“Il premier stia dov’è”. Conte vuole giocare anche la carta Belloni

Si sentivano sull’orlo di un burrone, stretti tra i sogni del Caimano e le mire, più che concrete, di Mario Draghi. E invece ieri sera ecco l’assist su cui Giuseppe Conte e i Cinque Stelle confidavano silenziosamente, da giorni. Arriva proprio da Silvio Berlusconi, che con un pugno di righe si ritira dalla corsa al Colle e poi esorta indirettamente il presidente del Consiglio a rimanere a Palazzo Chigi. “Sta vincendo la linea di Conte, che ha tenuto duro su Berlusconi e Draghi, aprendo a Matteo Salvini” esultano subito dai piani alti. “Adesso il premier ha sicuramente perso punti” è la lettura diffusa tra diversi grillini. Ma non tra i dimaiani: convinti che Draghi resti il favorito, “perché il centrodestra spaccato alla fine convergerà su di lui” sussurra un parlamentare di peso.

Però Conte festeggia ugualmente: “Il ritiro di Berlusconi è un passo avanti, ora tutti si stanno rendendo conto che non possiamo permetterci di interrompere l’azione del governo e di sostituire Draghi a Chigi”. Ora “è tempo di un serio confronto tra le forze politiche” sostiene ancora Conte. Di sicuro è mutata l’inerzia del gioco. E può riaffiorare la vera speranza dei 5Stelle, il bis di Sergio Mattarella. Chimera che potrebbe tramutarsi in ipotesi concreta solo con l’appoggio di Berlusconi e di Salvini. Così sullo sfondo c’è un altro percorso, costruito con giorni di contatti ad alto livello. E conduce a un nome riemerso nelle ultime ore, Elisabetta Belloni. Il direttore generale del Dipartimento delle informazioni, diplomatica con 35 anni trascorsi alla Farnesina, stimata trasversalmente, senza nemici politici apparenti.

In settimana proprio Draghi l’aveva ricevuta a Palazzo Chigi. Per il premier la 63enne romana potrebbe essere una sostituta ideale come presidente del Consiglio, visto anche che consentirebbe di non spostare di casella i tre ministri in carica che tutti citano nel toto-premier: in ordine di quotazione, Vittorio Colao, Marta Cartabia e Daniele Franco. Ma i più maliziosi danno anche un’altra interpretazione: “Draghi ha provato a bruciarla nella corsa al Colle”. O come dicevano i latini, a promuoverla per rimuoverla. Perché Belloni è un nome su cui si è lavorato e si lavora, nei tavoli tra i partiti. E potrebbe essere perfetta per il Movimento che su Draghi rischia di andare in mille pezzi. Per questo punterebbe su una figura non certo sconosciuta a Di Maio, che con Belloni ha lavorato da ministro degli Esteri. Nei giorni scorsi Conte ha sondato vari leader sul suo nome, e ha trovato solo consensi. Belloni andrebbe bene sia a Fratelli d’Italia che alla Lega. E anche dai piani alti di Forza Italia sussurrano: “Non si vede perché Berlusconi dovrebbe dire no, è un profilo di livello”. Controindicazioni? Una, innanzitutto: è arrivata al Dis solo otto mesi fa, e spostarla da quell’incarico significa toccare equilibri notoriamente delicatissimi. Nell’attesa, anche nella cabina di regia di ieri Conte ha parlato di due alternative, già illustrate agli alleati giallorosa come a Salvini: il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi e l’ex ministra della Giustizia, Paola Severino. Nomi che dal M5S non hanno celato, per mostrare di avere opzioni. Anche se poi bisogna ragionare su Pier Ferdinando Casini, eventualità per nulla residuale. Conte potrebbe deglutirlo senza troppi patemi, Di Maio idem. Il corpaccione del M5S però a sentirlo evocare si agita, borbotta.

Non quanto a udire altri nomi, però (Giuliano Amato, per esempio). E non certo come per Draghi. Così il punto resta evitare proprio lui, il premier. Anche ieri parlando di “crisi di governo”, il M5S ha toccato una corda precisa, quella della paura di tanti eletti di un voto anticipato o di uno stallo istituzionale. Ma c’è di più. In alcune delle riunioni ristrette, Conte lo ha precisato: “Se Draghi venisse eletto al Quirinale, a quel punto il M5S potrebbe consultare gli iscritti prima di entrare nel quarto, diverso governo in quattro anni”. Sillabe con un significato preciso: la permanenza dei 5Stelle in maggioranza, una volta salito il premier al Colle, non andrebbe data per scontata. Stasera comunque è prevista l’assemblea congiunta del M5S. E l’avvocato dovrà esporsi, più del solito.

B. alza bandiera bianca e azzoppa Draghi. Salvini ha una sua rosa di nomi

Ha cavalcato il sogno di una vita, quello del Quirinale, per un paio di mesi. Ma alla fine Silvio Berlusconi si è dovuto arrendere. Alla realtà – i numeri e la spaccatura sul suo nome – e a una salute sempre più cagionevole. Si è ritirato nel modo peggiore possibile per un uomo di spettacolo e comunicazione come lui: un lungo messaggio letto all’inizio del vertice di centrodestra, convocato via zoom, dalla sua fedelissima Licia Ronzulli. Dopo aver ringraziato tutti coloro che gli avevano dato fiducia, Berlusconi ha fatto un passo indietro nonostante “avessi verificato l’esistenza dei numeri”: “Rinuncio per responsabilità nazionale e per evitare polemiche o lacerazioni che oggi la nazione non può permettersi”. Una lettera che però porta con sé anche un duro colpo nei confronti di Mario Draghi, suo competitor per la corsa al Colle: “È necessario che il premier concluda la sua opera a Palazzo Chigi fino alla fine della legislatura”. Nè io nè lui dice Berlusconi. Anzi, serve un nome “da concordare nel centrodestra che raccolga un vasto consenso in Parlamento”. Posizione, quella sul premier, su cui però il centrodestra si spacca durante il vertice. A frenare è Fratelli d’Italia che fa sapere di non essersi espresso su Draghi al Colle (“è un problema delle forze di governo”) mentre Matteo Salvini rimane più neutrale: “Anche Berlusconi condivide che non c’è bisogno di tirare Draghi per la giacchetta” fanno sapere fonti leghiste in serata.

Ma Berlusconi ieri non c’era. È stato invisibile. Nessuno lo ha visto alla riunione con i ministri di metà pomeriggio e al vertice iniziato alle 19 al suo posto ci sono Ronzulli e Antonio Tajani. Non sta bene l’ex Cavaliere e per tutto il giorno si rincorrono voci su un suo ricovero al San Raffaele. Nessuna conferma ufficiale. Ma è anche per questo motivo, come gli aveva consigliato la figlia Marina, che ha deciso di non candidarsi.

Adesso il centrodestra può giocare la sua partita. Durante il vertice non si fanno nomi ma Matteo Salvini ha pronta una rosa “di alto profilo e su cui nessuno potrà mettere veti” da sottoporre a Enrico Letta e Giuseppe Conte già contattati ieri sera dal leader leghista. La lista prevede almeno quattro candidati: Maria Elisabetta Alberti Casellati, Letizia Moratti, Marcello Pera e Franco Frattini. Più indietro Pier Ferdinando Casini che viene considerato un nome da far uscire al quarto scrutinio dopo il prevedibile “no” dei giallorosa ai primi quattro candidati. Nelle prossime ore i leader del centrodestra si risentiranno ma la strategia è di votare scheda bianca nei primi due scrutini.

La giornata di ieri è stata lunghissima. Per tutta la mattina si parla di un possibile slittamento del vertice convocato per le 16. Ma da Arcore si fa sempre più strada l’ipotesi di un rinvio che irrita gli alleati. Berlusconi, o chi per lui, prende tempo. Alle 16.30 viene convocata una riunione con i ministri e i sottosegretari azzurri. La frase, attribuita a Berlusconi (che però non si fa vedere), lascia tutti sulle spine: “Non ho ancora deciso”. Le ministre Mariastella Gelmini e Mara Carfagna pongono dubbi sui numeri che “non ci sono” ma garantiscono che “qualunque sarà la tua scelta, saremo al tuo fianco”. Ai ministri Tajani lo dice chiaramente: “Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi”. Alle 19 finalmente il vertice inizia. Sono tutti collegati via Zoom: per FI ci sono Ronzulli e Tajani, Salvini, Meloni, Cesa, Lupi, Toti e Brugnaro. La fedelissima di Berlusconi legge la lettera e a quel punto tutti i leader ringraziano l’ex premier per “il gesto di responsabilità”.

Ma Fratelli d’Italia non può accettare il passaggio in cui Berlusconi auspica “la fine della legislatura nel 2023”. “Per noi deve finire e si deve votare – eccepisce La Russa – e su Draghi noi non ci siamo ancora espressi. Questa è una vostra posizione”. “Allora lo volete al Quirinale…” lo provoca Tajani. “Non è così, ma è un problema delle forze di maggioranza, di Lega e FI” replica il senatore meloniano. Nel frattempo sulle agenzie esce il “no” di FdI a Draghi al Colle. E lì Meloni va su tutte le furie. Dopo pochi minuti esce un comunicato al vetriolo: “Non abbiamo apprezzato le indiscrezioni uscite che non corrispondono in alcun modo alla realtà. Non ci siamo mai espressi su Draghi”. Il vertice finisce senza un comunicato congiunto. Berlusconi esce di scena, ma il resto della coalizione è a pezzi.

Spingitori e cappellai

Aleggere i giornaloni italiani ed esteri, domani Montecitorio potrebbe restare tranquillamente chiuso e risparmiarsi i lavori del seggio-parcheggio per i grandi elettori positivi al Covid: tanto al Quirinale è già stato eletto Mario Draghi col 101% dei voti. È un nuovo sistema elettorale perfettamente in linea con i tempi che corrono: l’elezione per acclamazione, riservata non più ai rappresentanti del popolo, ma a quelli del mestiere più antico del mondo (il giornalismo: che avevate capito?). Un sistema che presenta l’indubbio vantaggio della rapidità e anche del risparmio di carta (al posto delle schede, le lingue). Purtroppo, salvo Dpcm dell’ultim’ora, si sono scordati di brevettarlo e toccherà fare come le altre volte: con quelle barbose procedure chiamate Costituzione, Parlamento e Democrazia Rappresentativa. La situazione, a ieri sera, è la seguente.

Gli spingitori. Draghi al Quirinale lo spingono più all’estero che in Italia, anche perché accade solo in Italia che per nominare il premier o addirittura il capo dello Stato (italiano) si chieda il permesso all’estero. In tutti i sondaggi, due terzi degli italiani non vogliono che il premier diventi capo dello Stato: sia perché doveva portarci fuori dalla pandemia e abbiamo 3-400 morti al giorno, norme-barzelletta come il Dpcm sui tamponi all’edicola, e alle Poste per la pensione e al supermercato per lo shopping con rastrellamenti della forza pubblica cassa per cassa, norme già fallite come il Green pass anti-contagi e l’obbligo vaccinale per gli over 50 (ne ha convinto appena 1 su 10 e dal 1° febbraio gli altri 9 stanno a casa); sia perché questo governo-ammucchiata è nato su misura di Draghi e non c’è nessun clone che possa tenerlo in piedi al posto suo. Non lo vogliono neanche i costituzionalisti con la testa sul collo, perché non s’è mai visto un premier che trasloca al Colle e continua a governare di lì per interposto prestanome: quello si chiamerebbe presidenzialismo se avessimo i contrappesi previsti di regimi presidenziali (negli Usa il presidente può avere contro una delle due Camere, o anche entrambe), invece non li abbiamo e quindi si chiamerebbe monarchia assoluta. Quanto ai big della politica, la resa anticipata al banchiere è stata finora sventata dai no di Conte, Salvini e Meloni (che avrebbe votato Draghi in cambio delle elezioni, ma ora ha capito che non avrà neppure quelle, mentre con lui sul Colle dovrà compiere 120 anni per fare il premier se vince le elezioni). Al momento gli unici a volere Draghi sono Gianni Letta (che non è parlamentare), Enrico Letta (che non può dirlo perché mezzo Pd non lo vuole) e il duo Toti-Brugnaro (che non sono big).

Perciò gli spingitori di Draghi nei giornaloni ripetono a mantra che sono tutti per lui e lui è già al Colle: per convincerli che è così e non può che esserlo, puntando sulla rassegnazione dei peones e sullo sport nazionale del salto sul carro del vincitore. E non è detto che, in caso di stallo permanente, a furia di fumate nere, la maxi-balla non si autoavveri. Ora come ora gli spingitori sono così mal messi che il Corriere deve titolare: “Il premier in testa alle preferenze. Il 62% vorrebbe una donna”, dal che si deduce che Draghi è un ermafrodito, come le cernie, le ostriche piatte e le cappesante.
I quirinabili. Siccome, per la prima volta nella storia, non esiste una maggioranza né di centrodestra né di centrosinistra, ha più chance chi non appartiene a nessuno dei due (tipo Draghi, ma anche personalità meno ingombranti come Belloni o Severino o figure simili) o chi appartiene a entrambi (tipo Casini). E, fra questi, chi ha la fortuna di non essere nominato (nel senso del Grande Fratello: bruciato) da nessun capo-partito. In questa fase, chi meno parla più conta. E non è detto che queste procedure carbonare si rivelino, a conti fatti, una disgrazia: persino Berlusconi potrebbe rendersi utile alla democrazia, ovviamente a sua insaputa, se per ripicca o gelosia, dopo aver contribuito a liberarci del penultimo aspirante padrone (Renzi) e rinunciato a diventarlo lui, sbarrasse sul serio la strada pure all’ultimo (Draghi).
I cappellai. C’è chi dice che tra i supporter di Draghi ci siano anche Renzi e Di Maio. È vero, ma la questione è più complessa. I due ambiscono a intestarsi a posteriori chiunque venga eletto, mettendo il cappello a priori su qualunque candidato leggano sui giornali. Il primo, meno furbo, lo fa con tre-quattro interviste al giorno in cui promuove tutti e non boccia nessuno: così, dopo, farà il solito giochino della mosca cocchiera o della pulce con la tosse (“Ho vinto io! Ho fatto tutto io! È mio!”). Il secondo, più furbo, non dice nulla e incontra tutti: oltre a Draghi, ha visto o sentito Casini, Moratti, Giorgetti, Casellati, Brugnaro, Amato, Riccardi, Confalonieri, Letta sr. e jr.. Secondo il Corriere, è “pronto ad avallare qualunque soluzione risulti vincente” e “pur di restare alla Farnesina, si è promesso a tutti, affiancando addirittura un proprio sherpa a ogni candidato”. Quanto conti il suo apporto non si sa: i suoi fedelissimi in Parlamento non superano la ventina, ma sui giornaloni lievitano prodigiosamente ora a 70 ora a 100 (si attendono i dati della Questura), come i carri armati di Mussolini. E, siccome i candidati ogni tanto si parlano, capita che uno si vanti con l’altro di avere l’appoggio di Di Maio e si senta rispondere: “Ma lo sai che anch’io?”.

Eleggere il capo dello Stato: un rito laico nel nome della Costituzione

Gianluca Passarelli è un giovane professore di Scienza politica, prolifico scrittore di libri, articoli scientifici e articoli di giornale e questo piccolo manuale, “dedicato agli studenti” dei suoi corsi viene pubblicato, con manifesta intenzionalità, alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Il libro è utile per passare in rassegna le modalità di elezione, le cifre e i contesti dei passati scrutini, ma soprattutto per rivedere le biografie e le caratteristiche politiche degli 11 presidenti che hanno già ricoperto l’incarico. Lette l’una dietro l’altra tratteggiano rapidamente un po’ di storia politica d’Italia e consentono di osservare i passaggi spericolati che di elezione in elezione hanno condotto alla meta finale. Dalle “prediche inutili” di Luigi Einaudi al primo democristiano al Quirinale, Giovanni Gronchi, al primo uomo a sinistra, benché ultra-moderato e atlantista, Giuseppe Saragat. E poi Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro. Fino a Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, “il faro nella temperie politica”.

“L’elezione presidenziale rappresenta un grande rito repubblicano”, scrive Passarelli, “un conclave laico”, imperscrutabile e sibillino e senza alcun controllo. Non ci si candida, non c’è dibattito, non ci sono comizi, tutto è nelle mani dell’ispirazione momentanea dei 1009 grandi elettori che hanno, formalmente, un potere assoluto. Voto segreto e rischio di “franchi tiratori” completano un quadro segnato da una evidente imprevedibilità. Il rito affascina proprio per questo, così come ci si incanta a seguire le mosse dei cardinali in occasione della rielezione del Papa. Un processo disegnato con cura dai costituenti che, ripercorrendo la storia passata, ha sostanzialmente assolto al compito di inviare sul Colle più alto un figlio della Costituzione incaricato di garantirla. Purtroppo, aggiungiamo noi, mai una figlia.

Il presidente della Repubblica in Italia, Gianluca Passarelli, Pagine: 114, Prezzo: 13, Editore: Giappichelli

 

“Sono felice di aver vissuto il peggio”

Quando, nel febbraio dello scorso anno, Papa Francesco bussa alla porta della sua casa romana di via Margutta, Edith Bruck è incredula: “Accecata dalla sua figura bianca, ho pianto e ci siamo abbracciati. Gli ho dato uno spazio nel mio cuore di ebrea”. Bergoglio è colpito da questa donna ungherese di 90 anni, sopravvissuta alla Shoah, che nei suoi libri mostra che pure dentro l’inferno resistono sprazzi di umanità. Un aneddoto resta emblematico: un soldato tedesco, durante la prigionia nel campo di concentramento, lancia contro la scrittrice una gavetta che nel fondo conserva un residuo di marmellata. Bruck lo rievoca nelle pagine di Il pane perduto, il romanzo che lo scorso anno ha vinto lo Strega giovani e che l’ha imposta con rinnovata centralità sulla scena letteraria.

Sulla scia di questo riconoscimento La nave di Teseo ripropone in una nuova edizione Lettera alla madre. Un dialogo postumo con la madre che non ha nulla di edificante. Il confronto è impietoso, scandito dalle recriminazioni: “Io non ti costringerei a mangiare ciò che mangio io, come mi avevi costretto tu proibendomi di toccare il maiale anche se morivo di fame”. Bruck sfida questa madre bigotta e tradizionalista, morta nell’orrore del lager: “Sai che ti dico, mamma, è una pazzia, lo so, ma io non sono normale, io sono contenta di essere ciò che sono, di aver vissuto il peggio che mi ha permesso di conoscere l’uomo per sempre, un tempo per tutti i tempi, anche gli ebrei, mamma, noi, che dopo quello che abbiamo visto e vissuto, subito invece di migliorare siamo peggiorati”. Questo passaggio è forse rivelatore di tutta la narrativa dell’autrice, cominciata nel 1959 con Chi ti ama così (pubblicato in una collana diretta da Bilenchi e Luzi) e che annovera una ventina di opere. Nelle sue pagine non ci sono reticenze, tutto è espresso senza infingimenti. Nessun giro di frase a vuoto nel suo “italiano adottato”. La lingua materna è una nemica da sfuggire: “L’italiano per me è una difesa, una corazza che mi concede maggiore libertà”.

Bruck, nata nel 1931 in un villaggio ungherese, ultima di sei figli, è stata strappata dalla Storia a una vita comune. A tredici anni, nel 1944, viene deportata ad Auschwitz. Accade subito dopo la Pasqua ebraica. La sera precedente la madre impasta la farina per la fine della festa. Quando all’alba sta per infornare, i gendarmi bussano alla porta. La madre non smette di pensare a quelle pagnotte, da qui Il pane perduto che dà il titolo al suo testo più fortunato. Bruck, per lungo tempo nient’altro che un numero, il 11152, un giorno a Dachau comprende che non tutto è perduto quando un cuoco pronuncia il suo nome: “Mi sono sentita esistere, una persona umana. Era la luce che si faceva strada dentro il buio”. Nel 1945 si trova nel campo di Bergen-Belsen liberato dagli americani. Riprende a vivere con fatica, ridotta a venticinque chili di peso. Nel 1948 raggiunge Israele, si sposa e assume il cognome Bruck. Si separa, fa le pulizie in un ospedale, la cameriera. Approda in Italia nel 1954, affittando una stanza da un tipografo a Roma in via del Babuino. È qui che capisce che deve raccontare, che non può non condividere la sua terribile esperienza, consapevole che “la carta sopporta parole che neppure lontanamente immaginiamo”. Resiste, si consacra alla testimonianza. Lascia la sua impronta anche nel cinema. È consulente di Gillo Pontecorvo per il suo film Kapò, dal suo Andremo in città viene tratto l’omonimo film sceneggiato da Cesare Zavattini.

Non molla la presa, a differenza del suo caro amico Primo Levi, morto suicida nel 1987. Bruck ancora oggi si tormenta e si domanda: “Chissà cosa l’aveva ferito di più, il passato o il futuro?”. La Spoon River dell’autrice contempla anche il marito Nelo Risi, poeta e fratello del celebre regista Dino, scomparso nel 2015 dopo aver lottato contro l’Alzheimer. Crudele paradosso della sorte per lei, custode della memoria, assistere il compagno di una vita smarrito nell’oblio. Una donna, Edith Bruck, a cui la vita non ha risparmiato nessun dolore e tanto incapace di affogare nell’odio che quando un ragazzo le ha chiesto cosa farebbe se avesse davanti l’uomo che ha gasato la madre, ha risposto: “Niente. Non toglierei la vita neanche a una formica”.

Mathilde, killer grassa e anziana: il maestro Lemaitre si congeda dal noir

Mathilde Perrin ha sessantatré anni. È una donna grassa ma la sua faccia ha ancora i segni di un’antica e strabiliante bellezza. Siamo nel 1985 e Mathilde è bloccata nel traffico dell’autostrada verso Parigi. Teme di fare tardi, ha un importante appuntamento di lavoro. È diretta in un quartiere ricco della capitale. Arriva che è sera, dopo le nove. Mathilde ferma l’auto, scende e vede camminare l’uomo che aspetta. Prende la sua Desert Eagle con silenziatore e quando è il momento giusto gli spara nei genitali e lo finisce con un colpo alla gola, che quasi gli stacca la testa. Il lavoro è concluso e la donna rientra a casa.

Mathilde è una killer su commissione. Una mente lucida e diabolica. Un vera psicopatica. Ha cominciato da giovane durante la Resistenza, sventrando i nazisti. Pochissimi, tra i maschi, la volevano in missione con loro. Troppa crudeltà. Archiviata la guerra, la donna è stata ingaggiata dal suo comandante Henri per omicidi a pagamento, all’interno di una vasta rete con “clienti” di rango. I due, Henri e Mathilde, si sono amati senza mai consumare, nemmeno un bacio, e così lei ha sposato un medico, imponendosi una vita borghese di facciata. Il serpente maiuscolo (traduzione di Elena Cappellini) è il primo ma anche l’ultimo libro di Pierre Lemaitre, autore di punta del noir francese. Nel senso che non ne scriverà più a causa della tecnologia. Ed è per questo che Lemaitre conclude la sua vertiginosa parabola di giallista con il primo romanzo del 1985, mai pubblicato, “quando gli scrittori non dovevano temere che le loro storie fossero contraddette da cellulari, Gps” eccetera. Da leggere con la solennità che si deve a un grande maestro. Anche perché l’epilogo è sconcertante, puro Lemaitre.

Il serpente maiuscolo Pierre Lemaitre Pagine: 245 Prezzo: 20 Editore: Mondadori

 

L’interprete muta e l’amante in fuga: succede all’Aja

Parole e silenzi hanno un peso, lo sa la protagonista senza nome di Tra le nostre parole, romanzo finalista al Premio Joyce Carol Oates 2022 e al National Book Award 2021, di Katie Kitamura, californiana di origini giapponesi di cui in Italia è già stato tradotto Una separazione, che col nuovo ha punti di contatto, vedi alla voce relazioni complicate, turbamento esistenziale, atmosfere sottilmente tese servite da una scrittura minimale.

Natia di Singapore, infanzia a Parigi, poi trasferitasi a New York, da cui scappa dopo la morte del padre perché la metropoli “la disorienta”, la voce narrante approda infine all’Aja per lavorare come interprete presso la Corte penale internazionale, posizione che conquista mossa dal desiderio di trovare un posto da chiamare casa. Una scelta impegnativa perché una interprete non deve mai solo “dichiarare o interpretare, ma anche ripetere l’indicibile”. Farsi portavoce di carnefici o vittime è un carico che si deve saper reggere, pena cedere il passo all’ansia.

Nonostante la voglia di cambiare, la verità è che la sua nuova vita scricchiola. Si sente esclusa, sola, ospite, è abitata da una costante tensione come se “ogni forma di certezza potesse crollare senza preavviso”. Anche la città, seppur luogo non ancora usurato dalla familiarità o distorto dai ricordi, pare respingerla. “Era tranquilla ed energicamente civilizzata ma più la vivevo e più la sua aria di cortesia, i palazzi ben conservati e i parchi curati mi trasmettevano una nota d’inquietudine”. Inquietudine che attraversa pure i rapporti affettivi, sociali e professionali. Di Jana, l’amica curatrice museale, realizza di sapere poco e si domanda se dietro la sua frizzante loquacità si celi altro, ha colleghi che scandaglia e osserva intimorita e sospettosa, fare da interprete a un ex presidente dell’Africa occidentale sotto processo, un uomo “meschino e vanesio”, la fa sentire inadeguata, ha una relazione con Adriaan che è però ancora sposato con una donna fuggita a Lisbona per un altro e che non sa dove andranno a stare i due figli. Per chiarire la situazione lui partirà, lasciando la nostra in un silenzio assordante, a macerare tra se e ma, in attesa di un segnale.

Tutto sembra minaccioso, nessun volto la rassicura davvero, ogni parola potrebbe nascondere una bugia o una mancata verità. Rosa dai dubbi medita di gettare la spugna e andarsene, ma è nella disperata corsa verso la costa, sulle dune, per fuggire da ciò che la destabilizza, che accade l’inaspettato. Lì, dove è già stata da bambina, ricordo svanito e riesumato da una telefonata con la madre lontana, capisce che talvolta le parole che vorremmo dire devono lasciar spazio ai silenzi e che un istante può farsi rivoluzione. Bisogna fidarsi, rischiare.

Ci riuscirà al ritorno di Adriaan. “Smisi di parlare. La prospettiva che si era aperta per un istante, l’idea che il mondo dovesse ancora formarsi, o essere riscoperto, forse era qualcosa che in fin dei conti non potevo spiegare. La spiaggia non era che una semplice lingua di sabbia, e quella stessa acqua bagnava altre rive. Eppure, per un attimo, avevo sentito il paesaggio intorno a me vibrare di possibilità. Era da tanto tempo che cercavo di mettere ogni cosa al suo posto, di tracciare una linea che le unisse”.

 

Tra le nostre parole Katie Kitamura, Pagine: 176, Prezzo: 17, Editore: Bollati Boringhieri

Il “Realismo magico” degli anni 20: lontano dai “fallocefali” e dal baratro fascista

Sallusti e Santanchè tra i quadri di casa loro, in un Doppio ritratto di Casorati del 1924; un canuto Daniele Luttazzi ripreso dal medesimo nel 1922; tre donne nude sfinite dal sesso, gettate di sguincio tra bottiglie e carte da gioco, su un pavimento sparato verso l’alto in barba a ogni prospettiva (Cagnaccio di San Pietro, Dopo l’orgia); dello stesso, bambini tristi mostruosi come bambolotti, e poi sanificati biberoni medicinali virtuosamente a specchio su astuccio metallico. Avere a disposizione – tra l’altro – la collezione privata dell’architetto e designer Mario Bellini è una fortuna senza pari, e la mostra che ne esce (Realismo magico, Palazzo Reale a Milano, fino al 27.02) incanta per il susseguirsi di capolavori spesso “invisibili” (Funi, Oppi, Donghi, Broglio…) di quello che non è un vero “movimento” ma piuttosto un clima, un sentimento germogliato nell’Italia sospesa degli anni 20. Atmosfere lucide e tese, sguardi fissi e perduti, interni enigmatici in cui “non c’è nulla da capire e per questo non si capisce l’essenziale” (E. Pontiggia): a valle delle avanguardie, il recupero di un’arte narrativa che secondo Massimo Bontempelli deve inventare i miti e le favole necessarie ai tempi nuovi, perché “tradizione” non vuol dire la stanca imitazione dei “fallocefali”, ma “la continuità intima, profonda, tra manifestazioni di inaspettata novità”. E allora il culto del 400 (Mantegna, Masaccio…) nutre una pattuglia di artisti eterogenei, troppe volte appiattiti sull’ambito sarfattiano di “Novecento”, ma invece capaci di diventare metronomo per i colleghi tedeschi della Nuova Oggettività, in un reciproco scambio alla vigilia del baratro nel ’33. Manca qui una seria riflessione sul rapporto con De Chirico e il Surrealismo; manca un serio confronto con i capolavori tedeschi. Ma c’è da (ri)scoprire un mondo straordinario.

 

“Monterossi”, Bentivoglio è il perfetto anti-eroe

Essere un “errore di sceneggiatura”. Di quelle scritte così bene che l’inciampo diventa quasi un vezzo, guai non ci fosse. L’espressione uscita dalla bocca del sovrintendente Ghezzi è l’immagine più poetica e calzante attribuita all’“eroe per caso” Carlo Monterossi, ed è forse quella a lui meglio comprensibile quando, nella sala d’attesa di un pronto soccorso qualunque, il poliziotto cerca di spiegargli che sì, lui è l’errore necessario affinché la beffarda cronaca (nera) possa assomigliare alla finzione, quella di cui i suoi lettori e telespettatori sono pazzamente innamorati, del resto non si chiamerebbe Crazy Love lo show da lui ideato ma che ora detesta come la peste.

Uscito nel 2014 dalla penna di Alessandro Robecchi, il personaggio di Carlo Monterossi è fra le creature più sornione e lunari della nostrana letteratura crime-noir contemporanea, e non v’è dubbio alcuno che la traduzione in serie tv potesse incappare nell’errore, ma non quello benevolo di cui sopra, bensì quello del brutale appiattimento e appannamento del “tono” agrodolce di cui gli otto romanzi pubblicati da Sellerio sono luminosi portatori. E invece è accaduto qualcosa di ammirevole: insieme all’autore Robecchi, Davide Lantieri e Roan Johnson – a cui è stata affidata la regia – sono riusciti a calibrarsi sulle tracce melodiche e armoniche della fonte ispiratrice, consegnando dal 17 gennaio al pubblico di Prime Video sei episodi d’intrattenimento gradevole e raffinato come il buon whisky che il “nostro” assapora con “malinconica passione” mentre il sodale Bob Dylan gli chiarisce il senso della vita. Un anti-eroe antico e post-moderno quello di Robecchi a cui autori e produzione hanno affidato il miglior interprete possibile, perché la simbiosi corpo/volto/voce di Fabrizio Bentivoglio con il personaggio in questione è tale da non poterci più immaginare un Monterossi diverso. A partire da quel senso di “autentica milanesità”, così graffiante sottotraccia e giammai accessoria, che solo chi se la porta dentro e addosso come Robecchi sa emanarla in leggerezza e ironia. La mala-Milano, la Milano nera da Scerbanenco in giù, si ritrova intatta nei colori, sapori e odori di Monterossi – La serie, un bel gesto televisivo da sorseggiare con piacere.

“Uno Stato di m.”, suicidio in “Piazza”

“Questo Stato è una montagna di merda”: detto fatto, fuori dal teatro vengono depositati carichi di letame; il governo tenta di bloccare le recite; parte della stampa invoca la censura; il pubblico protesta in strada. È il 4 novembre 1988, al Burgtheater di Vienna debutta Heldenplatz, Piazza degli eroi, di Thomas Bernhard con la regia di Claus Peymann. In Italia, questa ferocissima pièce sulle radici catto-nazi-fasciste impossibili da recidere non era mai stata rappresentata: un applauso perciò a Roberto Andò che l’ha prima allestita e mandata in onda su Rai5, causa Covid, e poi riportata dal vivo sul palco del Mercadante di Napoli a ottobre e ora in tour. Uno spettacolo immancabile, necessario, sconquassante, e infatti non ha vinto manco un premio Ubu.

Tutto il mondo è Paese, e ce n’è così di Paesi che non hanno fatto i conti con il proprio passato catto-nazi-fascista; anzi, tentano di riesumarlo, questa seconda volta come farsa, dopo la prima come tragedia: il protagonista è il defunto professore ebreo Josef Schuster, sopravvissuto alla Shoah con una fuga a Oxford, ma soccombente nella Vienna degli anni 80, dove è tornato a vivere lusingato dall’università. Si suicida gettandosi dal suo appartamento affacciato su Piazza degli eroi, dove Hitler annunciò – davanti a una folla festante – l’Anschluss. Cinquant’anni dopo nulla è cambiato, al contrario: “A Vienna ci sono adesso più nazisti/ che nel trentotto”. A pochi mesi dal debutto, nel febbraio del 1989, Bernhard muore, lasciando Heldenplatz come testamento spirituale, definitivo e incendiario: “Nulla potrà essere rappresentato, stampato o letto in pubblico all’interno dei confini. Sottolineo espressamente di non voler avere nulla a che fare con lo Stato austriaco”.

Spiega ora il regista italiano: “La piazza e le voci inneggianti (al Führer) sono le stesse che ovunque nell’Europa smarrita di oggi invocano l’uomo forte, ‘un regista che li sprofondi definitivamente nel baratro’”. I sopravvissuti al suicidio di Josef, insomma, non se la passano bene: “La cosa tragica non è che mio fratello sia morto/ essere rimasti indietro noi è la cosa tremenda”, chiosa Robert Schuster, qui uno straordinario, corrosivo Renato Carpentieri, affiancato da un cast eccellente, in cui spiccano la governante Imma Villa e la vedova Betti Pedrazzi, impazzita perché ancora sente le grida dei nazisti in piazza, sotto casa. La follia è una malattia di famiglia e “la vita una continua percezione del dolore… Per quelli come noi il cimitero è sempre stato l’unica via di scampo”. Se dentro è un manicomio, fuori è l’inferno: il Paese è equamente distribuito tra cattolici infami e infami nazionalsocialisti, le poltrone sono spartite dai partiti, un governo vale l’altro tanto a decidere sono la Chiesa e l’industria. Poi certo ci sono riferimenti filosofico-grotteschi all’amato Wittgenstein, le tirate musical-esistenziali o la parodia del lirico Cechov, ma questa Piazza è squisitamente politica.

Toccante è la scena di Gianni Carluccio che alla ribalta lascia esposte – come al museo della Memoria – scarpe e valigie, quel che resta di chi è stato portato via sul treno, per sempre. Peccato solo per qualche sbavatura, come le foglie che cadono a marzo, gli “a parte” registrati, i controscena del bravo musicista Vincenzo Pasquariello. Furbetta, infine, è la traduzione attualizzata di Roberto Menin, che sbrodola coi “sovranisti e populisti”, forse per far gridare alla “profezia” i colleghi di Repubblica. Peccato che Bernhard non li abbia mai menzionati.

 

Roma, fino a domani; poi Torino, Genova, Palermo, Brescia, Firenze e Salerno

Piazza degli eroi, Roberto Andò, in tour fino al 6.03