La Fondazione Open, in passato cassaforte del renzismo, “ha agito da ‘articolazione’ di partito politico”. Lo ipotizzano i pm fiorentini Luca Turco e Antonino Nastasi che ieri hanno disposto oltre 20 perquisizioni in tutta Italia nei confronti di imprenditori e società in passato finanziatori della Open. Le perquisizioni sono state disposte nell’ambito dell’inchiesta su Alberto Bianchi che della Fondazione è stato presidente (nel cda vi erano invece i parlamentari Luca Lotti e Maria Elena Boschi, non indagati) e che è accusato di traffico di influenze e finanziamento illecito per un incarico per un contenzioso con Autostrade affidato nel 2016 al suo studio legale dalla Toto Costruzioni Generali. Perquisito ed indagato anche Marco Carrai, l’imprenditore fiorentino “fedelissimo” di Matteo Renzi e già membro del Cda della stessa Open. Ad altri indagati invece i pm contestano a vario titolo i reati di riciclaggio, autoriciclaggio, appropriazione indebita e false comunicazioni sociali.
I rimborsi agli onorevoli
Oltreché sulle donazioni, gli inquirenti vogliono fare chiarezza anche su altro. Come sulle “primarie dell’anno 2012”, sul “Comitato per Matteo Renzi segretario” ma anche su alcune “ricevute di versamento da parlamentari”. Secondo i magistrati “la fondazione Open ha rimborsato spese a parlamentari”, con carte di credito e bancomat messi a disposizione. E poi ci sono le donazioni alla Fondazione, ora sciolta. Per questo, oltre allo studio dell’avvocato Bianchi, ieri è stato perquisito anche quello di un commercialista fiorentino e alcuni finanziatori della fondazione (non indagati) in ben nove città d’Italia, da Milano a La Spezia, da Torino a Bari.
Tra questi ci sono imprenditori e persone legate al mondo della finanza, perquisiti per i rapporti con un consigliere della Open. A Napoli le Fiamme gialle hanno invece bussato alla porta della Getra spa, azienda di trasformatori elettrici presieduta da Marco Zigon (non indagato). Il Gruppo nel 2016 ha finanziato, in chiaro e registrandoli a bilancio, 150 mila euro. Documenti sono stati acquisiti anche nella sede romana del gruppo Garofalo Healt Care (nessuno è indagato), società del settore della sanità. Alcune aziende del gruppo nel 2014 hanno finanziato la Open per circa 20 mila euro in totale. “Importi modestissimi regolarmente dichiarati come previsto dalla legge” afferma l’avvocato Alessandro Diddi.
Il cellulare di Matteo intestato alla “cassaforte”
Intanto era già noto che per esempio alla Open fosse stato intestato un cellulare che Matteo Renzi (estraneo all’indagine fiorentina) utilizzava nel 2014. La circostanza era venuta fuori dalle carte di un’altra inchiesta, quella napoletana denominata Cpl-Concordia. In quel caso i carabinieri del Noe avevano scoperto che Renzi aveva un’utenza intestata alla Fondazione Big Bang, poi diventata Open, senza ravvisare alcun reato.
Il Riesame: operazioni dei Toto “dissimulatorie”
Questa circostanza però non ha nulla a che vedere con l’indagine di Firenze che riguarda la consulenza allo studio Bianchi dal Gruppo Toto. I passaggi di denaro li ha ricostruiti il Tribunale del Riesame in un’ordinanza del 7 ottobre con la quale confermava un sequestro precedente a carico di Bianchi. I giudici scrivono che, nel 2016, Bianchi “aveva ricevuto la somma di 801.600 euro” per una consulenza con la Toto Costruzioni Generali. Secondo quanto spiegato al Fatto in passato da fonti vicine all’avvocato, Bianchi ne tiene un terzo per sé e due terzi li versa al suo studio associato. Poco più di un mese dopo l’incarico dei Toto, osservano i giudici, Bianchi versa circa 200 mila euro alla Open e altrettanti al Comitato per il Sì al referendum costituzionale. Il Riesame spiega che sempre nel 2016 lo studio Bianchi aveva ricevuto dai Toto 1,9 milioni (Iva inclusa) “quale pagamento di prestazioni professionali”. Per i giudici quindi i soldi versati dall’avvocato alla Fondazione sono quelli dei Toto. Così il Riesame parla di operazioni “dissimulatorie di trasferimento di denaro da Toto Costruzioni Generali a Open”. Al Fatto, fonti vicine all’avvocato avevano spiegato che i 200 mila euro erano stati versati alla Open perché era in difficoltà, salvo riprenderne circa 190 mila euro quando la Fondazione stava per chiudere. Per i giudici Bianchi aveva fatto i suoi bonifici come “contributo volontario”, mentre la restituzione è avvenuta “con causale ‘restituzione parziale prestito’”.
La difesa: “Tutte le entrate e le uscite sono rintracciabili”
“Tutte le entrate e le uscite della Open – ha detto ieri Bianchi – sono tracciabili, perché avvenute con bonifico, carte di credito… È stato fatto tutto alla luce del sole. Messo nero su bianco”.