“Stringimi forte” per dimenticare l’abbandono

Prima la cattiva: ormai si sta peggio in sala che fuori, non per le condizioni sanitarie, ma per la scarsità degli spettatori e la gramezza dell’offerta. Poi la buona notizia: nel deserto sta arrivando un grande, grandissimo film, Stringimi forte di Mathieu Amalric.

Ci vuole coraggio, se non incoscienza, e al distributore Stefano Jacono di Movies Inspired non difettano, sicché la sesta prova dietro la macchina da presa dell’attore de Lo scafandro e la farfalla, Quantum of Solace e innumerevole d’essai transalpino arriva su grande schermo il 3 febbraio.

Liberamente mutuato dalla commedia Je reviens de loin di Claudine Galea, è senza ombra di dubbio il miglior titolo francese della scorsa Cannes, ma non da oggi i festival si fanno annusando l’aria che tira, anziché il cinema che ispira, sicché Titane di Julia Ducournau ha trovato una Palma miserabile e Serre-moi fort è stato scippato della competizione e relegato nella neonata sezione Cannes Premiere.

Poco male, rimarrà – l’anteprima italiana è stata lo scorso settembre al Festival Film Villa Médicis di Roma – quale una delle più libere, eterodosse, lucide e geometriche elaborazioni del lutto che la Settima Arte abbia saputo prospettare, incardinato com’è sull’ambivalenza – e lo struggimento – dell’abbandono: abbandono di e abbandono a. Si potrebbe scomodare Heidegger, di certo va richiamata la sensibilità di cui Amalric aveva dato prova in Tournée, La chambre bleue e Barbara, una sorta di alfabetizzazione umana – e umanista – non comune, incline alla dolenza ma non votata alla rassegnazione.

L’incarnazione tocca a Vicky Krieps, scoperta alle inquadrature che restano dal Paul Thomas Anderson de Il filo nascosto: l’interprete lussemburghese, classe 1983, mette in carnet un altro ruolo prezioso, un assolo chiamato a riecheggiare dubbio e morte, angoscia e salvezza. Lo fa strepitosamente bene, con pragmatica devozione a qualcosa di più grande – efferato, ineluttabile? – di lei, e lo fa strepitosamente bene da subito, allorché la sua Clarisse se ne va di casa, all’alba, lanciando un ultimo sguardo sui bambini e il marito (Arieh Worthalter) addormentati. Il commiato, o il cordoglio, è una scatola di cereali che mette in tavola, la destinazione il mare in risposta allo “Stai fuggendo?” di un’amica alla stazione di servizio.

Verranno le nevi, i banconi del bar, le esecuzioni al piano, gli (auto)erotismi e le colazioni in memoriam disseminate come molliche in un thriller ambiguo e ondivago, scritto nel senso delle fiabe con l’inchiostro degli incubi.

Clarisse è in fuga, e chissà che non sia movimento da fermo, Clarisse è una principessa rotta che beve, non si rassegna e gioca a specchio con la disgrazia. Se sono i migliori i primi ad andarsene, tocca rassegnarsi al peggio o partire, anche solo di testa?

Perturbato e perturbante, sincero e scoperto, è un film che merita di essere esaudito: stringiamolo forte, stringiamolo in sala.

 

“I miei anni con Morricone: tra genio e Charlie Brown”

Acclamato alla Mostra di Venezia, dove avrebbe meritato l’apertura in Concorso, benedetto da un cast stellare, da Bruce Springsteen a Clint Eastwood, Ennio è lo strepitoso documentario che Giuseppe Tornatore ha dedicato a Morricone, il collaboratore e amico di una vita, ovvero il musicista più popolare e prolifico del XX secolo, autore di oltre cinquecento colonne sonore. Anteprime in tutta Italia il 29 e 30 gennaio, arriverà al cinema il 17 febbraio.

Tornatore, qual era la “particolare intesa” che Morricone vi accreditava?

In genere il regista soffre di un complesso di inferiorità per non saper gestire il linguaggio musicale. Io no, ma nemmeno desideravo impadronirmi della terminologia. Questo ha determinato in Ennio una maggiore disponibilità a decifrare il mio modo di esprimermi, senza la preoccupazione di doversi attrezzare per alleviarmi il senso di impotenza.

Ne è nata una relazione magica. Affinità elettive?

Nessuna invasione di campo, rispetto e mutua interpretazione: un corrispondersi. Nel corso degli anni, frequentandolo, ho imparato molte cose e lui se ne sorprendeva, orgoglioso.

Morricone ha scritto le musiche di undici suoi lungometraggi: quale preferisce?

Messo alle strette, direi La migliore offerta, non in termini assoluti, ma perché Ennio seguì un sistema di composizione inedito: trenta pezzi tonali, tutti combinabili tra di loro, per un Lego musicale. Al montaggio, rideva, s’esaltava che il regista potesse fare il musicista.

Un genio.

Ha esteso il concetto di contrappunto all’arte di far convivere le musiche, ma qui oltrepassò il doppio contrappunto, superò i tre temi di Mission o Il clan dei siciliani: cinque o sei pezzi insieme, un miracolo.

Quando l’ha sentito più vicino?

Quando morì mio padre. E ogni volta che faticavo a mettere in piedi un progetto, perché i produttori non riuscivano ad amarlo o semplicemente a far quadrare i conti: capiva il mio tormento e allorché decidevo di mollare il film si metteva subito a comporre sulla nuova idea, per rendermi meno doloroso il passaggio.

Litigi?

Mai. C’era dialettica.

Come le musiche hanno condizionato le sue immagini?

Erano composte prima di girare. Alcune volte, come anche Leone, Pontecorvo e Patroni Griffi, le usavo sul set, e allora l’impostazione della macchina da presa mi veniva ispirata dalla musica. Era naturale, il capomacchinista era felice di spingere il carrello sulle note. Quando la presa diretta l’ha impedito, le ascoltavo nelle pause di lavorazione, la sera in albergo, nei weekend: sapere che la musica del mio film esistesse già mi faceva credere che anche il film fosse finito, che dovessi solo scoprire dove s’era nascosto. Un felice condizionamento, più psicologico che linguistico.

Per Bertolucci, Morricone, con “la faccia rotonda, gli occhiali, sembrava uno dei Peanuts”: quale?

Charlie Brown (ride). Perché Ennio era molto semplice, umile, quasi smarrito, al contempo pragmatico, preciso. Diceva “ho la testa piena di musica”, ed era vero, ma il contrappunto tra innocenza e rigore avvertiva chiunque di trovarsi di fronte a una persona che andava interpretata, un mistero non svelato.

Stupore?

Al montaggio: “Ennio, qui ci vorrebbe una cosa…”. Prendeva un pezzo di carta e in dieci secondi scriveva la musica.

Come noi la lista della spesa.

Più veloce, perché alla lista della spesa un po’ ci pensi… Lo dice Bertolucci nel doc, il talento di Morricone sgorgava, era come se togliessi il tappo alla botte e il vino uscisse a fontana.

L’Oscar mancato per Mission o la colonna sonora di Arancia meccanica negatagli da Leone, quale fu la sua più grande delusione?

Lo sgambetto di Sergio, che mentì a Kubrick dicendo che Ennio era impegnato con lui, non l’ha fatto arrabbiare più di tanto, avevano un rapporto che poteva includere tutto, anche la gelosia. Direi Mission, era consapevole di aver fatto qualcosa di grandioso, laddove il premiato Round Midnight ritrovava le arie di Casablanca. Ma l’elaborazione fu abbastanza veloce, Ennio sapeva voltare pagina.

Il suo ultimo lungometraggio è La corrispondenza: sono passati sei anni.

Ho scritto il nuovo, siamo in preparazione. Sarà prodotto e girato interamente all’estero, scaramanticamente non posso dire nulla di più. Anzi, una cosa posso…

Prego, Tornatore.

Sto vivendo l’esperienza di un film via Zoom. Passo tutto il giorno al pc, collegato con lo scenografo, il responsabile degli effetti speciali: oggi con la pandemia non si riesce a fissare nemmeno un appuntamento.

Monaco, la chiesadella catastrofe

Che la catastrofe si compia. Non sarà papa Francesco, tanto meno col supporto di un apparato curiale vaticano ogni giorno più lacerato, a voler dare anche solo l’impressione di frapporre ostacoli alle inchieste sugli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti cattolici.

Che crollino le pareti, anche i muri maestri della Chiesa: Francesco sembra considerarlo inevitabile, forse necessario, addirittura benefico.

La parola “catastrofe” era contenuta nella missiva con cui nel giugno scorso l’arcivescovo di Monaco di Baviera, Reinhard Marx, motivava al papa la decisione di dimettersi. Già conoscendo il rapporto dello studio legale Westpfahl Spilker Wastl che aveva censito 497 casi di abusi pedofili lungo tutto il dopoguerra; e segnalato “comportamenti erronei” di chi guidava la diocesi e aveva il dovere di rimuovere il marcio anziché nasconderlo. Tra gli altri arcivescovi inadempienti, prima dello stesso Marx, viene indicato, in quattro casi, anche il papa emerito Benedetto XVI. Che guidò la diocesi di Monaco dal 1977 al 1982.

Come è noto, Francesco ha respinto le dimissioni del cardinale Marx e ha lasciato che le rivelazioni seguissero il percorso segnato. Ieri, dopo che gli schizzi di fango erano giunti a macchiare per la prima volta anche l’abito bianco del suo predecessore Joseph Ratzinger, il papa non ha esitato a ribadire di fronte alla Congregazione per la Dottrina della Fede la “ferma decisione” di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai membri della Chiesa. Solo un suo cenno al necessario “esercizio del discernimento” può essere letto in difesa di Ratzinger, chiamato, come tutti gli altri, a rispondere del proprio operato.

Monaco, capitale della cattolicissima Baviera, non è un luogo qualunque nella storia della Chiesa novecentesca, intrecciata con le drammatiche vicende tedesche del secolo scorso. Ha origini lontane la contrapposizione teologica e politica che oggi deflagra nel mezzo di uno scandalo dalle dimensioni impreviste. L’attuale arcivescovo, che per ironia della sorte reca il cognome Marx, fa i conti con un tradizionalismo di cui è diretta espressione anche la Csu, il partito cristiano bavarese egemone, ma attinge più nel profondo a un imprinting anticomunista che nel passato si venò di antisemitismo. Ne fu partecipe anche Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, dal 1917 al 1919, quando da nunzio apostolico a Monaco deprecava la natura “giudeobolscevica” della Repubblica dei Consigli operai bavaresi.

Storie vecchie, si dirà. La diocesi guidata da Marx si è distinta semmai nell’accoglienza dei profughi siriani, l’estate del 2015. E il dissidio dei vescovi tedeschi con il pontificato del connazionale Benedetto XVI ha riguardato piuttosto tematiche post-conciliari: la collegialità nella guida della Chiesa, il rapporto con i fedeli divorziati e omosessuali, il dialogo interreligioso, il diaconato e il sacerdozio femminile.

È successo così anche ieri che una pattuglia di opinionisti di destra si sia sentita in dovere di schierarsi a difesa del “vecchio papa” maltrattato dal “nuovo papa”, secondo uno schema classico “conservatori-progressisti” che davvero stavolta regge poco. Chi vi fa ricorso, rimuove tutta una serie di circostanze che tale schema smentiscono.

Come dimenticare che nel febbraio 2013 fu proprio il gesto inusitato e grandioso delle dimissioni di Benedetto XVI a inaugurare il processo di destabilizzazione per cui oggi viene sistematicamente attaccato il suo successore Francesco?

Ma prima ancora, nel marzo 2005, neanche un mese prima di diventare papa, era stato il cardinale Ratzinger a pronunciare nel corso di una via crucis parole inequivocabili sulla crisi della Chiesa, sconvolta dagli scandali sessuali: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a Lui!… Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano”.

Quella denuncia prima, e le clamorose dimissioni otto anni dopo, certificano che anche Ratzinger fu partecipe della necessità di un’azione demolitrice, la quale ben difficilmente avrebbe potuto incedere mantenendo al riparo le gerarchie tradizionali. Se poi ci mettiamo gli scandali finanziari, i corvi, le guerre di potere in cui sono coinvolte personalità di dubbia reputazione, si spiega anche meglio l’apparente temerarietà di Francesco – un papa di minoranza, attaccato dall’interno come mai nessuno prima di lui- che nella disgregazione intravede forse l’unica possibile via provvidenziale di salvezza.

Qui non sono certo in gioco la reputazione del papa emerito e di quello in carica. Come è noto, anche Bergoglio non è stato esente da critiche riguardo ai suoi rapporti con la giunta militare argentina prima di diventare arcivescovo di Buenos Aires: il tema del rapporto fra Chiesa e potere attraversa i secoli; ma non ci impedisce di constatare che Francesco oggi si presenta come il papa forse in assoluto più solitario al cospetto dei poteri del mondo, chiamato a farsi forza della propria debolezza, in chiave profetica.

Di fronte alle dimensioni gigantesche che sta rivelando, sulle due sponde dell’Atlantico, la pratica degli abusi sessuali nella Chiesa, gli argini sono crollati. E appare evidente che tali pratiche di sopraffazione hanno a che fare con la stessa natura gerarchica e patriarcale che differenzia la Chiesa cattolica, e in particolare il suo vincolo di sacerdozio celibatario, rispetto ad altre organizzazioni religiose che di per sé non sono certo meno patriarcali e misogine. Anzi.

Suppongo, per intenderci, che pratiche indegne di abusi sessuali non manchino nelle madrasse islamiche e nelle yeshivot ebraiche. Ma la sistematicità con cui si manifestano in quelle strutture aperte che dovrebbero essere le parrocchie cattoliche, resta un dato di fatto specifico. Che ha evidenti origini nella proibizione dell’esperienza sessuale ai sacerdoti.

Sia Bergoglio sia Ratzinger sanno che la Chiesa uscirà completamente trasformata da questo cataclisma. Cambierà la dottrina e cambieranno le regole del diritto canonico. Anche se ci vorranno anni tempestosi e ulteriori passaggi dolorosi che forse Bergoglio attende con fiducia, Ratzinger con angoscia.

 

Tim, Labriola nuovo ad a marzo conti e piano

Pietro Labriola (nella foto) è il nuovo amministratore delegato di Tim al posto del dimissionario Luigi Gubitosi. Lo ha nominato all’unanimità il consiglio di amministrazione dell’ex monopolista di Stato delle tlc. Labriola, in precedenza direttore generale, martedì scorso aveva illustrato ai consiglieri le linee guida e la cornice nella quale si svilupperà il prossimo piano strategico della società che dovrà essere approvato dal Cda, insieme ai risultati di bilancio del 2021, il 2 marzo. Pugliese, 54 anni, si è sempre occupato di tlc. Nel 2013 coordinò il progetto di scorporo della rete messo allo studio dall’allora ad di Telecom Franco Bernabè, poi lasciato in sospeso e oggi tornato centrale nei piani dell’azienda.

Morandi, rigettata la ricusazione del Gup

La Cassazione ha rigettato la richiesta di ricusazione del Gup di Genova nel processo sul crollo del ponte Morandi del 14 agosto 2018 nel quale morirono 43 persone. A chiedere al giudice Paola Faggioni di farsi da parte sono stati i legali di 8 imputati, tra cui l’ex amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci. A loro parere sarebbe stato violato il principio di imparzialità visto che il magistrato aveva chiesto misure restrittive in un procedimento connesso, quello sulle barriere antirumore pericolose, che vede indagate le stesse 8 persone. La corte di appello aveva respinto la richiesta sostenendo che le considerazioni sul crollo erano state “generiche” e gli avvocati l’avevano impugnata ricorrendo alla Suprema Corte.

Conti in Svizzera, pm chiede l’archiviazione: Attilio Fontana salvato dal no alla rogatoria

Il visto del procuratore aggiunto Maurizio Romanelli firmato due giorni fa chiude (forse) la partita. Diventa ufficiale la richiesta di archiviazione della Procura di Milano per il governatore lombardo Attilio Fontana indagato per autoriciclaggio e falso in voluntary rispetto all’indagine sui conti in Svizzera e i 5,5 milioni scudati nel 2016 come eredità della madre. L’atto ufficiale se non già arrivato, arriverà a breve al giudice per le indagini preliminari. Dal documento emerge questo: l’inchiesta ben avviata è stata bloccata dal rifiuto delle autorità svizzere a concedere i documenti bancari chiesti nella rogatoria di marzo. E dunque non si saprà mai se quei milioni scudati fossero il frutto dell’evasione fiscale della madre o anche di quella del presidente leghista. I pm, nella rogatoria, parlano di “protagonistica gestione (…) di Fontana delle operazioni finalizzate a ripulire una parte consistente dei proventi dell’evasione fiscale attraverso un uso distorto della voluntary”. Alla base della voluntary ritenuta falsa: “Evitare per motivi di immagine politica di denunciare al fisco italiano la propria pregressa evasione fiscale (…) e quello di non pagare le sanzioni tributarie”. La non collaborazione della Svizzera esclude quasi del tutto l’ipotesi che il giudice possa respingere la richiesta. L’indagine nasce dal filone sui 73 mila camici venduti alla Regione (per 513mila euro) dal cognato di Fontana. Fatto per il quale anche Fontana, in attesa dell’udienza preliminare, è imputato per frode in pubbliche forniture. Per i pm, sul fronte svizzero, la voluntary sarebbe falsa perché l’evasione fiscale (in tutto o in parte) era riconducibile anche a Fontana. Per questo si voleva acquisire i documenti di due conti di Ubs Lugano. Il primo, del 1997, intestato alla madre e sul quale Fontana avrà potere di firma. Otto anni dopo (2005), con la madre in pensione, il patrimonio viene spostato sul secondo. Qui iniziano i dubbi. I pm: “Si registra una maggiore liquidità sulla cui provenienza (…) non vi è alcuna evidenza in ordine alla relativa formazione della provvista”. Dal primo al secondo conto si riversano 3,4 milioni a cui se ne aggiungono altri 2 “magicamente” comparsi all’apertura del secondo. Sono della madre? Difficile, ragionano i pm, visto che di pensione prendeva 20 mila euro l’anno. Aperto il conto del 2005, iniziano le “schermature” tra Bahamas e Liechtenstein. Secondo una perizia dei pm, la firma della madre di Fontana sul conto del 2005 sarebbe falsa. Dubbi che restano ad ora irrisolti per il no svizzero.

Consulenze legali, Montino (Pd) dovrà risarcire il Comune

Dovranno restituire al Comune 182 mila euro per gli incarichi affidati tra il 2010 e il 2017 sempre agli stessi due avvocati. È la sentenza emessa dalla Corte d’Appello della Corte dei Conti nei confronti di Esterino Montino, sindaco Pd di Fiumicino (Roma), e di due dirigenti. “Nonostante l’assoluzione in primo grado ‘perché il fatto non sussiste’ – scrive il primo cittadino su Facebook –, in secondo grado la Corte dei Conti ha deciso che dovrò risarcire (…). Come sapete ho iniziato il mio primo mandato di sindaco di questa città a giugno del 2013, cioè quando le consulenze in questione erano già in corso da oltre tre anni e i due avvocati già noti all’amministrazione. Curiosamente, però, nessuna responsabilità è stata riconosciuta nei confronti di chi mi ha preceduto”. “Ho dato mandato ai miei legali di fare ricorso al terzo grado di giustizia”, annuncia quindi il sindaco. Che lo scorso anno era stato protagonista di una storia curiosa: sotto alla cuccia del cane della sua azienda agricola a Capalbio erano state ritrovate 48 banconote da 500 euro, per un totale di 24 mila euro.

Usa-Russia, tregua bellica all’arme al confine di Kiev

Dopo il giro dei vice la scorsa settimana, tocca ai “numeri uno”: Antony Blinken, segretario di Stato Usa, e Serghey Lavrov, ministro degli Esteri russo, s’incontrano a Ginevra per stemperare la crisi dell’Ucraina e mettono in tavola le carte, tenendosi però ciascuno nella manica assi che sono forse scartine. Alla fine, ciascuno resta sulle sue. Ma di buono c’è che il dialogo continua. Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a cercare una “soluzione diplomatica” sull’Ucraina, dice Blinken, prospettando nel contempo “una risposta rapida e forte” nel caso di un’invasione russa. E chiede a Mosca di fornire le prove che non intende attaccare Kiev, mentre finora il Cremlino pare fare di tutto per mostrare di avere la capacità, se non l’intenzione, di farlo. La Russia, dal canto suo, s’aspetta risposte scritte alle proprie richieste già “la prossima settimana” e ribadisce di non avere “mai” avuto l’intenzione di minacciare “il popolo ucraino” – formula che non tranquillizza affatto il governo ucraino –.

Lavrov è “d’accordo che un dialogo ragionevole sia necessario” affinché si “calmi la tensione”, ma avverte che ci saranno “le conseguenze più gravi” se Washington continuerà a ignorare le “legittime preoccupazioni” di sicurezza russe. C’è qualcosa di paradossale nei colloqui “franchi” fra Blinken e Lavrov. La Russia non vuole che l’Ucraina, come pure la Georgia o la Moldavia, entri nella Nato e pretende dall’Alleanza atlantica garanzie che non le possono essere date, cioè che non ci saranno mai ulteriori allargamenti a est. Gli Usa e i loro maggiori alleati non desiderano portarsi dentro la Nato partner problematici, ma non possono mettere per iscritto la rinuncia a farlo, quasi riconoscendo a Mosca un diritto di veto sulle loro decisioni.

Né Usa né Russia cercano un conflitto armato, ma la de-escalation non è ancora cominciata, pur restando le parti ancorate alla fase del dialogo. Blinken è arrivato a Ginevra per incontrare Lavrov dopo essere stato mercoledì a Kiev e giovedì a Berlino. Il suo compito è oggettivamente complicato dagli oltranzismi dei suoi interlocutori – Kiev – e dagli iati dei suoi alleati – la Polonia e i Baltici da una parte, la Germania dall’altra –, oltre che dalle gaffe del suo boss, il presidente Joe Biden. I balbettamenti sull’Ucraina di Biden, che mercoledì, in conferenza stampa, ha dato l’impressione d’accettare l’ipotesi di sconfinamenti militari russi in territorio ucraino, costringono Casa Bianca e Dipartimento di Stato a irrigidire la posizione americana, per non prestare il fianco a critiche. Lavrov, invece, non ha partner da tenere a bada o della cui opinione preoccuparsi: la Bielorussia viene dietro e la crisi kazaka ha appena dimostrato che in Asia Centrale l’ex Unione sovietica mantiene una forza di coesione.

Mentre Blinken e Lavrov si parlano, gli Stati baltici annunciano, d’intesa con Washington, l’invio di missili anti-carro e anti-aereo in Ucraina; l’Olanda si dichiara “aperta” a sostenere militarmente l’Ucraina; Bulgaria e Romania respingono – è comprensibile – la pretesa russa di ridurle a membri di serie B dell’Alleanza atlantica. D’altro canto, la Germania e gli altri grandi Stati Ue, Francia, Italia, Spagna, esitano ad alzare il livello del confronto con la Russia, come Blinken ha constatato nei suoi colloqui a Berlino e come si può anche dedurre dalla decisione del cancelliere Olaf Scholz di procrastinare un invito di Biden – “Ora non ho tempo; facciamo a febbraio” –.

Di mezzo, c’è pure il dibattito interno al governo tedesco sul gasdotto North Stream 2, sulla cui realizzazione la coalizione di Berlino è divisa, mentre Washington vi vede un’arma di negoziato con Mosca.

A parole, Scholz è più fermo di “tentenna” Biden: “La situazione è molto difficile, vedere truppe che marciano ai confini dell’Ucraina è estremamente preoccupante, è giusto che la Nato dica che il prezzo di un’aggressione della Russia sarebbe molto alto e che si prepari a reagire”; ma – rileva – “stiamo lavorando alla distensione e non siamo favorevoli a consegnare armi all’Ucraina”. La retorica del “morire per Kiev” non attecchisce in Occidente. Di certo c’è che le consultazioni continueranno – e di questo tutti si mostrano soddisfatti, a partire dall’Ucraina –: lunedì prossimo ci sarà una video-call tra Blinken e i ministri degli Esteri dell’Ue riuniti a Bruxelles, mentre ieri Biden ha discusso fra l’altro di Cina, Corea del Nord e Ucraina ricevendo nello Studio Ovale il premier giapponese Fumio Kishida.

prove di guerra in alto mare: con iran e cina

La Federazionerussa ha avviato esercitazioni navali congiunte
con Teheran e Pechino nell’Oceano Indiano.
L’operazione militare
è iniziata dopo la visita
a Mosca di Ebrahim Raisi, presidente iraniano. Oltre 140 navi da guerra
e più di 60 aerei russi sono coinvolti in altre esercitazioni nel mar Nero, nel Mediterraneo, nell’Atlantico
e nell’Oceano Pacifico

Gli esperti. Ue bocciano gas e nucleare

C’è un intoppo nel percorso verso l’inserimento di gas e nucleare all’interno della tassonomia verde dell’Ue, ovvero l’insieme dei criteri che servono per definire le attività considerate “sostenibili” e orientare così gli investimenti green. Secondo i testi circolati, il gruppo di esperti incaricato dalla Commissione europea di valutare la bozza della tassonomia da presentare ufficialmente agli Stati membri ha bocciato la versione attuale nelle parti che riguardano il gas e il nucleare.

Partiamo dal gas. In pratica gli esperti segnalano che i limiti alle emissioni concesse sono insufficienti, in particolare per quanto riguarda le deroghe. Le proposte della Commissione infatti concedono agli impianti di gas un’etichetta verde fino al 2030 solo in caso di limiti di emissione di 270 grammi di CO2 equivalente per kWh o qualora le emissioni annuali fossero in media al massimo di 550 chilogrammi di CO2 l’anno, calcolate su un periodo di 20 anni. I consulenti hanno invece affermato che solo gli impianti a gas con emissioni massime di 100 grammi di CO2 equivalente per kWh dovrebbero essere considerati rispettosi del clima. Gli esperti sottolineano poi che è vero che il gas non può essere considerato un’attività sostenibile e allineata agli obiettivi dell’Accordo di Parigi solo perché ha meno emissioni del carbone. Una delle ipotesi avanzate dal gruppo S&D all’Europarlamento è di inserire il gas in una categoria parallela che lo identifichi come necessario per la transizione ma non ecologico.

C’è totale chiusura invece sul nucleare, tanto caro alla Francia, perché non rispetterebbe il principio del “non nuocere significativamente” all’ambiente, uno dei cardini della tassonomia insieme a protezione delle risorse idriche e marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e controllo dell’inquinamento e protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. Resta, rilevano infatti gli scienziati, il problema trasversale dello smaltimento delle scorie.

L’allarme quindi c’è. Ma sortirà qualche effetto? In verità il parere degli esperti non è vincolante e ieri la Commissione ha replicato che analizzerà il documento (la consultazione scadeva a mezzanotte) e che comunque adotterà l’atto delegato prima possibile. “In generale – ha però precisato un portavoce dell’Esecutivo di Bruxelles rispondendo in parte anche agli europarlamentari che stanno chiedendo la riapertura della consultazione pubblica – questa materia è soggetta a dibattito pubblico dal 2020. Abbiamo fatto una consultazione sul primo atto delegato e sull’energia nucleare c’era un procedimento specifico e tecnico. Consultiamo gli Stati membri, il Parlamento e le piattaforme sulla finanza sostenibile. Stiamo discutendo con gli Stati membri e il Parlamento: ci sono state riunioni tecniche anche questa settimana”. Come a dire che si tira dritto, che è stato già fatto e detto abbastanza e che ora la parola passa agli organismi europei che avranno quattro mesi per decidere. Potrebbero opporsi gli Stati (il che pare poco probabile), che hanno inviato le loro osservazioni, così come gli europarlamentari. I quali da oggi vedono tra i contrari – seppur insufficienti a raggiungere la maggioranza assoluta – anche il gruppo Socialisti e Democratici, con la posizione messa nero su bianco in una lettera alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

Governo: per il caro bollette pagano solo le rinnovabili

Altro che 4 miliardi per alleggerire l’impatto della stangata del caro energia. Al termine di tre giorni in cui si sono susseguiti cabine di regia, tavoli e un rinvio a ieri del Consiglio dei ministri, gli interventi sulle bollette previsti dal governo si fermano a 1,7 miliardi. Risorse che si aggiungono ai 3,8 miliardi stanziati in manovra, senza scostamento di bilancio, e che però andranno a sostenere solo le imprese. Ma, tra le misure contenute nella bozza del nuovo decreto Sostegni approvato dal Cdm che ha dato anche il via libera ai nuovi aiuti per le attività in crisi per il Covid, spiccano due novità non di poco conto: la tassazione degli extra-profitti degli operatori degli impianti fotovoltaici e l’introduzione di un piccolo taglio ai sussidi ambientalmente dannosi.

Se il decreto era in stallo da giorni, la colpa è stata proprio della tassazione dei “fantastici profitti che stano facendo le società energetiche”, per dirla con le parole di Draghi. M5S e Lega ne hanno chiesto il prelievo, ma gli alleati di governo hanno frenato. Ieri, invece, è stata prevista una prima forma di contributo di solidarietà per alcuni gestori. A venire tassate, però, non saranno le tradizionali società idroelettriche, ma quelle che producono energia da impianti fotovoltaici di potenza superiore a 20 kW, trainate da Enel ed Eni. L’intervento durerà 11 mesi e prevede che le società che stanno producendo energia senza sopportare gli effetti dell’eccezionale caro energia versino una differenza tenendo conto dei prezzi ante-crisi. A calcolare l’importo tra i prezzi attuali e quelli medi dell’energia prodotta fino al 2020 dagli impianti solari, idroelettrici, geotermici ed eolici incentivati con vecchi sistemi sarà il Gestore dei servizi energetici. Nel decreto, per la prima volta, è prevista la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad). Da tempo le associazioni ambientaliste ne chiedevano il taglio. Secondo Legambiente, l’Italia ha destinato ai Sad 34,6 miliardi nel 2020 e 136,4 miliardi negli ultimi 10 anni. Ma la sforbiciata, quantificata dal ministro della Transizione ecologica Cingolani, è di appena 105,86 milioni.

Poi, a concorrere al contenimento dei costi delle bollette, saranno per 1,2 miliardi l’azzeramento degli oneri di sistema per il primo trimestre 2022 per le attività che impegnano potenza sopra i 16,5 kW grazie a una quota dei proventi delle aste di CO2 (le tasse che le aziende pagano per inquinare) e 540 milioni per contributi sotto forma di credito d’imposta pari al 20% delle spese elettriche per le imprese energivore che hanno subito un incremento dei costi del 30% rispetto al 2019.

L’altro grande capitolo del decreto riguarda i ristori ai settori che sono stati chiusi per la pandemia o ne sono stati fortemente danneggiati. La bozza prevede la sospensione delle tasse per sale da ballo, discoteche e locali assimilati chiusi per decreto fino a fine gennaio; aiuti a fondo perduto per le attività di commercio al dettaglio che hanno subito una riduzione del fatturato nel 2021 non inferiore al 30% rispetto al 2019; il rifinanziamento da 20 milioni del fondo per i parchi tematici, acquari, parchi geologici e giardini zoologici. È stato poi aumentato di 100 milioni il Fondo unico nazionale del turismo, in aggiunta ai 120 milioni stanziati in manovra, mentre 40 milioni andranno alla decontribuzione per i lavoratori stagionali e degli stabilimenti termali. Per il settore della cultura, con musica e spettacolo tra i più colpiti, ci sono 111,5 milioni. Terminata a fine anno la Cig Covid (pagata dallo Stato), si prevede il ricorso alla cassa integrazione scontato per hotel e agenzie di viaggio, ristoranti, bar, mense e catering, parchi divertimento, stabilimenti termali, discoteche, sale da ballo e sale giochi, ma anche per i musei e radio taxi. I datori di lavoro che, dal primo gennaio al 31 marzo 2022, sospendono o riducono l’attività ricorrendo agli ammortizzatori sociali, sono esonerati dal pagamento della contribuzione addizionale. Questa ammonta al 9% della retribuzione per le richieste di Cig fino a 52 settimane; al 4% per chi utilizza il Fondo di integrazione salariale. Una misura che vale 80,2 milioni per il 2022. Farà discutere invece la nuova stretta contro le frodi sui bonus edilizi, compreso il Superbonus: la bozza prevede che il credito di imposta sia cedibile una sola volta. I 5 Stelle hanno già promesso battaglia per impedirlo.

Intanto le risorse stanziate non accontentano i settori coinvolti.