Ladri, giornalisti e “capitani” indignati

I giorni del Coronavirus sono una ballata per piccole iene: musica per sciacalli. Ci sono quelli da appartamento, che organizzano truffe agli anziani: entrano nelle case fingendosi operatori della Croce Rossa, della Asl o della Protezione Civile, con la scusa di dover effettuare il test del tampone. E invece rubano. Episodi del genere si sono verificati nel milanese, a Bergamo e Mantova.

Poi ci sono gli sciacalli più sofisticati, in giacca e cravatta. Abbondano nelle redazioni dei giornali di destra: hanno individuato il focolaio del virus a Palazzo Chigi. La Verità di Maurizio Belpietro apre con un titolo a tutta pagina: “Incapaci al governo”. Catenaccio: “Conte e compagni hanno affrontato l’emergenza con un pressappochismo sconcertante (…) Appena finisce l’allarme è necessario mandarli a casa”.

Libero di Vittorio Feltri, salviniano fino al midollo, tiene insieme due fatti che non hanno alcuna relazione: “Accogliamo tutti, anche il virus”. E cioè: “Decine di migliaia di italiani in quarantena, però si spalancano i porti per 274 migranti. La sinistra esulta: ‘Sono sani’. Noi siamo già contagiati”. Che c’azzeccano col virus i profughi africani? Boh. Nel suo articolo Renato “Betulla” Farina si fa carico di trovare un senso impossibile. È una questione filosofica: “Il governo manda agli italiani, per puri motivi ideologici, un segnale di incoerenza mortifera”.

Poi c’è Il Tempo di Franco Bechis. Anche qui una prima pagina votata alla sobrietà: “Conte si vanta dell’Italia infetta”. Sotto al titolo, tre sentenze piene di buon senso: “Nel terzo Paese al mondo per Coronavirus abbiamo la faccia di esultare”; “L’esecutivo ha navigato a vista e preso decisioni senza senso. Che ora diventano meriti”; “Siamo il terrore del continente (!). L’Austria ferma i treni al confine, in Romania scatta la quarantena”.

A ben vedere i giornalisti di destra sono riusciti a fare peggio dei politici di riferimento: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi hanno tenuto un profilo basso e si sono risparmiati gli attacchi al governo. Tranne, ovviamente, Matteo Salvini: non avremmo riconosciuto “il capitano”, se non avesse cavalcato l’emergenza sanitaria dal primo minuto. Ieri – dopo aver preteso dimissioni di massa nel governo – ha portato il dibattito su questi livelli: “Mi chiede se in Italia bisogna sempre aspettare il morto… Qualcuno che evidentemente doveva controllare, non lo ha fatto…”.

Il colmo è che domenica sera, mentre chiedeva la cacciata di Conte, Salvini era corso a Genova per una cena-evento con 1.500 tra militanti e amministratori, tra cui il presidente regionale Giovanni Toti. Mentre la Regione Liguria disponeva un’ordinanza per impedire manifestazioni e appuntamenti sportivi, al fine di evitare assembramenti di persone, i suoi vertici politici erano da Salvini, che ne ha riunite 1.500 in un padiglione della Fiera di Genova per finanziare la Lega (per sedersi al tavolo bisognava versare un obolo di 80 euro).

Amadeus testimonial: da Sanremo agli spot di governo sul Covid19

Dopo aver appena trasportato il Paese in un’edizione di Sanremo dagli ascolti “bulgari”, immancabile giacca in lurex e papillon, Amadeus dovrà ora affrontare una nuova sfida: entrare in tutte le case degli italiani, dando le le informazioni utili sul Coronavirus, sensibilizzandoli al problema, rassicurandoli, ma nello stesso tempo invitandoli ad avere tutti i comportamenti raccomandati. È lui il testimonial scelto dal governo per gli spot istituzionali che si stanno predisponendo in queste ore. Sono a questo punto considerati inadeguati (per non dire sbagliati) quelli con Michele Mirabella come protagonista. “Non è affatto facile il contagio”, diceva il primo, mandato in onda ai primi di febbraio. Con il nostro Paese che risulta essere il terzo nel mondo per numero di infetti, non è il momento di minimizzare troppo.

Dunque, mentre i casi in Italia si moltiplicano, il governo si è posto il problema di trovare una chiave comunicativa. Ieri alla Presidenza del Consiglio c’è stata una riunione di coordinamento della comunicazione istituzionale (la cui delega è affidata al Sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella). Erano presenti rappresentanti del gabinetto dello stesso Martella e del Dipartimento editoria, del ministero della Salute e della Protezione civile, dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi.

A indicare come testimonial Amadeus è stato il dicastero che fa capo a Roberto Speranza. Una scelta derivata dalla necessità di trainare il più possibile il messaggio, grazie alla riconoscibilità del personaggio.

Ma durante la riunione sono state affrontate varie questioni. Prima di tutto la necessità di convincere i cittadini a evitare le fake news e a informarsi tramite i siti istituzionali (ministero della Salute, Oms, Istituto superiore di sanità, Protezione civile). Le informazioni che vanno assolutamente veicolate sono la raccomandazione a non recarsi negli ospedali e nei pronti soccorsi e a chiamare il numero verde. Ma navigando sui siti suddetti, si notano alcuni limiti. Alle 20 di ieri sera, il sito del ministero (che ha effettivamente le informazioni essenziali su sintomi, trasmissione, comportamenti virtuosi) era aggiornato alle 12. I materiali informativi si trovano anche sul sito dell’Iss. Mentre su quello della Protezione civile ci sono più che altro le notizie delle iniziative prese dal Dipartimento.

Mentre quello dell’Oms offre una prospettiva internazionale. Insomma, difficilmente il bisogno dei cittadini di sapere come stanno le cose riuscirà effettivamente a essere soddisfatto solo dai canali istituzionali. Ma in effetti, per avvicinarsi a questo tipo di obiettivo servirebbero delle task force ad hoc. Che per ora non ci sono.

Non è un problema da poco quello di come comunicare: trovare un equilibrio non è semplice. Da notare che sono alla ricerca della cifra giusta anche i leader politici. Il premier Giuseppe Conte, per affrontare questa emergenza, ha dismesso la giacca e la pochette e ha scelto di presentarsi con un maglioncino, che vuol evocare lavoro duro, vicinanza alle persone, informalità. E domenica ha affrontato una vera e propria maratona tv, presentandosi in ben 4 programmi: non è più il momento di evitare i talk show, ma quello di entrare in tutte le case degli italiani. Ruolo prescelto: un padre che si vuole responsabilizzante, ma anche tranquillizzante.

Lusso, turismo e cibo: con il Nord colpito rischia tutto il Paese

Il coronavirus è l’ultima cattiva notizia per l’economia italiana che già vedeva il 2020 come un anno difficile, a causa della frenata cinese e tedesca che aveva già fatto segnare -0,3 per cento nel quarto trimestre dell’anno scorso. Ora il contagio in Lombardia e Veneto, con i blocchi di 11 comuni, rischia di mandare ko settori pesanti e di dilagare a livello nazionale.

I settori più colpiti dalla frenata cinese sono lusso e turismo. Secondo Federcongressi & Eventi il virus potrebbe costare 1,5 miliardi di fatturato al turismo d’affari e congressuale. La stessa associazione ha rinviato la sua convention annuale prevista ieri e oggi a Treviso. Sabato è stata rinviata a data da destinarsi Mido, la più importante manifestazione mondiale dell’eyewear, in programma a Milano dal 29 febbraio al 2 marzo che era stata confermata ancora il 14 febbraio. L’edizione 2019 aveva fatto contare 59.500 presenze e 1.323 espositori da 159 Paesi. “Abbiamo preso questa decisione per rispetto della situazione allarmante e per i nostri espositori e visitatori”, ha dichiarato il presidente del Mido Giovanni Vitaloni. Rinviata a settembre anche Myplant & Garden, la più importante fiera del verde in programma a FieraMilano Rho da domani a venerdì: erano attesi 20mila visitatori e 780 marchi il 22% dei quali dall’estero.

Solo domani si saprà se slitterà il 59esimo Salone del Mobile previsto dal 21 al 26 aprile. Secondo alcune fonti il maggior evento mondiale sull’arredamento sta “consultando le parti interessate e il governo”. Federlegno Arredo ancora il 12 febbraio confermava l’evento al quale erano previsti oltre 2.200 espositori di 184 Paesi. Dei 42,5 miliardi di fatturato della filiera nel 2019 l’arredamento su 27,6 miliardi ne ha esportati 14,5 con la Cina che pesava per 440 milioni ma in costante crescita. Nel 2019 il Salone aveva visto oltre 2.400 espositori e 386mila visitatori da 181 Paesi tra i quali moltissimi cinesi, che rappresentavano il 40% dello shopping tax free della settimana espositiva di Milano con una spesa media di 1.245 euro.

Il 2020 si preannuncia pesantissimo per Milano e la Lombardia. Tra i comuni della provincia di Lodi finiti nella “zona rossa” bloccata per il contagio, secondo Assolombarda, Codogno con 545 milioni di produzione nel 2018 valeva l’8% del totale provinciale e Casalpusterlengo con 334 milioni un altro 5%. Unilever Italia di Casalpusterlengo, la filiale dov’è stato registrato il primo contagiato in Italia, era la quinta impresa della provincia e Mta di Codogno, altra impresa che ricade nella zona rossa, la settima.

A rischio sono intere filiere. Secondo l’ultimo Rapporto sui distretti industriali di Intesa Sanpaolo, la provincia di Lodi è prima in Italia nel distretto della cosmesi, che coinvolge anche Padova dov’è stato messo in quarantena il comune di Vo’ Euganeo. La Lombardia è la regione con la maggior concentrazione di aziende specializzate del settore. Il saldo commerciale del comparto nel 2017 segnava per Lodi 198 milioni con 393 esportati e per Padova 76. A Lodi è forte anche la componentistica auto. Padova invece è al centro di più distretti: macchine agricole, insieme a Vicenza (246 aziende per un fatturato 2017 di 994 milioni e 3.824 addetti che pesano l’8% in termini di imprese e più del 9% per addetti sul comparto meccanico delle due province), materie plastiche con Treviso e Vicenza (492 aziende, fatturato 5,3 miliardi), prodotti in vetro con Venezia (71 aziende, fatturato 679 milioni) e termomeccanica (96 aziende con un fatturato 2017 di 1,1 miliardi), ma la provincia euganea vale anche 26,5 milioni e il 3,2% dell’export nazionale di carrozzerie.

Se “la priorità va data alla tutela della salute” occorre comunque “fare attenzione a non bloccare il 40% del Pil e intere filiere”, sostiene Luigi Scordamaglia, capo dell’associazione alimentare Filiera Italia, perché l’agroalimentare, per l’elevata deperibilità, rischia un export che nel 2018 valeva 6,5 miliardi dalla Lombardia e 6,8 dal Veneto. Ma a rischio c’è ben di più: il Pil della Lombardia (383,2 miliardi) e del Veneto (162,5 miliardi), le due regioni dove sono stati bloccati 11 comuni delle province di Lodi e Padova, nel 2017 valevano il 31,6% di quello nazionale (1.725 miliardi). Se si aggiungesse l’Emilia Romagna (157,2 miliardi) l’incidenza salirebbe al 40,8%.

Anche le banche, che da queste regioni sono il polmone del credito dell’intero Paese, stanno valutando il da farsi. Intanto è stata rinviata a data da destinarsi la riunione del Sindacato azionisti di Ubi Banca che avrebbe dovuto tenersi ieri a Brescia per valutare l’offerta pubblica di scambio lanciata sull’istituto da Intesa Sanpaolo. Si tratta probabilmente di una misura precauzionale per la diffusione in Lombardia del coronavirus. Al contempo Ubi, come le altre maggiori banche italiane, stanno valutando come gestire l’impatto dell’epidemia sul loro personale dentro e fuori la “zona rossa” e in particolare negli uffici strategici e nelle direzioni generali.

Borse giù e gli economisti vedono l’Italia in recessione

Il governo, mentre Il Fatto va in stampa, sta definendo i dettagli del secondo intervento, dopo il decreto di sabato, sull’emergenza Coronavirus. Mentre il primo riguardava, sostanzialmente, l’ordine pubblico, questo si occuperà di economia e sarà un intervento simile a quelli post-terremoto: sospensione di tasse, bollette e mutui nelle zone rosse (attualmente i Comuni del lodigiano). Altri interventi dovrebbero riguardare l’accesso al Fondo di garanzia per le Pmi di imprese coinvolte dall’emergenza, un possibile contributo una volta accertati i danni, la garanzia della cassa integrazione, anche “in deroga”, a tutte le aziende colpite, anche quelle che normalmente non ne avrebbero diritto.

Provvedimenti doverosi, ma il vero terremoto – se l’emergenza dovesse estendersi e/o durare a lungo – arriverebbe dopo. Già ieri un primo segnale di grande nervosismo è arrivato dalle Borse. Quella di Milano ha fatto segnare il rosso più profondo di giornata con un calo del 5,43%, una perdita di capitalizzazione da 30 miliardi di euro. Male anche le altre Borse europee da Londra a Francoforte e Parigi, tutte con segni meno tra il 3 e il 4%. Niente che non possa essere recuperato in futuro – come è successo con altre pandemie – ma un altro segnale che i mercati temono che il Coronavirus si riveli l’innesco della nuova recessione mondiale, peraltro già anticipata nel 2019 dalla gelata sulla crescita.

Per ora, ancorché senza basarsi su dati certi, le previsioni a tinte fosche si esercitano sull’Italia. Lombardia e Veneto, infatti, valgono circa un terzo del Pil italiano e la loro fermata peserebbe su tutto il Paese. Lorenzo Codogno ad esempio – fondatore di Lc Macro Advisors, ma ex capo economista al Tesoro – ritiene che l’Italia sia già in “recessione tecnica”: dopo il –0,3% dell’ultimo trimestre 2019, infatti, lo stop al Nord porterà in territorio negativo anche il primo trimestre 2020. Non solo: questo calo è in grado di “compromettere l’intero anno” e, dunque, la sua stima è che il Pil italiano nel 2020 scenda fra lo 0,5 e l’1% (il governo ha basato il quadro dei conti pubblici su una stima di +0,6%). Stima condivisa da Raffaella Tenconi, capo economista di Ada Economics, secondo cui è “plausibile” un -1% se la situazione non si risolve rapidamente.

Siamo attrezzati? Le domande al governo

Lasciamo ai virologi e agli epidemiologi le analisi dei dati sulla diffusione e la pericolosità di Covid-19 (posto che esistono diverse scuole di pensiero anche tra i virologi più affermati, impegnati in un diuturno dibattito sui social: evidentemente la scienza è diventata democratica). Ma nel momento in cui si predispongono misure speciali per la Sanità pubblica, si chiudono le scuole, si isolano interi Comuni, e speriamo non anche a breve le grandi città, è ovvio che il tema è politico e riguarda tutti i cittadini, autorizzati a porre domande. Cerchiamo di farci portavoce delle principali questioni che sorgono in questa emergenza, sia da parte dei cittadini che dei medici in prima linea, sperando che le autorità competenti possano rispondere.

Gli ospedali dei centri con pazienti positivi sono diventati focolai di infezione, colpendo anche operatori sanitari che non erano sufficientemente protetti: adesso vige un protocollo di maggiore precauzione? Ci sono abbastanza mascherine, tute, occhiali, per chi è a contatto con pazienti a sospetto d’infezione? Si prevede di acquistarne altri lotti? I pazienti poi risultati positivi, prima di essere testati, hanno sostato nelle sale d’attesa insieme a pazienti sani: si sono predisposti dei percorsi protetti nei pronto soccorso, come in altri Paesi europei? Di quante ambulanze attrezzate per il trasporto protetto contro le contaminazioni si dispone?

Il protocollo “per la gestione del sospetto caso di infezione da 2019- n-CoV” in vigore negli ospedali dal 4 febbraio prevede l’uscita dal protocollo (non si fa il tampone) per i casi sospetti e sintomatici che siano stati esposti a una fonte di infezione (soggiorno in zone a rischio o stretto contatto con un malato) più di 14 giorni prima dell’inizio della sintomatologia: alla luce del fatto che ormai ci sono centinaia di casi secondari, il protocollo verrà modificato?

L’indagine epidemiologica finalizzata alla mappatura dei contatti e alla eventuale esecuzione dei test costringe a considerare sospetti tutti quelli che accusano sintomi e provengono da Lombardia, Veneto, ecc.? Oppure a questo punto decade il criterio epidemiologico territoriale e contano solo i sintomi? Considerando che siamo in fase di diffusione di influenza, c’è il rischio di finire i tamponi? Dove si confinano i pazienti in attesa delle risposte di laboratorio? Se li si destina tutti in uno stesso ambiente e poi si scopre che solo uno era contagiato, gli altri diventano automaticamente contatti: come verranno gestiti?

Di quanti posti letto totali in terapia intensiva disponiamo? Di quanti nei reparti di malattie infettive? Se il numero degli infettati dovesse superare quello dei posti letto disponibili, dove verranno trattati i malati? Nel caso si dovesse imporre la quarantena ai soggetti venuti in contatto con casi confermati, dove verranno isolati? Come si farà a pretendere che una persona negativa e asintomatica condivida spazi vitali con altre persone potenzialmente malate? La circolare del 22 febbraio prevede per il soggetto “riscontrato positivo al tampone per SARS-COV-2 e asintomatico la quarantena domiciliare con sorveglianza attiva per 14 giorni”: che ne è dei suoi conviventi e famigliari? Potrebbe succedere che anche malati sintomatici siano confinati in casa come in Cina? Nel caso, chi si occuperà della loro cura, igiene, approvvigionamento ecc.? Quante macchine per la respirazione artificiale ci sono? Ci sono scorte sufficienti dei farmaci antiretrovirali che si sono rivelati efficaci? Il test viene fatto anche sui pazienti già ricoverati per pregresse polmoniti e insufficienza respiratoria? Può darsi che abbiamo già (avuto) decine o centinaia di casi non diagnosticati? È pensabile chiedere la collaborazione di altri Paesi europei per l’invio di dispositivi sanitari e per posti letto?

Sappiamo che in situazioni normali c’è carenza di organico sanitario: si prevede di richiamare medici in pensione e neo-laureati? I numeri 112 e 1500 sono presidiati da personale sufficiente? Il numero verde della Lombardia fa uno squillo poi si interrompe, e gli altri sono quasi sempre occupati: verranno implementati? La presenza dell’esercito prevede l’uso della forza contro chi viola l’isolamento? Sui siti di e-commerce mascherine e gel disinfettanti sono venduti a centinaia di euro: è possibile prevedere sanzioni per le aziende che speculano sulla paura e sulla salute dei cittadini? È possibile avere da parte delle Istituzioni dati più esaurienti e rassicuranti sulla (non) pericolosità del virus in persone senza patologie pregresse? Crediamo che una risposta puntuale su tali questioni aiuti i cittadini a offrire quella collaborazione auspicata dalla Presidenza del Consiglio, convinti come siamo che l’unico modo di evitare il panico sia un’informazione chiara, razionale e obiettiva sulla situazione in corso.

“Io, in attesa del test devo tornare in corsia Codogno è nel caos”

Non esce di casa da giovedì perché ha assistito tre persone contagiate dal Covid-19. È ripassata in ospedale solo domenica per fare il tampone. Ieri sera aspettava il risultato e se sarà negativo dovrà tornare in corsia. “Il problema è che potrebbe trattarsi di un falso negativo (è frequente, ndr), io potrei essere contagiosa e infettare qualcuno”. La voce al telefono è sottile. La signora, infermiera di quel nosocomio di Codogno considerato focolaio dell’infezione che sta paralizzando il Nord e isolando l’Italia, parla con un macigno sullo stomaco.

“Lavoro in pronto soccorso – racconta al Fatto la signora, che ha chiesto l’anonimato –, giovedì sono venuta in contatto con almeno tre pazienti positivi. Un collega in servizio quel giorno ora è ricoverato tra gli infettivi a Piacenza. Almeno 4 persone passate tra le sue barelle solo quel giorno sono risultate contagiate. Un ragazzo era stato rimandato a casa perché sembrava avesse un’influenza. Poi è tornato perché era peggiorato ed era stato trovato positivo. Lo stesso giorno è arrivato un anziano e anche lui poi è risultato malato”. Fino a giovedì sera però l’emergenza non era all’orizzonte. “Sono tornata a casa la sera e non si sapeva nulla. Il giorno dopo hanno chiuso il pronto soccorso. Da allora sono a casa, non ho voluto vedere nessuno per non mettere in pericolo altre persone. Ieri (domenica, ndr), mi hanno chiamato per il tampone”.

Lo stesso giorno la Direzione generale dell’Ospedale Maggiore di Lodi ha inviato una comunicazione ai dipendenti: “Gli operatori con storia di possibile contatto stretto, asintomatici e con test negativo, sono riammessi al sevizio con utilizzo di Dpi”, i dispositivi di protezione individuale. Camice e mascherina. Cosa significa? “Che ci stanno richiamando al lavoro – spiega l’infermiera –. Ci avevano detto che avremmo dovuto rispettare i 14 giorni di incubazione come prevedono le direttive ministeriali per chi è stato a stretto contatto con i pazienti”. Poi qualcosa è cambiato e ora possono essere tutti richiamati in corsia: “Io sono a casa da 5 giorni e se domani il test dice che sono negativa, dovrò rientrare prima. Ma ci può essere un falso negativo o un’incubazione più lunga. È capitato a un collega: il primo test fatto con il tampone era negativo, il secondo lo ha fatto perché aveva 40 di febbre ed è risultato positivo. Se accadesse anche a me potrei essere un veicolo di infezione, ma potrei scoprirlo solo dopo aver lavorato in mezzo ai pazienti”.

L’ipotesi che circola tra i dipendenti è che il richiamo sia dovuto alla mancanza di personale: decine di operatori sanitari sono a casa per la quarantena senza che nessuno li abbia sostituiti. “Quello di Codogno è un piccolo ospedale da sempre lasciato un po’ a se stesso – prosegue la signora – ecco, anche con questa emergenza è ancora abbandonato. Da venerdì lei ha più sentito parlare dell’ospedale oltre che come fulcro dell’epidemia?”. No, non se n’è parlato. “Ora la struttura è in emergenza perché ci sono reparti aperti con infermieri che lavorano senza sosta da 5 giorni. I colleghi del reparto di medicina hanno fatto 4 turni di fila, senza che nessuno desse loro il cambio di notte né di pomeriggio. E per legge non possiamo lasciare il reparto se non c’è qualcuno che ci sostituisce”. Un’emergenza che riguarda tutti i reparti: “Ogni settore ha 3 o 4 operatori a casa: il pronto soccorso ne ha 5. I due anestesisti della rianimazione sono ricoverati. Sono quelli che hanno intubato il ragazzo e in quella fase, quando si apre la trachea, è più facile ammalarsi. Poi ci sono almeno due colleghe in chirurgia e tre in medicina”. “Nessuno sta aiutando Codogno – conclude l’operatrice – Stiamo implodendo”.

Sette morti, oltre 230 contagi. Conte: “Errori all’ospedale”

Nel giorno in cui si contano quattro morti e il totale sale a sette, il presidente del Consiglio punta il dito sul pronto soccorso di Codogno (Lodi) che ha tardato a individuare il virus nel 38enne che è risultato il primo italiano positivo: “C’è stato un focolaio – ha detto ieri sera Giuseppe Conte – e di lì si è diffusa anche per una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria secondo i protocolli e questo ha contribuito alla diffusione”. Il riferimento è chiaro. Domenica 16 febbraio il giovane di Codogno era andato al pronto soccorso con la tosse e problemi respiratori. Oggi è chiaro che era già stato contagiato ed è probabile che il primo contagio in Italia risalga a gennaio, ma nessuno ha pensato di sottoporlo al tampone per il nuovo coronavirus. L’hanno fatto solo quando è tornato giovedì 20 e la moglie per la prima volta ha ricordato la cena con l’amico tornato dalla Cina, che però è certamente negativo. Nel frattempo erano stati contagiati la moglie stessa, peraltro incinta e almeno cinque operatori sanitari. I controlli anti-coronavirus sono partiti in ritardo anche in Veneto e altrove.

Ma il problema è più serio e investe la discutibile struttura regionalizzata del Servizio sanitario nazionale e Conte lo dice a chiare lettere: “Domani mattina parlerò con tutti i governatori in videoconferenza. Tutti dobbiamo perseguire un coordinamento. Se non ci riuscissimo saremmo pronti a misure che contraggano le prerogative dei governatori”, ha detto il capo del governo. Per Attilio Fontana, governatore lombardo, l’idea di Conte è “irricevibile e, per certi versi, offensiva”.

Il settimo deceduto è un 62enne di Castiglione d’Adda (Lodi) con problemi cardiaci e renali. Nella notte era morto un 84enne di Villa di Serio a Bergamo, anche lui già in ospedale, poi un 88enne di Caselle Landi residente a Codogno che è uno dei dieci Comuni per cui vige il cordone sanitario (50 mila abitanti tra Lombardia e Veneto) e ancora un 80enne di Castiglione d’Adda, inizialmente ricoverato giovedì scorso a Lodi per un infarto. Tutti avevano “patologie pregresse”, come sottolineato da Borrelli. I contagi ieri sera hanno superato quota 230 dai 150 di domenica. Rimangono concentrati in Lombardia (oltre 170), Veneto e nelle regioni del Nord: dopo Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria è stato trovato positivo un trentenne altoatesino che però è stato a lungo in Lombardia. I focolai sarebbero solo due, i pazienti zero non si trovano. E intanto dall’estero sconsigliano i viaggi in Italia: dalla Serbia a Israele, dalla Croazia all’Irlanda. La Slovenia pensa di chiudere le frontiere col nostro Paese. Conte ha escluso la sospensione di Schengen ma oggi si confronterà con i governi dei Paesi confinanti.

Ho visto cose…

Sarà anche vero che gli italiani danno il meglio di sé nelle emergenze. Ma stavolta gli italiani che danno il meglio di sé nelle emergenze si vedono poco, impallati come sono da quelli che danno il peggio di sé: migliaia, anzi milioni di sedicenti virologi sbucano in ogni dove, ormai più numerosi dei commissari tecnici della Nazionale di calcio. Utilissimi, fra l’altro, per sopperire alla penuria di virologi certificati, visto che i pochi esistenti sono sequestrati da giorni in tutti gli studi televisivi, inclusi quelli del Segnale orario e di Protestantesimo, per parlare di Coronavirus h 24. Io, che virologo non sono né mai sarò, lascio volentieri a costoro il compito di spiegarmi chi è il vero paziente zero, quando arriva il vaccino, perché l’Italia ha più morti e contagiati degli altri Paesi europei, cos’avrebbe dovuto fare il governo per averne di meno… Nel frattempo, da semplice spettatore preoccupato, ho già visto cose che voi umani…

Ho visto un vero virologo, il borioso Burioni, brutalizzare una vera virologa, la meno boriosa Gismondo (rea di avergli rotto il giocattolo dell’allarmismo dicendo la verità, e cioè che ne ammazza più l’influenza che il Coronavirus), chiamandola “la signora del Sacco”, precisando che “signora sostituisce un altro epiteto che mi stava frullando nelle dita”, ma non specificando quale sarebbe il grazioso e frullante epiteto. Boriosa? Burina? Buriona?

Ho visto Burioni ordinare gli italiani di “non ascoltare i virologi della domenica”. E proprio nella giornata di domenica.

Ho visto tre infettivologi di chiara fame – Feltri, Sallusti e Belpietro – discettare di coronavirus con la stessa enciclopedica competenza con cui disquisivano di bunga bunga e Ruby nipote di Mubarak, per giungere alla stessa conclusione: che anche il Coronavirus, come le toghe, è rosso.

Ho visto rinviare il processo Ruby-ter perché il pm ha notato in Tribunale un eccessivo assembramento di imputati (28, incluso B.), avvocati (il doppio) e magistrati (tre giudici e un pm) “in contrasto con la circolare della Corte d’appello sulle situazioni ambientali a rischio di contagio” da mazzettavirus.

Ho visto Conte, tra una D’Urso e un Giletti, telefonare a Salvini e trovare occupato perché quello stava chiacchierando con la Madonna di Medjogorje, o chi per essa.

Ho visto, con rispetto parlando, Pietro Senaldi spiegare a Conte come si fa il premier (“Conte inetto, Paese infetto”), ma minacciarsi “pronto a collaborare” col governo, come se il virus non facesse già abbastanza danni da solo.

Ho visto Renato Farina, in arte Betulla, titolare sulla prima di Libero “Accogliamo tutti, anche il virus: si spalancano i porti per 274 migranti”, sorvolando che quelli giungevano dal Maghreb e non dalla Cina, con una lievissima confusione non fra Stati, ma addirittura fra continenti, che fa quasi rimpiangere i bei tempi in cui il nostro era il ventriloquo di Pio Pompa, spione senz’altro al corrente della differenza fra Asia e Africa.
Ho visto la giunta forzaleghista della Regione Liguria annullare per sicurezza tutte le manifestazioni affollate da domenica sera e Salvini presenziare domenica sera a Genova una manifestazione affollata da 1500 persone per accusare il governo di lesa sicurezza.
Ho visto Salvini sostenere che “il governo deve chiedere scusa agli italiani perché l’Italia è il terzo Paese al mondo per contagi, davanti persino al Giappone, che confina con la Cina” anche se è un arcipelago e confina col mare.
Ho visto il governatore leghista della Lombardia, Attilio Fontana, forse confuso dalle orecchie che gli fischiavano mentre Salvini denunciava il record negativo di contagiati in Italia, quasi tutti in Lombardia, annunciare di aver “individuato due persone che potrebbero essere i pazienti zero”, senza peraltro escludere che i pazienti zero possano essere pure una dozzina.
Ho visto il governatore leghista del Veneto, Luca Zaia, annullare il Carnevale di Venezia appena in tempo per il Mercoledì delle Ceneri e l’inizio della Quaresima.
Ho visto l’Innominabile, oscurato dall’epidemia e in astinenza da interviste, sciogliere Italia Viva e fondare Italia Virus.
Ho visto inviati dei giornali indaffaratissimi a domandare se per caso qualcuno dei 222 infetti non percepisca il Reddito di cittadinanza.
Ho visto la Rai vietare ai suoi giornalisti di viaggiare da Milano a Roma per non infettare i colleghi romani, anche se i primi casi di infezione si sono registrati proprio a Roma.
Ho visto noti zozzoni perdere il vizio diffuso di andare allo stadio e acquistare quello più raro di lavarsi col sapone.
Ho visto cinesi tenersi alla larga dal Nord Italia per paura di beccarsi il virus cinese.
Ho visto nel Sud Italia i primi cartelli “Non si affitta ai settentrionali”.
Ho visto una deputata di Fratelli d’Italia entrare in aula con la mascherina per passare a Italia Viva senza vergognarsi troppo.
Ho visto parlamentari di centrodestra diventare “responsabili” di centrosinistra a volto scoperto, senza mascherina e senza vergognarsi affatto.
Ho visto parlamentari leghisti chiedere la chiusura delle Camere per migliorare lo score di presenze di Salvini.
Ho visto ignoti sciacalli citofonare alle vecchiette per svaligiare le loro case con la scusa dell’esame del tampone.
Ho visto un noto sciacallo citofonare random a tutti i lodigiani (prima di passare ai padovani): “Scusi, lei è paziente zero?”.

Haaland farà più gol di Messi e CR7

Sembrava impossibile pensare all’avvento di un calciatore in grado di insidiare, e magari battere, il record di gol segnati in Champions dai due mostri sacri Cristiano Ronaldo (129) e Leo Messi (114), e invece, improvvisa, la rivelazione: quel calciatore è nato. È norvegese, si chiama Erling Haaland, gioca nel Borussia Dortmund e ha – tenetevi forte – solo 19 anni. E sì, lo sappiamo, accostarlo a Messi e CR7, 11 Palloni d’Oro in due (6+5), sembra un’eresia; ma qui non ci interessano i Palloni d’Oro, bensì i gol.

Precoce. Haaland, nato il 21 luglio 2000, ha 19 anni (20 tra 5 mesi) e in questa prima stagione in Champions League ha già totalizzato 10 gol: 8 col Salisburgo, dove ha giocato fino a dicembre, e 2 col Dortmund con cui gioca da gennaio. Ci siamo chiesti: a quale età Messi e CR7 avevano toccato i 10 gol in Champions? Risposta: CR7 a 23 anni e un mese, Messi a 21 anni e 3 mesi. Molto dopo insomma. CR7 (05/02/1985) segnò il suo 10° gol il 4 marzo 2008 in Manchester-Lione 1-0; Messi (24/06/1987) toccò quella quota l’1 ottobre 2008 grazie a una doppietta in Shakhtar-Barcellona 1-2. Ma attenzione: mentre Haaland ha segnato i suoi primi 10 gol in sole 7 partite, alla media di 1,42 gol a partita, CR7 li aveva segnati in 41 incontri (media 0,24) mettendoci 6 volte il tempo di Haaland, e Messi in 23 gare (media 0,43), mettendoci 3 volte e mezzo il tempo spaventosamente breve del norvegese.

Perplessità. Dice: ma CR7 negli anni giovanili era alla ricerca del suo vero ruolo, giocava ala, non si era ancora scoperto goleador. E allora? Se CR7 perse tempo a cercarsi, Haaland ha sempre saputo bene chi fosse: non per niente il 30 maggio scorso, ai Mondiali Under 20 in Polonia, segnò 9 gol (avete letto bene: nove gol) in Norvegia–Honduras 12-0; non per niente, passato dal Molde al Salisburgo, ha segnato 25 gol in 23 partite tra campionato e Champions e ora, passato al Dortmund, 10 gol in 7 partite sempre tra campionato e Champions. In quanto a Messi, che è il dio del calcio, ogni paragone con lui è improponibile; ma rispetto al Messi–giovane bomber, l’Haaland–giovane bomber è più specializzato, spietato e implacabile. Dirlo non è una bestemmia, è pura evidenza.

Davide vs Golia. Come se non bastasse, i club in cui ha militato Haaland, e cioè Salisburgo e Dortmund, non valgono certo i club in cui hanno giocato CR7 (Manchester United, Real Madrid, Juventus) e Messi (Barcellona). Che hanno sempre, o quasi, fatto gol ad avversari più deboli, mentre Haaland ha messo assieme i primi 10 gol rifilandone 3 al Napoli, 2 al PSG e uno al Liverpool, non proprio il Canicattì. CR7 li aveva segnati a club come Debrecen, Sporting e Dinamo Kiev, Messi a Panathinaikos, Lione e Werder Brema

Asta. La domanda è: quanto si fermerà Haaland a Dortmund? Il Borussia è un ottimo club, ma non un top club del calibro di Real, Barcellona o PSG. Facile pensare che su Haaland si scateni presto un’asta milionaria; e se Hazard è passato al Real per 100 milioni, Griezmann al Barça per 120 e Joao Felix all’Atletico per 126 (tutti affari dell’estate scorsa), dire che Haaland alzerà di molto l’asticella è fin da ora scontato. Ma chi lo prenderà farà un affare: l’uomo che ha nelle gambe i gol di CR7 e Messi, e forse qualcuno in più, è proprio lui.

Un bimbo, un prof e i clan: non è un mondo per santi

Una calma disperazione, un pessimismo dolce, una speranza protesa sul vuoto. Sto scrivendo ossimori come tratti di identificazione di un nuovo libro di Roberto Andò (Il bambino nascosto, La nave di Teseo) non un romanzo ma un pacato, intenso, tormentoso documentario di cose non avvenute eppure verissime.

Ogni riflessione su quasi ogni frammento di racconto appena narrato, è la prova del fatto avvenuto, come nel buon giornalismo o nella cronaca giudiziaria. Intendo dire che nel libro di Andò ogni cosa è vera benché sia immaginata e la ragione è quella del pupazzo di neve: lo amate, lo festeggiate, gli state accanto, diventa un simbolo perché rasserena. Ma alla fine deve sciogliersi. Potete prevedere la morte come fine di questa storia che siete indotti ad amare fin dalla prima riga. E di nuovo, come tutto, in questo libro, romanzo non romanzo, cronaca e pura immaginazione, invenzione che pesa come la realtà, vi trovate coinvolti e spiazzati. Sì, è la morte che chiude. No, non finisce nulla, perché non vi liberate dall’impressione che una storia così (la forza e la tenacia di certi sentimenti, il rischio estremo affrontato con grazia e senza protezione, la relazione fra due esseri umani, uomo e bambino, che non si rompe nemmeno alla fine) è una forza che dura. E non nel senso di “un’altra vita”, ma perché alcune cose, come certi sentimenti, sono molto meno fragili e improvvisati di altri. E vanno molto al di la di un corpo umano abbattuto dalla camorra.

Ecco la chiave: in altri tempi, in un’altra cultura, sarebbe stata la mano di Dio a salvare le vite e a spostare i cadaveri, o anche la traiettoria dei proiettili, “per grazia ricevuta”. E la storia di Gabriele Santoro, professore di musica chiamato, un po’ affettuosamente, e un po’ ironicamente, “il maestro”, sarebbe stata la storia di un santo. Quella di Roberto Andò (che, non dimenticate, è il regista di Viva la libertà, una storia possibile e impossibile, vera e non vera di vita politica e di vita pubblica altrettanto assurde) non dispone di un’altra vita, di una gloria e di un premio di riserva. Tutto il bene (ce ne è molto, in una versione pudica e quasi inconfessata ) e tutto il male (che è esattamente all’altezza dei telegiornali e della notorietà di cui gode la malavita) si vivono, si incontrano e si scontano qui, tra noi, adesso, in tempo reale.

Nessun premio è previsto e ben poche condanne in tempo reale si pagano. È come se tutto fosse virtuale (la delicata e cauta scrittura del racconto lo suggerisce ) e invece la forza di gravità del reale domina storia e personaggi e li spinge inesorabilmente nei loro ruoli. È a questo punto che la difesa estrema di un bambino appare “santa”. Ma non viviamo in un mondo per santi. È un mondo per esseri umani che non cercano protezione e sottomissione. Non sono una folla, e ad essi, Gabriele e Ciro, i due esseri umani di cui Roberto Andò racconta, perchè le loro esperienze non vadano perdute, dedicano la loro storia.