Caro Papa Francesco.
Si vorrebbe che Assisi ospitasse il prossimo Forum mondiale dell’Acqua. Il Forum mondiale dei privati, delle multinazionali, della quotazione in Borsa di un bene comune fondamentale. La gente non sa, la cultura, i giuristi e gran parte dei media tacciono, i militanti del movimento dell’acqua – quelli che promossero il referendum e ottennero la dichiarazione dell’Onu che l’acqua è un diritto umano – sono soli, senza rappresentanza. E io mi chiedo: a quale autorità devo rivolgere la mia inquietudine, se non al Papa?
So che rivolgermi a Lei potrebbe a qualcuno apparire temerario, o addirittura ridicolo. Ma ho 82 anni e so che il mio tempo sta per scadere. Divento quindi ogni giorno più impaziente e mi dico che posso rischiare anche il ridicolo.
Sono un non credente, sono un ex senatore della Repubblica italiana disincantato e deluso dalla sinistra, sono indignato per le ingiustizie e la disumanità di questo mondo e non me la sento di rivolgermi a Lei chiamandola Sua Santità. Ma le Sue parole nell’Enciclica Laudato Si’ e il riferimento all’acqua che non può essere oggetto di mercato sono diventati una guida per me e per le Associazioni in cui mi impegno: l’Associazione Costituzione e Beni Comuni e l’Associazione “Laudato si’”, che dalla Sua Enciclica prende il nome.
Lei è l’unica autorità a esprimersi in tal senso, l’unica con la statura di poter dire ai governi che a decidere sul destino di questo bene comune vitale devono essere solo legittime istituzioni internazionali come l’Onu: un’organizzazione delle Nazioni Unite sull’acqua potrebbe e dovrebbe promuovere un Forum mondiale, decidere la Nazione e la città ospitanti.
Un Forum che necessariamente dovrà far i conti con le multinazionali dell’acqua, ma che non potrà ignorare il conflitto tra queste e i bisogni dei popoli. Un Forum dove potranno partecipare con egual peso monsignor Infanti, vescovo di Patagonia, e i Mapuche che rivogliono la loro acqua, e l’Enel, la multinazionale italiana che oggi possiede tutta l’acqua del Cile e imprigiona in dighe i fiumi di questa regione del mondo. Ciò che è inaccettabile è che i popoli e le istituzioni internazionali siano gli invitati di un organismo privato, che Paesi e città gareggino nell’offrirsi a chi dell’acqua fa profitto. Dovrebbe offrirsi Assisi, la città della marcia della Pace e questo ha per me un sapore blasfemo.
Mi rivolgo dunque a Lei perché è la sola autorità che può cacciare i mercanti dal tempio e chiedere a tanti parroci sparsi in tutto il mondo: tuonate dai vostri pulpiti, tuonate che l’acqua non può essere quotata in Borsa, perché l’acqua è la vita.
“Fermare i signori dell’acqua. Quello non è Rinascimento”
Il 30 dicembre 2021, il ministero degli Esteri ha lanciato la candidatura dell’Italia a ospitare, nel 2024, la decima edizione del Forum mondiale dell’Acqua. Attenzione. Non è un Forum indetto dall’Onu o da qualche altro organismo sovranazionale: è un’iniziativa del Consiglio mondiale dell’Acqua, che è un organismo privato, privatissimo, con sede a Marsiglia, in Francia. È una lobby di aziende multinazionali dell’acqua, sostenuta da imprese come Veolia e Suez Lyonnes des eaux, presieduta da Loïc Fauchon, presidente di Eaux de Marseille, ovvero Veolia.
La gente non ne sa nulla, solo gli attivisti del movimento italiano dell’acqua ne parlano e si attivano. E io cerco solo di spendere le mie poche risorse a sostegno della verità. Il Forum mondiale dell’Acqua è un evento che si ripete ogni tre anni in Paesi diversi del mondo ed è un appuntamento (privato) internazionale a cui i governi di tutto il mondo accorrono, dopo aver gareggiato per ospitarlo. È uno scandalo, ma coinvolgerà migliaia di persone. Inciderà sul destino dell’acqua e dell’umanità, perché sull’accesso all’acqua – come sull’accesso ai vaccini – si decide chi vivrà e chi morirà. Perché l’acqua non è solo un servizio pubblico: è la vita, la salute, il lavoro, la produzione di cibo, l’energia. La cerchiamo negli spazi siderali perché cerchiamo la vita.
È probabile che l’Italia vinca anche questa gara, c’è già tanta fibrillazione nella politica e tra gli amministratori, come per le Olimpiadi delle nevi del 2026. L’enfasi del ministro Luigi Di Maio è stata tale da definire il Forum “il Rinascimento dell’acqua”; e da ipotizzare che si concluda con una “Carta del Rinascimento dell’acqua”: incredibile, se si pensa che il ministro ha finora ignorato un referendum, quello contro la privatizzazione dell’acqua, e la prima delle cinque stelle del suo Movimento.
Il Comitato a sostegno della candidatura italiana è autorevole. Comprende, tra gli altri: la Custodia del Sacro convento di Assisi, il Consiglio nazionale dei geologi, il Dipartimento nazionale della Protezione civile, l’Ispra, l’Istituto nazionale di Urbanistica. Inoltre le città di Assisi e di Firenze, indicate come sedi dell’evento, sono platealmente evocative. Pensate: Assisi, San Francesco, il cantico. “Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta”. E Firenze è la patria del Rinascimento. Verrà raccontata così e al popolo italiano che in 26 milioni di persone votò al referendum per l’acqua pubblica, sembrerà una gran bella cosa e molti crederanno che il Consiglio mondiale dell’Acqua sia un organismo ufficiale dell’Onu, come lo sono la Fao, l’Oms, l’Unicef… Ma non è così. Non lo è proprio. Il Consiglio mondiale dell’Acqua – val la pena ripeterlo – è da sempre una creatura dei colossi francesi Suez Lyonnes des eaux e Veolia, della americana Behtel, della brasiliana Sabesp battistrada della privatizzazione dell’acqua in tutto il Brasile. Che dire? Semplicemente che Consiglio mondiale dell’Acqua e Forum mondiale dell’Acqua sono l’organizzazione mondiale della privatizzazione dell’acqua. Suez e Veolia non lo nascondono, e già operano nel nostro Paese, a Roma, Milano, Toscana, Liguria, Sicilia, Calabria… È contro di loro e contro le quattro multiutility private A2a, Hera, Iren, Acea ed Enel, che interviene sull’acqua, che è stato fatto e vinto il referendum del 2011.
Pensate: Parigi, che è la patria di Veolia, ha liquidato questa multinazionale dalla gestione del servizio idrico cittadino, che è tornato pubblico. Se parliamo poi dell’acqua come diritto umano, è bene sapere che i Forum mondiali dell’acqua si sono sempre espressi contro tale principio. È per questo che i vari movimenti dell’acqua hanno dato vita a Forum mondiali alternativi: a Ginevra nel 2005, poi a Istanbul, Marsiglia, Brasilia eccetera. Per questo hanno promosso manifestazioni in tutto il mondo, hanno dialogato con i governi latino-americani e posto sempre e ovunque l’obbiettivo dell’acqua come diritto umano. Abbiamo ottenuto una bella vittoria nel 2010, quando l’acqua come diritto umano è stata affermata da una risoluzione votata dall’assemblea dell’Onu.
Il paradosso è che lo Stato italiano e le varie corporazioni nazionali stanno chiedendo a questo Consiglio mondiale dell’Acqua, a questo grumo di interessi privati, di fare all’Italia l’onore di svolgere il Forum nel nostro Paese. Tutto viene ribaltato ed è grave, perché il tema dell’acqua incombe sui nostri anni futuri, come le tragedie della pandemia e del clima, e chiama la responsabilità di legittime istituzioni nazionali e internazionali che abbiano in testa il bene collettivo e non il prezzo dell’acqua sul mercato e la sua quotazione in Borsa. Sì, perché l’acqua è già stata quotata in Borsa nel 2020 a Wall Street con un titolo derivato. Non si può leggere il rapporto dell’Onu del 2019 e rimanere indifferenti ai dati riportati: 4 miliardi di persone non hanno acqua sicura, 800 milioni sono privi di accesso all’acqua potabile, 2,5 miliardi privi di servizi igienici, 700 milioni devono fare i loro bisogni all’aperto e a tutto ciò si aggiunge che entro il 2030 si prevedono dai 300 ai 700 milioni di profughi. I rapporteur dell’Onu per il diritto all’acqua, Leo Heller e Pablo Arrojo, sostengono che l’accesso a questi diritti è condizionato dal costo dell’acqua imposto dalle multinazionali. Chi garantirà all’umanità l’accesso a questi diritti, chi impedirà che si scatenino guerre, chi impedirà il water grabbing, chi determinerà le priorità negli usi? Forse l’organismo mondiale delle multinazionali?
Avanguardie varie, cannibali & C. Ridere con l’arte
L’ARTE MODERNA E LA PRASSI DIVERTENTE
Esplorando i rapporti fra arte moderna e prassi divertente, siamo arrivati al tema dell’antagonismo artistico e delle novità tecnologiche. L’avanguardia voleva far coincidere arte e vita (le installazioni somatiche della Abramovic sono gli ultimi esempi di questa tradizione). Oggi, le multinazionali del web impongono agli utenti un unico modo interattivo, peraltro ben accetto: la performance esibizionista (estesa a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche quelli privati, un tempo fuori scena), che ha la sua espressione istantanea nel selfie. In un mondo così, l’artista contemporaneo desidera che la vita si distacchi dall’arte, e che lo spettatore torni a pensare in modo critico. È il pre-requisito per un’arte politica che si appropri dei valori dominanti e li riassegni (Bishop, 2004). Però, in un mondo di prosumer interconnessi, dove tutto può essere arte, è sempre il sistema clientelare dell’arte (critici, curatori, finanziatori, collezionisti, spazi, kermesse, media) a stabilire cos’è arte. Che succede se spettatori, esperti e artisti tornano a pensare in modo critico? Succede che vengano messe in discussione la vacuità e la paraculaggine degli artisti contemporanei più celebri (Jones, 2009; Spalding, 2012); che le forme di lotta contro-egemonica (protesta, manifesti, articoli, influencing, azionariato critico, boicottaggio, vandalismo, &c.) possano essere considerate espressione artistica; che un professore di estetica scriva un testo di saggi in forma di racconto intitolandolo “Del terrorismo come una delle belle arti” (Perniola, 2016), un calco da De Quincey (“L’assassinio come una delle belle arti”, 1827); e che mezzo mondo ovviamente si indigni quando un musicista d’avanguardia arriva a definire l’attentato dell’11 settembre “la più grande opera d’arte possibile nell’intero cosmo” (Stockhausen, 2001).
Decadentismo: avanguardia, sperimentalismo, realismo. Le avanguardie artistiche del primo ’900 ripropongono, attraverso il primitivismo, il pregiudizio dell’originale: ritorcono pratiche proto-culturali, considerate esempi di espressività “naturale”, contro il conformismo borghese e i suoi canoni estetici. Che la relazione fra natura e cultura sia pacifica, giusto Rousseau poteva ancora pensarlo; dopo di lui, le avanguardie artistiche usano il presunto “naturale” per contestare l’alienazione imposta dalla società capitalista, di cui è un aspetto non secondario l’istituzionalizzazione dell’arte (Bürger, 1974). Certe urgenze espressive usano l’immagine del cannibalismo (un rituale di cui all’epoca non si conosce la sofisticazione culturale): ne sono esempi la rivista Dada Cannibale (1920), inaugurata dall’editoriale di Picabia Manifeste cannibale; il Manifesto antropofago (1928) con cui Osvald de Andrade avvia la stagione del modernismo brasiliano; il manichino femminile della surrealista Meret Oppenheim (Cannibal Feast, 1959, bit.ly/3IniDrp); e i saggi antropologici di Bataille. La letteratura del ’900, per esempio Joyce (Qc #81-85), ritorna a Sterne, ritrovando vitalità nella disgregazione dell’unità psicologica e dell’armonia compositiva del romanzo ottocentesco. In Francia, surrealismo, dadaismo e situazionismo sono antitetici all’industria culturale: per questo sono avanguardia, spiega Eco (1985). In Italia, invece, il futurismo si pone come novità all’interno dell’industria culturale; e la cosiddetta neo-avanguardia italiana (Il Verri, Gruppo 63, Quindici), mentre critica la società neo-capitalista da un punto di vista marxista, auspica un rinnovamento delle sue istituzioni culturali: in entrambi i casi, non si tratta di avanguardia, ma di sperimentalismo (Eco, 1985; Barilli, 1995). Lo stesso potrebbe dirsi degli scrittori raccolti da Daniele Brolli sotto l’etichetta di Cannibali, che infatti furono salutati come nipotini da quelli del Gruppo ’63 (stesso atteggiamento trasgressivo nei confronti della tradizione, stesso gusto per il grottesco, l’ironia, il gergo, l’idioletto). Al termine di un convegno/dibattito sull’antologia Gioventù cannibale (1998), in cui prendo la parola auspicando che sempre più artisti adottino la poetica di John Zorn (“includere tutto quello che ti piace”), Balestrini si complimenta: “Lei ha fatto l’intervento più interessante”. Gli rispondo: “Non è vero, ma grazie”.
Di prassi anti-adorniana, gli iper-mimetici Cannibali amano la tv, il pop, e gli eccessi del pulp (letterario, fumettistico, cinematografico). L’amoralità esasperata delle loro fabulae, che origina dal rivolgere a varie efferatezze lo sguardo indifferente dello spettatore televisivo, echeggia quella di Ballard (“Nel vedere le fotografie di Crash Injuries, scattate appena dopo violenti scontri automobilistici, non si può evitare che la fantasia venga stimolata da queste vittime che, pur a un prezzo enorme, si sono aperte un varco nella crosta della realtà e delle convenzioni che ci circondano, e che in un certo senso hanno ottenuto, o meglio sono diventate, un’essenza mitologica, cosa possibile soltanto attraverso questi atti brutali e violenti.”), e porta dalle parti del decadentismo (espressione della crisi generale dell’arte; crisi del vecchio assetto della cultura). In quella antologia, un racconto parodiava la violenza estetizzata che Bret Easton Ellis aveva reso di moda: era avant-pop (bit.ly/ 3wVG0nk), ma anche un piccolo esempio di “postmodernismo di resistenza”, per dirla con Foster (2004). Va detto anche che “se nasci in un piccolo Paese sei fregato. Conti solo se appartieni a una cultura egemone. Allen Ginsberg si oppone a Johnson che è un gigante (perché rappresenta l’imperialismo americano) e quindi anche lui lo è. Da noi a che cosa serve polemizzare con la polizia locale?” (Pasolini, 1967).
(90. Continua)
Spezia, vaccino al figlio. Il sindaco nella bufera
Il sindaco di La Spezia interviene sulla direzione della Asl 5 e fa cambiare il vaccino al figlio: al ragazzo era stato destinato il Moderna, ma la direzione della Asl accontenta il primo cittadino e somministra al giovane lo Pfizer. Il caso, sollevato dal Fatto, approda al consiglio regionale della Liguria. A presentare un’interrogazione è il consigliere del Pd Davide Natale, che chiede di chiarire la vicenda che riguarda Pierluigi Peracchini, fedelissimo totiano: “Molti genitori mi hanno chiamato indignati. Così passano messaggi sbagliati, minano la fiducia nei vaccini”.
Da villaggio a miraggio: va all’asta a Teramo il progetto di “megaville” per arabi facoltosi
Dal villaggio al miraggio. Il complesso di “ville sfarzose”, con piscina, biolago e centri sportivi annessi, che sarebbe dovuto sorgere a Colonnella, sulle colline teramane vista mare al confine con le Marche, con un investimento di 15 milioni da capitali arabi, è un sogno perduto. Ora sull’operazione si allungano le ombre del mistero: c’è chi parla di occasione mancata, c’è chi ritiene si tratti delle mille e una “sòla”. Per sei anni l’allora sindaco di Colonnella, Leandro Pollastrelli, aveva creduto alle ville destinate a “facoltose persone di Dubai”.
Gli arabi vennero e parteciparono, col sindaco, alla giuria di un concorso di bellezza. Ma il cantiere non è partito mai: a Natale il terreno edificabile sul quale “è autorizzata la costruzione di 31 unità immobiliari per un totale di 1.563,79 metri quadrati” è finito sul portale delle aste con la vendita dei diritti per 900 mila euro. Di arabi bastano i numeri per capire che le “ville sfarzose” erano in realtà 31 appartamenti di 50 metri quadrati l’uno. Senza piscina, biolago né centri sportivi. Senza arabi, soprattutto.
Raid aereo colpisce carcere: 82 morti Gli Houthi: “Sono stati i sauditi”
Carneficina di civili. Il bilancio degli attacchi multipli contro bersagli Houthi in Yemen è di 82 morti e 266 feriti. “Un crimine contro l’umanità”. Taha al-Motawakel, ministro della Salute degli Houthi, ha accusato la coalizione a guida saudita di colpire, volontariamente, cittadini innocenti. Dal canto suo la coalizione ha negato che il carcere fosse tra gli obiettivi prescelti. Si aggrava il conflitto civile scoppiato nel 2014 tra la fazione sciita, appoggiata dall’Iran , e il governo del presidente Abdo Rabbu Mansur Hadi. Sono oltre 377 mila le vittime da quando, nel 2015, la coalizione araba, ha cominciato a colpire le zone controllate dai rivoltosi in chiave anti-Iran. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, “condanna il raid” e chiede indagini “urgenti e tempestive”. La Farnesina chiede che Houthi e governo tornino a sedersi al tavolo dei negoziati sotto l’egida dell’Onu.
“Eolika”: una nave senza bandiera
Non è più solo una carretta del mare che trasportava munizioni. Adesso la Eolika è ufficialmente anche una nave fantasma. La Guyana ha infatti preso le distanze dal maxi sequestro di armi avvenuto alcuni giorni fa nel porto di Dakar: la registrazione della bandiera era scaduta il 10 dicembre 2021. A comunicarlo è la massima autorità marittima della Guyana (Marad), che oltre a “esprimere preoccupazione per la vicenda”, ha chiarito di voler difendere la reputazione dell’istituzione. L’Eolika era salpata dal porto di La Spezia a inizio dicembre, con un carico di munizioni calibro 9×19 e 5,56 del valore di 4,6 milioni di euro prodotto ed esportato dalla Fiocchi, azienda di proprietà della famiglia dell’eurodeputato di Fratelli d’Italia, Pietro Fiocchi, e del fondo di private equity della famiglia Montezemolo. La società, che a sua volta si è dichiarata parte lesa in questa vicenda, sostiene che le munizioni (proiettili per pistole e per fucili d’assalto) fossero destinate all’esercito della Repubblica Dominicana, con regolare autorizzazione della Farnesina: “Non eravamo a conoscenza del fatto che la nave dovesse fare tappa in Senegal”.
Apparentemente non lo sapeva nessuno. Ed è ancora più sorprendente alla luce delle rotte percorse finora della Eolika: trasporti fra il Mediterraneo, il Mar Nero e le coste atlantiche europee, spesso in piccoli porti (c’è traccia di un passaggio a Corigliano Calabro). Insomma, dopo una storia di attività esclusiva di cabotaggio, la spedizione in Centro America doveva essere la prima traversata atlantica di questa nave piccola e ormai anche un po’ malconcia, a giudicare dalla sfilza di osservazioni delle varie capitanerie che l’hanno bloccata in più di un’occasione nei porti. La scorsa estate il cargo era passato di mano, a un armatore libanese che gestisce una società anonima svizzera. Il gestore greco, Theodoros Rellos, anni fa era stato coinvolto in una vicenda di traffico di esplosivi con un’altra nave, la Andromeda. Rellos, convocato a Dakar per riscattare l’imbarcazione, è stato trattenuto dalle autorità insieme al comandante e all’equipaggio, tutti ucraini. Sono indagati per contrabbando e traffico illegale di munizioni, e per aver falsificato i documenti di navigazione. Sul caso le associazioni pacifiste chiedono chiarezza: “Come facciamo a credere che 4,5 milioni di euro di merce pregiata e pericolosa sia stata affidata dall’azienda Fiocchi a una carretta del mare di 80 metri di un armatore libanese offshore e di un manager greco con precedenti per sequestro di carichi esplosivi? – attacca Weapon Watch – Dopo il caso Bahri Yambu, viene coinvolto nuovamente il porto di La Spezia in una vicenda in cui non è stato esercitato il controllo sul transito degli armamenti destinati a Paesi terzi”.
Abusi sessuali, tre accuse contro il “santo” di Lione
Mentre recenti rivelazioni sugli abusi della Chiesa cattolica bavarese gettano ombre anche sul papa emerito Ratzinger, al centro di un nuovo scandalo di pedofilia in Francia è ancora la diocesi di Lione. Sotto accusa è padre Georges Babolat, figura di spicco del clero lionese, alla testa del prestigioso istituto privato cattolico Les Chartreux dal 1978 al 2001. Tre donne accusano il religioso di averle molestate quando erano solo delle bambine, durante le colonie estive in Savoia organizzate da padre Babolat con l’associazione Le Chalet des forêts, di cui è stato a sua volta direttore per una quindicina di anni. I fatti risalgono agli anni 80 e 90. Il giornale online Mediacités, partner di Mediapart, rivela che nel 2016 la diocesi di Lione aveva aperto un’inchiesta interna, chiusa sbrigativamente. Nel 2019 il fascicolo è arrivato alla Procura di Lione. Dei religiosi e delle vittime erano stati interrogati, ma il caso è stato archiviato nel 2020. Per gli inquirenti era difficile verificare i fatti a distanza di più di trent’anni, anche perché il diretto interessato, padre Babolat, è morto nel 2006, senza mai essere indagato. I funerali in pompa magna del religioso erano stati celebrati dal cardinale di Lione Philippe Barbarin che ne aveva lodato la “fibra paterna”.
La diocesi si impantana sempre di più negli scandali. Nel 2016, lo stesso Barbarin è stato accusato di aver taciuto gli abusi su decine di scout commessi da padre Bernard Preynat tra il 1971 e il 1991. Il prete pedofilo è stato condannato a cinque anni nel marzo 2020. Barbarin, condannato in prima istanza, è stato prosciolto nel gennaio 2020. Papa Francesco ha accettato le sue dimissioni. Nel 2021, un rapporto ha rivelato che in Francia sarebbero almeno 330 mila i minorenni abusati dai preti dagli anni 50 a oggi, soprattutto dei bambini, ma anche delle bambine. Da allora la Chiesa ha istituito un Fondo per indennizzare le vittime: 20 milioni di euro sarebbero stati raccolti con la vendita di beni immobiliari. Da poco tempo si indaga anche su padre Louis Ribes, morto nel 1994, dopo aver abusato di decine di bambini negli anni 70 e 80. Il 13 gennaio la diocesi di Lione, assieme a quelle di Grenoble e Saint-Etienne, ha invitato le vittime di Ribes a testimoniare. A Lione il silenzio è rotto dal 2015, grazie all’associazione La Parole Libérée. Solo nel 2016 L. Gautier ha segnalato gli abusi subiti da padre Babolat. Il prete era molto rispettato. All’istituto Chartreux, fondato nel 1825, studiano, dalla materna alle superiori, circa 5.000 studenti destinati a entrare nelle grandi scuole della finanza internazionale. Grazie a Babolat l’istituto è diventato un “bastione delle élite locali”, scrive Mediacités. Nel 1995 L. aveva otto anni ed era in una colonia estiva organizzata dall’associazione di Babolat a Boege, in Savoia, “conosciuta dalla buona borghesia lionese”.
Un giorno era andata in infermeria per farsi medicare un braccio e padre Babolat le aveva chiesto di spogliarsi: “Ha cominciato ad accarezzarmi le parti intime – racconta -. Ero pietrificata, mi vergognavo, gli dissi che non stavo bene. Non so quanto tempo è durato, qualche minuto in tutto. Quando sono uscita non ho detto niente a nessuno”. Caroline aveva 9 o 10 anni quando, nel 1992, partecipò a una settimana bianca organizzata sempre dallo Chalet des forêts. Una sera, era andata in infermeria per un mal di pancia. Babolat l’aveva fatta stendere sul lettino: “Mi ha fatto abbassare pigiama e mutandine e ha cominciato a massaggiarmi. Certe volte bisogna spogliarsi dal dottore e allora l’ho lasciato fare”. Di ritorno a casa, Caroline aveva raccontato tutto alla madre che, a sua volta, ne aveva parlato con delle amiche ma “era come se infangassi un santo”. Per L. è inevitabile che ci siano altre vittime: “Voglio solo che la verità venga fuori – dice –. Bisogna smetterla di santificarlo”.
L’ambasciata Usa manda via le famiglie, Berlino ci pensa
AKiev arrivano le munizioni americane mentre vanno via i diplomatici di Washington. Si teme un’imminente invasione russa. Il Dipartimento di Stato Usa ha ordinato alle famiglie del personale dell’ambasciata americana in Ucraina di iniziare a lasciare il Paese da domani dice la Cnn, che diffonde informazioni di un dossier citato da fonti anonime dell’amministrazione Biden. Presto verranno invitati ad andarsene, dicono ancora i media a stelle e strisce, tutti quelli con un passaporto americano in tasca.
La Casa Bianca però nega, riferendo che al momento “non ci sono annunci da fare”. Lavora a un piano d’evacuazione per i parenti del personale anche il ministero degli Esteri di Berlino, in vista di un’escalation militare ulteriore. La Germania, che ha rifiutato di spedire armi a Kiev nonostante le pressioni dell’ambasciatore ucraino nella capitale tedesca, ha appena fatto recapitare al Paese al centro della crisi un ospedale da campo, che verrà usato insieme alle 90 tonnellate di materiale bellico che Washington ha deciso di concedere alle truppe del presidente Volodimir Zelensky. L’arsenale ucraino verrà arricchito anche da sistemi anti-carro britannici concessi da Londra, che si schiera in prima linea rispetto agli altri Stati europei. Ben Wallace, segretario della Difesa del Regno Unito, vedrà presto Serghey Shoigu, ministro della Difesa russo. L’ultima volta si sono stretti la mano a Londra, adesso, ha riferito Shoighu, dovrebbe accadere a Mosca. Nella capitale russa, in visita al Cremlino, sarà ricevuta nelle prossime settimane la ministra degli Esteri britannica, Liz Truss. Secondo l’intelligence di Londra, la Russia sta lavorando per far insediare a Kiev un governo filo-russo. Come azine preventiva sui cieli ucraini si fanno vedere caccia spagnoli e olandesi, nell’ambito di una missione Nato di sorveglianza aerea a guida bulgara.
Sofia ha rifiutato di ritirare le armi dell’Alleanza atlantica dal suo territorio come richiesto dal ministro degli Esteri russo, Seghey Lavrov, che durante l’incontro con il segretario Usa Anthony Blinken, pochi giorni fa, ha proposto il ritiro dei soldati Nato anche dalla Romania. Nei prossimi giorni a Parigi tornerà “il formato Normandia”, dove consiglieri politici russi, ucraini, francesi e tedeschi tenteranno di trovare una soluzione all’escalation.
Perù, disastro nelle riserve. Repsol si perde il petrolio
Lo tsunami provocato dalla catastrofica eruzione del vulcano sottomarino Hunga, avvenuta la settimana scorsa nell’arcipelago di Tonga, sta ancora facendo sentire i propri devastanti effetti a 10 mila chilometri di distanza. In Perù. Il disastro ecologico ed economico causato dalla dispersione in mare dell’equivalente di ben 6.000 barili di petrolio lungo le coste dello stato sudamericano affacciato sul Pacifico meridionale però non sarebbe imputabile solo a quello che si definisce un disastro naturale. Le autorità del Perù stanno infatti indagando per capire se lo sversamento del greggio, che ha portato alla morte di molti pesci e uccelli delle riserve naturali di Callao e impedito ai pescatori di uscire in mare a gettare le reti, potesse essere evitabile. Per questa ragione hanno bloccato la petroliera italiana Mare Doricum che stava scaricando i barili di greggio presso l’impianto di raffinazione di “La Pampilla” della compagnia energetica spagnola Repsol al largo del porto di El Callao.
Dalla nave di proprietà dei fratelli D’Amico Spa si sarebbe continuato a scaricare greggio fino a quando un’onda anomala ha fatto fuoriuscire una grande chiazza di petrolio che in quattro giorni ha lambito la vicina area marina protetta per un totale di tre chilometri quadrati. Repsol, anziché avvisare dell’entità dell’incidente, avrebbe minimizzato. La presidente del Consiglio dei ministri Mirtha Vasquez ha affermato che nel caso il capitano della Mare Doricum volesse mollare gli ormeggi, la compagnia dovrebbe depositare una cauzione di 150 milioni di nuovi sol, che corrisponde a 34 milioni di euro. La compagnia privata iberica si è affrettata ad assicurare la propria totale partecipazione alle operazioni di contenimento e disinquinamento dello spazio marino e costiero, ma ha anche ribadito che la responsabilità di quanto accaduto non è sua ma semmai della Marina peruviana che al contrario di quella ecuadoregna e cilena non ha dato l’allerta tsunami. Il ministero però non ha rilasciato dichiarazioni in merito. L’allerta era stata data solo dopo la notizia della morte di due donne che stavano camminando lungo la costa.
Il Servizio Nazionale delle Aree Naturali Protette (Sernanp) ha sottolineato che la fuoriuscita di petrolio ha “compromesso” la Riserva di Ancón e parte della riserva nazionale Sistema de Islas, Islotes y Puntas Guaneras, un’area rifugio per gli uccelli marini che producono guano, un fertilizzante naturale la cui domanda è cresciuta nel 2021 a causa dell’aumento del prezzo dei fertilizzanti importati. Secondo il Sernanp, appartenente al ministero dell’Ambiente, questo sistema è composto da 22 isole e undici zone tra la costa e l’oceano, che costituiscono un’area di conservazione per le popolazioni di uccelli e il mantenimento della diversità biologica attraverso la Corrente di Humboldt che si genera intorno alle isole.
In questa riserva naturale, uccelli, mammiferi marini e pesci si nutrono di acciughe. L’agenzia ha sostenuto di aver inviato una squadra di esperti per supportare il lavoro di rimozione del petrolio. Da lunedì scorso, veterinari e specialisti del Servizio forestale e fauna selvatica (Serfor), stanno tentando di salvare cormorani e altri uccelli dopo averli portati al Parque de la Leyendas, uno degli zoo di Lima. Pedro Spadaro, il sindaco di Ventanilla, la città dove si trova il porto di El Callao ha assicurato che ci sono quattro chilometri di spiaggia contaminata e ha messo in dubbio il lavoro di controllo dei danni svolto dall’azienda. “15 persone sono venute con scope e palette per cercare di pulire la spiaggia. Sono andati a pranzo e di nuovo il mare si è occupato di sporcare quella parte che avevano pulito. Sono quattro chilometri di mare assolutamente nero, animali morti che tornano sulle rive. “Questo è un attacco all’ambiente”, ha detto ai microfoni della stazione Radioprogramas. Intanto centinaia di pescatori hanno iniziato un sit-in fuori dalla filiale Repsol a Ventanilla. L’affluenza sta crescendo perché la marea nera non sembra disperdersi a sufficienza per permettere loro di riprendere le proprie attività, ma nel frattempo li stanno raggiungendo anche i lavoratori dell’indotto della pesca e del mercato ittico. I responsabili della raffineria di La Pampilla hanno riferito di aver installato in mare “1.500 metri di barriere di contenimento che coprono tutte le aree colpite” e che il personale di sei imbarcazioni sta cercando di recuperare il greggio.