Da buona pratica a prassi deviata il passo è breve, e spesso perfino consentito dalla legge. I fanghi di depurazione composti da feci umane, fertilizzanti dai depuratori, acque reflue urbane e agro-industriali, per esempio, dopo trattamenti biologici-chimici di decontaminazione dovrebbero essere usati come concime per i terreni. Al momento, invece, sono tra gli agenti inquinanti più pericolosi per salute e ambiente. Un risultato inficiato dal mercato parallelo dello smaltimento abusivo, ma anche dalle maglie larghe del decreto Genova emanato nel 2018, il cui art 41 in merito ai livelli di dosaggio dei fanghi ha di fatto dato il via libera alla contaminazione selvaggia dei suoli agricoli, che nel giro di pochi anni potrebbero diventare talmente saturi da aver bisogno di una bonifica.
I trattamenti di decontaminazione, infatti, non avvengono quasi mai e gran parte dei terreni nazionali assorbono ogni genere di miasma liquido e solido. Come? Le condizioni per l’uso dei fanghi in agricoltura si concentrano sui trattamenti di purificazione (detta anche defecazione, cioè separazione della fase solida dalla liquida), che comprendono l’estrazione di metalli pesanti e l’idrolisi alcalina e sono finalizzati a ottenere un composto che prende il nome di “gesso di defecazione”. Quest’ultimo non è nient’altro che un correttivo chimico-biologico che, a differenza dei fanghi, magicamente esce dal ciclo dei rifiuti e può essere sparso al suolo per il semplice motivo che il suddetto decreto è valido per la gestione dei “fanghi” ma non per quella dei “gessi”. In altre parole, l’obbligo di dosare idrocarburi e altri contaminanti nei “gessi” prima di spanderli non è presente, al contrario è ormai consolidata l’acrobazia amministrativa che trasforma questi prodotti tossici in puro concime. Di sicuro lo è in Emilia Romagna, che vanta il 95% di fanghi trasformati per l’appunto in “gessi”.
“L’eliminazione dei metalli pesanti è ‘eventuale’ e non mi risulta sia mai avvenuta perché costosa – spiega Alberto Zolezzi, parlamentare del M5S e componente della commissione Ambiente – Quindi i campi di molte regioni italiane sono inquinati da metalli pesanti e azoto in eccesso, tramite un escamotage studiato per risparmiare denaro. Una filiera agroalimentare di eccellenza sta subendo l’attacco di una filiera amministrativa patologica”. Oltre all’odore nauseabondo – poiché in sostanza si tratta di acque di scarico – i possibili effetti tossici delle sostanze versate nei campi e per lisciviazione in falda, consistono in una riduzione della fertilità, interferenza con il sistema endocrino, disturbi della crescita, immunotossicità e cancerogenità. Sotto gli occhi di tutti, pertanto, nei terreni agricoli del Paese si semina sopra un letto tossico. E se l’incidente di Adria del settembre 2014, quando per una fase scorretta di trasformazione e la formazione di vapori velenosi persero la vita 4 operatori, non è basato come ammonimento, la letteratura scientifica degli ultimi anni mostra come il trattamento dei fanghi, anche se eseguito, non elimina i geni di resistenza antibiotica. Il che vuol dire che dopo aver sparso i “gessi” possono riformarsi dei germi, caratterizzati oltretutto da resistenza antibiotica. Non è un caso se l’Italia è al primo posto in Europa per numero di morti legati all’antibiotico-resistenza. Così come risulta quantomeno sospetta l’epidemia di polmoniti in Bassa Bresciana e Alto Mantovano del settembre 2018. Secondo studi portati avanti da Zolezzi infatti – che prima di essere un parlamentare è un medico – gli oltre 1000 casi di polmonite ospedalizzati e le altre centinaia sfuggite al monitoraggio, potrebbero essere collegati alle oltre 360mila tonnellate di fanghi sparsi in quell’anno sull’area in questione. Ad allargare il problema, le rivelazioni alFattodi un funzionario interno dell’Arpa Lombardia che racconta scenari inquietanti: “Nella regione di Attilio Fontana non viene rispettata la legge regionale del 2014 sull’obbligo di dosaggio di Salmonella ed Escherichia coli sui fanghi: ovvero il quantitativo più importante di fanghi in Italia (confluente da 14 regioni) è spalmato su terreni agricoli senza escludere il rischio microbiologico generale”.
Come se non bastasse, le maglie lente concesse dal legislatore hanno lasciato negli anni campo aperto alle infiltrazioni criminali e alla proliferazione di battitori liberi. Tra i numerosi dossier c’è quello stilato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, il cui processo per alcune aziende è ancora in corso, che ha portato alla luce un circuito illecito di smaltimento di fanghi controllato da società toscane gravitanti nell’orbita deiclan dei Casalesie dellacosca Belforte. I fanghi nocivi riversati in terreni poi adibiti acoltivazioni di grano hanno interessato una superficie complessiva di 800 ettari con guadagni per circa 2 milioni di euro. La macchina dei fanghi, secondo la procura di Milano, avrebbe poi raggiunto il suo primato storico tra il 2012 e il 2015, smaltendo irregolarmente per mano della Cre Spa, il cui processo si è concluso col patteggiamento dei titolari Ambrogio e Rodolfo Verpelli, circa 110 mila tonnellatedi fanghi, per introiti di oltre 4 milioni di euro. “Gli spandimenti in Lombardia sono concentrati in pochi comuni della provincia di Mantova, Brescia e Pavia con un impatto cumulativo insostenibile – afferma Zolezzi – Con l’aggravante che ancora per poco si potrà studiare e raccogliere dati sul fenomeno: fino al 2017 la maggior parte del materiale sparso erano fanghi, mentre adesso la tendenza è quella di convertirli in gessi, i quali non saranno più tracciabili”. Rendendo i terreni italiani bombe ecologiche a norma di legge.