C’è una pandemia che negli anni rischia di fare molti più morti del Covid-19. È quella delle cure mancate a causa dell’emergenza che da due anni condiziona la vita degli ospedali. Il 31 gennaio scade il termine, fissato dalla legge di bilancio, entro cui le Regioni devono presentare ai ministeri della Salute e dell’Economia i loro Piani per la rimodulazione delle liste d’attesa, cioè i programmi con cui intendono spendere i complessivi 500 milioni di euro stanziati (per la seconda volta) per il recupero delle prestazioni non erogate a causa della pandemia: centinaia di migliaia di ricoveri e interventi chirurgici e milioni tra visite, esami diagnostici e sedute di riabilitazioni.
Molte Regioni sono in difficoltà, i ricoveri Covid dovrebbero iniziare a scendere ma siamo ancora in emergenza, con il 18 per cento delle terapie intensive e il 30 per cento dei reparti ordinari occupati da malati positivi al Sars-Cov-2. Anzi da novembre/dicembre si è ricominciato a sospendere gli interventi chirurgici programmati, compresi quelli oncologici, in una misura che la Società italiana di chirurgia valuta tra il 50 e l’80 per cento, con tanto di circolare ministeriale (del 18 dicembre) che consentiva di rinviare le prestazioni definite non urgenti richiamando quella del marzo del 2020, quando ancora nemmeno si capiva cosa fosse il Covid-19. Vallo a dire a chi ha i calcoli della colecisti o l’ernia che l’intervento non è urgente: chi può paga e si fa operare in privato; chi non può si aggrava. Le visite e gli screening oncologici rinviati porteranno a scoprire malattie e tumori in fase più avanzata, con tutto ciò che significa. Nel Lazio, secondo un’indagine de ilfattoquotidiano.it, i tempi di attesa per alcune visite specialistiche possono arrivare fino a 8-12 mesi, quelli per gli interventi non urgenti a sei mesi. E resta il problema della mancanza degli anestesisti, costretti a gestire l’eccezionale carico delle terapie intensive dovuto al Covid.
Come confermano dalla Salute e dalle Regioni, non è sicuro che tutti i Piani siano presentati a fine gennaio. L’ipotesi che si fa strada è quella di consentire alle Regioni di aumentare la quota utilizzabile attraverso convenzioni con le strutture private, sia pure con un rigido controllo sugli standard qualitativi oltre al monitoraggio già previsto per gli ospedali pubblici, secondo le linee guida che una commissione ministeriale sta elaborando e dovranno essere approvate in Conferenza Stato-Regioni. Al momento la legge prevede la possibilità di spendere in convenzione con i privati 150 di quei 500 milioni, che fanno parte della dotazione aggiuntiva di due miliardi di euro disposta per la Sanità. Alle Regioni, nel 2021, sono arrivati altri 600 milioni per il Covid-19, più altri 400 con l’ultimo decreto Sostegni. Fa un miliardo, la richiesta era di due.
Il problema è serio. Si stanno confrontando il ministro Roberto Speranza e il coordinatore degli assessori regionali alla Sanità, l’emiliano Raffaele Donini. Per ridurre le liste d’attesa che si allungano lo Stato aveva già fatto un analogo stanziamento con il decreto legge 104 dell’agosto 2020, anche allora erano 500 milioni che però, secondo il “Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica” approvato nel maggio scorso dalla Corte dei Conti, per circa il 67 per cento non sono stati spesi. Come sempre le Regioni non sono tutte uguali: in quelle meridionali e insulari la quota accantonata ammonta al 96 per cento, in quelle settentrionali al 54 per cento e in quelle centrali al 45 secondo i dati della Corte dei Conti rielaborati da Salutequità, che ha attivato un “Osservatorio permanente sullo stato di assistenza ai pazienti non Covid-19”.
“È il tema che dovrebbe essere in cima alle priorità dello Stato e delle Regioni e mi sembra che l’approccio non sia ancora così deciso – osserva Tonino Aceti, presidente di Salutequità, già portavoce della Federazione degli ordini degli infermieri (Fnopi) e coordinatore del Tribunale per i diritti del malato – A fine 2021 applichiamo ancora una strategia ferma al 2020, quella cioè di sospendere le prestazioni procrastinabili e fare solo quelle urgenti. Certo, il 18 dicembre c’era poco altro da fare, bisognava pensarci prima, adottare modelli organizzativi più efficaci come ad esempio pensare a ospedali solo per il Covid e consentire agli altri di andare avanti su tutto il resto. Manca il personale ed è necessario potenziarlo per incrementare la risposta degli ospedali e dei servizi territoriali. Non si possono ripetere nel 2022 gli errori del 2020 e del 2021”, dice Aceti.
I numeri del 2021 non sono ancora completi, quelli del 2020 fanno paura. Rispetto all’anno precedente, si legge nel 4° Report di Salutequità che ha rielaborato i dati della Corte dei Conti, sono saltati oltre 1,3 milioni di ricoveri (il 17 per cento di quelli del 2019), circa metà medici e metà chirurgici, compresi oltre 500 mila urgenti. Sono diminuiti del 20 per cento gli impianti di defibrillatori e pacemaker e gli interventi cardiochirurgici maggiori; meno 13 per cento per la chirurgia oncologica; meno 15 e 10 per cento rispettivamente per i ricoveri per radioterapia e chemioterapia; meno 30 per cento per i tumori della mammella, meno 20 per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastrointestinale; meno 8 per i trapianti d’organo; meno 50 per i ricoveri pediatrici. Non tutto è recuperabile, naturalmente, però parliamo di prestazioni per un valore complessivo di quasi 6 miliardi di euro dei quali i 500 milioni stanziati, anche nell’ipotesi che le Regioni riescano a spenderli efficacemente, coprono solo una parte.
Per la prima metà del 2021 un rapporto di CittadinanzAttiva presentato a dicembre sulla base dei dati di Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali del ministero della Salute, stima un calo complessivo delle prestazioni sanitarie nell’ordine del 17 per cento rispetto al 2018 e al 2019, contro il meno 50 per cento del 2020. Insomma, invece di recuperare si sono accumulati ulteriori ritardi ai quali, negli ultimi mesi, se ne sono aggiunti altri.
Naturalmente c’è chi ha recuperato. Sempre secondo l’indagine di CittadinanzAttiva, al 31 dicembre 2021, il Trentino ha fatto il 73 per cento delle 24 mila prestazioni ambulatoriali saltate ma appena l’1 per cento dei ricoveri; l’Abruzzo il 64 per cento dei 60 mila screening oncologici, il 43 per cento delle prestazioni ambulatoriali e quasi il 25 per cento dei ricoveri; l’Emilia-Romagna il 95 per cento delle prestazioni e il 35 per cento dei ricoveri; le Marche 70 e 50 per cento. Ma è la stessa indagine a documentare come nella percezione dei pazienti cronici le cose non siano migliorate granché rispetto al terribile 2020. Nel 2021 infatti il 40,5 per cento degli interpellati dichiara che fare una visita è più difficile dell’anno precedente contro il 35,3 per cento di un anno prima, la quota sale dal 36,5 al 39,9 per cento per le prestazioni diagnostiche e i ricoveri; circa uno su tre riferisce di ritardi negli interventi chirurgici e qui il dato è stabile; scende invece dal 38 al 32 per cento la quota di chi lamenta l’interruzione degli screening programmati.