La triste scomparsa degli intellettuali

Nel 1959 Elémire Zolla, personaggio outsider difficilmente inquadrabile in qualche scuola di pensiero, scrisse il suo libro più famoso: Eclissi dell’intellettuale.

L’intellettuale è una figura proteiforme, sfuggente, omnicomprensiva, ed è difficile darne una definizione. Per restringere il campo prendiamo a prestito quella che ne dà lo scrittore Antonio Scurati: “Un professionista della parola meditata, ragionata, raffinata e sapiente”. Quindi il possessore di un’idea forte capace di influenzare e addirittura, a volte, di dar forma a una società. Per molto tempo gli intellettuali per eccellenza, capaci di imporre il loro pensiero, sono stati i filosofi. Aristotele, nato nel 384 a. C., ha condizionato e plasmato l’intera cultura europea del Medioevo. Ipse dixit. Morto il pensiero aristotelico è stato sostituito da quello illuminista di cui Kant e Hegel sono i principali esponenti, pensiero sul quale si sostiene l’attuale modello di sviluppo. Ma dalla metà dell’Ottocento in poi hanno avuto molta influenza anche pensatori che non possiamo definire in senso stretto filosofi, ma piuttosto sociologi o storici o economisti o tutte e tre le cose insieme: Max Weber, Werner Sombart, Georg Simmel e in Italia Giuseppe Prezzolini e Benedetto Croce.

È chiaro che siamo costretti a usare l’accetta perché non vogliamo, né siamo in grado, di fare una storia del pensiero occidentale dalle sue origini a oggi. Speriamo che il lettore ci perdoni. Ma anche nella prima parte della seconda metà del Novecento abbiamo avuto autori, in genere artisti ma persino giornalisti (pensiamo in particolare a Pasolini e a Montanelli) capaci di avere una forte presa sulla società.

Oggi, sia pur in modo graduale, come aveva intuito Elémire Zolla, l’intellettuale è scomparso dalla scena. È stato sostituito dagli influencer, cioè persone in grado al più di fare tendenza sul piano del costume o di essere essi stessi tendenza, continuamente superati dalla velocità cosmica che hanno preso le comunicazioni. Costoro non indicano, né possono farlo per la “contradizion che nol consente”, una direzione duratura. Da costoro puoi sapere come ti devi vestire o come ti devi atteggiare se vuoi essere à la page. Tutto qui. Della stessa stoffa sono i conduttori di talk.

Non ci sono più gli intellettuali. Ecchisenefrega potrebbe dire il lettore che ha avuto la pazienza di seguirci fin qui. Ma il problema non è questo. È che oggi manca un pensiero che pensi se stesso, che ci dica cioè o almeno ci indichi dove stiamo andando (alle famose domande cosmogoniche “chi siamo”, “da dove veniamo”, la filosofia, consapevole della sua impotenza, ha da tempo rinunciato a rispondere).

L’ultimo filosofo propriamente detto, attivo negli anni Trenta, è stato Martin Heidegger che ha posto, in modo laico, il fondamentale problema della tecnica e della sua ambivalenza sulla quale noi contemporanei continuiamo a navigare senza però più porci, a differenza di Heidegger, nessuna domanda.

Viaggiamo su un treno tecnologicamente avanzatissimo, che per sua coerenza interna deve aumentare di continuo la velocità, sballottati di qua e di là da questa stessa velocità che ci provoca stress, angoscia, depressione, nevrosi, ma ottusamente inconsapevoli che in tal modo stiamo accorciando il nostro futuro. Una fine ingloriosa che ci saremo ampiamente meritati.

Il maître à penser di Renzi: Briatore

Se ci clicchi sopra, adesso, trovi solo il “pollice” di Facebook che indica che quella pagina è stata rimossa. Ma l’immagine iniziale non lascia dubbi: “Matteo Renzi news”, uno degli account del leader di Italia Viva, ha condiviso un post di Flavio Briatore. Più che un post, una sequela di invettive contro Carlo Calenda: da “portaborse di Montezemolo” a “banderuola”, con aggiunte sul “rancore” e l’”invidia” che avrebbero portato l’ex ministro dello Sviluppo economico a fare polemica sul viaggio in Arabia Saudita che Renzi ha fatto insieme allo stesso Briatore. Il manager di casa a Malindi, nel suo stile, la butta sul soldo: “Sa quant’è il totale degli stipendi erogati dal mio gruppo Billionaire Lifestyle? 15 milioni di euro l’anno”. E il suo compagno di avventure, quel Matteo Renzi che l’ha ripostato, dev’essere d’accordo con lui. Poi se n’è pentito: forse a convincerlo a cancellare il post, è stato il primo dei commenti che ha visto in calce al testo di Briatore. Lo firma Gianluca Vacchi, sì, proprio quello dei video ballerini: “Almeno hai messo una bella foto”, se la ride, pensando a Calenda in costume da bagno. Troppo, perfino per lo stomaco forte di Matteo. Ma Vacchi non demorda: nel Pantheon di Italia Viva, prima o poi faranno entrare anche lui.

“Messina Denaro? Noi qui facciamo il vino…”

“Sì, è vero, quando i miei amici mi chiamano, ci scherziamo sopra. Mi prendono in giro imitando l’accento siciliano… Però non è bello sentirsi dire queste cose”. Infatti, come si può giocare sul capo di Cosa Nostra, per qualche giorno ospite di una cantina, in mezzo alle vigne della Marca Trevigiana, non per nascondersi come un topo, visto che è il latitante più ricercato d’Italia, ma come illustre ospite, seppur in incognito? Andrea Favaretto, 58 anni, è il sindaco di Salgareda, dove – stando a un verbale ormai datato nel tempo del pentito (non sempre attendibile) Emanuele Merenda – Matteo Messina Denaro sarebbe stato accolto dal conterraneo Vincenzo Centineo nel 2014. “Siamo travolti da una pubblicità negativa, mentre qui la gente è tranquilla, coltiva le viti, fa del buon vino”.

È l’immagine del classico paese di campagna del profondo Veneto, dove tutti i quasi settemila abitanti si conoscono e non succede mai nulla di anomalo. È la terra della Lega, anche se il sindaco, di professione veterinario, fa parte di una lista civica e si sente “a metà strada tra Forza Italia e Fratelli d’Italia”. Anche per questo, quando è spuntata la storia del padrino accolto in una casa colonica a Ponte di Pietra, il sindaco ha tentato di minimizzare. Come se nel proprio giardino non fosse caduto un meteorite, peggio, una bomba atomica. “Più che una cosa preoccupante la prendiamo per una curiosità”.

Il boss dei boss una curiosità? “Non voglio sminuire. Ma anche il prefetto ha detto che il pentito non è attendibile. Ho parlato con altre autorità e mi dicono che Salgareda non c’entra”. Più che una sottovalutazione, sembra stupore. Qui? Impossibile. Un modo per rimuovere il fatto che anche il Veneto non sia più indenne dalle cosche. “Il paese è ‘imbarazzato’, come possono esserlo le persone buone quando si trovano di fronte a quelle cattive. Quando entro al bar e sento certe battute, anch’io mi sento imbarazzato”. Il sindaco racconta di un misto di vergogna e di pudore, sentimento collettivo che coglie chi è convinto che il male sia lontano da sé, nel momento in cui scopre che, invece, potrebbe essere molto vicino.

“Non sappiamo niente. Ma che Messina Denaro sia stato qui a noi sembra molto una curiosità…”. Curiosità termine che significa “evento raro o bizzarro”, quasi che la mafia sia un fenomeno che non appartiene al comune sentire veneto. Alla lunga, il martellamento ideologico sulla virtù e l’ingegno, la bravura e la probità di questo popolo produce questi fenomeni di percezione sociale. Ma basterebbe che il sindaco si guardasse attorno. A una 20ina di km c’è Eraclea, comune commissariato in primavera dopo l’arresto del primo cittadino e la scoperta di ingerenze camorristiche nella gestione del Comune. Al punto che è sul tavolo del prefetto di Venezia una relazione che potrebbe portare al primo scioglimento per mafia di un Comune veneto. E da quell’inchiesta emergono i rapporti di Vincenzo Centineo con Luciano Donadio, l’imprenditore trapiantato a Eraclea considerato vicino ai Casalesi.

A un altro tiro di schioppo c’è Caorle, dove le cosche avrebbero pure cercato di condizionare le elezioni. Oppure Jesolo, la spiaggia d’oro dell’Adriatico che attira gli appetiti criminali. Non solo i sindaci, ma anche i veneti, non possono illudersi di abitare nel paese dei balocchi.

“I leghisti li attacco da sempre, addio al Teatro Stabile Veneto”

Chi vive di parole ne conosce bene valore, effetto e reazione; Natalino Balasso dopo il buonasera va al punto: “In Veneto la politica della Lega è entrata dentro al Teatro Stabile. Se n’è impossessata. E io sono una conseguenza dei fatti, non l’unica, perché io i leghisti li attacco da sempre”.

Il contesto: Balasso è comico, attore, scrittore, celebre per il palco di Zelig e quello recente di Adrian; nelle ultime tre stagioni ha lavorato (anche) con l’Ente della sua regione (è nato a Porto Tolle), mentre quest’anno è fuori dalla programmazione.

Arrivederci, forse.

Il presidente dello Stabile, Giampiero Beltotto, le replica: “Nessuna censura”.

È una conseguenza dei fatti, di tempi e lettura della realtà.

Traduciamo.

La Lega è un movimento prepotente, e qui in Veneto si è impadronita delle strutture culturali; guarda caso mi risponde il presidente, non il direttore artistico. Lui tace.

Il presidente non è l’ultimo…

No, ma avrebbe dovuto inalberarsi il direttore, visto che ho attaccato la programmazione; invece la parola la prende uno che da anni si occupa della comunicazione della Lega, già portavoce di Zaia.

Ora è accusato di sputare nel piatto nel quale ha mangiato.

Quindi avrei dovuto leccargli il culo?

Per carità.

Sono loro ad aver mangiato con me: ho sempre riempito i teatri, e per 900-1.000 euro a serata, quando loro ne incassavano anche trentamila.

Lavora poco. Dicono.

Ho 150 serate l’anno.

C’è stato un punto o una fase della Lega che ha aggravato la situazione attuale?

Quando Salvini ha iniziato a pretendere la rimozione degli striscioni dai palazzi.

E…

In questo modo ha sdoganato gli atteggiamenti censori dei suoi, liberi di assecondare, e in tanti si sono impauriti.

C’è chi tace senza acconsentire.

Ho il cellulare pieno di messaggi di colleghi, maestranze e non solo che in privato esprimono solidarietà e disprezzo per certi personaggi.

Ma…

Temono di perdere il lavoro.

Lei no.

Mi sento pure troppo impegnato, spesso vorrei fermarmi per riposare.

La televisione censura?

In tv il problema è la burocrazia.

Questione generale.

Burocrazia e politica, passi talmente tanti step di valutazione da impedire il naturale fluire delle espressioni. Non mi trovo tanto, anche se ora mi piace l’esperienza con la Dandini (Stati generali, su Rai3).

Lei è una Sardina?

Non vado in piazza.

Come mai?

Gli assembramenti, e da sempre, mi mettono ansia.

Però…

Finalmente c’è qualcuno in grado di dire con forza: ‘Salvini mi stai sulle palle’ (resta in silenzio un paio di secondi). Quanto ci siamo impoveriti…

Colpa del leader leghista.

Lui fa quello che la sua intelligenza gli permette, mentre il cruccio quotidiano è verificare che ci mancano gli anticorpi.

Problema generale.

Per questo dico e ripeto che la questione non sono solo io, ma il contesto nel quale ci troviamo.

“Mio caro stupratore”. Lettera all’aggressore (e a tutti noi complici)

Vostro Onore, se va bene, per la maggior parte di questa dichiarazione vorrei rivolgermi direttamente all’imputato. Tu non mi conosci, ma sei stato dentro di me e questo è il motivo per cui siamo qui oggi. Il 17 gennaio 2015 era una tranquilla sera di sabato a casa. Mio padre aveva preparato la cena e io sedevo al tavolo con mia sorella minore che era in visita per il fine settimana. […] Ho deciso che era la mia unica notte con lei, che non avevo nulla di meglio da fare quindi, perché no, c’è una stupida festa a dieci minuti da casa, ci vado, avrei ballato come una matta e messo in imbarazzo la mia sorellina. […] Ho chiamato me stessa Big Mama, perché sapevo che sarei stata la più vecchia lì. Ho fatto facce buffe, abbassato la guardia e bevuto alcolici troppo in fretta, senza tenere conto del fatto che la mia tolleranza si era decisamente abbassata dai tempi dell’università.

La cosa successiva che ricordo è di essere su una barella in un corridoio. Avevo sangue secco e bende sul dorso delle mie mani e sui gomiti. Ho pensato che forse ero caduta e che mi trovassi in un ufficio amministrativo del campus. Ero molto calma e mi chiedevo dove fosse mia sorella. Un agente mi spiegò che ero stata aggredita. Sono rimasta lo stesso calma, convinta che stesse parlando con la persona sbagliata. Non conoscevo nessuno a quella festa. Quando, finalmente, mi è stato dato il permesso di usare il bagno, ho abbassato i pantaloni da ospedale che mi avevano dato, ho cercato di abbassare le mutande e non ho trovato nulla.

Ricordo ancora la sensazione delle mie mani che toccano la mia pelle e non afferrano nulla. Ho guardato in basso e non c’era niente. Il sottile pezzo di tessuto, l’unica cosa tra la mia vagina e tutto il resto, mancava e tutto in me fu ridotto al silenzio. […] Mi sono trascinata di stanza in stanza con addosso una coperta, con gli aghi di pino che tracciavano un sentiero dietro di me, ne ho lasciato un mucchietto in ogni stanza in cui mi sono seduta. Mi è stato chiesto di firmare delle carte su cui c’era scritto vittima di stupro e ho pensato che fosse successo davvero qualcosa.

Un giorno stavo controllando le notizie sul mio telefono e mi sono imbattuta in un articolo. Ho appreso per la prima volta di come sono stata trovata priva di sensi, coi capelli disordinati, la collana avvolta attorno al collo, col reggiseno tirato fuori dal mio abito, l’abito tirato giù sulle spalle e tirato in su fin sopra i fianchi, che ero nuda dal sedere in giù fino agli stivali, colle gambe spalancate e che ero stata penetrata da un oggetto estraneo da qualcuno che non riconoscevo. È così che ho saputo quello che mi è successo, seduta alla mia scrivania al lavoro mentre leggevo le notizie. Ho saputo cosa mi è successo nello stesso momento in cui tutto il resto del mondo lo ha saputo. È lì che gli aghi di pino hanno iniziato ad avere un senso, non erano caduti da un albero. […]

Nel paragrafo seguente ho letto una cosa che non perdonerò mai: ho letto che secondo lui la cosa mi è piaciuta. Che mi è piaciuta. Di nuovo, non ho parole per queste sensazioni. È come se stessi leggendo un articolo in cui un’auto era stata colpita e trovata ammaccata, in un canale. Ma forse all’auto è piaciuto essere colpita. Forse l’altra auto non aveva intenzione di colpirla, ma di darle solo una bottarella. Gli incidenti capitano continuamente alle auto, la gente non sta sempre attenta, possiamo davvero dire di chi sia la colpa? E poi, alla fine dell’articolo, dopo aver appreso i dettagli espliciti della mia stessa aggressione sessuale, l’articolo elencava i suoi tempi nel nuoto.

Lei è stata trovata ancora respirante, inerte, con le sue mutande a quindici centimetri di distanza dalla sua pancia nuda, raccolta in posizione fetale. A proposito, lui è molto bravo a nuotare. Se stiamo parlando di quello, aggiungi anche il mio tempo sul chilometro. Sono brava a cucinare, metti anche questo, credo sia la fine quando elenchi tutte le tue attività extrascolastiche per cancellare le cose nauseanti che sono accadute. […]

Un anno dopo l’evento lui ha ricordato, oh sì, a proposito, lei in realtà ha detto di sì a tutto, quindi. Ha detto di avermi chiesto se volessi ballare. A quanto pare ho detto di sì. Ha chiesto se volessi andare nella sua camera, io ho detto di sì. Poi ha chiesto se potesse farmi un ditalino e io ho detto di sì. La maggior parte dei ragazzi non chiede, posso farti un ditalino? Di solito c’è una naturale progressione delle cose, che si sviluppa consensualmente, non una domanda e una risposta. Ma, a quanto pare, ho dato massima disponibilità. Lui è a posto. Anche nella sua storia io ho detto solo tre parole in tutto, sì sì sì, prima che lui mi spogliasse per metà sul terreno.

Nota per il futuro, se non riesci a capire se una ragazza può dare il suo consenso, vedi se riesce a dire un’intera frase. Appena una fila coerente di parole. Se non riesce a farlo, allora è no. Non forse, no e basta.

Published by arrangements with The Italian Literary Agency. Traduzione Francesco Vitellini

“Se l’è cercata”: è ancora l’Italia del delitto d’onore

“Reati caratterizzati dalla motivazione soggettiva di chi lo commette, volta a salvaguardare (nella sua intenzione) una particolare forma di onore o di reputazione”. Non è più il 1981, anno in cui fu finalmente abrogato dall’ordinamento penale italiano il delitto d’onore, eppure a leggere il rapporto dell’Istat diffuso ieri – in occasione della giornata contro la violenza sulle donne – il tempo sembra essersi fermato. E non soltanto per i numeri sconcertanti che snocciola, ma soprattutto perché tutte quelle cifre fanno capo a un concetto: è ancora l’uomo il capofamiglia, colui per il quale è più importante avere successo nel lavoro (secondo il 32,5% degli intervistati), colui che va privilegiato in condizioni di scarsità di impiego (16,1%), colui che è meno adatto a occuparsi della casa (31,5%) e quindi colui che deve provvedere alle necessità economiche (27,9%). Se i presupposti sono questi, non è dunque naturale che l’uomo si “ribelli” alle dichiarazioni d’indipendenza della moglie? Che parta dal controllo del cellulare o dei social network della compagna (normale, secondo il 17,7%) per poi arrivare alla violenza fisica? Il 7,4% delle persone ascoltate – attenzione, non solo over 60 e non solo uomini – ritiene “accettabile” che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro” e il 6,2 che in una coppia “uno schiaffo ci scappi ogni tanto”.

E persino lo stupro molto spesso “te lo cerchi”. E infatti il 23,9% degli intervistati pensa che le donne possono provocare una violenza sessuale con il loro modo di vestire – la cara, vecchia minigonna – e che in fondo possono sempre sottrarsi, se non lo vogliono (39,3%). Anche perché le donne, si sa, sono bugiarde (per il 10% del campione le accuse sono false) e civette: se dicono no vogliono dire sì (7,2%). Per non parlare poi di quelle che si “sballano”: secondo il 15% degli italiani una ragazza che viene violentata quando è ubriaca o drogata è almeno in parte “responsabile”. Quelle “serie” no, non le tocca nessuno (6,2%). L’1,9% (non lo zero) crede che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la propria moglie ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

I nostri connazionali si rendono conto che gli uomini sono violenti perché considerano la propria compagna un oggetto di proprietà (secondo l’84,9% delle donne intervistate, percentuale che scende al 70,4 per il genere maschile) e infatti a incidere è il bisogno di sentirsi superiori. Esiste ancora, certifica l’Istat, una differenza culturale tra Nord e Sud, laddove nelle regioni meridionali sono molto più frequenti gli stereotipi di genere. Ma soltanto il 64,5% della popolazione consiglierebbe a una donna di denunciare il proprio carnefice e ancora meno, il 33,2%, di lasciarlo. Il numero verde 1522? Soltanto il 2% lo suggerirebbe. Non siamo più all’81, ma forse stiamo quasi peggio.

Da clienti sotto accusa a impresa modello. L’avvocato Severino li porta alla Luiss

C’è chi si sfila, chi prende le distanze. E chi si arrabbia perché questo convegno non è ciò di cui Vado Ligure ha bisogno. Oggi alla Business School dell’università Luiss di Roma è previsto: “Teaching case Tirreno Power, dalla crisi a modello di sviluppo condiviso”. Partecipano il renziano ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova, il segretario Uiltec Paolo Pirani, il sindaco di Vado Ligure (Savona) Monica Giuliano, il professore di Economia aziendale Enrico Laghi e Fabrizio Allegra, direttore generale della Tirreno Power. Insomma, tutti entusiasti per la ex centrale a carbone, oggi convertita a metano, al centro di un processo per disastro ambientale e sanitario colposo che coinvolge ex manager e dirigenti. Ciliegina sulla torta, una schiera ospitata e promossa dalla vicepresidente della Luiss, l’ex ministro Paola Severino, che è anche l’avvocato dell’azienda nella causa in cui è citata come responsabile civile.

Il convegno tratterà della “recente, positiva” ristrutturazione dopo la “forte crisi” del settore termoelettrico” , con una analisi delle difficoltò a cui “la Tirreno Power ha reagito con tempestività e determinazione”. Le polemiche sono state immediate: in una delle prime versioni del programma era prevista anche la partecipazione del pentastellato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Mario Turco, il cui nome è poi scomparso. Si sono smarcati anche alcuni sindacati invitati, come la Filctem-Cgil. “Siamo consapevoli della responsabilità che ci siamo presi per evitare che 200 lavoratori finissero in mezzo ad una strada come era nelle intenzioni della società – spiegano in una nota, riferendosi alla crisi -. Ma fare di questo un esempio per la gestione della crisi industriale’, francamente, ci sembra poco rispettoso per chi da questa crisi ne è uscito con le ossa rotte. Basti pensare a 400 lavoratori indiretti”.

Peraltro è in corso il processo a 26 tra manager, amministratorei e dirigenti di Tirreno Power per le accuse di disastro ambientale e sanitario colposo relative al periodo 2003- 2014. Sono parte civile molte associazioni ma anche i ministeri dell’Ambiente e della Salute. Nelle scorse settimane, il Cnr aveva parlato di un aumento del 49% della mortalità nella zona in 12 anni, dati che Tirreno Power rigetta come “vecchi e già confutati”. “Negli anni l’azienda ha dimostrato di poter sopravvivere adeguandosi alla riduzione delle emissioni e alla chiusura dei gruppi a carbone. – dicono oggi i comitati -. E se l’avesse dimostrato anche prima del sequestro? Cosa si vuole sostenere in questo illustre convegno, con magari un occhio al processo?”.

Intanto il sindaco di Quiliano (Savona), che ospita parte dell’impianto, attende ancora di conoscere le dinamiche della reindustrializzazione iniziata a fine 2018: “Fi n qui solo informazioni vaghe”, osserva Nicola Isetta. Magari oggi ne saprà di più.

Rifiuti a Roma, la Ue bacchetta la Regione Lazio. È ancora guerra

“Il piano di gestione della Regione Lazio, adottato nel 2012, sembra essere rimasto in gran parte inattuato”. La Commissione europea minaccia sanzioni alla Regione Lazio sul fronte dei rifiuti. Già il 22 novembre Palazzo Chigi ha ricevuto una dura lettera da Bruxelles nella quale si chiedevano notizie circa i mancati adempimenti dell’Ente governato da Nicola Zingaretti. La missiva fa seguito a quella precedente del 9 aprile 2019, indirizzata alla Regione Lazio, le cui risposte non hanno soddisfatto gli uffici europei. Palazzo Chigi venerdì scorso ha scritto a Zingaretti sollecitando risposte “al fine di scongiurare l’apertura di una procedura di infrazione in materia ambientale”. Sul piatto la capacità di discarica della Regione “in esaurimento nel 2025” e i termovalorizzatori (“dei quattro previsti dal piano del 2012, solo quello di San Vittore è in funzione”).

Intanto, a Roma resta alto lo scontro fra Comune e Regione sullo smaltimento. Dopo lo stop di questi giorni, sopperita dall’ordinanza di Virginia Raggi per il conferimento temporaneo a Civitavecchia (fino al 9 dicembre), il 31 dicembre è prevista la chiusura della discarica di Colleferro, “una delle aree più inquinate d’Italia”, dice la Regione Lazio. La Pisana sta mettendo a punto un’ordinanza di medio periodo con la quale chiederà al Campidoglio di individuare una decina di siti di stoccaggio per l’indifferenziata, dove organizzare l’immondizia in una sorta di “eco-balle”. “Se il Comune non rispetta l’ordinanza, commissariamo”, tuona l’assessore regionale Massimiliano Valeriani. E in effetti a Palazzo Senatorio la soluzione non piace. Ama Spa ha inviato una richiesta di accesso agli atti al Comune di Colleferro: risultano esserci circa 300 mila metri cubi ancora disponibili, almeno un altro anno di conferimenti. “Qui non entra più nemmeno un fazzoletto usato. Piuttosto mi incateno”, replica il sindaco Pierluigi Sanna.

Arcelor, via il manager che ha parlato con i pm

Arcelor Mittal Italia ha annunciato “sviluppi organizzativi” al vertice della società a partire dal prossimo 1° dicembre 2019. La multinazionale dell’acciaio che poche settimane fa aveva comunicato di voler lasciare l’ex Ilva di Taranto, dopo l’incontro di venerdi con il premier Giuseppe Conte con il quale sono stati aperti i negoziati per valutare la possibilità di continuare a gestire lo stabilimento ionico, nelle scorse ore ha comunicato una serie di cambiamenti del management guidato dall’ad Lucia Morselli. In una lettera inviata da capo del personale, Arturo Ferrucci, infatti, si legge che nell’organigramma di vertice della multinazionale è entrata Alessandra De Carlo con il ruolo di Direttore dei Sistemi Informativi di Arcelor Mittal Italia. Da quell’organigramma, però, è scomparso il nome di Sergio Palmisano, attuale capo del settore “Salute e sicurezza” che dal prossimo mese passerà invece sotto le direttive di Alessandro Labile che ricopre contemporaneamente anche l’incarico di direttore del settore “Ambiente”.

Sergio Palmisano è uno dei dirigenti che nei giorni scorsi erano stati interrogati dai pubblici ministeri di Milano come persone informate sui fatti, nell’inchiesta avviata sul presunto disegno di Arcelor Mittal di fermare gli impianti della fabbrica tarantina. Al pubblico ministero Stefano Civardi e al tenente colonnello Arcangelo Trivisani della Guardia di finanza milanese, Palmisano aveva spiegato che era stato coinvolto nel piano di fermata e aveva informato il direttore di stabilimento Stefan van Carnpe, di “comunicare questa fermata alle Autorità perché le fermate possono dare origine a delle emissioni di fumi e vapori o accensione di torce”. Ma soprattutto l’ormai ex direttore del settore “Salute e sicurezza” aveva rivelato ai magistrati che i 12 mesi di gestione Arcelor avevano fatto registrare risultati peggiori con il passare dei trimestri. “Siamo partiti con grande entusiasmo nel novembre del 2018 – ha spiegato Palmisano –. Il primo trimestre non è andato bene, ma comprensibilmente, stante le difficoltà nel processo di integrazione con Arcelor Mittal, il secondo doveva segnare il pareggio ed è andato invece peggio del primo”. Nonostante le misure adottate, però, le cose non sono cambiate. “Il terzo trimestre – ha aggiunto Palmisano – è stato peggiore anche del secondo e a detta di Jehl (Matthieu, ex amministratore delegato, ndr) dovevamo recuperare 140 milioni, con taglio del personale con Cassa integrazione guadagni. Il quarto trimestre sarà difficilissimo perché a seguito del piano di fermata è sostanzialmente tutto fermo, abbiamo disdettato gli ordini dei clienti, le bramme prodotte saranno spedite altrove”.

Parole che per i pubblici ministeri milanesi non solo confermano il “grave pericolo” che Arcelor volesse spegnere gli impianti, ma mettono in luce “la vera causa della disdetta, pretestuosamente ricondotta – scrivono i magistrati nell’atto di costituzione dinanzi al tribunale civile lombardo – al venir meno del cosiddetto scudo ambientale”, ma in realtà “riconducibile alla crisi di impresa di Arcelor Mittal Italia e alla conseguente volontà di disimpegno dell’imprenditore estero”.

Parole che si sono aggiunte a quelle di un altro dirigente, Salvatore De Felice, che aveva chiarito come nonostante fosse stato sospeso il piano di fermata “l’azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività, in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stata cancellata. Il piano – aveva spiegato De Felice – prevedeva di lasciare una scorta minima di materie prime solo per un altoforno per un mese”.

Lo psichiatra: “Esiste una sindrome Morandi”

Se si dovesse darle un nome sarebbe la “sindrome Morandi”. Una forma di stress post-traumatico con tutti i sintomi tipici: flashback, incubi ricorrenti, pensieri ossessivi, depressione e insonnia. Nell’anno successivo al crollo, stima l’Ordine ligure degli psicologi, sono in un migliaio ad aver avuto bisogno di assistenza perché coinvolti, direttamente o no, dal disastro. C’è la bimba che dopo aver visto venir giù il ponte ha smesso di parlare, c’è il dipendente dell’azienda dei rifiuti che lavorava proprio lì sotto e ha perso 30 chili.

Traumi simili a quelli dei reduci di guerra, che hanno avuto un peso determinante nel quantificare i risarcimenti offerti da Autostrade a sopravvissuti e familiari. “Più o meno due terzi della somma liquidata al mio cliente vengono dal riconoscimento di una sindrome psichiatrica, oltre a quelli per le lesioni fisiche”, dice l’avvocato Umberto Pruzzo, legale di un camionista rumeno che guidava lungo l’argine del Polcevera, rimasto vivo per miracolo. Oltre che sugli individui, però, disastri di queste proporzioni incidono sulle comunità. E adesso che l’incubo si è ripetuto a Savona, distante pochi chilometri da Genova, gli effetti rischiano di farsi sentire. “È chiaro che il crollo del Morandi è stata un’esperienza traumatica per tutta la città”, spiega il professor Marco Lagazzi, psichiatra forense che su incarico degli avvocati ha periziato una trentina tra familiari e coinvolti.

“L’aspetto peggiore di queste catastrofi è il fatto che non sono naturali: un terremoto o uno tsunami, per quanto eventi traumatici, stanno nell’ordine delle cose. Quando invece stai guidando in autostrada e vedi l’asfalto sprofondarti davanti si entra nell’alieno, nell’imprevedibile. Lo stesso vale per chi in questo modo perde un figlio o un congiunto che aveva salutato poco prima. Non solo, però: di fronte a questi eventi subentra una forte angoscia collettiva, che può spingere a comportamenti evitanti. Ora che è successo di nuovo è probabile che questo sentimento si amplifichi, almeno nei prossimi mesi”. L’accostamento tra le due immagini, d’altra parte, fa impressione. La scena è la stessa del 14 agosto 2018, con la voragine sulla carreggiata, le auto ferme a qualche metro dallo strapiombo e un uomo che si sbraccia in mezzo alla strada, facendo segno di non proseguire. La differenza fondamentale è che stavolta non ci sono vittime. Ma come andrà avanti a vivere chi ha visto la fine a pochi passi, come l’autotrasportatore che guidava il camion Basko, uno dei simboli del crollo di Genova? “Ogni caso fa storia a sé e non mi sento di tracciare analogie”, dice Lagazzi. “I fattori che entrano in gioco sono incalcolabili. Certo, nel caso del Morandi abbiamo avuto persone che si sono viste passare la vita davanti e hanno vissuto esperienze davvero terribili, paragonabili a quelle di un sopravvissuto all’11 settembre”. Per esempio Gianluca Ardini, commerciante genovese di 29 anni rimasto “appeso” dentro al suo furgone a uno dei monconi del ponte, che se l’è cavata con una frattura scomposta e una lacerazione alla spalla. O Martin Kucera, sopravvissuto dopo un volo di 39 metri.

Per Autostrade, però, non tutti coloro che hanno dimostrato un danno psichiatrico hanno diritto a essere risarciti. Delle dieci persone non familiari di vittime e non hanno riportato lesioni fisiche, ammessi dal gip tra le persone offese, la società ha risarcito solo chi ha superato un doppio requisito: la diagnosi concorde del perito di parte e del medico di Autostrade. Gli altri dovranno attendere il processo.