Gorgonzola, successi, live e tralicci: vita da Fask “Però sogniamo il Boss e magari un Sanremo”

No, il rock non è un pranzo di gala. “Circolone di Legnano. Un buco rettangolare, soffitto basso, tutti stipati. Inverno, un freddo becco. A un certo punto la condensa dei corpi fa letteralmente piovere dentro. Un fan ci regala una forma enorme di gorgonzola. Alla fine siamo nel backstage sudati, ghiacciati, puzzolenti, con il formaggione sotto il braccio. Chiedendoci: ‘Ma che scena è? Che significa?’”. Ride, Aimone Romizi, carismatico frontman degli orgogliosamente perugini Fast Animals and Slow Kids, rievocando le avventure della band, una delle più potenti del panorama indie-alternativo italiano. Un vaso di Pandora di storie live. “Un’altra volta”, lo incalza il batterista Alessio Mingoli, “sempre in Lombardia. Non avevamo tecnici, sistemavamo da soli gli amplificatori. Il nostro chitarrista Alessandro Guercini fa un movimento falso e si lussa una spalla. C’è un medico in sala? Arriva una ragazza ma non riesce a rimettergliela a posto. Così ci facciamo largo tra il pubblico, sorreggendo il braccio di Ale. ‘Lo portiamo in ospedale e torniamo’. Un’ora e mezza dopo, li abbiamo ritrovati lì, seduti a bere birre in nostra attesa”. Non si contano i concerti sotto gli acquazzoni, in barba ai divieti e ai rischi, o le liti furiose con gli addetti alla sicurezza un po’ maneschi. Ma anche Aimone a volte è andato in cerca di guai, con la sua mania di arrampicarsi sulle torri del palco. “Quattro anni fa: di supporto ai Biffy Clyro a Rimini, folla pazzesca. Salgo sui tralicci, bello carico, da coglioncione. Dopo il set il buttafuori mi afferra per la maglia: ‘Imbecille, era mia la responsabilità se cadevi. Potevi morire, io ti ammazzo!’”. Romizi è una bestiaccia on stage, “ma ora sono adulto, non faccio più queste mattane. Semmai vado in montagna qui in Umbria, però come climber sono scarso”. Sei album all’attivo dei FASK: il più recente È già domani costituirà l’ossatura del tour nei club in partenza il 7 aprile da Parma, poi in estate il giro più corposo all’aperto. C’è pure un nuovo singolo, il sanguigno ed energico Vita Sperduta, da testare on stage. “È una delle nostre canzoni proposte ad Amadeus per Sanremo. Se una volta o l’altra ci accoglierà al Festival ne saremo felici, ma la nostra missione di musicisti è di tornare ai concerti, di far capire perché suoniamo. Abbiamo la fortuna di trasferire pezzi delle nostre vite nella musica, in un lavoro che ci definisce, e la responsabilità di convincere i ragazzi a tornare ad accalcarsi davanti a una band. I più giovani devono poter vivere quest’esperienza catartica, e comprenderla a fondo”. Potendo sognare, chi vorrebbero accanto? “Springsteen e la E Street Band. Mostri che ti ricordano che c’è sempre un livello più alto cui tendere, anche se non ci arriverai mai”. Tornando al tour, è un obbligo veicolare messaggi in tempo di guerra? “Presto faremo qualcosa di grande, ma dobbiamo prima elaborare l’orrore quotidiano che ci avvolge. Il rock può contribuire alla pace? Ce lo chiediamo ogni giorno. Ma è la nostra unica arma”.

Da Neruda ad Arthur C. Clarke: Cylon è un “Assalto al paradiso”

Esiste un Batman Airport e un Mafia Airport, nelle omonime località della Turchia e della Tanzania. Poi aeroporti con nomi dedicati a personaggi celebri come il Madre Teresa di Tirana. Per quanto riguarda gli scrittori c’è il Lione-Saint Exupéry e poteva esserci il Sanatiago del Cile-Pablo Neruda. Nel 2018 il poeta premio Nobel era stato proposto per l’intitolazione dello scalo, ma la sua fama era ormai offuscata. “Come molte giovani femministe in Cile sono disgustata da alcuni aspetti della vita e della personalità di Neruda”, ha protestato Isabelle Allende. Nel ’28, Neruda era stato inviato a Colombo, Capitale dello Sri Lanka, come console onorario dopo essere fuggito da Rangoon, causa gelosia di Josie Bliss cui dedicherà Il tango del vedovo: “Sotterrato vicino al cocco troverai più tardi/ il coltello che ho nascosto per timore che tu mi uccidessi”. Abitava in un bungalow, imparava a nuotare nell’Oceano, componeva versi e faceva i bisogni in un buco tra assi di legno nel meraviglioso giardino tropicale. Il buco veniva svuotato alla mattina da una intoccabile, una bellissima creatura destinata allo sgradevole compito che svolgeva con la grazia delle cingalesi, tra la seta cruda della pelle e quella lucida dei capelli. Neruda non aveva resistito: “Un mattino, deciso a tutto, l’afferrai per un polso e la guardai faccia a faccia. Non c’era nessuna lingua in cui potessi parlarle. Si lasciò guidare da me senza un sorriso e a un tratto fu nuda sul mio letto”. L’intoccabile era rimasta pietrificata. L’esperienza non si era ripetuta e Neruda sembrava non andarne fiero. Nondimeno aveva raccontato tutto nelle sue memorie guadagnandosi una assicurazione sul futuro disprezzo più che con l’ode a Stalin. In Assalto al paradiso (Neri Pozza, collana diretta da Pierluigi Vercesi), Ambrogio Borsani ricostruisce la vicenda descrivendo la decadenza del quartiere di Colombo, il bungalow sparito, le poche palme, i tratti superstiti di spiaggia… Collezionista di libri e autore di deliziosi volumi sulla perversione bibliofila, amico e curatore della Merini (“Una volta mi ha chiamato chiedendomi di andarle a prendere un vibratore dimenticato in una pensione dei Navigli”), di Testori (“Sosteneva di avere avuto un rapporto con Alain Delon”), di Volponi e di altri miti del ’900 letterario, Borsani è anche un viaggiatore incantato e autore di testi come Stranieri a Samoa e Tropico dei sogni. Anche se gli eccessi erotici toccano altri occidentali sbarcati sull’isola, come l’Arthur Clarke di Odissea nello spazio, forse sulla scia di una deriva esotico-dionisiaca senza limiti, genere La lunga notte di Singapore, l’introvabile libro di memorie omosessuali di Bernardino Del Boca, si farebbe torto alla grazia e al tocco delicato di Borsani insistendo su questo tema. Preferiamo concludere con l’immagine del tubercolotico Gozzano a caccia di farfalle (“fiori senza stelo”) vicino a Candy o con una descrizione di Taprobane, isola nell’isola, ascoltata da Paul Bowles, durante un inverno marocchino a Tangeri. Ricordava malinconico: “A Taprobane c’era sempre luce, persino di notte. L’acqua dell’oceano diventava fluorescente e sulla costa accendevano i falò. Il caldo aveva un effetto narcotico, ci si poteva buttare nell’oceano in ogni momento… C’erano molte distrazioni e io mi ero imposto una regola severa per scrivere: alle sei del mattino prendevo il tè, mi mettevo un sarong e facevo una passeggiata per l’isola, assistevo al sorgere del sole dalla punta meridionale, poi rientravo per mettermi al tavolino a scrivere The Spider’s House”.

Chi trema e chi spera con l’Italia

Barbera e champagne, il pensiero introduttivo coinvolge Giorgio Gaber, grande e indimenticabile colonna sonora dei nostri “ismi”. Italia-Macedonia del Nord si disputa questa sera – ore 20:45 – nello stadio che Palermo ha intitolato a uno dei suoi dirigenti più romantici e sagaci: Renzo Barbera. In ballo, il Mondiale del Qatar (21 novembre-18 dicembre). Patti sin troppo chiari: se si vince, si va alla “bella” di martedì 29 marzo a Oporto con il Portogallo di Cristiano Ronaldo o a Istanbul con la Turchia di Hakan Çalhanoglu. Se si perde, subito a casa. Sarebbe la seconda volta consecutiva dopo Russia 2018. Il Ct era Gian Piero Ventura, lo fregò la Svezia (1-0 a Stoccolma, 0-0 a San Siro). Il destino ci aspettava al varco già all’andata: autogol di Daniele De Rossi, palo di Matteo Darmian.

Siamo campioni d’Europa, nel ricordo solenne e perenne dello smacco che infliggemmo all’Inghilterra l’11 luglio 2021. Siamo stati costretti agli spareggi dai due rigori sbagliati da Jorginho contro la Svizzera. Siamo sesti nella graduatoria Fifa e affronteremo la numero 67. Il rapporto fra nazione e nazionale è sempre stato ambiguo, e sempre lo sarà: a maggior ragione in un Paese come l’Italia, che non ha mai finito una guerra con l’alleato con cui l’aveva cominciata. Sul carro, a Wembley, dalla calca non passava uno spillo. Oggi, si sgomita per trovare uno spiffero di fuga, un po’ figli di papà e un po’ figli di. Nel 2006, l’estate di Calciopoli, ci furono mozioni e petizioni perché non si andasse in Germania, tanto “infetti” erano molti della spedizione. Finì a tarallucci e inno e, sotto il cielo di Berlino, si banchettò e brindò felicemente dimentichi dei ruttini prodotti dagli strambotti moralistici della vigilia. Le infradito della ministra (riscaldata) Giovanna Melandri assursero a feticcio della missione.

Roberto Mancini aveva umilmente invocato un piccolo taglio al calendario, in modo da poter dedicare una settimana in più al suo laboratorio. Per carità. Il Covid non dà tregua, anche quando sembra che la dia, il calendario è sacro e la volata-scudetto non si tocca. La Lega di A, fra parentesi, ha scelto come presidente Lorenzo Casini, sintesi perfetta, nel plurale del cognome, di ciò che sono diventati i suoi condòmini. Questi siamo, ed è inutile fingere di poter (o voler, o saper) cambiare. Al massimo, ci qualificheremo: sarebbe un diversivo, non la soluzione.

Il “licenziamento” di Paulo Dybala ha occupato le copertina dei giornali e sequestrato gli highlight delle televisioni. A proposito: tutti fuori dalla Champions già agli ottavi, a conferma di un sistema tecnicamente alla canna del gas (e del Var), la Juventus, l’Inter e, addirittura nella fase a gironi, il Milan, leader della classifica, e quell’Atalanta che, in Europa League, sta riscattando i nostri avanzi, in compagnia della Roma di José Mourinho (in Conference League).

L’ultima degli Azzurri risale al 15 novembre: 0-0 con l’Irlanda del Nord. Era l’atto conclusivo delle eliminatorie, fatale e letale. Si giocò a Belfast, la città dove, nel 1958, una nazionale imbottita di oriundi, pilotata da Alfredo Foni e sconfitta 2-1 aveva fallito il Mondiale svedese, il primo perso “sul campo”. Un’edizione decisamente non banale, alla luce dei marziani che l’avrebbero battezzata e cresimata: Pelé e Garrincha. E quel Brasile lì, metà samba e metà carnevale, uno squadrone che poteva permettersi di alternare José Altafini a Vavà.

Italia-Macedonia del Nord, dunque. Si profila un esaurito biblico, grazie all’aiutino ministeriale che anticiperà al 24 marzo, appunto, l’apertura totale delle arene sancita per il 1° aprile. Agli avversari, che ebbero in Goran Pandev la bandiera più luminosa e ventosa, mancherà Eljif Elmas, squalificato, risorsa preziosa del Napoli di Luciano Spalletti. Il pronostico non può che essere orientato, al netto delle macumbe. Mancio ha rinunciato a Mario Balotelli, precettato d’improvviso per uno stage e subito scaricato. Strana procedura, a Dante l’arduo riassunto: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”. Il Ct dovrà fare a meno della difesa titolare: Giovanni Di Lorenzo, Leonardo Bonucci, Giorgio Chiellini, Leonardo Spinazzola. Con il solo Chiello in odore di recupero.

Per il resto: Gigio Donnarumma e la sua roulette, centrocampo tipo (Nicolò Barella, Jorginho, Marco Verratti) e attacco standard (Domenico Berardi, Ciro Immobile, Lorenzo Insigne). Berardi scalpita, Immobile è il capocannoniere del campionato, 21 gol come Dusan Vlahovic. Il meglio che offre il convento. Sono proprio le spalle al muro, di solito, a farci uscire dal labirinto in cui spesso ci sdraiamo, pigri e gaudenti, per eccesso di meriti o abuso di coccole. Gabriele Gravina, presidente federale, trema. Altri, tramano. C’è chi, in caso di bocciatura, prospetta l’Apocalisse; chi gonfia le vele dell’enfasi appellandosi al Piave; e chi, in agguato fra i cespugli, manda segnali di fumo, pronto a tradurli con il vocabolario dei risultati. Tutto ’sto can can per due rigori. Ma non contavano gli allenatori?

Simonetta, 29 colpi e quell’estate nera che diventa un circo

Dunque, rieccoci – secondo la Procura di Roma che annuncia novità ancora segrete – dentro a quella foto d’altro secolo del giallo di via Poma, i lunghi riccioli di Simonetta Cesaroni, 21 anni, in posa davanti al mare, gli occhi intensi, il viso serio di donna, ma che ancora disegnava cuori nel suo diario e fiori e piccoli pensieri sul futuro che arriverà. Cancellata per sempre in un pomeriggio d’agosto romano da 29 coltellate. Delitto fissato da allora in un mistero che non si è mai sciolto. E che oggi, a 32 anni di distanza, riapre il suo palcoscenico di sangue, menzogne, disastri investigativi, arresti, scarcerazioni, sospetti – il portiere dello stabile, il fidanzato della vittima, il nipote di un inquilino – un suicidio, tre processi, un milione di pagine di inchiostri giudiziari: nessun colpevole.

Accade in una bella strada del quartiere Prati, nel vuoto d’aria di quel famoso palazzo color ocra, di eleganza umbertina, con giardino interno, le palme, la fontana al centro, quattro scale, dove quel martedì 7 agosto non c’è quasi nessuno, tutti già in vacanza. Tranne una manciata di inquilini e lei, Simonetta che vive e lavora al Tuscolano. Ma che due pomeriggi la settimana tiene la contabilità negli uffici della Aiag, Associazione degli alberghi per la gioventù, terzo piano Scala B. Ultimo giorno di lavoro anche per lei: traghetto per la Sardegna già prenotato.

È sola in ufficio. Lavora al computer nell’unica stanza con la tapparella alzata e il ventilatore acceso. Come d’abitudine staccherà alle 18:30, dopo avere telefonato al titolare per i saluti e alla sorella Paola per la serata. Invece l’orologio dei suoi appuntamenti si ferma. Non chiama, non risponde. Dirà la madre che mai Simonetta mancava agli appuntamenti, “era precisa, persino maniacale”. Lo stesso racconterà la sorella che quel pomeriggio telefona a tutti, compreso il titolare dell’agenzia. Decidono insieme di andare in ufficio a cercare una spiegazione. Alle undici di sera svegliano il portiere per le chiavi. L’ufficio è chiuso a chiave. È tutto buio, salvo la piccola luce blu del computer di Simonetta. Quando accendono le luci, resta solo il tempo di urlare per l’orrore, inginocchiarsi sul corpo, singhiozzare.

Un’ora dopo, davanti ai flash della Scientifica, la scena è raggelante. Simonetta è stesa seminuda. Il reggiseno tirato su, il top arrotolato sul ventre, i calzini bianchi ai piedi, le braccia spalancate. Sul corpo i segni del delitto di impeto: 6 colpi di tagliacarte inferti al viso, uno al collo, 8 lungo il torace, 14 al basso ventre. Quello che i medici legali chiamano “overkilling”, che vuol dire infierire sul corpo, molto oltre la morte della vittima.

Simonetta non ha lottato. È stata subito stordita con un pugno, immobilizzata, spogliata. Ha i segni di un morso tra il collo e il seno, gli occhi trafitti a cancellarne lo sguardo. Incongrue, in mezzo a tanto furore, le scarpe da ginnastica blu, slacciate e allineate contro il muro. Mancano le mutandine. Mancano i fuseaux e la camicia bianca. Mancano gli orecchini, l’anello, il bracciale e la collana d’oro. Ma soprattutto manca il sangue. “Calcolando che non è morta subito – dirà il referto – potrebbe avere perso fino a 3 litri di sangue”. Ma il pavimento ha poche tracce. Dunque, l’assassino ha pulito la scena e andandosene ha richiuso l’ufficio con quattro mandate, tenendosi le chiavi di Simonetta. Perché?

L’unica spiegazione è che si riprometteva di tornare per portare via il corpo, scaricarlo lontano dalla scena del delitto, in un vicolo, in un cassonetto, simulando un delitto per rapina e stupro. “Se ha rischiato rimanendo così a lungo sulla scena – ragionano gli investigatori – sapeva che nessuno sarebbe arrivato. E sapeva che quell’ufficio era un indizio da cancellare”.

Già nella prima notte di interrogatori la luce degli inquirenti inquadra il viso di Pietro Vanacore, il portiere dello stabile, 58 anni, uomo scontroso, taciturno che va facilmente in confusione. Lo arrestano il giorno dopo: ha ucciso perché respinto. Ha pulito il pavimento con i vestiti della vittima e con l’acqua. Sperava di occuparsi del corpo all’alba, ma è stato preso in contropiede dall’allarme dei familiari. La prova regina è che hanno trovato del sangue sui suoi pantaloni messi a lavare.

Sui giornali, l’omicidio deflagra. Diventa il “delitto dell’estate” con il colpevole incorporato. C’è il sesso, la crudeltà che ha spezzato una fanciulla in fiore. La Squadra Mobile non ha dubbi. Il procuratore nemmeno. Il questore Improta dichiara in tv: “È un grande bugiardo”. Invece tutto si smonta. Vanacore ha un alibi che regge. Il sangue sui pantaloni è il suo, soffre di emorroidi. Esce da Regina Coeli dopo 24 giorni. Ma l’ingranaggio dei sospetti si è messo in moto. La depressione macina gli anni. Torna a vivere dove è nato, vicino a Taranto. Resiste vent’anni, tra interrogatori e perquisizioni, tensioni e proscioglimenti. Fino alla notte tra l’8 e il 9 marzo 2010, quando si lega le gambe con una corda e si butta in mare, lasciando due biglietti che dicono la stessa cosa: “Sono stanco dei sospetti e delle angherie”.

Mentre esce di scena Vanacore, entra il fidanzato Raniero Busco che fa l’operaio all’Alitalia di Ciampino. I carabinieri del Ris di Parma che analizzano il Dna di 31 sospettati, isolano tracce della sua saliva sul reggiseno di Simonetta. E ipotizzano che il morso sul seno sia compatibile con la sua arcata dentale. Interrogato 17 anni dopo, dice che lui e Simonetta erano stati insieme la sera prima, l’ultima prima delle vacanze separate: “Avevamo un rapporto squilibrato, io provavo dell’affetto, lei mi amava strenuamente”. E nel diario di Simonetta: “Io lo amo, lui no”. Tra i due era lui che scappava e lei che inseguiva, circostanza che contraddice il movente dell’omicidio.

Busco va a processo 20 anni dopo, nel 2010, quando ha 44 anni, una moglie e due figli. In primo grado prende 24 anni per omicidio. In Appello assoluzione piena. La Cassazione conferma e rimprovera i magistrati e gli investigatori per l’inconsistenza delle prove. Busco ringrazia e dice: “Dimenticatevi di me”.

Il copione dei successivi dodici anni di acrobazie investigative, diventa un circo. Lampeggiano i Servizi segreti deviati. La Banda della Magliana. Il Vaticano. I misteri informatici. Il nipote di un ingegnere che abita sopra l’ufficio di via Poma. Un Mister X che fugge, la Talpa, il Supertestimone. Scempiaggini e veleni che distruggono indiziati, eccitano criminologi e giornalisti. Usciranno 13 libri-inchiesta. Un paio di romanzi, una fiction, almeno 50 speciali tv. Simonetta sta sempre là, in quella foto da sola al mare. Il colpevole la guarda da allora.

Ruby ter, i giudici: prescrizione sospesa per poco più di 2 anni

Sul caso Ruby ter, dal luglio 2017 a oggi, lo scorrere della prescrizione è stato bloccato per 828 giorni. È quanto emerge da un prospetto depositato dai giudici di Milano nel procedimento a Berlusconi e altri 28. La tabella che sarà utile per calcolare le prescrizioni. Si va verso la prescrizione, infatti, delle accuse di falsa testimonianza contestate a una ventina di “ex olgettine”. La corruzione in atti giudiziari, contestata a Berlusconi, a Karima el Mahroug e ad altre, non si prescriverà a breve. In totale Berlusconi ha presentato cinque istanze di legittimo impedimento.

Torino, stop anagrafe per figli genitori gay

La città di Torino interrompe le trascrizioni dei figli delle coppie omogenitoriali. Una decisione “presa con grande difficoltà in via cautelativa, in attesa del pronunciamento della Cassazione” annuncia “amareggiato” il sindaco Stefano Lo Russo, destinatario di una comunicazione prefettizia secondo cui la registrazione costituisce una violazione di legge. La lettera del prefetto segue un decreto del Tribunale (confermato in appello) che rifiutava a una coppia di mamme la possibilità di dare al figlio il doppio cognome. La prima delle attuali 79 registrazioni risale all’aprile 2018, quando l’allora sindaca Appendino iscrisse all’anagrafe il figlio dell’allora Capogruppo del Pd (oggi assessora alla viabilità) Chiara Foglietta.

“Riaprite le indagini sul mostro di Firenze”

L’inchiestava riaperta per consentire alle parti offese l’accesso agli atti d’indagine sui delitti attribuiti al “mostro di Firenze”. È il contenuto delle due richieste presentate alla Procura fiorentina dai legali dei parenti di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, vittime dell’ultimo degli omicidi avvenuto a Scopeti nel settembre 1985, e di Carmela De Nuccio, una delle due vittime dell’omicidio avvenuto a Scandicci nel 1981. “La prima – si spiega in un comunicato dei legali – riguarda la richiesta di accesso agli atti del procedimento a carico di Pietro Pacciani, già presentata lo scorso anno”, mentre la seconda “è una richiesta di riapertura delle indagini del procedimento già archiviato nei confronti di Giampiero Vigilanti”.

Juventus, da Ronaldo a Chiellini: s’indaga sugli stipendi dei calciatori

Non solo plusvalenze. E non solo Cristiano Ronaldo. Ma anche gli stipendi dell’era Covid: quattro mensilità alle quali i calciatori avrebbero rinunciato salvo accordarsi con delle “scritture private” per recuperale successivamente. E nel mirino della Guardia di Finanza e della Procura di Torino ora ci sono proprio queste “scritture private” che costano alla Juventus, oltre alle accuse sulle plusvalenze fittizie, un accusa di falso in bilancio (nel fascicolo sono indagati, oltre la società, Andrea Agnelli, Pavel Nedved, Fabio Paratici, Marco Giovanni Re, Stefano Bertola, Stefano Cerrato e Cesare Gabasio per false comunicazioni sociali ed emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ndr) per non aver immediatamente dichiarando la sua posizione debitoria con i calciatori.

La società avrebbe inserito le “integrazioni” in un secondo momento ma secondo l’accusa non sarebbe regolare: gli accordi per le integrazioni erano contestuali alle riduzioni e non si sarebbero dovute depositare dopo.

Con le perquisizioni di ieri, il procuratore aggiunto Marco Gianoglio e i sostituti Ciro Santoriello e Mario Bendoni, mirano ad acquisire documenti sui contratti di gran parte delle ultime formazioni bianconere, a partire dall’ex allenatore Maurizio Sarri, passando per Cristiano Ronaldo, Dybala, De Ligt, Demiral, Pjanic, Bonucci, Higuain, Rabiot, Arthur, Buffon, Chiellini, Chiesa, Khedira, Szczesny e molti altri. A quanto pare, gli elementi più corposi trovati dai finanzieri riguardano gli accordi relativi a Ramsey, Danilo, Bonucci, Cuadrado e Kulusevski.

La Gdf l’11 marzo scorso ha infatti messo nero su bianco il fondato sospetto che, sugli stipendi del biennio 2019/2020 e 2020/2021, esistano “scritture private” e cifre che non correttamente riportate in bilancio. In sostanza sarebbe stata “omessa” a “livello patrimoniale” la “posizione debitoria” della società. E così ieri la Procura di Torino ha disposto una serie di perquisizioni nei riguardi di alcuni studi legali (il Weigmann di Torino e il Whiters di Milano), di alcuni commercialisti (Mario Tenore, Franco Vernassa) e due agenti (Alessandro Lucci e Alessandro Lelli) che non rientrano tra gli indagati ma potrebbero avere il corpo del reato: gli “accordi” sottoscritti e non depositati. Documenti che riguardano le “manovre stipendi” del biennio in questione.

I finanzieri guidati dal colonnello Luigi Vinciguerra, dopo aver analizzato le operazioni di trasferimento dei calciatori e le relative plusvalenze, si sono concentrati sui loro contratti. Li hanno prima acquisiti presso la Lega della serie A e poi li hanno confrontati con quelli depositati nella società bianconera. Indagando sono giunti alla conclusione che esistono “indizi concreti” sulla “esistenza di plurime scritture private” che non sarebbero state “depositate presso gli organi competenti”. I finanzieri hanno infatti trovato, nel materiale sequestrato, bozze di accordi non firmati e non datati. Ma soprattutto hanno scoperto che una serie di professionisti “si sono interfacciati con i dirigenti della Juventus per le posizioni dei singoli giocatori” e “hanno ricevuto le bozze in discorso, poi ‘concordate’ e sottoscritte”. Gli investigatori hanno scoperto anche altro: per la Juve c’era la “prassi di custodire all’esterno della sede alcuni documenti riservati, poi destinandoli alla ‘distruzione’ una volta esaurita la funzione di ‘garanzia’”. Proprio così: “distruzione”.

Per la precisione, riguardo gli stipendi 2019/2020, non vi sarebbe stata la “rinuncia di quattro mensilità” dovuta alla sospensione per il Covid ma a un “mero differimento del pagamento di tre dei quattro ratei in questione, indipendentemente dall’attività sportiva (a seguito della sospensione per l’emergenza Covid)”. E la vicenda non si sarebbe fermata qui perché altre scritture private riguarderebbero gli stipendi del 2020/2021 e “non è oggetto della relazione finanziaria annuale del giugno 2020”. E ora veniamo allo schema. Da un lato vi sarebbero stati “accordi di riduzione degli stipendi, regolarmente depositati presso la Lega, prima del giugno 2021”. Dall’altro “accordi di integrazione” che erano subordinati alla permanenza, a “una determinata data”, dei calciatori presso la Juventus. Questi ultimi sarebbero stati depositati alla Lega “solo in parte”. Infine vi sarebbero state delle “separate scritture integrative” che non sono “mai state depositate in Lega” a “garanzia del pagamento incondizionato delle integrazioni stipendiali”. Garanzie che avrebbero avuto valore “anche in caso di trasferimento del giocatore” a una “società terza” e sarebbero avvenute con il “coinvolgimento degli agenti sportivi/intermediari e di consulenti legali”.

Lombardia, 2 mln pubblici per la nave ‘green’ usata 3 volte

Una barca di soldi. Sono quelli usati per la costruzione della nave ibrida (diesel/elettrica) “Predore”, già costata oltre 2,1 milioni di euro stanziati dalla Regione Lombardia, che da quattro anni giace immobile su un pontile del lago di Iseo. La Predore – 30 metri di lunghezza, 100 tonnellate di dislocamento per 149 posti a sedere – ha solcato le acque solo tre volte. A viaggiare invece sono i costi per il pubblico e le battaglie legali che dividono il committente, la società Navigazione Lago d’Iseo (NLI) e il costruttore, Zara Metalmeccanica srl. Una vicenda di sperpero di denaro pubblico – portata alla luce da Dario Balotta, di Legambiente –, sulla quale dal 2019 indaga il pm di Bergamo, Giancarlo Mancusi.

La vicenda inizia nel 2016, quando Zara vince un appalto da 1,6 milioni per la costruzione della nave e un’opzione per una gemella. A scrivere il bando per NLI era stata la società di consulenza Meccano Engineering, il cui socio di maggioranza era l’ingegner Stefano Reggente. Appena avviata la costruzione, per i magistrati, NLI inizia a fare pressione affinché Zara cambi il progetto e utilizzi un motore Siemens (dal costo di 600 mila euro), invece di quello previsto da bando. Il problema è che il Siemens non era omologato dal Registro italiano navale (Rina) e quindi non poteva navigare. Né era compatibile col progetto, se non a fronte di costose varianti. Inoltre, dice Zara ai pm, 20 giorni prima della chiusura del bando, era stato avvicinato da un venditore Siemens il quale “dava per scontata” la sua vittoria.

Zara rifiuta di montare il motore, ma Reggente – nel frattempo nominato da NLI direttore dei lavori – lo obbliga. Zara capitola, monta Siemens, ma quando il progetto della nave viene presentato al Rina nel 2017, viene bocciato, perché il motore non è in regola. Zara propone a NLI la risoluzione del contratto con Siemens. Il consorzio, invece, decide di accollarsi una “perizia suppletiva” da 195.575 euro per omologare il motore. Così una società pubblica usa fondi pubblici per omologare un motore di una società privata (che a quel punto potrà rivenderselo ad altri clienti). Intanto i costi sono già lievitati a 2,1 milioni.

A maggio 2018 la Predore inizia le prove di navigazione sul lago d’Iseo, ma si rompe e NLI rescinde il contratto con Zara per inadempimento. Da lì partono le cause civili (che fanno lievitare ulteriormente le spese) e l’inchiesta penale. A oggi NLI ha speso oltre 195 mila euro in avvocati. Ma i costi non sembrano preoccupare NLI, società pubblica controllata dall’Autorità di bacino dei laghi d’Iseo, Endine e Moro, ente pubblico partecipato da tutti i comuni rivieraschi che gestisce la navigazione sul Lago d’Iseo. NLI spende di personale 2,5 milioni l’anno, i cui affidamenti in larga parte avvengono senza gara, essendo quasi tutti sotto soglia. Sulla questione Predore, il Pirellone, che ci aveva messo i soldi, non è mai intervenuto. Anzi, Lombardia, Veneto e Piemonte da mesi spingono affinché la navigazione lacustre passi in toto alle Regioni. Per perorare la causa il mese scorso l’assessore lombardo ai trasporti, Claudia Maria Terzi, ha citato proprio NLI, quale “esempio positivo” da seguire. NLI ha appena annunciato la costruzione di tre nuove navi ibride per 12 milioni, soldi di Regione e del governo.

Ilva, bonifiche ferme al 5% (e Draghi scippa altri fondi)

Solo 25 dei 617 milioni di euro sono stati effettivamente utilizzati per le bonifiche e la messa in sicurezza delle aree esterne all’ex Ilva di Taranto. A distanza di cinque anni dall’accordo stipulato dalla famiglia Riva con lo Stato italiano, meno del 5% dei fondi gestiti direttamente dai commissari straordinari di Ilva in As (amministrazione straordinaria) è stato liquidato per gli interventi effettuati al di fuori dello stabilimento industriale gestito oggi da Acciaierie d’Italia, la joint venture tra la multinazionale Arcelor Mittal e lo Stato italiano attraverso Invitalia.

Dall’ultimo report della gestione commissariale, infatti, emerge che dei 617 milioni di euro, ammontano a 444 milioni di euro i fondi “allocati”, cioè formalmente già destinati a interventi o progetti, e di questi solo 66 milioni quelli “impegnati” per “ordini attivi o conclusi nel periodo che va da novembre 2018 a oggi”. Di questi ultimi, poi, solo 25 milioni al momento sono già stati liquidati dai commissari.

Tra i fondi allocati, spuntano i 226 milioni che dovrebbero servire alla bonifica della Gravina Leucaspide, un’area di 46 ettari sotto sequestro per disastro ambientale: un’operazione da 226 milioni di euro, ma per cui sono stati impegnati al momento meno di 100 mila euro. Un ripristino ambientale che nel report di Ilva in As alla voce “Eventuale intervento di bonifica o messa in sicurezza permanente (a valle di esecuzione piano delle indagini ambientali)” ha come scadenza “da definire”. Oppure la rimozione 490 mila tonnellate di fanghi provenienti dagli altiforni e dalle due acciaierie e la bonifica degli ambienti: a fronte dei 75 milioni allocati, solo 47 sono stati impegnati e di questi appena 5 milioni effettivamente utilizzati. Eppure tutto il progetto dovrebbe concludersi entro agosto 2023.

Il governo di Mario Draghi, però, ha deciso di non toccare questi fondi e di pescare dai 173 milioni non ancora allocati, la somma di 150 milioni di euro da dirottare ad Acciaierie d’Italia affinché li utilizzi non più per interventi di bonifica o ripristino ambientale, ma per interventi che possano garantire l’aumento della produzione d’acciaio nella fabbrica ionica, che com’è noto non se la passa bene finanziariamente.

Uno scippo contenuto all’interno del dl Energia: è stato lo stesso Draghi, pochi giorni fa, ad annunciare le iniziative di sostegno all’ex Ilva per aumentare la produzione d’acciaio in Italia e sopperire alle esigenze di materie prime causate dall’emergenza Covid prima e dalla guerra in Ucraina poi. Nel corso della presentazione delle misure alla stampa, è stato proprio Draghi ad annunciare l’estensione della garanzia Sace ad Acciaierie d’Italia e il trasferimento dei 150 milioni di euro alla produzione. L’obiettivo è quello di passare dalle 4,7 milioni di tonnellate prodotte nel 2021 a 5,5 milioni nel 2022. Un obiettivo da raggiungere con il ritorno in esercizio dell’Altoforno 4 che si aggiungerebbe ad Afo1 e Afo2 e col ritorno in marcia anche della seconda acciaieria, oggi ferma per lavori.

Il nuovo tentativo del governo Draghi, segue di qualche mese dopo quello avviato con il decreto Milleproroghe che spostava 575 milioni di euro dalle bonifiche all’azienda, ma affossato dall’insurrezione popolare e politica partita da Taranto. In quell’occasione, infatti, dopo le proteste dei tarantini, l’intero arco parlamentare, con l’eccezione della Lega di Matteo Salvini, aveva presentato emendamenti per abrogare quell’articolo 21 e impedire che le somme destinate alle bonifiche finissero altrove. Draghi e il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ora ci riprovano con lo scudo della guerra in Ucraina. A differenza di qualche mese fa, però, nessun esponente politico si è mobilitato per neutralizzare il nuovo scippo: ad oggi le uniche critiche sono arrivate da Europa Verde e dal M5S.

“Con la legislazione di emergenza – ha dichiarato la portavoce di Europa Verde-Verdi di Taranto, Eliana Baldo – si stabilisce maggiore produzione di acciaio, ma nulla si dice in merito alla salute dei cittadini, non una parola sulla necessità di una Valutazione del danno sanitario preventivo o sulla possibilità di chiusura dell’area a caldo”. Mentre il senatore Mario Turco, tarantino e vicepresidente del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato: “Non possiamo accettare che vengano destinate a finalità produttive i 150 milioni giunti nella disponibilità dei commissari Ilva per le bonifiche, per la riqualificazione e lo sviluppo del territorio”.