Prima la cattiva: ormai si sta peggio in sala che fuori, non per le condizioni sanitarie, ma per la scarsità degli spettatori e la gramezza dell’offerta. Poi la buona notizia: nel deserto sta arrivando un grande, grandissimo film, Stringimi forte di Mathieu Amalric.
Ci vuole coraggio, se non incoscienza, e al distributore Stefano Jacono di Movies Inspired non difettano, sicché la sesta prova dietro la macchina da presa dell’attore de Lo scafandro e la farfalla, Quantum of Solace e innumerevole d’essai transalpino arriva su grande schermo il 3 febbraio.
Liberamente mutuato dalla commedia Je reviens de loin di Claudine Galea, è senza ombra di dubbio il miglior titolo francese della scorsa Cannes, ma non da oggi i festival si fanno annusando l’aria che tira, anziché il cinema che ispira, sicché Titane di Julia Ducournau ha trovato una Palma miserabile e Serre-moi fort è stato scippato della competizione e relegato nella neonata sezione Cannes Premiere.
Poco male, rimarrà – l’anteprima italiana è stata lo scorso settembre al Festival Film Villa Médicis di Roma – quale una delle più libere, eterodosse, lucide e geometriche elaborazioni del lutto che la Settima Arte abbia saputo prospettare, incardinato com’è sull’ambivalenza – e lo struggimento – dell’abbandono: abbandono di e abbandono a. Si potrebbe scomodare Heidegger, di certo va richiamata la sensibilità di cui Amalric aveva dato prova in Tournée, La chambre bleue e Barbara, una sorta di alfabetizzazione umana – e umanista – non comune, incline alla dolenza ma non votata alla rassegnazione.
L’incarnazione tocca a Vicky Krieps, scoperta alle inquadrature che restano dal Paul Thomas Anderson de Il filo nascosto: l’interprete lussemburghese, classe 1983, mette in carnet un altro ruolo prezioso, un assolo chiamato a riecheggiare dubbio e morte, angoscia e salvezza. Lo fa strepitosamente bene, con pragmatica devozione a qualcosa di più grande – efferato, ineluttabile? – di lei, e lo fa strepitosamente bene da subito, allorché la sua Clarisse se ne va di casa, all’alba, lanciando un ultimo sguardo sui bambini e il marito (Arieh Worthalter) addormentati. Il commiato, o il cordoglio, è una scatola di cereali che mette in tavola, la destinazione il mare in risposta allo “Stai fuggendo?” di un’amica alla stazione di servizio.
Verranno le nevi, i banconi del bar, le esecuzioni al piano, gli (auto)erotismi e le colazioni in memoriam disseminate come molliche in un thriller ambiguo e ondivago, scritto nel senso delle fiabe con l’inchiostro degli incubi.
Clarisse è in fuga, e chissà che non sia movimento da fermo, Clarisse è una principessa rotta che beve, non si rassegna e gioca a specchio con la disgrazia. Se sono i migliori i primi ad andarsene, tocca rassegnarsi al peggio o partire, anche solo di testa?
Perturbato e perturbante, sincero e scoperto, è un film che merita di essere esaudito: stringiamolo forte, stringiamolo in sala.