Eni alla sbarra in California per i danni al clima globale

Delle 143 pagine della relazione della Corte dei Conti sul bilancio 2020 di Eni, ben 23, una ogni sei, sono dedicate al contenzioso. Procedimenti penali, civili, amministrativi, fiscali, della concorrenza, in materia di salute, sicurezza e ambiente, in Italia e nel mondo: la multinazionale fossile del “Cane a sei zampe”, quotata a Milano e Wall Street, non si è fatta mancare nulla. Al riguardo è a bilancio un fondo rischi di 385 milioni. Nella Penisola le vertenze ambientali riguardano i siti di Crotone, Porto Torres, Ravenna, Gela, Val d’Agri, Priolo Gargallo, Ancona, Mantova, Civitavecchia, Livorno, Lago Maggiore, Augusta, Cengio, Trissino. Certo, il gruppo nel 2020 era presente in 68 Paesi con 30.775 dipendenti attraverso 234 società, 47 in Italia e 186 all’estero, insieme ad altre 116 controllate tra joint venture e joint operation e 26 partecipazioni rilevanti. Il 2020 di Eni si è chiuso con un “rosso” netto consolidato di 8,63 miliardi per il taglio degli investimenti alle quote produttive Opec+, gli effetti del Covid sulla domanda e oneri straordinari (3,2 miliardi di svalutazioni di Oil & Gas e raffinerie, 1,3 di svalutazione scorte, 1,7 di oneri straordinari delle partecipate e altri 1,3 di svalutazione delle attività per imposte anticipate).

Ma a destare rumore è il fatto che Eni sia stata portata alla sbarra in California per i danni al clima. Tra il 2017 e il 2018, autorità governative locali e un’associazione di pescatori hanno aperto nelle Corti statali sette contenziosi contro la capogruppo, la controllata Eni Oil & Gas Inc. e diverse altre compagnie petrolifere per il “risarcimento dei danni riconducibili all’incremento del livello e della temperatura del mare nonché al dissesto idrogeologico”. Le questioni procedurali a maggio scorso sono state discusse dalla Corte Suprema Usa ma la competenza federale è ancora sub judice e i magistrati californiani hanno un anno per esprimersi in merito. Un’eventuale condanna di Eni da parte dei giudici del Golden State sarebbe un precedente rilevantissimo e i 385 milioni del fondo rischi non potrebbero bastare a pagare i danni.

“Bloccato il Superbonus”. Imprese contro il governo

La cessione del credito dei bonus limitata a un solo passaggio equivale a una paralisi dell’edilizia. Lo denunciano costruttori, organizzazione artigiane, ma anche Cinque Stelle, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Ma il governo non ha dubbi: è una misura necessaria per interrompere la catena di cessioni che negli ultimi mesi hanno dato luogo a frodi molto consistenti, come quella da 1,25 miliardi scoperta lo scorso mese dalla Guardia di finanza di Roma. E che va ad aggiungersi ai 4 miliardi di truffe rilevate dall’Agenzia delle Entrate derivanti dalla cessione dei crediti di tutti i bonus edilizi.

Si tratta della terza stretta imposta dal governo, ma questa volta a sorpresa. È stata, infatti, inserita nel decreto Sostegni ter senza nemmeno che tutti i partiti della maggioranza ne fossero informati. In pratica, la norma prevede che le cessioni dei crediti fiscali effettuate fino al prossimo 7 febbraio possano essere oggetto soltanto di un altro passaggio. Altrimenti saranno nulle. Mentre finora una ditta poteva cedere il credito alle altre imprese, alle banche o alle Poste che, a loro volta, lo potevano cedere senza limiti.

Un inasprimento che si aggiunge al decreto anti-frodi di novembre che ha dato la possibilità all’Agenzia delle Entrate di congelare per 30 giorni la cessione del credito per verificarne la regolarità e poi alla lunghissima trattativa – che di fatto ha congelato la legge di Bilancio – sulla durata della proroga dei bonus. Soprattutto del Superbonus del 110%, finito sotto gli attacchi dello stesso premier Mario Draghi che, pur riconoscendone la validità, ha previsto nuove scadenze e vincoli da rispettare. La misura risulta troppo costosa per il bilancio dello Stato. Secondo i dati Enea, a fine 2021, risultavano finanziati 95.718 interventi edilizi per un valore di circa 16,2 miliardi di euro. Numeri che per il mondo edile dimostrano, invece, la validità dei bonus e del meccanismo di cessione dei crediti, il cui ennesimo paletto sarà un dramma per molte imprese (che già facevano conto su quegli sconti fiscali) se non una disapplicazione di fatto della norma.

“L’ennesima modifica alle misure in corso, con il limite alla cessione dei crediti, rischia di bloccare le imprese. L’incertezza delle regole, anche con provvedimenti retroattivi, scoraggia il mercato”, spiega il presidente dell’Ance Gabriele Buia. I costruttori prevedono che le ditte comincino a rivedere le condizioni contrattuali coi proprietari, generando migliaia di contenziosi e un blocco del mercato per miliardi di euro.

“Ci vogliono far passare tutti per truffatori, ma la situazione dei crediti fiscali è già bloccata”, spiega Norbert Toth, un imprenditore edile di Formia che giovedì prossimo prenderà parte a una manifestazione a Roma per chiedere che gli istituti bancari e le Poste sblocchino le pratiche di cessione. Migliaia di costruttori, che si sono ritrovati su diversi gruppi Facebook, denunciano che da novembre ci sono ritardi nell’accettazione dei crediti ceduti da parte di Poste che non rispetta più il limite contrattuale di 20 giorni lavorativi. “Nel mio caso – spiega Toth – si tratta di 350 mila euro bloccati. Ma nel mio cassetto fiscale ci sono in totale 622 milioni fermi, perché anche Cdp non autorizza o blocca la cessione dei crediti fiscali. Se Poste non riprenderà a sbloccare i pagamenti saremo tutti falliti prima che la norma sulle cessioni entri in vigore”. A cercare di fermare la stretta inserita nel decreto Sostegni c’è la strana alleanza politica formata da M5S, FI, Lega e FdI che promettono di aggiustare il tiro.

“Lo stupro? A 16 anni mandi tua figlia fuori e poi denunci?”

“Giuro che io vado a Barcellona… pio sta puttana de merda e gli sparo in faccia… eh cioè davero io vado a Barcellona e la fò a pezzi”. Parole di estrema violenza, forse dettate anche dal panico per l’inchiesta in corso. Sono quelle pronunciate da T., che insieme a M. è uno dei due ragazzi minorenni al centro dell’informativa che i carabinieri di Roma hanno inviato alla Procura dei Minori di Roma. I giovani sono accusati dello stupro di gruppo denunciato da A., anche lei minorenne, figlia di un diplomatico milanese di stanza in Spagna. La presunta violenza sessuale è avvenuta durante un party nel quartiere Primavalle della Capitale, la notte tra il 31 dicembre 2020 e il 1 gennaio 2021. L’indagine sui due ragazzi deriva da quella della Procura di Roma che ha già portato all’arresto, per gli stessi fatti, di due maggiorenni, Patrizio Ranieri, 19 anni, calciatore dilettante, e Claudio Nardinocchi, 21 anni. Si legge nel capo d’imputazione che i quattro avrebbero portato A. “a subire o compiere atti sessuali di gruppo, abusando delle sue condizioni di inferiorità psichica e fisica (…) avvicendandosi tra di loro, mentre gli altri si ponevano all’esterno con funzioni di ‘palo’”. Con loro, c’è un quinto indagato, Flavio Valerio Ralli, 19 anni, amico di A., la cui posizione – scrivono gli investigatori – “sembra essere meno grave”, anche per via delle dichiarazioni della ragazza.

Al festino i giovani hanno assunto numerose sostanze stupefacenti: cocaina, hashish, ma anche farmaci legali come Rivotril e Xanax. Per questo motivo la Procura ha aperto un fascicolo d’indagine a parte, affidato a un altro pm, e nei prossimi giorni formalizzerà le accuse agli indagati. Nelle testimonianze raccolte dai carabinieri, alcuni dei partecipanti dicono che cocaina e hashish sarebbero state portate alla festa da M., figlia minorenne di una nota soubrette, e dal suo fidanzato, Simone Ceresani (non indagato), nipote dell’ex presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita (tutti estranei all’inchiesta). L’avvocato di fiducia della famiglia al Fatto ha smentito con forza ogni eventuale accusa nei confronti del 21enne. Due le comitive che si sono ritrovate nel villino a Primavalle: una di zona, formata da 11 ragazzi e una ragazza, e una dei Parioli, composta da 10 ragazze e 4 ragazzi, di cui facevano parte anche A. e V., la giovane che ospitava la presunta vittima per le vacanze natalizie.

Tutto iniziala vigilia di Capodanno, con le ragazze del gruppo Parioli, tutte minorenni, alla ricerca di droga e farmaci. G. è incaricata di trovare il Rivotril: “La farmacia non ce l’aveva (…) sto a Conca qui non ce un cazzo”, scrive nelle chat agli atti. A occuparsi della cocaina sembra essere M., cui V. chiede di comprare “2 grammi anche per A.”. “Ti ripeto – scrive M. – non è che posso girà con non so quanto dietro, se me fermano so cazzi”. E ancora: “Va bhe amo je faccio fa du botte dal mio però non posso pià un cazzo in più”. Sarà poi un’altra giovane del gruppo Parioli a dire che “la cocaina so che l’ha portata Simone, il fidanzato di M., a lui ho dato 27 euro”.

Si arriva alla sera del 31. Le intercettazioni delle telefonate avvenute nei giorni successivi hanno permesso agli inquirenti di cristallizzare i fatti. Il 1° gennaio, alle 14.47, V. e M. si sentono. La prima rimprovera la figlia della soubrette di essere andata via con il fidanzato lasciando sola A.. Ma M. si lamenta “di aver trascorso l’intera serata insieme ad A. e che questa stava sempre attaccata a lei e al fidanzato”, si legge nelle carte. V. la rimprovera ancora dicendo che A. “era stata stuprata da 15 soggetti”. Ma il racconto della presunta violenza emerge con forza da un’altra chat, quella del principale indagato. I messaggi inviati da Ranieri il 1° gennaio per i pm hanno il sapore dell’ammissione: “Jo messo (…) dappertutto (…) jo rotto er c(…) mesà ciò tutto sangue su a majetta (…) avevo appena finito de scopa perché hahah (…) chiedijelo (a T., ndr) se no scopato (…) che me cacava rcazzo che doveva entrà lui a scopa hahah (…) se scopata pure lui a mia poi (…)”. E infatti diversi testimoni hanno detto ai carabinieri di aver visto Ranieri uscire dal bagno con la “maglietta sporca di sangue”. T., preoccupato per la denuncia di A., al telefono con un altro partecipante dice: “Patrizio me sa’ che è quello che gli accollano lo stupro perché c’aveva er sangue sulla maglietta (…)”. Poi ammette: “Io so sincero fratè… io me so… hai visto fratè… io gliel’ho buttato un po’ ar c(…) però loro mi hanno detto ‘l’unica cosa che poi pià te è falsa testimonianza (…)’”.

Qualche giorno prima T. aveva chiamato anche Nardinocchi. Lui, quello che A. davanti ai carabinieri, in lacrime, non riesce a guardare nemmeno in foto, non si pente: “Io te lo dico… io una me la so popo inc… pop a divettimme ma’…”. Poi “in uno sconvolgente ribaltamento dei ruoli”, scrive il giudice, se la prende con i genitori della ragazza: “Cioè tu manni fu fija a sedici anni (…) e poi er giorno dopo te sveji e denunci? Ma che sei infame? Cioè così sei popo un vile, un verme, un miserabile”. Nel panico l’altro minorenne indagato, M., che il 5 febbraio dice: “Ma che cazzo ne sapevo… se lo sapevo manco me la scopavo… manco so venuto”.

Dalle carte, invece, non emerge se il rapporto tra Ralli e A. sia avvenuto prima o dopo la presunta violenza di gruppo. Doveva infatti essere un rapporto a tre, proposto da J., fidanzata di Ralli e amica di A., ma J. si sarebbe sottratta per un malore.

Nonostante la serata di alcol, sesso e droga, il 2 gennaio Ranieri è già al lavoro per un nuovo festino, nella stessa casa, la notte della Befana. Nel gruppo WhatsApp ci sono lui, Ralli e J.. Parlano di un rapporto sessuale a tre. Ma Ranieri vorrebbe ci fosse anche A.: “È una bella porca, me piace”. Ralli gli dà man forte, e “con tono scherzoso” (annotano gli inquirenti), dice a Ranieri: “A fratemo però per forza te vojo vedè che s(…) in testa a tutti…”.

Intimidazione al pm di Open

Una misteriosa incursione notturna nella macchina posteggiata sotto casa. Nessun segno che lasci pensare a un furto. Chi è intervenuto ha lasciato la luce dietro accesa e il portellone posteriore aperto. L’auto appartiene al pm di Firenze Antonino Nastasi, titolare di inchieste tra le più delicate degli ultimi anni: dalle stragi di mafia degli anni Novanta alla fondazione Open, dall’inchiesta sulle malversazioni dei vertici del Monte dei Paschi fino alla morte dell’ex capo della comunicazione della banca.

L’episodio è stato denunciato dal magistrato, ed è ora all’attenzione della Procura generale di Firenze e della Procura di Genova, titolare delle indagini che coinvolgono, come indagati o come vittime, i colleghi toscani. Non è escluso che al pubblico ministero venga assegnata una vigilanza o una scorta. È il secondo magistrato in pochi giorni a finire all’attenzione del Comitato per l’ordine e la sicurezza: da lunedì è stata decisa la tutela per il procuratore aggiunto Luca Turco, vicario del procuratore capo Giuseppe Creazzo. A tingere di giallo l’accaduto non sono solo le modalità, che portano a escludere un tentativo di furto: dalla macchina non è stato rubato nulla. A preoccupare c’è il fatto che l’abitazione di Nastasi è isolata in campagna, circostanza che potrebbe avvalorare la tesi che chi ha agito sapeva chi fosse il proprietario.

Il nome di Nastasi recentemente è stato tirato in ballo da un testimone ascoltato dalla commissione d’inchiesta parlamentare sulla morte di David Rossi: si tratta del generale Pasquale Aglieco, ex comandante provinciale dei carabinieri di Siena. Una testimonianza per molti versi sorprendente. Tra le sue rivelazioni, una delle più rilevanti riguarda il presunto inquinamento probatorio della scena avvenuto nell’ufficio di Rossi. Aglieco, che per la prima volta ha dichiarato anche di essere stato presente a quel primo sopralluogo (nonostante ciò non risulti da alcun verbale), ha riferito che Nastasi – presente insieme ai pm Nicola Marini e Aldo Natalini – avrebbe rovesciato sulla scrivania di Rossi il contenuto del cestino (fazzoletti sporchi di sangue e biglietti strappati su presunti propositi suicidari) e ne avrebbe azionato il computer. Una versione smentita dall’avvocato Andrea Vernazza, che assiste i magistrati allora in servizio a Siena. Il 10 febbraio Nastasi sarà ascoltato dalla commissione, che sentirà anche gli altri due pm che indagarono su Rossi. Nel frattempo la Procura di Genova, che ha già archiviato una prima inchiesta su presunti depistaggi, ha aperto un nuovo fascicolo e a breve sentirà Aglieco, per chiedergli conto delle sue dichiarazioni.

“Macché riforme: vendetta del potere contro i giudici”

Critiche alla politica che si vuole “vendicare” della magistratura con riforme e referendum “discutibili”. Autocritica per “il male oscuro” del carrierismo che ha pervaso le toghe. Nino Di Matteo, consigliere del Csm, non fa sconti a nessuno e non le manda a dire sullo stato della giustizia in occasione dell’inizio dell’anno giudiziario, che ieri si è aperto nelle Corti d’appello italiane. Il magistrato era nella sua Palermo, dove per 18 anni è stato tra i protagonisti di inchieste e processi contro Cosa Nostra e sulla trattativa Stato-mafia. Sulla politica giudiziaria, Di Matteo denuncia: “Stiamo vivendo una profonda crisi di credibilità nella quale parte del potere politico, economico, finanziario vuole oggi approfittare per avviare un vero e proprio regolamento di conti contro quella parte di magistratura che ha inteso esercitare a 360 gradi il controllo di legalità”. Per il consigliere si tratta di “un regolamento di conti con chiare finalità di vendetta da un lato e di prevenzione dall’altro, con il malcelato scopo di rendere l’organo giudiziario, anche attraverso progetti di riforma e iniziative referendarie assai discutibili, collaterale e servente rispetto agli altri poteri”.

Sulla riforma penale della ministra Marta Cartabia, Di Matteo ricorda che il Csm “ha anche evidenziato i numerosi e rilevanti profili di criticità sia di ordine sistematico che di possibile frizione con principi di rango costituzionale, con particolare riferimento all’istituto della improcedibilità” in appello e Cassazione se si superano i tempi prestabiliti per il giudizio. E ai suoi colleghi magistrati chiede di coltivare “la pretesa che il Csm funga da scudo contro quegli attacchi all’indipendenza della magistratura che vengono mossi dall’esterno e dall’interno dell’ordine giudiziario”. Cosa niente affatto scontata, dato che “quello che è appena trascorso non è stato un anno facile. Il Csm sta ancora affrontando l’onda lunga dei ripetuti scandali emersi, a partire dall’inchiesta della Procura di Perugia (sullo scandalo Palamara, ndr), che rappresentano uno spaccato di una patologia che si è diffusa come un cancro, con la prevalenza di logiche di clientelismo, appartenenza correntizia o di cordata, collateralismo con la politica”.

Critiche alla riforma Cartabia sono arrivate anche dai due distretti calabresi. Il presidente della Corte d’appello di Catanzaro Domenico Introcaso sostiene che “è necessario intervenire sul ‘sistema giustizia’ e non su un singolo parametro, il tempo, con un intervento estraneo e formale di risoluzione delle criticità fatto con l’accetta”. Cento chilometri più a sud, a Reggio Calabria, è intervenuto il consigliere del Csm Sebastiano Ardita, con in prima fila il ministro della giustizia Marta Cartabia. Ardita ha criticato la riforma del Csm, “una complessa e pericolosa sfida per governo e Parlamento”. Poi si è scagliato contro “l’adozione di un sistema maggioritario uninominale o binominale con collegi medio-piccoli” che genererebbe “bipolarismo, conflittualità e un governo politico della giustizia” e consegnerebbe “la vita professionale dei magistrati al sistema di potere delle correnti”. Cartabia, da parte sua, ha auspicato che la riforma del Csm arrivi “al più presto” alle Camere, pur dichiarandosi disponibile all’ascolto “di critiche propositive e non meramente demolitorie”. Il riferimento è proprio ad Ardita che, invece, attacca anche sulla presunzione di innocenza: senza mai nominarlo, critica il decreto che a dicembre ha di fatto messo il bavaglio ai procuratori e alla stampa: “C’è bisogno di garantismo, ma deve essere un garantismo che parta dal basso, che riguardi i più deboli, che non si presti a essere utilizzato da chi comanda nella dimensione del crimine mafioso, della grande finanza, o delle responsabilità pubbliche e istituzionali”. Un punto toccato anche dal pg di Genova Roberto Aniello, secondo cui quella sulla presunzione d’innocenza “non è una legge bavaglio”, ma “probabilmente incorre in un eccessivo irrigidimento delle modalità di comunicazione”.

A Milano, la cerimonia è apparsa quasi surreale: dentro il palazzo di giustizia che vide, 30 anni fa, la nascita di Mani pulite, si è consumato negli ultimi mesi un conflitto mai visto prima. Ma ieri sembrava di essere, tuttalpiù, a un tranquillo convegno giuridico. La relazione del presidente della Corte d’appello, Giuseppe Ondei, trabocca di inutili riferimenti colti, da Husserl a Lyotard, e di panglossiani entusiasmi per le riforme in corso oggi, “momento kairologico”, con l’arrivo salvifico dei soldi del Pnrr (ma neanche un euro per le Procure che fanno le indagini, ha ricordato il procuratore generale Francesca Nanni, e bavaglio all’informazione – aggiungiamo – travestito da “presunzione d’innocenza”). Entusiasmo appena scalfito dalle dure cifre (per esempio: il 42% della popolazione carceraria qui è composto da stranieri). Solo la rappresentante del Csm, Alessandra Dal Moro, osa rompere l’incanto, citando la drammatica crisi morale della magistratura dopo il caso Palamara, il correntismo da battere e i problemi reali da risolvere, con il 13% dei posti da magistrato scoperti e con una riforma (Cartabia) che crede di abbreviare i processi cambiando il nome della prescrizione in improcedibilità. “Una norma che decreta la morte del processo”, ha detto a Torino il pg Francesco Saluzzo. Aggiungendo: “Penso e spero che la Corte costituzionale avrà modo di interloquire su questo istituto”.

Diana Di Meo, l’arbitra vittima di revenge porn: “Denunciate”

L’arbitra di calcio della sezione di Pescara, la 22enne Diana Di Meo, ha denunciato anche con un post su Instagram di essere vittima di revenge porn. A sua insaputa, alcuni suoi video riservati sono stati diffusi sui social. “Video non condivisi da me e, alcuni di questi, fatti a mia insaputa”. Lo ha detto l’arbitra che ha sporto denuncia. “Spero di dare voce a tutte le vittime che vengono colpevolizzate quando il colpevole è dall’altra parte dello schermo che riprende o si limita a condividere. Oggi la vittima sono io, domani potrebbe essere una persona vicina a voi”.

Pulmino nel torrente, morto l’autista 70enne

A bordo del pulmino di turisti caduto nel torrente Evancon in val d’Ayas (Aosta) c’erano quattro persone. L’autista, 71 anni, è morto. Da accertare se la causa del decesso sia legata a un malore che gli ha fatto perdere il controllo del mezzo. Sono stati recuperati e sono in buone condizioni di salute i tre passeggeri probabilmente del Nord Europa. Sul posto hanno operato carabinieri, vigili del fuoco e una guida del Soccorso alpino valdostano che era in zona. Due militari dell’Arma si sono tuffati nel torrente per recuperare l’autista e hanno tentato di rianimarlo. Il pulmino ha sfondato una protezione del ponte ed è finito nel torrente.

Camici Fontana, parola a gip su archiviazione

Spetterà ora a un giudice decidere sulla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Milano dell’inchiesta in cui il governatore lombardo Attilio Fontana è indagato per autoriciclaggio e falso nella voluntary disclosure in relazione a 5,3 milioni che erano depositati su un conto a Lugano, ‘scudati’ nel 2015, e in particolare riguardo a parte di quella somma, ossia 2,5 milioni, ritenuti dagli inquirenti frutto di presunta evasione fiscale. Fontana ha sempre ribadito che quella somma, regolarizzata 6 anni fa, era il lascito ereditario di sua madre. Per dimostrarlo, i suoi difensori hanno depositato documentazione bancaria a partire dal 1997.

Firenze, si finge medico e molesta una paziente

Con l’accusa di violenza sessuale, la polizia di Firenze, la notte scorsa, ha arrestato un cittadino di origini romene di 20 anni. Secondo quanto ricostruito dagli agenti delle volanti della Questura di Firenze, intorno all’una di notte, il giovane si sarebbe introdotto abusivamente all’interno dell’ospedale di Careggi, dove avrebbe molestato una donna ricoverata con la scusa di doverla visitare. L’uomo, dopo essersi presentato come medico, avrebbe cominciato ad accarezzare la gamba della donna, impossibilitata ad alzarsi dal letto, salendo dal piede verso il bacino. La vittima, sorpresa nel sonno, non ha impiegato molto tempo per capire la situazione e ha subito lanciato un urlo che ha richiamato l’attenzione degli infermieri e di una guardia giurata che hanno dato immediatamente l’allarme. La polizia è subito intervenuta e il giovane è finito in manette. Sentite alcune testimonianze sarebbe emerso che l’arrestato, pochi istanti prima di introdursi di soppiatto nella camera della vittima, avrebbe aggredito anche un’infermiera in uno stanzino afferrandola per un polso. Quest’ultima era riuscita a divincolarsi e a dare un primo allarme. Alle grida della degente il ventenne è stato bloccato dagli infermieri e dalla guardia giurata.

Prova a rubare un’auto poi spara agli agenti

Ha sparato contro una volante della Polizia, ferendo due agenti, fortunatamente in modo non grave, dopo aver tentato di rubare una Porsche Cayenne a una concessionaria di auto della zona. È accaduto poco prima di mezzogiorno, a Taranto, nella trafficata viale Magna Grecia. Leo Varallo, 42 anni, ex vigilante e buttafuori noto alle forze dell’ordine, è stato arrestato per duplice tentativo di omicidio e rapina impropria. L’ex guardia giurata, dopo un diverbio con il dipendente della concessionaria in cui aveva provato la Porsche, si era allontanato portandosi via le chiavi della vettura. Una pattuglia lo ha intercettato e l’uomo ha esploso numerosi colpi di pistola prima contro il parabrezza e poi contro il finestrino lato guida, colpendo i due agenti, che hanno risposto al fuoco.