza: Giuseppe Conte ha voluto essere subito audito dal Copasir per fare chiarezza sulla missione “Dalla Russia con amore” del 2020, dopo i veleni seguiti alle parole dell’ex console russo a Milano. Che ha accusato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini di esser un falco, rinfacciando all’Italia – schierata per le sanzioni contro Mosca – di esser irriconoscente per l’impiego profuso per il nostro Paese all’epoca della prima ondata Covid. Parole interpretate come un messaggio in bottiglia, la minaccia insomma di rivelare un “patto” inconfessabile tra Putin e Conte. Parole buone per alimentare sospetti, divisioni e soprattutto tante polemiche. “Ho chiamato io il presidente (del Copasir, ndr) Urso e ho detto di essere a disposizione per un’immediata audizione, così che nessuno abbia scrupoli, perplessità, dubbi”, ha sottolineato Conte che in un’ora circa di audizione ha chiarito i termini della telefonata con il presidente russo che servì a concordare l’arrivo di 14 aerei cargo militari Ilyushin 76 all’aeroporto militare di Pratica di Mare il 22 marzo 2020 e le regole di ingaggio della missione. In particolare per smentire che i militari agli ordini del capo-delegazione, il vicecomandante del reparto di difesa chimica e batteriologica dell’esercito russo Sergey Kiko, ebbero accesso a informazioni sensibili nei due mesi scarsi di permanenza in Italia. “Ho chiarito che la missione russa si sviluppò esclusivamente sul piano degli aiuti sanitari in un momento di grande difficoltà in cui ci mancavano mascherine, respiratori e altri strumenti di protezione. I nostri apparati, dalla difesa all’intelligence, agli esteri, alla protezione civile, vigilarono costantemente perché questa missione si svolgesse lungo i binari concordati” ha detto l’ex premier per tacitare il sospetto che l’aiuto fornito (il personale venne impiegato per la sanificazione di rsa e degli ospedali di Bergamo e Brescia) non fosse propriamente disinteressato ma volto a mascherare un’operazione di intelligence o di intelligence sanitaria. Conte, a quanto apprende il Fatto, avrebbe anche fatto riferimento alle parole di Franco Gabrielli, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con deleghe alla sicurezza nazionale, che ha assicurato che sul caso “non ci sono segreti”. Sulla composizione della delegazione fu già nell’aprile del 2020 l’allora viceministra degli Esteri Emanuela Del Re a fornire alcuni dettagli: “104 unità, nello specifico 32 operatori sanitari (tra medici e infermieri), 51 bonificatori e altro personale di assistenza e interpretariato a supporto”.

La missione resta però ancora sotto la lente di ingrandimento. Quanti militari russi facevano parte del servizio di informazioni? La missione si concluse anzitempo e se sì per quali ragioni? C’è stata una connessione tra la offerta d’aiuto del 2020 e l’accordo siglato nell’aprile del 2021 tra l’Istituto Spallanzani di Roma e l’Istituto Gamaleya di Mosca? Tutte domande con cui i renziani (e non solo) vogliono tenere sulla graticola prevalentemente l’ex premier: hanno già annunciato che chiederanno altri approfondimenti, mentre ieri lo stesso capo di Iv ha presentato un’interrogazione per conoscere i “risultati sanitari della missione russa decisa da Conte”.

“La missione russa al massimo fu propaganda, non spionaggio”

L’operazione “Dalla Russia con amore” del marzo 2020 è stata, anche grazie all’intervento dei nostri militari, un’operazione per portare aiuti sanitari e, al momento, non sono emerse prove di un “ricatto” da parte di Mosca nei confronti dell’Italia. Adolfo Urso, presidente del Copasir, commenta così il “mistero” della missione dei medici russi sbarcati due anni fa nel Bresciano e nel Bergamasco. Una presunta spy story che ha fatto finire sulla graticola l’ex premier, Giuseppe Conte, accusato di aver aperto le porte della nostra sanità al Cremlino. Ma da quello che risulta sinora al Copasir non è così.

Presidente Urso, ieri il Copasir ha ascoltato l’ex premier Conte. Com’è andata?

Sui contenuti non posso dirle nulla, perché i nostri lavori sono sempre secretati.

Ma perché l’avete sentito? Volete riaprire il caso?

Abbiamo deciso di audirlo subito, anche su richiesta dello stesso Conte, proprio per effettuare tempestive verifiche e non alimentare eventuali strumentalizzazioni, in un momento così delicato e importante.

Dopo le minacce di Paramonov all’Italia si parla del “mistero” della missione in Lombardia nel 2020. Anche il Copasir se n’è occupato: a quali conclusioni è arrivato?

Lo abbiamo scritto senza infingimenti nella relazione sulla base di quanto allora hanno riferito il ministro della Difesa Guerini e le Agenzie dei servizi: “Da quanto si è appreso, la missione russa si sarebbe svolta esclusivamente in ambito sanitario con il compito di sanificare ospedali e Rsa e il convoglio si è mosso sempre scortato da mezzi militari”. Questo è quanto risultava dai nostri riscontri. Poi vi sono valutazioni politiche diverse sull’opportunità o meno di realizzare quella missione, nel contesto dato.

In cosa consisteva l’attività sanitaria?

Nella sanificazione di ospedali e Rsa, questo ci è stato riferito. Poi noi possiamo accertare se le misure predisposte siano state adeguate per garantire la sicurezza nazionale, le valutazioni sanitarie spettano ad altri.

Dicono che la missione avesse obiettivi di intelligence, propaganda o ingresso in uffici pubblici per “sanificare”. Vi risulta?

Una cosa sono le intenzioni, altro i risultati. L’effetto propagandistico era evidente anche dall’hashtag #dallaRussiaconamore, ma non è stata solo la Russia a fare un uso propagandistico degli aiuti inviati, pensiamo anche alla Cina, che era la fonte del virus. Bisogna però tener presente che Russia e Cina hanno una chiara strategia volta a condizionare le democrazie occidentali anche con strumenti da “guerra ibrida”.

Di che tipo?

Nella relazione abbiamo evidenziato come “Cina e Russia, nella competizione con l’Occidente facciano un uso spregiudicato dello spazio cyber, campagne di disinformazione e di propaganda” anche per manipolare “il dibattito politico interno ai Paesi occidentali con il fine di influenzare gli equilibri geo-politici internazionali, incitare al sovvertimento dell’ordine sociale e destabilizzare l’opinione pubblica su diffusione del Covid-19, vaccini e teorie”.

I russi possono aver mandato in Italia spie anche se scortati dai nostri militari?

La missione russa era composta in gran parte di militari che spesso rispondono all’intelligence. La vicenda Biot insegna che quando si parla di Russia bisogna sempre essere vigili, oggi è chiaro a tutti perché.

Come ha agito in questi anni la propaganda di Mosca in Italia?

Abbiamo evidenziato come “le ambizioni geopolitiche degli attori statuali invasivi, su tutti Cina e Russia, nella competizione con l’Occidente, beneficiano di un’asimmetria sistemica: libertà da vincoli e contrappesi che rende i sistemi decisionali agili e verticistici; penetrabilità dell’economia di mercato; permeabilità delle opinioni pubbliche occidentali che permette, con un uso spregiudicato dello spazio cyber, campagne di disinformazione e di propaganda. Queste caratteristiche fanno sì che l’intelligence di questi Paesi giochi un ruolo fondamentale sia nel processo decisionale che nella messa in pratica degli indirizzi di politica estera e di sicurezza”.

Quello di Paramonov è un ricatto verso l’Italia?

Nel mio ruolo non posso esprimere opinioni, ove avessimo evidenze attiveremmo le nostre procedure di controllo secondo le modalità che la legge ci conferisce. Nulla di ciò è però emerso sinora.

L’Anpi a Draghi: “Il riarmo ci porta verso il disastro”

Il tema di fondo, la faglia su cui si confronta e si divide la sinistra italiana, è lo stesso anche qui: la spesa militare e le armi all’Ucraina. Il diciassettesimo congresso di Anpi a Riccione viene anticipato da un messaggio del presidente della Repubblica. Il saluto di Sergio Mattarella, diffuso a poche ore dall’inizio dei lavori, è rituale nella forma ma non nella sostanza. Sembra un monito anche all’associazione dei partigiani, schierata contro l’invio di armi e l’aumento dei fondi per la Difesa. “L’attacco della Russia contro l’Ucraina – dice il Capo dello Stato – colpisce le fondamenta della democrazia, rigenerata dalla lotta al nazifascismo, dall’affermazione dei valori della Liberazione combattuta dai movimenti europei di Resistenza”. Mattarella riconosce, in sostanza, la continuità ideale tra la resistenza ucraina e quella dei partigiani italiani ed europei. Sull’Ucraina nemmeno l’Anpi ha una posizione unitaria, tra le tesi anti-riarmo del presidente Gianfranco Pagliarulo (in procinto di essere confermato per un nuovo mandato) e quelle opposte del 99enne Carlo Smuraglia, ex partigiano e storica guida dell’associazione.

Il congresso di Riccione conferma che la linea largamente maggioritaria è quella di Pagliarulo, fissata nella sua lunga relazione introduttiva. Tra i passaggi più applauditi c’è quello sulla “militarizzazione del dibattito pubblico” e sul “misto di fake news e aggressioni verbali” dei principali giornali italiani “verso chiunque si permetta di contraddire il loro verbo”. La platea apprezza i passaggi contro l’escalation. “Preoccupa l’impegno assunto da Draghi per l’ulteriore invio di armi e soldati – insiste Pagliarulo –. Le armi parlano solo il linguaggio della guerra. E ci avvicinano alla ‘linea rossa’, al coinvolgimento diretto”.

Per il resto, la giornata di Riccione testimonia che Anpi gode di ottima salute e prova a guardare al futuro. Lo slogan della kermesse – “Va dove ti porta la Costituzione” – è l’aspirazione di coniugare i valori dell’antifascismo e l’esperienza della generazioni dei combattenti, con le energie di giovani e millennials. Una sfida tutta da costruire – tra i delegati è ancora netta la prevalenza dei capelli grigi – ma confortata dai numeri degli iscritti (135mila, in aumento rispetto al 2021) e dal ricambio in atto negli organi direttivi locali. L’efficacia della rete di relazioni di Anpi è evidente dagli ospiti del congresso. Apre il video saluto di un commosso Patrick Zaki, poi tra palco e “Zoom” si alternano Enrico Letta, Giuseppe Conte, Roberto Speranza, Stefano Bonaccini, i rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil, Liliana Segre, don Ciotti, l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e ancora molti altri. Letta conferma con retorica felpata la sua linea sul sostegno militare all’Ucraina (“Nessuno di noi può fare come i Caschi blu di Srebrenica, che si voltarono dall’altra parte e che consentirono il massacro di 8 mila bosniaci”). Conte, in video, si smarca definitivamente dalla posizione degli alleati sul riarmo (“Sarebbe inaccettabile scegliere la strada degli investimenti militari invece di intervenire sulle urgenze delle famiglie e delle imprese”). Tutti uniti, sulla carta, dai valori costituzionali. Divisi ancora dalle armi.