Generali, via libera di Consob alla lista varata dal cda uscente

Dopo mesi di silenzio sulla partita in corso per il controllo di Generali, ieri la Consob guidata da Paolo Savona (nella foto) ha varato il “richiamo di attenzione” definitivo sulla lista del Cda della compagnia di Trieste, in base alla consultazione condotta in risposta ai quesiti posti dall’azionista Caltagirone. La Commissione ha dato luce verde alla presentazione della lista del Cda uscente, rafforzando la posizione del presidente Donnet, ma ha previsto garanzie di trasparenza sulle liste varate dai board, questioni preassembleari e ruolo dei consiglieri indipendenti.

Le vie della ricerca sono infinite

Era il dicembre 1967. Christiaan Barnard espiantò il cuore da una giovane donna per trapiantarlo in un uomo di mezza età, rischiando di essere accusato di omicidio. Infatti gli esperimenti sui cani, eseguiti in altri centri di cardiochirurgia erano stati frenati, nella loro applicazione sull’uomo, da limiti etici e legali, in un momento in cui la morte era riconosciuta quando smetteva di battere il cuore, mentre per la buona riuscita di un trapianto di cuore, l’organo da utilizzare doveva essere prelevato ancora battente, ovvero da una persona tecnicamente viva. Ai tempi della sua storica impresa Barnard non era il cardiochirurgo più quotato al mondo, né l’ospedale Groote-Schuur di Città del Capo, dove operò, era considerato la punta di diamante per i trapianti d’organo.

Era, a detta dei suoi colleghi, un presuntuoso che amava sfidare il rischio. La sua decisione fu repentina e non autorizzata. Il paziente sopravvisse all’intervento 18 giorni. Morì di polmonite.

Oggi i trapianti, sia sul piano tecnico che etico, sono divenuti routine. È di questi giorni la notizia che presso l’University of Maryland (Usa) è stato effettuato il primo trapianto al mondo di un cuore di maiale in un uomo cardiopatico. Tecnicamente, si parla di “xenotrapianto” (trapianto da una specie animale a un’altra). Le condizioni cliniche, estremamente compromesse, escludevano le liste d’attesa per ricevere un cuore umano. Al momento in cui scrivo, l’uomo è in vita e presto potrebbe esser staccato dalla Ecmo, la macchina cuore-polmoni.

L’alterazione genica operata nel maiale per ottenere un cuore compatibile con la specie umana ha suscitato reazioni di animalisti e perplessità sul futuro di animali “umanizzati”. Ci troviamo, ancora una volta, in una discussione tra centralità dell’uomo, rispetto della Natura in tutti i suoi elementi, limiti della scienza e prometeismo dell’uomo che vuol sempre più tendere all’immortalità. Non si arriverà mai a un accordo di tutte le voci. È certo però che la ricerca continuerà e che, se qualcuno cercherà di fermarla, troverà un luogo dove continuare il suo percorso.

*Direttore microbiologia clinica e virologia del “Sacco” di Milano

Ma siamo Sicuri che la Nato debba sempre espandersi?

Sono mesi che la stampa occidentale grida alle pericolose manovre della infida Russia. Il solito modo di gridare al nemico alle porte di casa per nascondere la sostanza del conflitto, il ruolo della Nato e il suo allargamento a est.

A dimostrazione che non si tratta di una lettura veicolata da eventuali sodali di Putin – che resta il capo di un regime autoritario e inaccettabile – è sufficiente leggere una fonte inaspettata, il Foreign Affairs

, la prestigiosa rivista statunitense nata su impulso dell’altrettanto prestigioso Council of Foreign Relations.

“È ora che la Nato chiuda le sue porte” scrive lo storico Michael Kimmage sostenendo che l’Alleanza atlantica, così come è fatta, “non è adatta all’Europa del ventunesimo secolo”. E questo perché “soffre di un grave difetto di progettazione: estendendosi in profondità nel calderone della geopolitica dell’Europa orientale, è troppo grande, troppo poco definita e troppo provocatoria per il suo stesso bene”.

Fosse scritto da un qualsiasi altro giornale europeo sembrerebbe l’afflato russofilo di qualche acceso “sovranista”, ma l’analisi centra il punto di una trattativa estenuante in cui nessuno vuol perdere la faccia.

“La Nato del ventunesimo secolo – continua Kimmage – è invischiata nella tortuosa questione di dove finisce il confine occidentale della Russia e dove inizia il confine orientale dell’Europa”. Mosca vorrebbe il rispetto di presunti accordi degli anni 90 in cui la Nato si impegnava a non installare missili a est della Germania riunificata. Non a caso, al termine dell’incontro di ieri, la coalizione diretta da Jens Stoltenberg ha dichiarato che non ci pensa proprio a ritirarsi da Polonia e Romania.

La Russia ritiene che sia venuto il momento di ridefinire l’ordine europeo dopo la guerra fredda riscrivendo la fine di quest’ultima: non ci sta, insomma, a passare per la perdente storica. Putin ha probabilmente approfittato della debolezza di Joe Biden dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan per muovere le sue pedine e oggi sta pensando al riconoscimento dei separatisti ucraini per alzare ancora il livello della tensione. Vedremo chi cederà per ultimo, se questo sarà davvero l’esito. Ma pensare di affrontare la crisi sostenendo una sorta di diritto naturale atlantico a espandersi indefinitamente verso est non è una strada difendibile.

Mario e il Dpcm con la garanzia

Benvenutinel Paese dove, con 200 mila contagi ufficiali al giorno, il Green pass è ancora “una misura con la quale i cittadini possono continuare a svolgere attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” (Mario Draghi), ma anche dove “un po’ tutti siamo rimasti delusi dall’efficacia del vaccino sulla protezione dal contagio” (Nino Cartabellotta). In questo luogo dell’anima, succede questo:

Habemus. “Il premier Mario Draghi ha firmato il Dpcm per le attività commerciali con la lista dei negozi esenti dal Green pass” (Adnkronos)

Vigilantes. Oltre all’elenco di servizi e attività essenziali esenti dal Green pass, il Dpcm “ introduce la possibilità che anche in questi contesti vengano effettuati dai titolari dei negozi controlli a campione” (Ansa)

Occhio! “Attenzione: è importante ricordare che nei punti vendita in cui si possono acquistare diversi prodotti, chi è senza la certificazione può comprare soltanto quelli che sono compresi nella lista delle esenzioni” (Corriere della Sera)

Pane o cuffiette? “Saranno svolte verifiche per comprendere se il cliente senza certificazione che entra in un ipermercato va ad acquistare il latte o il pane o se invece vuole comprare un televisore o le cuffiette wireless” (Il Messaggero)

La polizia/1. “E potrà capitare che arrivino le forze dell’ordine a controllare carrelli e borse della spesa” (la Repubblica)

No, per carità, scherzavamo. “L’accesso ai predetti esercizi commerciali consente l’acquisto di qualsiasi merce, anche non legata al soddisfacimento di esigenze essenziali e primarie” (Nota di Palazzo Chigi)

La polizia/2. “Chi va in Questura potrà farlo senza il pass per presentare una denuncia ma non per rinnovare il passaporto” (Il Sole 24 Ore)

Contro gli umarell. “Non sarà possibile andare in un ufficio postale a ritirare la pensione se non si ha il Green pass” (Ansa)

Al chiuso e all’aperto. “Obbligo di Green Pass nelle edicole sia negozi che chioschi” (Adnkronos)

Ecco, voi mi confermate che queste sono misure di politica sanitaria atte a diminuire i contagi Covid, vero?

Mail Box

Caimano: i giudizi perfetti di Sartori & C.

Accanto alle testimonianze di personaggi illustri sull’inopportunità etica di candidare Silvio Berlusconi a presidente della Repubblica, e accanto alle mille ragioni puntualmente indicate dalla ricostruzione fatta da Travaglio in 36 puntate, mi sembra assai utile riproporre alcuni fulminanti giudizi formulati su B. da due grandi trapassati del mondo intellettuale italiano recente, i professori Giovanni Sartori e Franco Cordero, ai quali si devono due appellativi tra i più ricorrenti affibbiatigli: il Sultano (Sartori) e il Caimano (Cordero). Sartori, alla fine della prefazione del libro Il sultanato, scriveva che “il Cavaliere sultaneggia su un partito cartaceo davvero prostrato ai suoi piedi. Nomina ministri e ministre chi vuole. Caccia chi vuole, come se fosse personale di servizio. Nessuno fiata. I ministri del partito di sua proprietà sono tali per grazia ricevuta. E tornano a casa senza nemmeno un gemito se così decide il padrone. Non manca, nel suo governo, nemmeno un gradevole harem di belle donne. Il sultanato era un po’ così”. Cordero, nel suo libro Il brodo delle undici in modi ancora più caustici, scriveva che “Berlusco felix trascina un’hybris volgare: le ospiti notturne, reclutate dal ruffiano, cantano ‘meno male che Silvio c’è’ guardando i film dei suoi presunti trionfi”, o che B. “viene dal crudo business, bagalùn del luster con tante macchie nere, predone ingordo, figura d’asfissiante volgarità… Re Lanterna, alias Caimano o anche Olonese, famoso pirata, infatti alleva una specie umana molto visibile”. Si potrebbe continuare ad libitum con citazioni cosiffatte da Cordero. Ma l’anomalia italiana incarnata da B. è tale che, non solo non l’ha mai avuto lui un briciolo di senso etico, ma si è pure circondato di un vasto servidorame politico e mediatico del suo stesso infimo livello.

Paolo Fai

 

Davvero non trovano alternative per il Colle?

Lo dico in francese: Che razza di Paese è questa Italia che non riesce ad andare oltre i nomi di Draghi, Mattarella e Berlusconi per l’elezione del presidente della Repubblica? Ma stiamo scherzando? “L’Italia è morta poiché priva e privata del futuro” sarebbe, a quel punto, l’unico messaggio adatto.

Francesca Della Pietra

 

Qualcuno proietti Totò durante le elezioni

Avete presente la scena di Nuovo Cinema Paradiso in cui Alfredo volge l’immagine di Totò verso la piazza, per permettere agli spettatori rimasti fuori dal cinema di guardare il film? Ecco, io mi immagino che durante il primo giorno di votazione del presidente, un Alfredo qualsiasi proietti sulla facciata del palazzo di Montecitorio il film Totò a colori: precisamente la scena del vagone letto, dove l’attore sbertuccia l’onorevole Trombetta, ridicolizzandolo in maniera perfetta. Alla finestra del palazzo si affaccia la Casellati, che indispettita la richiude subito. Un carabiniere esce dal portone dicendo: “Qui non si può stare”, e la platea tutta a urlare: “La piazza è di tutti!”. Almeno ci sarebbe da ridere.

Ubaldo Gallo

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo di Nicola Borzi, pubblicato il 16 gennaio col titolo “Crac bancari, sono migliaia le vittime incastrate nel labirinto degli indennizzi”, precisiamo che la classificazione della domanda di indennizzo come afferente alla procedura forfettaria o ordinaria è l’esito di autodichiarazione sottoscritta dal risparmiatore al momento della compilazione della domanda e non un’operazione eseguita dalla Segreteria tecnica di Consap. In secondo luogo, la normativa non prevede il passaggio dalla procedura di indennizzo forfettaria a quella ordinaria in caso di rigetto della domanda per carenza dei requisiti reddito-patrimoniali. Riguardo alle richieste di contatto, si sottolinea che tutti gli interessati hanno sempre formulato le richieste attraverso il portale del Fir o i canali di posta ordinaria e Pec di Consap, ricevendo opportuno riscontro, così come le comunicazioni indirizzate alla Commissione sono state regolarmente riscontrate. Si ricorda anche che la richiesta di integrazioni della procedura ordinaria, come previsto per legge, è posticipata rispetto alla procedura forfettaria. Pertanto, la valutazione delle domande ordinarie è stata avviata a partire dal mese di novembre e la richiesta di integrazione è stata trasmessa ai risparmiatori da dicembre 2021. È opportuno sottolineare anche che Consap non ha mai invitato a fare ricorso al Tar così come non risponde al vero che sia stato negato l’accesso ai dati forniti dall’Agenzia delle Entrate. Quanto all’estensione dell’accesso al Fir previsto dalla legge 234 del 30 dicembre 2021 ogni scelta in merito ai termini assegnati e alla tipologia di risparmiatori destinatari delle nuove misure esula dalle competenze e dalle funzioni di Consap e della Commissione tecnica. Fatte le opportune precisazioni, Consap continuerà a operare in trasparenza auspicando la collaborazione di tutte le parti coinvolte scoraggiando la circolazione di informazioni non verificate.

Fiorella Carpinelli  Resp. Comunicazione Consap

 

Confermo quanto pubblicato. Sulle modalità di comunicazione della Commissione del Fir basti dire che solo l’altroieri, 20 gennaio, quattro giorni dopo l’articolo, è stata finalmente pubblicata una nota retrodatata al 13 gennaio che indica i periodi delle violazioni massime, discussi il 25 novembre, dei quali i risparmiatori hanno atteso notizie per mesi.

N. B.

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di ieri dal titolo “Conte e Salvini ci provano: una donna o Mattarella bis” ho attribuito a Giorgia Meloni una dichiarazione imprecisa: “Altrimenti il vertice lo convoco io”. In realtà la frase corretta è: “Altrimenti lo chiedo io”. Me ne scuso con l’interessata e con i lettori.

Gia. Sal.

Guarita dal Covid: “Ho le difese, ma vogliono vaccinarmi lo stesso”

Sono stata colpitadal Covid il 22.02.2021, due giorni dopo mio marito e quando non era ancora disponibile il vaccino per la nostra classe d’età; un Covid pesante (danni ridotti, ma permanenti ai polmoni) e lungo: negativa il 29.03.2021, ma sono stata veramente bene solo ad agosto e il 22 agosto è scaduto il mio Green pass. Ad oggi non mi sono ancora vaccinata perché l’esame sierologico (trimerico, quello usato dagli ospedali per i propri dipendenti; nell’esito è scritto: “un risultato positivo… è utile per valutare la risposta immunitaria alla vaccinazione”), che eseguo regolarmente, dimostra che ho ancora un elevato livello di anticorpi. Ora mi si impone l’obbligo vaccinale. Non sono una No Vax; so per esperienza che il Covid non è un’influenza e sono certa che il vaccino sia meglio di niente, ma non capisco perché gli anticorpi, che il mio organismo ha prodotto naturalmente, non dovrebbero proteggermi, finché sono molti, dalle forme più gravi della malattia, esattamente come una, due, tre dosi di vaccino. Sono l’unica a pensare questo? Perché sbaglio?

In questi mesi ogni giorno la tv mi ha definita terrapiattista e irresponsabile, Io, che abbandonavo la mascherina Ffp2 all’aperto solo se ero sola, mentre vedevo folleggiare i miei concittadini allora bivaccinati che, inebriati dalle mirabolanti promesse del governo, soltanto ora ridimensionate, si credevano invulnerabili. Chi è irresponsabile?

Francesca Alberti

Solo la trasparenza può risanare i conti del carrozzone Rai

“Tv di Stato e tv privata appaiono i versanti che riflettono l’alternativa fra sinistra e destra”.

(da Dal partito di plastica alla Repubblica fondata sui media di Ilvo Diamanti – 2004)

 

Ha scelto il momento peggiore l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, per andare a battere cassa al Parlamento. E non solo perché siamo alla vigilia dell’elezione per il nuovo presidente della Repubblica e non si sa neppure se il governo e la sua maggioranza extralarge sopravvivranno a questa prova. Ma soprattutto perché l’attuale gestione del servizio pubblico è messa sotto accusa da tre consiglieri su sette: quello nominato dal Movimento 5 Stelle, quello nominato dal Partito democratico e quello eletto dai dipendenti dell’azienda.

Nell’ultima riunione del cda, i consiglieri Francesca Bria (Pd), Alessandro Di Majo (M5S) e Riccardo Laganà (interno) hanno votato contro il budget 2022, presentato dall’amministratore delegato, che prevede una posizione finanziaria netta negativa (-625 milioni di euro d’indebitamento) e un risultato finale in pareggio. Da qui, sono scaturiti gli improvvidi tagli lineari ai Tg regionali e sportivi che hanno provocato uno sciopero di protesta dei giornalisti Rai. Ma il malcontento investe anche le nomine ai vertici delle reti e delle testate decise d’imperio dall’Ad.

Ora è vero che il canone della Rai è il più basso in Europa, come s’è lamentato Fuortes davanti alla Commissione di Vigilanza. Ed è anche vero che il governo ne preleva indebitamente una parte, circa 350 milioni all’anno, per destinarlo alla fiscalità generale. Ma questo è lo stesso governo che ha nominato Fuortes e la presidente Marinella Soldi, tutti e due in forza dell’infausta riforma imposta dal governo Renzi e confermata dal governo Draghi, in spregio alla giurisprudenza costituzionale che attribuisce il controllo della Rai al Parlamento. Entrambi, amministratore delegato e presidente, dovevano conoscere bene la situazione prima di accettare l’incarico e poi agire di conseguenza, piuttosto che continuare a gestire l’azienda a colpi di sprechi, maxi-compensi e commissioni agli agenti, come un vecchio carrozzone di Stato. Né tantomeno si può reclamare oggi un adeguamento del canone mentre la bolletta elettrica aumenta vertiginosamente già di suo.

Quando l’amministratore delegato dichiara alla Vigilanza che il canone è una “risorsa incongrua”, dunque, non fa che ammettere la propria incapacità di incidere sui costi abnormi del servizio pubblico, andando a ridurli sull’informazione regionale e sportiva che fa parte integrante del suo core business, della sua funzione istituzionale primaria. Si faccia, allora, una grande “operazione trasparenza”, mettendo le carte in tavola e pubblicando le spese voce per voce, nome per nome. Vedremo così se alla Rai, con i suoi 1.700 giornalisti distribuiti sul territorio nazionale, costa di più l’informazione oppure l’intrattenimento con i lauti contratti di ex giornalisti travestiti da “artisti”; conduttori e conduttrici; testimonial e telepromotori; produttori esterni e intermediari, nella rincorsa all’omologazione con la tv commerciale. Senza dimenticare i 670 mila metri quadrati di immobili, praticamente tre volte le isole Cayman, censurati dalla Corte dei Conti.

Con oltre due miliardi di euro all’anno da canone e circa 700 milioni di pubblicità, la Rai farebbe bene piuttosto a tarare le spese sulla base delle risorse che incassa. Altrimenti, come Arlecchino servo di due padroni – la partitocrazia e la pubblicità – continuerà sempre a pretendere che lo Stato Pantalone copra i “buchi” del suo bilancio. Ma chi viene insediato dalla politica non può che ricorrere alla politica per piatire soldi e potere.

 

B. al colle è peggio del virus: ma non siamo tutti vaccinati?

Se fosse eletto Berlusconi sarebbe più chiaro l’orrore in cui siamo immersi: è bastato il fatto che lui abbia pensato di candidarsi per capire che nei palazzi della politica non c’è proprio il sentimento della vita, della pulizia, della dignità.

Ora eleggere un presidente decente è quasi impossibile, è come tirarsi fuori dalla palude prendendosi per i capelli. Ma è veramente fuori da ogni logica quello che sta accadendo. La pandemia doveva essere una sventura di cui fare buon uso, per cambiare radicalmente il mondo, e invece stiamo a parlare di come condire un cibo chiaramente avariato. La pandemia piega ogni persona nelle sue preoccupazioni e la politica ne approfitta per mettere in scena la più solenne delle sue stagioni scandalose.

Le schermaglie per l’elezione del presidente della Repubblica sono allo stesso tempo una pagliacciata e un dramma. Siamo alle prese con personaggi allo stesso tempo ridicoli e avvilenti. E la cosa incredibile è che la faccenda va avanti e il risultato si annuncia comunque penoso. Sembra quasi che Berlusconi possa servire come orrore scampato e quindi possa rendere più accettabile un candidato brutto, ma che sembrerà decente in confronto a lui.

In questo panorama la sinistra assiste impietrita. E questo accade anche perché non c’è tra i politici di sinistra e neppure nella società civile una figura che sia indiscutibilmente alta e vasta. Abbiamo tritato tutto in questi anni, abbiamo sminuito le grandezze e ingrandito le cimici. Il risultato è che ora siamo quasi sicuri di ritrovarci con un presidente della Repubblica che rischia di far contento solo se stesso e i suoi amici.

Ovviamente la cosa non allarma più di tanto gli inquilini del palazzo. Lì dentro è appena entrato un parlamentare eletto con l’undici per cento dei votanti. È chiaro che astenersi non è una lezione per questa gente, bisogna combatterli attivamente, bisogna riattivare subito il nostro sistema immunitario anche rispetto alla politica. Vaccinarsi è una cosa buona per la nostra salute, eleggere un pessimo presidente della Repubblica è una cosa pessima per la nostra salute.

Non si può credere a una classe politica che ci propina Berlusconi in abbinamento ai vaccini. Le due cose assieme sono incompatibili.

 

Tutto ciò che la stampa prona non dice di Draghi

Il premier Mario Draghi, appoggiato dal “governo dei migliori”, ha usato il denaro pubblico per influenzare o magari addirittura “comprare” il consenso degli editori dei principali organi d’informazione e dell’élite dei giornalisti? Questa domanda, che gli andrebbe rivolta in conferenza stampa, può scaturire come logica conseguenza di fatti incontestabili.

1) Tanti giornali italiani (escluso il Fatto) hanno celebrato Draghi “a priori” e a oltranza, da quando è stato imposto a Palazzo Chigi pur senza avere avuto il consenso degli elettori.

2) Gli editori degli stessi organi d’informazione hanno sostenuto questa esaltazione di un tecnocrate della grande finanza, pur senza esperienza in cariche politiche e con un passato non privo di segreti e “ombre”.

3) I giornalisti più pagati avevano implorato il governo di salvare le loro “pensioni d’oro” dal crollo della cassa Inpgi 1, che pretesero di privatizzare per godere di un sistema privilegiato rispetto a quello pubblico Inps.

4) Gli editori percettori di erogazioni pubbliche e disinvolti spremitori dell’Inpgi 1 (per tagliare i costi con i prepensionamenti) avevano chiesto ulteriori aiuti di Stato.

5) Draghi e il suo governo hanno stanziato 350 milioni di fondi pubblici per gli editori, che – se hanno interessi in altri settori – possono beneficiare di contributi statali aggiuntivi.

6) Il premier ha salvato le “pensioni d’oro” dell’élite dei giornalisti, incurante del parere negativo della Corte dei conti e senza nemmeno un ricalcolo (che avrebbe evitato allo Stato almeno di accollarsi i privilegi più imbarazzanti).

Draghi dovrebbe chiarire se, da questi presupposti, può essere scaturito un “do ut des” tra la sua celebrazione mediatica e i fondi pubblici agli editori e ai giornalisti più pagati. E, se non fosse in grado di smentirlo, ne uscirebbe un mega-scandalo. Perfino l’Unione europea dovrebbe intervenire per tutelare il diritto fondamentale della libertà di informazione, replicando quanto ha fatto dopo le restrizioni sui media nell’Ungheria di Viktor Orbán.

Per Draghi la situazione potrebbe diventare ancora più delicata, se corresse per succedere al Quirinale a Sergio Mattarella. Il denaro pubblico, elargito agli editori e all’élite dei giornalisti, non favorirebbe la sua ambizione personale? Non indurrebbe a sottovalutare i segreti e le “ombre” di quando era alla banca privata Usa Goldman Sachs, ha frequentato super-lobby riservate della finanza e ha attuato politiche da “Robin Hood al rovescio”, togliendo ai poveri per dare ai ricchi (da salvataggi di banchieri e investitori, con fondi pubblici della Bce, fino ai regali da premier a grandi imprese, finanzieri, editori e giornalisti più pagati)?

Da molti anni, nelle classifiche internazionali, la libertà d’informazione in Italia è stimata a livelli da Terzo Mondo. Le reti pubbliche Rai appaiono sotto il controllo del governo e di partiti. Le tv Mediaset appartengono al capo di Forza Italia Silvio Berlusconi. Agenzie di stampa e tante testate ricevono aiuti di Stato. Un “do ut des” di Draghi con editori ed élite dei giornalisti, se provato, lascerebbe libertà di informazione critica sul premier e sul governo praticamente solo al Fatto e a pochi altri giornali.

Un contesto mediatico opaco, omertoso e collusivo può impedire ai cittadini di conoscere informazioni fondamentali. Mentre dovrebbe bastare che un blog riveli una notizia critica su Palazzo Chigi per vederla rilanciata da tutti i media. In Italia tanti editori e direttori di giornali non hanno solo nascosto – in conflitto d’interessi – che tocca ai cittadini pagare gli aiuti ai padroni di testate (spesso molto ricchi) e per salvare “pensioni d’oro” e privilegi dei giornalisti meglio retribuiti. Nella corsa per il Quirinale non sta emergendo nemmeno che Draghi potrebbe essere percepito – per le sue politiche da “Robin Hood al rovescio” – come un tecnocrate divisivo da milioni di italiani poveri o disoccupati. Né che, dietro ai suoi segreti alla Goldman Sachs e nelle lobby riservate, potrebbero celarsi patti e conflitti d’interessi incompatibili per un capo dello Stato. Se poi davvero avesse “comprato” il consenso dei principali media insieme al “governo dei migliori”, si potrebbe intuire perché tanti giornali non hanno dato grande risalto anche alle “ombre” di altri candidati al Quirinale, tipo Giuliano Amato, Paolo Gentiloni, Gianni Letta, Pier Ferdinando Casini, ecc. Né hanno sbattuto in prima pagina l’incredibile “candidato” Berlusconi come pregiudicato per frode fiscale: reato ancora più grave per un politico in quanto contro lo Stato e la collettività.

 

Due Clochard sul Tevere, un picnic ad Arcore e il gioco delle tre carte

Mentre la turbinosa meteora berlusconiana continua ad ardere nel nostro cielo come qualcosa di malefico, e le anime oneste atterriscono all’idea di un maestro della corruzione assunto al cielo quirinalizio, prendiamo fiato con queste nuove barzellette.

Dopo aver finalmente compreso che Ita, la nuova compagnia aerea pubblica, è un progetto industriale insensato, dato che in due mesi e mezzo di volo ha già perso 170 milioni, il governo chiude baracca e burattini, e il presidente Altavilla finisce a fare il clochard sotto un ponte del Tevere. Un giorno, vagando per la città, incontra l’ex amministratore delegato Lazzerini: è anche lui un clochard, e sta chiedendo l’elemosina con due cappelli. “Perché due cappelli?” gli chiede Altavilla. E Lazzerini: “Gli affari stavano andando bene, così ho aperto una succursale”.

L’arrivo di una nuova, micidiale variante di Sars-cov-2 fa andare fuori di testa il ministro della Salute Speranza, che viene ricoverato in una clinica psichiatrica. Il neo-eletto presidente del Consiglio, Pierferdinando Casini, va a trovarlo. Speranza, gli occhi spiritati, è di buon umore; gli mostra le mani, chiuse una sull’altra come se contenessero qualcosa di prezioso; e gli domanda: “Cos’ho qui dentro?”. Casini sta al gioco: “Un milione di euro?”. Speranza dà una sbirciatina fra i palmi e fa cenno di no. Casini: “Uno yacht?”. Speranza dà un’altra occhiata al suo tesoro invisibile: “No, riprova”. “Una banca?”. Speranza scuote la testa. Casini fa un ultimo tentativo: “Una Regione?”. Speranza stavolta si stupisce, ma poi con uno sguardo di sfida gli chiede: “Che colore?”.

Berlusconi si consola della figuraccia quirinalizia entrando in una concessionaria Rolls-Royce. Un venditore si avvicina: “Salve, presidente. Sta pensando di comprare una Rolls?”. E Berlusconi: “No, la Rolls la compro. Quello a cui sto pensando è la figa”.

Un agente della Polizia locale entra in un bar di Roma per verificare i Green pass. S’avvicina a un tavolo dove Letta, Salvini, Meloni e Conte giocano a carte. I Green pass sono a posto, ma l’agente ha qualcosa da eccepire. Dice: “State giocando a soldi e questo è illegale. Siete in contravvenzione e i soldi vengono confiscati”. Letta risponde: “Giocando a soldi? Io no, mi sono appena seduto”. L’agente si rivolge a Salvini: “Lei però stava giocando”. “Niente affatto. Sto aspettando che mi portino il caffè”. L’agente interpella la Meloni: “Non mi dica che anche lei non stava giocando!”. “Assolutamente no. Devo andare alla toilette e sto controllando che si liberi”. Allora l’agente mette una mano sulla spalla di Conte: “Lei però non può negare. Stava giocando. Ha il mazzo in mano”. E Conte: “Stavo giocando? E con chi?”.

Persa la partita del Colle, Berlusconi si ritira ad Arcore. Un pomeriggio sta chiacchierando con i fedelissimi presso il mausoleo in giardino contenente un loculo anche per loro: Previti, Dell’Utri e Confalonieri. I quattro si abbandonano ai ricordi, e dopo un po’ decidono di fare a gara a chi riesce a rammentare il ricordo più lontano nel tempo. Previti dice: “Io ricordo quando convinsi la marchesina Casati a venderti questa villa per una cifra ridicola”. Dell’Utri: “Io ricordo quando portai qui Mangano”. Confalonieri: “Io ricordo quando suonavo sulle navi da crociera”. E Berlusconi: “Schiappe. Io ricordo quando andai a un picnic con mio padre e tornai a casa con mia madre”.