Forse qualcuno rammenterà le contumelie indirizzate a Rosy Bindi da Vincenzo De Luca – lo sport nel quale più eccelle – quando l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, dando corso alla decisione di applicare i requisiti contemplati dalla legge Severino e dal codice etico vigente per gli stessi membri dell’Antimafia, segnalò la circostanza che la candidatura dello stesso De Luca non corrispondeva a tali requisiti. Insulti a cui Bindi ebbe l’intelligenza e la signorilità di non replicare. Ne sortì una polemica sul concetto di “impresentabilità”, palesemente una formula giornalistica, non giuridica. L’Antimafia non aveva alcun potere di inibire candidature, ma solo di informare opportunamente gli elettori della sussistenza di requisiti oggettivi circa la condizione processuale dei candidati. A fini di trasparenza. Ma che De Luca sia impresentabile sul piano etico e politico ora lo denunciano qualificate personalità campane (e non solo) in una lettera al segretario del Pd Letta, nella quale, con dovizia di puntuali riferimenti, si denuncia la deriva verso “una sorta di Repubblica autarchica ove vige la legge del padrone”. Sino all’ultimo episodio: le insolenze verso ministero della Cultura e Sovrintendenze che hanno “osato” muovere rilievi a una legge campana sulla casa foriera di un ulteriore scempio del paesaggio. Si può ridere o piangere dell’arroganza e della maleducazione; della degenerazione della comunicazione politica a mediocre teatrino; dell’autodegradazione a guitto di un rappresentante delle istituzioni. Specie in un tempo afflitto da ben altri e drammatici problemi. Ma – insisto – il nodo è un altro, decisamente più serio, non di galateo, ma, appunto, di sostanza, etica e politica, che attiene alla dignità della politica e delle istituzioni umiliate dal regime autocratico, da una sorta di satrapia cui l’uomo ha ridotto le istituzioni da lui occupate. Una concezione e una gestione del potere personalistica e proterva ostentata senza pudore. Tanto più riprovevole, perché essa è una rappresentazione caricaturale ma plastica dei grandi mali che hanno storicamente afflitto la cultura e la prassi proprie delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Mali che, a detta dei grandi meridionalisti, hanno tanto concorso all’arretratezza e al sottosviluppo di quelle terre: il familismo, il clientelismo, il trasformismo, la refrattarietà alle regole, salvo quelle che ci si dà da sé.
Come abbiamo visto da ultimo dentro l’emergenza pandemica. E come ci si accingerebbe a fare con la pretesa – va detto: già praticata da altri – di forzare il limite del secondo mandato alla presidenza della Regione. Alle solite: fabbricandosi regole ad personam. In gioco anche la dignità di partito, segnatamente il Pd, occupato e sequestrato da De Luca e dai suoi famigli; usato ma fatto sistematicamente oggetto di spregio e di irrisione. Come si è detto, la posta in gioco è la dignità della politica e delle istituzioni, compresa la dignità di partiti che, da strumenti di partecipazione si risolvono nel loro contrario, ovvero ostaggi di potentati personali e dei loro meccanismi di cooptazione su base di fedeltà. Con il corredo di disinvolte pratiche trasformiste: dalle liste personali alla caccia indifferenziata ai voti di destra, di centro e di sinistra. Reti a strascico di voti di tutti e di nessun colore politico. Con il solo cemento del potere. Da più parti si invoca una disciplina legislativa che garantisca il metodo democratico interno alla vita dei partiti. Ma nessuna regola può metterci al riparo da cattivi esempi tanto respingenti. È da sperare che Letta, a cui le suddette personalità si sono rivolte, tenga fede alla promessa di occuparsene.