Tutti cercano il kingmaker dove non c’è

Visto che Silvio Berlusconi batte in ritirata, adesso i suoi sodali dicono che potrebbe essere lui il kingmaker di Mario Draghi, l’artefice della sua elezione al Quirinale. Che è un po’ lo scudetto dei secondi arrivati o chi regge il moccolo mentre l’altro balla con la miss della festa. Kingmaker, e subito si corre su Wikipedia per apprendere che storicamente trattasi di chi non potendo aspirare al trono, agisce con la sua influenza politica, economica, religiosa, militare nel processo di successione (esempi: il Conte di Warwick nella Guerra delle due rose, ma pure il re Eadgils di Svezia che impose un re cane al popolo dei Dani). Sono ore assai concitate e le aste microfonate che nelle viuzze intorno al Parlamento scortano Matteo Salvini per carpirgli un sospiro, un gemito (fosse anche un ruttino postprandiale) hanno nelle vele uno speranzoso interrogativo: fosse per caso lui il kingmaker? E se invece kingmaker fosse l’altro Matteo, che già lo fu al tempo di Sergio Mattarella e che ora cazzeggia sulle onde di Radio Leopolda: possibile che non muova i suoi fili invisibili?

Nei talk televisivi, dove tutti sanno qualcosa ma nessuno sa un bel niente, il kingmaker è figura abusatissima, come se davvero valessero qualcosa i polverosi canoni della chiacchiera da Transatlantico, del pissi pissi bau bau, del retroscena esclusivo sulla segretissima riunione in una notte buia e tempestosa. Tutti facendo finta di non sapere che se un kingmaker esiste va cercato più utilmente negli articoli del Financial Timeso dell’Economist. O nella visita di John Elkann (Exor) a Palazzo Chigi. Poiché leggiamo che “i mercati tifano sulla stabilità” (chi l’avrebbe detto), e che Mario nostro come Galbani vuol dire fiducia. C’è poi lo scenario incubo di Berlusconi al Quirinale che sarebbe accolto “da Wall Street e la City con accorati ordini di ‘vendi, vendi, vendi’ ai loro broker” (Repubblica). Per l’ex Cavaliere, sempre attento alla Borsa di famiglia, un eccellente ragione per proclamarsi kingmaker e giocarsi serenamente il secondo posto.

Aeroporto di Firenze, parlano i denunciati

Un incontro, alle 11.30 di oggi al capolinea Tramvia dell’aeroporto di Firenze, dal titolo “Toscana Aeroporti: Un mix tra imprenditoria, banche e finanza. Quali gli sponsor politici della multinazionale di Eurnekian”. A quattro giorni dall’udienza Ciccio Auletta, consigliere comunale Diritti in comune Pisa, e Massimo Torelli, portavoce Firenze Città Aperta, parleranno delle “denunce intimidatorie” ricevute dall’ad di Toscana Aeroporti Roberto Naldi dopo aver criticato su Facebook il progetto della nuova pista dello scalo. Interverranno Giorgio Meletti, giornalista del Domani, Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, e Dmitrij Palagi, consigliere comunale Sinistra Progetto Comune Firenze.

Muore a 18 anni nell’ultimo giorno di stage in azienda

La trave d’acciaio gli è caduta addosso e lo ha ucciso all’istante. Lorenzo Parelli, 18 anni, è morto nel suo ultimo giorno di stage in un’azienda di Lauzacco (Udine). Originario di Castions di Strada, il ragazzo aveva raggiunto la maggiore età a fine novembre e stava frequentando un progetto di Pcto (Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento) la vecchia Alternanza Scuola-Lavoro, in forza di una convenzione tra l’istituto superiore che frequentava, il tecnico “Giacomino Bearzi” di Udine, e la Burimec, azienda meccanica che opera nel settore della carpenteria metallica e tra le altre cose produce bilance stradali. La sede principale della ditta si trova a Buttrio, mentre lo stabilimento di Lauzacco, dove è avvenuto il dramma, si occupa di laminazione. Sul posto sono arrivati i genitori: con loro i carabinieri della compagnia di Palmanova, gli ispettori della Asl e il pubblico ministero di turno dalla Procura udinese. L’area è stata posta sotto sequestro per cercare di stabilire eventuali responsabilità penali.

“Un fatto di una gravità inaudita, indegno per un paese civile. Lo stage in un’azienda dovrebbe garantire il futuro ad un giovane, non condurlo alla morte”, ha commentato il segretario nazionale della Cisl Luigi Sbarra. “Come amministrazione regionale ci stringiamo attorno ai genitori, ai parenti e agli amici del giovane”, si legge in una nota del governatore del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e dell’assessora al Lavoro Alessia Rosolen. “È incomprensibile come ancora oggi si possano verificare episodi di questa gravità”.

Stupro di Capodanno, un nipote di De Mita testimone chiave del festino di sesso e droga

Era presente anche Simone Maria Ceresani (non indagato) al festino di Primavalle tenutosi la notte di Capodanno tra il 31 dicembre 2020 e il 1 gennaio 2021 nel quartiere alla periferia ovest di Roma. Un party a base di alcol e droga, cui hanno partecipato 26 giovani tra i 16 e i 20 anni, culminato con la presunta violenza sessuale nei confronti di due ragazze minorenni. Sulla vicenda indaga la Procura di Roma, che ha disposto l’arresto di tre giovani. Ceresani, 21 anni, presente al festino insieme alla fidanzata 17enne figlia di una nota soubrette, è il figlio di Cristiano Ceresani – ex capo di gabinetto del leghista Lorenzo Fontana, già ministro della Famiglia del governo Conte-1 e prima ancora capo dell’ufficio legislativo dell’ex ministra Maria Elena Boschi – e di Simona De Mita, figlia dell’ex presidente del Consiglio, Ciriaco De Mita. Tutti totalmente estranei all’inchiesta. Il ragazzo, sentito dai carabinieri come persona informata sui fatti (dunque non indagato), ha fornito particolari utili alle accuse nei confronti di uno degli arrestati, un calciatore dilettante.

Ceresani ha denunciato di aver ricevuto minacce da parte di un altro ragazzo durante la notte, il quale gli avrebbe puntato un’arma alla tempia (“ma non sono sicuro che fosse una pistola”, ha dichiarato) gridando “ti scarrello in faccia”. Nella sua deposizione, il giovane ha ammesso – si legge nell’ordinanza – di aver “fatto uso di cocaina chiedendola a (…), il quale gli aveva offerto gratuitamente una dose di tale sostanza stupefacente”. Dichiarazione che si scontra con quella di un’altra 17enne, che agli inquirenti, ha detto: “Allora mo vi dico la verità… la cocaina so che l’ha portata Simone, il fidanzato di (…), a lui ho dato 27 euro per la cocaina (1 grammo costa 80 e abbiamo diviso io, (…) e (…)”. La stessa minorenne però, in una conversazione intercettata del 13 gennaio 2021, “raccontava (…) di aver reso delle dichiarazioni mendaci (…) in merito alla presenza del Rivotril” e, il 15 gennaio, sempre intercettata intimava all’amica, prima dell’interrogatorio, di non svelare che fosse stata lei a portare alla festa “co… e robe del genere”, scrivono gli investigatori, “riferendosi verosimilmente alla cocaina”. Di Ceresani, un altro minorenne, ha detto: “Ha portato un pezzo (…) di hashish, di cui abbiamo usufruito tutti i presenti”. Fonti legali vicine alla famiglia Ceresani-De Mita, al Fatto smentiscono qualsiasi ipotesi che Simone possa aver venduto droga ai partecipanti.

Rai Doc: tra Zappi e Giammaria parte la guerra di stanze

Guerra delle stanze in Rai. Con Duilio Giammaria, ex direttore di Rai Doc che, secondo Dagospia, si sarebbe asserragliato nella sua stanza a Viale Mazzini senza cederla al suo successore, Fabrizio Zappi, nominato il 16 dicembre. Cosa che il giornalista smentisce, ma non del tutto. “Sono ancora nella mia stanza, ma non mi sono affatto barricato e sono senza segretaria, in attesa di essere destinato ad altro incarico. Il cambio di stanza è previsto per la prossima settimana”, spiega Giammaria. “Sono cose che in Rai accadono spesso perché, prima di andarsene, un direttore vuol sapere dove andrà a finire”, racconta una fonte. Chiedere a Giuseppe Carboni che, lasciata la direzione del Tg1, si è visto assegnare un ufficetto a via Col di lana.

I rapporti tra il vecchio e il nuovo direttore di Rai Doc, del resto, non sono idilliaci. Giammaria, comprensibilmente, non ha preso bene la sostituzione, mentre Zappi non ha voluto partecipare al passaggio di consegne. Una sorta di “grande freddo” cui si aggiunge la questione della stanza.

“Julinda era a Palazzo Grazioli nel 2008. Poi Silvio se la portò pure al ritiro detox”

Settanta mila euro di generosità. È il nuovo capitolo dell’infinita saga di Silvio Berlusconi e le giovani donne delle quali ha sempre amato circondarsi. Il nome di Julinda Llupo – classe 1987, origini albanesi ma una vita a Roma – è da giorni finito agli “onori” della cronaca. A partire dalla notizia pubblicata dal Domani di una segnalazione per operazioni sospette della Banca d’Italia: gli ispettori hanno segnalato i bonifici, dieci da febbraio a dicembre del 2020, ricevuti da Silvio Berlusconi per un totale di 67 mila e 500 euro. Secondo le causali delle operazioni, si sarebbe trattato di “regali” o “prestiti”. Ma chi è questa ragazza titolare di una società che gestisce alcuni bed&breakfast a Roma? Perché è stata destinataria della “beneficenza” di Silvio? Ad alcune di queste domande ha risposto Barbara Guerra, la showgirl che fu tra le favorite di Berlusconi e oggi imputata a Milano nel processo Ruby ter con l’accusa di corruzione in atti giudiziari (per la Procura avrebbe mentito ai pm che indagavano sulle cene di Arcore ricevendo in cambio l’utilizzo di una casa fuori Milano). Quella che pubblichiamo è ovviamente la sua versione.

Barbara Guerra, lei conosce Julinda Llupo?

Julinda la conosco almeno dal 2008. L’ho incontrata la prima volta a Palazzo Grazioli, a Roma, a una cena che Silvio organizzò per il corpo di ballo del Bagaglino. Quella fu anche la prima volta che conobbi Berlusconi.

Quindi Julinda conoscerebbe Berlusconi da anni?

Sì, ma quello non era il “giro di Arcore”, lei faceva parte del “giro romano”, al quale apparteneva anche Marta Fascina (attuale fidanzata di Silvio Berlusconi, ndr), che allora era giovanissima… Erano tutte lì per fare qualcosa nel mondo dello spettacolo… Ma questo giro non è mai venuto alla ribalta, a differenza di quello milanese.

Llupo dunque sarebbe stata, secondo il suo racconto, una “frequentatrice” assidua di Silvio?

Mi sembra di ricordare che nel settembre 2008, nel famoso ritiro di Silvio a Melezzole (Todi), nel centro di Marc Mességué, ci fosse anche questa ragazza.

Si riferisce al weekend “detox” passato da Berlusconi – allora presidente del Consiglio – in quel centro benessere e poi finito sui giornali per la presenza di Marysthell Garcia Polanco, accompagnata lì da Gianpi Tarantini? Fece tanto discutere allora perché Berlusconi, per concedersi un ristoro, abbandonò tutti i suoi impegni pubblici…

Sì, certo. E posso dirle che da Mességué c’erano almeno una trentina di ragazze!

Lei e Llupo vi frequentavate?

Uscivamo insieme quando vivevo a Roma. Mi sembra di ricordare che vivesse ancora in casa dei genitori e che avesse un fidanzatino. Poi mi sono trasferita a Milano e ci siamo perse di vista.

L’ha vista anche in altre situazioni?

Credo alla mega festa con 50 ragazze provenienti da Milano e Roma al capodanno 2008/09 nella villa di Silvio in Sardegna. La ricordo bene quella serata, perché me ne andai schifata.

Ha qualche idea della ragione per cui Berlusconi avrebbe dato 70 mila euro a Llupo?

Non lo so. Ma i soldi non li ha dati mica solo a Julinda… Lui aiuta tante ragazze, con il denaro. Ad altre, invece, ha regalato case e appartamenti.

E, secondo i pm, a lei avrebbe dato una villa in comodato d’uso gratuito.

Eh, ma i bonifici sono bonifici…

Bari, processo Tarantini: così B. riprova ad allungare i tempi

Trasferire alla Camera dei Deputati la richiesta della Procura di trascrivere una serie di intercettazioni che coinvolgono Silvio Berlusconi, sotto processo a Bari con l’accusa di aver pagato l’imprenditore Gianpaolo Tarantini per mentire ai pm baresi che indagavano sulle escort condotte alle serate tra Palazzo Grazioli, Villa Certosa e Arcore.

È stata questa la mossa della difesa dell’ex premier per tentare di allungare ancora una volta i tempi di un processo iniziato nel 2019 per fare luce su fatti avvenuti ben 12 anni fa. Il tentativo stavolta però è stato neutralizzato dall’accusa, rappresentata dal pubblico ministero Eugenia Pontassuglia, che, proprio per evitare un nuovo slittamento delle attività dibattimentali, ha annunciato di voler rinunciare, per il momento, a quelle intercettazioni e proseguire con il dibattimento e l’esame dei testimoni. Da un lato, insomma, la difesa del leader di Forza Italia ha evitato di presentare una richiesta di rinvio come avvenuto a Milano per il “Ruby Ter” (“ogni processo è diverso dall’altro e conseguentemente può avere scelte diverse” ha spiegato ai cronisti l’avvocato Roberto Eustachio Sisto), ma dall’altro ha provato comunque a ottenere un lungo rinvio come già avvenuto in passato. Come nell’agosto del 2015 quando il tribunale chiese l’autorizzazione all’utilizzo di una serie di intercettazioni che riguardavano l’ex presidente del Consiglio: la risposta da Roma, però, giunse solo a febbraio 2016, ben sei mesi più tardi.

Archiviata temporaneamente la questione intercettazioni, nell’udienza di ieri mattina, il giudice Valentina Tripaldi ha acquisito, con il consenso delle parti, i verbali delle dichiarazioni rese dal ragioniere Giuseppe Spinelli, ex tesoriere di Berlusconi che in fase di indagine aveva confermato ai magistrati di Milano di aver versato 10mila euro a una delle donne chiamate a testimoniare nel processo barese: secondo quanto riportato negli atti, quei soldi erano stati consegnati “apparentemente per coprire le spese di viaggio”, ma in realtà erano “finalizzati alla cosiddetta falsità giudiziale”. Insomma denaro in cambio di bugie che avrebbero favorito Berlusconi. E anche oggi, nei confronti del candidato al Quirinale, pende l’accusa di aver offerto a “Gianpi”, tra l’estate 2010 e l’agosto 2011, la somma totale di 500mila euro, le spese legali, l’affitto di un appartamento ai Parioli, e anche un lavoro fittizio che spiegasse il suo elevato tenore. E proprio per Tarantini, a ottobre 2021, la Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la condanna a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione.

Il processo di Bari, seppur lentamente, procede. La prossima udienza è per il 25 gennaio, giorno in cui saranno ascoltati una serie di testimoni indicati dall’accusa tra i quali un collaboratore di Lavitola arrivato troppo tardi all’udienza di ieri.

Il sindaco vuole. Pfizer per il booster del figlio. E la Asl lo accontenta

Lui però non è un ragazzo qualunque: si chiama Filippo Peracchini ed è il figlio del sindaco della città. Il suo arrivo, la mattina del 13 dicembre, è preceduto in modo singolare da una comunicazione dei vertici della Asl4. Tre giorni prima, il 10 dicembre, la direttrice dell’hub Claudia Di Bernardo riceve una mail che invita a somministrare un vaccino diverso (Pfizer) a Peracchini jr. Alle 11.14 del 13 dicembre Di Bernardo risponde in modo pacato e con toni fermi: non è il caso di fare deroghe.

Il secondo tempo si consuma nel pomeriggio. Il giovane si ripresenta all’hub vaccinale, questa volta accompagnato dal padre sindaco, Pierluigi Peracchini. Partito come candidato civico e transitato a Cambiamo, Peracchini senior è tra i maggiori sostenitori di Toti in Liguria, corre per la rielezione nel 2022 e di recente è stato promotore di una manifestazione pro vax. Alle 15.59 la dottoressa Di Bernardo riceve una seconda mail della direzione sanitaria, in cui viene reiterata la richiesta precedente. La direttrice dell’hub lo comunica al medico vaccinatore, Luigia Siriani, e alla sua assistente, Anne Marie Spinn, che a quel punto concedono al ventenne ciò che in quei giorni non è stato consentito a molti altri, senza appositi certificati.

Dall’hub i medici coinvolti assicurano di non aver subito pressioni. La cautela iniziale, spiegano altre fonti, sarebbe giustificata dalla presenza di allergie. La cui solidità non era stata valutata sufficiente nella prima valutazione. Contattato dal Fatto, il sindaco ha risposto così: “Mio figlio era preoccupato per una visita fatta alcuni giorni prima, e per possibili effetti negativi cardiologici di Moderna su ragazzi sotto i trent’anni, per questo la prima volta non si è vaccinato. Cosi, preoccupato come padre, ho chiamato la Asl per chiedere come comportarmi. A seguito di ciò il ragazzo è tornato accompagnato dalla madre, che è rimasta fuori, e ha ricevuto Pfizer”.

Stanziati 150 milioni per i danni da vaccino Le famiglie: “Briciole”

Con il decreto Sostegni e Bollette si apre la partita degli indennizzi a favore di chi ha subito danni a causa della vaccinazione anti-Covid. Il governo ha previsto un fondo di 150 milioni di euro, 50 quest’anno e 100 nel 2023. Non c’erano alternative, perché è vero che la legge 210 del 1992 riconosce gli indennizzi solo in caso di vaccini obbligatori, ma la Corte Costituzionale ha stabilito che “obbligo” e “raccomandazione” sono di fatto la stessa cosa. Ora la domanda è: basteranno 150 milioni? “Mi domando come abbiano fatto a stimare questa cifra, che non sarà assolutamente sufficiente considerando il fatto che ci sono stati anche dei decessi e che le azioni legali saranno migliaia”, dice l’avvocato Erich Grimaldi, presidente del comitato Cure domiciliari precoci contro il Covid, che si prepara a presentare una ventina di ricorsi per accertamenti tecnici preventivi in base al Codice di procedura civile. “Venti casi – dice Grimaldi –, che rappresentano quelli più gravi per ottenere la nomina di un perito e avviare l’istruttoria. Mi chiedo anche come saranno divise le risorse del fondo: riuscirà ad ottenere l’indennizzo chi arriva prima?”. L’ultimo rapporto Aifa sulla sorveglianza dei vaccini contro il Covid-19, è aggiornato al 26 settembre 2021. Data in cui si registravano oltre 101 mila segnalazioni di sospette reazioni avverse. Vale a dire 120 ogni 100 mila dosi (solo il 14,4%, però, considerate gravi), riferite soprattutto a Pfizer. Attenzione: parliamo di sospette reazioni avverse, che potrebbero cioè avere una correlazione con il vaccino, e che sono state rilevate soprattutto nella popolazione tra i 20 e i 59 anni.

Poi, però, non vanno dimenticati i decessi per i quali è stato dimostrato il nesso causale, in questo caso con AstraZeneca. Come quello dell’insegnante siciliana Augusta Turiaco, morta nel marzo 2021 o della diciottenne di Sestri Levante Camilla Canepa a giugno. Basterebbero questi dati per un’ondata di azioni legali e a far sospettare che l’ammontare del fondo sia inadeguato. Ma ci sono anche i numeri che oggi arrivano dagli avvocati delle associazioni dei consumatori. Il solo Codacons ha ricevuto 2.500 segnalazioni da cittadini che intendono procedere. “Solo circa il 10% di queste riguarda però reazioni avverse molto gravi”, spiega Marco Ramadori, avvocato del Codacons. Precisazione doverosa, dato che sono indennizzabili solo i danni biologici.

Il governo ha del resto stabilito che avranno diritto all’indennizzo solo coloro che abbiano riportato lesioni o infermità dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica. Non saranno un po’ di febbre o dolori muscolari e articolari, insomma, ad aprire la strada che porta agli indennizzi. Ma il percorso non è affatto tracciato nemmeno per chi ha avuto conseguenze molto gravi, come tromboembolie o ictus cerebrali (anche se in buone condizioni di salute) e ora è costretto ad affrontare un lungo periodo di fisioterapia e riabilitazione. Perché per stabilire se il disturbo manifestato è correlato al vaccino serve per prima cosa una perizia medico legale, che accerti l’entità del danno e poi il nesso causale. E una perizia costa. “Un’azione legale di questa natura comporta una spesa elevata solo per nominare il perito”, conferma Grimaldi. Fino ad ora, in base all’ultimo rapporto di Aifa, ad essere colpite da reazioni avverse sono state soprattutto le donne, che costituiscono il 71% del totale, pari a 70 segnalazioni ogni 100 mila dosi somministrate. E a segnalare i casi sono stati in maggioranza medici e farmacisti.

Negozi e supermarket: il governo fa il Dpcm e lo cambia con le Faq

Per fortuna sono arrivate le Faq di Palazzo Chigi a chiarire che nei supermercati si potrà comprare tutto, non solo cibo, senza Green pass. Per mezza giornata il Dpcm sfornato ieri aveva scatenato dotte perplessità su proporzionalità e ragionevolezza, oltre che ironie e interrogativi a metà strada tra lo stato di polizia e Scherzi a parte. La polizia controllerà se ho comprato pane e pasta o, per dire, la Nutella? O una penna? O un paio di calzini? La cassiera potrà dirmi “questo no, non è di prima necessità” e chiedermi il pass ? La norma riconosce infatti le sole “esigenze alimentari e di prima necessità”, poi hanno aggiustato il tiro con le solite Faq.

È stato il decreto legge dell’Epifania, il numero 1 del 7 gennaio, a introdurre il certificato verde ovunque, salvo le deroghe per soddisfare “esigenze essenziali e primarie della persona” affidate appunto al decreto del presidente del Consiglio, emanato ieri. Entrerà in vigore il 1° febbraio, i non vaccinati hanno qualche giorno per fare shopping e poi ci vorrà il pass base, quello che si ottiene anche con un tampone negativo.

L’elenco allegato al decreto consente anche a chi non è vaccinato o guarito da sei mesi (sempre dal 1° febbraio il certificato non durerà più 9 mesi) l’accesso libero alle “attività” di “commercio al dettaglio in esercizi con prevalenza di prodotti alimentari e bevande (ipermercati, supermercati, discount di alimentari, minimercati e altri esercizi non specializzati di alimenti vari), escluso il consumo sul posto”. Bene, controlleranno la “prevalenza alimentare” in un ipermercato che vende di tutto? Il Dpcm pone a carico dei “titolari degli esercizi” l’onere di assicurare “il rispetto delle misure” con “controlli” anche “a campione”. Multe da 400 a 1.000 euro per chi non esibirà un pass valido e per chi chiuderà un occhio.

Negozi Gli occhiali sì e l’amplifon no?

Senza il pass saranno accessibili anche i negozi di “surgelati”, di “animali domestici e alimenti per animali domestici”, di “carburante per autotrazione”, di “articoli igienico-sanitari”, di “medicinali” comprese le “parafarmacie”, di “articoli medicali e ortopedici”, di “materiale per ottica”, di “combustibile per uso domestico e per riscaldamento”. Dei negozi di apparecchi acustici non c’è traccia, nemmeno nelle Faq. Si suppone, tuttavia, che siano ritenuti essenziali, almeno per i non udenti.

Nell’elenco mancano le tabaccherie e le edicole, che invece erano aperte durante il rigidissimo lockdown del 2020, quando lo stato d’emergenza era una cosa seria. I non vaccinati avranno un’occasione per smettere di fumare e, già che ci sono, anche di leggere. Senza test saranno vietate anche le librerie, come i negozi di abbigliamento e di telefonia e di qualunque altro genere, banche e uffici postali. Per fortuna ci sono le app, per chi le sa usare. Altrimenti i tamponi, per la gioia di chi li vende e delle narici dei no vax. Dal 20 gennaio serve già il pass base per andare dal barbiere, dal parrucchiere e dall’estetista. Ci vuole invece il certificato rafforzato (guariti o vaccinati) per trasporti, ristoranti, bar, cinema, teatri, stadi e molto altro: su governo.it trovate pagine e pagine di regole e tabelle.

I pensionati che ritirano la pensione di persona, se hanno deciso di violare l’obbligo vaccinale imposto sempre dal 1° febbraio agli over 50 con la celebre e ridicola multa di 100 euro, dovranno fare il test del Covid-19 per entrare alle Poste: sembra che una prima stesura prevedesse una deroga, poi saltata. Idem per pagare una bolletta. Obbligo di pass anche per sostenere il colloquio per il reddito di cittadinanza nei Centri per l’impiego, come se non fosse un’esigenza “essenziale e primaria”. Non ci sono deroghe per gli uffici pubblici: ci vorrà il test anche per un certificato di residenza. Si potrà andare, senza pass, in ospedale, negli ambulatori medici e perfino in quelli veterinari, ma solo per “finalità di prevenzione, diagnosi e cura”. Quindi, si direbbe, non per accompagnare un parente o fargli visita. Nelle Residenze sanitarie assistenziali, peraltro, accompagnatori e visitatori devono aver fatto la terza dose. Oppure due dosi e test negativo.

Uffici Niente pensione e passaporto senza tampone

Senza certificato verde si potrà entrare in un commissariato di polizia o in una stazione dei carabinieri, ma forse anche lì dipenderà da cosa si deve fare. Potrebbe essere necessario il Qr code per chiedere il passaporto o una licenza. La lettera c) dell’articolo 1 del Dpcm (“esigenze di sicurezza”) ammette infatti senza pass “l’accesso agli uffici aperti al pubblico delle Forze di polizia e delle polizie locali” per “lo svolgimento delle attività istituzionali indifferibili, nonché quelle di prevenzione e repressione degli illeciti”; la successiva lettera d), trattando le “esigenze di giustizia” e l’accesso agli uffici giudiziari e ai servizi sociosanitari, aggiunge solo “la presentazione indifferibile e urgente di denunzie di soggetti vittime di reati o di richieste di interventi giudiziari a tutela di persone minori di età o incapaci, nonché per consentire lo svolgimento di attività di indagine o giurisdizionale per cui è necessaria la presenza della persona convocata”. Per tutelare i diritti di maggiorenni capaci servirà un test negativo?