Pechino e la spia pentita: “Democrazia sabotata a Hong Kong e Taiwan”

Era già tutto scritto. Da Xi JinPing nel rapporto presentato al 19° Congresso del Partito comunista cinese: entro il 2050 il “grande ringiovanimento della nazione cinese” deve essere ultimato. Come? Riunificando tutti i territori. Ma “finché Taiwan resta fuori dall’ovile” il piano resta incompleto. È per questo che il presidente – impegnato a traghettare il Dragone nella nuova era – avrebbe stabilito già il crono-programma per la riannessione, non pacifica, dell’isola a 180 km da Pechino separatasi dalla Cina continentale nel 1949. A testimoniare i mezzi con cui la Repubblica popolare sta lavorando per raggiungere l’obiettivo è ora Wang Liqiang, ex agente dell’intelligence cinese che ha chiesto asilo in Australia. Gli avevano assegnato una missione: fare la spia per la Cina a Taipei. Wang non è solo: “Ero parte di un’organizzazione che ha il fine di sabotare la democrazia”, ha detto. Ai servizi australiani Asio, Wang – che avrebbe deciso di disertare a causa del costo umano della guerra, sommersa ma letale, in cui aveva un ruolo di primo piano – ha svelato che a Taiwan, Hong Kong e in Australia arriverebbero finanziamenti cospicui per controllare imprese quotate in Borsa attraverso cui foraggiare operazioni di spionaggio. “Pechino è nemico della democrazia”, ha commentato ieri la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, dopo le rivelazioni.

Secondo le indagini di Sydney, la rete cinese avrebbe tentato di far eleggere nel Parlamento federale come deputato del partito liberale al governo tal Bo “Nick” Zhao. Rivenditore di auto di lusso, Zhao viene candidato grazie a una donazione di un milione di dollari. Per quanto riguarda Taiwan, invece, la deadline sarebbe l’11 gennaio 2020, vale a dire le elezioni presidenziali di Taipei. Wang ha giurato di aver preso parte già nel 2015 al sequestro di uno dei cinque librai accusati di vendere materiale per dissidenti. Il governo cinese con la polizia di Shanghai nega ogni cosa e anzi accusa Wang di truffa. Sarebbe stato “condannato a 15 mesi di carcere per aver frodato un socio d’affari per 405 mila euro”. “L’autodefinitosi agente cinese – scrive Pechino – è latitante e il suo passaporto cinese e il documento di residenza a Hong Kong sono contraffatti”. Eppure in Australia le stranezze continuano: il candidato Zhao aveva dichiarato ai Servizi di essere stato avvicinato dall’intermediario Brian Chen, il quale però ha negato di conoscerlo. Il risultato? Zhao è stato trovato morto in un motel di Melbourne. La polizia non ha rinvenuto tracce di violenza. Secondo Wang – che si dichiara un morto che cammina qualora la sua richiesta d’asilo in Australia non venisse accolta – le spie cinesi si starebbero infiltrando nelle università e nei media taiwanesi, così come già accaduto nelle proteste di Hong Kong per gettare discredito sui manifestanti anti-Pechino, oltre a essere impegnate in omicidi all’estero. E mentre nell’ex colonia britannica destinata a diventare cinese nel 2047 le proteste si sono trasformate nella sconfitta della governatrice pro-Cina, Carrie Lam, alle elezioni di domenica, stravinte dal partito pro-democrazia, il consorzio internazionale di giornalisti (ICIJ) pubblica dettagli dei “China cables”. Nel dossier filtrato da funzionari di Pechino si leggono in chiaro le torture all’etnia degli uiguri nella Cina nord-orientale da parte del governo di Jinping. Centinaia di migliaia di persone degli 11 milioni di abitanti dello Xinjiang appartenenti alla minoranza musulmana che il regime, dal 2009, dopo averli accusati di terrorismo, ha rinchiuso nelle prigioni e convertito a forza di torture, in una delle più grandi sostituzioni etniche della storia recente. Al loro posto, infatti, il regime ha insediato i cinesi Han, meno maldisposti alla cessione del territorio per la nuova ‘Via della seta’. Xi l’aveva detto: “A nessun individuo, organizzazione, partito politico, in qualsiasi momento o con qualsiasi mezzo venga in mente di dividere un singolo pezzo del territorio cinese”.

Uber perde di nuovo la licenza (a Londra), ma non certo il vizio

Il secondo ritiro della licenza di Uber a Londra in poco più di due anni è solo l’ultimo caso che colpisce il gigante tecnologico Usa. Ieri Transport for London (TfL), l’azienda responsabile dei trasporti pubblici nella capitale britannica, ha bandito di nuovo Uber dopo aver scoperto che, tra la fine del 2018 e quest’anno, una modifica al software dell’azienda ha permesso a 43 conducenti non autorizzati, tra i quali alcuni driver che erano già stati licenziati o sospesi, di caricare le proprie foto sugli account web di altri guidatori o di aprire nuovi account e di gestire almeno 14mila corse. Uber, che nella metropoli britannica conta 45mila guidatori e 3,5 milioni di corse, non ha negato il problema, ma ha definito la decisione di TfL “straordinaria e sbagliata”, annunciando l’intenzione di ricorrere per poter operare sino alla sentenza finale. Una serie di scandali nel 2017 sull’uso di software per violare i controlli londinesi aveva già portato TfL a revocare la licenza di Uber, ma la decisione venne annullata in tribunale.

Intanto però l’azione Uber, quotata al Nasdaq e a Deutsche Börse, dopo aver perso sino al 3,4% a Francoforte e sino a oltre il 5% negli scambi pre-apertura a New York ha parzialmente recuperato intorno ai 29 dollari, chiudendo la seduta in Germania a -0,8%. Ma a preoccupare la multinazionale della sharing economy sono soprattutto le attese degli investitori, andate sinora deluse.

Fondata da Garrett Camp e Travis Kalanick nel 2009 a San Francisco, dove oggi si contano circa 45 mila autisti Uber e appena duemila taxi con licenza, la multinazionale offre servizi di mobilità privata con conducente via web e app in 785 città di 63 Paesi con oltre 22mila dipendenti e sinora ha avuto oltre 103 milioni di utenti. Negli Usa Uber controlla il 69% del mercato della mobilità condivisa e un quarto di quello del cibo da asporto on demand con Uber Eats, lanciato quattro anni fa, ma è attiva anche nel trasporto merci e nell’e-bike sharing. Le sue ambizioni sono altissime: “Vogliamo diventare il sistema operativo della vita quotidiana”, ha dichiarato l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi.

Il 10 maggio scorso, Uber però ha fatto un passo falso: nel primo giorno del debutto in Borsa il titolo, quotato a 45 dollari per una capitalizzazione di 75,5 miliardi, ha perso quasi l’8%. Anche i conti preoccupano. A fine giugno Uber ha segnato una perdita record di 5,2 miliardi, in parte dovuta ai 4,6 miliardi spesi per lo sviluppo tecnologico di auto senza conducente. Nei conti al 30 settembre ha registrato sì ricavi trimestrali superiori alle attese (3,8 miliardi di dollari contro i 2,4 previsti) ma anche una nuova perdita di 1,1 miliardi (+18% sullo stesso periodo del 2018) che ha fatto tracollare le azioni del 6%. Il fatto è che la società è nel pieno di una guerra dei prezzi con la rivale Lyft negli Usa e con Bolt a Londra, ha lasciato la Russia dopo la guerra con Yandex, la Cina dopo aver perso contro il concorrente locale DiDi, che la sta contrastando anche in Brasile, e nel sud-est asiatico ha lasciato il campo a Grab e Go-Jek.

Ma non basta. Secondo Business Insider, dall’ottobre 2010 al maggio scorso Uber è stata coinvolta in 49 vicende dalle quali è uscita con danni reputazionali. Dai rincari delle corse sotto Capodanno o durante l’uragano Sandy a decine di aggressioni anche sessuali ai passeggeri, dalle condotte antisindacali e anticoncorrenziali ai comportamenti sessisti e alle risse con un suo conducente dell’ex amministratore delegato Kalanick, sino ai tentativi di dossieraggio sui giornalisti “sgraditi” e alle guerre contro i tassisti francesi e italiani, la multinazionale americana pare non essersi fatta mancare quasi nulla. Compresi la violazione di termini e condizioni dell’app store di Apple, il noleggio di auto di cui conosceva i rischi di incendio a Singapore, ipotesi di corruzione nel sud-est asiatico e un databreach di 57 milioni di posizioni personali costato danni legali per 148 milioni. Ma a imbarazzare sono stati anche i 3,5 miliardi di dollari ricevuto da fondi sauditi, specie dopo l’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi a ottobre 2018.

Sequestro Moro, la commissione e la Casa dello Ior

La STASI , il potente servizio segreto della defunta Repubblica democratica tedesca, in un appunto dell’8 giugno 1978, pubblico dal 2014, metteva in evidenza le somiglianze dell’intera azione brigatista con la notissima vicenda del rapimento dell’industriale Hanns-Martin Schleyer, compiuta dalla RAF (Rote Armeee Fraktion) alla fine del 1977, e segnalava una possibile “prigione del popolo” vicina al luogo del sequestro, via Fani. La STASI era particolarmente ben informata visto che, secondo il suo leggendario capo Markus Wolf, la RAF (che oggi sappiamo essere stata presente con almeno due terroristi sulla scena di via Fani), era nelle sue mani.

Se oggi questa “prigione” – la prima e più importante – è stata “scoperta”, si deve ai lavori parlamentari della scorsa legislatura. Era in via Massimi 91. Ne parlo in più capitoli del libro che ho scritto a quattro mani con Giuseppe Fioroni, Moro, il caso non è chiuso, la cui seconda edizione è stata pubblicata in occasione del trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.

I riscontri sono stati trovati negli atti desecretati a partire dal 2014, e hanno portato a individuare questa prigione in un miniappartamento ricavato nell’attico della palazzina B di via Massimi 91, di proprietà allora dello IOR, la cosiddetta banca vaticana. Un attico che ha un’altra caratteristica: era allora sicuramente l’appartamento più alto di Roma. Quindi vista libera, nessun occhio indiscreto e la possibilità per Moro di poter stare all’aria aperta e di muoversi (tanto che il suo tono muscolare era buono e quindi incompatibile con una lunga detenzione su una brandina in via Montalcini). Oggi sappiamo che una “fonte riservata”, già il giorno successivo al sequestro, il 17 marzo 1978, aveva avvertito il comandante della GdF Raffaele Giudice, che “le 128 dei brigatisti sarebbero state parcheggiate in un box o garage nelle immediate vicinanze di via Licinio Calvo”, presso una base situata a un piano elevato, con accesso dal garage mediante ascensore, una tipologia di edilizia residenziale signorile e moderna.

Grazie alla collaborazione del Comando della GdF, sono stati acquisiti dalla Commissione Moro, presieduta da Fioroni, tutti i documenti che riguardavano la localizzazione di questo covo-prigione. Le palazzine erano gestite dal padre di don Antonio (che le Br scelsero come interlocutore e mediatore con la famiglia Moro), Luigi Mennini, all’epoca ai vertici dello IOR. Gli accertamenti sviluppati dalla Commissione Moro 2, a partire dal 2015 hanno dimostrato che mai, dal 1978 a oggi, era stato svolto un serio lavoro investigativo sui condomini di via Massimi 91.

 

Un miniappartamento nell’attico della Palazzina B

Nel complesso di via Massimi 91, tra il 1977 e il 1978, furono fatte modifiche che sono state oggetto di recenti approfondimenti. Nell’attico della Palazzina B fu realizzata una camera compartimentata, costruita sul terrazzo e appoggiata a uno dei muri perimetrali. Situata nella zona di servizio, la stanza poteva ospitare un eventuale soggetto temporaneamente custodito nella “cameretta” con gli spazi e i servizi di un vero e proprio miniappartamento. E ciò combacia con quanto descritto in un appunto del 28 settembre 1979 dal generale Grassini (Sisde), in cui fa riferimento a un’intercettazione ambientale di una conversazione tra detenuti, “uno dei quali di alto livello terroristico”: “Non gli hanno mai messo le mani addosso”, “Non gli è stato torto un capello”; Moro otteneva tutto ciò di cui “aveva bisogno, si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva […]”.

 

Si torna sempre sul luogo del delitto

Le indagini compiute tra il 2014 e il 2017 hanno consentito di identificare per la prima volta due persone, allora conviventi in via Massimi 91, hanno esplicitamente ammesso di aver ospitato per alcune settimane, nell’autunno 1978, Prospero Gallinari il carceriere di Moro in un’abitazione sita in quello stesso condominio.

Non è un caso se Gallinari entrò in quella abitazione in un periodo in cui la caduta della base di via Monte Nevoso a Milano e di altri covi brigatisti dovette indurre a cercare sistemazioni più sicure per il carceriere di Moro.

 

Checkpoint Charlie in via Massimi

All’interno del complesso di via Massimi 91, oltre quella degli alti prelati vaticani (tra cui Marcinkus) , la Commissione Moro 2 ha riscontrato altre presenze. Vi abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, corrispondente in Italia dei periodici tedeschi Der Spiegel e Stern, a quel tempo legata a Franco Piperno, il leader di Autonomia Operaia. Nella palazzina c’era poi la sede operativa di una società statunitense, la Tumpane Company (TumCo), con sede legale negli Stati Uniti e domicilio fiscale proprio in via Massimi 91. Ha cessato le proprie attività nel 1982, ma dal 1969 forniva assistenza alla presenza Nato e statunitense in Turchia, ed esercitava anche attività di intelligence per l’organismo informativo militare statunitense. Vivevano o lavoravano in via Massimi 91 anche diversi personaggi legati alla finanza e ai traffici tra Italia, Libia e Medio Oriente. Come Omar Yahia che mise in contatto con il Sismi la fonte Damiano, particolarmente informata sulle dinamiche terroristiche palestinesi. Il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, quindi non appaiono come una vicenda puramente interna all’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale, che i brigatisti hanno sempre negato. Roma a quei tempi, come Berlino, era occidentale per tre quarti e orientale per un quarto. Era in via Massimi 91 il Checkpoint Charlie della capitale italiana?

Tutti gli atti e la documentazione raccolti dalla Commissione Moro 2 sono stati desecretati a eccezione degli atti prodotti dai magistrati o dagli ufficiali di Polizia giudiziaria consulenti della Commissione che hanno esplicitamente chiesto di mantenere la documentazione segreta, in quanto si tratta di indagini ancora in corso di approfondimento. Infatti “il caso non è chiuso”.

Una storia lunga 31 anni: a fianco (e per) le donne

Ore 8:00. Circa 800 sedie vuote, in attesa di essere occupate. È ancora presto, ma già si sente lo scalpitio delle sneakers sul pavimento e il brusio delle voci degli studenti. La mattina, ci si sveglia così al teatro Quirino di Roma, in occasione della “Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne”. In attesa di incontrare il premio Nobel per la pace 2003, Shirin Ebadi, e scrittori, giornalisti, ospiti, testimonianze, e mostrare i cortometraggi (bellissimi, intensi) che gli stessi ragazzi hanno girato. Perché il Telefono Rosa anche quest’anno, come ormai da 13 anni, ha deciso di trascorrere il 25 novembre insieme agli studenti di diversi istituti del Lazio per l’evento Le donne, un filo che unisce mondi e culture diverse.

Per l’associazione, la Giornata internazionale per l’eliminazione delle violenza contro le donne, istituita dall’Onu nel 1999, non è solo una ricorrenza e una data importante, ma un impegno costante da portare avanti ogni giorno. Il Telefono Rosa infatti, nato nel febbraio del 1988, da ormai più di 30 anni si occupa di aiutare le donne vittime di violenza e i loro bambini. Il tutto è nato, come racconta la presidente Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, da tre volontarie e un telefono a cui si le donne si potevano rivolgere. L’obiettivo primario era far emergere la violenza nascosta tra le mura domestiche. Attualmente il Telefono Rosa di Roma gestisce tre centri antiviolenza e due case-rifugio, offrendo alle donne: ascolto, accoglienza, sostegno psicologico e legale, supporto ai minori e sostegno alla genitorialità.

“Crediamo che la formazione sia un importate passo contro il fenomeno della violenza – continua la presidente – e vogliamo che in questa giornata così importante siano i giovani i veri protagonisti”. Ragazzi che hanno sommerso Shirin Ebadi di domande, hanno atteso le risposte, hanno applaudito i “corti” delle altre classi. E in qualche modo hanno lasciato il testimone alla prossima edizione.

“Bibbiano non esiste”. Perché il Pd ha paura del caso

Tra quelli che “Parlaci di Bibbiano” e quelli “Non parliamo più di Bibbiano” c’è una verità complessa di cui ormai si parla poco, male, a singhiozzo. Per chi non aderisce a slogan e tifoserie, lo spettacolo della politica che urla o tace senza quasi vie di mezzo è di una malinconia imbarazzante. Da una parte, c’è la destra di Meloni e Salvini che continua a utilizzare il tema su striscioni e t-shirt da esibire in Parlamento.

Dall’altra una sinistra perfino più colpevole che non esibisce t-shirt propagandistiche, ma indossa felpe monocolore col cappuccio ben calato sugli occhi perché nessuno la noti. In mezzo c’è Bibbiano, c’è Veleno di Pablo Trincia, c’è Sagliano Micca, c’è un sistema che andrebbe raccontato con uno straccio di indipendenza politica e intellettuale perché il tema è universale (la famiglia) e allo stesso tempo unico e particolare (il legame tra psicologi fanatici e tribunali). E dispiace dirlo, ma se all’inizio l’orrore più evidente era rappresentato dalla strumentalizzazione della destra tra bambine non di Bibbiano spacciate come tali e hashtag replicabili all’infinito, ora a far la figura peggiore è la sinistra. Sinistra che se inizialmente s’è trincerata dietro un silenzio imbarazzato, ora si trincera dietro un silenzio arrogante e superficiale, dimostrando di voler chiudere la vicenda il più in fretta possibile.

“Bibbiano non esiste” si inizia a dire. E invece è la sinistra che vuole scavare, la sinistra critica e informata, che non esiste. La stiamo ancora aspettando tutti e invece ci tocca assistere alle dichiarazioni della sardina che “basta parlare di Bibbiano”. Non “iniziamo a parlare bene di Bibbiano”, ma “basta”. Per non parlare del titolone “Il sistema Bibbiano non esiste” su giornali e siti vari con simpatie a sinistra. Titolone che riassume in maniera superficiale e acritica le conclusioni di una commissione tecnica chiamata a verificare se il sistema in Emilia Romagna sia sano.

Già. Peccato che la Commissione tecnica sia formata da medici, universitari e neuropsichiatri che operano in Emilia Romagna, nata su proposta dell’assessore alle politiche per la salute dell’Emilia Romagna, presieduta da Giuliano Limonta, ex coordinatore e direttore dei diversi dipartimenti nel settore della neuropsichiatria in Emilia Romagna. Tra i membri della Commissione anche la dottoressa Maura Forni, collaboratrice storica del Cismai. Quel Cismai che è il coordinamento dei servizi contro i maltrattamenti di cui faceva parte anche Claudio Foti col suo Centro Hansel e Gretel nell’occhio del ciclone per tanti casi tra i quali Veleno e Bibbiano. La stessa Forni parla del Cismai come di un’associazione “con cui abbiamo una collaborazione da sempre su molti fronti”. Una commissione decisamente super partes, verrebbe da dire, e il cui presidente Limonta è arrivato a dire: “L’organismo è sano, Bibbiano è solo un raffreddore”. E invece Bibbiano è il sintomo di una malattia grave e contagiosa.

Che il Pd e buona parte del giornalismo che accarezza il partito faccia finta di non saperlo e scriva che il sistema non esiste perché lo dice una commissione che fa parte del sistema Emilia Romagna è sconcertante. Così come è sconcertante che facciano da megafono, in maniera acritica, anche alle conclusioni del Tribunale dei minori dell’Emilia Romagna che, indovinate un po’?, dice: “Il sistema è sano, nessuna anomalia”. Le attendibilissime indagini interne insomma.

Quindi che la vicenda Veleno sia attecchita lì e che dopo vent’anni tornino, sempre da quelle parti, lo stesso giro di psicologi e la stesse dinamiche malate e pericolose è un caso, così come è un caso che queste dinamiche si siano diffuse altrove nel Paese con protagonisti identici o comunque collegati tra loro. Un raffreddore piuttosto ostinato.

Pure minimizzare il ruolo del sindaco Carletti è un grave errore della sinistra. Anche non volendo credere all’adesione a un’ideologia o a un sistema, nella migliore delle ipotesi il sindaco avrebbe illecitamente favorito un centro – quello di Claudio Foti – sulla cui credibilità aleggiavano ombre inquietanti, specie dopo l’inchiesta Veleno. Quello che viene fatto passare come un peccatuccio è invece un errore grave.

Pablo Trincia, autore di Veleno, specifica di dover tristemente constatare che il Pd e la sinistra in generale, al contrario di altre forze politiche, non lo hanno mai contattato. Anzi, che le uniche critiche al suo lavoro sono arrivate proprio dal Pd. “La mia inchiesta è messa in discussione dal Pd regionale e di Mirandola. Del resto, dentro ci sono la sorella della psicologa del caso Veleno Francesca Donati, che è consigliere comunale a Mirandola, e Paola Campagnoli, moglie di Marcello Burgoni, responsabile dei servizi sociali di Mirandola all’epoca. Silvia Prodi, nipote di Romano, mi ha contestato quando sono andato in Commissione d’inchiesta”.

E ancora: “Io le carte per fare l’inchiesta Veleno le ho avute da Antonio Platis di Forza Italia, se non fosse stato per lui e Giovanardi non avrei avuto nulla. Che quello visto a Bibbiano sia un sistema più esteso non lo dico solo io, lo dicevano per esempio già l’avvocato Gulotta o l’ex giudice Morcavallo già decenni fa”.

L’avvocato Patrizia Micai, che segue molti dei genitori di Veleno, è preoccupata: “Da Salvini alle sardine ne fanno tutti una questione politica, è avvilente come nessuno conservi un’indipendenza intellettuale su Bibbiano”. Raffaella Sensoli del M5S che ha fatto parte della Commissione di inchiesta su Bibbiano afferma: “È tutto l’apparato che va rivisto. Quando Spadaro del Tribunale dei minori dice che gli assistenti sociali sono per loro come la polizia giudiziaria per i pm, rivela buona parte del problema. Gli assistenti sociali non dovrebbero avere un ruolo investigativo”.

Parlateci ancora di Bibbiano, ma senza partigianeria. E che il Pd cominci a opporsi a strumentalizzazioni cercando la verità, anziché il mantello dell’invisibilità. Perché Bibbiano esiste e parte da lontano. Come i problemi del Pd.

Mail Box

 

Lo scudo penale non c’entra con la fuga di Mittal

Egregio direttore, esercitando un diritto/dovere d’intervento di cui non conoscevo l’esistenza, la Procura di Milano entra decisamente nella controversia sull’Ilva di Taranto aprendo di sua iniziativa un’indagine penale su quanto sta accadendo.

Dopo il rifiuto del governo a concedere lo scudo penale pubblicamente promesso da Arcelor Mittal, che ha fornito agli indiani il pretesto per andarsene, e dopo l’attivazione preventiva di un’inchiesta penale da parte della Procura di Milano su quanto sta accadendo a Taranto, ritiene che ci saranno ancora stranieri disposti a investire in Italia?

Non teme che la vicenda Alitalia possa essere negativamente influenzata dalla vicenda dell’Ilva?

Pietro Volpi

 

Caro Volpi,

tutte le evidenze di questi giorni dimostrano che lo scudo penale (incostituzionale) non c’entra nulla con la tentata fuga di Mittal. Non esiste investitore al mondo che possa pretendere di investire in qualunque Paese a condizione di essere esentato dal rispetto del Codice Penale.

M. Trav.

 

Ilva, Fubini sul “Corriere” parla di soldi, ma mai di morti

Caro Fatto, ecco la lettera che ho scritto al Corriere della Sera e che il Corriere, ovviamente, non ha pubblicato. Si intitola “E i morti?”.

Sono scandalizzata: nel suo articolo del 13 novembre, Federico Fubini si scaglia contro chi ha gestito il problema dell’Ilva elencando errori, addetti, produzioni, proiezioni, calcoli di casse integrazioni, penali, perdite, investimenti e disinvestimenti, costi e ammanchi. Ma, soprattutto, Fubini parla di soldi: euro euro euro. A miliardi.

E in questa grandinata di cifre non c’è una parola, una sola parola, sulle centinaia di morti per cancro (soprattutto bambini) che l’Ilva negli anni ha causato, e ancora causa, agli abitanti di Taranto.

Come abbiamo fatto a diventare così spietati?

Giovanna De Carli

 

Nel Paese dei 2 Matteo bisogna cominciare a valutare i fatti

L’Italia è forse il Paese con il più alto tasso di creduloni e di coloro pronti a saltare sul carro dei vincitori. Non si spiegano diversamente i risultati e le fortune elettorali dei due leader protagonisti degli ultimi anni, i due Matteo. Uno è il Renzi “rottamatore” – che non ha rottamato nulla – e che era perfino riuscito a raggiungere oltre il 40% dei consensi alle elezioni europee. Un dato che gli produsse un’autostima esagerata, che lo convinse di essere talmente onnipotente da poter modificare a proprio piacimento la nostra Costituzione.

Poi venne l’altro Matteo, il Salvini, che propagandando l’invasione di extracomunitari e l’esplosione della criminalità è riuscito a portare la Lega oltre il 30%. Gli elettori e i sondaggi hanno perfino dimenticato, e perdonato al longobardo, la sparizione di 49 milioni di euro e un suo possibile coinvolgimento in una torbida vicenda relativa a una maxi tangente russa. Su questa vicenda l’ex ministro degli Interni si è rifiutato di andare a riferire in Parlamento. Dopo il suo suicidio politico, avendo provocato la crisi di governo d’agosto, un governo in cui faceva praticamente il bello e il brutto tempo, al momento Salvini guida l’opposizione.

Un Matteo al governo e l’altro all’opposizione, ma entrambi ogni giorno insieme dediti a bombardare l’esecutivo guidato dal premier Conte. Il destino accomuna questi due “enfant prodige” della politica italiana anche nella storia lavorativa: di fatto entrambi hanno vissuto solo di lauti stipendi legati alla volgarmente chiamata “poltrona”. Per smascherare costoro forse servirebbe il popolano Bertoldo, che con semplicità e astuzia sapeva ben superare le difficili prove che re Alboino gli propinava.

Oppure basterebbe che i creduloni cominciassero a dubitare delle apparenze e guardassero invece ai fatti e alla realtà.

Gianpietro Patelli

 

Dissesto idrogeologico, solo la prevenzione salva la vita

Spendiamo miliardi a causa di un sistema che “mischia” la prevenzione con l’allerta colorato.

Che non serve a nulla, perché dire che ci sarà un diluvio, che i fiumi si ingrosseranno, che potranno verificarsi frane ecc. non salva la vita a chi si trova su un ponte che crolla perché ha i “piedi” nell’argilla o a chi viene colpito da un ramo.

Si finge di non capire (o fa comodo?) che se il mare, per quella “cosa strana” chiamata erosione, si riprende con gli interessi spazi sui quali si sono costruite case, chalet, strade, piste ciclabili e altro, lo fa da sempre e sempre lo farà. E come sempre si contano miliardi di danni, ai quali si mette mano solo con toppe pronte a strapparsi di nuovo e con le stesse modalità. Per fare le cose come Dio comanda, i soldi non si trovano, mentre ne escono 100 volte di più a ogni disastro. A qualcuno forse va più che bene.

Franco Taccia

 

I NOSTRI ERRORI

Il Movimento 5 Stelle non è rimasto neutrale (come ho scritto, basandomi su informazioni superate: del che mi scuso), ma si è schierato a favore del Sì al referendum, e cioè della separazione amministrativa tra Venezia e Mestre. È un’ottima notizia.

Tomaso Montanari

Grandi Opere. Per onorare la professione annullate quel seminario per giornalisti

 

Caro direttore, ti ringrazio per aver contribuito a riempire il mio risveglio di popolarità mai immaginata, degnato di un titolo del Fatto Quotidiano che mi indica al mondo, in quanto presidente dell’Associazione Stampa Toscana, come “giornalista catechista delle grandi opere”. In un articolo dove si citano Renzi e tanti altri tuoi clienti abituali. Vorrei spiegare a Tomaso Montanari la differenza fra critica e cronaca. Cioè che prima di scrivere sulla base del primo comunicato che passa si sarebbe dovuto preoccupare di sapere di chi e di che cosa stava parlando. Avrebbe scoperto che, in tema di grandi opere, quando lui andava presumibilmente ancora a scuola, il suo bersaglio di oggi, ossia il sottoscritto, faceva esplodere, su La Nazione, lo scandalo delle pietre d’oro della diga di Bilancino (1992), con seguito di arresti e processi, oltre ad altro di cui non ti voglio tediare. Poteva telefonare il Montanari? Meglio di no, perché vedi, ora, come presidente del sindacato toscano dei giornalisti, sindacato che non ha mai lasciato solo nessuno, devo occuparmi, ad ogni ora, di precari, disoccupati, cassintegrati. Sarebbe però bastato, al saggista poco cronista Montanari, leggere il comunicato diffuso nel pomeriggio di venerdì, dal quale avrebbe potuto apprendere che, prima del seminario del 25 novembre con la Regione sulle Grandi opere, l’Associazione Stampa Toscana ha organizzato seminari, sempre completamente gratuiti e autofinanziati, di formazione per i giornalisti su tutto: parità di genere, forze dell’ordine, magistratura, linguaggio con l’Accademia della Crusca, confronto fra le religioni, generazione 4.0 nel rispetto di bambini e ragazzi, polizia penitenziaria, problemi dell’università e su un’infinità di altri argomenti di alto contenuto sociale e informativo. Con un solo obiettivo: ascoltare e porre domande. Ossia la base della nostra professione.

Sandro Bennucci, Presidente Associazione Stampa Toscana

 

Gentile presidente, il fatto che in passato abbia praticato la professione onorandone i fondamenti è un’aggravante: perché allora non può non rendersi conto della mostruosità di quel catechismo per la “corretta informazione” sulle Grandi Opere gestito dai promotori e dagli attori delle Grandi Opere. C’era solo un modo per rimediare a questa figura tremenda: annullare il seminario, e riconvocarlo con esperti indipendenti, uno pro e uno contro ogni singola opera. Ma si sa: anche i cani da guardia possono diventare docili e sazi cani da compagnia del potere.

Tomaso Montanari

Ignorantocrazia: la sindrome italiana, da Orson Welles a oggi

“E cosa pensa della società italiana?” “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. È passato oltre mezzo secolo da quando Orson Welles dà questa risposta tombale al giornalista cui ha concesso quattro domande (“Permette? Sono di Telesera!” Meraviglioso), e, come spesso in Pasolini, i giudizi si sono fatti profezia. Quando PPP girò La ricotta quell’ignoranza endemica poteva essere vista come un’onta, ma ora ha preso coraggio, scrive Gianni Canova nell’acuminato saggio Ignorantocrazia (Bompiani). Dopo una serie di dati impressionanti (il 60% degli italiani non legge in vita sua nemmeno un libro, Federico Fellini è più noto in Francia che da noi), Canova si interroga sulle cause della desertificazione. Da rettore dell’Università Iulm, punta il dito su una didattica sempre più a misura di docente, non di studente, e sul classismo preconcetto delle élite verso ogni esito di cultura popolare (per contro, “intellettuale” in Italia è diventato una specie di insulto). Infine, l’affondo del Canova cinemaniaco: “Siamo il Paese a più alto tasso di analfabetismo iconico di tutto l’occidente, inconsapevoli della bellezza del nostro patrimonio cinematografico come dei meccanismi di funzionamento della comunicazione audiovisiva”. I media ci nutrono nell’ignoranza e ci governano nell’impunità: qui sta l’abisso dell’ignorantocrazia, specchio di una classe dirigente che dovrebbe andarsi a nascondere, e invece passa il suo tempo a cercare il profilo migliore.

Le Sardine fanno da supplenti a Pd e 5 Stelle

Quanta paura fanno le Sardine, per bollarle come un movimento tenuto insieme solo dallo “sputo” a Salvini? Non possiamo non chiedercelo, visto che il dibattito ittico imperversa. E tentare una risposta.

Ammesso – e non concesso – che l’onda bolognese diventata italiana non abbia altri contenuti a parte il No a Salvini (io, per la verità, di contenuti ne ho sentiti esprimere parecchi dagli organizzatori: pensare alla scuola, alle aule piccole e fatiscenti, ai disabili, al volontariato, combattere il precariato dei “lavoretti” dei giovani, impegnarsi per i diritti anche degli immigrati…), il No è già in sé stesso un contenuto politico.

Vi do una notizia: un No a qualcosa è un Sì implicito a valori alternativi. Maddai. In questo caso, certo, c’è il No alla politica della paura di Salvini, ma c’è anche, altrettanto chiaramente, il No alla politica del Pd e del M5S, in cui le Sardine chiaramente non si riconoscono, da cui non si sentono rappresentate, e quindi provano a fare da supplenti, da argine alla destra, visto che Zingaretti e Di Maio non sono considerati adeguati.

Un No peraltro – ecco un’altra notizia – su cui sono nati tutti i partiti: Berlusconi non è forse nato sul No alla politica di mestiere e al “pericolo comunista”? Renzi sul No assoluto della Rottamazione? I 5S sul No alla Casta? La stessa Lega sul No, prima all’Italia unita romanocentrica e ora, con Salvini, alla politica “buonista” sui migranti del centrosinistra? Tutti i partiti sono “partiti” da una contrapposizione a qualcosa. Le stesse Sardine non sono forse nate come risposta al No leghista all’Emilia Romagna del passato, “Liberiamo l’Emilia”? Già.

Detto questo, mi auguro che le Sardine non diventino un partito: questa grande partecipazione popolare – giovane e pacifica – è una scossa salutare per le forze politiche, che innanzitutto devono rispettarla (non liquidarla con supponenza: “Lasciate fare ai grandi” – quanto siano bravi lo sappiamo), celebrarla come festa della democrazia e recepirne, facendole proprie, le istanze. Che poi è esattamente quello che ha detto Mattia Santori (dai Mattei a Mattia: ma cos’è, un’ossessione?): “Noi siamo l’Italia reale, ci restituite una politica altrettanto seria?”. Domanda che mi sembra rivolta anche e soprattutto a Pd e 5S e di cui loro dovrebbero fare tesoro, se non vogliono che finisca come spesso accaduto in questo Paese: sinistra impegnata in travolgenti flash mob (girotondi, popolo viola), destra che prende il potere.

Non vorrei che pure le Sardine – che poi, diciamolo, sono solo l’ultimo, ennesimo capitolo cui ci costringe la perenne campagna elettorale salviniana, per cui con tutti i problemi che abbiamo (manovra, Ilva, Alitalia, crisi aziendali, la ripresa che non c’è…) non si parla d’altro che delle Regionali emiliane, perché lo scopo è conquistare, tramite Bologna, le poltrone del governo romano – dicevo: non vorrei che le Sardine finissero presto a nuotare solo nei fiumi d’inchiostro che gli sono stati dedicati o, peggio ancora, in un bagnetto “verde”…

PS: nel Manifesto delle Sardine c’è indubbiamente grande entusiasmo e passione. Ben vengano. Note dolenti, l’eccessiva genericità e la scelta dei termini: dal “populisti” usato in senso dispregiativo (ma voi non siete orgogliosamente “popolo”, persone comuni e reali?) a quel “la festa è finita” dell’incipit, che risulta gregario de “la pacchia è finita” salviniano. Suvvia, ragazzi, un po’ di fantasia!

Grillo, l’entusiasmo nasconde il calvario del governo attuale

Dopo l’ennesimo suicidio 5 Stelle, che ha sancito la loro presenza in Emilia Romagna e Calabria, Beppe Grillo è tornato in prima linea. Purtroppo, del suo ragionamento, è rimasto giusto il suo “non rompete i coglioni”. La solita voglia colpevole di semplificazione cara (quasi) a tutti. In realtà, nel video con Di Maio, Grillo ha detto molto di più. E in quella differenza tra il suo entusiasmo e l’imbarazzo di Di Maio alla sua destra (in tutti i sensi), c’è tutto il calvario del governo attuale. Analizzare il video risulta illuminante. Grillo: “È un momento di caos e dal caos vengono le belle cose”. Di Maio guarda in basso e pare convinto come Travaglio se gli dicessero che Berlusconi con la trattativa Stato-mafia non c’entra nulla. Grillo: “(L’Italia) è la settima potenza come Pil nel mondo, ma ha sacche di povertà di 5/6 milioni. Dove ci stiamo orientando? Dobbiamo avere un pensiero mondiale”. Di Maio lo guarda sgomento e non profferisce parola. Grillo: “Non possiamo essere gli stessi, è sbagliato essere gli stessi. Se penso a come eravamo… eravamo una meraviglia”. Qui Di Maio prova a parlare, ma essendo del tutto fuori contesto sbaglia tutto: “C’è una grande nostalgia del passato…”. Grillo trattiene un rosario di bestemmie, lo fulmina con affetto e insiste: “È sbagliato (avere nostalgia). Io sono euforico. C’è da riprogettare tutto, cosa c’è di più bello?”. Di Maio è sempre più smarrito, ma il peggio (per lui) deve ancora arrivare.

“Andiamo a fare questa votazione. Avete deciso per andarci (in Emilia Romagna e Calabria). Ci andiamo per beneficenza”. Di Maio sta pensando che, con parole così, a gennaio non li voterà neanche il gatto. E infatti sarà così. Ma Grillo prosegue: “Magari facciamo da tramite tra una destra un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare”. Qui Di Maio ha quasi un mancamento: l’idea di dover fingere di condividere un parere secondo cui il Pd sia migliore della Lega lo ferisce proprio nell’intimo. Ma Grillo va avanti: “Quando parlo di progetti insieme con la sinistra, parlo di progetti alti. Bellissimi. È un momento magico”. Di Maio non si tiene più e ricorda implicitamente a Grillo tutte le difficoltà dello stare al governo col Pd: “Ci vuole anche un po’ di coraggio…”. È la frase che innesca lo sfogo di Grillo: “Tu ce l’hai il coraggio. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook uno contro l’altro. Le situazioni devono essere chiare: il referente è lui (indica Di Maio), il capo politico è lui. Io ci starò un po’ vicino, quindi non rompete i coglioni (risata stupita e imbarazzatissima di Di Maio). Fatemi la cortesia, sennò ci rimettiamo tutti”. Il paradosso è che, con questo passaggio, Grillo ha provato a blindare il governo e salvare il movimento, indirizzando quel mezzo vaffanculo non certo agli elettori quanto ai duropuristi e a chi – da dentro – trama contro il M5S. Eppure, a storcere il naso, sono stati anche i “dimaisti” e non pochi alleati di governo: continuiamo così, facciamoci del male. Grillo nel frattempo termina la sua arringa: “Non siamo più quelli che eravamo 10 anni fa ed è meraviglioso. Tutto tende al caos e all’entropia. È l’entropia oggi la nostra matrice”. Di Maio è sempre meno convinto. I talebani cercano su Wikipedia il significato della parola “entropia”. Gli opinionisti “salvinistri”, quelli che dicono di essere di sinistra ma tirano la volata a Salvini, attaccano una volta di più Grillo per partito preso. E quella “destra un po’ pericolosetta” è sempre più vicina alla conquista pressoché assolutista del potere. Complimenti.