5 Stelle. È giusto che Di Maio lasci la guida?

 

Antonio Padellaro

L’addio non fermerà il declino e può accelerare l’implosione

Luigi Di Maio è stato il capo politico 5stelle che ha stravinto le elezioni politiche del marzo 2018. Che ha dato a un tale consenso la forma e la sostanza di forza di governo, invece che attardarsi in uno sterile movimentismo. Che dopo il voltafaccia di Salvini, ha condotto, insieme a Grillo, il Movimento alla difficile alleanza con il Pd e alla nascita del Conte bis, creando un argine forse fragile, ma capace di fermare la destra dilagante. Che ha cercato di governare come ha potuto i protagonismi di alcuni miracolati del grillismo evitando per ora l’implosione del M5S in mille pezzi. Non ha saputo evitare l’emorragia di voti a favore della Lega? Ha concentrato in sé troppo potere? Ha abusato delle espulsioni invece di mediare con i dissenzienti? Può darsi. Ma la sua uscita, priva al momento di un’alternativa autorevole e di una linea altrettanto credibile difficilmente fermerà la caduta elettorale e rischia di accelerare il tramonto di un’esperienza politica che pensa di salvare se stessa cambiando un capo.

 

Myrta Merlino

Lasciare ora ha senso, ma 5Stelle deve capire cosa sarà da grande

Per Di Maio avrebbe una logica lasciare la guida del M5S prima delle Regionali: potrebbe mollare una cosa prima per non perdere tutto dopo. In questo momento, infatti, ha molto da perdere: sta diventando un comodo parafulmine per tutti i problemi dei 5Stelle, che invece sono strutturali. Non solo: il capo politico dovrebbe lasciare prima delle elezioni in Emilia perché se il Movimento prende il 5-7%, come dicono i sondaggi, a quel punto farebbe molta più fatica a trattare un’uscita onorevole. Più in generale, il M5S adesso deve scegliere cosa vuole essere da grande perché paradossalmente, anche se continuano a perdere consensi, a livello culturale hanno vinto molte battaglie. Sono di fronte a un bivio: o continuare a battere sui loro temi forti a costo di perdere consensi – e a quel punto il leader più forte sarebbe Alessandro Di Battista – o decidere di buttarsi a sinistra con un’alleanza strategica con le altre forze di quell’area e in questo caso servirebbe un personaggio istituzionale. È da questa scelta che verrà fuori il nuovo leader.

 

Marco Revelli

Il M5S di governo è stato penoso: gestione plurale e guida a Grillo

Di Maio fa bene a lasciare perché ricopre due cariche terribilmente pesanti, quella di capo politico del M5S e di ministro degli Esteri: non avrebbe la statura nemmeno per una, figuriamoci per due. Un alleggerimento farebbe bene al Paese e anche a lui. Detto questo, sarebbe impietoso scaricare tutte le colpe su Di Maio. I 5Stelle hanno mancato la prova del governo: sono stati efficaci come opposizione di massa, ma al potere sono stati penosi. Sia quando si sono fatti mangiare vivi da Matteo Salvini, che faceva il dominus del governo gialloverde, sia perché si sono fatti spogliare di tutte le loro battaglie più forti come il Tav e il Tap. Se rinunciassero anche al termine di “capo politico”, espressione odiosa che ci riporta a brutti ricordi, sarebbe ancora meglio. Sul futuro credo che si debbano dare una gestione collettiva e smettere di instaurare un clima da caserma con una continua caccia al dissidente: ci vuole una gestione collegiale e che tornino ad ascoltare di più la persona a cui devono tutto, Beppe Grillo, che tra loro rimane il più ragionevole.

 

Gianfranco Pasquino

Doveva andarsene mesi fa, Conte rappresenta meglio i 5S

Di Maio fa bene a lasciare ed è persino in ritardo: doveva farlo mesi fa, quand’era evidente che il declino elettorale del M5S fosse dovuto alla debolezza della sua leadership. In questi mesi Di Maio è stato incapace di suggerire soluzioni innovative, oltre a non aver alcuna competenza come ministro degli Esteri. Dirò di più: è stato quello che in inglese viene definito un elemento di liability, ovvero un problema per il M5S che infatti ha perso tutte le ultime elezioni. A fronte di un leader dialogante che ha imparato il suo mestiere come Giuseppe Conte, Di Maio è stato poco utile: da subito si è capito che il vero antagonista di Salvini non era lui, ma Conte che adesso rappresenta meglio le istanze del M5S. Ora Grillo dovrebbe riprendere in mano il Movimento e guidare il processo per individuare una nuova leadership suggestiva: magari un “papa nero”, una figura riconosciuta che potrebbe anche non appartenere al M5S, come ai tempi fu Rodotà. L’importante è che ciò avvenga con una discussione vera e candidature in grado di esprimere un cambiamento, senza essere calate dall’alto.

 

Luisella Costamagna

Bene un ricambio, ma a oggi non c’è un leader alternativo

Non c’è dubbio che Di Maio faccia bene a lasciare: un Movimento che crolla dal 33% alle urne al 15-16 dei sondaggi di questi giorni, passando per la débâcle europea, non può far finta di niente. Ci si può nascondere dietro a ogni tipo di giustificazione (stare al governo erode consensi, starci in compagnia di alleati diversi annacqua e spersonalizza, ecc.), ma a un certo punto qualche somma bisogna pure tirarla. I malesseri interni (al netto degli opportunismi) e degli elettori grillini lo dimostrano. Il problema è che, al momento, alternative a Di Maio – che pure ha fatto ben più di un errore – non ne vedo. E ripartire con un capo politico “tutto da costruire”, non farebbe che peggiorare le cose. Quindi – sempre al momento – l’unica soluzione possibile mi sembra quella, più volte evocata, di una gestione più collegiale del M5S, una condivisione di scelte e decisioni capace anche di alleggerire l’agenda di Di Maio il quale, dalla Farnesina, deve seguire una situazione a dir poco incandescente e, accentrando i ruoli di ministro e capo politico, rischia di offrire prestazioni opache su entrambi.

 

Andrea Scanzi

Luigi è logoro, ma l’alternativa non c’è: sono messi molto male

I 5 Stelle sono diventati tremendamente noiosi. Le rendicontazioni, gli scazzi, i voltagabbana: che palle. Di Maio ha sbagliato troppo da giugno 2018. Odiosamente innamorato di Salvini prima, insopportabilmente malmostoso con Zingaretti adesso. La sua unica “fortuna” è che resta forse il meno peggio tra i (non) leader grillini, ma ormai è logoro. Alle Regionali i 5 Stelle non raggiungeranno il 10% (forse neanche il 5%) e rischiano di tirare la volata a Salvini. Il loro è un disastro continuo, che offusca le non poche cose buone fatte. Il leader più carismatico sarebbe ora Di Battista, ma lo odiano in tanti e sceglierlo significherebbe uccidere il Conte 2. Possono puntare sul famigerato direttorio, ma tre pesci piccoli restano tali anche se li metti in fila. Di sicuro coinvolgerei Morra. Se non si svegliano in fretta, i 5 Stelle sono al de profundis. Pure le Sardine, per quanto diverse, gli hanno tolto il monopolio della piazza. Il più bravo che hanno resta Conte. Solo che Conte non fa parte del M5S. Son messi male.

“Se il Paese è migliorato è anche merito di Luigi”

Io sono sempre stato scettico sul governo con il Pd. Ho sempre ritenuto difficile raggiungere con il Pd – partito di sistema – la revoca delle concessioni autostradali. Se, al contrario, ciò dovesse avvenire, sarò il primo a rallegrarmi nel dire di avere sbagliato.

Allo stesso tempo è dovere morale dare a Cesare quel che è di Cesare. Nel nostro Paese – al netto di una stampa di regime che racconta falsità – sono state approvate negli ultimi due anni, leggi che hanno reso l’Italia un Paese più civile. La legge sulla prescrizione tutela le vittime. La Spazzacorrotti è una legge eccellente. Il Reddito di cittadinanza, sbeffeggiato dalla nobiltà liberista, ha dato ossigeno a centinaia di migliaia di cittadini in difficoltà. Assurdi privilegi della casta come i vitalizi sono stati colpiti e abbattuti. E il decreto Dignità ogni mese dà i suoi frutti.

Questi sono fatti e Luigi Di Maio ne è stato il principale artefice. Io critico e so che da fuori è anche semplice criticare. A ogni modo una voce che chiede di più e che invoca maggiori prese di posizione anti-sistema credo sia necessaria. Tuttavia, allo stesso tempo, sono una persona perbene che sa valutare i successi delle persone. Negli ultimi mesi sono state approvate leggi che sognavamo venti anni fa.

In politica estera il tiro a Di Maio è indecente. Luigi sta affrontando questioni estremamente complesse con le parole e i gesti corretti. Ciononostante politici ed editori in malafede producono attacchi su attacchi vili e scomposti. Dove stavano lorsignori quando Napolitano e tutto il Pd si accodavano al vergognoso attacco militare in Libia voluto da Francia e Stati Uniti che ha distrutto quel Paese gettandolo in una confusione enorme tutta a vantaggio di scafisti e terroristi? Dove stavano lorsignori quando Berlusconi, amico di Gheddafi, si piegava ai diktat di Napolitano per mantenere ancora per qualche mese la poltrona a Palazzo Chigi?

Erano a fare da lacchè al Potere. Come sempre. Come fanno ancora oggi. Se avessero attaccato i ministri degli Esteri passati soltanto un centesimo di come stanno facendo con Di Maio, questo Paese sarebbe decisamente migliore.

Il nuovo M5S arriva a marzo: tra gli eletti è già aria di conta

Il M5S sta in mezzo al guado e il suo prossimo futuro passa per un bivio, fatto di due strade per ora fatte di buio. Perché la possibile successione a Luigi Di Maio è un enigma. Può portare a un nuovo capo politico che al momento però non c’è, non si intravede. Oppure a un organo collegiale che però Beppe Grillo osteggia, e che per avere poteri e spazi avrebbe comunque bisogno di un nuovo Statuto, “rivisto quasi da cima a fondo” spiegano. Eppure anche su quello si ragiona dentro il Movimento, su una sorta di segreteria politica, la soluzione che tanti big chiedono in varie forme. L’unica certezza è l’evento che può farsi congresso, quegli Stati generali che si terranno dal 13 al 15 marzo, fanno sapere in mattinata dal M5S.

La risposta operativa di Di Maio, che ieri mattina ha incontrato i sei “facilitatori” del team del futuro, per fare il punto proprio sulla tre giorni. Una scatola vuota, al momento. Ma sul come riempirla passa molto del futuro dei 5Stelle. Perché nonostante le smentite, Di Maio ha pensato e pensa alle dimissioni da capo, da dare in fretta, forse già prima delle urne del 26 di questo mese. E quella piccola parte del Movimento rimastagli fedele gli soffia all’orecchio di fare un passo indietro per rilanciare, di dimettersi per poi rimettersi in gioco negli Stati generali. Insomma, di andare anche alla conta, se servisse “perché quando e dove troverebbero un’alternativa?” (e comunque poi la parola finale spetterebbe agli iscritti sul web). Discorsi che si fanno da giorni, tra i maggiorenti del Movimento. Ma tutto dipenderà da come verrà costruito questo congresso. E dalle regole.

E qui entra in gioco Vito Crimi: attuale viceministro dell’Interno, ma soprattutto membro più anziano del comitato di garanzia, l’organo di appello del Movimento. Da Statuto, il sostituto del capo politico Di Maio in caso di sue dimissioni, ossia il reggente. Impegnatissimo in queste ore, raccontano: “Sta lavorando molto per il Movimento, al prossimo assetto” assicurano. Ed è l’ennesimo segnale che qualcosa di rilevante si muove ai piani alti dei 5Stelle. Nelle scorse ore c’è stata una lunga riunione a Milano dei membri dell’associazione Rousseau, quella di Davide Casaleggio. E giovedì il patron dell’omonima piattaforma era a Roma, per incontrare Di Maio. Tema principale, le nuove regole per le restituzioni, da semplificare per tenere a bada i gruppi parlamentari. Ma non solo. Perché la marea di scontento che spesso bagna Di Maio rischia di sommergere Casaleggio, che con il capo politico ha uno storico asse. E allora sono una perfetta conferma del rapporto forte tra i due, le parole di Di Maio nell’assemblea congiunta con i parlamentari proprio di giovedì sera, affiorate ieri sulle agenzie: “Ora non va più bene niente, neanche il capo politico, neanche Rousseau, ma molti di voi sono stati eletti proprio grazie a queste cose che abbiamo costruito nel tempo”.

È la risposta ai senatori che giovedì a Palazzo Madama hanno presentato un documento politico, in cui si chiede anche di separare i ruoli politici da quelli di governo. Tradotto, di non avere più un capo politico che sia anche ministro. “Porteremo il documento anche agli Stati generali” promette il senatore Mattia Crucioli. Come a dire che bisognerà discutere di tutto e di tutti. Ma questo ad oggi passa ancora da lui, dal Di Maio che ieri con i facilitatori ha discusso, a lungo. Aprendo, alla fine, alla richiesta di molti: ossia far scegliere direttamente agli iscritti sulla piattaforma Rousseau tutti i facilitatori regionali. Facendo così marcia indietro rispetto alla sua linea, lasciare agli attivisti la possibilità di votare solo un elenco da cui sarebbe poi lui, il capo, a scegliere i nomi finali. E non è proprio un dettaglio. “Chi dice che i facilitatori regionali non possano votare in un ipotetico congresso?” si chiedeva ieri un veterano del Movimento. Però è tutto da vedere, “la stessa decisione sui facilitatori regionali non è ancora definitiva” raccontavano ieri. Nell’attesa, dentro il M5S si stanno già riposizionando in vista degli Stati generali. Si muovono gruppi, si fissano riunioni, “per organizzarsi”. Perché magari Di Maio e Casaleggio non lo vogliono, un Congresso vero e proprio. Ma tutti o quasi se lo aspettano.

Compresi i dimaiani più fedeli, che guardano con per nulla dissimulata ostilità verso Palazzo Chigi. Perché il premier Giuseppe Conte viene considerato ormai apertamente il rivale, l’uomo che vuole tenere il M5S nel centrosinistra. L’avvocato che ha uno stile e una visione delle cose molto diversi da Di Maio, e il recentissimo derby a distanza sulla politica estera lo ha confermato. Ma non solo, perché Conte è anche in stretto e continuo contatto con Grillo, l’uomo che ha imposto la rotta verso sinistra al capo politico. E allora il sospetto finale è quello che, alla fine, il Garante punti tutte le carte da qui all’avvenire sul premier, come baricentro, punto di equilibrio del M5S. E non significa che debba anche fare da capo politico. Quello dovrà essere un altro. Il nome più gettonato era e resta il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Ma avrebbe già detto a molti di non volerla, quella carica. Un altro nodo, nel M5S dove tutto si muove senza equilibrio.

Di Maio smentisce, ma tutti nei 5S parlano del suo addio

Lo stato delle cose, cioè lo specchio della battaglia evidente dentro i Cinque Stelle, sta in un rivolo di sillabe dentro a una smentita. Ovvero, in un passaggio della nota stizzita con cui ieri di buon mattino lo staff di Luigi Di Maio ha smentito il pezzo del Fatto di ieri, che raccontava di un Di Maio pronto a dimettersi da capo politico, forse già prima delle Regionali in Emilia-Romagna e Calabria del 26 gennaio. “Una narrazione, con tanto di fantomatica data delle dimissioni, che appare decisamente surreale”, sostiene lo staff del ministro degli Esteri. Ma quel che più conta è la frase sulle “svariate ‘fonti’ interpellate, che sembrano però fare il tifo per una certa narrazione”. Ed è anche lì, il cuore della questione: nelle “fonti”, tante, che vogliono accompagnare alla porta il capo politico.

E lo sa benissimo, il Di Maio che all’addio pensa, eccome. Perché è stufo di moltissime cose, e perché farsi di lato un soffio prima delle urne del 26 potrebbe risparmiargli il dazio di un probabile, pessimo risultato della lista a 5Stelle. Ma non potrebbe mai confermarlo il leader, non certo ora, così sovraesposto com’è da ministro degli Esteri. Però di sicuro punta il dito, nella nota, contro i tanti che lo vorrebbero “solo” ministro. Per questo quei sospetti, anzi quelle accuse, non restano solo nel comunicato, bellico come da tradizione dei 5Stelle. Ma affiorano anche nelle note dei parlamentari a cui, dalla mattina, la comunicazione chiede di sostenere il capo. “Questo è il momento di mostrare il vostro sostegno” è il senso del messaggio fatto circolare sugli smartphone. Non solo per il pezzo del Fatto, ma anche per l’agitata assemblea congiunta di giovedì sera, in cui diversi parlamentari sono tornati a chiedere a Di Maio di scegliere tra il ruolo di capo politico e la carica di ministro. Cioè proprio quello, le dimissioni da capo. Lo sbocco auspicato anche dal documento presentato poche ore prima a Palazzo Madama da alcuni senatori. Così ieri arriva la chiamata alle armi per i dimaiani. E i primi a rispondere sono due fedelissimi come la viceministra all’Economia Laura Castelli e il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che su Facebook è durissimo: “Cari attivisti o simpatizzanti, siete persino liberi di credere alle favole che stanno raccontando i parassiti che ci stanno succhiando il sangue dall’interno, ma a questo non c’è cura se non la psichiatria. Senza Di Maio non saremmo al governo”.

Parlano anche ex capogruppo come il questore della Camera Francesco D’Uva. Poi, a pomeriggio inoltrato, si palesa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro: “In 20 mesi il M5S è riuscito a raggiungere i migliori risultati e lo ha fatto con Di Maio capo politico”. Poco dopo, su Facebook, finalmente un ministro, il Guardasigilli Alfonso Bonafede: “Chi attacca Luigi Di Maio, attacca il Movimento! Il nostro capo merita rispetto”. A corredo, un po’ di parlamentari “semplici”.

Questa la narrazione con cui il Movimento prova a occupare le agenzie, a tamponare. Però le voci di dentro, quelle che schivano i taccuini, dicono altro. Per esempio raccontano che giovedì sera, entrando all’assemblea congiunta alla Camera, diversi big discutevano proprio di quello, delle dimissioni di Di Maio. Scambiandosi voci e impressioni sul come e sul quando del passo di lato. Un argomento che ieri ha intasato chat private e di gruppo, in una cascata di interpretazioni e ansie. Con i vertici parlamentari impegnati a rassicurare gli eletti. Ma nessuno può dare risposte certe, di questi tempi. E figurarsi qualche comunicato.

L’onore delle armi

Non sappiamo se Luigi Di Maio terrà ferma la decisione di lasciare già nei prossimi giorni la carica di capo politico del Movimento 5Stelle. Quel che sappiamo, al momento, è ciò che abbiamo scritto ieri dopo aver verificato la notizia con varie fonti: e cioè che ha comunicato a pochi fedelissimi l’intenzione di dimettersi prima delle Regionali in Emilia-Romagna e in Calabria (che lui non voleva, ma gli sono state imposte da uno scriteriato voto su Rousseau). Perché non ne può più di fare il parafulmine e il capro espiatorio di tutto ciò che non va e anche di ciò che va, nel Movimento e fuori. E per tentar di frenare la frana di miracolati, furbastri, poltronari, opportunisti e scappati di casa nei gruppi parlamentari. Ora può sempre darsi che cambi idea o che qualcuno gliela faccia cambiare, ma è improbabile: il ragazzo ha vari difetti, ma non è un cialtrone né un improvvisatore. A dispetto dell’apparente freddezza, a volte eccede in impulsività: come quando chiese l’impeachment per Mattarella per i no a Savona e dunque a Conte e poi due giorni dopo salì al Colle a scusarsi. Ma quella di passare la mano ha tutta l’aria di una scelta meditata da tempo e precipitata dopo la rottura col gemello diverso Di Battista sul caso Paragone. E va capita, anche da chi – come noi – non la condivide. Anzitutto per un dato che spesso si dimentica: Di Maio ha 33 anni, è stato eletto capo politico a 29, ha vinto le elezioni col 32,7% ed è diventato vicepremier e biministro quando ne aveva 31.

Non so voi, ma io a 30 anni, con tutte quelle responsabilità e tensioni sul groppone, sarei stramazzato al suolo. Lui, il “bibitaro” senza bibite, ha retto gli urti con disinvoltura e intanto ha raccolto molti risultati senza vendersi l’anima. Ha portato i 5Stelle al massimo storico e al governo. Ha rinunciato due volte alla premiership per ragioni di principio (non baciare la pantofola a B. e a Salvini). Ha scelto con Grillo un premier degno e abile come Conte. È stato un buon ministro del Lavoro (e lì doveva fermarsi, lasciando il Mise a un altro), mentre agli Esteri è presto per giudicarlo. Ha piantato in due anni quasi tutte le bandiere del M5S: il dl Dignità e il Reddito di cittadinanza; le leggi contro la corruzione, la prescrizione, il bavaglio sulle intercettazioni, la svuotacarceri, le trivelle, gli inceneritori, il gioco d’azzardo; i risarcimenti ai truffati dalle banche, il taglio ai vitalizi, ai parlamentari e alle pensioni d’oro, i referendum propositivi, le manette ai grandi evasori. Ha pilotato la svolta governista dando al M5S una classe dirigente tutt’altro che disprezzabile in diversi elementi, sia interni sia della società civile.

Ha limitato le lottizzazioni, nominando negli enti pubblici anche figure indipendenti anziché portaborse di partito (Salini e Freccero alla Rai, Tridico all’Inps, giuristi super partes al Csm). Ha gestito al meglio la crisi di agosto, risparmiandoci un voto anticipato che ci avrebbe consegnati al Cazzaro con pieni poteri e accompagnando con qualche mal di pancia il M5S sulla nuova linea Grillo: l’alleanza col centrosinistra, nella speranza di accelerarne il rinnovamento. E potrà sempre vantare due legislature e due governi senza che un solo scandalo o sospetto di corruzione o peggio di mafia abbia anche soltanto sfiorato un suo ministro o parlamentare. Purtroppo non sempre l’onestà ha fatto rima con capacità e questo, anche se è un tratto comune a tutti i partiti, Di Maio l’ha pagato più degli altri, perché chi vuole mandare a casa tutti non può essere come tutti, dev’essere meglio. Accanto alle battaglie vinte, ci sono quelle perse per mancanza di numeri (spacciate per incoerenze e voltafaccia): su Tav, Tap e riconversione dell’Ilva. E le sconfitte elettorali: dopo il trionfo del 2018, le disfatte in tutte le regioni al voto e soprattutto alle Europee, cui non è mai seguita una seria e collegiale autocritica.

E questo è il primo di una serie di errori, anche gravi, al netto della scarsa capacità di comunicare (il “mandato zero” resterà negli annali come esempio da non seguire): il salvataggio di Salvini dal processo Diciotti, lo scarso sostegno alla sindaca Raggi (che pure di errori ne ha commessi parecchi), l’eccessiva remissività sul razzismo (più parolaio che fattuale) di Salvini, le resistenze alla lotta contro i piccoli e medi evasori e la rinuncia frettolosa alle alleanze nelle regioni su candidati civici dopo l’infausta esperienza umbra, la tendenza a sospettare di tutti e quindi a circondarsi di yesmen, l’enorme ritardo nel rimetter mano all’organizzazione con i “facilitatori” tematici e territoriali e l’annuncio degli stati generali programmatici. Ma, più che i suoi errori, Di Maio sta pagando paradossalmente i suoi meriti: per esempio, aver tenuto duro sul vincolo dei due mandati e le restituzioni degli stipendi, che è il vero movente delle fuoriuscite di chi vuol tenersi lo stipendio e/o vuol essere ricandidato per la terza volta e si traveste da Solgenitsin contestando scelte politiche e regole interne a suo tempo sottoscritte, o scoprendo all’improvviso l’esistenza di Casaleggio. Forse Di Maio avrebbe dovuto anticipare l’uscita a giugno, subito dopo la débâcle alle Europee: i tanti abituati a prendersi gli applausi e a fuggire ai primi fischi l’avrebbero richiamato in servizio a forza. Certo avrebbe dovuto dialogare di più coi gruppi parlamentari. Ma, per quanto indebolito, amareggiato da tradimenti e ingratitudini, sfibrato dall’eterna graticola che lo incolpa di tutto e del suo contrario (troppo filo-Salvini e poi troppo anti, troppo anti-Conte e ora troppo filo), rimane il più capace dei suoi. Il movimentista Dibba, per dire, destabilizzerebbe il governo. Ora, per riempire il vuoto della transizione, dovrà parlare Grillo. Ma il futuro vertice dei 5Stelle, monocratico o collegiale che sia, non potrà rinunciare a Di Maio.

Questo è il vero Tex Willer: la storia perfetta disegnata da Claudio Villa

Scrivere storie di Tex Willer è difficilissimo, devono essere sempre uguali ma sempre diverse, il lettore si aspetta le dinamiche che ben conosce ma vuole divertirsi, i personaggi devono trovarsi in situazioni inedite ma risolverle come da copione (Tex può uccidere, per esempio, ma non sparare per primo o almeno non senza aver dato allo sfidante la possibilità di difendersi). Disegnare Tex è però ancora più impervio, perché quello che fa la differenza tra un numero riuscito e uno dimenticabile è alla fine l’interpretazione artistica di un canovaccio ripetuto. La premessa è necessaria per spiegare perché Tex l’inesorabile è un capolavoro assoluto del genere. La storia di Mauro Boselli (curatore della serie) è un distillato di cultura texiana: ci sono fantastici personaggi secondari, giustizia sommaria, duelli e ammazzamenti drammatici ma che non eccedono mai nella violenza gratuita, la vittoria dei buoni è prevedibile ma mai ovvia. Poi c’è Claudio Villa: da 25 anni disegna le copertine di Tex, compito difficilissimo (provate voi a riassumere una storia di 100-200 pagine in una immagine che, di solito, è quella di Tex che spara in mille varianti). Villa è il più grande disegnatore di Tex di sempre, insieme al creatore Aurelio Galeppini. Il suo è un Tex epico, che pare scolpito nel legno da un coltello, il suo Kit Carson è la spalla perfetta, co-protagonista e non soltanto macchietta, Tiger Jack, il navajo del gruppo, è un’ombra inquietante. I cattivi, tanti, tantissimi, sono sporchi e lombrosiani come ci aspetta da un buon fumetto di Tex, ma mai banali. La Bonelli ha avuto la splendida idea di proporre la storia prima in libreria che in edicola, in un volume che pubblica le tavole di Villa nella dimensione originale. Se dovete leggere una sola storia di Tex, leggete questa.

Tex l’inesorabile Mauro Boselli e Claudio Villa – Pagine: 238 – Prezzo: 34,90 – Editore: Sergio Bonelli Editore

 

Filippo De Pisis uno scorbutico a Parigi

Ultimo ad arrivare a Parigi, il ferrarese Filippo De Pisis (1896-1956) fece parte di quel gruppo di artisti italiani passato alla storia con il nome Les Italiens de Paris (insieme ai fratelli De Chirico, Severino, Tozzi, Campigli e Paresce): un manipolo di sognatori italici che ruba ben presto la scena agli artisti francesi, che per invidia prendono a chiamarli “metechi”. Frequentano Montparnasse, dall’altro lato della Senna rispetto a Montmartre, e lavorano in atelier di fortuna (delle cascine di legno in realtà) senza acqua né elettricità. Si ritrovano soprattutto alla Closerie de Lilas con Picasso, Chagall, Miró, Guillaume Apollinaire, Paul Fort, che di Alberto Savino diventò suocero e gira con un papero al guinzaglio. A questi sette italiani si deve un ventennio irripetibile: Parigi fu la madre dell’invenzione italiana dell’arte moderna.

Di Filippo De Pisis si dice fosse il più anarchico e autonomo tra tutti, ha sfiorato molte correnti tra cui la pittura metafisica senza però appartenervi. E si racconta fosse un tipo scorbutico (addirittura, una sera durante una festa in maschera nell’atelier del pittore Gregorio Sciltian, lui vestito da carrettiere trasteverino e Alberto Savinio fecero a botte), e forse per questo venne con più facilità obliato dalla critica. Tuttavia, oggi viene magnificamente raccontato dalla generosa esposizione De Pisis al Museo del Novecento di Milano (a cura di Pier Giovanni Castagnoli e Danka Giacon, fino al 1° marzo), in cui ammirare il suo riconoscibile tocco pittorico, volitivo e stravagante.

A lasciare ammirati non sono soltanto le celebri nature morte: così sollevate dal peso delle regole dello spazio come Natura morta occidentale e Natura morta con le uova, o fluttuanti di atemporalità come Pesci sacri. Non dunque solo le grandi tavole paesaggistiche quali L’archeologo, Ponte di Rialto o Grande natura morta in cui un cielo dalle policromie apocalittiche sembra quasi stia precipitando.

Ma anche (e soprattutto) i ritratti: nella scelta dei colori e nelle generose pennellate che solcano con forza i volti di Uomo dal cappellone, Vecchio o Il marinaio francese, De Pisis getta tutto l’arcipelago dei sentimenti dell’esistenza, tale che le figure sembrano pronte a gridare, stupirsi, ridere, piangere. Alla mostra milanese va tributato anche il merito di ricordare l’impegno letterario di De Pisis: una sala è appunto deputata a citazioni ed estratti dalle sue poesie e dai suoi racconti, che sono un modo rifrangente di leggere la sua pittura.

Filippo De Pisis Museo del Novecento, Milano – Fino al 1° marzo

L’orrore della Shoah nella Parigi di Léon Sadorski, ributtante poliziotto antisemita

Léon Sadorski ha quarant’anni. Quasi tutte le mattine si sveglia e per prima cosa scopa con la vogliosa moglie Yvette. Poi si rade, e sempre in canottiera, va a preparare il caffè. Ma la mattina del 2 aprile 1942, il buon Léon salta il sesso matrimoniale, fa tutto il resto, va in ufficio e sale direttamente al terzo piano della questura, dove sono di stanza gli ufficiali di collegamento della Gestapo. Sadorski è ispettore principale aggiunto a Parigi. In Francia c’è lo Stato fantoccio del maresciallo Pétain, in mano agli occupanti nazisti di Hitler. La fine della Terza Repubblica e il regime fascista di Vichy.

L’ispettore Sadorski è un collaborazionista, ferocemente antisemita e anticomunista. L’avvertenza nel libro di Romain Slocombe a mo’ di esergo è la seguente: “Né l’autore né l’editore approvano i discorsi tenuti dal personaggio principale di questo libro. Ma essi rispecchiano i suoi tempi (…)”. Il poliziotto è una persona ributtante ma “normale”, se è lecito e pudico usare quest’aggettivo, nella Francia di quel tempo. Costruire una fiction sul Male assoluto della Shoah, la cui unicità storica non è discutibile, è terreno scivoloso e delicato insieme. Ma Slocombe riesce ad attenersi alle fonti bibliografiche intessendo un noir anomalo e documentato. Una delle scene più forti è quando Sadorski, nonostante tutto imprigionato a Berlino dopo il colloquio del 2 aprile, fa ammazzare un ebreo in carcere, accusandolo falsamente di avergli passato un bigliettino con il linguaggio Morse usato dai detenuti. Ci vuole davvero uno stomaco forte per leggerla per intero. Ma perché Sadorski è finito in galera, arrestato dai nazisti e strappato alla moglie Yvette?

 

Il caso Léon Sadorski Romain Slocombe – Pagine: 440 – Prezzo: 18 – Editore: Fazi

Pure la sala operatoria può essere sporca

Il vicequestore Rocco Schiavone spiega a un chirurgo coinvolto in un possibile omicidio durante un intervento: “Il caso sul groppone è la più grande rottura di coglioni che esista perché lo devo risolvere. Non è sete di giustizia la mia, mi creda, è che non mi piace essere preso in giro. (…) Per capire mi devo trasformare (…) Devo entrare nel corpo del figlio di puttana che ha arbitrariamente decretato la fine di un’esistenza. (…) Con la mente devo infilarmi nella testa di questa gente, che è una palude, mi creda. Sporcarmi i vestiti, la pelle, diventare una creatura di quegli stagni luridi, fogne a cielo aperto. Lei si toglie i guanti, si disinfetta e torna a casa. A me la sporcizia resta attaccata addosso, non va più via”.

E la sporcizia continua ad accumularsi nell’animo di Rocco Schiavone, non nella penna di Antonio Manzini, che a differenza di molti suoi colleghi, più passano i romanzi, e più i suoi personaggi sviluppano interesse, acquisiscono spessore, evitano di tramutarsi in macchietta, e così anche i due agenti “buffoni”, adibiti a strappare la risata nei momenti opportuni, restano sullo sfondo come utili ma non necessari.

Conta la storia umana, in Ah l’amore l’amore.

Per questo con Manzini non è corretto parlare solo di noir, giallo o thriller, i suoi libri sono romanzi sviluppati intorno a un delitto, ma il delitto stesso non sottrae attenzione al lato umano, a quali sono le dinamiche dentro un cotesto famigliare, all’interno di quello professionale, o semplicemente tra amici, come la bellissima lettera scritta – in romanesco – da Sebastiano a Rocco, dove in un passaggio spiega: “(…) Te ricordi quando facevamo la distinzione tra fratello, amico e amico stronzo? Gli unici quattro fratelli eravamo io, te, Brizio e Furio. L’artri ar massimo erano amici, o amici stronzi. Appunto…”. E per un amico si sta anche un passo indietro, si guardano le spalle, si rispetta il suo volere; per un amico si resta fuori dalla porta di un ospedale a semplice protezione, senza alzare il braccio per rivendicare l’“io ci sono, e sono meglio degli altri”. Per un amico si fa.

Così come è accaduto allo stesso Antonio Manzini con il suo maestro, Andrea Camilleri nel suo ultimo periodo di vita, e se c’è uno scrittore che può fregiarsi del ruolo di suo erede (non ha mai negato di ispirarsi allo scrittore siciliano), è proprio il creatore di Rocco Schiavone: è lui ad aver costruito un percorso come Camilleri con Montalbano, ad aver sancito un appuntamento fisso con il lettore, ad aver creato un mondo parallelo nel quale è piacevole entrare e isolarsi pagina dopo pagina. A non dare per scontato i passaggi, senza tanti fronzoli, forse con qualche concessione in più al lettore stesso: a differenza di quello che racconta e più volte spiega Rocco, “non tutto è merda”, e a volte una doccia riesce ancora a togliere di dosso l’odore.

E a regalare qualche raggio di sole sulla pelle.

@A_Ferrucci

 

Ah l’amore l’amore Antonio Manzini – Pagine: 352 – Prezzo: 15 – Editore Sellerio

“Sex Education”, il sesso (di ogni tipo) tra gli adolescenti ma senza pruderie

Sex Education occupa un posto particolare fra le serie tv che raccontano il mondo degli adolescenti, perché non usa il sesso come ingrediente per rendere il piatto più gustoso, ma lo mette proprio al centro del menu (e all’inizio di ogni puntata). Riuscendo a parlarne in maniera leggera e nello stesso tempo seria, o perlomeno semiseria, con dosi abbondanti di ironia british.

Il protagonista è Otis, 16enne nerd figlio di una sessuologa (Gillian Anderson, la mitica Dana Scully di X-Files) che un po’ per gioco comincia a dare consigli sul sesso ai suoi compagni di liceo… Pur non avendo mai avuto alcuna esperienza sessuale. Attorno a lui ruotano una serie di personaggi che rappresentano il variegato mondo dei teenager di oggi: l’amico gay Eric, la ribelle Maeve cresciuta in una famiglia problematica, il bel nuotatore Jackson che ha due mamme, Adam il bullo che è anche figlio del preside, l’arrogante e insopportabile Ruby, eccetera eccetera. Pur reggendosi ancora sui tira e molla fra Otis e Maeve, Sex Education 2 (dal 17 gennaio su Netflix) allarga gli orizzonti. È più corale rispetto alla prima stagione e racconta, oltre ai problemi sentimentali e sessuali degli adolescenti, quelli di alcuni adulti, che da elementi di contorno diventano veri e propri personaggi. Viene introdotto il tema delle molestie e in generale è ancora più inclusiva: si parla di più dell’amore gay, della bisessualità e dell’asessualità e fa la sua comparsa un ragazzo disabile. Il secondo capitolo si conferma una serie divertente e delicata, che riesce a parlare della vita sessuale degli adolescenti senza mai far vedere i genitali (siamo lontanissimi, per citare un altro teen drama, da Euphoria, che detiene il record dei 30 peni mostrati in un’unica scena). A voler cercare il pelo nell’uovo, qualche caduta di stile c’è: a che servono, per esempio, i primi tre minuti dedicati alle masturbazioni ossessive di Otis? Ma nella difficoltà generale di raccontare l’universo dei teenager, un prodotto credibile e ben fatto, spassoso e istruttivo come Sex Education rimane una piccola gemma.