Morto in stage, Procura: “Omicidio colposo”. Sindacati: “Rivedere norma Scuola-Lavoro”

Mentre la magistratura iscrive nel registro degli indagati il nome del legale rappresentante dell’azienda, la morte del 18enne Lorenzo Parelli, nel suo ultimo giorno di stage, scuote il mondo della scuola e del lavoro. La Procura di Udine, dopo l’incidente avvenuto venerdì nello stabilimento della Burimec a Lauzacco, ha annunciato di aver aperto un procedimento per omicidio colposo, “tenuto conto della necessità di svolgere attività di accertamento irripetibile nelle forme garantite di legge”. Ma non chiude ad altri coinvolgimenti. Qual è la causa della caduta dall’alto di una putrella che ha colpito l’allievo al quarto anno di meccanica industriale all’Istituto salesiano Bearzi di Udine? “Sono in corso approfondimenti d’indagine al fine di individuare eventuali ulteriori profili di responsabilità anche a carico di altre figure aziendali”, scrive la Procura. Chi manovrava il manufatto? Erano state osservate le norme di sicurezza? In arrivo nuovi nomi di indagati.

A Castions di Strada intanto si è chiusa nel dolore la famiglia composta dalla madre Maria Elena, dirigente di una scuola per l’infanzia, dal padre Dino, responsabile commerciale in una compagnia ferroviaria, e dalla figlia Valentina. “La morte di Lorenzo è inaccettabile, proviamo molta rabbia”, ha dichiarato invece l’Unione degli Studenti. “Chiediamo una risposta pronta del ministro Bianchi e l’introduzione di uno statuto degli studenti impegnati nei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento”. Una denuncia che viene da lontano. “Da anni diciamo che la situazione è inaccettabile, una piaga del nostro paese, che servono corsi di sicurezza. Non siamo mai stati ascoltati seriamente, nessun tavolo ministeriale è mai stato svolto”.

Quei corsi in fabbrica hanno ragion d’essere? Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi: “Intendiamo sottrarci al coro di chi chiede la soppressione dei Ptco. Da sempre chiediamo, invece, che sia garantita la sicurezza”. Unanimi i sindacati. “È fatto di gravità inaudita, indegno per un Paese civile”, commenta il segretario generale Cisl, Luigi Sbarra. La Cgil si spinge più in là: “Siamo indignati anche perché si continua a utilizzare la vecchia alternanza per impegnare gli studenti in attività che appaiono chiaramente lavoro non retribuito e spesso con scarsi livelli di sicurezza”. Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda: “La pratica dell’alternanza scuola-lavoro va rivista, per evitare sfruttamento o incidenti. Lorenzo è morto lavorando gratis per maturare crediti formativi. La Scuola è altro”. A Firenze, davanti alla sede di Confindustria, uno striscione di precari e disoccupati: “Lorenzo uno di noi, 4 morti sul lavoro al giorno gridano vendetta”.

Lavoro, altre due vittime a Pomezia e nel Torinese

Altre due persone hanno perso la vita durante il lavoro. Vincenzo Pignone, 59enne operaio specializzato per la Silac, storica azienda che opera nel settore dello stampaggio a caldo, è morto durante la mattinata a Rivarolo Canavese, in provincia di Torino. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri l’uomo sarebbe scivolato dentro una sabbiatrice, un macchinario che si utilizza per pulire i pezzi dello stampaggio. A dare l’allarme sono stati i colleghi, che hanno assistito alla caduta ma che non hanno potuto evitare il tragico epilogo. La Procura ha aperto un’indagine per accertare eventuali responsabili.

Il giorno prima a Santa Procula (vicino Pomezia, provincia di Roma) a perdere la vita è stato Salvatore Mongiardo, operaio di 64 anni. L’uomo è precipitato da un’altezza di cinque metri mentre stava installando alcuni cavi elettrici su una cella frigorifera. Su disposizione del pm, le forze dell’ordine hanno sequestrato il capannone per accertare le dinamiche dell’incidente: disposta l’autopsia sul corpo del 64enne, mentre nei prossimi giorni verranno ascoltati i colleghi presenti e i responsabili del capannone.

Questi due decessi si sommano a quello di Lorenzo Parelli, il 18enne morto in provincia di Udine durante l’ultimo giorno di uno stage di alternanza scuola-lavoro, dopo essere stato schiacciato da una barra metallica. Secondo i dati dell’Inail, l’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro, sono stati 1017 incidenti mortali soltanto durante i primi dieci mesi del 2021.

Da convenzionati a dipendenti: rivolta dei dottori

Il ministero della Salute che è pronto a blindare la riforma con una legge ad hoc. Le Regioni che prendono tempo, perché a molti governatori non piace l’idea che se non si trova l’accordo il governo possa intervenire d’imperio. I medici di famiglia che insorgono: per loro la partita che si sta giocando sulla riforma della medicina generale ha l’obiettivo di procedere surrettiziamente verso il lavoro subordinato, archiviando l’era della convenzione che oggi regola il rapporto tra i medici di famiglia e il Servizio sanitario.

Mercoledì scorso sul tavolo della conferenza delle Regioni è arrivata l’intesa con il ministero sulla riorganizzazione della medicina generale e tutto si è concluso con un rinvio. Aggiornamento che la dice lunga su quanto il tasto sia dolente. Perché la pandemia è stato uno tsunami anche per la medicina territoriale. Ha portato a galla tutte le sue fragilità, mostrandone però anche il ruolo cruciale per sorreggere il sistema sanitario. “Basta ricordare quanto è accaduto in Veneto e in Lombardia durante la prima ondata – dice Domenico Crisarà, segretario in Veneto del sindacato dei medici di famiglia Fimmg – Noi, che nonostante tutto abbiamo una buona organizzazione sul territorio, abbiamo retto, la Lombardia invece è collassata”.

Adesso siamo al braccio di ferro. Ma cosa prevede la riforma? Gran parte della contesa ruota intorno all’orario di lavoro da assicurare. Da 15 ore alla settimana in ambulatorio si passa a 20. Alle quali vanno aggiunte 12 ore per tutte le attività extra-ambulatoriali (come le visite a domicilio) e sei ore da assicurare nelle Case di comunità sulle quali il governo investe per rafforzare la medicina territoriale con le risorse del Recovery Fund. A conti fatti 38 ore. “Per assimilare il contratto a un rapporto di dipendenza”, osserva Crisarà. Cosa che secondo lui muterebbe radicalmente “l’unica figura ancora libera da condizionamenti, a differenza dei medici ospedalieri che prendono ordini da un direttore generale. Ma non è cambiando la qualifica contrattuale che migliori l’organizzazione e la qualità del servizio”.

Per quanto riguarda la remunerazione resta composta da due voci. Una è la quota capitaria, vale a dire il fisso riconosciuto a un medico di famiglia per ogni assistito, che ammonta a poco più di 4 euro lordi al mese (e un medico dovrebbe avere fino a un massimo di 1.500 pazienti, anche se questo tetto viene spesso superato), che dovrebbe incidere per il 70% sul totale. L’altra voce è costituita da una quota variabile legata ai risultati. Per Giuseppina Onotri, presidente nazionale del sindacato Smi, è prima di tutto la premessa della riforma ad essere sbagliata. “Si parte dal presupposto che lavoriamo solo 15 ore e guadagniamo molto – dice Onotri –, ma le cose non stanno così. A maggior ragione oggi, con la pandemia da fronteggiare. Basti ricordare che oltre il 94% dei pazienti Covid viene curato a casa da noi. Siamo diventati il collettore di tutte le disfunzioni del sistema. Per non parlare del carico burocratico, sempre più pesante”.

Non è un segreto che molti governatori vorrebbero fare dei medici di famiglia dei dipendenti. La controproposta? Proseguimento del regime di convenzione con una remunerazione data anche una quota variabile, sì, ma legata al tipo di organizzazione che un medico si dà e quindi ai risultati che ottiene. “Con una compartecipazione del servizio sanitario alle spese che affrontiamo per una segretaria, un infermiere e così via, spese oggi totalmente a nostro carico”, spiega Crisarà.

“Omicron è la fine della pandemia”

“Dopo l’ondata Omicron, il Covid tornerà ma la pandemia no. L’era delle misure straordinarie per controllare la trasmissione di Sars-Cov-2 sarà finita”. La previsione è ottimistica e non inedita, ma a leggerlo su The Lancet fa un altro effetto. La prestigiosa rivista scientifica ha infatti ospitato un intervento del professor Christopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evalutation (Ihme), uno dei principali esperti in statistiche sanitarie degli Stati Uniti nonché ex direttore esecutivo dell’Oms, secondo cui il Covid sarà con noi per molti anni, come malattia ricorrente che si intensificherà durante i mesi autunnali, ma entro marzo, ovvero quando Omicron avrà attraversato la maggior parte del mondo, arriveremo a un periodo di bassa trasmissione virale che ci avvicinerà alla fine della pandemia.

“L’impatto sulla salute – scrive Murray – sarà minore, in funzione dell’ampia precedente esposizione al virus, dei vaccini regolarmente adattati, degli antivirali e della consapevolezza che i soggetti vulnerabili possono proteggersi. Le varianti – aggiunge – emergeranno sicuramente, anche più gravi di Omicron, ma con il continuo aumento della vaccinazione, i livelli globali di immunità dovrebbero essere ai massimi per qualche tempo”.

Liste d’attesa, il bluff delle regioni

C’è una pandemia che negli anni rischia di fare molti più morti del Covid-19. È quella delle cure mancate a causa dell’emergenza che da due anni condiziona la vita degli ospedali. Il 31 gennaio scade il termine, fissato dalla legge di bilancio, entro cui le Regioni devono presentare ai ministeri della Salute e dell’Economia i loro Piani per la rimodulazione delle liste d’attesa, cioè i programmi con cui intendono spendere i complessivi 500 milioni di euro stanziati (per la seconda volta) per il recupero delle prestazioni non erogate a causa della pandemia: centinaia di migliaia di ricoveri e interventi chirurgici e milioni tra visite, esami diagnostici e sedute di riabilitazioni.

Molte Regioni sono in difficoltà, i ricoveri Covid dovrebbero iniziare a scendere ma siamo ancora in emergenza, con il 18 per cento delle terapie intensive e il 30 per cento dei reparti ordinari occupati da malati positivi al Sars-Cov-2. Anzi da novembre/dicembre si è ricominciato a sospendere gli interventi chirurgici programmati, compresi quelli oncologici, in una misura che la Società italiana di chirurgia valuta tra il 50 e l’80 per cento, con tanto di circolare ministeriale (del 18 dicembre) che consentiva di rinviare le prestazioni definite non urgenti richiamando quella del marzo del 2020, quando ancora nemmeno si capiva cosa fosse il Covid-19. Vallo a dire a chi ha i calcoli della colecisti o l’ernia che l’intervento non è urgente: chi può paga e si fa operare in privato; chi non può si aggrava. Le visite e gli screening oncologici rinviati porteranno a scoprire malattie e tumori in fase più avanzata, con tutto ciò che significa. Nel Lazio, secondo un’indagine de ilfattoquotidiano.it, i tempi di attesa per alcune visite specialistiche possono arrivare fino a 8-12 mesi, quelli per gli interventi non urgenti a sei mesi. E resta il problema della mancanza degli anestesisti, costretti a gestire l’eccezionale carico delle terapie intensive dovuto al Covid.

Come confermano dalla Salute e dalle Regioni, non è sicuro che tutti i Piani siano presentati a fine gennaio. L’ipotesi che si fa strada è quella di consentire alle Regioni di aumentare la quota utilizzabile attraverso convenzioni con le strutture private, sia pure con un rigido controllo sugli standard qualitativi oltre al monitoraggio già previsto per gli ospedali pubblici, secondo le linee guida che una commissione ministeriale sta elaborando e dovranno essere approvate in Conferenza Stato-Regioni. Al momento la legge prevede la possibilità di spendere in convenzione con i privati 150 di quei 500 milioni, che fanno parte della dotazione aggiuntiva di due miliardi di euro disposta per la Sanità. Alle Regioni, nel 2021, sono arrivati altri 600 milioni per il Covid-19, più altri 400 con l’ultimo decreto Sostegni. Fa un miliardo, la richiesta era di due.

Il problema è serio. Si stanno confrontando il ministro Roberto Speranza e il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità, l’emiliano Raffaele Donini. Per ridurre le liste d’attesa che si allungano lo Stato aveva già fatto un analogo stanziamento con il decreto legge 104 dell’agosto 2020, anche allora erano 500 milioni che però, secondo il “Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica” approvato nel maggio scorso dalla Corte dei Conti, per circa il 67 per cento non sono stati spesi. Come sempre le Regioni non sono tutte uguali: in quelle meridionali e insulari la quota accantonata ammonta al 96 per cento, in quelle settentrionali al 54 per cento e in quelle centrali al 45 secondo i dati della Corte dei Conti rielaborati da Salutequità, che ha attivato un “Osservatorio permanente sullo stato di assistenza ai pazienti non Covid-19”.

“È il tema che dovrebbe essere in cima alle priorità dello Stato e delle Regioni e mi sembra che l’approccio non sia ancora così deciso – osserva Tonino Aceti, presidente di Salutequità, già portavoce della Federazione degli ordini degli infermieri (Fnopi) e coordinatore del Tribunale per i diritti del malato – A fine 2021 applichiamo ancora una strategia ferma al 2020, quella cioè di sospendere le prestazioni procrastinabili e fare solo quelle urgenti. Certo, il 18 dicembre c’era poco altro da fare, bisognava pensarci prima, adottare modelli organizzativi più efficaci come ad esempio pensare a ospedali solo per il Covid e consentire agli altri di andare avanti su tutto il resto. Manca il personale ed è necessario potenziarlo per incrementare la risposta degli ospedali e dei servizi territoriali. Non si possono ripetere nel 2022 gli errori del 2020 e del 2021”, dice Aceti.

I numeri del 2021 non sono ancora completi, quelli del 2020 fanno paura. Rispetto all’anno precedente, si legge nel 4° Report di Salutequità che ha rielaborato i dati della Corte dei Conti, sono saltati oltre 1,3 milioni di ricoveri (il 17 per cento di quelli del 2019), circa metà medici e metà chirurgici, compresi oltre 500 mila urgenti. Sono diminuiti del 20 per cento gli impianti di defibrillatori e pacemaker e gli interventi cardiochirurgici maggiori; meno 13 per cento per la chirurgia oncologica; meno 15 e 10 per cento rispettivamente per i ricoveri per radioterapia e chemioterapia; meno 30 per cento per i tumori della mammella, meno 20 per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastrointestinale; meno 8 per i trapianti d’organo; meno 50 per i ricoveri pediatrici. Non tutto è recuperabile, naturalmente, però parliamo di prestazioni per un valore complessivo di quasi 6 miliardi di euro dei quali i 500 milioni stanziati, anche nell’ipotesi che le Regioni riescano a spenderli efficacemente, coprono solo una parte.

Per la prima metà del 2021 un rapporto di CittadinanzAttiva presentato a dicembre sulla base dei dati di Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali del ministero della Salute, stima un calo complessivo delle prestazioni sanitarie nell’ordine del 17 per cento rispetto al 2018 e al 2019, contro il meno 50 per cento del 2020. Insomma, invece di recuperare si sono accumulati ulteriori ritardi ai quali, negli ultimi mesi, se ne sono aggiunti altri.

Naturalmente c’è chi ha recuperato. Sempre secondo l’indagine di CittadinanzAttiva, al 31 dicembre 2021, il Trentino ha fatto il 73 per cento delle 24 mila prestazioni ambulatoriali saltate ma appena l’1 per cento dei ricoveri; l’Abruzzo il 64 per cento dei 60 mila screening oncologici, il 43 per cento delle prestazioni ambulatoriali e quasi il 25 per cento dei ricoveri; l’Emilia-Romagna il 95 per cento delle prestazioni e il 35 per cento dei ricoveri; le Marche 70 e 50 per cento. Ma è la stessa indagine a documentare come nella percezione dei pazienti cronici le cose non siano migliorate granché rispetto al terribile 2020. Nel 2021 infatti il 40,5 per cento degli interpellati dichiara che fare una visita è più difficile dell’anno precedente contro il 35,3 per cento di un anno prima, la quota sale dal 36,5 al 39,9 per cento per le prestazioni diagnostiche e i ricoveri; circa uno su tre riferisce di ritardi negli interventi chirurgici e qui il dato è stabile; scende invece dal 38 al 32 per cento la quota di chi lamenta l’interruzione degli screening programmati.

Navigator, “Draghi li caccia senza valutare i risultati”

I navigator sono stati bocciati dal governo Draghi, ormai è chiaro. Ma non si sa in base a quali parametri sia stato giudicato il loro operato. Lo ha messo nero su bianco la sottosegretaria leghista al Lavoro, Tiziana Nisini, replicando a un’interrogazione del Movimento Cinque Stelle. Il deputato Riccardo Tucci voleva sapere “quali criteri siano stati applicati per valutare le performance dei navigator relativamente alle attività propedeutiche svolte e quali siano i risultati registrati”. Nella risposta scritta si ammette candidamente che “non appare possibile, oltre a non essere corretto, chiarire le singole attività dei navigator, pertanto la valutazione non può essere disgiunta dal contesto delle attività e delle prestazioni”. Il motivo è alla base: i navigator – assunti nell’estate 2019 da Anpal Servizi – non sono stati assunti per trovare lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza, ma per assistere i centri per l’impiego regionali che sono sempre rimasti i titolari di questo compito. Nella narrazione prevalente, però, i 2.500 navigator sono stati additati come gli unici responsabili dei problemi delle politiche attive del lavoro. Per questa impostazione, portata avanti dai partiti di destra e dai renziani, il governo Draghi ha scelto di non rinnovare i contratti in scadenza malgrado il piano di potenziamento dei centri per l’impiego – tra gli obiettivi del Pnrr – proceda molto lentamente (meno di 3.800 gli ingressi a fine 2021 rispetto agli 11.600 previsti). Solo dopo una serie di proteste sindacali, i contratti sono stati prorogati fino ad aprile, ma poi saranno tutti mandati a casa. “Il ministero del Lavoro – fa notare Tucci al Fatto – ha messo in discussione i navigator, decidendo prima di non prorogarne i contratti salvo poi cedere alle nostre pressioni. Ora ammette di non avere strumenti per giudicarne l’operato. Una situazione incredibile; prima di prendere decisioni sul futuro di questi lavoratori, il governo si attrezzi per valutare attentamente le attività svolte”.

“Va bene Draghi, basta che ci fa votare e non manda un ‘draghino’ al governo”

“La vita non è un film”, come da titolo del suo ultimo libro. E il film del Quirinale, in onda da settimane, secondo Pino Insegno c’entra poco con la vita vera: “A me interessa più la libertà dei cittadini che il ‘primo cittadino’. Capisco l’importanza del Colle, ma vorrei più attenzione per le vite comuni. Lo dico da vaccinato, per carità, ma sono tre anni che non lavoro. La cultura è un grande valore della Repubblica Italiana, ora la stiamo lasciando appassire”.

Non la appassiona la “dragheide” di questi giorni?

Su Draghi c’è poco da dire: è un personaggio di spicco, anche a livello internazionale. Ha il profilo e l’età giusta. Se viene eletto però si dovrà andare al voto. A me sta bene, ne sarei felice, sono anni che non viene interpellata la volontà popolare.

Ne è convinto? Non pensa che Draghi manderà a Palazzo Chigi uno dei suoi?

Eh no. Non sarebbe una bella manovra, se non altro per una questione di legittimazione. Non è che uno dice “scusate, vado un attimo al bagno, ma c’è un altro che prende il mio posto”. Se va via Draghi non può metterci un “draghino”. Draghi è un bell’uomo, bravissimo, ma se va al Quirinale, poi si vota. E magari viene fuori pure una maggioranza politica con un senso, invece di questo mega gruppone di mille persone che votano insieme ma la vedono diversamente.

Chi è stato il suo presidente preferito?

Ho stretto la mano a Giorgio Napolitano, che mi ha nominato commendatore della Repubblica per meriti sociali. Una sorpresa per me, che non rendo pubblici i miei “meriti”, in effetti non so nemmeno come li abbiano scoperti (ride). Ma dico Sandro Pertini. Anche se aveva una connotazione politica chiara, è riuscito davvero a essere il presidente di tutti. Era il nonno che ogni nipote avrebbe voluto, si è lasciato amare da tutti gli italiani.

E Berlusconi? Pare abbia deciso di ritirarsi.

Non entro nel merito della sua figura, lo giudicheranno i posteri. Chi vuole fare il capo dello Stato però non deve aver avuto un certo tipo di contaminazioni. Era un candidato naturale per il centrodestra, che ha rappresentato per oltre 20 anni, ma non credo fosse accettato da tutti.

Lei cosa si augura?

Potrebbe essere il momento giusto per una donna presidente. Non per questioni di genere, non penso che le donne vadano messe al centro dell’universo: per me ci sono sempre state. Non le so dire un nome, ma sarebbe un bel messaggio per l’Italia.

“Se eleggono il premier svolta presidenzialista contro la Costituzione”

“Togliamo l’aggettivo ‘banchiere’ e diamo a Mario Draghi quel che gli compete. È un uomo politico al cento per cento che ha occupato, grazie a una carriera molto apprezzata e anche magari un po’ fortunata, quello che oggi è il luogo della politica per eccellenza: la Bce. Se, come appare verosimile, dovesse essere eletto alla presidenza della Repubblica, si compirebbe la svolta presidenzialista e il superamento nei fatti dell’attuale ordinamento costituzionale”.

Professor Canfora, a lei pare molto concreta questa possibilità?

Del tutto coerente con lo svuotamento della sovranità nazionale. Gli ordinamenti europei comportano la centralità del ruolo di governo dell’Unione europea a scapito dei Parlamenti nazionali.

Si discute che un uomo senza partito e senza voti sembra decidere il tempo della sua permanenza a palazzo Chigi e quello della sua ascesa al Quirinale. E lo faccia, almeno così pare, in completa solitudine.

Guardi che già col governo di Mario Monti era stato congegnato un itinerario simile. Si pensava infatti per lui che le porte del Quirinale fossero spalancate. Un incidente di percorso ha fatto andare le cose diversamente.

Il Parlamento è dunque già solo ornamento?

Lo era e lo sarà sempre di più domani, quando la sciagurata riforma costituzionale, il taglio dei parlamentari, trasformerà la maggioranza relativa che la destra presumibilmente otterrà alle prossime elezioni in una maggioranza assoluta. Un disastro totale. E poi c’è l’Europa, l’altra entità a detenere le chiavi delle scelte politiche. Gli entusiasti hanno aderito senza alcuna consapevolezza.

Lei ce l’ha con la sinistra.

Temo che non esista più. Ha lanciato parole vuote, come l’europeismo, attaccando spesso il populismo, senza neanche sapere bene cosa fosse. L’unica certezza che ho è che all’élite della ex sinistra il popolo fa un po’ schifo.

Non c’è alternativa a Draghi, il nuovo imperatore.

Beh, a quanto vedo e leggo i giornalisti avranno momenti di vera estasi se l’ipotesi dovesse farsi realtà.

Si dice che in queste ore Draghi negozi anche gli assetti del nuovo governo senza di lui alla guida.

Supereremo l’attuale ordinamento costituzionale e inaugureremo la stagione presidenzialista. I battimani di Confindustria a Draghi risuonano ancora. I partiti, già così tanto deperiti, non avranno nulla da opporgli. L’unica opposizione, se c’è stata, è venuta dai sindacati.

Qualcosa di buono che potrà fare per l’Italia?

I miliardi del Pnrr ce li siamo già sostanzialmente consumati con i ripetuti scostamenti di bilancio per sostenere la crisi pandemica. Ricordo che una novantina di essi sono a fondo perduto, gli altri fanno debito. Draghi, forse, potrebbe aiutare l’Italia a vedere cancellato almeno in parte il suo debito anche se c’è da dire che in Germania non c’è più Frau Merkel, ma un cancelliere che ha voluto all’economia il capo dei liberali, ferocissimo liberista.

Ora siamo al secondo tempo.

È l’Europa che detta i tempi svuotando. L’Europa è un gigante incatenato perché la sua reputazione esterna e anche la sua proiezione politica è sistematicamente sottoposta alla leadership della Nato, che è una gabbia fetida nella quale l’Unione perde ogni identità e autonomia. In politica estera e negli affari militari resta un gregario degli Stati Uniti, che tra l’altro hanno il privilegio di designare il segretario generale della Nato.

E allora amen.

Questa è la realtà.

I due Letta, Giorgetti, Intesa e gli altri che vogliono Mario

Potrebbe essere il primo presidente della Repubblica votato malvolentieri da praticamente tutti i suoi grandi elettori. Mario Draghi continua ad avere le sue chance di finire sul Colle più alto, ma non c’è un partito – escluso il mini-rassemblement di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro – che lo voglia davvero lì.

Nonostante lo sostengano al governo, non si tratta affatto di una bizzarria perché eleggere o meno l’ex presidente della Bce al Quirinale è una scelta non personale, ma di sistema. Draghi capo dello Stato realizza quel “semipresidenzialismo de facto” di cui ha parlato il ministro Giancarlo Giorgetti: il suo Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) indirizza il bilancio dello Stato almeno per il prossimo quinquennio, al resto – cioè a un lungo commissariamento dei partiti – provvederebbero la natura del ruolo, i suoi rapporti internazionali e il suo peso specifico nel potere italiano. Per questo quasi tutti i leader, in un soprassalto di razionalità resistono e tentano di fargli le scarpe pur senza dirlo apertamente: resta da vedere, e non è poco, se ce la faranno, perché far fuori Draghi sul Quirinale vuol dire, entro pochi mesi, estrometterlo anche da Palazzo Chigi.

Ma chi si sta muovendo nei palazzi del potere romano per Draghi al Quirinale, a parte lui stesso e la realtà per come l’hanno apparecchiata con la nomina di 11 mesi fa Sergio Mattarella e il suo segretario generale Ugo Zampetti? L’unico leader ad aver citato il premier esplicitamente come possibile candidato è Enrico Letta: non tanto e non solo per la sintonia europeista (il segretario Pd scelse per un suo libro l’agghiacciante titolo Morire per Maastricht), quanto per necessità. Letta sa che metà del suo partito – da Dario Franceschini in giù – non vuole il premier, lui stesso preferirebbe un politico d’area, ma tanto non dà lui le carte: se qualcuno lo sega non è colpa sua, se lo eleggono fa il kingmaker.

Pancia a terra per Draghi lavora invece con convinzione lo zio di Enrico, Gianni Letta, Gran Visir del berlusconismo di governo e dell’andreottismo come tabe della Repubblica. Anche qui non è tanto la comune, passata militanza in Goldman Sachs il cemento che lega i due, quanto proprio l’opzione di sistema: per il Letta Zio, che qualche seguace nel partito pure ce l’ha, Forza Italia deve garantire lo status quo dei rapporti di forza interni (con relative nomine di potere e sottopotere) e delle relazioni internazionali (staccandosi dai “sovranisti” se utile e del caso).

Stessa linea, ma con diversi fini, per il già citato Giancarlo Giorgetti. Il ministro – studi in Bocconi, ottimo rapporto col premier e, quanto a parentele, cugino dell’ex banchiere Massimo Ponzellini – ritiene che alla Lega per governare serva l’ombrello di uno come Draghi al Quirinale: che poi questo costringerebbe il suo partito a fare la politica di Draghi con gli uomini di Draghi dove serve è, per il nostro, un beneficio ulteriore della scelta. Le sue parole affidate in ottobre a Bruno Vespa, d’altra parte, non peccano di oscurità: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. La linea Giorgetti ha dalla sua – vista dall’interno del centrodestra – il fatto che scegliere l’ex premier significherebbe nei fatti scivolare verso il voto: una eventualità su cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno già stretto un patto politico.

Anche un pezzo del sottobosco politico ovviamente lavora per Draghi al Colle: tra i maggiormente impegnati in colloqui vengono segnalati il suo capo di gabinetto Antonio Funiciello, già nello staff del commissario Ue Paolo Gentiloni, e il suo consigliere economico principale Francesco Giavazzi. Particolarmente intenso, dicono in Parlamento, anche il lavoro pro-Draghi dell’ex capogruppo del Pd in Senato (e portavoce di Francesco Cossiga al Viminale e a Palazzo Chigi una vita fa) Luigi Zanda.

Ovviamente Draghi ha dalla sua un bel po’ di endorsement esteri di peso: l’amministrazione Biden ne ha benedetto l’ascesa al Colle in via ufficiosa (“c’è grandissima sintonia”, Adnkronos del 18 gennaio); il Financial Times – organo informale della Bce – giovedì lo ha candidato al Colle (smentendo quanto scritto in precedenza) in un commento firmato dall’editorial board; il capo delegazione della Spd all’Europarlamento Jens Geier (vicino al cancelliere Scholz) ha buttato lì un “noi conosciamo bene Draghi e probabilmente sarebbe la figura adatta per il Quirinale”.

Ovviamente la grande finanza internazionale, specie quella che fa bei soldi come “specialista” del debito pubblico italiano (Goldman Sachs, Jp Morgan, eccetera eccetera), ha negli ultimi giorni iniziato a sensibilizzare alla causa di Supermario i suoi interlocutori nel Belpaese, anche il mondo Intesa Sanpaolo fa un moderato tifo per “il più tedesco” degli italiani (un vecchio titolo della Bild). L’agenzia finanziaria Bloomberg ieri ha visto come un assist a Draghi (“rafforza la prospettiva della sua elezione”) anche la rinuncia a correre di Silvio Berlusconi

Tutta ottima gente che ha il difetto di non essere granché rappresentata tra i mille e dispari grandi elettori del capo dello Stato a questo giro: per questo Draghi potrebbe essere il primo presidente della Repubblica votato malvolentieri da tutta l’assemblea o il primo che perde contemporaneamente il Colle e Chigi nell’arco di qualche mese.

L’ex banchiere spera nel caos tra i partiti. Derby Casini-Amato

A Palazzo Chigi non ci pensano proprio a commentare ufficialmente il ritiro di Silvio Berlusconi e tanto meno le parole che dicono che Mario Draghi deve rimanere premier.

Eppure, la partita va avanti, i giochi sono considerati ancora da fare. Anzi, il mancato endorsement di Berlusconi sembra paradossalmente avvicinare l’ipotesi dell’elezione del premier al Colle: perché deve essere il candidato di tutti, non di uno solo. E anche se ieri sera non sembrava affatto esserlo, potrebbe diventarlo. Si aspetta la quarta chiama, si ipotizza una contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra, che alla fine non troveranno una figura unitaria. Cosa che dovrebbe spingere Draghi al Quirinale. I giochi veri si fanno in questi giorni. E chi il premier al Colle proprio non lo vuole giocherà tutte le sue carte. “Casini sta scegliendo la cravatta”. A caldo, dopo la nota di Forza Italia, nell’inner circle di Matteo Renzi, il commento era questo. Quel che è certo è che ormai Enrico Letta, che continua a portare avanti l’ipotesi Draghi, non esclude una sorta di “ballottaggio” tra i due. Magari alla quarta chiama.

Decisivi, almeno potenzialmente, gli incontri del leader del Pd di oggi: vedrà Matteo Renzi, e poi, insieme, Giuseppe Conte e Roberto Speranza. L’incontro con Matteo Salvini, previsto per stamattina, probabilmente slitterà. La posizione che andrà ripetendo a tutti è sempre la stessa: no ai candidati di centrodestra (tanto più dopo la sua “deflagrazione” di ieri), sì a una figura autorevole, scelta in modo condiviso. I nomi in ballo sono tre: Draghi, Casini e Giuliano Amato. Se nell’incontro con Renzi di venerdì il nome di Casini era esplicitamente sul tavolo, potrebbe tornare su quello dell’incontro con il leader della Lega. Perché al Nazareno ce l’hanno chiaro da giorni che se il centrodestra dovesse fare il nome di Casini o di Amato, il Pd lo voterebbe in blocco. E molto più volentieri di quanto direbbe di sì al premier. Proprio con il dottor Sottile il segretario del Pd ha parlato al telefono giusto un paio di giorni fa. Segnali.

Non è escluso che nel dialogo con Salvini possano uscire altre ipotesi. In alcune delle interlocuzioni di questi giorni, il segretario dem avrebbe proposto al leader leghista anche Paolo Gentiloni, prospettandogli persino uno scambio (Giancarlo Giorgetti come Commissario Ue agli Affari economici). Al netto di questo, il nome di Gentiloni evoca uno scenario di cui si parla molto nei palazzi: su di lui potrebbe convergere proprio Berlusconi, per vendetta contro gli alleati che non lo hanno sostenuto a sufficienza. Eppure, il segretario dem con Salvini tratterà anche sul governo, cercando di portarlo sul nome del premier come candidato al Quirinale. Magari per Palazzo Chigi metterà in campo anche lo stesso Casini. Perché poi che Draghi resti al governo se sarà proprio quest’ultimo ad andare al Quirinale è tutto da vedere. Letta con Conte e Speranza, poi, oggi insisterà sulla necessità di mantenere una linea condivisa. E si deciderà su come comportarsi alle prime votazioni. Il segretario è fiducioso sul fatto che Giuseppe Conte manterrà una strategia unitaria, anche se il leader M5S ieri ha ribadito che Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi.

Oggi pomeriggio ci sarà anche l’assemblea con i grandi elettori dem: non è escluso che le posizioni divergenti nel partito, rispetto alla linea che vuole Draghi al Quirinale, vengano fuori. Letta dovrà cercare di evitare che si materializzino, invece, nel segreto dell’urna.