Il food dà spettacolo: lo chef vegano ora non è più un tabù

“La zucca quando viene tagliata piange, chiediamole scusa. La mia cucina è completamente naturale, non uso termometri. Nella cucina ayurvedica infilarne uno in un alimento è considerata violenza carnale”. Era il 2006 e lo chef vegano Germidi Soia del ristorante “Satùt-de-Carton”, magistralmente interpretato da Maurizio Crozza, imperversava in tv con questi sketch, diventati cult, che facevano la parodia al vero cuoco Simome Salvini, uno dei protagonisti della cucina vegana e vegetariana in Italia. Una proverbiale imitazione del comico genovese che ha saputo cogliere con ironia, prima ancora dello stesso settore Food, un cambiamento radicale già in atto nella società: le bellezze del mondo vegetariano a tavola che sempre più italiani apprezzano. Tanto che nel BelPaese – secondo l’Eurispes – è vegetariano il 6,7% degli italiani, mentre il 2,2% si dichiara vegano.

Una tendenza che rappresenta la grande novità di ExpoCook 2020 – la fiera dedicata al mondo della ristorazione, al cibo e ai nuovi trend, che si terrà a Palermo da domani al 28 febbraio – organizzata dalla WorldChefs in collaborazione con la Federazione Italiana Cuochi. Tra gli eventi in programmazione c’è, infatti, il primo seminario al mondo sulla competizione vegana che vedrà protagonisti insegnanti di eccezione della Worldchef Academy europea e mondiale. Insomma, sui banchi ci saranno tanti chef pronti ad imparare i segreti della cucina vegana. Forse non si chiederanno se le verdure soffrono quando vengono sminuzzate, ma hanno compreso che i loro menu vanno aperti alle nuove richieste che arrivano dai clienti che hanno deciso di non mangiare carne e pesce. “È una scelta obbligata – spiega lo chef Domenico Maggi, direttore continentale del sud Europa e membro della commissione culinaria Worlds-chefs – perché ormai per tutti coloro che vogliono fare il nostro mestiere saper cucinare vegano è considerata una competenza fondamentale e persino obbligatoria nelle competizioni tra gli chef. Naturalmente, queste scelte sono lo specchio di un cambiamento delle abitudini alimentari della società. Nonostante ciò – continua lo chef – attorno alla cucina vegana ci sono molte fake news. Una fra tutte è sicuramente quella secondo la quale la cucina vegana corrisponde a mettere due verdure nel piatto: niente di più sbagliato. In realtà, in questo genere di alimentazione abbiamo l’obbligo di stare ancora più attenti all’equilibrio nutrizionale che va trovato nella combinazione tra diversi ingredienti che devono per questo essere conosciuti molto bene”.

Insomma, l’effetto Greta è chiaro: continuare a mangiare carne non fa bene né a noi né all’ambiente. Un appello che il mondo patinato di Los Angeles ha già colto durante la serata dei Golden Globe, quando un paio di settimane fa ha proposto un menù senza carne. Magari non sarà il modo in cui si può cambiare il mondo, ma almeno un’iniziativa per salvare il pianeta e attirare l’attenzione sulla questione dei cambiamenti climatici.

“Il genere umano deve estinguersi. Per salvare la Terra non fate figli”

Siamo ormai quasi tutti d’accordo, con eccentriche eccezioni, sul fatto che l’impronta dell’uomo sulla terra non abbia avuto conseguenze grandiose, se è vero che oggi ci troviamo a combattere, grazie solo a noi stessi, incendi indomabili e devastanti alluvioni. Ma da qui a dire che la cosa migliore da fare è una radicale estinzione di tutta l’umanità, da attuare in maniera artistica e creativa e addirittura con gioia e compassione, un po’ ce ne corre. Eppure questa è la tesi di The Ahuman Manifesto: Activism for the End of the Anthropocene, appena scritto da Patricia MacCormack, una bizzarra professoressa di Cambridge dal look dark, e studiosa di temi che vanno dalla teoria queer (cioé, non esistono generi sessuali) ai film dell’orrore, dai diritti animali al sesso nel cinema. Intendiamoci: la MacCormack non è certo la prima a teorizzare una progressiva sparizione degli esseri umani sulla Terra, attraverso il rifiuto della natalità. Lo avevano già fatto, ben prima di lei, dozzine di ambientalisti, molti dei quali si sono pure vasectomizzati, così come lo stanno facendo migliaia di giovani che hanno deciso di non fare figli finché il problema del clima non sia almeno mitigato. Per non parlare di coppie celebri come Meghan e Harry, che hanno promesso che non supereranno i due figli per non inquinare il pianeta.

Mentre l’astinenza degli ecologisti è finalizzata a rendere il mondo un posto migliore, anche per gli uomini, per la bislacca insegnante di origine australiana l’estinzione è un bene in sé, assoluto, perché gli unici ad aver diritto di esistenza sono altri organismi non umani. E infatti il suo Manifesto bastona il post–umanesimo, ma anche, persino, il movimento degli Extinction Rebellion, ambientalisti non certo moderati ma che, appunto, non hanno intenzione di andare felicemente verso la morte, seppure in maniera anticonformista. Niente da fare: solo il mondo “anumano”, l’anti–Antropocene, è per la MacCormack un mondo che ha senso, perché l’uomo in quanto tale è il cancro del pianeta.

Il problema è che, così dicendo, la prof. di Cambridge mette sullo stesso piano tutti gli esseri umani. Certo, per lei il male è il “maschio bianco abile” che, a braccetto col capitalismo, ha ridotto gli altri esseri umani, omosessuali, disabili, donne o in schiavitù oppure in una condizione di “zombitudine”. Solo che, teorizzando la morte di tutti, finisce per annullare le differenze e insieme il concetto di giustizia. Perché il vero cancro del pianeta non è il bambino africano che muore di caldo nella baracca di lamiera ma l’australiano o lo statunitense che con il loro stile di vita impediscono al primo di vivere.

Infine: si può essere il paladino più estremo dell’antropocentrismo e ricordare a chi grida lo slogan “salvare il pianeta” che il pianeta sopravviverà benissimo senza di noi, ma un mondo non pensato da un essere umano di fatto, per noi, non esiste. Kant lo aveva detto qualche tempo fa. Può piacere o meno, però anche immaginare un mondo popolato di creature non umane, finalmente felici, è sempre il prodotto di una mente. Umana, appunto.

Fca, ecco come e dove saranno prodotti i nuovi modelli

Qualcuno lo ha definito come il futuro produttivo degli stabilimenti Fca italiani: quello lucano di Melfi si occuperà della costruzione della Jeep Compass, sia con motorizzazioni convenzionali che, a partire dalla fine della primavera, con propulsori ibridi plug–in. La tecnologia elettrificata riguarderà anche Fiat 500X e Jeep Renegade, costruite nel medesimo impianto e basate sulla stessa piattaforma tecnica. Domani, invece, è previsto l’avvio della produzione della Fiat Panda mild hybrid a Pomigliano (a cui è stato destinato un miliardo), in Campania. Il tutto fa parte dell’annunciato piano industriale per l’Italia: la multinazionale prevede investimenti per 5 miliardi e aspira a riportare alla piena occupazione gli impianti nazionali. Fra cui le fabbriche di Mirafiori – dove è iniziato l’assemblaggio dei modelli di pre–serie della Fiat 500 elettrica, la cui fabbricazione inizierà a giugno – e Grugliasco (Torino), per le quali sono stati stanziati 2 miliardi per costruire nuovi modelli a marchio Maserati. Sempre a Mirafiori è assegnato l’assemblaggio delle nuove Maserati Quattroporte, Levante, della Ghibli ibrida. Nella seconda parte dell’anno, invece, sarà il turno delle nuove GranTurismo e GranCabrio (offerta anche con motori elettrici), mentre a Modena verrà realizzata la nuova supersportiva MC20 e a Cassino (per cui sono stati stanziati 800 milioni) un Suv di taglia media su base Alfa Romeo Stelvio. Proprio nello stabilimento emiliano sono in corso lavori di ammodernamento delle strutture – un nuovo reparto verniciatura e laboratori innovativi – che saranno fondamentali per sfornare la nuova sportiva a motore centrale MC20, che raccoglierà l’eredità della MC12 del 2004, sancirà il ritorno del Tridente nel motorsport e sarà offerta pure in versione a zero emissioni. Rimane da decidere quale sarà la fabbrica della Tonale, il Suv di dimensioni compatte dell’Alfa Romeo, di cui maggiori dettagli verranno forniti nelle prossime settimane.

Nuovo Salone di Ginevra L’highlander delle fiere a 4 ruote

Nessun allarme coronavirus per il Salone Internazionale dell’auto di Ginevra. Che, ad oggi, aprirà regolarmente i battenti della 90° edizione dal 5 al 15 marzo. Per ora non c’è stata nessuna defezione tra gli espositori che arrivano da quel lato del mondo: 4 dalla Cina e 2 da Hong Kong. Dei 63 giornalisti attualmente accreditati, invece, non si sa quanti decideranno di rimanere a casa, ma intanto il presidente Maurice Turrettini conferma: “Il Salone, ad oggi, si farà. Siamo in contatto con l’Oms e col Dipartimento federale della salute che ci conferma che non c’è nessuna ragione per annullarlo. La Svizzera non ha avuto un solo caso di Coronavirus. Abbiamo preso tutte le misure di prevenzione necessarie e non esiste alcuna restrizione sanitaria ai viaggi in Svizzera”. Pesa invece l’ombra sul futuro di quello che è ancora il punto di riferimento dei Saloni dell’auto in Europa, mentre la formula tradizionale delle kermesse dedicate alle quattro ruote è sempre più in discussione .

Quando chiediamo a Turrettini cosa consiglierebbe ai suoi colleghi, dice: “Non darei nessun consiglio perché non vorrei avere concorrenti e faremmo tutti la stessa cosa. Vogliamo tutti la stessa cosa: essere l’ultimo a sopravvivere”. La mente va immediatamente al film Highlander, l’ultimo immortale. Che il format dei Saloni sia in crisi non è una novità e anche a Ginevra quest’anno hanno provato ad essere creativi per attirare visitatori. Il padiglione 7 è stato ribattezzato GYMS Discovery e ospiterà una pista indoor di 456 metri dove si potranno fare test drive di 48 auto con motorizzazioni alternative: lo scopo è dare la possibilità a 11.000 persone di guidare auto elettriche, ibride o a gas.

Altra novità è l’area GYMS Tech dedicata alle startup, per provare bici elettriche, monopattini e segway . Il Vip Day è un altro modo per attirare persone, regalando l’esclusività di passare una giornata insieme a piloti, Ceo e personalità del settore che si alterneranno a parlare in 5 conferenze dedicate alla Formula E, alla guida autonoma, alla digitalizzazione delle vetture, all’elettrificazione e alla diversità di genere nel motorsport. Pagheranno un biglietto oltre dieci volte più alto di quello standard per vivere un’esperienza esclusiva.

Basterà per mantenere in vita Ginevra? Quest’anno ci saranno 17 case automobilistiche in meno e i visitatori attesi sono in calo: tra i 500 ed i 600 mila, rispetto ai 610.000 del 2019. Defezioni solo parzialmente compensate da aspetti positivi come il ritorno di Hyundai, assente lo scorso anno. Per un brand che torna, una ventina ne arrivano sulle sponde del lago svizzero per la prima volta. Uno di questi con la prima auto mai prodotta in Sri Lanka: Vega, con l’hypercar EVX.

Complessivamente 150 espositori, 90 anteprime, 68 conferenze e oltre 3.000 persone al lavoro. E per il futuro del Salone, Turrettini spiega: “Ci stiamo facendo molte domande e parleremo con le Case. La Fondazione è a disposizione per promuovere l’auto. Se i principali attori dell’industria automobilistica ci diranno che non vogliono più il salone, allora ci fermeremo”. Unica certezza sono le tre Case che non si sono persi neanche un’edizione: Bentley, Renault e Fiat. Quest’ultima ha investito parecchio quest’anno su Ginevra ma chissà se ci sarà ancora nel 2021 dopo la fusione con Psa, i cui marchi sono tutti assenti, tranne DS.

Rottamazione, rata in scadenza: chi non paga perderà i benefici

L’appuntamento è di quelli da segnare in rosso sul calendario: venerdì 28 febbraio è l’ultimo giorno a disposizione di un milione di contribuenti per il pagamento della rata della rottamazione-ter, che consente di estinguere i debiti messi in riscossione fra il primo gennaio del 2000 e il 31 dicembre del 2017. Una corposa possibilità arrivata in dono dal governo gialloverde a fine 2018 quando, dopo settimane di confronti e scontri tra Lega e M5S (Matteo Salvini aveva puntato la sua campagna elettorale addirittura sul condono tombole sotto i 100 mila euro; misura di berlusconiana memoria), ha previsto sconti su liti pendenti, stralcio dei debiti fino a mille euro e, appunto, la “definizione agevolata” (cioè una sanatoria parziale) che prevede la possibilità di regolarizzare il pagamento delle cartelle esattoriali versando solo le somme dovute, senza corrispondere le sanzioni e gli interessi di mora. Mentre per le multe stradali non si pagano gli interessi di mora e le maggiorazioni previste dalla legge. Sono, però, da aggiungere a quanto dovuto le somme maturate a favore dell’Agente della riscossione a titolo di aggio (vale a dire il compenso che percepisce per l’attività di incasso dei crediti), le spese per procedure esecutive e i diritti di notifica fissati in 5,88 euro.

Quella del prossimo venerdì è la prima scadenza del 2020, ma la terza dell’articolata procedura prevista dalla rottamazione–ter. Chi infatti ha aderito alla misura, avrà la possibilità di pagare quanto dovuto in massimo 18 rate in 5 anni, secondo la scelta effettuata in fase di adesione. Le prime due scadenze erano fissate a luglio e novembre 2019. Le restanti sono da versare in quattro rate annuali con scadenza il 28 febbraio, il 31 maggio, il 31 luglio e il 30 novembre di ciascun anno a decorrere dal 2020.

I contribuenti coinvolti conoscono già gli importi da pagare a ogni rata della rottamazione–ter dal momento che, in risposta alla domanda di adesione, hanno ricevuto una lettera dall’Agenzia delle entrate–Riscossione (“Comunicazione delle somme dovute”) che contiene anche i bollettini delle rate in base al piano di pagamento scelto.

Relativamente facile il pagamento: non c’è bisogno di pin o procedure speciali. È possibile pagare la rata alla propria banca, agli sportelli bancomat abilitati, con l’Internet banking, agli uffici postali, ai tabaccai e sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it. É anche possibile effettuare il versamento mediante compensazione con i cosiddetti crediti certificati commerciali “non prescritti, certi, liquidi ed esigibili” maturati per somministrazioni, forniture, appalti e servizi nei confronti della Pa.

La nota dolente. Vanno sempre rispettati i termini di scadenza delle rate: questo vincolo consente di mantenere i benefici della rottamazione–ter che altrimenti verrebbero meno in modo irrevocabile. La legge prevede, infatti, che il mancato, insufficiente o tardivo pagamento anche di una sola rata, oltre la tolleranza di 5 giorni, determini l’inefficacia della definizione agevolata. In altre parole il debito non potrà essere più rateizzato, l’agente della riscossione dovrà riprendere le azioni di recupero e non sarà più possibile aderire ad altre forme di condono previste in futuro. Proprio come accaduto con il decreto Crescita che la scorsa estate ha riaperto i termini per aderire alla rottamazione–ter, fissando la nuova scadenza per presentare la domanda di adesione al 31 luglio 2019 ed estendendo automaticamente i benefici della sanatoria (il dilazionamento maggiore delle rate) ai contribuenti già alle prese con la rottamazione bis del 2017, ma solo quelli in regola con il pagamento delle rate. Disco verde anch per chi era già oggetto di precedenti rottamazioni, indipendentemente dal pagamento delle rate del piano di definizione precedentemente concesso, ed intestati a soggetti che risultavano risiedere in uno dei Comuni del Centro Italia colpiti dagli eventi sismici del 2016 e del 2017.

Nella classifica per regione, troviamo in testa il Lazio con 181.334 contribuenti chiamati alla cassa, seguito dalla Campania (144.039) e dalla Lombardia (137.555). Dopo le prime tre regioni si posizionano Puglia (83.820), Toscana (81.203), Emilia Romagna (64.479), Calabria (61.782), Veneto (60.246), Piemonte (60.014), Sardegna (46.081), Liguria (30.111), Abruzzo (27.525), Marche (25.712), Umbria (22.516), Friuli Venezia Giulia (14.815), Basilicata (12.985), Trentino Alto Adige (6.720), Molise (6.339) e infine la Valle d’Aosta con 2.118 contribuenti.

Gli aiuti allo sviluppo aiutano pure i politici corrotti a rubare

Aiutiamoli a casa loro: facile a dirsi, ma gli aiuti allo sviluppo nei Paesi poveri che dovrebbero sostenere la crescita finiscono per alimentare la corruzione. Lo dimostra un nuovo studio su dati della Banca mondiale così imbarazzante che la Banca mondiale ha provato a farlo sparire. Ma dopo che il caso e’ diventato uno scandalo internazionale nella comunità degli economisti, la ricerca e’ stata finalmente pubblicata.

Bob Rijkers, un economista della Banca mondiale, e due accademici, Jorgen Juel Andersen (BI Norwegian Business School) e Niels Johannesen (University of Copenhagen), hanno applicato agli aiuti allo sviluppo un metodo di analisi già testato per studiare gli effetti della scoperta di giacimenti petroliferi. Quando viene scoperto un nuovo giacimento, si mette in moto una girandola di miliardi di dollari e si nota un aumento di versamenti dal Paese petrolifero verso i paradisi fiscali: tangenti e mazzette versati da aziende petrolifere a politici e mediatori locali. Lo stesso succede quando arrivano gli aiuti allo sviluppo.

Il paperdi Rijkers, Andersen e Johannesen studia un campione di 22 Paesi dipendenti dagli aiuti della Banca mondiale, che ricevono dall’istituzione di Washington più’ del 2 per cento del proprio Pil. Nei trimestri in cui avviene l’erogazione degli aiuti, si osserva un aumento dei versamenti nei paradisi fiscali da parte del Paese beneficiario. Per ogni 1 per cento di Pil di aiuti, i versamenti in posti come Lussemburgo o Isole Jersey salgono del 3,4 per cento. E non si può spiegare come un semplice effetto collaterale del fatto che nel Paese ci sono piu’ soldi, perche’ i depositi verso Stati esteri che non sono paradisi fiscali restano immutati.

Tradotto: una parte dei soldi della Banca mondiale finisce direttamente sui conti personali segreti dei politici corrotti. I tre economisti stimano che la perdita complessiva e’ pari al 7,5 per cento del totale. Ogni 100 dollari di aiuti allo sviluppo, insomma, 7,5 diventano mazzette depositate su conti offshore. I tre economisti incrociano dati della Banca mondiale con quelli della Banca per i regolamenti internazionali (Bis) che fornisce in aggregato i dati usi flussi finanziari, anche verso gli Stati più opachi che da qualche anno sono obbligati a un minimo di rendicontazione.

I Paesi che ricevono più soldi sono anche quelli peggio gestiti o nelle situazioni più’ compromesse, come l’Afghanistan, dove lo Stato e’ debole, l’economia quasi inesistente e la democrazia una promessa non mantenuta. Le implicazioni dello studio Rijkers, Andersen e Johannesen sono rilevanti: non soltanto la Banca mondiale spreca considerevoli somme di denaro versate dagli Stati membri, ma rischia di peggiorare i problemi che dovrebbe risolvere. Perché i politici corrotti locali che accumulano milioni sui propri conti esteri avranno risorse e potere per consolidare la propria posizione. E non hanno alcun interesse a far uscire il Paese dall’emergenza, perché’ questo comporterebbe una riduzione degli aiuti. E dunque delle stecche che loro incassano.

Alla Banca mondiale, come comprensibile, non sono stati entusiasti di leggere questa ricerca che, peraltro, non analizza aiuti allo sviluppo in generale, ma proprio quelli della Banca mondiale erogati tramite le sue due istituzioni principali, la Banca per la ricostruzione e lo sviluppo e la International Development Association. Risultati problematici soprattutto in un momento in cui l’amministrazione Trump cerca scuse per tagliare i contributi versati dagli Stati Uniti. Rijkers, Andersen e Johannesen hanno pronto il loro studio già a novembre 2019, ma non viene mai pubblicato. L’Economist, la scorsa settimana, ha messo in relazione le tensioni interne alla Banca mondiale su questa ricerca con le improvvise dimissioni del capo economista, Penny Goldberg. Dopo l’articolo dell’Economist che ha attirato l’attenzione sulla vicenda, uno dei tre economisti, Niels Johannesen della University of Copenhagen, ha pubblicato una bozza del paper sul suo sito personale. Poche ore dopo, miracolosamente, la versione finale e’ uscita anche nella collocazione a cui era destinata, cioè la sezione del sito della Banca mondiale dedicata alla ricerca.

La vicenda ha due morali. Primo: serve più’ ricerca sui reali impatti degli aiuti allo sviluppo, perché affidare milioni o miliardi a governi deboli e corrotti di Stati fragili rischia di alimentare i problemi che istituzioni come la Banca mondiale vorrebbero risolvere. Secondo: la ricerca e’ stata pubblicata soltanto perche’ due autori su tre lavoravano per universita’ e la Banca mondiale non può censurare i professori come invece può fare con i propri dipendenti (anche se puo’ sempre, per ritorsione, impedire loro di accedere ai propri dati, fondamentali per fare ricerca). A proposito di sprechi, a che serve dare milioni di dollari di budget per la ricerca a istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario se gli unici studi pubblicabili sono quelli che confermano quanto e’ bravo il management in carica?

Il nuovo harakiri: oggi i giapponesi “evaporano”

Elimina ogni prova della tua esistenza. Chiudi la valigia, poi la porta per sempre. Non lasciare alcuna traccia nelle stanze e nelle vite di chi ti ha amato e appena capirà cosa è successo, comincerà a cercarti. Ma invano. Risulterai, da allora in poi, assente per sempre all’appello: ma senza morire, sei svanito. È la storia delle anime perdute giapponesi. Si chiama johatsu, ovvero “evaporazione”. Decine di migliaia di nipponici decidono di ricorrervi ogni anno.

Uomini e i loro demoni. Perdita dell’amore o del lavoro. Debiti, fallimenti, fine di una relazione, divorzi difficili, delusione delle aspettative. Ma a volta basta anche la bocciatura ad un esame. Ognuno delle migliaia degli “evaporati” giapponesi ha un motivo diverso per ricominciare una seconda, distante vita, aliena in tutto da ciò che la precedeva. Non diventi un cadavere, ma un fantasma irrintracciabile. È una forma di decesso sociale in una nazione abituata, per cancellare la vergogna dell’errore, a ricorre al suicidio il 60% in più che nel resto del mondo secondo la Who, Organizzazione mondiale della salute, e che ha codificato, sin dal tempo dei samurai, anche il seppuku, il rituale giusto per togliersi la vita.

Chi però ricorre al johatsu, prima di scomparire, progetta la sua “evaporazione” con disciplina. Una storia emblematica che ha colpito più delle altre la nazione è quella di Suyoshi, fratello di Naoki Miyamoto, i cui oggetti sono stati ritrovati su un traghetto partito da Tokyo, e che ne attende il ritorno dal 2012. Poiché non esiste una legge che permette alla polizia di controllare informazioni bancarie e personali degli scomparsi, gli evaporati risultano impossibili da ritrovare. In assenza di una banca dati condivisa sul fenomeno, non si conosce il numero reale dei desaparecidos asiatici. Secondo il magro, calvo, anziano Hiroshi Tahara, ex poliziotto in pensione, membro di Mps, un’associazione che aiuta i parenti, almeno 10 mila persone scompaiono ogni anno. Poveri e ricchi scompaiono. Occupati e disoccupati evaporano. Uomini e donne. Nelle province e nelle città. Un’intera Atlantide di fantasmi che stanno sbiadendo in foto è alle pareti del Shinjuku Sumitomo, edificio del Mps, dove anche i volontari spesso hanno suicidi o sparizioni di amici o familiari in biografia.

Poiché il johatsu sta diventando una pratica diffusa, è diventato un business. Pofessione: yonigeya. In una traduzione non approssimativa: “Organizzatori di fughe notturne”. Il johatsu richiede la pianificazione di un mistero, l’organizzazione di un’enigma che alcuni professionisti, esperti nel ricreare l’assenza dei loro clienti, specialisti nel trasloco di destini interi, possono concedere dopo qualche telefonata e molti yen.

Mancano dati ufficiali sul numero dei johatsu, come stime reali su quante persone o società si siano specializzate nel fornire la logistica necessaria per svanire. Se i clienti vogliono sparire nel buio, loro agiscono in una zona grigia. Svuotano la casa mentre gli altri residenti sono assenti, forniscono documenti falsi, spostano fino all’ultimo oggetto appartenuto al cliente, che per non destare sospetti, non ha abbandonato alcuna delle sue abitudini. Se si tratta di mariti, le storie delle loro evaporazioni sono tutte così parallele da risultare identiche: escono con cravatta e borsa da lavoro come tutti i giorni, ma i loro figli non sanno che stanno ricevendo il loro saluto per l’ultima volta.

Senso di colpa: è il motivo che spinge a scappare, quello che però gli evaporati condividono con le loro famiglie. Famiglie che, dopo la sparizione, pensano di non aver fatto il necessario per aiutarti in tempo.

“Muori, pazza”. Era quello che sentiva tutti i giorni Miho Saita quando suo marito la picchiava, in uno Stato dove solo il 3% delle donne denuncia le violenze tra le mura di casa e dove una su tre le subisce. Insieme ai suoi lividi, cicatrici e il cane, Miho è scappata in auto da sola da Kanagawa. Poi ha deciso di fare dell’arte della fuga la sua professione. Lei è la destinazione finale di molte donne che non hanno trovato aiuto nelle stazioni di polizia. Oggi è la sorridente amministratrice della Yonigeya Corporation. Una sua foto è nella pubblicità della società: lo spot informa che si tratta dell’ “unica organizzazione gestita da chi è stato perseguitato e sa cosa sia la fuga. A coloro che vogliono vivere una vita nuova e spostarsi senza essere rintracciati, offriamo: consulenza legale, spostamenti notturni o improvvisi, introduzione alla destinazione di trasferimento, rifugio”. Più complicata è la fuga, più alto il prezzo richiesto e si può superare il milione di yen 8-9 mila euro). Nemmeno la memoria rimane: alla fine delle missioni, le yonigeya distruggono i documenti per discrezione e sicurezza.

Gli evaporati, almeno alcuni di loro, sono stati raccontati nel primo libro dedicato a loro. “È un tabù, qualcosa di cui non puoi parlare davvero, ma le persone possono scomparire perché c’è un’altra società, sotto quella giapponese. Se lo fanno è perché sanno che troveranno un modo per sopravvivere”. Dopo sei anni trascorsi a seguire le ultime tracce di chi ha cercato di non lasciarne dietro di sé nemmeno una, Lena Mauger, giornalista francese, insieme al suo compagno fotografo, Stephane Remael, lo racconta dopo essere riuscita a raggiungere posti come Sanya, dintorni di Tokyo, un punto geografico sulla carta geografica. In un universo che gira tra contanti e attività illegali, negli hotel dove le stanze non hanno un bagno ed è vietato parlare dopo le sei di sera, la Mauger ha parlato con Norihiro. Un uomo di 50 anni, ma un fantasma da dieci. Un ingegnere che tradiva sua moglie, si sentiva in colpa per suo figlio, ma ha deciso comunque di cancellarsi dall’album di famiglia dopo la perdita del lavoro. Dopo il licenziamento, ha continuato ad uscire tutte le mattine alla stessa ora, ma rimaneva in auto in silenzio, fino a che la vergogna lo ha sopraffatto e invece di vincerla, ha ceduto all’evaporazione.

Alcuni, ma pochi, sono solo alla ricerca di un nuovo mondo, nuova vita, di un punto da cui ripartire, una tabula rasa dove dispiegheranno le loro nuove esistenze. Al johatsuè stato dedicato un programma televisivo degli anni ’90 e, prima ancora, se ne parlava nelle sale buie al cinema. “Conoscete quest’uomo? Si sta nascondendo da qualche parte. Forse vicino a voi”. Dell’impiegato Tadashi Oshima, 32 anni, scorrono le foto in bianco e nero in “Un uomo svanisce”, film profetico del 1967 del regista Shohei Imamura, la cui macchina da presa già decenni fa seguiva la ricerca della fidanzata di quell’uomo così comune. “Investigazione nei misteri di una vita”. Prima del ragazzo, il vero motivo della ricerca era la ragione del gesto compiuto, che oggi è destino di molti, una scelta non colta ancora dalla società nipponica che però la affronta da secoli. Già nell’antichità le persone decidevano di “evaporare”. Si chiamava però kamikakushi, cioè “sparizione divina”, perché gli abitanti dei villaggi preferivano pensare che a portare via i loro cari fosse una forza superiore. O era almeno il modo in cui la coscienza di un popolo, dinanzi a un’assenza troppo dolorosa, aveva deciso di trovare pace.

Algeria, il popolo in piazza contro il potere corrotto

Un anno dopo continua a sfregarsi gli occhi, incredula. Ogni settimana scende in strada con la sua famiglia, avvolta nella bandiera della sua nazione, per cantare “Il popolo vuole l’indipendenza”, “Stato civile, non militare” o ancora Yethnahaw ga3 (“Andate via tutti!”), slogan di oggi e di ieri, del tempo della prima rivoluzione contro il colono francese, della conquista della prima indipendenza. Un anno dopo è ancora emozionata, proprio lei che non aveva mai manifestato in vita sua e anzi l’aveva sempre sconsigliato ai suoi figli. Lei che sussultava alla sola vista di un’uniforme o di un veicolo della polizia. Ma poi c’è stato il 22 febbraio 2019: milioni di persone sono scese nelle strade del paese e c’era anche lei, Zohra, 68 anni, di Algeri. L’avevano trascinata in strada i suoi figli: “Devi vederlo con i tuoi occhi, yemma (“mamma”).

È l’“Hirak”, la straordinaria insurrezione del popolo algerino. In un primo tempo, gli algerini sono insorti contro un quinto mandato del presidente “fantasma” Abdelaziz Bouteflika, che li ha incatenati per 20 anni. Ma molto rapidamente il movimento si è opposto a “tutto il sistema”, opaco, distruttore, istituito da quelle stesse persone che in passato avevano combattuto l’oppressione coloniale francese. Prima di quel giorno storico, c’erano state delle manifestazioni nell’est del paese, a Kherrata, il 16 febbraio 2019, poi a Bordj Bou Arreridj, a Khenchella, dove era stato strappato il gigantesco ritratto di Bouteflika esposto sulla facciata del municipio accanto alla bandiera algerina. Un affronto mai visto in 20 anni di un regno senza fine, in cui manifestare significava rischiare la vita. Zohra temeva che la rabbia si trasformasse in caos. Pensava “al trauma del decennio nero, allo spargimento di sangue degli anni 90, alla paura di rivivere quell’orrore”. Invece, i 53 venerdì a chiedere “un’Algeria libera e democratica” sono passati senza caos né violenze, e ciò nonostante la repressione feroce del regime, con arresti arbitrari di centinaia di persone, studenti, oppositori, giornalisti (come mostrato dal rapporto annuale di Amnesty Internationa), divieti di manifestare con la bandiera amazigh berbera e accessi limitati alla capitale.

L’Hirak algerino affascina il mondo intero per la sua non violenza. “Non ho mai visto gli algerini così mobilitati e uniti – afferma il giornalista, artista e attivista Mustapha Benfodil -. Parliamo tra di noi, ci organizziamo. Molte donne partecipano ai cortei, tutti gli strati sociali sono presenti. Abbiamo liberato la nostra parola e ci siamo imposti dicendo no, come era accaduto nell’ottobre 1988 (il riferimento è alle rivolte da cui era scaturito il primo governo democratico algerino, prima della vittoria degli islamisti e dieci anni di violenze, nda)”. Intorno a Zohra c’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto e sospira: “Non è cambiato niente”. E chi invece, come lei, quel bicchiere lo vede mezzo pieno: “Dopo questa seconda indipendenza, posso morire tranquilla”, ripete la donna scoppiando a ridere. “Come nel 1962, sembra che una fase si stia chiudendo con queste manifestazioni. Qualcosa di nuovo si sta preparando”, analizza la storica algerina Malika Rahal.

Nel 62, anno dell’indipendenza dell’Algeria dalla Francia, Zohra aveva 10 anni. Rivede ancora le lacrime di gioia dei suoi genitori, ma anche la loro rabbia mentre scoppiavano le lotte tra clan all’interno del Fronte nazionale di liberazione (Fln), l’ex partito unico da cui è nato un potere gerontocratico e corrotto durato per decenni: “Ci hanno confiscato l’indipendenza”. “La casta dirigente pensava che il popolo si sarebbe ribellato solo quando avesse avuto fame, quando il pane sarebbe diventato troppo caro e non si avrebbe avuto più accesso alle cure mediche – spiega un osservatore -. Pensavano che la gente si sarebbe accontentata di bere, mangiare e dormire. Allora hanno dato sovvenzioni per il pane e il latte, e distribuito alloggi. Come se il popolo non avesse aspirazioni, se non fosse abbastanza maturo”. “Uso raramente la parola Hirak – aggiunge il giornalista algerino Farid Alilat, autore della biografia “Bouteflika, la storia segreta” (Éditions du Rocher) -. Secondo me, questa è una rivoluzione. È stato smantellato un regime che durava da 20 anni. Gli algerini si sono liberati dalla tutela di Bouteflika, hanno recuperato lo spazio pubblico e la parola”. Tutto è cambiato in pochi mesi. Dietro la pressione del popolo, l’ex raïs che si credeva presidente a vita e immaginava funerali nazionali alla sua morte, è stato costretto a dimettersi il 2 aprile 2019 dopo l’intervento dell’esercito. È stato sempre l’esercito a fare e disfare i presidenti in Algeria dal ‘62. Alla sua testa c’era il più fedele alleato di Bouteflika, un altro ottantenne, Ahmed Gaïd Salah, il viceministro della difesa, morto all’improvviso il 23 dicembre 2019. Per l’Algeria è stato un altro colpo di scena. Prima di morire, come si fa sempre nei regimi autoritari che tentano di salvare la propria pelle, Gaïd Salah ha portato avanti una purga su larga scala. Con la complicità di una giustizia militare sommaria, ha fatto arrestare per corruzione o cospirazione contro lo Stato e contro l’esercito alcuni degli uomini più potenti del regime: la prima cerchia di fedeli di Bouteflika, tra cui il fratello Saïd, i capi dei servizi segreti, ma anche generali, oligarchi, ex ministri. “Nel settembre 2019, tra 200 e 300 alti funzionari a livello nazionale o locale sono stati imprigionati o posti sotto controllo giudiziario – ha scritto Hocine Malti, uno dei cofondatori della società algerina pubblica di idrocarburi Sonatrach, nel libro “Hirak in Algeria, l’invenzione di una rivolta” (edizioni La Fabrique) -. Questa epurazione parziale mostra però la volontà di preservare il nucleo centrale del regime di Bouteflika, in gran parte basato sulla corruzione”.

La corruzione è stata la spina dorsale del regime. “Il vero pericolo per l’emancipazione dell’Algeria – ritiene il giornalista e saggista Akram Belkaïd – è che molte persone continuano a privilegiare il clientelismo piuttosto che il cambiamento democratico”. L’ex capo dell’esercito ha avuto un’ossessione per tutto il 2019: organizzare delle elezioni presidenziali. È cosa fatta: il 12 dicembre, Abdelmadjid Tebboune, 74 anni, è stato eletto al primo turno di quello che la strada ha denunciato come “una farsa elettorale”. Dei cinque candidati, Tebboune, effimero ex primo ministro nel 2017, appoggiato dal “sistema”, era dato vincitore sin dalla sua candidatura. È stato eletto con un’astensione da record. Per molti incarna la continuità, non la rottura. Da quando è arrivato al potere, Tebboune tende la mano all’Hirak. Ha lanciato un progetto di riforma della Costituzione per, come dice lui, proteggere il paese dalle derive dell’“autocrazia” e per moralizzare la vita politica. Il 16 febbraio, durante un incontro tra governo e prefetti, mentre la folla convergeva a Kherrata, culla della rivoluzione, Tebbouneha lodato il “benedetto pacifico Hirak, sotto la protezione dell’esercito nazionale”, che rivendica “un cambiamento” e rigetta “pacificamente l’avventura che stava per far crollare lo Stato e i suoi pilastri ricadendo nella tragedia degli anni 90”. I suoi ministri gli fanno eco, come il portavoce del governo e ministro della comunicazione Ammar Belhimer: “L’Hirak è un movimento popolare autonomo benedetto che ha salvato lo stato algerino dal disastro annunciato”. Per lui l’Hirak “può alimentare in futuro la nascita di una nuova società civile e la rifondazione della scena politica”. Si tratta in realtà di una falsa mano tesa verso gli Hirakisti, che attendono azioni concrete per costruire uno stato di diritto, una democrazia, e porre fine alla dittatura militare. “Gli algerini non sono stupidi, sanno che il potere si oppone all’Hirak, anche se lo glorifica”, denuncia il giornalista Khaled Drareni. L’irruzione del popolo nella scena sociale ha sconvolto profondamente gli equilibri politici del paese. L’esercito, che detiene le chiavi del potere, deve ormai fare i conti con le forze dell’Hirak. I partiti politici, Fln e Rnd (Unione nazionale democratica) in testa, ma anche l’Ugta, il sindacato dei lavoratori, subordinati al potere, non hanno più credito. Comprare la pace sociale e politica come sotto Bouteflika non è più possibile. Un anno dopo, l’assenza di strutture e di leadership, che è stata la forza del movimento, potrebbe apparire ora come un punto debole. Nessuna personalità è riuscita (o ha voluto) emergere, a eccezione di alcune figure carismatiche, come l’attivista Karim Tabbou, che si trova ancora in prigione insieme a un centinaio di altri dissidenti. La liberazione di alcune decine di prigionieri politici dall’inizio dell’anno riapre ora i dibattiti per l’emergere di una nuova classe politica. Il Patto di alternativa democratica (Pad), che unisce i partiti dell’opposizione di sinistra, in particolare il Fronte delle forze socialiste (Ffs), l’Unione per la cultura e la democrazia, ma anche associazioni come la Lega algerina dei diritti umani (Laddh), chiedono una vera transizione democratica. Ma, come ricorda il politologo Thomas Serres, una rivoluzione richiede anni: “Il nucleo dello Stato è ancora al potere ed è normale: gli organi burocratico-militari hanno fondato lo stato-nazione algerino. Ma ormai sono messi a nudo, sottoposti a una pressione popolare intensa e senza valide ragioni per usare la violenza di massa”.

(traduzione Luana De Micco)

Sanremo boccerebbe Leopardi

Non mi vanto granché e detesto chi si fa un vanto di qualcosa, mi piace chi è cosciente del valore delle proprie opere più che del valere di sé stesso. Sanremo, il festival dico, è un luogo di vanagloria, ma indubbiamente a chi capita di parteciparvi, come a me quest’anno, dà una popolarità che è difficile restare con i piedi per terra. Ti invitano dappertutto, ti intervista chiunque, ti chiedono opinioni su qualunque argomento, anche politico, e poi alla fine si canta e si fanno concerti. Chi negli stadi, chi nei teatri, i più nelle feste di piazza. Io appartengo alla terza categoria. Ho l’agendina fitta di sagre delle orecchiette per tutta l’estate. Stamattina mi sono svegliata in quel di Capracotta, un paesino delizioso del Molise, ieri ero a Larderello, domani, gran gloria, arrivo a Recanati. Non vedo l’ora perché voglio andare a vedere dove è nato e vissuto Giacomo Leopardi, e soprattutto se c’è ancora “quella siepe” dell’Infinito. Io credo che Leopardi, se non fosse nato qui, tra i colli marchigiani, non avrebbe mai scritto L’Infinito. Amo questa poesia. Questo paesaggio sembra non possa mai arrivare a fine. I campi e i prati amplificano l’orizzonte come un mare immenso fatto di verde, di terra, di borghi incantati. Impossibile non naufragarci dentro. Certo che gli “sterminati silenzi” sono costantemente interrotti dalle chiacchiere dei miei compagni di viaggio, loquacissimi e sanremosissimi. Nei pressi di Recanati ci si ferma a mangiare in un agriturismo e io vado in cerca di un luogo di “profondissima quiete”, mi sembra di trovarlo al di qua di una siepe e mi connetto con Giacomo… “Sempre caro mi fu…” mi chiamano nervosi, bisogna ripartire… uffa… ma “sedendo e mirando” che male vi fo. Se Leopardi avesse portato L’Infinito a Sanremo, avrebbe avuto successo? Ne dubito.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

I robot del futuro? Come i serpenti. Innovare significa imitare la natura

La natura è il modello e il robot una falsariga. Quando la mente umana non riesce a concepire una soluzione nuova, si ispira all’animale. Così, a Stanford, il geco è modello per un robot che riesce ad arrampicarsi sulle superfici più lisce, mentre il pipistrello ispira ai ricercatori della Caltech un drone a risparmio energetico. Si chiama biomimetica, ed è obbedienza a ciò che Leonardo invitò a fare: “Prendere lezioni di natura, ecco dov’è il nostro futuro”. Lo scrisse dedicandosi allo studio dei rapaci e del loro volo planato, che poi risulterà nel primo progetto di deltaplano.

Imitare la natura è più di un desiderio, è un’ambizione, ed è un’urgenza straziante. La necessità del volo suggerisce a Dedalo di imitare gli uccelli nelle loro ali, ma quando Icaro ne fa uso dimentica di non avere per sé le potenzialità piene del volatile e ne perisce. Il risultato della biomimetica non è mai pari alla natura, è sempre maledetto dal debito della copia. Da ogni bestia, però – non fosse altro per l’urto di sangue proprio del Lupo in cerca di Luna – c’è da imparare.

E così, oggi, la robotica guarda ai serpenti. Abitano ovunque e ovunque sanno muoversi e adattarsi. Perfetti, dunque, per modellare robot atti alle missioni di ricognizione, a districarsi tra gli sfaceli, e portare in salvo i sopravvissuti nelle operazioni di search and rescue. In un articolo uscito sul Journal of Experimental Biology, il serpente è maestro. Ponendo degli animali veri su delle superfici irregolari, e registrandone un video dei movimenti, il robot ha imparato a comportarsi come loro. La percentuale di successo si avvicina al cento per cento. E i ricercatori che volevano migliorare le capacità motorie dei robot, hanno imitato il serpente sia nella struttura che nei movimenti. E forse – chissà – immaginando il quiescente kundalini del creato. Strisciare non è solo utile per muoversi nei terreni accidentati, ma anche per spostarsi all’interno del corpo. Così, al MIT di Boston, un gruppo di ricercatori ha creato un altro serpente robot, in grado di spostarsi tra i vasi sanguigni del cervello. Controllato da dei magneti, e pilotato da un chirurgo a distanza, il robot può depositare terapie anticoagulanti, per pazienti che hanno sofferto di aneurismi o infarti. E di nuovo, la soluzione è imitare.

Sono ormai finiti i tempi dell’entusiasmo nella bionica, quando si credeva di poter innestare sul corpo umano qualcosa di più potente, di più capace, di più funzionale. La fioritura di fumetti e di serie televisive degli anni Settanta ha decretato l’abbandono del termine “bionica”, e oggi il più sobrio “biomimetica” ne ha raccolto l’eredità. Se l’imitazione è la soluzione adottata dalla tecnologia, significa che mai nulla di ciò che si crea è completamente nuovo. È verità accettata dalle scienze cognitive – potete immaginare un colore che non avete mai visto? – e la rassegnazione sta iniziando a raggiungere anche le discipline che hanno concepito l’innovazione come realizzazione di un’immaginazione sciolta dalla realtà. Forse, tutto quello di cui abbiamo bisogno è già qui. Le soluzioni biomimetiche portano tecnologie meno dannose, materiali riciclabili, energie rinnovabili, perfino a impatto energetico passivo.

E forse, quello che occorre all’innovazione è più attenzione a quello che già c’è. Lo ricorda al lettore – e a chi ascolta – il Corano: “In verità, Dio non esita a prendere ad esempio una zanzara o qualcosa di ancor più piccolo”, e lo riprende Goethe quando, nel Divan, ricorda ai naturalisti: “La grandezza di Dio nel piccolo s’apprende”.