MailBox

 

Con questa situazione Draghi deve stare a Chigi

Siamo in una tiritera buffa, noiosa, insopportabile: questa politica si è impiccata su Draghi e Berlusconi. Possibile che nessuno riesca a vedere, o voglia, più lontano del proprio naso? Ok i giochi delle parti, ma qui ci sono in ballo le sorti del Paese, servono persone di qualità e con la schiena dritta. Donna o uomo non importa, purché ci siano i valori costituzionali, e questi si trovano anche fuori dal cerchio dei partiti. La legislatura deve andare avanti, il Pnrr non può aspettare, deve essere concretizzato facendolo uscire da tutte le fasi burocratiche. Il Paese è in declino per i più, i cittadini sono imbufaliti, e a breve ci saranno ripercussioni anche sul Pil. Questi temi devono essere affrontati a livello europeo, e Draghi dovrà trattare in quanto capo del governo.

Roberto Mascherini

 

I lunghi pantaloni del comico Caimano

In tutte le recenti foto, nonché nei filmati, il Caimano viene ritratto con pantaloni eccessivamente lunghi. Forse la badante Fascina non ha tempo di accorciarli: un aspetto comico e grottesco, ridicolo per un maniaco dell’immagine.

Paolo Mazzucato

 

Cosa ci faceva la Lega di Bossi con il tricolore

In un tg ho visto Salvini che indossava una mascherina con stampato il tricolore della nostra bandiera. Questo mi ha fatto ricordare quell’episodio di Venezia quando Umberto Bossi, con il corteo di barche per il rito dell’ampolla dell’acqua del Po, vedendo la signora Lucia che esponeva sulla sua finestra la bandiera italiana la invitava a usarla per pulirsi il culo. Fra i presenti c’era anche Salvini. Per cui ho pensato: ma guarda come cambiano i tempi, adesso Salvini il tricolore se lo mette davanti alla bocca anziché sul culo.

Anilo Castellarin

 

Lo scempio scuola-lavoro ha la firma della sinistra

Il terribile incidente in cui ha perso la vita lo studente 18enne nel suo ultimo giorno di stage va inquadrato nel generale imbarbarimento della società, che così come ha ridotto i lavoratori a merce usa e getta, ha indottrinato gli studenti sulle meraviglie della flessibilità costringendoli “a pelar patate”, “ad aprire gli ombrelloni”, o “a spalare letame in una stalla” durante gli stage di alternanza scuola lavoro. Lo scempio della scuola è iniziato con il ministro Berlinguer che ha introdotto in essa categorie aziendalistiche. Poi venne Renzi a porre la ciliegina sulla torta. Insomma, i politici della pseudo-sinistra hanno cercato di accreditarsi come interlocutori fidati presso i nuovi padroni del neocapitalismo finanziario.

Maurizio Burattini

 

Quei giovani sfruttati, ignorati dalla politica

La telefonata di una venditrice di contratti mi ha lasciato addosso una tristezza infinita. Voleva riportarmi dal gestore di energia che avevo lasciato, ma le ho detto che non mi interessava. Mi aspettavo la solita insistenza con cui queste persone martellano l’interlocutore. E invece la ragazza ha detto solo: “Non fa niente. Mi scusi per il disturbo. Buongiorno”. Quella sua compostezza e il tono ancora adolescenziale della voce mi ha fatto pensare a una giovane al suo primo impiego, magari precaria. E mi si è stretto il cuore. Ho pensato a ragazze e ragazzi che hanno un titolo di studio, a volte anche una laurea, ma nessuna opportunità, se non i “lavoretti” o impieghi in nero o andare via. Quando riusciremo a dare almeno 1200 euro al mese come primo stipendio a un giovane avremo compiuto la rivoluzione che manca.

Massimo Marnetto

 

In quanto a corruzione siamo da primato

Una recente indagine fatta in Sudafrica, riguardante i nove anni in cui Jacob Zuma era presidente, ha individuato un processo corruttivo denominato “Cattura dello Stato” dove imprese e politici influenzarono il processo decisionale dello Stato per promuovere i propri interessi. Dirigenti di dipartimenti governativi e imprese statali furono sostituiti con stretti alleati e funzionari compiacenti, che poi contribuirono a commettere abusi negli appalti pubblici e al crollo della governance nelle società statali. Secondo me sono dilettanti: in Italia abbiamo la versione 2.0 di questa forma di corruzione, nota come “Il ratto dello Stato”, che viene perpetuata sistematicamente dopo ogni cambio di governo, con relativo insabbiamento di eventuali indagini.

Claudio Trevisan

Cittadini, sai che ansia per il Colle…

 

“Su una scala da 1 a 10, quanto è importante secondo lei per un presidente della Repubblica la capacità di…?”.

Da un sondaggio

 

Sono un pensionato piuttosto acciaccato, vivo da solo, ho fatto la terza dose del vaccino ma non sono riuscito a scaricare il Green pass dal computer perché ci vedo poco e nessuno mi aiuta. Mi sembra di aver capito che nella mia situazione non potrò entrare alle Poste per ritirare la pensione di sopravvivenza. Malgrado ciò, di notte, mi sveglio tormentato da un interrogativo lancinante: alla fine, Berlusconi scioglierà oppure no la riserva?

Io invece conduco il taxi con dei magri proventi che ogni giorno si assottigliano. Del resto, nei centri storici delle grandi città il traffico è quasi inesistente e la sera non gira un’anima. Sono in ritardo con bollette e affitto però quando rientro a casa vengo assediato dalla mia compagna e dai miei piccini che mi chiedono preoccupati di Pier Ferdinando Casini che, così hanno letto, si è inabissato da mesi per schivare veti. Ma come, rispondo, non sapete che lui nell’attesa ha detto: “Sto tranquillo”? Dunque ragazzi, fatevi coraggio, tranquillo lui, tranquilli noi.

Noi invece siamo proprietari, lui di un hotel, io di un ristorante che fra poco saremo costretti a chiudere per quasi totale assenza di clientela. Come se non bastasse c’è arrivata in testa come una tegola la notizia che Fraccaro ha trattato con Salvini per eleggere Tremonti. Sono rimasti esterrefatti anche i nostri affezionati collaboratori, cuochi e camerieri, che abbiamo dovuto congedare causa gli insufficienti aiuti governativi. Mentre raccoglieva le sue cose uno mi ha detto sconsolato: “Perfino Fraccaro? Oh no, piove sul bagnato”.

Sgomento e apprensione ha suscitato la disavventura di una casalinga distratta entrata in un centro commerciale, senza essersi prima adeguatamente informata sulle nuove regole approvate dal governo, facilmente ricavabili dal sito della Gazzetta Ufficiale. La poverina, prima ha sostato nei locali che vendono beni di prima necessità, dunque alimentari o farmaci o prodotti igienico-sanitari, e fin qui tutto bene. Poi però, forse sovrappensiero, si è avventurata nei reparti dell’arredo e dell’abbigliamento ma priva del Green pass rafforzato. Intercettata dalle fotocellule e mentre suonava l’allarme, ha chiesto alle forze dell’ordine di poter telefonare, come suo diritto, all’avvocato di fiducia. Al quale ha subito chiesto informazioni più dettagliate su Draghi pronto a correre per il Colle anche senza intesa sul governo. Ma, soprattutto, un tarlo l’angustiava: perché mai Franceschini rema contro l’ex capo della Bce?

 

Studenti usati come ricambi, un’economia così è disumana

“Morire di lavoro è mostruoso, morire di lavoro sfruttato e spacciato per scuola è la fine di un Paese”, ha scritto su Twitter Sandra Gesualdi: interpretando il moto di ribellione che, una volta tanto, ha attraversato il Paese. E il punto non è mettere sul banco degli imputati i politicanti che hanno costruito in modo così indecente l’alternanza scuola-lavoro – intendendola, cioè, come palestra di schiavitù, come anticipo dello sfruttamento che offriamo ai nostri ragazzi (politicanti che ieri, sentendosi denudati, hanno aizzato le loro bestioline social, accusando di ‘strumentalizzare’ questa morte atroce tutti coloro che non sono disposti ad accoglierla come un incidente inevitabile: come morire in gita con gli scout, si è arrivati a scrivere).

Il punto è il disastro che ha partorito e legittimato quei politicanti. Un disastro culturale, e prima ancora morale. Uno dei pochissimi che, in questi anni, ha trovato le parole giuste per descriverlo è papa Francesco: “Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto”. “Un’economia che uccide”, che il papa contrappone ad “una economia che fa vivere”. Quale la differenza tra le due? La prima usa le persone come mezzi, la seconda le considera fini. Solo la seconda è riconosciuta dalla nostra Costituzione, che proibisce la prima: stabilendo che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Ma chi governa usa, da anni, un linguaggio diverso, contrario: parla di ‘mercato del lavoro’ (dove la merce sono i lavoratori), di ‘capitale umano’ (mezzo, strumento, proprietà privata del padrone). L’alternanza scuola-lavoro è stata concepita e costruita come un precoce avviamento a tutto questo: una cinghia di trasmissione che faccia arrivare prima possibile a destinazione quei pezzi di ricambio del sistema che sono i nostri figli. L’unico modo per strumentalizzare questa morte è non dirlo.

Quei due asini contromano che confermano l’annoso cliché

Credo di non essere lontano dal vero se affermo che nell’opinione generale l’asino non gode di grande considerazione. Lo stesso nome che si porta in groppa suona denigratorio. Non che l’alternativa, somaro, suoni molto meglio. Ammetto che un po’ mi dispiace, anche considerando che in tempi recenti e da molte parti in Italia, lo stesso viene utilizzato per mantenere puliti prati che, abbandonati dall’uomo, finirebbero per diventare coltivi di sterpi e rovi. All’asino, poveretto, pesano addosso secoli di pregiudizi legati alla sua presunta ottusità o cocciutaggine quando si impunta nel non voler fare una determinata cosa. Le famose, e per fortuna abolite, orecchie d’asino applicate allo studente negligente sono una conseguenza della sua poco ambìta fama. Wikipedia riferisce che in tedesco esiste un termine, Eselbrucke, cioè ponte per gli asini, che altro non è se non “una formula mnemonica per ricordare facilmente e senza sforzo una lunga serie di nozioni “. In inglese in termine “jackass” designa il maschio dell’asino ed è usato a mo’ di insulto non diversamente da ciò che capita con la lingua patria. E infine, ma credo che non basti a sancire una piena riabilitazione, da tempo immemorabile è accreditato di un’eccezionale dotazione e conseguente insaziabile appetito sessuale. Ora, non mi sarei dato a simili ricerche se non fosse capitata una cosa che, ahilui!, non aiuta per niente l’asino a uscire dal ghetto in cui si trova. Gli è che giorni fa una coppia di tali esseri ha imboccato la strada statale 36 del lago di Como e dello Spluga. Che anche altri animali invadano strade è cosa che non fa più notizia a meno che non capiti la tragedia: lo fanno cinghiali, cervi, caprioli, tassi e chi più ne ha ne metta. Chi guida lo sa e soprattutto di notte alza il livello di attenzione. Ma i due di cui sopra hanno voluto distinguersi anche in questo caso, perché non solo hanno invaso la strada e imboccato una galleria, nossignore!, ma sembravano anche intenzionati a procedere contromano. A questo punto non resta che affidarsi alla clemenza della corte.

L’eruzione di Tonga: onde di pressione arrivate fin in Europa

In Italia.  Prosegue il blocco atmosferico degli anticicloni sull’Europa centro-occidentale che costringe le perturbazioni e l’aria fredda a deviare più a Est, verso i Balcani, toccando solo marginalmente il nostro Paese. Un fronte è transitato giovedì 20 gennaio con modeste piogge dal Levante ligure lungo il Tirreno fino alla Calabria, seguito da un ordinario raffreddamento sotto venti di tramontana. Per il resto – a parte le inquinate nebbie padane – hanno prevalso cieli sereni, che persistono senza interruzione da due settimane sulle Alpi, dove la neve manca talora anche a 2000 metri sui versanti assolati. Al Nord-Ovest gennaio promette di chiudersi pressoché senza precipitazioni (a Torino succede in media ogni 15 anni) e la Regione Piemonte ha dichiarato lo stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi.

Nel mondo.  La violenta esplosione vulcanica del 15 gennaio alle isole Tonga (Polinesia) ha prodotto varie onde di pressione atmosferica che – come in uno stagno colpito da un sasso – si sono propagate a tutto il pianeta e sono state rilevate dai barometri anche in Italia. L’eruzione però non dovrebbe generare effetti sul clima mondiale: si stima che la nube di ceneri e gas, benché proiettata fino a 30 km di altezza, contenesse “solo” 400 mila tonnellate di biossido di zolfo, appena un cinquantesimo di quanto emesso dal Pinatubo (Filippine) nel 1991, cui seguì un raffrescamento globale di 0,2 °C per un paio d’anni a causa del temporaneo offuscamento dell’atmosfera. Perfino quell’evento, ben maggiore dell’attuale, non poté contrastare il riscaldamento antropogenico a lungo termine, oggi giunto a +1,2 °C da fine Ottocento. Piogge alluvionali hanno interessato le isole della Società, sempre in Polinesia, nonché il Madagascar (almeno dieci vittime) e la capitale uruguayana Montevideo, reduce dalle storiche ondate di calore che nei giorni precedenti avevano portato punte di 44 °C nel Paese, e che ora stanno proseguendo più a Nord, tra Argentina settentrionale e Paraguay. Troppo caldo anche in Groenlandia, 10 °C e insolite piogge invernali sulle coste del Sud-Ovest. Invece negli Stati Uniti le tempeste “Izzy” e “Jasper” hanno sospinto bufere di neve fin nell’estremo Sud, freddo intenso pure in Medio Oriente con nevicate inconsuete tra Turchia e Siria a pochi chilometri dalla costa mediterranea, come ad Antiochia, e in Giappone, dove giovedì all’alba tre quarti delle stazioni meteo erano sotto zero (-27,7 °C nell’isola di Hokkaido, lontano però dai record storici di -38 °C). Il MetOffice britannico conferma la sesta posizione del 2021 tra gli anni più caldi mai registrati al mondo, e l’aggiornamento annuale del Global Risk Report del World Economic Forum pone anche stavolta sul podio delle preoccupazioni planetarie tre elementi di carattere ambientale: lo spettro del fallimento delle politiche climatiche, gli eventi atmosferici estremi e la perdita di biodiversità, in un contesto reso più critico da disparità economiche e sociali, da una transizione ecologica fiacca e disordinata, e da una ripresa dalla pandemia più fossile che rinnovabile. Gli fanno eco le lancette del Doomsday Clock, il simbolico orologio “dell’Apocalisse” che l’autorevole staff del Bulletin of the Atomic Scientists, fondato nientemeno che da Einstein nel 1945, ha mantenuto ad appena cento secondi dalla mezzanotte, come già un anno fa, mai così vicine al catastrofico tramonto della civiltà: non è pessimismo cosmico, ma il frutto di una lucida analisi della situazione attuale che, nonostante le migliorate politiche ambientali ed estere di Biden, vede un mondo seriamente minacciato dai ritardi nella lotta ai cambiamenti climatici, dalla sfiducia nella scienza dilagata in tempi di Covid, e dalle crescenti tensioni internazionali tradotte in una generale tendenza al riarmo nucleare.

 

Miti Macché “Jesus Christ Superstar”: il Messia sta con gli ultimi e gli oppressi

Luca ha davanti a sé una “pagina bianca”. Sta iniziando a scrivere il suo Vangelo. Si rivolge a un tale, Teofilo, al quale dedica lo scritto. Lo chiama “illustre”: doveva avere una carica importante. Non sappiamo se Teofilo fosse già cristiano o meno, ma aveva ricevuto gli insegnamenti cristiani, e Luca vuol fargli capire che sono solidi: non teoria astratta, ma una storia, un’esperienza vissuta con Gesù di Nazareth. Luca gli dice che ha deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato. Non vuol perdersi in fantasie.

Buio. Altra scena. La liturgia di questa domenica ci fa fare un salto di tre capitoli. Inquadriamo Gesù che, dopo essere stato battezzato, ritorna in Galilea con la potenza dello Spirito. Il protagonista del racconto di Luca torna a casa sua, ma con una “potenza” nuova. Sappiamo che la sua fama si diffuse in tutta la regione. Questa notorietà gli veniva dal fatto che insegnava nelle loro sinagoghe e tutti gli rendevano lode. Insomma: un trionfo. Fama, lode: Gesù sembra già avviato sulla strada del successo come predicatore, grazie a una nuova “potenza”. Jesus Christ Superstar, insomma, un potente. E quello di convincere la gente è certamente uno dei poteri più importanti, ieri come oggi.

Gesù cammina in Galilea in direzione di casa, Nazareth, dove era cresciuto. Che cosa avrà provato tornando nei luoghi della sua abitudine? Luca ci dice che fece secondo il suo solito. L’uomo potente non cambia le sue abitudini, tuttavia comprendiamo che qualcosa è cambiato. Era sabato, e quindi entrò nella sinagoga, e si alzò a leggere, come sempre. Gesù aveva studiato in quella sinagoga, e lì era stato accolto come membro del popolo. Il gesto di entrare e quello di alzarsi a leggere sono tutt’uno: c’è un’accelerazione. Chissà quante volte l’avrà fatto, ma ora è diverso. Sta accadendo qualcosa. C’è suspense. Seguiamo il racconto di Luca. Come d’uso a Gesù fu dato il rotolo del profeta Isaìa. Egli apre il rotolo e sceglie il passo dove era scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”. Gesù legge il testo profetico da predicatore carismatico di successo. Così si fa eco di una promessa antica: annuncia la presenza dello Spirito su una persona misteriosa. Chi sarà? Il carisma qui non si sposa con propaganda o demagogia, ma alla fedeltà ai poveri, ai prigionieri, ai ciechi, agli oppressi. La profezia risuona nella sinagoga.

L’obiettivo di Luca si posa sulle mani di Gesù che, dopo aver letto, riavvolgono il rotolo. È come mettere un punto. Le sue mani lo consegnano all’inserviente. Gesù si siede. La suspense cresce: gli occhi di tutti erano fissi su di lui. L’assemblea trattiene il fiato, e diventa un unico sguardo convergente. Gesù muove le labbra. E dice poche parole: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Oggi, ora, adesso: questo è il tempo in cui tutti i fili del passato convergono. Gesù ha appena detto che quell’uomo misterioso è lui. È lui il Messia, chiamato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi. Ed è chiara la scelta di Dio in loro favore. Chi attendiamo da sempre è già arrivato. Dio è con noi. Poi buio, silenzio. Il brano ci lascia col fiato sospeso. Anche noi con gli occhi fissi su di lui.

 

L’Italia è senza memoria perciò non ha un futuro

Come in una commedia all’italiana degli anni Cinquanta (comiche semplici, legate in qualche modo alla realtà) il gioco Totò-De Filippo si ripete: quello che vuole uno è il contrario di quello che vuole l’altro, ma tutti e due lo vogliono insieme. Tanti anni prima il direttore di un importante giornale inglese mostrava senza ritegno il suo stupore perché gli italiani tornavano senza ansietà e senza sospetti alla comica tradizionale e si apprestavano a eleggere Berlusconi. “Non vedete – ammoniva Bill Emmott – che Berlusconi non è adatto (‘is unfit’) a governare l’Italia?” Lo stupore del giornalista-economista inglese era ragionevole. E lo rimane anche se riproposto ora. Infatti al tempo del grido di Emmott non c’erano le indegnità morali, giuridiche e di cronaca che identificano adesso Berlusconi nel mondo. Ma Europa e Stati Uniti conoscevano bene la clamorosa e gigantesca sovrapposizione degli interessi privati di Berlusconi, uomo d’affari noto nel mondo per il suo successo senza scrupoli, al di sopra di ogni rispetto per la cosa pubblica. La meraviglia di Emmott segnalava con stupore al Paese interessato che storia e interessi italiani non corrispondevano in nulla alla storia e agli interessi di Berlusconi, e invitava l’Italia a notare che non era assediata da un pericolo comunista esistente solo nei dizionari di estrema destra, ma da un pericolo padronale privato che, con Berlusconi leader, avrebbe guidato in esclusiva il Paese Italia. Il settimanale The Economist è stato il primo ad avvertire l’Italia: “Possibile che non sappiate chi siete?”

Il fatto si sta ripetendo, più grave e più complicato, in questi giorni di votazione parlamentare per un nuovo presidente della Repubblica, dopo la conclusione della presidenza Mattarella (presidenza normale per un Paese testardamente immaginato come normale nonostante i campi minati già pronti intorno alla democrazia italiana).

Ascoltate le voci, osservate i sondaggi, notate, con umore stupito o depresso, i primi passi. Due partiti importanti, Fratelli d’Italia e la Lega, nominano loro candidato Berlusconi. La indicazione folle (reati di molti generi, processi di molti tipi, un errare continuo tra prostituzione e diffamazione) non fa alcun disonore alla Lega, partito che, nonostante la rivolta di alcuni presidenti di Regione e leader locali, non ha una reputazione, neppure inventata, da difendere. Perché Salvini, che ha cercato senza sosta di affondare migranti in mare e di affratellarsi alla Libia, dovrebbe provare imbarazzo per il candidato presidente Berlusconi? Ma la indicazione folle getta fuori da ogni spazio di rispetto Fratelli d’Italia. È il partito che si è preso la frivola autorità di dichiarare “patrioti” i suoi iscritti e seguaci. Si può capire che personaggi che hanno voluto essere e restare estranei alla storia della repubblica italiana nata dalla Resistenza, come Giorgia Meloni, non abbiano mai visto le foto e i documenti delle colonne di partigiani che entrano nelle città italiane liberate con la scritta “patrioti” sui camion (da cui avevano appena tirato giù il duce travestito da tedesco) e un mare di bandiere tricolori (il vessillo costato decine di migliaia di morti mentre i partigiani combattevano contro i collaborazionisti di un barbaro esercito occupante). Ma è certo imbarazzante per loro avere proposto un candidato con la più lunga lista di reati fra i politici italiani, uno che – in oltre vent’anni di leadership politica – non ha mai partecipato a una Festa della Liberazione e ne ha mostrato apertamente disprezzo. Quelli della Meloni, oltre che Hobbit, sarebbero Patrioti di che cosa, gente che nella Storia Italiana non c’era, e non vuole esserci nel ricordo?

Ma c’è chi ha tenuto lo scandalo basso perché vuole governare insieme e fare un governo insieme, da una stessa parte. Ciò non è e non può essere in Italia, perché l’Italia, che è stata tragicamente fascismo, con i suoi morti ammazzati, i suoi impiccati ai lampioni, il suo popolo ebreo sradicato e consegnato dai collaborazionisti al nemico occupante, l’Italia, dal 25 aprile 1945 è diventata ed è per sempre una repubblica antifascista. Questa parola, che è la nostra storia e la nostra definizione, non è mai stata usata per indicare un possibile candidato alla presidenza. Non è accaduto perché, come sospettava Bill Emmott, molti italiani, specialmente nei partiti e in Parlamento, sembrano non sapere chi sono, che storia è la nostra, che Paese è questo, che futuro potrebbe avere se smettessimo di essere “complici della Libia”, nelle stragi di terra e in quelle di mare dei migranti (come si legge in gravi e non confutate denunce presentate all’alta Corte dell’Aja). Ma se non sappiamo chi siamo e da quale storia veniamo, come possiamo eleggere un presidente?

 

Il geloso tiranno Ligdami, l’avvenente Cleobea e il giovane Demetrio

Dai racconti apocrifi di Kosta Solev. Naxos, la più grande isola delle Cicladi, era governata dal tiranno Ligdami quando la popolazione prese a protestare per l’editto che proibiva agli uomini di portare spade e pugnali, com’era invece usanza in tempi in cui lasciare per strada il proprio cadavere era un ordinario incidente della circolazione. Anche il matrimonio del tiranno con l’avvenente Cleobea era oggetto di scherno, in quanto era risaputo che, durante la spedizione a Maratona in appoggio a Pisistrato, Ligdami aveva contratto una malattia venerea, e questa, mal curata da certi impacchi, aveva reso il suo scettro un’inerte appendice. Il giorno dopo la festa di nozze una cameriera confermava il pettegolezzo: in camera da letto, ai baci dello sposo non aveva fatto seguito che il suo addormentarsi fra le coltri, la sposa insoddisfatta. L’inevitabile accadde: la voce giunse a Paro, l’isola nemica, dove un giovane arconte, Demetrio, decise di raggiungere Nasso sotto le mentite spoglie di un nobile tebano, per introdursi a corte e far innamorare di sé Cleobea. Il geloso Ligdami, però, la controllava, facendo sorvegliare tutti gli ingressi. Allora Demetrio rientrò a Paro, e commissionò a un falegname sopraffino la scultura in legno di un armonioso pene in erezione, grosso come quello di un asino di Priene. Quindi portò il manufatto dal più valente pittore dell’isola, che lo colorò in maniera così simile alla carne da farlo sembrare vibrante di vita. Un fabbro modellò dunque un’elsa e la fissò alla base dell’olisbo, un orefice il fodero dove inguainarlo, una sarta infine la tracolla in cuoio a cui appenderlo. Ecco il giovane arconte che, tornato a Nasso, s’incammina lungo le vie cittadine, la spada singolare al fianco. Come previsto, le guardie lo arrestano, contestandogli l’ordinanza che vieta il porto d’armi. Demetrio sostiene di conoscere il tiranno: lo conducono da lui. Ligdami, che con la moglie sta ricevendo ospiti nel salone del palazzo, quando vede il giovane si rabbuia: “Non sa che ho proibito ai cittadini di portare spade? Qualunque sia il loro rango.” Demetrio, con fare cordiale, replica: “La mia arma è inoffensiva. Sto solo adempiendo un voto.” Il tiranno afferra quell’elsa ed estrae con veemenza l’arnese per decollare l’insolente smargiasso lì per lì, ma resta di sale. E quell’ordigno cos’era, per Zeus? Cleobea per prima scoppia a ridere, e i presenti con lei, tanto è assurda la scena del tiranno con un cazzo dritto in mano. La faccia di Ligdami avvampò come brace: capiva che stavano ridendo non solo della sorpresa, ma del suo segreto. Furioso, mormorò a Demetrio: “Procura che la tua spiegazione sia esauriente, o ti giuro sul fiume che non rivedrai l’aurora dalle dita di rosa.” Demetrio, scaltro, declamò: “Anni fa, a Maratona, con le milizie di Pisistrato sconfiggemmo gli opliti presso il tempio di Atena. Ma fui ferito all’inguine, perdendo la facoltà ch’è più cara agli uomini. Implorai il dio al tempio Ismenio, e un giorno il luminoso Apollo si mostrò, in forma di giovinetto, a ridestare con un bacio lascivo le mie vergogne assopite. Come promesso al nume, ordinai lo strumento che reggi, a memoria imperitura della grazia ricevuta.” Ligdami, cambiato, volse gli occhi all’orizzonte. “Maratona!” disse, onusto di ricordi. Poi subito a tutti: “Amici! In alto le coppe: brindiamo a quel giorno glorioso!” E l’indomani dispose che si erigesse a Nasso un enorme tempio ad Apollo. Noto il motivo, la città non smetteva di ridere, e presto ogni angolo del Peloponneso ghignava degli incontri di scherma fra Demetrio e Cleobea.

 

La perla dei questori: il seggio drive-in è fuori dalla Camera, ma anche dentro

La soluzione, come noto, è fantasiosa e magari opinabile: i contagiati voteranno nel parcheggio di Montecitorio. Ma la forma per giustificare la liceità del drive-in è addirittura sublime. Bisogna leggerle, le parole dei questori: “È prevista l’espressione del voto in un’apposita postazione ubicata presso l’area esterna di pertinenza della Camera, e dunque rientrante nella sede della Camera stessa, sita in via della Missione”.

“E dunque”, sostengono i questori, il parcheggio è un’enclave di Montecitorio dalle proprietà metafisiche: è fuori dalla Camera ma è anche dentro.

È una questione di forma, certo. Si parla di pertinenze del palazzo, il senso di fondo della lettera è chiaro. Ma è una forma particolarmente buffa e sgraziata, che stride con una cerimonia tanto solenne. D’altra parte serviva una contorsione linguistica e anche logica spettacolare per far votare chi non dovrebbe uscire di casa: saranno dentro al palazzo, per forza, visto che devono eleggere il capo dello Stato e non possono mica farlo da remoto, ma saranno anche fuori dal palazzo, perché sono contagiosi e devono restare isolati.

Meraviglie di talento letterario e mestiere parlamentare. Spiegava il papabile presidente Giuliano Amato che, per un giurista, la differenza tra una norma “provvisoria” e una “transitoria” è una sottigliezza “da orgasmo”. Chissà quanto si potrebbe esaltare, semmai dovesse essere eletto in un seggio che è contemporaneamente dentro e fuori al Parlamento.

Gkn, sì degli operai all’accordo di rilancio

Va al suo posto un altro pezzo del puzzle della reindustrializzazione della ex Gkn di Campi Bisenzio (Firenze): dopo il passaggio di proprietà della fabbrica dalla multinazionale inglese all’imprenditore Francesco Borgomeo, i lavoratori venerdì hanno approvato con un referendum l’accordo-quadro stilato al ministero dello Sviluppo economico il 19 gennaio. Il “sì” ha ottenuto 262 voti su 265, con il 74% degli aventi diritto che hanno votato a causa delle assenze per Covid. Borgomeo è entrato come advisor di Gkn nella dismissione della fabbrica, annunciata a luglio, e ora è il traghettatore che dovrebbe portare a un nuovo investitore entro fine agosto. Ora scatta la manutenzione ordinaria e straordinaria, mentre i 354 lavoratori superstiti seguiranno corsi di formazione.