Indagato Carrai, pm a caccia dei bancomat del renzismo

La Fondazione Open, in passato cassaforte del renzismo, “ha agito da ‘articolazione’ di partito politico”. Lo ipotizzano i pm fiorentini Luca Turco e Antonino Nastasi che ieri hanno disposto oltre 20 perquisizioni in tutta Italia nei confronti di imprenditori e società in passato finanziatori della Open. Le perquisizioni sono state disposte nell’ambito dell’inchiesta su Alberto Bianchi che della Fondazione è stato presidente (nel cda vi erano invece i parlamentari Luca Lotti e Maria Elena Boschi, non indagati) e che è accusato di traffico di influenze e finanziamento illecito per un incarico per un contenzioso con Autostrade affidato nel 2016 al suo studio legale dalla Toto Costruzioni Generali. Perquisito ed indagato anche Marco Carrai, l’imprenditore fiorentino “fedelissimo” di Matteo Renzi e già membro del Cda della stessa Open. Ad altri indagati invece i pm contestano a vario titolo i reati di riciclaggio, autoriciclaggio, appropriazione indebita e false comunicazioni sociali.

I rimborsi  agli onorevoli
Oltreché sulle donazioni, gli inquirenti vogliono fare chiarezza anche su altro. Come sulle “primarie dell’anno 2012”, sul “Comitato per Matteo Renzi segretario” ma anche su alcune “ricevute di versamento da parlamentari”. Secondo i magistrati “la fondazione Open ha rimborsato spese a parlamentari”, con carte di credito e bancomat messi a disposizione. E poi ci sono le donazioni alla Fondazione, ora sciolta. Per questo, oltre allo studio dell’avvocato Bianchi, ieri è stato perquisito anche quello di un commercialista fiorentino e alcuni finanziatori della fondazione (non indagati) in ben nove città d’Italia, da Milano a La Spezia, da Torino a Bari.
Tra questi ci sono imprenditori e persone legate al mondo della finanza, perquisiti per i rapporti con un consigliere della Open. A Napoli le Fiamme gialle hanno invece bussato alla porta della Getra spa, azienda di trasformatori elettrici presieduta da Marco Zigon (non indagato). Il Gruppo nel 2016 ha finanziato, in chiaro e registrandoli a bilancio, 150 mila euro. Documenti sono stati acquisiti anche nella sede romana del gruppo Garofalo Healt Care (nessuno è indagato), società del settore della sanità. Alcune aziende del gruppo nel 2014 hanno finanziato la Open per circa 20 mila euro in totale. “Importi modestissimi regolarmente dichiarati come previsto dalla legge” afferma l’avvocato Alessandro Diddi.
Il cellulare di Matteo intestato alla “cassaforte”
Intanto era già noto che per esempio alla Open fosse stato intestato un cellulare che Matteo Renzi (estraneo all’indagine fiorentina) utilizzava nel 2014. La circostanza era venuta fuori dalle carte di un’altra inchiesta, quella napoletana denominata Cpl-Concordia. In quel caso i carabinieri del Noe avevano scoperto che Renzi aveva un’utenza intestata alla Fondazione Big Bang, poi diventata Open, senza ravvisare alcun reato.

Il Riesame: operazioni dei Toto “dissimulatorie”
Questa circostanza però non ha nulla a che vedere con l’indagine di Firenze che riguarda la consulenza allo studio Bianchi dal Gruppo Toto. I passaggi di denaro li ha ricostruiti il Tribunale del Riesame in un’ordinanza del 7 ottobre con la quale confermava un sequestro precedente a carico di Bianchi. I giudici scrivono che, nel 2016, Bianchi “aveva ricevuto la somma di 801.600 euro” per una consulenza con la Toto Costruzioni Generali. Secondo quanto spiegato al Fatto in passato da fonti vicine all’avvocato, Bianchi ne tiene un terzo per sé e due terzi li versa al suo studio associato. Poco più di un mese dopo l’incarico dei Toto, osservano i giudici, Bianchi versa circa 200 mila euro alla Open e altrettanti al Comitato per il Sì al referendum costituzionale. Il Riesame spiega che sempre nel 2016 lo studio Bianchi aveva ricevuto dai Toto 1,9 milioni (Iva inclusa) “quale pagamento di prestazioni professionali”. Per i giudici quindi i soldi versati dall’avvocato alla Fondazione sono quelli dei Toto. Così il Riesame parla di operazioni “dissimulatorie di trasferimento di denaro da Toto Costruzioni Generali a Open”. Al Fatto, fonti vicine all’avvocato avevano spiegato che i 200 mila euro erano stati versati alla Open perché era in difficoltà, salvo riprenderne circa 190 mila euro quando la Fondazione stava per chiudere. Per i giudici Bianchi aveva fatto i suoi bonifici come “contributo volontario”, mentre la restituzione è avvenuta “con causale ‘restituzione parziale prestito’”.

La difesa: “Tutte le entrate  e le uscite sono rintracciabili”
“Tutte le entrate e le uscite della Open – ha detto ieri Bianchi – sono tracciabili, perché avvenute con bonifico, carte di credito… È stato fatto tutto alla luce del sole. Messo nero su bianco”.

Suicidio a rate

Chi pensava che il suicidio dei 5Stelle in Emilia Romagna si fosse completato la settimana scorsa, con Di Maio&C. che declinano la responsabilità sulla scelta di saltare un turno e Casaleggio che pensa bene di metterla ai voti su Rousseau (cioè di farla bocciare dagli iscritti), non aveva visto il seguito. Cioè Di Maio che comunica la corsa in solitaria, senza che gli iscritti si siano mai pronunciati sul punto. Poi riunisce i suoi a Bologna e comunica: “Il nostro statuto ci vieta di sostenere il candidato di un altro partito”, cioè il governatore Pd Stefano Bonaccini, che però sfida a “rubarci il programma”. Ora, a parte il fatto che gli statuti si possono sempre cambiare se la realtà lo richiede, c’è un piccolo dettaglio: lì il M5S non sa neppure se supera il 5%. Tantopiù che quelle Regionali sono un derby tra Bonaccini e Salvini (travestito da Borgonzoni), che vi punta tutte le sue carte per la spallata al governo. I sondaggi danno Bonaccini e Borgonzoni appaiati. Nessuno può dire come avrebbero votato gli elettori 5Stelle se non avessero avuto la loro lista, ma ora che ce l’hanno è scontato che sottraggano più voti a Bonaccini che alla Borgonzoni.

Cioè rischiano di diventare l’alibi della sconfitta del Pd nella sua regione-bandiera e la causa scatenante della caduta del Conte2, anticamera delle elezioni anticipate e del probabilissimo governo Salvini con “pieni poteri” (anche di fabbricarsi il nuovo capo dello Stato e la nuova Costituzione). È vero che i 5Stelle uscirebbero con le ossa rotte anche se si alleassero con Bonaccini, che hanno sempre combattuto – non a torto – come un cementificatore renziano, degno erede della “ditta” legata al partito degli affari. Sia che si alleino, sia che vadano da soli, sarà comunque un disastro. C’è però una terza via che salverebbe capra e cavoli, ma nessuno la vede perché Dio acceca chi vuole dannare. Chiedere a Bonaccini di sposare il programma M5S gratis non ha senso. Come lo si costringe a ingoiare 4-5 punti di svolta ambientalista (via le nuove autostrade inquinanti per infrastrutture sostenibili e investimenti su treni e tram)? Lo si ricatta: o fai così e accetti un vicepresidente-assessore all’Ambiente M5S, o l’appoggio te lo scordi. Se rifiuta, la sconfitta l’ha voluta lui e i 5Stelle, da soli, possono sventolare la bandiera green, pescando anche qualche sardina. Ma, se accetta, l’alleanza si fa. Dire no prima di trattare, per i 5Stelle significa nell’ordine: scendere al minimo storico, regalare la regione a Salvini, far saltare il loro governo e andare al macello delle urne nel momento più drammatico. En plein. Un suicidio a rate. A questo punto, molto meglio un colpo secco.

La realtà parallela del folletto Beck

Il nuovo sodalizio tra Beck e Pharrell Williams è iniziato esattamente vent’anni fa, all’uscita di Midnite Vultures. L’approccio del leader dei N.e.r.d. è stato fatale per Mr. Loser: “Era esattamente quello che cercavo” ha dichiarato Beck, “Pharrell è un maestro del minimalismo e mi ha fatto vedere le cose da un altro punto di vista”. In realtà sono sette i brani firmati insieme: il primo a uscire, Saw Lighting, è straniante, una sorta di iperbolico Devil’s Haircut ancora più folle, discettando di sicomori, tuoni, fede e spiritualità. Una boutade se non fosse che è servita a chiarire definitivamente i dubbi sull’affiliazione dell’artista a Scientology: “Non sono uno scientologo” ha dichiarato a un quotidiano di Sidney, “mio padre lo è stato”. In tempi di santità e conversioni – vedi i recenti Coldplay e U2 – Beck si rifugia in un limbo spazio-temporale – continuamente citato nelle canzoni – per crearsi una sua realtà immaginaria e trasforma così Hyperlife e Hyperspace – brani gemelli – in un fluttuante, impalpabile e futuristico show, con frasi editate come flussi di coscienza rock (Mediate degli Inxs). Suoni ricavati da batterie elettroniche di culto (808) e nuove tecnologie (Ipad) citando Black Moth Super Rainbow (Beds). Uneventful Days – il nuovo singolo – ricorda M83, Bullion e, soprattutto, Embody di Sebastian, suoi “discepoli”. Chemical esorcizza l’infatuazione (“non ho bisogno di eccitarmi”) con un falsetto alla Sexx Laws. Stratosphere è la vetta del disco: immaginarsi Neil Young con un pianoforte distorto, sulla falsariga di Nobody’s Fault On My Own. C’è Chris Martin ai cori e la produzione è di David Greenbaum, sodale di vecchia data di Beck. Die Waiting riprende ed evolve il riff di John Mellencamp di Jack And Diane. Contemporaneamente a Hyperspace è uscito in esclusiva su Amazon un Ep con un medley dei brani di Prince (1999/Rasberry Beret/Kiss): Beck – vero fan da sempre – è stato il primo artista a registrare ai Paisley Park studios. Come Prince nel r’n’b anche Beck nel rock – i suoi 14 album lo dimostrano – porta avanti la bandiera dell’innovatore.

Vecchio e nuovo: gli Who e il ritmo che torna sempre

Pete è mezzo sordo da più di cinquant’anni: colpa di quel burlone di Keith Moon, che mise troppa polvere pirica nella batteria allo Smothers Brothers Show. L’esplosione alla fine di My generation, in diretta tv, fu dannatamente potente. Da allora, Townshend ne sente l’eco, ma i problemi di udito non gli hanno impedito di scrivere magnifica musica per tutta la vita, come a Beethoven. Solo che nel caso degli Who le sinfonie sono state poderosamente rock. E, a sorpresa, lo sono ancora. Townshend e Daltrey sono due incarogniti ultra settantenni: non hanno tenuto fede al patto nichilista dei mod (“spero di morire prima di invecchiare”) che s’è portato via prima Moon, poi il sornione John Entwistle. Pete e Roger Daltrey si sono caricati sulle spalle quel che restava della band e non si sono mai fermati, come se la gloria dei Sixties (quella che pochi giorni fa ha guadagnato loro la prima stella del Music Walk of Fame sul marciapiede londinese di Camden) fosse divenuta una scomoda memoria, con cui convivere portando il carrozzone del repertorio Who in giro per il mondo, sino allo sfinimento. Invece, con un formidabile guizzo, eccoli con un nuovo album (il precedente è Endless wire del 2006), scritto negli ultimi mesi e intitolato laconicamente Who: uscirà il 6 dicembre, ma lo diresti tirato fuori da una macchina del tempo. L’energia (con Zak Starkey, figlio di Ringo, dietro ai tamburi) è quella, a tratti, dell’immenso opus di Quadrophenia o del ruspante Who by numbers, che datano dalla metà dei Settanta. Autocitazionismo? Non proprio: perché se il drive iniziale di Ball and chain ricorda il giro ipnotico di Baba O’ Riley, l’ispirazione sembra inedita. Così come in I don’t wanna get wise, che si fa beffe della saggezza scaturita dalla vecchiaia. Del resto, Townshend non nega gli eccessi degli anni ruggenti, come quando finì in overdose dopo una notte scriteriata, con una siringa nel braccio, in compagnia di Paul Weller e del compianto Phil Lynott dei Thin Lizzy. Ma Pete sa anche essere compassionevole: lo dimostra in Hero Ground Zero, dedicata ai pompieri dell’11 settembre, o in Break the news, scritta con il fratello Simon e incentrata sulla tragedia della Grenfell Tower, dove nel 2017 morirono, tra gli altri, due ragazzi italiani. I Townshend, originari del quartiere, conoscevano alcune vittime del rogo. C’è rabbia pure in All this music must fade, che stigmatizza i furti musicali.

Pete è un vulcano in attività anche fuori dal disco: il suo romanzo The age of anxiety tratta di una tematica cruda come lo stupro. Non è autobiografico, giura lui, che rivelò tempo addietro le violenze subite da bambino, e che per una sorta di nemesi fu arrestato nel 2003 per possesso di materiale pedopornografico. Gli serviva per un’inchiesta, sostenne l’autore di Tommy. Aggiunge ora che quella grana gli salvò la vita, perché trovò il tempo di sottoporsi a esami medici che svelarono un tumore al colon. Altri sei mesi, e addio Who.

Debiti e titoli proibiti: come ti schedo i librai

Il 5 luglio del 1778, Jean- François Favarger sistemò alla cintura due pistole e un coltello da caccia, montò a cavallo e partì da Neuchâtel per un lungo tour attraverso la Francia che sarebbe durato cinque mesi. Aveva 29 anni e il suo compito era quello di proporre libri, raccogliere ordinazioni, riscuotere crediti, dirimere questioni economiche, tracciare il profilo dei librai che visitava in ogni città, anche attraverso confidenze e attività di spionaggio, prendere accordi con trasportatori clandestini, contrabbandieri, coinvolgere funzionari corruttibili per la consegna dei libri proibiti. Era stato incaricato di svolgere questa attività dalla STN (Société Typographique de Neuchâtel) e doveva visitare le principali città della Francia scendendo da Pontarlier fino a Lione, Marsiglia, Montpellier, proseguendo poi all’interno, Tolosa, Bordeaux, risalire fino a Loudun, Orleans e attraverso Digione tornare a Neuchâtel. Circa cinquanta città. La STN era una stamperia attiva dal 1769 con importanti produzioni editoriali proprie, aveva stampato anche l’edizione in-quarto del- l’Encyclopédie, più una buona quantità di opere contraffatte, pratica molto diffusa all’epoca.

Il lungo viaggio di Favarger è stato ricostruito da Robert Darnton, uno dei maggiori storici dell’editoria e del Settecento, Un tour de France letterario. Il mondo dei libri alla vigilia della Rivoluzione francese, Carocci, pp. 376, euro 31. Darnton cominciò a consultare gli straordinari archivi della STN nel 1965, “da allora ho trascorso 14 estati e un inverno a leggere quasi tutte le 50.000 lettere e il materiale complementare contenuto nei registri contabili della compagnia”. Ne ha tratto informazioni per vari libri, il più famoso è L’affare dei lumi, ma questo Tour forse è il più denso e appassionante.

Il libro incrocia percorsi editoriali, letterari, storici, sociologici, giuridici. Si scopre una Francia poco conosciuta e poco raccontata. Le lettere che Favarger spediva alla STN contenevano ordini e profili di librai, come quelli che inviò da Marsiglia:

“Allemand: un giovane che ha ereditato l’assortimento di libri da suo padre ma ne ha fatto un cattivo uso. Cattiva reputazione. Meglio non averci a che fare. Roulet: mediocre, accettabile per affari in contanti. Isnard: molto buono, ma sta vendendo il suo magazzino per potersi ritirare dagli affari…”.

Tra le varie sorprese del Tour c’è una testimonianza sulla densità delle librerie nelle città francesi in quel periodo. A Montpellier su 31.000 abitanti c’erano 9 librerie e due tipografie. A Marsiglia, 85.000 abitanti, 19 librerie. A Besançon addirittura 12 librai e 4 librai-tipografi su 25.000 abitanti.

Nella corrispondenza Favarger si attiene ai compiti tecnici, non indugia sui tramonti o le buone trattorie, questi dettagli emergono quando Darnton descrive gli spalloni che giustamente facevano respirare la spina dorsale nelle osterie. Gli ordini in grandi quantità viaggiavano su carri in forma di balle impermeabilizzate, contenevano fogli stampati sciolti da rilegare a destinazione. Ma in quelle balle, tra le pagine di una Bibbia si nascondevano libelli anticlericali, tra i fogli dei Salmi c’erano libri pornografici come Thérèse Philosophe, uno dei best-seller dell’epoca, basta guardare su Google Immagini per osservare le varianti che l’Occidente aveva portato al Kamasutra. Favarger doveva riferire anche sui funzionari delle dogane che vigilavano non solo ai confini nazionali, ma agli ingressi delle città. Le consegne avvenivano in media due mesi dopo gli ordini. Oltre ai librai ufficiali c’erano gli ambulanti, che giravano con bricolle sui sentieri, i contrabbandieri che si arrampicavano su per le montagne dei confini con carichi di libri proibiti, in mezzo alla neve e al fango.

Erano tempi pieni di fermenti, nell’aria si sentivano già i lontani clamori che la storia stava preparando, dal futuro sfuggivano le prime scintille per annunciare la grande esplosione. Mancavano undici anni alla Rivoluzione. Come testimonia Darnton negli ordini Rousseau, Voltaire, d’Holbach, Diderot, l’Encyclopédie e i libelli critici erano sempre presenti.

Il viaggio di Favarger si concluse alla fine di novembre del 1766. Varcando il passo del Giura in direzione opposta a quella di cinque mesi prima rientrò a Neuchâtel, il 6 dicembre sposò Marie-Elisabeth Affolter.

La documentatissima storia di Robert Darnton si conclude con l’elenco dei titoli più venduti in un’epoca in cui il libro rappresentava il primo media in grado di scalare le montagne e di far sognare i popoli lontani dalle feste di Versailles, lontani da un’aristocrazia irresponsabile che marciava a testa alta verso la ghigliottina.

Furto al museo dei gioielli, ma il più prezioso era a New York

I ladri avrebbero disattivato l’allarme mettendo fuori uso un pannello elettrico, lasciando così al buio anche la zona circostante del castello-museo dei Sassonia nel centro storico di Dresda. Poi in due si sono introdotti – ripresi da una telecamera in funzione nonostante il black out – nell’edificio (adibito a museo fin dal 1723, ndr) aprendo un varco in una rete metallica e rompendo un vetro, dirigendosi poi direttamente nella Grünes Gewölbe (le volte verdi) la stanza che dà il nome al castello e aprendo la teca dove erano esposte tre parure formate da centinaia di pietre preziose.

Smentendo le prime ricostruzioni, i ladri non avrebbero asportato per intero i tre gioielli, ma “sappiamo, dopo le nuove ispezioni sul posto, che per fortuna non tutto dei tre ensemble è stato portato via. Molti oggetti sono rimasti qui”, ha detto ieri sera la direttrice dei Beni artistici statali di Dresda, Marion Ackermann.

Il furto – molto probabilmente su commissione – è comunque “un colpo al cuore della nostra identità culturale”, come lo ha definito la ministra della Cultura, Monika Gruetters.

Il pezzo più pregiato e famoso non era però nella sala. Il diamante a mandorla da 41 carati noto come il Green Dresden è al Metropolitan Museum di New York dove è arrivato una settimana fa per esser esposto alla mostra su mobilia, strumenti scientifici, avori, gioielli e pietre preziose che adornavano le Kunst Wunderkammer (le stanze delle meraviglie) dei sovrani germanici che si apre lunedì. Il 19 novembre, in onore dell’arrivo a New York, l’Empire State Building s’illuminò di verde. Farlo arrivare, assieme agli altri circa 170 pezzi della mostra, è stata “un’impresa di diplomazia culturale di cui solo il Met è capace”, aveva detto il direttore del museo Max Hollein.

“Assange rischia la vita dietro le sbarre”

Una lettera aperta per Assange firmata da 60 medici di Stati Uniti, Svezia, Australia, Gran Bretagna, Sri Lanka, Germania, Italia e rivolta al ministro degli Interni britannico Priti Patel. Che si conclude con un allarme: senza cure adeguate e urgenti, il fondatore di Wikileaks rischia di morire nel carcere di Belmarsh, dove è rinchiuso dall’aprile scorso.

“Assange ha bisogno di una valutazione specialistica urgente del suo stato di salute sia fisico che psicologico. Ogni trattamento raccomandato dovrebbe essere somministrato in un ospedale universitario da personale specializzato e con adeguate risorse. Senza le necessarie cure, siamo veramente preoccupati che, sulla base delle evidenze disponibili, Assange possa morire in prigione. Non c’è tempo da perdere”.

A Belmarsh, Assange sconta una pena di 50 settimane, quasi il massimo previsto per il reato di violazione dei termini della condizionale interrotta nel 2012, quando, per il timore di venire estradato in Svezia per una accusa di stupro prescritta di recente, e da lì negli Usa, ottenne asilo politico nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Ci è rimasto 7 anni, in condizioni di sempre maggiore isolamento. Non ha mai potuto lasciare l’ambasciata per curarsi – il rischio era che la polizia britannica lo arrestasse sui gradini. Secondo i suoi avvocati, quella di Belmarsh è una detenzione durissima, in isolamento pressoché totale, con visite centellinate e nessuna possibilità di preparare la propria difesa per opporsi alla richiesta di estradizione avanzata dagli Stati Uniti.

Secondo il testimone oculare Craig Murray, ex diplomatico britannico, durante l’udienza dello scorso 21 ottobre Assange è apparso “dimagrito di almeno 15 chili dal giorno dell’arresto. Ha perso molti capelli, sono evidenti i segni di un rapido e prematuro invecchiamento. […] Ancora più scioccante il deteriorarsi delle sue funzioni mentali. Faceva fatica a ricordare il proprio nome e data di nascita, ed era chiaramente difficile per lui concentrarsi e seguire un filo coerente di pensieri”. Preoccupazioni rilanciate lo scorso 1° novembre da Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite per la tortura, che già a maggio, dopo una visita in carcere, aveva denunciato come Assange mostrasse “tutti i sintomi di una esposizione prolungata a tortura psicologica” e chiesto misure immediate di protezione della sua salute e dignità. “Malgrado l’urgenza medica del mio appello, e la serietà delle presunte violazioni, il Regno Unito non ha adottato nessuna delle misure imposte dal diritto internazionale”.

Fondi bloccati, lo staff cercò di giustificare lo stop di Trump

Alla Casa Bianca, qualcuno s’era subito accorto che la telefonata del 25 luglio tra Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky puzzava di bruciato e poteva creare guai. Ci fu uno scambio di email frenetico – centinaia di documenti – per cercare di giustificare, a cose fatte, il blocco di 391 milioni di dollari di aiuti militari stanziati dal Congresso all’Ucraina e per discutere se vi fosse una base legale per tale decisione. Lo racconta il Washington Post, citando “tre fonti” a conoscenza degli atti e documentando “l’ampio sforzo” per coprire il magnate presidente. La ricerca compiuta dall’ufficio legale della Casa Bianca, innescata dall’indagine di impeachment avviata dalla Camera, include scambi di email a inizio agosto tra il capo ad interim dello staff Mick Mulvaney e dirigenti dell’ufficio budget, che chiedono spiegazioni per il blocco dei fondi da parte di Trump. Proprio Mulvaney potrebbe essere sentito dalla Commissione Intelligence della Camera: lui cerca di sottrarsi all’audizione, ma non è sicuro che ci riesca. Il presidente Adam Schiff, che coordina l’indagine sull’impeachment, non esclude ulteriori deposizioni e udienze pubbliche e lascia trapelare una certa irritazione nei confronti di John Bolton, l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, che da una parte fa sapere di avere cose da dire e dall’altra si trincera dietro la magistratura per evitare di dirle. La Commissione – dice Schiff – continuerà l’indagine anche mentre redige il rapporto: non sono ancora stati decisi gli articoli da contestare al presidente. “Ogni giorno acquisiamo ulteriori prove”. Il New York Times approfondisce le responsabilità di Rudy Giuliani, l’avvocato del presidente che avrebbe guidato la “diplomazia parallela” degli Usa sull’Ucraina: avrebbe contattato due oligarchi ucraini, Dmitry Firtash e Ihor Kolomoisky per mestare nel torbido contro i Biden. Lui si difende: “Che male c’è a parlare con degli oligarchi?”.

Electrogas, tanti debiti e 360 milioni dal governo

Melvin Theuma ha ottenuto ieri la grazia che gli era stata promessa dal premier maltese Muscat. Dopo dieci giorni di interrogatori, l’uomo che si è presentato come intermediario fra i mandanti, ancora sconosciuti, e i presunti esecutori dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, Vince Muscat e i fratelli DeGiorgio, è ora un uomo libero.

Le sue rivelazioni sono state corroborate da prove e riscontri. In cambio, colpo di spugna su un curriculum criminale di medio calibro: l’attività da usuraio, la gestione di una lotteria clandestina parallela a quella ufficiale, l’affiliazione alla stessa banda criminale di Muscat e dei DeGiorgio. A casa sua la polizia ha trovato 2 milioni di euro in contanti.

La copertura era l’attività da tassista nella zona di Portomaso, il porticciolo di lusso di proprietà di Yorgen Fenech, l’uomo d’affari maltese arrestato come “persona d’interesse” nell’indagine per l’omicidio. Per Fenech, secondo il Times of Malta, Theuma avrebbe lavorato come tuttofare. Ma fino a venerdì scorso, almeno secondo il primo ministro Joseph Muscat, l’arresto di Fenech non sarebbe stato in relazione a Theuma. Cosa ha rivelato allora il tassista? E qual è il capo di imputazione per Fenech che, arrestato mercoledì mattina mentre proprio da Portomaso fuggiva da Malta su uno dei suoi yacht, è stato rilasciato giovedì sera per insufficienza di prove e riarrestato venerdì mattina dopo una nuova perquisizione della barca? Di Fenech il Times of Malta ha reso note ieri alcune email. La sua reazione alla pubblicazione, da parte di Daphne, di articoli sull’affare ElectroGas, l’appalto opaco in cui sono coinvolti tutti i protagonisti di questa storia; Fenech appunto, allora direttore del consorzio internazionale per la costruzione di una nuova centrale a gas sull’isola e amministratore delegato di Tumas Group; Konrad Mizzi, allora ministro dell’Energia del primo governo Muscat, e quindi committente dell’opera; Keith Schembri, già capo di gabinetto di un governo che su quella centrale, e sulla promessa mai mantenuta di ridurre le bollette energetiche, aveva impostato la campagna elettorale per le elezioni del 2013 che portarono Muscat al potere. Insomma, la Madre di quella commistione di politica e affari che, secondo la famiglia di Daphne, ha creato a Malta il clima di connivenze in cui è stata possibile l’esecuzione della giornalista.

In una di quelle email Fenech definisce fake news la notizia, pubblicata da Daphne e poi rivelatasi corretta, che il consorzio sarebbe stato indietro con i pagamenti ai creditori per milioni. Come scrive il Times of Malta “pochi giorni prima delle elezioni generali del 2017, il governo aveva segretamente accettato di estendere una garanzia di prestito di 360 milioni di euro concesso al consorzio nel 2015. L’estensione era necessaria in quanto il consorzio era indietro nei pagamenti rispetto al finanziamento originario di 450 milioni di euro che aveva sottoscritto per il progetto della nuova centrale elettrica”. A febbraio, la scoperta da parte di Daphne della società 17 Black e dei suoi collegamenti con il governo: dopo l’omicidio si è saputo che la 17 Black era di Fenech e sarebbe stata il veicolo per il trasferimento di denaro ai conti offshore di Schembri e Mizzi. Il 3 ottobre 2017 Fenech chiede di conoscere l’entità del budget di ElectroGas per i finanziamenti al sociale: “La moglie del primo ministro mi ha chiesto di aiutare una fondazione”. Semplice conflitto di interessi o, come si chiede il blogger Manuel Delia, “la richiesta di una mazzetta sotto la facciata di una donazione caritatevole?”. Infine, come risulta da un’altra comunicazione pubblicata dal Times of Malta, il giorno dell’omicidio di Daphne, il 16 ottobre 2017, un lunedì, Fenech risulta irreperibile perché “malato” e quindi non in grado di autorizzare due grossi pagamenti. Rivelazioni che stanno precipitando una profonda crisi politica a La Valletta. Ieri sera, gruppi della società civile hanno organizzato l’ennesima manifestazione di protesta davanti al Parlamento, mentre il Partito laburista adottava una doppia morale: pieno appoggio a Muscat, ma pressione per le dimissioni di Schembri e Mizzi. Che però resistono: il primo con un no comment, il secondo con una dichiarazione di ‘completa estraneità’ ai fatti.

Lam perde, il Dragone minaccia

Interferenze Usa, maggioranze silenziose pronte a scendere in piazza per condannare le proteste e appoggio incondizionato alla governatrice Carrie Lam. In Cina, i risultati delle elezioni di Hong Kong che hanno consegnato una maggioranza stracciante – il 90% dei seggi, 396 sui 452 – ai partiti pro-democrazia, sono stati accolti con timidezza e mandati in onda con ambiguità dalla tv di Stato. L’agenzia Xinhua ha diffuso un resoconto menzionando solo che il voto si è tenuto e ha “prodotto risultati in tutti e 18 i consigli”, percentuale non pervenuta, mentre il Global Times, tabloid nazionalista, ha scritto che il fronte democratico si è aggiudicato il 57% dei voti totali, pur ribadendo che c’è una “maggioranza silenziosa” pronta a condannare le proteste. “Ci sono potenze straniere e forze radicali di Hong Kong che vogliono fare di questo voto una dimostrazione politica che nega che lo stop alle violenze di Hong Kong sia la principale preoccupazione”, ha scritto sul servizio di microblogging Weibo il caporedattore della testata. Dal canto suo Pechino non ha tardato a ribadire l’appoggio a Carrie Lam, nonostante la maretta degli ultimi tempi tra il governo centrale e la politica accusata di essere incapace di fermare le proteste. Lam si è detta disponibile ad ascoltare la piazza, mentre i noe-deputati le hanno chiesto di ritirare la polizia dal Politecnico. Il messaggio chiaro è arrivato da Tokyo, dove il ministro degli Esteri cinese è in visita: “Qualsiasi tentativo di devastare Hong Kong o di minarne la stabilità è destinato al fallimento”.