Un anno dopo continua a sfregarsi gli occhi, incredula. Ogni settimana scende in strada con la sua famiglia, avvolta nella bandiera della sua nazione, per cantare “Il popolo vuole l’indipendenza”, “Stato civile, non militare” o ancora Yethnahaw ga3 (“Andate via tutti!”), slogan di oggi e di ieri, del tempo della prima rivoluzione contro il colono francese, della conquista della prima indipendenza. Un anno dopo è ancora emozionata, proprio lei che non aveva mai manifestato in vita sua e anzi l’aveva sempre sconsigliato ai suoi figli. Lei che sussultava alla sola vista di un’uniforme o di un veicolo della polizia. Ma poi c’è stato il 22 febbraio 2019: milioni di persone sono scese nelle strade del paese e c’era anche lei, Zohra, 68 anni, di Algeri. L’avevano trascinata in strada i suoi figli: “Devi vederlo con i tuoi occhi, yemma (“mamma”).
È l’“Hirak”, la straordinaria insurrezione del popolo algerino. In un primo tempo, gli algerini sono insorti contro un quinto mandato del presidente “fantasma” Abdelaziz Bouteflika, che li ha incatenati per 20 anni. Ma molto rapidamente il movimento si è opposto a “tutto il sistema”, opaco, distruttore, istituito da quelle stesse persone che in passato avevano combattuto l’oppressione coloniale francese. Prima di quel giorno storico, c’erano state delle manifestazioni nell’est del paese, a Kherrata, il 16 febbraio 2019, poi a Bordj Bou Arreridj, a Khenchella, dove era stato strappato il gigantesco ritratto di Bouteflika esposto sulla facciata del municipio accanto alla bandiera algerina. Un affronto mai visto in 20 anni di un regno senza fine, in cui manifestare significava rischiare la vita. Zohra temeva che la rabbia si trasformasse in caos. Pensava “al trauma del decennio nero, allo spargimento di sangue degli anni 90, alla paura di rivivere quell’orrore”. Invece, i 53 venerdì a chiedere “un’Algeria libera e democratica” sono passati senza caos né violenze, e ciò nonostante la repressione feroce del regime, con arresti arbitrari di centinaia di persone, studenti, oppositori, giornalisti (come mostrato dal rapporto annuale di Amnesty Internationa), divieti di manifestare con la bandiera amazigh berbera e accessi limitati alla capitale.
L’Hirak algerino affascina il mondo intero per la sua non violenza. “Non ho mai visto gli algerini così mobilitati e uniti – afferma il giornalista, artista e attivista Mustapha Benfodil -. Parliamo tra di noi, ci organizziamo. Molte donne partecipano ai cortei, tutti gli strati sociali sono presenti. Abbiamo liberato la nostra parola e ci siamo imposti dicendo no, come era accaduto nell’ottobre 1988 (il riferimento è alle rivolte da cui era scaturito il primo governo democratico algerino, prima della vittoria degli islamisti e dieci anni di violenze, nda)”. Intorno a Zohra c’è chi vede il bicchiere mezzo vuoto e sospira: “Non è cambiato niente”. E chi invece, come lei, quel bicchiere lo vede mezzo pieno: “Dopo questa seconda indipendenza, posso morire tranquilla”, ripete la donna scoppiando a ridere. “Come nel 1962, sembra che una fase si stia chiudendo con queste manifestazioni. Qualcosa di nuovo si sta preparando”, analizza la storica algerina Malika Rahal.
Nel 62, anno dell’indipendenza dell’Algeria dalla Francia, Zohra aveva 10 anni. Rivede ancora le lacrime di gioia dei suoi genitori, ma anche la loro rabbia mentre scoppiavano le lotte tra clan all’interno del Fronte nazionale di liberazione (Fln), l’ex partito unico da cui è nato un potere gerontocratico e corrotto durato per decenni: “Ci hanno confiscato l’indipendenza”. “La casta dirigente pensava che il popolo si sarebbe ribellato solo quando avesse avuto fame, quando il pane sarebbe diventato troppo caro e non si avrebbe avuto più accesso alle cure mediche – spiega un osservatore -. Pensavano che la gente si sarebbe accontentata di bere, mangiare e dormire. Allora hanno dato sovvenzioni per il pane e il latte, e distribuito alloggi. Come se il popolo non avesse aspirazioni, se non fosse abbastanza maturo”. “Uso raramente la parola Hirak – aggiunge il giornalista algerino Farid Alilat, autore della biografia “Bouteflika, la storia segreta” (Éditions du Rocher) -. Secondo me, questa è una rivoluzione. È stato smantellato un regime che durava da 20 anni. Gli algerini si sono liberati dalla tutela di Bouteflika, hanno recuperato lo spazio pubblico e la parola”. Tutto è cambiato in pochi mesi. Dietro la pressione del popolo, l’ex raïs che si credeva presidente a vita e immaginava funerali nazionali alla sua morte, è stato costretto a dimettersi il 2 aprile 2019 dopo l’intervento dell’esercito. È stato sempre l’esercito a fare e disfare i presidenti in Algeria dal ‘62. Alla sua testa c’era il più fedele alleato di Bouteflika, un altro ottantenne, Ahmed Gaïd Salah, il viceministro della difesa, morto all’improvviso il 23 dicembre 2019. Per l’Algeria è stato un altro colpo di scena. Prima di morire, come si fa sempre nei regimi autoritari che tentano di salvare la propria pelle, Gaïd Salah ha portato avanti una purga su larga scala. Con la complicità di una giustizia militare sommaria, ha fatto arrestare per corruzione o cospirazione contro lo Stato e contro l’esercito alcuni degli uomini più potenti del regime: la prima cerchia di fedeli di Bouteflika, tra cui il fratello Saïd, i capi dei servizi segreti, ma anche generali, oligarchi, ex ministri. “Nel settembre 2019, tra 200 e 300 alti funzionari a livello nazionale o locale sono stati imprigionati o posti sotto controllo giudiziario – ha scritto Hocine Malti, uno dei cofondatori della società algerina pubblica di idrocarburi Sonatrach, nel libro “Hirak in Algeria, l’invenzione di una rivolta” (edizioni La Fabrique) -. Questa epurazione parziale mostra però la volontà di preservare il nucleo centrale del regime di Bouteflika, in gran parte basato sulla corruzione”.
La corruzione è stata la spina dorsale del regime. “Il vero pericolo per l’emancipazione dell’Algeria – ritiene il giornalista e saggista Akram Belkaïd – è che molte persone continuano a privilegiare il clientelismo piuttosto che il cambiamento democratico”. L’ex capo dell’esercito ha avuto un’ossessione per tutto il 2019: organizzare delle elezioni presidenziali. È cosa fatta: il 12 dicembre, Abdelmadjid Tebboune, 74 anni, è stato eletto al primo turno di quello che la strada ha denunciato come “una farsa elettorale”. Dei cinque candidati, Tebboune, effimero ex primo ministro nel 2017, appoggiato dal “sistema”, era dato vincitore sin dalla sua candidatura. È stato eletto con un’astensione da record. Per molti incarna la continuità, non la rottura. Da quando è arrivato al potere, Tebboune tende la mano all’Hirak. Ha lanciato un progetto di riforma della Costituzione per, come dice lui, proteggere il paese dalle derive dell’“autocrazia” e per moralizzare la vita politica. Il 16 febbraio, durante un incontro tra governo e prefetti, mentre la folla convergeva a Kherrata, culla della rivoluzione, Tebbouneha lodato il “benedetto pacifico Hirak, sotto la protezione dell’esercito nazionale”, che rivendica “un cambiamento” e rigetta “pacificamente l’avventura che stava per far crollare lo Stato e i suoi pilastri ricadendo nella tragedia degli anni 90”. I suoi ministri gli fanno eco, come il portavoce del governo e ministro della comunicazione Ammar Belhimer: “L’Hirak è un movimento popolare autonomo benedetto che ha salvato lo stato algerino dal disastro annunciato”. Per lui l’Hirak “può alimentare in futuro la nascita di una nuova società civile e la rifondazione della scena politica”. Si tratta in realtà di una falsa mano tesa verso gli Hirakisti, che attendono azioni concrete per costruire uno stato di diritto, una democrazia, e porre fine alla dittatura militare. “Gli algerini non sono stupidi, sanno che il potere si oppone all’Hirak, anche se lo glorifica”, denuncia il giornalista Khaled Drareni. L’irruzione del popolo nella scena sociale ha sconvolto profondamente gli equilibri politici del paese. L’esercito, che detiene le chiavi del potere, deve ormai fare i conti con le forze dell’Hirak. I partiti politici, Fln e Rnd (Unione nazionale democratica) in testa, ma anche l’Ugta, il sindacato dei lavoratori, subordinati al potere, non hanno più credito. Comprare la pace sociale e politica come sotto Bouteflika non è più possibile. Un anno dopo, l’assenza di strutture e di leadership, che è stata la forza del movimento, potrebbe apparire ora come un punto debole. Nessuna personalità è riuscita (o ha voluto) emergere, a eccezione di alcune figure carismatiche, come l’attivista Karim Tabbou, che si trova ancora in prigione insieme a un centinaio di altri dissidenti. La liberazione di alcune decine di prigionieri politici dall’inizio dell’anno riapre ora i dibattiti per l’emergere di una nuova classe politica. Il Patto di alternativa democratica (Pad), che unisce i partiti dell’opposizione di sinistra, in particolare il Fronte delle forze socialiste (Ffs), l’Unione per la cultura e la democrazia, ma anche associazioni come la Lega algerina dei diritti umani (Laddh), chiedono una vera transizione democratica. Ma, come ricorda il politologo Thomas Serres, una rivoluzione richiede anni: “Il nucleo dello Stato è ancora al potere ed è normale: gli organi burocratico-militari hanno fondato lo stato-nazione algerino. Ma ormai sono messi a nudo, sottoposti a una pressione popolare intensa e senza valide ragioni per usare la violenza di massa”.
(traduzione Luana De Micco)