I fanghi: da concime bio a pericoloso inquinante

Da buona pratica a prassi deviata il passo è breve, e spesso perfino consentito dalla legge. I fanghi di depurazione composti da feci umane, fertilizzanti dai depuratori, acque reflue urbane e agro-industriali, per esempio, dopo trattamenti biologici-chimici di decontaminazione dovrebbero essere usati come concime per i terreni. Al momento, invece, sono tra gli agenti inquinanti più pericolosi per salute e ambiente. Un risultato inficiato dal mercato parallelo dello smaltimento abusivo, ma anche dalle maglie larghe del decreto Genova emanato nel 2018, il cui art 41 in merito ai livelli di dosaggio dei fanghi ha di fatto dato il via libera alla contaminazione selvaggia dei suoli agricoli, che nel giro di pochi anni potrebbero diventare talmente saturi da aver bisogno di una bonifica.

I trattamenti di decontaminazione, infatti, non avvengono quasi mai e gran parte dei terreni nazionali assorbono ogni genere di miasma liquido e solido. Come? Le condizioni per l’uso dei fanghi in agricoltura si concentrano sui trattamenti di purificazione (detta anche defecazione, cioè separazione della fase solida dalla liquida), che comprendono l’estrazione di metalli pesanti e l’idrolisi alcalina e sono finalizzati a ottenere un composto che prende il nome di “gesso di defecazione”. Quest’ultimo non è nient’altro che un correttivo chimico-biologico che, a differenza dei fanghi, magicamente esce dal ciclo dei rifiuti e può essere sparso al suolo per il semplice motivo che il suddetto decreto è valido per la gestione dei “fanghi” ma non per quella dei “gessi”. In altre parole, l’obbligo di dosare idrocarburi e altri contaminanti nei “gessi” prima di spanderli non è presente, al contrario è ormai consolidata l’acrobazia amministrativa che trasforma questi prodotti tossici in puro concime. Di sicuro lo è in Emilia Romagna, che vanta il 95% di fanghi trasformati per l’appunto in “gessi”.

“L’eliminazione dei metalli pesanti è ‘eventuale’ e non mi risulta sia mai avvenuta perché costosa – spiega Alberto Zolezzi, parlamentare del M5S e componente della commissione Ambiente – Quindi i campi di molte regioni italiane sono inquinati da metalli pesanti e azoto in eccesso, tramite un escamotage studiato per risparmiare denaro. Una filiera agroalimentare di eccellenza sta subendo l’attacco di una filiera amministrativa patologica”. Oltre all’odore nauseabondo – poiché in sostanza si tratta di acque di scarico – i possibili effetti tossici delle sostanze versate nei campi e per lisciviazione in falda, consistono in una riduzione della fertilità, interferenza con il sistema endocrino, disturbi della crescita, immunotossicità e cancerogenità. Sotto gli occhi di tutti, pertanto, nei terreni agricoli del Paese si semina sopra un letto tossico. E se l’incidente di Adria del settembre 2014, quando per una fase scorretta di trasformazione e la formazione di vapori velenosi persero la vita 4 operatori, non è basato come ammonimento, la letteratura scientifica degli ultimi anni mostra come il trattamento dei fanghi, anche se eseguito, non elimina i geni di resistenza antibiotica. Il che vuol dire che dopo aver sparso i “gessi” possono riformarsi dei germi, caratterizzati oltretutto da resistenza antibiotica. Non è un caso se l’Italia è al primo posto in Europa per numero di morti legati all’antibiotico-resistenza. Così come risulta quantomeno sospetta l’epidemia di polmoniti in Bassa Bresciana e Alto Mantovano del settembre 2018. Secondo studi portati avanti da Zolezzi infatti – che prima di essere un parlamentare è un medico – gli oltre 1000 casi di polmonite ospedalizzati e le altre centinaia sfuggite al monitoraggio, potrebbero essere collegati alle oltre 360mila tonnellate di fanghi sparsi in quell’anno sull’area in questione. Ad allargare il problema, le rivelazioni alFattodi un funzionario interno dell’Arpa Lombardia che racconta scenari inquietanti: “Nella regione di Attilio Fontana non viene rispettata la legge regionale del 2014 sull’obbligo di dosaggio di Salmonella ed Escherichia coli sui fanghi: ovvero il quantitativo più importante di fanghi in Italia (confluente da 14 regioni) è spalmato su terreni agricoli senza escludere il rischio microbiologico generale”.

Come se non bastasse, le maglie lente concesse dal legislatore hanno lasciato negli anni campo aperto alle infiltrazioni criminali e alla proliferazione di battitori liberi. Tra i numerosi dossier c’è quello stilato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, il cui processo per alcune aziende è ancora in corso, che ha portato alla luce un circuito illecito di smaltimento di fanghi controllato da società toscane gravitanti nell’orbita deiclan dei Casalesie dellacosca Belforte. I fanghi nocivi riversati in terreni poi adibiti acoltivazioni di grano hanno interessato una superficie complessiva di 800 ettari con guadagni per circa 2 milioni di euro. La macchina dei fanghi, secondo la procura di Milano, avrebbe poi raggiunto il suo primato storico tra il 2012 e il 2015, smaltendo irregolarmente per mano della Cre Spa, il cui processo si è concluso col patteggiamento dei titolari Ambrogio e Rodolfo Verpelli, circa 110 mila tonnellatedi fanghi, per introiti di oltre 4 milioni di euro. “Gli spandimenti in Lombardia sono concentrati in pochi comuni della provincia di Mantova, Brescia e Pavia con un impatto cumulativo insostenibile – afferma Zolezzi – Con l’aggravante che ancora per poco si potrà studiare e raccogliere dati sul fenomeno: fino al 2017 la maggior parte del materiale sparso erano fanghi, mentre adesso la tendenza è quella di convertirli in gessi, i quali non saranno più tracciabili”. Rendendo i terreni italiani bombe ecologiche a norma di legge.

Sos Diesel: “Anche gli euro 6 sforano i limiti di emissione”

Anche i nuovi diesel, cosiddetti “puliti”, rischiano di avvelenare l’aria più del dovuto. Col permesso delle autorità. Lo svela un nuovo studio, ottenuto in esclusiva dal Fatto, pubblicato oggi dell’Ong europea “Transport & Environment” (T&E). Da test indipendenti risulta che il filtro anti-particolato, preposto all’eliminazione degli inquinanti, ne riversa a sua volta quantità talmente elevate che i veicoli si ritroverebbero a sforare le soglie legali di emissione. Le prove sono state effettuate con due popolarissime utilitarie sportive di nuova generazione: la Nissan Qashqai e la Opel/Vauxhall Astra, rispettivamente la seconda e la quarta più venduta in Europa nel 2018. La Nissan è in cima alla classifica italiana dei SUV con oltre 24.000 esemplari in circolazione solo l’anno scorso, stando all’Agenzia ambientale europea. Entrambe le vetture sono state omologate secondo l’ultimo standard Euro 6d-temp che, secondo i produttori automobilistici, garantisce emissioni a norma.

Tuttavia, fatta la legge, scoperto l’inganno. I nuovi test di omologazione su strada, resi obbligatori dall’Ue per tutti i nuovi modelli omologati dal settembre 2018, prevedono una deroga che permette ai costruttori di pubblicizzare come pulite auto che potrebbero non esserlo realmente. Infatti, dalle emissioni complessive misurate durante i test sono escluse quelle che vengono sprigionate durante la pulizia del filtro collocato negli impianti di scarico. Il filtro, introdotto obbligatoriamente dall’Ue a partire dagli Euro 5 nel 2011, è la migliore tecnologia disponibile per trattenere gli inquinanti più nocivi: le poveri sottili, anche dette particolato. Tuttavia, per funzionare, deve essere periodicamente ripulito attraverso un processo automatico su strada, tecnicamente definito “rigenerazione”. Tale processo riversa nell’atmosfera, in una sola volta, grandi quantità di polvere. Normalmente si verifica durante una guida ad alta velocità, dunque più spesso sulle superstrade fuori città. Ma, secondo l’autorevole istituto di consulenza britannico Emissions Analytics, la rigenerazione può accidentalmente verificarsi anche nelle aree urbane. Potrebbe darsi che su 10 rigenerazioni, 9 avvengano sulla tangenziale e 1 in coda nel centro cittadino. Il rischio è quindi che gli sfortunati passanti che si trovano nelle vicinanze di un’auto al momento della pulizia del filtro respirino massicce dosi di particolato.

I test condotti presso il laboratorio Ricardo a Bruxelles, su richiesta di T&E, dimostrano che la rigenerazione moltiplica le polveri fino a oltre 1.000 volte. Risultato: le due auto testate hanno sforato i limiti legali dal 32% al 115% in tutti i test in cui si è verificata una rigenerazione completa. Non avrebbero quindi superato i test di omologazione, se le emissioni dovute alla rigenerazione non fossero ignorate dalla nuova normativa europea adottata nel 2016. Inoltre, durante la pulizia del filtro sono stati riscontrati valori al rialzo anche per tutti gli altri inquinanti regolamentati, come il biossido di azoto.

Il fatto che le eccedenze di polveri dovute alla rigenerazione non vengano calcolate in fase di omologazione è considerata dagli ambientalisti l’ennesima vittoria delle lobby automobilistiche a danno della salute pubblica. Le loro pressioni hanno sventato una regolamentazione più rigida sulla rigenerazione del filtro, ventilata sin dal 2007. E non è neanche sicuro che regole più stringenti saranno incluse nel futuro standard Euro 7, attualmente in discussione a Bruxelles. “Le case automobilistiche si sono opposte fin dall’inizio al benché minimo limite per le polveri nelle prove su strada, è quindi probabile che l’esenzione sulla rigenerazione sia una concessione fatta loro in fase di approvazione dell’attuale regolamento sull’omologazione – commenta Anna Krajinska, responsabile emissioni di T&E – Tale regolamento è progettato ad arte per facilitare il rispetto dei limiti di emissione da parte dei costruttori: se durante una prova su strada si verifica una rigenerazione, il test viene annullato, se ne rifà un altro e le polveri in eccesso non vengono considerate, se non nel caso improbabile in cui si verifichi una rigenerazione per due test consecutivi”.

Alcuni esperti esprimono cautela. Secondo loro, sarebbe tecnicamente difficile ed economicamente oneroso contabilizzare le emissioni causate dalla rigenerazione del filtro, visto che tale processo avviene a frequenze diverse a seconda del modello di auto. Un rapporto pubblicato nel 2018 dal Centro Comune di Ricerca, agenzia specializzata della Commissione europea, afferma che lo scarto tra un veicolo e l’altro nel chilometraggio tra due rigenerazioni può giungere fino a 700 km. Alcune vetture potranno totalizzare 800 rigenerazioni, mentre altre solo 180, nell’arco della loro vita utile (160.000 km). Quindi, le polveri emesse dalla pulizia del filtro potrebbero essere uniformemente quantificate solo allungando a dismisura l’attuale durata del ciclo di omologazione (2 ore), oppure ripetendo le prove innumerevoli volte, spalmando poi le emissioni in eccesso su ciascuna prova. Esami realizzati nell’ambito del progetto Sureal-23, finanziato dall’Ue, indicano che la rigenerazione innalzerebbe del 10% le emissioni totali registrate su un intero ciclo di omologazione, pur non spingendole oltre le soglie legali.

Nuovi test saranno necessari per confermare l’allarme lanciato da T&E. L’Ong stima che in Europa sono più di 45 milioni le automobilidotate di filtro. Dato che i veicoli diesel percorrono una distanza media annua tra 13.600 e i 23.200 km e che il filtro si auto-pulisce mediamente ogni 480 km, si verificherebbe all’incirca una rigenerazione ogni due settimane per la maggior parte delle auto. Ovvero 1,3 miliardi di rigenerazioni all’anno nell’intera Ue.

“Il muro contro Bettino si sta sgretolando”. Domenica In e Stefania santificano Craxi

Mara Venier ammicca sorridente al pubblico a casa. “Noi con Bettino eravamo amici . Tuo padre ha fatto del bene a tanti”. E lei, Stefania Craxi ospite su Rai 1 dell’amica Mara, non se lo fa ripetere. “Mio padre mi diceva sempre di aver dato fiducia e potere a persone che non lo meritavano”. Ma ora sono lontani i tempi in cui era scansata come la peste. Da “ipocriti e irriconoscenti” che dopo aver tanto ottenuto da lui che aveva governato l’Italia “attraversavano la strada pur di non incrociarmi. Ho iniziato una battaglia in grande solitudine. Ma ora il muro contro Bettino si sta sgretolando”. L’aria è cambiata, l’ora del riscatto è giunta, mentre il pomeriggio di Domenica In scivola verso il lieto finale.

Giusto il tempo per dire chi era davvero Bettino, senza per forza ricordare Mani pulite, le tangenti e la latitanza all’estero. Quest’anno a Hammamet per i vent’anni dalla morte del caro leader socialista ci sarà il pienone. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti non andrà, ma sarà festa grande lo stesso: non mancherà al pellegrinaggio laico il leghista Armando Siri che intende rendere onore “a un sovranista” ante litteram. “Ogni anno vengono 5 mila italiani sulla sua tomba” spiega Stefania che ce l’ha con chi ancora si ostina a non cambiare idea su suo padre: “Chi sarebbero quelli che vorrebbe dare un giudizio morale su Craxi?”. Perché Bettino è stato un gigante. Da bambino aveva pensato di farsi prete per poi trasformare il suo misticismo in impegno politico. “È stato un padre difficile ma grandissimo con l’esempio. La sua timidezza era scambiata per arroganza, ma conosceva abissi di tenerezza”.

Le immagini di lui nel ’92 da Fabrizio Frizzi in un’ospitata che sollevò un polverone sul servizio pubblico, scorrono in sovra-impressione. Mentre lei, Stefania, oggi senatrice di FI, puntualizza orgogliosa: “Sarà stato pure un mistico ma poi era finito in collegio per aver spaccato i vetri della casa del Fascio”. Mistico, antifascista, curioso dell’umanità, padre grandissimo, marito distratto sì “ma che tornava sempre a casa. Mio padre era facile da sedurre, ma impossibile da tenere. C’è riuscita solo mia madre con la sua infinita capacità di perdono ”. E che figlio era Bettino? Lo dice lui stesso in un filmato d’epoca da Hammamet. “Non sono mai stato coccolato dai miei genitori, probabilmente non ero il migliore dei figli. Mio padre è morto così si è risparmiato tutta questa tragedia”. E la politica? “È stata una signora che si è sempre seduta al nostro tavolo e che occupava tutte le ore del giorno e della notte” spiega Stefania che poi viene al dunque: “Abbiamo fatto una vita normalissima. Nessun lusso: bastava chiedere al nostro portiere, alla sua scorta o ai nostri vicini, non c’è stato nessun tesoro. Il senso dell’ingiustizia subita non passa: è voluto rimanere in Tunisia, non si è voluto salvare”. I minuti sono agli sgoccioli, Stefania si prende il tempo per un’ultima vendetta contro chi “a pochissimi minuti dalla morte di Craxi ha offerto i funerali di Stato”. E Mara per lanciare Parigi-Hammamet, un giallo scritto da Bettino e recuperato tra le sue carte “in cui ci sono tante verità”. Consigli per gli acquisti, titoli di coda, fine.

Azzolina: “Ma che tesi copiata? È un elaborato di fine tirocinio”

A Cracovia, dove fa meno freddo dei soliti inverni, cento studenti sono con la neo ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, per il viaggio della memoria che oggi li porterà ad Auschwitz. Tappe serrate, momenti intensi. Tanto che, in un primo momento, l’idea era che parlare di quanto riportato ieri da Repubblica, dei passi “copiati” dalla ministra nell’elaborato finale del corso per l’abilitazione all’insegnamento, fosse indelicato e togliesse attenzione all’evento. In giornata, però, la polemica è montata, Salvini ha parlato ovunque di “tesi di laurea” copiata e, in serata, la ministra ha dovuto rompere il silenzio: “Non è né una tesi di laurea, né un plagio – ha spiegato -. Ho sentito tantissime sciocchezze in queste ore, d’altra parte non mi stupisce che Salvini non sappia distinguere una tesi di laurea da una relazione di fine tirocinio Ssis. Non ha mai studiato in vita sua. L’unica cosa che mi dispiace è doverne parlare qui dal viaggio della memoria ad Auschwitz”.

La polemica è nata da un articolo pubblicato ieri da Repubblica a firma del linguista Massimo Arcangeli, che ha analizzato le prime tre pagine dell’elaborato (che ne conta una quarantina) scritto dieci anni fa dalla ministra e ha identificato passi estratti da manuali di psicologia e di psichiatria senza virgolettare o citare. Ieri, però, la narrazione si è distorta e in moltissimi hanno parlato di tesi di laurea o tesi di dottorato, non di un elaborato conclusivo delle vecchie scuole di specializzazione per insegnare, in cui va presentato soprattutto un caso pratico affrontato nel corso del tirocinio (che è nella seconda parte del testo). Sui social, i docenti si sono divisi. Arcangeli, peraltro, è stato presidente della commissione d’esame di Azzolina nel concorso per diventare dirigente scolastico: prima l’ha promossa, poi ha pubblicato e commentato le sue performance negative.

La tregua in Libia regge. Di Maio: “Caschi blu dell’Ue”

Con il sì quasi in extremis del generale Khalifa Haftar, la tregua in Libia sollecitata dai presidenti russo Vladimir Putin e turco Recep Tayyip Erdogan entra in vigore alla mezzanotte tra sabato e domenica. Subito violata a più riprese e in più luoghi, la tregua sostanzialmente tiene – a fine giornata, si lamenta un morto -, mentre la diplomazia sciorina la soddisfazione e dissimula l’apprensione.

Un portavoce dell’Esercito nazionale libico (Enl) di Haftar, preannuncia “una dura rappresaglia” contro chi non starà ai patti. Il capo del Consiglio presidenziale del governo d’accordo nazionale libico (Gna), Fayez al Serraj, fa sapere che si difenderà in caso di violazione del cessate-il-fuoco e invita le parti a una trattativa sotto l’egida dell’Onu per pervenire a una tregua duratura, lavorando “con tutti i libici” per una conferenza nazionale in vista della Conferenza di Berlino verso la pace.

Poi al-Sarraj vola ad Ankara, a consultarsi con Erdogan. Mentre il suo governo denuncia violazioni del cessate-il-fuoco “a Salaheddin e a Wadi Rabie pochi minuti dopo l’entrata in vigore” e ribadisce che “la piena attuazione della tregua potrà avvenire solo col ritiro dell’aggressore da dove è venuto”, un riferimento all’avanzata verso Tripoli compiuta da aprile ad oggi dal generale Haftar. “In caso di ulteriori violazioni – si avverte – il Gna non starà a guardare: la sua risposta sarà violenta e ferma”.

Dal canto loro, media pro Haftar segnalano violazioni al cessate-il-fuoco, attribuendole – ovviamente – a forze vicine ad al-Serraj. “Le milizie che fanno capo al Gna hanno violato la tregua su più di un fronte con ogni tipo di armi, compresa l’artiglieria”, dichiara una fonte dell’Enl al sito Al Marsad, senza peraltro mettere in discussione la tregua.

La sostanziale conferma delle cessate-il-fuoco appena dichiarata, nonostante i suoi corollari di incidenti e scaramucce – in Libia, gli attori non sono solo due: “signori della guerra” locali e milizie vogliono dire la loro ed avere il loro tornaconto – fa guadagnare spazi di lavoro alla diplomazia, che vuole fissare la data della Conferenza di Berlino: l’obiettivo è riunire intorno a un tavolo tutte le parti libiche in causa.

Mentre al-Sarraj vola da Erdogan, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sente al telefono Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio saluta l’inizio della tregua come uno sviluppo positivo, sostiene che l’Italia “ha fatto la sua parte” nei giorni scorsi e sente il collega turco Cavusoglu per mettere a punto un incontro a tre Italia-Turchia-Russia.

Bene la tregua, ora avanti con il processo politico, dice la Lega Araba; bene la tregua, ora avanti con un’iniziativa dell’Ue, dice il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. I rappresentanti di Ue e Usa a Tripoli, fra cui l’ambasciata italiana, approvano la tregua e chiedono che ora s’affrontino i nodi politici.

In un’intervista, Di Maio non esclude il ricorso a caschi blu europei sul territorio libico, anche se l’efficacia di forze dell’Onu, in un contesto di “peace-making”, e non di “peace keeping”, è sempre stata relativa: “Sono i libici gli unici titolati a decidere, ma laddove le parti fossero d’accordo, credo che sia opportuno pensare come Ue a un’iniziativa che possa garantire un’intesa”.

I caschi blu europei, in un contesto “di legalità internazionale sancito dall’Onu”, “sarebbero un modo per fermare le interferenze esterne e il massacro di civili innocenti e per dare all’Ue una sola voce”. Di Maio invita a evitare “i violenti errori del 2011”: “No a forzature e ingerenze, ma l’alternativa non può essere restare a guardare mentre altri armano le parti coinvolte”, sottolinea.

Per Di Maio, “la Libia è un tema di sicurezza nazionale: ci sono cellule terroristiche fuori controllo a poche centinaia di chilometri” dai confini italiani. L’idea di un inviato europeo in Libia prospettata dal responsabile europeo per la politica estera Josep di Borrell pare “un po’ fumosa”. Dopo la conferenza di Berlino, ci sarà un inviato italiano, ma non è detto che sia Marco Minniti.

Il Pd si è convinto: trattativa impossibile, Aspi va revocata

Cosa fare con Autostrade per l’Italia è telenovela che va avanti da un anno e mezzo e due governi. Negli ultimi giorni, però, va registrata una novità di rilievo: anche il Pd – dal segretario Nicola Zingaretti alla ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli – si è convinto che la strada da prendere è la revoca della concessione alla società controllata dalla holding Atlantia, i cui azionisti di maggioranza sono i Benetton. I ministri dem ne hanno discusso anche tra loro e, tolte le cautele del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sugli effetti finanziari della revoca, ormai la guerra nucleare è data per scontata: il provvedimento – corredato dalle analisi del ministero delle Infrastrutture sulle mancate manutenzioni di Autostrade e dai pareri tecnici di Avvocatura e Corte dei Conti – sarà pronto per il Consiglio dei ministri della prossima settimana, ma non è ancora stato deciso se procedere prima o dopo le Regionali di domenica 26 gennaio. Calcoli di bassa cucina politico-elettorale che non cambiano la situazione.

Lo spostamento del Pd sulla posizione della revoca è anche frutto dei comportamenti dell’azienda. Trattare coi Benetton, ad esempio, è quasi impossibile, tanto più che la famiglia è divisa su quale comportamento tenere: la proposta di “cavarsela” con una maxi-multa e uno sconto a tempo sui pedaggi – spiegano fonti di governo – è arrivata dai “giovani” della famiglia, componente che ha però scarso potere decisionale.

Al contrario il patriarca Luciano Benetton e soprattutto il manager Gianni Mion – artefice nel passato della trasformazione finanziaria del gruppo e da giugno presidente di Atlantia – avrebbero già scelto la via del contenzioso, via annunciata dai rifiuti a qualunque revisione della (vantaggiosissima) concessione del 2007 e dalla letteraccia “legale” inviata al governo prima di Natale, quando il decreto Milleproroghe ha cambiato i termini con cui si calcolerebbe il risarcimento ai concessionari revocati (l’accordo in essere coprirebbe di miliardi gli azionisti di Autostrade persino in caso di revoca per inadempimento o colpa grave).

Se questa, nonostante le formali offerte di trattativa dell’amministratore delegato di Aspi Roberto Tomasi, è la via scelta da Atlantia, lo showdown arriverà entro gennaio: siccome il Milleproroghe pubblicato il 30 dicembre in Gazzetta Ufficiale modifica in modo sostanziale la concessione in essere, Autostrade ha 30 giorni di tempo per decidere se accettare i nuovi termini o considerare il contratto decaduto. Il via vai di prestigiosi studi legali alla corte di Mion è da considerarsi quasi una scelta compiuta in questo senso.

Anche la maggioranza di governo, comunque, non è ancora compatta sulla revoca: se M5S, LeU e Pd sono ormai concordi, Matteo Renzi e Italia Viva continuano a ripetere che non la voteranno mai.

“Se giuridicamente ci sono le condizioni per la revoca lo devono dire i tecnici, non i demagoghi”, ha detto qualche giorno fa l’ex premier. Il punto è che i tecnici del ministero sono convinti che quelle condizioni ci siano: tanto per le inadempienze palesi – e non solo quanto al Morandi – di Autostrade per l’Italia nelle manutenzioni, tanto per la nullità delle clausole irragionevolmente favorevoli ai privati previste dalla concessione (e qui basta citare l’articolo 1229 del codice civile, secondo cui “è nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave”). Insomma, pagare un risarcimento non è obbligatorio: sarà una lunga causa civile a stabilire se i Benetton hanno diritto al ristoro e di che cifra si parla.

In Consiglio dei ministri, però, si dovrà scegliere la via giuridica per arrivare all’obiettivo. Ce ne sono molte: revoca, rescissione, risoluzione, recesso, la via della nullità contrattuale. Più complicato sarà, invece, organizzare la presa in carico pubblica dei tremila chilometri di autostrade di Aspi: il solito decreto Milleproroghe sancisce la possibilità che sia Anas a subentrare, ma la strada ipotizzata ad oggi è quella della creazione di una società ad hoc che assorba anche tutti i 7 mila dipendenti di Autostrade per il tempo necessario a mettere a gara il servizio (ovviamente con la “clausola sociale” in vigore per i contratti pubblici, che prevede l’assorbimento della manodopera).

Più preoccupanti, anche per il governo, gli effetti finanziari: Autostrade ha 11 miliardi di euro di debiti con le banche e Atlantia, senza più il bancomat dei caselli, probabilmente sceglierebbe di farla fallire con relative perdite per migliaia di azionisti e titolari di bond.

Ma mi faccia il piacere

Novità epocali. “Dovremmo chiamarci ‘Democratici’. Togliere la parola partito” (Roberto Morassut, Pd, Il Messaggero, 12.1). E sostituirla con “dipartito”.

Hard rock. “Mi piace questo Zingaretti rock” (Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, Repubblica, 12.1). Sesso, droga e rock &roll, ma soprattutto la seconda.

Tutta invidia. “Berlusconi sferza Conte: ‘Figuracce internazionali’” (il Giornale, 11.1). Gelosone.

Autostrade Spa. “Se nel Pd fanno come Corbyn, ci aprono un’autostrada. Spostandosi sulla piattaforma di Corbyn o di Sanders, si perde. Noi siamo un’altra cosa: radicalmente riformisti” (Matteo Renzi, senatore e leader Italia Viva, Corriere della sera, 12.1). Infatti il Labour Party di Corbyn ha preso il 32.1% e Renzi è al 3.

Le belle famiglie. “’Nessuna attenuante per i coniugi Renzi: non hanno dato segni di ravvedimento’” (la Verità, 8.1). Continuano a non smentire di essere proprio i genitori di Matteo.

Un decennio bellissimo. “È stato un decennio esaltante: sindaco, premier, adesso #ItaliaViva. Ma anche a livello sportivo sono felice. L’ho cominciato con la Maratona di Firenze nel 2010, l’ho chiuso oggi sciando sui 4 passi sul Sellarondai” (Renzi, Twitter, 30.12.19). Dai che si ride per altri dieci anni.

L’alternativa. “Davvero il carcere, previsto dal diritto penale, è compatibile con i principi di umanità? Forse è ora di trovare soluzioni alternative” (Luigi Manconi, Repubblica, 10.1). Casa Manconi non sarebbe male.

Il golpe Rousseau. “Casaleggio non voleva distorcere questa democrazia. Voleva proprio abbatterla” (Luca Bottura, Repubblica, 12.1). Uahahahahahahah.

Geometria. “Casini su Hammamet: ‘Craxi uomo retto’” (Il Riformista, 11.1). Questo confonde la retta con la tangente.

Witness. “Posso testimoniare che poche altre volte nella vita ho avuto la fortuna di un’amicizia sincera e disinteressata come quella di Craxi” (Silvio Berlusconi, presidente FI, 12.1). Per una volta, non deve neppure corrompere il testimone.

Suicidio assistito/1. “I socialisti stanano il Pd: venite con noi a onorare Craxi” (il Giornale, 8.1). Un’ottima alternativa alla solita clinica svizzera.

Suicidio assistito/2. “Anche Silvio in campo per la Borgonzoni” (Libero, 8.1). Povera Lucia, stava andando così bene.

La banda degli onesti. “’Quei rapporti tra Usa e pm’. Le ombre sulla caduta di Craxi. ‘Presunto colpevole’ di Marcello Sorgi: Mani Pulite monitorata dagli Stati Uniti. Serwer, allora diplomatico in Italia: non facemmo nulla per proteggere i politici amici… Leggendo queste pagine non si riesce a credere che Tangentopoli possa essere stata soltanto il frutto di un’inchiesta giudiziaria. Senza il concorso di fattori internazionali, non si azzera una classe dirigente, non si destabilizza il Paese” (Mario Ajello, il Messaggero, 12.1). Ma va’ a ciapà i ratt.

La Craxeide/1. “Noi e il tempo di Craxi. Le lacrime per Moro. La mutazione del Psi. L’io esuberante. Le monetine. Una morte che sembra senza fine. E il racconto di una generazione cresciuta con il suo corpo. E il suo fantasma” (Giuseppe Genna. L’Espresso, 12.1). C’è proprio tutto, mancano solo le mazzette.

La Craxeide/2. “Noi adulti bambini non ci perdiamo un’immagine di Craxi, respiriamo nelle sue immagini, moltiplicate dagli schermi… Due corpi che non smettono di pulsare, uno di Aldo Moro, l’altro di Benedetto Craxi detto Bettino, l’uno a subire un processo popolare in nome di un popolo inesistente e l’altro che non intende subire il processo del popolo… Dopo la sua morte la narrazione si è fatta impossibile. Noi l’abbiamo ucciso? Si è ucciso da sé? Non è mai morto?” (Genna, ibidem). Ma soprattutto: Genna si sente bene?

Il titolo della settimana/1. “Facciamo quadrato: non si processa la politica” (Il Riformista, 8.1). Mo’ me lo segno.

Il titolo della settimana/2. “Se Travaglio provasse a prendere qualche lezioni dalla Bonino” (Il Riformista, 9.1). Grazie, come se avessi accettato.

Il titolo della settimana/3. “Processo a Salvini: il 60% degli italiani sta con il Capitano” (Libero, 10). Vince sempre Barabba.

Il titolo della settimana/4. “5S, Di Maio non lascia anzi raddoppia: con lui una donna leader” (Annalisa Cuzzocrea, Repubblica, 11.1). Quindi cambia sesso?

La Prima Repubblica dei The Mita, un inno all’“amore democristiano”

La Prima Repubblica è morta, Viva la Prima Repubblica. Come nella monarchia francese prima della rivoluzione, le roi est mort, vive le roi. Libri, film (il più discusso quello di Gianni Amelio sugli ultimi mesi di Bettino Craxi), e ora finanche un gruppo musicale. Si celebrano i grandi personaggi del tempo che fu, e che nessuno riesce a riporre nell’archivio della Storia.

Ed è così che ad Avellino, patria di Ciriaco De Mita, ultimo grande vecchio della Prima Repubblica, tre musicisti hanno fondato il gruppo “The Mita”. In Primavera uscirà il loro primo album, titolo inequivocabile: Amore democristiano. Nome azzeccatissimo nella provincia che a un certo punto della sua vicenda storica si fece capitale d’Italia conquistando con i suoi uomini Palazzo Chigi, la segreteria del più grande partito italiano, la Rai e ministeri di peso. Sì, quello degli avellinesi che per decenni hanno affidato il loro voto e la loro vita, ai potenti scudocrociati, era vero “amore democristiano”. “Titolo dell’album e nome del gruppo ci sono venuti così, forse perché siamo appassionati di mitologia greca”, ci dice Luca Caserta, animatore culturale, ora nella veste di paroliere e cantante del trio. Mitologia greca, o epopea democristiana? “Nella longevità della Prima repubblica e di alcuni suoi personaggi, come fai a non notare un che di mitologico?”, scherza Luca. E ha ragione, perché in Irpinia vive e muove i fili della politica, Ciriaco De Mita, novantenne leader e simbolo della Prima Repubblica. Qui il “demitismo” è dato antropologico che fa parte del Dna della piccola provincia e dei suoi abitanti.

Come ha accolto l’inossidabile Ciriaco la notizia dell’esistenza di un gruppo che porta l’illustre cognome? “Bene – racconta Luca –, mi dicono che si è fatto una risata. Evidentemente è contento di aggiungere al suo palmares anche un dato musicale. La figlia Antonia ha messo nella sua pagina Facebook il logo del nostro gruppo. Un successo”. L’album vede la partecipazione di un altro musicista avellinese, Carlo Venezia alla chitarra, e del bassista di origini turche Dogukan Atmaca. I testi richiamano la poetica e l’ironia di Alberto Camerini, l’arlecchino del rock. Ecco Evita però (“Non trattarmi così, i tuoi amori socialisti non li posso sopportare. Io che amo il babbo a Natale”), ed ecco un altro simbolo degli anni della Prima Repubblica, il “Postal market”, catalogo di biancheria intima femminile con generose modelle, (“Io nella gabbia del Postal Market non riuscivo più ad evadere. Tu poggiata sul bidet, io nascosto in un comò”).

Simboli e musiche che riportano agli anni favolosi e da bere. Per Luca Caserta, “i testi riflettono un certo modo di scrivere canzoni in quegli anni. Lo spirito e l’arguzia di alcuni autori, ma sono anche il frutto del mio metodo di lavoro. Giro molto, frequento la strada, ascolto le persone. Le sonorità si rifanno all’ondata new wave che investì l’Italia negli anni 80 del secolo passato”. L’album Amore democristiano è prodotto da Alessandro Fiori e Stefano Santoni. Prima Repubblica e Dc ringraziano. Da “bianco fiore, simbol d’amore, con te la gloria della vittoria!” a Evita però la storia continua.

Un piccolo uomo e 1.600 vite da salvare: “1917” nasce in famiglia

Un dispaccio per salvare la vita a 1.600 uomini. Perché “se fallite, se non arriverete in tempo, sarà un massacro”. Impossibile per i due giovani caporali Schofield e Blake disobbedire all’ordine del loro superiore, tal Generale Erinmore, per quanto folle e insensato possa suonare. Ad attenderli, infatti, è il peggior percorso possibile: il teatro di guerra sul fronte occidentale nella primavera del 1917.

Alla vigilia dell’uscita italiana del kolossal di Sam Mendes, che lapidariamente titola come l’anno più cruento della I Guerra Mondiale, la curiosità s’interroga su quanta realtà si celi nel racconto cinematografico, a partire dal non trascurabile fatto che il cineasta britannico abbia deciso di dedicarlo al nonno paterno, Alfred Hubert Mendes. Questi, a quanto pare, a un certo punto della vita ha iniziato a raccontare al nipote memorie belliche di tale rilevanza narrativa da “accendermi l’immaginazione”, per dirla con le parole del regista premio Oscar.

D’altra parte anche Mendes Sr. aveva un suo pubblico, formato per lo più da lettori e letterati; fu infatti figura culturale di rilievo nell’ambito del mondo letterario delle cosiddette West Indies, essendo nato nell’ex colonia britannica di Trinidad e Tobago nel 1897. La sua famiglia, di origine creola portoghese, era ricca e colta, al punto da mandare il rampollo a studiare in Inghilterra nel 1912. Se allo scoppio del primo conflitto mondiale Alfred tornò nell’isola caraibica, fece di tutto per ripartire per l’Europa nel 1915, con l’intenzione di arruolarsi volontario nell’esercito di Sua Maestà. Nessun dovere lo spingeva al fronte (come invece sarebbe accaduto a metà del 1916 quando anche la leva militare britannica divenne obbligatoria con l’inasprirsi del conflitto): il dato è rilevante per comprendere la dedizione alla causa del progenitore di Sam, desideroso di servire in guerra “il Re e la Nazione”. Egli combattè valorosamente per due anni nella prima Brigata Fucilieri presso il fronte belga nelle Fiandre, meritandosi la Medaglia al valor militare proprio nel 1917.

Certamente la sua storia poteva rimanere nell’anonimato al pari di tante che hanno attraversato i perimetri della tragedia bellica: la differenza, forse, risiede proprio nel modus colto che ha contraddistinto la trasmissione della Memoria da nonno a nipote. Alfred, peraltro, mantenne il silenzio fino a metà degli anni ’70 quando quasi improvvisamente decise di aprire il suo vaso di Pandora. E quasi una commozione pare aver colto l’allora adolescente Mendes jr. , colpito da uno dei racconti giovanili del suo granfather. Questo ruotava attorno a un ragazzo a cui era stato chiesto di veicolare un messaggio attraversando “la terra di nessuno” e sfidando le oscurità invernali del 1916. “Era un piccolo uomo, per questo incaricavano lui a portare i messaggi, inoltre correva velocemente perdendosi nelle nebbie di queste terre di nessuno, e nessuno si accorgeva di lui” ha rivelato di recente Sam Mendes in un’intervista realizzata in Regno Unito. Quel piccolo uomo, probabilmente, era proprio suo nonno. La sua figura che corre oltre la Linea Hinderburg sfidando il nemico si è drammaturgicamente sdoppiata nel film incarnandosi nei due caporali le cui identità sono dunque immaginarie ma “liberamente ispirate” alla realtà.

Ciò che era accaduto nel 1916 Mendes e la sua co-sceneggiatrice Kristy Wilson-Cairns l’hanno spostato avanti di un anno, nella primavera del 1917, quando il peso dell’offensiva sul fronte occidentale andava ricadendo sulle spalle del British Army sotto la guida dell’indefesso generale Douglas Haig. In quel preciso segmento storico, il conflitto era sempre più scavato nelle trincee, affossato nelle melme affollate dai ratti, scolpito nei corpi e nelle anime devastate dei giovani combattenti. Il racconto del sacrificio di due ragazzi qualunque caduti all’inferno della guerra, esemplare allora come oggi, era necessario per ricordare chi l’ha vissuto ma anche per chi l’ha ereditato e decide di donarlo alla Memoria collettiva. Un’epica personale ed universale quella racchiusa nel 1917 di Sam Mendes, simile a quella narrata dal collega Peter Jackson nel mirabile doc They Shall Not Grow Old ugualmente dedicato al nonno ex soldato al fronte. Mendes ha iniziato a scrivere il film nel 2017, allo scoccare preciso del centenario e a un mese dalla nascita di sua figlia, che pure compare nel film: dal nonno alla pro-nipote, perché la Storia possa continuare.

“Le attrici mi hanno quasi tutte rinnegato. Io, Sordi e l’amore per la Mangano”

Che è sempre Tinto si capisce dal sorriso, da come muove le mani, dagli occhi furbetti e maliziosi non celati dietro l’importante montatura rossa degli occhiali; che è sempre Tinto si capisce dalla foto grande, molto grande, e ben posizionata davanti al divano, esattamente dove ogni giorno si siede e passa gran parte della giornata: un mezzo busto della seconda moglie, Caterina Varzì, a seno nudo (“questo scatto lo vuole sempre con sé”, spiega la stessa Varzì); che è sempre Tinto si capisce dall’enorme fallo in terracotta poggiato sulla tavola del salotto, dalle foto dei film girati, da culi e culi appesi ovunque, come alcuni manifesti elettorali dei radicali (altri culi in primo piano), le sceneggiature, e altre variopinte stratificazioni di storia personale e cinematografica.

Il tutto vissuto con studiata leggerezza, consapevole allegria e una forma di assoluta goliardia ancora radicata nel suo animo; nonostante gli 86 anni e una serie ripetuta di guai fisici, pensa spesso al prossimo film, con sua moglie protagonista. Lei che è sempre al suo fianco.

Solo il (fu) perenne sigaro non è presente.

Come si sente?

Molto bene, perché?

Ad agosto è stato di nuovo poco bene…

Adesso va meglio, e poi ho Caterina con me. (il televisore è acceso su un match di tennis)

Le interessa lo sport?

Oramai guardo solo partite e gare, e raramente piazzo un film, e se capita preferisco le pellicole del passato: il cinema di oggi mi annoia, lo trovo talmente brutto e scontato… (interviene la moglie: “Tinto è stato appena nominato ‘Uomo dell’anno 2019’ in Russia”).

Complimenti. Da chi?

Da un’importante rivista, e non me lo aspettavo, non ho neanche capito il motivo.

È così conosciuto in Russia?

Sono famoso grazie a Caligola: un appassionato trovò una copia del film, e lo proiettava di nascosto, fino a quando le autorità sovietiche lo scoprirono, subito lo arrestarono per poi spedirlo in Siberia.

Poveraccio.

Tutta la storia l’abbiamo scoperta grazie al figlio, che qualche anno fa è venuto apposta in Italia per conoscermi e intervistarmi; comunque Caligola è una delle mie pellicole più famose, e una società della Repubblica Ceca ha da poco comprato la Penthouse, e negli archivi ha scoperto del materiale inedito di quel set.

E…

Vorrebbero coinvolgermi per montare il girato, ma non troviamo l’accordo.

“Caligola” ebbe qualche peripezia.

Sì, per colpa di Maria Schneider: l’avevo scelta dopo aver visto Ultimo tango a Parigi, ci avevo parlato e tutto sembrava chiaro, lei in apparenza una donna libera, e invece si presentò sul set vestita da una tunica che la copriva dalla testa alle caviglie. Non si vedeva nulla.

Come ha osato?

Non solo: con un atteggiamento altezzoso rompeva pure le scatole, così l’ho convocata in una stanza per capire se c’erano margini di comprensione, ma dopo due ore mi sono arreso e l’ho cacciata al grido: “Esci da quella porta e non farti più vedere!”.

Bertolucci non l’aveva avvertita?

In realtà non avevo grandi rapporti con Bertolucci, ovvio ci conoscevamo, e soprattutto avevo difeso il suo Ultimo tango: lo trovavo un buon film.

“Buon” e niente più…

Le polemiche e la censura hanno creato un clima e un’attenzione superiori al valore assoluto; in realtà aveva delle intenzioni poi non realizzate e lo so bene, perché la storia non era proprio di Bernardo.

Cioè?

Era tutta di Franco Arcalli (co-sceneggiatore di Ultimo tango a Parigi), e lo stesso Franco ha spesso lavorato con me, quindi conosco i retroscena di quel film.

Secondo alcune versioni è stato Bertolucci a consigliare alla Sandrelli di accettare “La chiave”.

Altra stupidaggine: Stefania era una delle attrici di un’importante agenzia e in quel momento nessuno la ingaggiava, per questo viaggiava su cachet bassissimi. Appena l’ho vista i dubbi sono svaniti: “Voglio lei”. E infatti il film è andato liscio, il peggio è arrivato dopo…

Dopo “La chiave”?

Grazie al successo ottenuto, poi l’hanno cercata in molti, e appena ho provato a riprenderla ha sparato un ingaggio folle e sono stato costretto a rinunciare.

Oltre a “Caligola” e “Ultimo tango”, un caposaldo dell’erotismo è il “Decameron” di Pasolini. Aveva rapporti con lui?

Era lui a cercare un contatto con me: in un’edizione del Festival di Berlino eravamo entrambi presenti, e la notte mi chiedeva di portarlo in giro per conoscere i locali migliori. A un certo punto, quando le nostre esigenze divergevano, lo mollavo.

Le piacevano i suoi film?

Poco, molto poco, eppure voleva dei consigli da me.

Un suo film che ama.

(Interviene la moglie) Il mio è Il disco volante (1964): purtroppo non viene trasmesso mai e ha bisogno di un restauro.

Con Sordi, Vitti e Mangano…

(Di nuovo Brass) All’inizio Alberto non mi interessava, non mi incuriosiva, poi con il passare del giorni abbiamo lavorato insieme alla sceneggiatura, e ho scoperto un professionista formidabile.

La sceneggiatura è di Sonego.

E sua sorella era la mia assistente: quando si è accorta delle modifiche è corsa ad avvertire il fratello, e lo stesso Sonego si è subito lamentato con il produttore (De Laurentiis), che gli ha risposto di non rompere “perché ora il film è di Brass”. Da lì io e lui non ci siamo più sopportati.

Eppure tra Sordi e Sonego c’è stato un sodalizio lungo decenni.

Ma in quel caso Alberto era d’accordo con me.

Monica Vitti.

Attrice straordinaria: con lei ci siamo inerpicati in una lunga serie di esperimenti cinematografici, e non si spaventava mai, non mollava, restava preda di curiosità e allegria.

E bella.

Bellissima, e disposta a spogliarsi anche più di quello che alla fine le ho chiesto, pure oltre la Mangano.

Sordi donnaiolo?

All’epoca si preoccupava quasi solo della carriera.

Ma innamorato della Mangano…

(Gli compare un sorrisetto) Mica solo lui, anche io non ero da meno.

Serena Grandi sostiene: “Tinto è uno tosto, esigente. Urla e pretende puntualità”.

Brava, mi fa piacere, è vero.

Brass intransigente.

(Caterina Varzì) Come uno non immagina: con lui ho girato un cortometraggio, e se tardavo cinque muniti, mi puniva il giorno dopo.

Super intransigente.

(Brass) Sul set è necessario mantenere un rigore, dare delle regole e non accettare deroghe; e poi è fondamentale girare durante le prime ore della mattina, quando il cervello è sgombro e la luce è quella giusta.

Sui set statunitensi è apparsa una nuova figura: “l’intimacy coordinator” per gestire le scene di sesso.

Sta scherzando?

No.

Solo negli Stati Uniti possono cadere in tali assurdità, per me sarebbe stato impossibile; e spesso certe scene prima le giravo io…

Per Michele Placido le scene di sesso sono i momenti più complicati di un set.

Per me erano i più divertenti, bastava scegliere l’attrice giusta associata all’idea opportuna.

Sempre Serena Grandi sostiene che durante le scene di sesso il set veniva invaso dai tecnici.

(Ride, ride fino a scoppiare in una serie di colpi di tosse) È verissimo, e io li lasciavo liberi: era pur sempre nello spirito del film; (cambia tono) quasi tutte le mie storiche attrici poi mi hanno rinnegato.

La Sandrelli no.

Una delle poche.

Neanche Anna Ammirati.

Lei mi viene a trovare spesso, è molto carina.

Invece Anna Galiena non ama parlare di “Senso ’45”.

Perché gira ancora? Non la vedo più.

Sì, gira.

Con lei siamo caduti in una serie assurda di difficoltà, era una perenne trattativa, una continua insoddisfazione, poi si inventava dei malesseri, rimandava le scene considerate troppo spinte, e si lagnava perché nelle parti intime non aveva peli.

Si vergognava.

In quel periodo varie attrici mi contattavano, avevano capito che con me la loro carriera poteva rilanciarsi, poi una volta sul set rompevano le palle…

Oltre la Galiena, chi?

Con Alba Parietti siamo finiti a parolacce: con lei parlavo, parlavo, ma era inutile, aveva delle riserve, ogni tanto cercava la scappatoia cinematografica, e mi diceva: “In questa scena non c’è bisogno di andare a fondo, si capisce”. E io replicavo: “Si deve intuire e vedere”.

Proprio a parolacce.

Urla vere e in questa strada (indica la porta di casa); alla fine ha girato Il macellaio, niente di che.

Debora Caprioglio. .

Con gli anni si è un po’ ravveduta, mentre dopo Paprika ha cercato di distanziarsi da me e dal film.

Francesca Dellera.

Lì la questione è legata a Berlusconi: appena ha visto un manifesto con la sua sua immagine ha preteso di conoscerla di sera.

E…

Francesca incerta è andata da Tinta (la sua prima moglie): “Che rispondo?”. “Vai subito!” “Non so come vestirmi”. “Ci penso io”. E l’ha agghindata con stile sexy-elegante. il giorno dopo l’appuntamento l’ho ritrovata felice: “Ho fatto un figurone”.

In che senso?

Ci era andata a letto; poi la storia è andata avanti fino a quando si è trasformata fisicamente, ed è diventata irriconoscibile. (cambia discorso) Sì, il mio prossimo lavoro si chiamerà Ziva e avrà come protagonista Caterina (la guarda felice).

È geloso di sua moglie?

No.

Sicuro?

Beh, insomma, ogni tanto, ma cerco di cacciare quella sensazione.

Prima di “cacciare”…

Mi incazzo, butto a terra quello che trovo e lei raccoglie.

I suoi amici nel cinema.

Antonioni e Fellini; Federico mi diceva sempre: “Tintaccio, le tue ossessioni sono le tue benedizioni”.

Magari voleva essere libero sessualmente come lei…

(Brillano gli occhi) Ogni tanto mandavo qualche ragazza.

Tradotto…

Inviavo le mie attrici, cosa poi combinava in privato proprio non lo so (e ride ancora).

Sostiene Enrico Lucherini (celebre agente): “Brass è il fascino discreto della porcheria”.

Bella! Simpatica definizione.

Non si offende.

C’è sempre il fascino di mezzo; ricordo Enrico al Lido di Venezia, durante il Festival, quando arrivava e sistematicamente dedicava parte del tempo a rimorchiare gli attori. Ma anche questo è il mondo del cinema.

Il sesso conta…

Come nella vita, magari in maniera più amplificata.

E sempre ateo?

Sì, felicemente, e non intendo cambiare solo perché ho ampiamente superato gli ottanta.

Twitter: @A_Ferrucci