Déjà vu “Premiando un film remake, gli Oscar si sono morsi la ‘Coda’”

 

Caro “Fatto”, premetto che non ho in simpatia il linguaggio dei segni: mia figlia è sorda dalla nascita (1968) e con la logopedia e il sostegno ha studiato in scuole normali, dalle elementari al diploma di Accademia in Scenografia.

Ho seguito alla radio la notte degli Oscar, in cui ha vinto Troy Kotsur per Coda – I segni del cuore, il primo attore sordomuto (la terminologia “sordomuto” è stata sostituita da “sordo” perché sordi si nasce, sordomuti si diventa se non si è rieducati nel linguaggio) a conquistare un Oscar con ovazioni e applausi nel linguaggio dei segni: il film, l’ho subito capito, è un remake della commedia francese La famiglia Bélier del 2014 . I Bélier sono agricoltori e vivono vicino a Mayenne, nell’ovest della Francia. Invece Coda è ambientato a Gloucester tra i pescatori nel Massachusetts, dove la protagonista, Ruby, è l’unica della famiglia a sentire. I suoi genitori e il fratello maggiore, infatti, sono tutti sordi e comunicano con il linguaggio dei segni (vedi “figli di un Dio minore”). Ma non era meglio presentare all’Oscar La famiglia Bélier, di una delicatezza unica? Ma che razza di sistema è quello che premia un film “copia e incolla”? Sono indignato.

Giorgio de Tommaso

 

Gentile Giorgio, parafrasando un illustre connazionale della Settima Arte, il cinema ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. All’originario “cuore” di Pascal, oggi potremmo sostituire anche “denaro”, giacché quello che lei segnala è la prosecuzione del profitto per altre forme: non paghi del successo de “La famiglia Bélier” (2014), gli onnipotenti francesi di Pathé hanno pensato bene di autoprodursi o, se preferite, riprodursi il remake in lingua inglese, “Coda – I segni del cuore”. La scelta è poeticamente discutibile, non l’opportunità commerciale: in un mondo cinematografico sempre più a corto di buone idee, il clone è all’ordine del giorno. Non solo non si butta via niente, ma il ricondizionato va via come il pane: si cambia l’idioma, si adatta l’ambientazione, si trasmutano agricoltori in pescatori, Mayenne in Massachusetts, e al Lis si associa un altro linguaggio universale, “du film is megl che uan”. Ai cugini d’Oltralpe, peraltro, i remake autoprodotti o in conto terzi funzionano benissimo: “Corro da te”, rifacimento di “Tout le monde debout” del 2018, primeggia in questi giorni al nostro botteghino. Certo, il circolo è vizioso, si rischia letteralmente di mordersi la “Coda”, eppure se acquistandolo per la “miseria” di 25 milioni di dollari Apple ha conquistato, primo streamer di sempre, l’Oscar al miglior film, come se ne esce?

Federico Pontiggia

Tutti gli errori sugli antivirali

Solo un paziente positivo su quattro riesce a essere trattato con la terapia anti-Covid, perché a tuttoggi, malgrado le segnalazioni, le promesse, il tempo necessario per superare tutti gli ostacoli, dalla prescrizione del medico di base fino al letto del paziente è di molto superiore ai cinque giorni che, al massimo, possono trascorrere dalla positività alla somministrazione. Guido Rasi, ex direttore Ema, ha dichiarato (finalmente!) che gli antivirali potrebbero essere prescritti dal medico di base e poi ritirati dal paziente direttamente in farmacia. Questa modalità è già seguita da altri Paesi, Usa compresi. In Italia, non si sa per quale motivo, non è così. Pare che gli antivirali, la terapia, in genere, non abbiano mai entusiasmato nessuno dei nostri “gestori” della salute. In un primo momento ne sono stati ordinati un numero ridicolo. Solo pochi fortunati li hanno utilizzati. A gennaio, finalmente, sono arrivati gli agognati rifornimenti. A complicare la possibilità del loro utilizzo, non solo i tempi necessari per la trafila prescrittiva, ma anche gli strettissimi parametri d’ammissione. Le condizioni del paziente avrebbero dovuto essere così complicate che solo pochi potevano superare l’esame preliminare di arruolamento. Probabilmente anche quando saranno adottati schemi d’accesso alla terapia più rapidi, non ci saranno sensibili cambiamenti. Esiste anche un problema fondamentale, quello culturale. I medici di base non hanno ricevuto adeguata formazione. I messaggi che sono arrivati sono stati tutti pro-vaccino con la netta esclusione di indicazioni terapeutiche. Il 4 febbraio, Aifa ha pubblicato che sono stati consegnati 11.200 cicli di Paxlovid in tutti gli hub italiani. Per il 2022 sono stati pre-acquistati 600.000 cicli. Quanti andranno al macero? Se dovesse continuare questo ritmo di consumi, basterebbero per 20 anni! Con il parere favorevole dell’Ema all’immissione in commercio della combinazione di anticorpi monoclonali, sviluppata da AstraZeneca che previene l’infezione da SarsCoV2 per almeno sei mesi avremo un’arma preventiva. Riusciremo a usarla?

 

No, il predicozzo no! Descalzi, il gas, Putin

Dice: “l’Ueè una scatola vuota in termini energetici: non abbiamo la nostra energia e non abbiamo mai pensato a una strategia per la sicurezza energetica”. Dice: “Per sette anni abbiamo investito poco. La leadership globale non è stata saggia e non ha esaminato con equilibrio la situazione energetica” e adesso “sostituire gli idrocarburi russi non sarà semplice”. Sagge parole, giusto monito, ecco… forse… magari il pulpito non è proprio il più adatto visto che è la poltrona di amministratore delegato di Eni (traduciamo da un lancio Reuters dagli Emirati Arabi, perla della democrazia mediorientale che ci aiuterà, si spera, ad affamare il puzzone russo). E insomma pure Claudio Descalzi – in Eni da una vita e al comando dal 2014 – ci fa il predicozzo perché non siamo stati abbastanza svegli da darci una regolata con la Russia e intanto fa un miliardo di utili netti al mese o giù di lì anche grazie al gas gentilmente fornitogli da Mosca. Abbiamo “investito poco” (in nuovi giacimenti, s’intende), però il peso del gas nel mix energetico è passato dal 33,5% del 2014 al quasi 50% odierno e il 40% di quello che importiamo, cioè quasi tutto quello che consumiamo, viene dalla Russia. “È incredibile che dal 2014 l’import di gas russo sia aumentato”, aveva detto in Parlamento un altro passante, Mario Draghi, citando l’invasione della Crimea. E chissà allora chi sarà il maggior importatore italiano? E come sarà successo che dal 2010 la quota di gas russo che arriva in Italia sia quasi raddoppiata? Non si sa, forse è una cosa che ha a che fare con quando i diplomatici Usa – nei cablo pubblicati da WikiLeaks e raccontati sul Fatto da Stefania Maurizi – si chiedevano “ma Eni è parte di un complotto del Cremlino?” (i bei tempi di Silvio B.). O magari con quegli accordi, anche energetici, che l’ultrà atlantico Enrico Letta firmava a Trieste col macellaio Putin nel novembre 2013, tre mesi prima dell’annessione della Crimea. E chissà se c’entrano quei blindati Lince (Iveco, cioè gli Agnelli) la cui vendita a Putin fu autorizzata dal governo Renzi nel 2015, in pieno embargo Ue. Ce lo spiegheranno con calma, ora ci sono cose più grosse di cui occuparsi, però, ecco, pure basta coi predicozzi, non siete nelle condizioni di farli.

Dell’ora (ill)legale. Ode innamorata al negletto sonno

Domenica abbiamo dormito un’ora in meno, per via del passaggio all’ora legale. Non è però della battaglia europea sullo spostamento delle lancette (i Paesi del Nord non ne traggono molto beneficio ed è sul tavolo l’ipotesi di abolirla) che vogliamo parlare. Bensì del sonno divenuto pressoché illegale, della ragione e dell’inganno che avvolge il riposo. Medici e scienziati non fanno che sottolineare l’importanza per il nostro equilibrio psico-fisico del sonno, la cui mancanza ha conseguenze nefastissime: aumento di peso, pressione alta, stress, problemi di equilibrio psichico, difese immunitarie più basse. Nessun medico vi chiederà mai se dormite troppo, bensì se dormite troppo poco. La costrizione alla veglia, non per niente, è una forma di tortura. Eppure il sonno è vittima innocente di una colossale truffa. Ce lo dicono sia la cultura popolare (“chi dorme non piglia pesci”, “troppo dormire fa impoverire”) che la letteratura (negli Amori Ovidio accosta il sonno all’immagine della “gelida morte”, lo stesso fanno Cicerone nelle Tuscolane e Percy Shelley ne Il demone del mondo). La società è pervicacemente organizzata contro il sonno perché è tutta spostata sulla mattina, meglio se di lunedì. Provate a fissare un appuntamento per una qualunque riparazione in casa: nove volte su dieci è alle otto di lunedì mattina (ci si chiede che fine facciano le altre, neglette, ore della giornata e della settimana). I genitori si alzano presto perché i loro figli hanno una campanella che li aspetta sull’attenti alle otto. Ma il mattino ha l’oro in bocca, direte voi. Mica tanto. Uno studio di qualche anno fa condotto dall’Università di Oxford contraddice clamorosamente l’imperativo categorico della sveglia all’alba. Prima dei 55 anni l’orologio biologico delle persone non è sincronizzato con l’orario dalle 9 alle 17 e questo danneggia l’efficienza, l’umore e la sanità mentale degli impiegati. Altri studi sul tema – leggiamo sul Telegraph e sul Post – hanno dimostrato “che un bambino di dieci anni non riesce a concentrarsi sugli argomenti scolastici prima delle 8:30; un adolescente di 16 anni dovrebbe iniziare alle 10; e uno studente universitario alle 11”. E ancora: “La privazione del sonno ha un forte impatto sulla salute: una sola settimana con meno di sei ore di sonno a notte porta ad almeno 711 cambiamenti nel funzionamento dei geni di una persona”.

Jacques Rigaut – scrittore francese dadaista, un pazzo scatenato che si era preso le misure con un decimetro per essere sicuro, quando avesse deciso di suicidarsi, che il colpo sarebbe arrivato dritto al cuore – ha scritto una battuta formidabile: “Quando mi risveglio, è mio malgrado”. Che sottoscriviamo con gioia, rivendicando il diritto al sonno, vittima di pregiudizi atavici e incomprensibili. Se dici a qualcuno che ti svegli alle 10, diventi immediatamente l’ozioso Oblomov di Goncarov (se si possono ancora citare scrittori russi) pigramente adagiato sul divano tra un pisolino e l’altro. O il Paperino di Walt Disney, adorabile scansafatiche, il cui cuore è diviso tra Paperina e l’inseparabile amaca. E poco importa se aggiungi che spesso lavori fino a tardi la notte. “Perdere” le ore tra le sette, se non le sei, e le dieci è un crimine sociale, un attentato all’efficienza e alla produttività. Dormire invece non è affatto una perdita di tempo, è un piacere necessario di cui siamo diventati feroci nemici. I ritmi con cui è organizzata la nostra vita sono sempre più serrati e soffocanti perché abbiamo sempre più cose da fare (molte delle quali inutili). Niente è sacrificabile, a parte il sonno. Basterebbe recuperare un passo del Macbeth per ricordarsi che è un “bagno ristoratore del faticoso affanno, balsamo alla dolente anima stanca”, “il piatto forte alla mensa della grande natura, nutrimento principale nel banchetto della vita”. Per fortuna domani inizia aprile (dolce dormire).

 

Disastri, conflitti e pandemie: rischiamo tutti la “sindrome”

Conoscevamo il disturbo da stress post traumatico (Ptsd) dei soldati in combattimento o testimoni di combattimenti. Si calcola che il 30% dei reduci americani dalle guerre in Iraq e Afghanistan ne abbia sofferto. Considerando che negli ultimi vent’anni se ne sono avvicendati 800 mila in Afghanistan e 1,5 milioni in Iraq, e togliendo i morti che di questo disturbo non soffrono, sono circa 700 mila soldati. Sintomi ed effetti: difficoltà di relazione, ansia, nevrosi, violenza sui familiari, droga, tentativi di suicidio, omicidi. Considerato poi che oltre la metà di questi soldati apparteneva a unità della riserva o delle guardie nazionali, quindi cittadini “normali “ con professioni diverse, si può solo vagamente immaginare l’impatto di un tale fenomeno sull’intera società e non soltanto sui militari di professione che se sono “disturbati” è soltanto colpa loro. Non esiste altro esercito al mondo che abbia questi numeri. Non perché gli altri siano soldati migliori, ma perché non hanno gli psichiatri. Da noi il fenomeno è quasi inesistente: i soldati sono tosti e chi ha l’emicrania se la cava con un paio di pasticche per i dolori mestruali. Non si ha il conto di quanti civili, operatori umanitari, profughi soffrano di questa sindrome. Se soltanto nelle due guerre menzionate sono morte 900 mila persone quasi tutte civili, quelle sottoposte a vicende traumatiche sono decine di milioni, profughi inclusi. Ma forse per loro è il minore dei mali e poi non hanno psichiatri al seguito. In ogni modo la sindrome si manifesta dopo almeno sei mesi dal rientro a casa. E i profughi sono tali perché la casa non l’hanno più.

Conoscevamo anche una sindrome secondaria (Stsd – secondary traumatic stress disorder) quella che non viene dall’esperienza personale di un evento traumatico, ma dalla testimonianza di un trauma di altri. I sintomi possono includere ansia, isolamento e depressione così come dissociazione, difficoltà a dormire, incubi, flashback e altro. Ne soffrivano i soldati di un contingente nordico in Bosnia sottoposti al martellamento continuo delle loro tragedie da parte dei croati, serbi, bosgnacchi. Il contingente fu richiamato in patria in anticipo perché i loro psichiatri avevano riscontrato che stavano tutti diventando razzisti nei confronti di tutti e non provavano più pietà per nessuno. Ne soffriva un altro contingente nordico in Kosovo il cui cappellano (e psicologo) facendo una ricerca sul campo sui suoi ufficiali li trovò tutti alienati. Scrisse un bel rapporto e fu diffidato dal diffonderlo o pubblicarlo. In compenso aumentarono gli psicologi e le pasticche.

Non sapevamo che di questa sindrome esistesse una condizione correlata, ma più lieve, chiamata compassion fatigue (Cf) o “stanchezza/affaticamento da compassione” che è spesso riscontrata nei professionisti dell’assistenza. Essa si manifesta con un senso di isolamento, impotenza, insensibilità e tendenza a evitare o rifiutare situazioni di dolore. Le persone si sentono esaurite, come se non avessero più nulla da offrire ai pazienti o agli altri. Grazie al consumo di social media e televisioni o di media in generale e al bombardamento continuo, alle maratone di immagini e notizie di disastri, pandemie e guerre questa sindrome si sta diffondendo a tutta la popolazione che accede a tali mezzi in maniera ossessiva. “Come possiamo gestire gli effetti negativi di questi bombardamenti sulla salute mentale?” si chiede un medico americano. Semplice: mettere giù lo smartphone. Imparare a stabilire i limiti. Non indulgere nell’autocritica. Quante sono le persone oggi in Italia e nel mondo a rischio di sviluppare questo stress? Probabilmente tante, forse qualche miliardo. Almeno a giudicare dal frequentissimo sintomo, bisbigliato o gridato in tutte le lingue: Non Ne Posso Più (Nnpp).

 

Per evitare le guerre è meglio lasciare le armi

La forma di violenza più diffusa nella storia dell’uomo è la violenza vigliacca, vale a dire un tipo di violenza esercitata contro persone deboli e senza vie di fuga. Lo scippatore prende di mira la signora anziana; lo stupratore assale la ragazza isolata nella notte; la Nato attacca la Libia di Gheddafi, ma non la Corea del Nord di Kim Jong-un, e la Russia attacca la debole Ucraina. Se l’Italia non vuole fare la fine dell’Ucraina, deve avere un esercito potente. Quanto potente? Non esiste una risposta assoluta a questa domanda. L’importante è che l’esercito dell’Italia, posto a confronto con gli eserciti dei Paesi più avanzati, sia sempre all’avanguardia. Questo rende necessario un Osservatorio sulla sicurezza internazionale per monitorare, in maniera accurata e su base quotidiana, l’andamento della spesa militare degli altri Paesi. Quali? In primo luogo, la spesa militare dei Paesi vicini all’Italia, vale a dire Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco. Non deve mai verificarsi la circostanza che uno di questi Paesi abbia un esercito più potente di quello italiano o che possa costruirlo nel futuro. Nessuno di questi Paesi, infatti, fa parte di un’alleanza militare con l’Italia. Ovviamente l’Italia deve sempre avere rapporti fraterni con i Paesi citati, ma la politica internazionale è soggetta a cambiamenti improvvisi e un capo di Stato, nel nostro caso Sergio Mattarella, deve sempre essere preparato a un rovescio improvviso nelle relazioni bilaterali. Si prenda l’esempio dell’Iran. Nel luglio 2015 Obama siglava un accordo con l’Iran per lo sviluppo del programma nucleare e il ritiro delle sanzioni. Poco tempo dopo, Trump passava dalla prospettiva della pace con l’Iran a quella della guerra, arrivando addirittura a uccidere il generale Soleimani, il 7 gennaio 2020.

Per non parlare della Libia. Dopo decenni di relazioni pacifiche, il generale Haftar, l’1 agosto 2017, minacciava di sparare sulle navi italiane per impedire la missione del governo Gentiloni contro gli scafisti che trafficano esseri umani. Nonostante il diritto internazionale, l’arena internazionale resta una giungla, dove vige la legge del più forte, e l’Ucraina lo conferma. Simili premesse dovrebbero indurci a sostenere la decisione dei Paesi dell’Unione europea di armarsi pesantemente, ma non è così.

Sebbene l’aumento della spesa italiana per l’esercito sia un fatto benefico in circostanze normali, diventa un grave errore nel tempo presente. Se, infatti, tutti i Paesi europei si armano contemporaneamente, la Russia si sentirà gravemente minacciata, innescando il tragico dilemma della sicurezza descritto da John Herz nel suo articolo del 1950. Gli Stati, temendosi a vicenda, accrescono il proprio potere militare. Nel far ciò, rendono insicuri gli altri Stati, che reagiscono armandosi a loro volta. Accade così che uno Stato, nel tentativo di dissuadere i governi stranieri da eventuali attacchi, materializzi quegli stessi pericoli da cui vorrebbe preservarsi. Come ho spiegato nel mio ultimo libro, gli Stati, per utilizzare l’esempio di Thomas C. Schelling, sono spesso nella situazione del proprietario di casa che, nel cuore della notte, si trovi faccia a faccia con lo scassinatore. Se entrambi sono armati, c’è il rischio di una sparatoria che nessuno vorrebbe scatenare. È un effetto non desiderato. Nel regno della sicurezza internazionale, ciò che è realmente decisivo non è la volontà dei singoli attori, ma l’intenzione che ogni Stato attribuisce all’altro a causa della situazione di pericolo che scandisce il ritmo dell’interazione (Teoria sociologica classica e contemporanea, Utet 2021). Invece di armarsi in massa – una decisione che renderebbe più probabile una nuova guerra con Putin – l’Unione europea deve perseguire la via della pace e aumentare il livello di fiducia con i russi.

Ecco il problema: l’Europa ha paura di essere attaccata dalla Russia e viceversa. Per fermare questa spirale mortifera, occorre fare ciò che gli Stati Uniti e la Russia fecero dopo la crisi dei missili del 1962: darsi garanzie reciproche, cioè correre verso il disarmo o, comunque, verso una riduzione progressiva delle spese militari da ambo le parti e lo smantellamento degli armamenti bellici più potenti sul suolo europeo. In condizioni normali, gli Stati preferiscono arricchirsi e proteggere la popolazione senza fare guerre pericolose e dispendiose. La Russia non fa eccezione.

 

 

Amadeus e un quartetto di nutrie portano avanti i negoziati di pace all’Eur

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno bombardando il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. Ieri, nel parco di Villa Pamphili, primi passi verso il cessate il fuoco: dopo lo spettacolo introduttivo di un quartetto di nutrie (Rubastracci, Strappalenzola, Bellachioma e Gnecco) che hanno cantato in coro Roma nun fa’ la stupida stasera, le delegazioni dei Tracchia e delle gemelle hanno ripreso a negoziare sotto i buoni auspici di Amadeus, che entrambe le parti considerano equidistante (i Tracchia sono i suoi fornitori di crocchette per cani, e Amadeus ha passato alle gemelle Donatella Rettore, che spaventando gli Spetsnaz dei Tracchia si è dimostrata un deterrente efficace). I Tracchia non escludono un trattato di pace “a partire dal riconoscimento delle attuali realtà territoriali”, implicito riferimento all’Ipercoop e a Kasanova, di fatto loro proprietà in questo momento. Le gemelle concedono di non entrare nella Nato, ma vogliono garanzie di sicurezza modellate sull’articolo 3 del decalogo del Club di Topolino (“Difendere i deboli e preferire la ragione alla forza”); in pratica vogliono dai Paesi garanti dell’intesa, tra cui l’Italia, che così s’infilerà in un altro bel casino, “armi e cieli chiusi”, cioè la no-fly zone. L’accordo di pace, con tregua immediata, verrà sottoposto a referendum popolare e avallato dal voto sulla piattaforma Rousseau, una garanzia. Amadeus parla dei “progressi più significativi fatti finora”, e Fiorello rosica: “Auguro un grande in bocca al lupo a chi condurrà i prossimi negoziati, ma devono andare malissimo”. Le operazioni militari stanno mimando l’andamento dei colloqui: a ogni apertura sul tavolo dei negoziati corrisponde una tregua nei bombardamenti, e a ogni chiusura ripartono i bombardamenti, col risultato che gli abitanti dell’Eur cominciano ad averne i coglioni pieni. L’aumento delle spese militari dei Paesi Nato al 2% del Pil (73 miliardi in più all’anno) è stato accolto con euforia incontenibile dalle Borse e da Goldman Sachs, l’onlus che si batte contro la crudeltà verso il denaro: i trenini dei dirigenti in festa hanno ricordato a una passante il Carnevale di Rio perché non c’è mai stata. Le tensioni dell’Occidente con i Tracchia, comunque, restano elevate: l’Olanda ieri ha espulso due nipoti di Evaristo con l’accusa di spionaggio (stavano fotografando le prostitute in vetrina ad Amsterdam). Niente pace neppure fra Draghi (che Grillo definì grillino) e Conte (che Grillo definì “senza visione politica, né capacità manageriali, né esperienza di organizzazioni, né capacità di innovazione”, per cui è stato rivotato capo del M5S con plebiscito alla grillina: il 94% del 50% degli aventi diritto). Il nodo sono le spese militari: Draghi vuole aumentarle subito, Conte non subito. Verrà mai raggiunto un accordo fra queste due posizioni estreme? Certo, perché se si andasse alle elezioni la prevista stravittoria di FdI permetterebbe un governo Draghi senza quei doremifà dei 5S. Sul fronte della propaganda, Nathalie Tocci, cda Eni, ha sostenuto che il prof. De Bellis non può parlare del centro commerciale in quanto non c’è mai stato. Giornalisti cattolici, anche sul Fq, hanno replicato con ironia: “Quindi Barbero non può parlare di Cesare perché non l’ha mai conosciuto?”. Fin qui, tutto bene. Ma poi hanno aggiunto: “Quindi il papa non può parlare di Dio perché non l’ha mai visto?”. Un errore che confonde il piano della realtà con quello della fantasia (Cesare è realmente esistito, mentre Dio è fiction da Propaganda Fide e 8 per mille). Il papa ha ben presente la differenza: affidando l’Ucraina e la Russia alla madonna ha premesso che “non si tratta di una formula magica”. Paraculo. A quando una danza della pioggia? Magari funziona. (23. Continua)

 

La “premessite” contagiosa, o delle assurde domande a Conte

L’altra sera, a DiMartedì, Giovanni Floris ha chiesto a Giuseppe Conte se fosse anche lui d’accordo che in questa guerra “ci sono un aggressore e un aggredito”. Più della risposta colpiva l’espressione al limite dello sgomento dell’ex premier, che ho interpretato con un oddio perché mi chiede questo? Infatti, era come se da Conte si pretendesse un supplementare esame patriottico del sangue. Ora, non userò lo stucchevole espediente retorico che consiste nel parlare bene di qualcuno per poi criticarlo, ma sulle qualità professionali di Floris parlano i dati di ascolto e il gradimento del pubblico. Il che semmai accresce il peso dell’interrogativo iniziale, considerato il profilo istituzionale dell’ospite, un ex presidente del Consiglio che sul concetto Putin aggressore e Zelensky aggredito si è più volte espresso senza equivoci.

Una prima ipotesi è che Floris volesse davvero puntare il dito sulle cosiddette ambiguità del Movimento, di cui Conte è stato riconfermato leader. Una roba del tipo: vediamo come reagisce a una domanda secca sul punto, se cioè la richiesta appena fatta a Mario Draghi di procrastinare quel 2% di Pil in spese militari, con il rischio di una crisi di governo, non nasconda anche da parte sua un pregiudizio anti Nato o pro Putin, o entrambe le cose. Oppure, al contrario, Floris ha posto una domanda volutamente provocatoria proprio perché convinto che la risposta sarebbe stata la più netta. Per dimostrare che la richiesta di Conte sui circa 14 miliardi annui in più di spese per la difesa (ritenuti eccessivi rispetto all’emergenza sociale in cui versa il Paese) non nascondesse alcun retropensiero sulle tremende responsabilità del “macellaio” Vlad.

In ogni caso va riconosciuto a Conte, come a ogni leader di partito e tanto più al capo del partito di maggioranza relativa, il sacrosanto diritto di rappresentare le ragioni dei propri elettori sul surplus di spese militari (così come il premier Draghi ha il dovere di manifestare a Sergio Mattarella i relativi rischi connessi alla stabilità del governo). Senza per questo essere ogni volta costretto a quella che Luca Ricolfi chiama “premessite”. Ovvero, le “autocertificazioni di anti-putinismo per tutelarsi dal rischio di essere crocifissi”, se non in linea, pancia a terra, con la Nato. Perché di questo passo sarà richiesto anche a Papa Francesco (che sulle spese per gli armamenti non l’ha mandata a dire) un pubblico mea culpa, oltre a quello del Venerdì Santo.

La guerra sexy e la spina dorsale

 

• Wilma, la clava. L’Europa è cresciuta con la guerra, ha conosciuto sviluppo e crescita in guerra. Sempre. Ora è finito questo strano periodo di pace. Siamo nel postpacifismo, tutti, a partire dalla Germania, hanno voltato pagina e si riarmano. Gli uomini amano la guerra e alle donne piacciono i guerrieri. Il pericolo della guerra nucleare non c’è perché i russi non vi ricorreranno mai. Io ho fatto tre guerre. È stata un’esperienza bellissima e invito gli italiani a considerarla”.

Edward Luttwak (Quarta Repubblica )

 

• Smidollati!/1 (contro Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”): “Non si può condividere tutto, lui ha messo sullo stesso piano le sanzioni e i bombardamenti. Stiamo scherzando? Si tratta di un’offesa vergognosa. Questa è una cosa ignobile che rivela da che parte sta lei. È uno dei tanti che lavora per Putin. Questo è un suicidio dell’Occidente, siamo piani di gente che non vuole aprire gli occhi dinanzi al vero pericolo. Le sanzioni economiche sarebbero un’altra forma di guerra? Lo dica alle popolazioni civili massacrate”.

Federico Rampini (L’Aria che tira)

 

• Smidollati!/2 (…) Proprio da tutto ciò sappiamo che è venuto maturando in Putin il più profondo disprezzo per il nostro mondo. Per la nostra mancanza ai suoi occhi, di spina dorsale, per la nostra mancanza di fede nei nostri valori e della volontà di difenderli. Da qui, in grande misura, anche da qui, la decisione presa a cuor leggero di farla finita con Zelensky e gli ucraini. E possiamo essere sicuri che Xi Jinping non la pensa molto diversamente. Sarebbe bene che in futuro molti ci pensassero due volte prima di prenotare un volo per Mosca o per Pechino.

Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera)

Armiamoci e al rogo i “complessisti”!

Si dimentica spesso che la parola propaganda non vuol dire solo diffondere, ma anche consolidare, fissare. Tutto deve essere ricondotto a schieramenti e fronti, ridotto a principi e dogmi. Guai a farsi domande, esibire incertezze! Perché la propaganda perlustra, seleziona e discrimina. Tanto più se, come durante questa nuova guerra mondiale del XXI secolo, è intenzionalmente militarista.

Non è un caso che ogni discorso debba iniziare – pena l’espulsione perpetua dallo spazio pubblico – con l’autodafé ormai celebre: “C’è un aggressore e un aggredito”. Questo è il fatto oggettivo, il “ragionamento basico”, che deve essere riconosciuto coram populo. L’autodafé, meglio se pronunciato con tono contrito, è il certificato temporaneo di anti-putinismo, il lasciapassare per potersi esprimere nel mondo della libertà di parola. Questo salvacondotto, tuttavia, dura poco e basta anche solo un “perché” o un “come mai” per finire di nuovo proscritti o diventare bersaglio in vario modo del furore bellicista.

Il deteriorarsi del dibattito pubblico nelle democrazie occidentali non è un fenomeno di oggi. Lo aveva già scorto Leo Löwenthal, esponente della Scuola di Francoforte, che con acume analizzò l’America degli anni Cinquanta, dove disagio e disorientamento avrebbero aperto le porte non solo al maccartismo, ma anche all’ascesa di una destra autoritaria. Di recente questo fenomeno si è acuito al punto che si parla di “grande regressione” per indicare brutalità e rozzezza che imperversano nella sfera pubblica. La bolla di Internet non ne è il motivo, ma contribuisce all’odio aperto, alle fantasie di violenza, agli insulti osceni.

La guerra – si sa – è rivelatrice. Fra l’altro ha messo in luce, ancor più della pandemia, questa regressione che mina al fondo la democrazia rischiando di cancellarla. La violenza schematica sta già nel voler stabilire l’inizio, nel fissare il principio. Meglio, poi, se è tutt’uno con il Male impenetrabile. “La violenza putiniana che viene dal cielo…”. C’è uno fuori di testa, un matto, un folle oppure – e propagandisticamente è lo stesso – un tiranno, un dittatore, che ha deciso di dirottare il corso della storia umana, le sue magnifiche sorti. Guai a interrogarsi su quel principio, ad andare oltre guardando al contesto, provando a esaminare le cause. È pericoloso, anzi ambiguo e infido, già quasi un cedimento al male, un compromesso con il nemico. Mica risaliamo a chissà quando! In tutta tranquillità si può ignorare il “resto”, perché quel che conta è solo sentirsi nel giusto. C’è il male e il bene, l’autocrate e le democrazie, la repressione e la libertà. Ringrazia piuttosto di essere da questa parte, perché dall’altra saresti già in galera. E dunque taci! Smetti di fare domande fastidiose e riconosci il fatto oggettivo che in sintesi è: A ha invaso B. Punto. Altrimenti detto: il grosso ha picchiato il piccolo. E tutti non potranno fare a meno di essere con quest’ultimo.

In questa nuova concezione della storia che, alla faccia di Hegel, ben si adatta alla foga regressiva, non c’è assolutamente nulla da capire. C’è appunto solo da allinearsi nell’ordine bellico, favorito da schemi ideologici. Non vorremmo certo che la gente discuta le cause della guerra mondiale nel cuore dell’Europa, che le conosca davvero! Tutt’al più si possono buttare lì un paio di paragoni perché si senta sollevata: Putin = Hitler, combattenti ucraini = partigiani italiani, ecc. Non importa se la storia non sia quella novecentesca, se la potenza nucleare muti il significato stesso di guerra. Viva la pigrizia mentale condita di malafede. La semplificazione investe anche l’interlocutore che ha comunque torto e va perciò delegittimato a priori. Anche qui non c’è nulla da capire. Sarà tutt’al più un neneista di sinistra. Dice sciocchezze e amenità. Merita sarcasmo, scherno, se non disprezzo, astio, aggressività. Da tempo il livore anti-intellettuale non emergeva in forma così esasperata. Poi magari c’è chi rimpiange “gli intellettuali di una volta”, anche perché non sono qui a importunare.

In tutto questo non stupisce che perfino la “complessità” sia stata presa di mira e sia, anzi, assurta a stigma. Come se si trattasse di un esercizio inutile o di una confusione pretestuosa. Eppure, sappiamo che uno dei grandi pericoli oggi è, al contrario, la semplificazione, la scorciatoia (come quella complottistica) per venire a capo di un mondo difficile da interpretare. Non è più la natura a essere impenetrabile, ma è ormai la storia umana a divenire per noi sempre più enigmatica. Si è spezzato il filo della narrazione. Di qui l’ansia per il futuro che non è mai stato così incerto. La reazione, però, non può essere quella dei nostalgici di una leggibilità del passato. Mai come ora è necessario quel che la tradizione occidentale ci ha insegnato: dalla domanda di Socrate, che proprio salvaguardando la democrazia metteva in forse le certezze dei suoi concittadini, fino al sospetto di Marx, di Nietzsche, di Freud, che vuol dire meno falsa coscienza, più avvedutezza. Studio, interpretazione, giudizio sono la base della democrazia. Non servono solo gli esperti, che peraltro non sono mai neutrali. Altrimenti tutti i cittadini sarebbero deresponsabilizzati nelle scelte politiche – come l’invio di armi – che li riguardano direttamente. Occorrono invece le domande, e tanto più se sono spiazzanti, perché ci aiutano a cambiare prospettiva, a vedere quel che accade sotto una nuova angolazione trovando magari la via d’uscita dalla trappola.

Un computer è un meccanismo complicato; qualcuno l’ha progettato e aprendolo si può veder l’intreccio di parti. La storia umana è invece complessa, perché agiscono molte dimensioni. Applicare gli schemi A – B è grottesco. L’illeggibilità del mondo, di cui parlava Hans Blumenberg, è oggi sotto gli occhi di tutti. Gridare “all’armi” limitandosi a mettere l’elmetto sulla mente, come fanno alcuni, non serve davvero. Non abbiamo bisogno di paraocchi, ma di confronto aperto, dibattito critico, spazi interpretativi comuni. Questi sono i valori democratici occidentali.

Noi complessisti cerchiamo di farcene carico in questo momento grave in cui vengono richieste solo adesioni empatiche alla guerra. La libertà di pensiero è il diritto alla complessità. Anche il diritto di comprendere il male, di decostruirlo, senza per questo giustificarlo. Certo, poi riconosciamo di essere pur sempre complessisti molto imperfetti, non abbastanza vigili, non sempre capaci di capire. Ma se ci fossero più complessisti a interrogarsi sui motivi, forse un po’ delle guerre in corso avrebbero potuto essere evitate.