Era già tutto scritto. Da Xi JinPing nel rapporto presentato al 19° Congresso del Partito comunista cinese: entro il 2050 il “grande ringiovanimento della nazione cinese” deve essere ultimato. Come? Riunificando tutti i territori. Ma “finché Taiwan resta fuori dall’ovile” il piano resta incompleto. È per questo che il presidente – impegnato a traghettare il Dragone nella nuova era – avrebbe stabilito già il crono-programma per la riannessione, non pacifica, dell’isola a 180 km da Pechino separatasi dalla Cina continentale nel 1949. A testimoniare i mezzi con cui la Repubblica popolare sta lavorando per raggiungere l’obiettivo è ora Wang Liqiang, ex agente dell’intelligence cinese che ha chiesto asilo in Australia. Gli avevano assegnato una missione: fare la spia per la Cina a Taipei. Wang non è solo: “Ero parte di un’organizzazione che ha il fine di sabotare la democrazia”, ha detto. Ai servizi australiani Asio, Wang – che avrebbe deciso di disertare a causa del costo umano della guerra, sommersa ma letale, in cui aveva un ruolo di primo piano – ha svelato che a Taiwan, Hong Kong e in Australia arriverebbero finanziamenti cospicui per controllare imprese quotate in Borsa attraverso cui foraggiare operazioni di spionaggio. “Pechino è nemico della democrazia”, ha commentato ieri la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, dopo le rivelazioni.
Secondo le indagini di Sydney, la rete cinese avrebbe tentato di far eleggere nel Parlamento federale come deputato del partito liberale al governo tal Bo “Nick” Zhao. Rivenditore di auto di lusso, Zhao viene candidato grazie a una donazione di un milione di dollari. Per quanto riguarda Taiwan, invece, la deadline sarebbe l’11 gennaio 2020, vale a dire le elezioni presidenziali di Taipei. Wang ha giurato di aver preso parte già nel 2015 al sequestro di uno dei cinque librai accusati di vendere materiale per dissidenti. Il governo cinese con la polizia di Shanghai nega ogni cosa e anzi accusa Wang di truffa. Sarebbe stato “condannato a 15 mesi di carcere per aver frodato un socio d’affari per 405 mila euro”. “L’autodefinitosi agente cinese – scrive Pechino – è latitante e il suo passaporto cinese e il documento di residenza a Hong Kong sono contraffatti”. Eppure in Australia le stranezze continuano: il candidato Zhao aveva dichiarato ai Servizi di essere stato avvicinato dall’intermediario Brian Chen, il quale però ha negato di conoscerlo. Il risultato? Zhao è stato trovato morto in un motel di Melbourne. La polizia non ha rinvenuto tracce di violenza. Secondo Wang – che si dichiara un morto che cammina qualora la sua richiesta d’asilo in Australia non venisse accolta – le spie cinesi si starebbero infiltrando nelle università e nei media taiwanesi, così come già accaduto nelle proteste di Hong Kong per gettare discredito sui manifestanti anti-Pechino, oltre a essere impegnate in omicidi all’estero. E mentre nell’ex colonia britannica destinata a diventare cinese nel 2047 le proteste si sono trasformate nella sconfitta della governatrice pro-Cina, Carrie Lam, alle elezioni di domenica, stravinte dal partito pro-democrazia, il consorzio internazionale di giornalisti (ICIJ) pubblica dettagli dei “China cables”. Nel dossier filtrato da funzionari di Pechino si leggono in chiaro le torture all’etnia degli uiguri nella Cina nord-orientale da parte del governo di Jinping. Centinaia di migliaia di persone degli 11 milioni di abitanti dello Xinjiang appartenenti alla minoranza musulmana che il regime, dal 2009, dopo averli accusati di terrorismo, ha rinchiuso nelle prigioni e convertito a forza di torture, in una delle più grandi sostituzioni etniche della storia recente. Al loro posto, infatti, il regime ha insediato i cinesi Han, meno maldisposti alla cessione del territorio per la nuova ‘Via della seta’. Xi l’aveva detto: “A nessun individuo, organizzazione, partito politico, in qualsiasi momento o con qualsiasi mezzo venga in mente di dividere un singolo pezzo del territorio cinese”.