È atterrata regolarmente in Kazakhstan la navetta russa Soyuz MS-18 con a bordo l’astronauta americano Mark Vande Hei della Nasa e i due cosmonauti Anton Shkaplerov e Pyotr Dubrov dell’agenzia spaziale russa Roscosmos. È stato il primo rientro di una astronauta occidentale sul suolo russo dallo scoppio della guerra in Ucraina. Rientro che si è concluso con un’accoglienza serena: foto di rito, sorrisi, applausi e, sul grande schermo del centro di controllo russo, un messaggio di benvenuto all’americano Vane Hei: “Bentrornato a terra Mark”.
Tunnel, dolore e gloria: resistere a Kharkiv
I primi a vedere i morti sono spesso i pompieri. Arrivano senza neanche bisogno delle sirene, le strade sono deserte. Li guida la colonna di fumo prodotta dall’ultima esplosione. Il caseggiato è sventrato a metà della sua altezza, le fiamme alimentano le nuvole nere, come succede quasi quotidianamente da oltre un mese nel quartiere residenziale popolare di Saltivka, che si affaccia sulla tangenziale cittadina e i terreni agricoli che rappresentano il fronte nord-orientale di Kharkiv. I pompieri, quasi sempre senza maschera anti-gas entrano per spegnere il fuoco, con gesti rapidi: non fanno altro che sgomberare le macerie necessarie per arrivare ai focolai dell’incendio, mossi dalla fretta di togliersi da lì. La salva di razzi, per lo più Grad sparati da una distanza superiore ai dieci chilometri non è quasi mai sola. I primi colpi possono essere seguiti a breve distanza di tempo da una nuova raffica di esplosivo e metallo. Si muovono tra gli abitanti dei caseggiati inebetiti che vagano attorno domandandosi solo “perché” e appena domate le fiamme se ne vanno, verso il prossimo obiettivo colpito o in attesa della prossima chiamata. Poi arrivano le ambulanze che delle volte insieme ad auto private, trasportano i feriti e i cadaveri negli ospedali. Nei giorni più duri dei bombardamenti dei corpi sono stati allineati nei cortili degli obitori, in attesa di essere chiusi nelle grandi buste nere ed esser poi deposti nelle celle frigorifere. Ai piedi dei palazzi restano i civili sopravvissuti incolumi, che lentamente raggiungono gli appartamenti distrutti, nel tentativo di salvare brandelli della loro vita. Più dei beni materiali cercano i propri animali rimasti intrappolati nei piani pericolanti, e soprattutto le fotografie che ricorderanno loro l’esistenza prima dell’esplosione. Frammenti istantanei ed eterni: i neonati, le nozze, i parenti, le vacanze. Ci sono immagini in bianco e nero che ricordano il periodo sovietico delle famiglie che adesso traslocheranno con quel poco che gli resta e i loro fedeli animali nelle stazioni della metropolitana. Un reticolo di tunnel costruito in epoca sovietica alle quali si accede per lunghe scale mobili e dove la temperatura è sempre tiepida. Tutte le metropolitane dell’Urss sono state ideate per fungere da rifugio bellico, molto spesso anche atomico. Qui i vicini di casa si ritrovano e si parlano, tornando al momento in cui le loro quotidianità sono andate in fumo, sostituite dalla nuova routine sottoterra. C’è chi nonostante tutto non riesce a parlare male dei russi, come Vladimir, un uomo di mezz’età che infatti non è voluto diventare membro della difesa territoriale di Kharkiv. E per molti questo periodo è vissuto solo come un’attesa immobile prima di poter tornare alle proprie case, anche se distrutte. Sono relativamente pochi a esser andati via dalla città: la gran parte degli abitanti i cui quartieri sono stati colpiti restano, aspettano che questa guerra passi, che l’emergenza finisca. Come Anastasia che pure ha un figlio di 5 mesi e il cui marito non ha intenzione di arruolarsi tra le milizie cittadine. Nel 2014 il destino di Kharkiv, la maggiore città del Donbass conteso da Mosca a Kiev, è stato in bilico tra l’Ucraina e l’indipendenza filo-russa, ma qui le proteste di piazza scoppiate otto anni fa contro le autorità ucraine non sono arrivate a prendere il controllo dei palazzi governativi come a Luhansk e Donetsk. Perciò resta obiettivo primario dell’“operazione militare” della Russia, il cui confine è a meno di una quarantina di chilometri a nord-est. E’ anche per questo che molti soldati dell’esercito ucraino qui sperano di non incontrare un volto conosciuto un giorno in battaglia: in tanti della vasta maggioranza russofona di Kharkiv hanno parenti oltre-frontiera o nelle repubbliche separatiste nei cui reggimenti inquadrati nell’esercito di Putin combattono migliaia di convinti “indipendentisti”. Allontanandosi da Kharkiv verso il fronte meridionale si può arrivare nei pressi di una riserva naturale dove un eccentrico oligarca pare abbia importato tempo fa bisonti americani per suo diletto. I guardiani del branco sono rimasti nonostante la guerra e temono che le bestie possano essere mira dei russi, ma nessuno crede più che i soldati ex comunisti mangino bisonti.
Dnipro, Kiev Chernihiv: la morsa russa non si allenta
Il “raggruppamento delle truppe russe in direzione di Kiev e Chernihiv è in corso”, con l’obiettivo di “raddoppiare gli sforzi nelle aree prioritarie e principalmente per completare la liberazione del Donbass”. In uno scarno comunicato il ministero della Difesa russo, secondo quanto riporta la Tass, aggiunge che “i principali obiettivi delle forze armate a Kiev e Chernihiv sono stati raggiunti”. La notizia parrebbe confermare quanto detto nei giorni scorsi; il Cremlino vuol mantenere la pressione su più aree dell’Ucraina ma l’obiettivo principale è avere il controllo totale del Donbass e aggiungere qualche “pezzo” importante, come la città di Mariupol, sulla costa. Di certo i bombardamenti non sono diminuiti; a Chernihiv come nell’area di Kiev “non c’è nessun ritiro dei russi su vasta scala ma solo movimenti limitati” secondo un portavoce del ministero della Difesa ucraino. “Il nemico ha ritirato le unità che hanno subito le perdite maggiori per rifornirle”, ha detto Oleksandr Motuzyanyk, aggiungendo che “l’assedio di Chernihiv continua, con missili e colpi di artiglieria lanciati dalle forze russe”. Tanto che persino l’edificio storico della Biblioteca Universale è stato danneggiato. Il sindaco Vladyslav Atroshenko alla Cnn conferma: “I russi avevano detto che avrebbero ridotto l’intensità dei bombardamenti, in realtà l’hanno aumentata”. Stessa situazione drammatica a Mariupol; nella telefonata tra Putin e Macron avvenuta martedì sera il primo ha ribadito che si combatterà fino a quando i “nazionalisti” non andranno via. In città i russi hanno colpito anche un edificio della Croce Rossa, dopo la segnalazione da parte ucraina, la stessa Croce Rossa ha mostrato l’immagine della struttura danneggiata. Inoltre, si denunciano violenze contro le donne: una vittima sarebbe stata stuprata dai soldati russi – secondo il racconto di Kiev – dinanzi al figlio di pochi anni. Ieri sera, come avevano già fatto in precedenza, i russi hanno offerto un ‘cessate il fuoco’ a partire dalle 10 di stamane. A Irpin, ripresa dai soldati ucraini, le autorità municipali ritengono che siano rimasti uccisi tra i 200 e i 300 civili prima che le forze di Kiev recuperassero il terreno; e ieri sera, razzi Grad anche sulla città di Dnipro.
Chagall aiuta a beffare le sanzioni
Nella lista degli oligarchi sanzionati dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, c’è anche Arkady Rotenberg, proprietario, insieme al fratello Boris, della Smp Group, una tra le maggiori società di costruzione di gasdotti e ponti in Russia. Rotenberg, con un patrimonio stimato da Forbes di circa 2 miliardi di dollari, non è solo un amico di infanzia di Putin ma anche uno dei suoi fedelissimi; lo scorso anno disse di essere lui il proprietario del “palazzo più costoso del mondo”, la faraonica villa sul mar Nero che il dissidente Alexey Navalny, imprigionato a Mosca dopo essere scampato a un avvelenamento, attribuì a Putin. Inoltre, Arkady è un collezionista d’arte. L’inchiesta dei Panama Papers rivelò già nel 2016 che, l’8 maggio 2014, Rotenberg fece incetta, via un intermediario al telefono, di opere di Chagall e Braque per 6,8 milioni di dollari in un’asta impressionista da Sotheby’s, a New York. Eppure all’epoca Rotenberg figurava già nella lista degli oligarchi sanzionati dagli Stati Uniti dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca. I suoi averi, come quelli di altri miliardari russi, erano stati congelati, tra cui le ville di Porto Cervo. Malgrado le sanzioni le transazioni sulle opere d’arte sono andate avanti: secondo il Senato citato dal giornale online Mediapart, Arkady Rotenberg avrebbe “potenzialmente” riciclato dal 2014, solo via il mercato dell’arte, 18 milioni di dollari. E l’Internal Revenue Service, il fisco Usa, è convinto che neanche le nuove sanzioni avrebbero fermato il giro d’affari. Una nuova task force, KleptoCapture, è stata annunciata dal presidente Joe Biden a inizio mese per indagare e perseguire le violazioni delle sanzioni. Secondo le stime del Tesoro Usa, circa 3 miliardi di dollari all’anno potrebbero essere riciclati attraverso il mercato dell’arte. I pagamenti si fanno tramite percorsii finanziari tortuosi e società offshore. Le collezioni sono conservate al sicuro nelle casseforti dei porti franchi svizzeri. Un sistema opaco e deregolamentato negli Stati Uniti, prima piazza del mercato dell’arte al mondo, ancora di più sul web, tramite i Non Fungible Token-NFT (letteralmente “gettoni non replicabili”), opere digitali e pagamenti in criptovalute. “Oltre alle falle nel processo di controllo messe in pratica in tutta coscienza dalle stesse case d’aste come Christie’s e Sothby’s – si legge su Mediapart – nel mercato secondario della rivendita di opere d’arte, più della metà delle transazioni si realizza via vendite private, talvolta al di fuori dalle gallerie, fiere o aste”. Nella lista nera degli oligarchi amanti dell’arte ci sono Petr Aven, presidente del cda della Alfa Bank, noto per la sua vasta collezione d’avanguardia russa. Alisher Usmanov, imprenditore e filantropo, che nel 2007 acquisì all’asta l’intera collezione d’arte di Rostropovich. E anche Roman Abramovich, proprietario del Chelsea – oggi al tavolo delle trattative per la tregua – che possiede una vasta collezione tra cui un trittico di Francis Bacon acquistato nel 2008 per 86,3 milioni di dollari.
La pace può attendere Mosca: “C’è molto da fare”
Dopo i passi in avanti, sono inevitabili i mezzi passi indietro. Sospesi martedì sera in Turchia, in un’atmosfera di ottimismo, seppur cauto, i negoziati che dovevano durare due giorni non sono ripresi ieri: le delegazioni hanno già lasciato Istanbul, riferisce una fonte bene informata, “per coordinare e calibrare ulteriormente le rispettive posizioni nelle loro Capitali”. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, raffredda le aspettative: “Per ora, non possiamo dire che ci sia qualcosa di molto promettente o che ci sia stata una qualche svolta”, commenta; e aggiunge: “C’è ancora molto lavoro da fare”. E le Borse di tutto il mondo, che martedì avevano festeggiato come se l’intesa fosse fatta, sono deboli o in stallo.
Ma le spinte ad andare avanti e a chiudere la guerra con una solida tregua sono forti e autorevoli. La Cina invita Mosca e Kiev “a continuare i colloqui di pace nonostante le difficoltà”, apprezza i risultati positivi finora raggiunti, auspica un raffreddamento della situazione sul terreno “il prima possibile” e appoggia gli sforzi compiuti per prevenire una crisi umanitaria su larga scala. Lo ha detto il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, incontrando l’omologo russo Lavrov: la questione ucraina ha “origini complesse: è lo scoppio dell’accumularsi di conflitti per la sicurezza in Europa ed è anche il frutto della mentalità della Guerra fredda e del confronto tra schieramenti”. Secondo Lavrov, l’Ucraina sta capendo che “le questioni della Crimea e del Donbass sono chiuse”: “Questo è un progresso”. Ma da Kiev arriva una replica non conciliante: “Saranno chiuse una volta ripristinata la sovranità ucraina su quei territori”. In serata c’è stata una telefonata di quasi un’ora tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente russo Vladimir Putin: s’è parlato dei negoziati e delle forniture di gas, della necessità di giungere presto a una tregua e delle emergenze umanitarie. Draghi voleva “parlare di pace” e l’Italia è disponibile “a contribuire a una ‘de-escalation’”. I due si manterranno in contatto. Lato russo, il capo dei negoziatori di Mosca, Vladimir Medinsky, consigliere del presidente Putin, dice che “la posizione di fondo della Russia sulla Crimea e sul Donbass non è cambiata”; ma ammette che, martedì, l’Ucraina ha mostrato per la prima volta di essere pronta a costruire relazioni di buon vicinato con la Russia e a discuterne le richieste di principio. Lato ucraino: il capo dei negoziatori di Kiev, Mikhailo Podolyak, spiega che il referendum sull’intesa ci sarà “solo dopo che le truppe russe saranno tornate sulle posizioni antecedenti il 23 febbraio”: condizione che pare problematica. “Penso che dovremo ora lavorare sui termini del trattato, che dovrà essere accettato da tutti, anche dagli Stati garanti”, fra cui c’è l’Italia. Podolyak, consigliere del presidente Zelensky, tesse l’elogio di Roman Abramovich, “mediatore estremamente efficace tra le delegazioni”, ma ha dubbi sull’ipotesi di avvelenamento: voci, a suo dire, diffuse per creare allarme e tensione.
Un altro negoziatore, David Arakhamia, spiega il concetto di ‘neutralità rafforzata’ proposto dall’Ucraina: fare affidamento sul proprio esercito, ma disporre anche di garanzie di sicurezza. Kiev guarda a “Svizzera o Israele, che hanno un esercito che può essere mobilitato in ogni momento e rispondere in caso di aggressione”. Ma va ben oltre: le garanzie di sicurezza chieste a diversi Paesi prevedono un intervento automatico in caso di un “attacco di qualsiasi forma”. Da Washington, fonti dell’intelligence sostengono che i collaboratori di Putin non avrebbero il coraggio di informarlo sulle difficoltà nell’operazione militare.
Ita, si dimettono 6 consiglieri. Voci di scontri tra i vertici e Mef su privatizzazione e paghe
Non si placano le turbolenze sulla rotta di Ita, l’“erede” della compagnia di bandiera Alitalia. Ieri, con una lettera ai vertici dell’azienda, si sono dimessi sei dei nove membri del Cda di Italia Trasporto Aereo Spa, la società del Tesoro che gestisce Ita Airways. I sei dimissionari sono Lelio Fornabaio, Alessandra Fratini, Simonetta Giordani, Cristina Girelli, Silvio Martuccelli e Angelo Piazza. Restano nel Cda il presidente Alfredo Altavilla, l’ad Fabio Lazzerini e la consigliera Frances Ouseley. Ita Airways non commenta. Il cda rimanente, in base allo statuto, non decade: l’ordine del giorno della prossima assemblea straordinaria di aprile potrebbe essere integrato con la nomina di nuovi consiglieri. I consiglieri erano stati scelti dall’allora governo Conte-2 nell’ottobre 2020, oltre tre mesi dopo la scelta dei vertici della società, quando Lazzerini era ad e Francesco Caio presidente.
Nella lettera, i sei dimissionari scrivono “in questi anni abbiamo dato il nostro contributo all’avvio della operatività della società con il raggiungimento di importanti risultati consuntivati nel progetto di bilancio oggi approvato, ponendo altresì le premesse per l’avvio del processo di privatizzazione. Nell’odierna seduta del cda abbiamo votato tutte le delibere necessarie per regolare lo svolgimento dell’assemblea ordinaria e straordinaria della società. Riteniamo che Ita possa affrontare con decisione gli ambiziosi obiettivi che si pone”. L’uscita arriva nel pieno dell’iter per la privatizzazione. Il gigante dei trasporti marittimi Msc e la compagnia tedesca Lufthansa si sono detti interessati.
Le motivazioni delle dimissioni non sono state chiarite. Secondo alcune fonti “sono legate al fatto che, dopo l’approvazione della relazione di bilancio, si trattava di figure chiamate in una fase di sviluppo della società che andava creata: ora inizia una nuova fase nella quale l’azienda può essere traghettata verso la privatizzazione”. Una sorta di naturale passaggio di consegne, dunque. Altre fonti però segnalano un duro scontro tra i sei dimissionari e i vertici di Ita in particolare sugli advisor scelti dalla compagnia per la privatizzazione (JP Morgan e Mediobanca per la parte finanziaria e lo studio Grande Stevens e Sullivan & Cromwell per quella legale). Anche il Tesoro aveva scelto propri advisor (Equita per la finanza e Gianni & Origoni per il legale) per gestire direttamente la privatizzazione. Il conflitto rischia di portare a contestazioni da parte della Corte dei Conti. Altre fonti parlano anche di forti contrasti tra il presidente di Ita Alfredo Altavilla e il ministero sul fronte della remunerazione, con il cda allineato all’azionista del quale ha approvato l’impostazione, riducendo i compensi del presidente.
Tariffe in calo, ma non basta: restano le maxi-bollette
Il segno meno non deve trarre in inganno, o meglio far troppo sperare. Anche se nel secondo trimestre dell’anno il prezzo dell’energia elettrica in servizio di maggior tutela diminuirà del 10,2% e del 10% quello del gas (sui tre mesi precedenti), per famiglie e imprese anche i prossimi mesi saranno durissimi. Dalle nuove tariffe comunicate ieri dall’Autorità dell’Energia (Arera) – valide da aprile a giugno – emerge che la spesa annuale per una famiglia tipo arriva a 2.600 euro. In soldoni, le percentuali si traducono in una esborso per l’elettricità di circa 948 euro (+83% rispetto ai 12 mesi precedenti), mentre per il gas servono 1.652 euro (+71%). Così, anche se si tratta delle prime riduzioni dopo 18 mesi (6 trimestri di rialzi consecutivi, 7 se si considera solo il gas), sempre di stangata si tratta visto che dallo scorso anno le tariffe di luce e gas sono cresciute, rispettivamente, del 131% e del 94%.
A contribuire al calo delle tariffe sono stati l’intervento diretto dell’Arera che ha modificato una componente tariffaria che permette una compensazione dei costi di commercializzazione del gas e i provvedimenti adottati dal governo per affrontare l’emergenza con il decreto bollette. Per cercare di arginare gli aumenti dei prossimi tre mesi (riuscendoci poco), il governo si è mosso a inizio anno stanziando 4,4 miliardi che, tuttavia, sono serviti all’Arera, come è già accaduto con gli altri aggiornamenti, solo per ridurre gli oneri di sistema, tagliare gli oneri generali nel settore del gas e portare l’Iva al 5% sul gas, alleggerendo così la bolletta per le quasi 30 milioni di famiglie che si trovano nel mercato tutelato. È stato anche potenziato il bonus sociale luce e gas che potrà essere richiesto dalle famiglie in maggiori difficoltà.
Misure che per le associazioni dei consumatori sono poco incisive rispetto ai maxi-aumenti che trimestre dopo trimestre si sono accumulati e che non basteranno ad evitare i danni pesanti per imprese e famiglie. “La riduzione è una buona notizia, ma è un’illusione ottica”, commenta Marco Vignola dell’Unione nazionale dei consumatori che parla di una spesa maggiore soltanto nel trimestre di 181 euro a famiglia rispetto allo stesso periodo del 2021. Per Assoutenti, che sottolinea la necessità di ricorrere a tariffe amministrate di luce e gas per abbattere i prezzi, “è una goccia nel mare”. Mentre per Luigi Gabriele di Consumerismo si tratta di “un bilancio ancora enormemente in perdita per famiglie e imprese”. Insomma, misure momentanee e non risolutive per calmierare l’impennata delle bollette che sta portando sul banco degli imputati anche lo stesso sistema di acquisto. È stato Stefano Besseghini, il presidente di Arera, a spiegare un paio di giorni fa che questi aumenti sono causati anche dall’obbligo imposto all’Acquirente Unico (che acquista energia e gas per tutti gli utenti della tutela) di stipulare contratti spot e non più quelli di lungo periodo che consentirebbero di avere prezzi più vantaggiosi ed evitare le oscillazioni del mercato. E dalla scorsa estate non ci si sta più dietro.
Gas, ecco i piani di Berlino&C.: razionamenti se Mosca chiude
La paura di un blocco delle forniture russe di gas inizia a farsi sentire. Ieri – mentre si allentava lo scontro con Mosca che pretende pagamenti in rubli – si è mossa la Germania, seguita a ruota dall’Austria. Il vicecancelliere tedesco, Robert Habeck, ha fatto il primo passo verso il razionamento del gas. “Al momento non ci sono carenze nelle forniture – ha detto ieri il plenipotenziario della politica energetica tedesca – ma dobbiamo aumentare le misure precauzionali per essere preparati in caso di escalation da parte di Mosca”. Habeck ha attivato l’allerta preventiva del piano di emergenza sul metano. È l’inizio di una procedura a tre stadi: il secondo prevede l’allarme e il terzo la proclamazione dell’emergenza.
Habeck ha confermato che i depositi di gas sono pieni solo al 25% e che le forniture arrivano in modo regolare da est. La Germania acquista dalla Russia più del 40% del gas naturale, il 35% del petrolio e il 45% del carbone di cui ha bisogno. I contratti in essere sono stipulati in euro e dollari e la richiesta del presidente russo Vladimir Putin di ricevere i pagamenti in rubli dai “paesi ostili” è considerata un modo per aggirare le sanzioni e quindi una minaccia alla sicurezza. Mosca però insiste, anche perché il blocco dell’operatività in dollari delle controparti americane delle banche russe ha reso difficile l’incasso in euro e dollari per le forniture di gas che poi gli istituti russi devono usare per acquistare rubli.
La partita è complessa, ma al momento non ci sono ultimatum. Ieri, dopo l’annuncio di Habeck, il cancelliere Olaf Scholz si è confrontato telefonicamente con Putin. Secondo le agenzie di stampa russe i due hanno deciso che un gruppo di esperti discuterà sul possibile passaggio al pagamento in rubli “che non dovrebbe portare a un peggioramento dei termini contrattuali”. Subito dopo è toccato a Mario Draghi parlare con Putin. L’Italia è il secondo importatore di gas russo dopo la Germania. L’inquilino del Cremlino ha spiegato al nostro primo ministro le modifiche contrattuali per il pagamento in rubli. Anche in questo caso non c’è stato un accordo, ma un rinvio della discussione.
Il cancelliere tedesco Scholz ha guadagnato qualche settimana, il gas continuerà ad arrivare e i pagamenti, per ora, si faranno ancora in euro. La Germania non può perdere tempo, le previsioni di crescita per il 2022 sono scese dal 4,6% all’1,8%. Ieri da Francoforte hanno reso noto che in Germania l’inflazione a marzo è stata del 7,3%, il livello più alto da 40 anni. La farina è passata da 50 centesimi il chilo a 1,3 euro, l’olio di semi è introvabile nei grandi supermercati. La prospettiva annuale di mantenere l’inflazione attorno al 6% sembra difficilmente realizzabile. Secondo il Financial Times in caso di un blocco delle forniture di gas russo l’inflazione potrebbe schizzare quasi in doppia cifra.
Per la gestione dello stato di allerta, Berlino ha costituito un’unità di crisi che si occuperà di capire come limitare i consumi ed essere pronta ad agire nel caso la Russia bloccasse le forniture. Ieri Habeck ha assicurato che ci saranno gas ed elettricità per privati e servizi essenziali come gli ospedali. Sono invece allo studio razionamenti dei consumi per i grandi gruppi manifatturieri. E nel caso si passasse dall’allarme all’emergenza, verranno bloccate le forniture alle aziende. L’effetto spirale sarebbe immediato in tutta Europa e porterebbe la prima economia del continente in recessione. Stesso scenario che avrebbe l’Italia.
Nelle stesse ore in cui Berlino annunciava l’allerta preventiva, anche Vienna faceva la stessa mossa. Sul mercato di Amsterdam il prezzo ha fatto un balzo di oltre 6 punti, a 115 euro il megawattora. Da Varsavia, invece, il premier polacco Mateusz Morawiecki ha detto che “farà di tutto” per interrompere l’importazione di petrolio dalla Russia entro la fine di quest’anno. Annunciando il “più radicale piano” d’indipendenza energetica da Mosca, ha chiesto agli altri membri Ue di seguire il suo esempio. Il problema sta nei numeri. La Germania importa 55 miliardi di metri cubi di gas russo l’anno. Il gas liquido promesso dagli Usa (15 mld di metri cubi per tutta l’Ue) non basta. Berlino ha firmato un accordo di fornitura di gas con il Qatar, ma i tedeschi – schiacciati sulle forniture russe, un lascito degli anni di Angela Merkel – non hanno i rigassificatori che servono a trasformare il Gnl. Due impianti su nave sono stati presi in affitto, ma per nuove infrastrutture servono anni. Troppo, se Mosca chiude il rubinetto.
“La Ue rimane divisa, non basta riarmarsi per la difesa comune”
Lo scenario è paradossale. Un’Europa profondamente divisa decide di riarmarsi, ma basta una guerra a far nascere la difesa europea? “La guerra ha avvicinato i 27 Paesi membri Ue, piuttosto disuniti nei confronti di Mosca – spiega Laurent Warlouzet, professore di Storia delle relazioni internazionali alla Sorbona di Parigi, tra i massimi esperti di integrazione europea (Europa contro Europa l’ultimo libro, Cnrs Edition) –. Se continua e le vittime civili aumentano, il senso di orrore forse li terrà uniti, successe così con Stalin all’inizio della Guerra fredda. Se però il conflitto finirà presto, o continuerà con un’intensità ridotta, le divisioni tra gli europei riprenderanno”.
I Paesi Ue promettono di portare la spesa militare al 2% del Pil: l’Europa diventerà una potenza militare?
Difficile. Potrebbe diventarlo se fosse più unita politicamente e militarmente, ma restano molti ostacoli. Il perno rimane il rapporto con la Russia e gli Usa. Sul primo fronte, come detto, molto dipende dalla durata della guerra, che è l’unico collante. I Paesi Ue sono divisi, alcuni dipendono più di altri dal petrolio e dal gas russi; dal punto di vista politico e culturale, poi, Berlino, Roma e Parigi si sono sempre considerate un ponte tra Mosca e l’Occidente.
E il rapporto con gli Usa?
Dal ritorno della Francia nel comando Nato nel 2009, i litigi nell’Ue sulle relazioni atlantiche si sono ridotti. Resta però che i francesi vogliono una difesa Ue indipendente. Su questo Parigi è rimasta a lungo sola, almeno fino alla “svolta asiatica” imposta da Obama e da Trump, che hanno costretto anche i fedeli alleati Usa, come tedeschi e italiani, a pensarsi senza più la garanzia nucleare americana.
Un’integrazione militare europea è possibile?
Ci sono molte inefficienze per la duplicazione di capacità e armamenti. Costruire un vero esercito europeo richiede una strategia comune e una programmazione delle armi: alcuni Paesi dovranno liberarsi di parte della loro industria della difesa, una cosa non semplice. L’Ue è stata per lo più un mercato di merci e servizi, con qualche elemento mirato di solidarietà, non è mai stata una potenza in grado di pesare, se non in ambiti molto limitati (Airbus ed Esa nell’aeronautico). L’integrazione europea è stata un progetto liberale basato sul diritto, la lotta per il potere internazionale è stata lasciata a Stati e Nato. Dovrà cambiare il suo sistema operativo se vuole diventare un attore ‘assertivo’.
La Germania si riarma, spenderà 100 miliardi in più. Le conseguenze?
È una decisione dirompente, perché la Germania è la prima potenza economica in Europa. Dal 1945 ha evitato di esercitare la sua potenza in campo militare: era, si diceva, un “gigante economico e un pesciolino diplomatico”. Se Berlino sostiene sforzi militari pluriennali diventerà presto la prima potenza militare convenzionale in Europa, visto che la Francia distoglie molte risorse per le armi nucleari, questo creerà opportunità ma anche un senso di inquietudine. Molti europei diffidano di una Germania grande potenza militare, anche se è pienamente inserita nel quadro Ue/Nato. Durante la disastrosa gestione della crisi dell’Eurozona, l’ostilità verso Berlino è riemersa anche in forme nazionalistiche. Il vero nodo è però il rapporto coi francesi, che sono gelosi della loro posizione di prima potenza diplomatica e militare in Europa.
Un esercito Ue è compatibile con la Nato o avrebbe interessi divergenti?
La tensione tra ‘Europa europea’ ed ‘Europa atlantica’, come la definì De Gaulle nel ’64, resta forte. Vogliamo e possiamo essere credibili sul piano militare senza gli americani? Non ora, ovvio. Perfino per un’operazione limitata, come quella francese in Mali, gli europei si sono affidati all’intelligence Usa. La realtà è che dovremo cooperare con loro per decenni, se non di più, ma questo non impedisce di migliorare la nostra capacità diplomatica e militare. Gli Usa saranno sempre più riluttanti ad agire, sia per ragioni interne sia per il relativo declino rispetto alla Cina: l’Ue dovrà cooperare più strettamente nelle aree strategiche o sarà calpestata dai vicini più agguerriti.
Ma può esistere una difesa comune europea senza una politica estera comune?
In teoria è possibile, nella pratica significherebbe che le vere decisioni strategiche, le più importanti, sarebbero prese a livello Nato, cioè con una forte influenza statunitense.
L’Ucraina può entrare nell’Unione europea?
L’Ue è uno Stato semi-federale, ogni membro deve recepire milioni di pagine di testi giuridici e regole burocratiche e questo va fatto in modo coerente da Messina a Helsinki: per ora, e valeva anche prima della guerra, Kiev non è in grado farlo.
Il riarmo Ue suggerisce che per molti Paesi il “keynesismo di guerra” sia l’unica via accettabile per aumentare la spesa pubblica.
Durante la crisi Covid gli europei hanno imparato ad accettare un livello di debito più elevato. La guerra è un altro passo in questa direzione: la popolazione che invecchia, la crisi climatica, la pandemia rendono l’aumento della spesa pubblica inevitabile. Il problema è finanziarla adeguatamente, cosa difficile se i tassi di interesse salissero di nuovo, come la Bce ha in programma di fare.
Il Colle fa risorgere il governo (fino al Def)
“Ci siamo evitati le consultazioni di Pasqua”. La battuta – che poi tanto battuta non è – circola ai piani alti della politica. E a invitare velatamente Mario Draghi a non andare al muro contro muro è stato anche Sergio Mattarella, nel colloquio di martedì sera. Il Quirinale ha esercitato la moral suasion per invitare le parti a trovare una soluzione, pur senza indicare formule. E ieri ha lavorato a una mediazione insieme a Lorenzo Guerini il segretario del Pd, Enrico Letta. Che ha poi parlato in serata con lo stesso presidente del Consiglio al quale ha voluto esprimere la sua indignazione per il metodo usato da Conte in questa crisi. Il premier la tentazione di spingere il leader 5S a una rottura, oppure a una capitolazione definitiva sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil entro il 2024 ce l’aveva tutta. “Non ci possiamo sottrarre agli impegni presi con la Nato”, continua a dire l’ex Bce in tutti i contesti. Proprio mentre sta cercando di riprendere un ruolo internazionale nella crisi ucraina, ribadendo un asse di ferro con gli Usa, Draghi non aveva nessuna voglia di mediare sul piano interno.
Ma alla fine, quella che passa è la linea Guerini, quella che in realtà a Palazzo Chigi blindano come la linea del governo da sempre. Il ministro della Difesa interviene per dire che l’aumento delle spese militari dovrà essere graduale e arrivare entro il 2028, come gli aveva chiesto di fare anche Letta. M5s plaude.
Il percorso è però ancora pieno di ostacoli. Il passaggio del Def (presentazione prevista il 10 aprile) dovrebbe essere relativamente indolore. Sulla carta, però. Nel Documento di economia e finanza, infatti, si parlerà di direzione di marcia e di crescita graduale della spesa militare. Senza forzare troppo. Almeno ad oggi. Perché poi dal governo ci tengono a sottolineare che il M5S ieri ha di fatto detto sì al 2%. Come pure si dicono convinti che Conte andrà avanti nello scontro. La formulazione sarà tutta da trovare e da leggere. Non a caso il Def, che Draghi aveva annunciato per fine marzo, è ancora in fase di scrittura. Il momento della verità sarà, comunque, la legge di Bilancio.
Intanto oggi il decreto Ucraina si voterà con la fiducia, senza relatore. Così l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia (che parlava proprio dell’aumento delle spese militari al 2%) dovrebbe decadere. Un modo per evitare la conta nel Movimento. Draghi, infatti, sulla fiducia è stato contrario fino all’ultimo: avrebbe voluto stanare Conte, costringere il Movimento a una scelta sull’odg. Non è il momento per farlo.
Oggi, mentre il Senato vota, interverrà di fronte alla Stampa estera. Un appuntamento interessante per capire se e quanto il premier modulerà toni e ragionamenti sulle armi, gli impegni con la Nato, la vicinanza agli States e a Volodymyr Zelensky.