Spese militari, il no di Conte agita il Pd: “Il governo rischia”

Stavolta l’avvocato non vuole tornare indietro. Giuseppe Conte “è pronto ad arrivare fino in fondo”, giurano i suoi. A portare avanti come una bandiera identitaria quel no all’aumento delle spese militari, “una scelta per noi inaccettabile” come scandisce in collegamento con il congresso dell’Anpi a Riccione. Un muro in faccia a Mario Draghi, che da Bruxelles replica secco: “Ho ribadito l’impegno nei confronti della Nato, abbiamo questo impegno storico e continueremo a osservarlo”. Ma anche uno schiaffo agli adesso preoccupati alleati del Pd e pure a un pezzo del M5S, partendo dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Così ora l’incidente su cui può inciampare un governo, o almeno fare una figuraccia, si annida in un pugno di righe. Un ordine del giorno di Isabella Rauti (Fratelli d’Italia) al decreto per l’invio delle armi in Ucraina, depositato ieri in Senato, che invita “a dare seguito all’ordine del giorno approvato alla Camera il 16 marzo e alle dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla necessità di incrementare per la Difesa raggiungendo l’obiettivo del 2 per cento del Pil”. Il contropiede facile alla maggioranza che non ha presentato odg sul tema, proprio per evitare di spaccarsi in Aula la prossima settimana. Ma la mozione meloniana già divide i fu gialloverdi. Con la Lega, quella che presentò il testo a Montecitorio, spaccata e confusa dalle giravolte sulle armi di Matteo Salvini, ma per ora orientata a votare assieme ai presunti alleati di FdI. “Ci hanno messo nel sacco – commenta un dirigente salviniano – ora non potremo votare contro, ci prenderebbero per matti…”. Mentre dal M5S non può che filtrare un no, netto: con chissà quali ricaschi.

D’altronde stava per muoversi già ieri il Movimento, con un suo odg. Era pronto, il testo che descriveva il caro bollette e altri temi come priorità rispetto all’aumento degli investimenti militari. Ieri mattina la bozza è stata inviata a Conte, concorde sul contenuto. Poi però il Movimento si è fermato un attimo prima di calare l’ordigno. “La nostra linea è già chiara, niente odg” stabilisce una conference call dei senatori convocata appositamente. E a occhio hanno pesato anche le tante telefonate piovute dal Pd, in ansia per l’intervista a La Stampa in cui Conte è arrivato a dirlo così: “Su un incremento delle spese militari non potremmo che votare contro. Cadrebbe il governo? Ognuno farà le sue scelte”. L’avvocato la sua l’ha fatta, guardando con i suoi anche certi sondaggi. Ha deciso di insistere su un tema da dentro o fuori, per recuperare la base del M5S. “O per cercare la scusa per il voto anticipato” sibilano voci dimaiane (e non). Perché il sospetto si diffonde anche tra i dem. “In un momento così delicato non si può mettere in difficoltà un governo sulle spese militari” avverte la capogruppo dem Debora Serracchiani a Mattino 24. A stretto giro le risponde Michele Gubitosa, uno dei cinque vicepresidenti del M5S: “Dico alla collega di non mettere in difficoltà il Paese sulle spese militari, il governo investa su caro bollette e caro benzina”.

È la conferma del Conte muscolare, anche con il Pd. Appoggiato da Alessandro Di Battista su AdnKronos: “A Conte dico di andare avanti, su queste battaglie avrà sempre il mio sostegno”. Nel pomeriggio proprio l’avvocato è nettissimo, ancora, nel collegamento con l’Anpi: “L’Italia non sarebbe all’altezza della Costituzione se oggi invece di intervenire con fondi per famiglie e imprese scegliessimo la strada di investimenti massicci sulle spese militari”. Così il segretario dem Enrico Letta, a Riccione in carne e ossa, prova a tamponare: “Non credo ci saranno problemi su questi temi, parlando e discutendo troveremo le soluzioni”.

Ma che la maggioranza rischi grosso la prossima settimana a Palazzo Madama lo conferma il voto di ieri mattina a Montecitorio su un ordine del giorno degli ex 5S di Alternativa al decreto Sostegni ter. Nel testo si chiedeva al governo di spostare i 13 miliardi in più per le spese militari sulla “riqualificazione energetica delle case degli italiani”. L’odg è stato bocciato ma la maggioranza si è spaccata, con i 5Stelle che si sono astenuti. Mentre nella Lega c’erano molti banchi vuoti, un antipasto di quello che accadrà in Senato per il decreto sulle armi.

Uno scenario che preoccupa l’ala governista del Carroccio. Tanto che in queste ore diversi dirigenti hanno ricevuto le telefonate preoccupate del ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, con ottimi rapporti a Washington, che li ha invitati a non eccedere.

Quante divisioni ha il pontefice

I media obiettivi e democratici hanno accomunato Putin a Hitler, Lenin e Stalin. Tutto è lecito, ma Putin non è di certo Stalin almeno perché, diversamente da lui, sa benissimo quante divisioni ha il Papa e quali sono le sue armi. Il Papa, come Capo dello Stato Vaticano ha relazioni diplomatiche con tutti i Paesi del mondo meno 13, tra cui Cina, Arabia Saudita, Iran e Nord Corea. Nella sua qualità di vertice assoluto del Cattolicesimo esercita il comando pieno su tutte le forze. Tale tipologia di comando, nel lessico militare è la facoltà di stabilire la missione, gli scopi e assegnare le risorse.

Può assegnare le schiere ai comandanti subordinati delegando il comando operativo o può distaccare proprie forze ad altri comandi anche esterni accettando che questi esercitino il controllo operativo su di esse. Gli alti comandi subordinati sono le 21 Chiese (di cui 14 greco-cattoliche) guidate da Cardinali, Patriarchi e Vescovi, i 13 Patriarcati e le Conferenze episcopali nazionali. Gli alti comandi intermedi equivalenti ai Corpi d’Armata e alle Regioni Militari sono quasi 6.000 fra diocesi, arcidiocesi, abbazie, ordinariati, vicariati, prefetture apostoliche ed esarcati. Da questi comandi dipendono le divisioni di fanteria e corazzate, e in termini più moderni, i “battle groups “e le task forces” costituiti in base ai compiti da svolgere. I quadri direttivi ed esecutivi in servizio permanente (anzi eterno) sono i 282.000 sacerdoti in tutto il mondo. Le truppe disposte a mobilitarsi seriamente sono decine e decine di milioni. Il Papa non dispone di aeronautica, ma dal Cielo è ampiamente coperto. Ha però forze speciali e corpi di spedizione in grado di penetrare in tutti i continenti: le comunità missionarie (33 maschili e 15 femminili), le congregazioni come quelle francescane o comboniane e gli istituti come la Compagnia di Gesù. Nei conflitti, queste forze non sono mai neutrali, anche predicando la pace, sono sempre dalla parte di qualcuno, spesso di chi sta al potere, meno spesso dalla parte delle vittime. Quasi sempre obbediscono alle direttive papali, ma ci sono anche eccezioni. Il problema che i papi hanno dovuto affrontare è stato quello di lasciar decidere da che parte stare alle singole comunità in relazione alle esigenze e costrizioni locali. Così non si vedrà una mobilitazione della chiesa greco-ortodossa di Kiev levarsi contro il governo ucraino o quella di Russia levarsi contro il Cremlino. Si vedrà più spesso quella statunitense prendere le parti della guerra e i cappellani militari di tutto il mondo benedire le armi delle proprie unità. Un peccato, perché basterebbe che un centesimo di queste forze si schierasse contro la guerra e mettessero i propri governi di fronte alle loro responsabilità per mutare il corso degli eventi. Il Papa è però realistico e sa che questo non avverrà. Nessuno nella Polonia cattolica o nella cattolicissima Italia impedirà che i governi accendano altri fuochi di guerra. Perciò ha cominciato a usare le proprie armi strategiche: quelle che incidono sulla coscienza collettiva e su quella individuale. Tra le prime, alcune hanno perduto efficacia in un mondo che è molto diverso da quello esaminato dai vari Concili. L’Amore è una bella arma, ma se ne è perso il senso mistico enfatizzando quello materiale ed egoistico. L’amore per gli altri in quanto “altri” è sparito, al massimo sopravvive quello riferito ad “altri se stessi”. La Preghiera è potente, ma ormai prevale la forza auto ipnotizzante della litania e della giaculatoria. Perché la preghiera serva deve essere sostenuta dalla Fede. E questa scarseggia da tempo anche nei quadri dirigenti. La Parola, accorata, umile, dissuasiva e persuasiva è un’altra grande arma. Il problema della sua inefficacia non sta nella maggiore o minore espressione, ma nell’ascolto. E questo non dipende dall’udito duro, ma dal “cuore indurito”. Le armi strategiche che incidono sulla coscienza individuale sono forse le più efficaci perché sono dirette ai membri della Comunità Cattolica, alla quale dicono di appartenere anche vari “signori della guerra”. E qui il Papa ha già usato la sua prima grande arma nucleare: la Dottrina. Con un’affermazione perentoria ha spazzato via venti secoli di mistificazione sulla liceità della guerra. Due millenni di elucubrazioni e cavilli usati per giustificare e far passare per giusta la guerra. Ha messo in un angolo tutti i Dottori e i Padri della Chiesa (tutti santificati) condannando la guerra sempre e comunque e non si riferisce soltanto al pericolo degli ordigni nucleari, ma a tutte le guerre che ne prevedono l’impiego. E sono tutte. Ha implicitamente riabilitato i pochissimi che hanno espresso dubbi o si sono opposti a questa visione “cristiana”, come Erasmo da Rotterdam tanto lucido e convincente da non essere stato nemmeno beatificato. Ha sottratto a tutti i cattolici i molti alibi per fare la guerra, predisponendosi così all’impiego dell’altro arsenale di cui dispone per eliminare i lupi dal gregge. È un arsenale di deterrenza e punizione (o “deterrenza per punizione”) che può essere usato solo sui membri della comunità, ma vista la vastità della chiesa cattolica esso è in grado d’incidere anche su chi non vi appartiene. Nei riguardi della gerarchia cattolica, la prima sanzione è la sospensione dall’esercizio sacerdotale; nei riguardi di tutti fedeli la massima è la “scomunica” che non è solo l’esclusione dall’eucaristia, ma l’espulsione dalla comunità cattolica. Tale misura potrebbe non importare a Putin o Zelensky (che tuttavia sono molto attenti alle sensibilità religiose), ma dovrebbe impensierire tutti i leader cattolici di altrettanti cattolicissimi paesi. Dovrebbe impensierire il presidente Biden che a questa comunità dice di appartenere quando vuole accaparrarsi i voti dei cattolici. E basterebbe questo a togliere di mezzo il 99% delle guerre in atto. Dovrebbe impensierire la miriade di baciapile che in giro per il mondo, incluso il nostro Paese, incitano alla guerra e la alimentano anche soltanto aderendo a quel 99%. Forse nemmeno tali sanzioni servirebbero a fermare la guerra. Ma almeno potrebbero fare un po’ di pulizia nell’ambito della Comunità che a forza di scandali e ambiguità si trova l’intero “arsenale strategico” tragicamente inutilizzabile.

L’ombra di Kovalchuk, tesoriere alleato dello zar

Fino a ieri, il fantasma che faceva pensare a scosse sismiche in corso negli impenetrabili corridoi del Cremlino, era quello di Sergey Shoigu, che per oltre dieci giorni ha messo fine alle sue apparizioni pubbliche, proprio come, da febbraio scorso, ha fatto Valery Gerasimov, capo di Stato maggiore generale delle Forze armate russe. Per smentire le ipotesi circolate sui media sulla malattia del capo del dicastero di Guerra è intervenuto ieri Dmitry Peskov, portavoce di Putin: “Il ministro della Difesa ha molte preoccupazioni, l’operazione militare speciale è in corso, non ha tempo per i media”. Ieri, Shoigu – ha riferito ancora Peskov – era seduto al tavolo d’incontro dei rappresentanti del Consiglio di sicurezza di Mosca. L’obiettivo: informare il presidente russo sul corso di una guerra che l’ultima legge della Duma impedisce di chiamare tale.

A Mosca c’è chi tra le alte cariche non appoggia la scelta di Putin. C’è la vecchia e la nuova guardia: e poi c’è quella quasi invisibile, senza incarichi formalmente istituzionali. Se sulla progressiva scomparsa dalle scene del potere russo di Shoigu si sono interrogati tutti, pochi hanno osservato le mosse di un fedelissimo di Putin che sotto i riflettori non c’è stato quasi mai. Meno esposto degli altri sui media – che invece da una latitudine all’altra possiede nella Federazione – è il banchiere, compagno di gioventù e di lockdown del presidente russo: Yuri Kovalchuk. Uno dei suoi migliori amici sin dai banditi anni 90 – quelli che seguirono al crollo dell’Unione Sovietica e favorirono la nascita dell’oligarchia –, uno dei costruttori dei suoi palazzi, uno dei membri del gruppo Ozero, fondato nel 1996 dal presidente e una manciata ristrettissima dei suoi oligarchi a nord di Pietroburgo. Il “generale disinformazione” Kovalchuk– così lo ha battezzato Forbes, che stima il suo patrimonio intorno al miliardo e mezzo di dollari – è il maggior azionista di Rossiya Bank e il consulente finanziario personale del presidente. (Quote dello stesso istituto sono in possesso di Svetlana Krivonogikh, presunta madre di una delle figlie di Putin). L’ex fisico è anche tra i maggiori azionisti di Sogaz, società nata dal colosso Gazprom che ha rilevato il gruppo finanziario che gestisce Vk, il Facebook russo. Nel suo portfolio personale c’è anche il colosso National Media Group: la presidente dell’azienda è Alina Kabaeva, l’ex ginnasta olimpionica che i giornali, occidentali e russi, hanno suggerito essere la compagna di Putin e madre dei suoi figli. L’oligarca, già colpito dalle sanzioni di Washington, però non ha bisogno del megafono delle tv, radio e giornali di Mosca per influenzare l’intera Federazione: può esercitare il suo potere direttamente sul presidente che ne è a capo. Mentre tutti erano accolti al lato estremo di tavoli lunghissimi o dietro uno schermo, Kovalchuk è rimasto in stretto contatto con Putin dall’inizio della pandemia nel 2020. Forse ha appoggiato, o ha addirittura influenzato, la scelta letale di Putin di attaccare Kiev per restaurare la grandezza imperiale di Mosca. Visione messianica del ruolo della Russia, radicalismo cristiano ortodosso, disprezzo dell’Ovest sono credenze che, dicono gli esperti, condividono entrambi. Del circolo Putin è l’amico più fidato, “de facto il secondo uomo in Russia”, ha scritto di lui Michail Zygar, autore di Tutti gli uomini del Cremlino.

Da Leopoli a Kharkiv, viaggio fino ai crateri lasciati dalla battaglia

Il prete ortodosso canta davanti a una grande tenda bianca in mezzo alla folla oceanica della piazza della stazione di Leopoli. Per due giorni, stretti e ammassati nei vagoni, gli ucraini che scappano principalmente dalle città di Kharkiv, Zaporizhzhia e Mariupol precipitano in un pesante silenzio. Fissano il finestrino del treno guardando il paesaggio monotono di un inverno che ha deciso di non ritirarsi, almeno quanto l’esercito russo.

Ottenere un posto seduti è un lusso, essere fuori dalla carrozza agli ingressi significa gelarsi i piedi per tutte le ore del viaggio: ma per centinaia di chilometri non c’è uno sguardo di sofferenza, gli occhi e le menti sono rivolte ancora verso casa, ed è incerto il dove si sarà domani. Gli unici momenti di urla, sgomitate e fretta ci sono a ogni fermata del treno, nelle varie stazioni che ci sono tra la Capitale e Leopoli, città storica che, nonostante i tempi, mantiene il suo orgoglioso decoro.

In questo carnevale triste di cappotti e grosse valige pesanti per fortuna capita spesso che una persona giovane dia una mano agli stranieri che non riescono ad orientarsi per cercare il binario giusto dove attendere anche per due ore il primo treno che “non va a Leopoli, al massimo va verso Leopoli”. Diverso da quel viaggio è invece quello in macchina da Odessa verso Kharkiv. Le strade di Odessa sono una miriade di deviazioni che portano verso il baluardo di Mykolaiv. La strada m14 ogni giorno si costella di check-point sempre più armati, microcosmi dove alcune volte si viene accolti dal sorriso di un volontario delle Forze di difesa volontarie. Altre volte, invece, in mezzo a blocchi di cemento e sacchi di sabbia, solo occhi severi e quattro classiche richieste: accredito, documenti della macchina, aprire il bagagliaio e ricerca di armi. Salendo da Mykolaiv verso la principale strada interna che la collega verso Dnipro, l’aria è ancora tesa per il bombardamento che ha ucciso decine di soldati alla base militare nord della città. Alla nostra destra, per svariati minuti di percorso una miriade di buche, razzi conficcati nel terreno, cavalli di frisia e mine anti-carro. A sinistra, uomini che tagliano alberi secchi per poter ostacolare il percorso a un’eventuale avanzata dell’esercito russo. A metà viaggio verso Dnipro si domanda la solita cosa: “Come è la situazione? La strada è sicura?”. E il soldato di turno capisce che è meglio sempre essere chiari: “Sì, per adesso, ma sbrigatevi”.

I segnali che indicano che la guerra è vicina sono i veicoli bruciati esplosi in mezzo alla carreggiata, i mezzi “Ural” che trascinano le carcasse di carri armati ucraini e i piccoli e profondi crateri dei colpi di artiglieria caduti sull’asfalto. Le pompe di benzina sembrano chiuse da anni, le poche stazioni aperte non hanno molto: il carburante è poco e i rifornimenti sono ai minimi, magari c’è dell’acqua e frutta secca. Ci sono stati altri 44 bombardamenti nelle periferie della seconda più grande città ucraina, Kharkiv, ed è difficile ancora capire il numero delle vittime.

A Kryvyi Rih, la città del presidente Zelensky, bandieroni ovunque, gente che passeggia per il centro e militari in divisa da parata. Poi si raggiunge Dnipro, che è la porta principale del Donbass. Il grande fiume Dniepr scorre come sempre, ne ha viste tante di guerre e di stranieri passare per conquistare questo angolo di mondo, un altro conflitto non lo farà desistere a mantenere il suo flusso. L’atmosfera serale è calma, l’aggressione militare russa pare una notizia lontana, qui il coprifuoco è persino alle otto di sera e si vendono ancora alcolici.

Quando si giunge a Kharkiv, il panorama di crateri suggerisce che era giusto arrivarci. Il centro è impressionante come lo è la strada Akademika Pavlova: devastazione è l’unico modo per descriverla. Edifici bombardati da settimane, altri che ancora sputano fiamme e fumo nero. L’eco dei colpi di obice rimbomba nel vuoto di edifici post sovietici del quartiere residenziale di Saltivka. Lì si esce dall’auto, ancora la sigaretta tra le mani e si guardano le vie di fuga.

Kiev città aperta, gli scappati pronti a resistere “più dei russi”

La mountain bike bianca e rossa di Tatiana è appoggiata al muro accanto al centro di soccorso dei profughi del check-point verso Irpin. Lei piange mentre il marito cerca di confortarla: “Nella nostra casa ho lasciato i due cani e i due gatti; non abbiamo figli, ora siamo solo io e lui”, dice indicando il marito Alexandr, 75 anni che non si direbbero. Questa signora alta e magra è appena arrivata dalla zona dove i combattimenti proseguono ormai da 72 ore: Babyntsi è diversi chilometri sopra Hostomel, in un’area sotto il quasi completo controllo dei russi, che starebbero però subendo l’offensiva delle forze ucraine. Moglie e marito raccontano della separazione forzata – lui a Kiev, sorpreso dall’avvio dell’attacco un mese fa – e lei nella loro casa “di via Shevchenko (a una quarantina di chilometri dalla Capitale, ndr): “Io non sono mai scesa nelle cantine del nostro edificio: avevo conserve e latte condensato, ma è andata via l’elettricità, le linee telefoniche e poi anche il cibo è finito. Ho recuperato una bici, ho preso e sono partita senza pensarci…”.

È Alexandr a finire il racconto mentre Tatiana nasconde il viso tra le mani: “Ha percorso 70 chilometri: la distanza sarebbe di meno, ma ha scelto le stradine laterali per evitare i combattimenti e finalmente è arrivata qui. Ora siamo io e lei, tutto va bene”, sorride felice al vento freddo che spazza il cortile dove un gruppo di anziane signore sono in attesa di esser portate in un centro di accoglienza per sfollati. Da Irpin e più su a nord continuano ad arrivare persone: “Tra le 250 e le 400 al giorno, quasi tutti anziani ormai”, dice la responsabile di questo centro di raccolta gremito di militari, retrovia del fronte, la cui posizione è intuibile dal continuo scambio di colpi di artiglieria e i pennacchi di intenso fumo nero che si alzano con regolarità dai punti colpiti. “La gente si decide a partire quando non ne può più fare a meno”, come Volodymyr, 16 anni, intirizzito nel suo giaccone nero. Per lui la guerra è iniziata il 6 marzo, “con il sole velato di fumo e il rombo degli aerei sopra la testa”, si è convinto a lasciare l’appartamento a Irpin e dopo giorni nelle cantine si è poi deciso a coprire a piedi la distanza fino alle porte di Kiev, portandosi dietro le poche conserve di cibo rimaste. Anziani sfollati si trovano anche nella grande sinagoga Brodsky, con all’ingresso guardie armate con la kippah in testa, seduti sulle panche di legno scuro del tempio mentre vengono rifocillati dai volontari. “Dal primo giorno di guerra abbiamo organizzato convogli che permettessero di portare via le persone dalle città sotto attacco, ebrei o non ebrei, per noi non fa differenza”, spiega il rabbino capo della comunità ucraina Moshe Reuven Azman, nato a Leningrado (ora San Pietroburgo) e considerato da ragazzo, negli anni 80, un refusnik, un “oppositore del potere sovietico”. Approdato poi a Kiev, ha riaperto negli anni 90 la sinagoga nella città vecchia, che era stata adibita a teatro di marionette nel periodo sovietico.

“Queste persone sono state evacuate da Chernihiv e verranno portate in Moldavia e da lì le nostre comunità le accoglieranno nei vari Paesi. Qui a Kiev siamo circa 50 mila, e non sono molti quelli che hanno deciso di andarsene. Se mi chiede del ruolo che può avere l’oligarca ebreo Abramovich nelle trattative di pace con Mosca, non le so rispondere, ma i nostri rapporti con Zelensky sono buoni: è di origini ebraiche anche se non è professante”. Ai maggiori check-point di Kiev, le file di auto sono cresciute, si possono incrociare cingolati che raggiungono gli avamposti di combattimento, ma anche ciclisti che approfittano delle belle giornate per una sgambata, mentre pure le file ai negozi (aperti fino alle 17, il coprifuoco scatta alle 20) appaiono in aumento. Per Andrej, giovane ingegnere che risiede in Crimea (riannessa dalla Russia nel 2014) è uno strazio: il suo documento viene guardato con sospetto in ogni posto di guardia, la sua auto controllata minuziosamente, il suo telefono altrettanto, in cerca di possibili indizi di complicità col nemico. Come ha sostenuto ieri un deputato della Rada, il parlamento di Kiev: “Anche l’economia russa sta collassando, ma noi stiamo morendo: la questione è chi si sfinirà per primo”.

Nuova sfida: testato un missile balistico

La Corea del Nord, per la prima volta dal 2017, ieri ha lanciato un missile balistico intercontinentale (Icbm) che è caduto in mare nella zona economica esclusiva del Giappone dopo aver volato per 71 minuti e 1.100 chilometri, toccando un’altezza di 6 mila chilometri. Gli Icbm, progettati per trasportare armi nucleari, consentirebbero alla Corea del Nord di attaccare gli Stati Uniti. Questo lancio è l’ultimo di numerosi test effettuati dalla Corea del Nord nelle ultime settimane. Secondo Washington e Seul alcuni di questi test, che Pyongyang ha definito come lanci di satelliti, in realtà sono stati prove di parti di un sistema Icbm. Il missile lanciato ieri sembrava più nuovo e potente di quello di cinque anni fa. Secondo la Corea del Sud si tratterebbe del nuovo vettore Hwasong-17. A gennaio, Pyongyang aveva deciso di “revocare” la moratoria volontaria sui test missilistici annunciata ad aprile 2018. Il test è stato condannato duramente da Corea del Sud, Giappone, Usa e Ue, mentre la Cina ha invitato alla calma auspicando una soluzione politica. Sulla stessa posizione è schierata la Russia, che dichiara di monitorare “da vicino” la situazione. “È molto importante che questa regione non si trasformi in un altro luogo in cui le tensioni stanno crescendo”, ha spiegato Mosca.

Fosforo bianco, l’arma usata dai buoni a Falluja

Sull’Ucraina i russi lanciano anche bombe al fosforo bianco, denunciano diverse fonti locali. Il fosforo bianco è un’arma micidiale: si incendia a contatto con l’aria, mentre se incontra l’acqua – anche quella contenuta nel corpo umano – produce anidride fosforica, un potente disidratante. In sintesi, uccide bruciando e consumando i tessuti di chi si trova nel raggio dell’esplosione, avvelena chi ne respira i vapori e provoca danni permanenti a chi sopravvive.

È la storia che torna. Ordigni di questo tipo sono stati usati in diversi conflitti degli anni 2000. Anche da eserciti di cui l’Italia era alleata. È il caso delle truppe Usa in Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein. A maggio 2005 il settimanale Diario raccolse le prime testimonianze sull’uso del fosforo nella battaglia di Falluja. La città sunnita, culla della resistenza anti-americana, a novembre 2004 era stata assediata e bombardata per settimane, poi conquistata casa per casa dai Marines, appoggiati da truppe britanniche e governative irachene. Un soldato americano in servizio, che aveva partecipato all’assedio, era rimasto inorridito: “Le bombe al fosforo sono altamente incendiarie e uccidono indiscriminatamente”, raccontò. “Bruciano tutto l’ossigeno, se colpiscono un essere umano lo consumano fino all’osso. Dopo l’esplosione il fumo tossico provoca gravi ustioni interne. Le bombe al fosforo sono state studiate per le battaglie in campo aperto, non in una città abitata”.

Nel novembre successivo il tema fu al centro di un’inchiesta di Rai News24 realizzata da Sigfrido Ranucci, oggi conduttore di Report, con filmati che mostravano i bombardamenti. Il soldato, ormai in congedo, svelò la propria identità – si chiamava Jeff Englehart – e confermò le accuse.

La denuncia della tv pubblica di un Paese alleato degli Usa, impegnato in Iraq con i suoi militari, provocò un terremoto. Arrivarono smentite e precisazioni dal Pentagono e dall’ambasciata Usa. Ma a marzo-aprile 2005 un articolo della rivista Field Artillery (“Artiglieria da campo”, ndr), pubblicata dall’Esercito Usa, aveva già confermato l’utilizzo delle bombe incendiarie a Falluja, vantando le doti del fosforo bianco: un’“arma efficace e versatile”, utilizzata “contro trincee e postazioni degli insorgenti” e per “missioni letali”. L’articolo – diventato di pubblico dominio una volta scoppiato il caso – era firmato da tre ufficiali che avevano condotto i bombardamenti.

Oggi come allora, le bombe al fosforo bianco sono in un limbo. Non sono classificate come armi chimiche – anche se qualche giornale continua a definirle così – perciò non rientrano nella Convenzione dell’Onu che ne vieta l’utilizzo. Questo però non significa che possano essere legittimamente usate in modo indiscriminato. Rientrano infatti nella sezione dedicata alle “armi incendiarie” di un altro trattato Onu, la Convenzione di Ginevra sulle armi convenzionali, a cui la Russia ha aderito. Che ne proibisce non solo l’utilizzo contro la popolazione, ma anche contro obiettivi militari in prossimità di “concentrazioni di civili”. In teoria, questi ordigni potrebbero essere usati soltanto per illuminare il campo di battaglia, creare panico nelle truppe nemiche, innalzare cortine fumogene. Ma quando il gioco si fa duro, certe sottigliezze si trascurano. Nelle guerre dei “cattivi” come nelle guerre dei “buoni”. A spese, come sempre, dei civili incolpevoli.

“Siete dei pazzi”: manifesto pacifista di papa Francesco

Di là la Nato, di qua il Papa. Di là i governi, come quello Draghi, definiti “pazzi” nella loro idea di aumento delle spese militari, di qua un manifesto pacifista integrale, come si può leggere nel discorso che ieri Papa Francesco ha tenuto al Congresso del Centro italiano femminile a Roma.

“Io mi sono vergognato – ha detto il Pontefice – quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo”.

Le parole del Papa tagliano corto anche con i distinguo che pure nei giorni scorsi erano stati avanzati da alcuni osservatori circa la disponibilità della Chiesa ad avallare invio di armi in Ucraina o altre simili iniziative. Le parole di Francesco sono invece nette: “Penso che per quelle di voi che appartengono alla mia generazione sia insopportabile vedere quello che è successo e sta succedendo in Ucraina. Ma purtroppo questo è il frutto della vecchia logica di potere che ancora domina la cosiddetta geopolitica”.

La diversa mentalità viene rintracciata invece in un insieme di posizioni differenti che hanno il trait d’union della pace a tutti i costi: “Questo cambiamento di mentalità riguarda tutti e dipende da ciascuno. È la scuola di Gesù, che ci ha insegnato come il Regno di Dio si sviluppi sempre a partire dal piccolo seme. È la scuola di Gandhi, che ha guidato un popolo alla libertà sulla via della nonviolenza. È la scuola dei santi e delle sante di ogni tempo, che fanno crescere l’umanità con la testimonianza di una vita spesa al servizio di Dio e del prossimo. Ma è anche – direi soprattutto – la scuola di innumerevoli donne che hanno coltivato e custodito la vita”.

Da Gesù a Gandhi e ai santi, ovviamente, nel pieno della dottrina cattolica. La pace come la può disegnare un pensiero cristiano che si sta ponendo in questo momento come unica alternativa globale al ritmo di guerra che invece viene suonato da Mosca, naturalmente, ma anche dai Paesi occidentali.

A Francesco si associano poche voci, soprattutto da sinistra, come i Verdi e Sinistra italiana. Ma c’è anche la sponda del M5S, con Giuseppe Conte che è tornato ad attaccare ieri l’obiettivo del 2% del Pil contrapponendosi a Draghi (ne parliamo nelle pagine seguenti) e con il senatore Gianluca Ferrara, componente della Commissione Esteri del Senato, che ha sposato in pieno quel “pazzi” pronunciato da Papa Bergoglio. Invece dal Pd arriva una dichiarazione burocratica e imbarazzata, fatta a nome della segreteria da Francesco Boccia, che dice che il partito ha “una responsabilità istituzionale” e quindi se con il cuore appoggia le parole del Papa, con il cervello deve approvare l’aumento delle spese militari.

Quel che è più importante, Francesco sembra chiudere la polemica strisciante che lo aveva visto, non sappiamo quanto intenzionalmente, distinto dal Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, che invece aveva parlato di un triste diritto alla resistenza da parte degli ucraini, aprendo alla consegna di armi. Consegna ieri esclusa invece dalla Cei, che si è espressa attraverso le parole di monsignor Stefano Russo: “Bisognerebbe arrivare a un disarmo totale e generale, ma in questo momento, purtroppo, non sta avvenendo”. Anzi, di fatto “il mercato delle armi alimenta le guerre, come più volte sottolineato da Papa Francesco”. La bussola pacifista è nelle mani del Vaticano, quindi, e questo costituisce un fattore potente a livello internazionale, ma anche un limite della politica, almeno italiana. Forse pensando anche a questo la Tavola della Pace ha lanciato un’edizione straordinaria, il 24 aprile, della marcia Perugia-Assisi. Come ha detto Flavio Lotti, storico coordinatore della Tavola, “il nostro governo, come altri, non sta facendo abbastanza per sostenere lo sforzo necessario del negoziato. Dobbiamo uscire dalla logica della guerra e agire affinché Putin torni al tavolo della trattativa. L’unica persona che sta veramente lavorando in questa direzione è il Pontefice”.

Più armi a Kiev e gas all’Ue. L’avvertimento di Biden&C. a Mosca

La trilogia dei vertici dell’Occidente, Nato, G7 e Ue, che va in scena a Bruxelles nell’anniversario dell’inizio dei bombardamenti sulla Serbia nel 1999 – “coincidenza cinica”, commenta Mosca – produce dichiarazioni d’unità e fermezza, ma non accende speranze di pace in Ucraina. Ci sono più armi a Kiev, più sanzioni a Mosca, più aiuti umanitari, ma nessuna iniziativa diplomatica.

L’import d’energia dalla Russia continua a dividere gli europei: secondo il Financial Times, gli Usa sono pronti a fornire all’Ue 15 miliardi di metri cubi di gas liquefatto, a fronte della riduzione di un terzo dell’import dalla Russia (50 miliardi di metri cubi su 150). L’accordo dovrebbe essere chiuso oggi dopo un incontro tra il presidente Usa, Joe Biden, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ospite fisso dei tre vertici, chiede agli alleati aiuti senza restrizioni e l’1% dei loro 20 mila carri armati. Gli rispondono picche. Ma molti gli offrono qualcosa: Biden fa sapere che gli Usa accoglieranno 100.000 rifugiati ucraini e promette “un altro miliardo di aiuti umanitari”; il presidente francese Emmanuel Macron propone al G7 e all’Ue un piano di emergenza alimentare (“senza semina in Ucraina, sono ineluttabili carestie”).

Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg, annuncia che gli alleati hanno deciso di “fornire più assistenza all’Ucraina, anche militare”. E cita armi anti-carro, sistemi anti-missili e droni, “che si sono dimostrati molto efficaci”. E intima l’altolà alla Cina perché non dia aiuto militare a Mosca. I 30 Paesi della Nato hanno pure deciso di dislocare altri quattro battaglioni sul fronte Est, in particolare in Bulgaria, Romania, Slovacchia e Ungheria. E Biden aggiunge: “Siamo impegnati a identificare ulteriori strumenti, inclusi sistemi di difesa aerea e anti-nave, per aiutare l’Ucraina”. Ma il premier britannico Boris Johnson giudica “difficile” l’invio a Kiev di carri ed aerei: “Più armi letali sì, ma non truppe né no-fly zone”. Stoltenberg conferma, “perché si vuole evitare una escalation”.

Il G7, dal canto suo, è pronto ad adottare nuove sanzioni e continua a lavorare per evitare che quelle già decise vengano aggirate anche con la vendita di oro da parte della banca centrale russa. I leader dei Paesi del G7 mettono inoltre in guardia il presidente russo Vladimir Putin dal ricorso ad armi chimiche o nucleari. Per Johnson, “più dure sono le sanzioni, più potremo aiutare gli ucraini e meno la crisi durerà”. Mosca replica alle sanzioni insistendo per il pagamento in rubli del gas, che – osserva il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov – “potrebbe creare problemi ai Paesi a noi ostili”. Per i Paesi europei, Italia e Germania in testa, equivale “a una violazione dei contratti”. Nel comunicato finale, il G7 sottolinea la volontà di fare subire “severe conseguenze” alla Russia. I Sette Grandi continueranno a mantenere una stretta cooperazione e cercheranno di coinvolgere anche altri governi. Il premier britannico avverte che l’eventuale ricorso alle armi chimiche da parte della Russia scatenerebbe un’ondata “d’orrore viscerale”, con “conseguenze catastrofiche” per lo stesso Putin.

Mentre Biden è a Bruxelles, il Dipartimento del Tesoro fa sapere che gli Usa mettono altre sanzioni su 328 membri della Duma russa, su 48 aziende della difesa e su altre persone ed entità. E Biden propone che la Russia sia rimossa dal G20 e che, invece, l’Ucraina possa prendervi parte.

Apertura a “inasprire le sanzioni, se necessario” arriva anche da Mario Draghi. Circa l’aumento delle spese militari, il premier conferma “l’impegno storico verso la Nato” per portarle al 2% del Pil, livello ribadito ieri dai Paesi dell’Alleanza atlantica. Oggi, il vertice europeo proseguirà, dopo l’incontro Biden-Von der Leyen. Il presidente Usa andrà poi in Polonia.

Intanto ieri, con 150 sì, cinque no e 38 astenuti, l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato una risoluzione sulla situazione umanitaria in Ucraina che chiede “l’immediata cessazione delle ostilità da parte della Russia, in particolare di eventuali attacchi contro civili”, l’accesso umanitario e la protezione dei civili, del personale medico, dei giornalisti e degli operatori umanitari. Un testo ‘pro-russo’ presentato dal Sudafrica è stato respinto. I cinque no sono venuti da Russia, Bielorussia, Siria, Eritrea e Nord Corea (gli stessi Paesi che avevano bocciato la condanna dell’invasione il 2 marzo). La Cina è tra i 38 astenuti, saliti dai 35 di venti giorni fa, mentre i sì sono scesi di uno. Variazioni marginali, la realtà è che la diplomazia russa non sta facendo proseliti.

I documenti dell’Assemblea generale dell’Onu non hanno valore vincolante, ma hanno valore politico e simbolico.

S’è censurato da solo

Alla notizia che la Rai gli aveva stracciato il contratto con CartaBianca, era scontato che qualche fenomeno avrebbe detto che Alessandro Orsini se l’era cercata per fare il martire. Restava solo da capire quale dei tanti. Il più lesto è stato Aldo Grasso, “critico televisivo” nel senso che critica i programmi concorrenti a quelli del suo editore: “È il grande momento del prof. Orsini, il ‘ribelle della Luiss’, l’opinionista che ha lasciato un giornale… per approdare al Fatto Quotidiano (ribattezzato la ‘Pravda Italiana’)… Gli Orsini si atteggiano a intellettuali scomodi, a voci fuori dal coro, perseguitati”, mentre “hanno convertito il martirio in professione”. Ecco: non sono la Luiss e il Messaggero che lo censurano, non è la Rai che paga cani e porci e blocca – per ordine del Pd – il suo contratto che vale una fettina di culo dell’ultima soubrette: è lui che si censura da solo per farsi bello. È il refrain dei trombettieri di ogni regime, che fra i censori e i censurati attaccano i censurati (oltre agli incensurati) sventolando “valori della liberaldemocrazia”. Quando Luttazzi fu linciato e poi cacciato dalla Rai nel 2001, i berluscones dissero che l’aveva fatto apposta.

Poi, con l’editto bulgaro del 2002, toccò a Biagi e Santoro. Giuliano Ferrara definì Biagi “trombone, ipocrita, arrogante, mostro sacro degli affari suoi” che “punta al carisma del martire” e “si caccia da solo per biechi interessi di bottega”. Francesco Merlo aggiunse che le sue opinioni “sono indifferenti”. Bruno Vespa definì l’editto “contratto vitalizio in Rai per Biagi e Santoro” e “medaglia d’oro di martiri della Resistenza”: un omaggio. Nel 2004 chiusero Raiot di Sabina Guzzanti e Sebastiano Messina (che oggi sbeffeggia Orsini) insinuò su Rep un “gioco delle parti” per evocare “il fantasma della censura berlusconiana” e “dimostrare al mondo (con un intempestivo pathos rivoluzionario) che… il Berlusconi in carne e ossa fa esattamente quello che loro gli fanno dire nella parodia”. Per Ferrara, Sabina la censura se l’era cercata “apposta per gridare al regime”. Antonio Polito ricordò che “la Rai non è Hyde Park Corner”, quindi chiudere un programma di successo alla prima puntata “non è né censura né punizione”. E Marcello Veneziani: “Programma creato apposta per l’operazione martirio”. Oggi, nulla di nuovo sotto il sole. “Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi erano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare” (Martin Niemöller).