Gavio, Benetton in sedicesimo: stessi difetti, stessi mega-affari

Amavano presentarsi i Gavio come gli “altri” concessionari autostradali. I buoni e diversi dai Benetton marchiati dal crollo del ponte di Genova, gli industriali dei maglioncini diventati campioni delle concessioni con 3 mila chilometri di autostrade. Loro, i Gavio, ci tenevano a ricordare di essere cresciuti con il mattone e le costruzioni a Tortona, nel Nord-ovest, e di essere diventati concessionari senza rinnegare quell’ambiente. Anzi, facendo leva su di esso con Itinera, la grande azienda di costruzioni con cantieri in tutto il mondo. Si facevano vanto, i Gavio, di essere concessionari di 1.500 chilometri di autostrade concreti e affidabili. Al punto da farsi avanti, per bocca di Beniamino Gavio, sul dossier revoca che riguardava i rivali: “Noi in Autostrade? Se il governo ce lo chiede…”, ha spiegato al Sole 24 Ore a ottobre.

Il crollo del ponte sulla autostrada A6 Torino-Savona, gestita da loro, costringe tutti a riconsiderare la contrapposizione. Le differenze con la strage di Genova sono evidenti. Qui non ci sono stati morti solo perché la fortuna ha voluto che, mentre il viadotto si sbriciolava sotto una frana, in quel momento non transitassero macchine. Un’altra grande differenza sta nel fatto che, così come emerge dalle inchieste in corso, i dirigenti di Autostrade dei Benetton che da decenni gestiscono migliaia di chilometri di asfalto avevano più di un sentore dei rischi che gravavano sulla sicurezza del ponte di Genova e si sono voltati dall’altra parte.

La Savona-Torino, invece, autostrada vecchissima, una delle prime costruite in Italia, i Gavio ce l’hanno in gestione da relativamente poco. L’acquistarono sei anni fa proprio dai Benetton pagandola in parte cash e in parte cedendo ai Benetton una concessione autostradale in Cile. Forse sapendo di aver acquistato un tracciato vecchio con molti aspetti critici, i manager dei Gavio avevano deciso di tenerlo sotto osservazione. Appena sei giorni fa l’ad del gruppo, Umberto Tosoni, aveva spiegato al Sole 24 Ore che sulla A6 i ponti erano monitorati con un sistema di sensori sviluppato dalla società Sacertis. Evidentemente, però, non è servito.

Come i Benetton, i Gavio hanno abbondantemente abusato della giostra italiana delle concessioni. Sono 7 le autostrade gestite con il 60 per cento dai Gavio insieme ai francesi del fondo Ardian: Torino-Milano, Torino-Piacenza, Piacenza-Brescia (Autovia Padana), la valdostana Sitaf, la Cisa (Parma-La Spezia), Livorno-Sestri e Asti-Cuneo. E non sempre la manutenzione è stata all’altezza. Proprio sulla Savona-Torino l’Anac in una sua indagine ha evidenziato ritardi gravi. Come i Benetton anche i Gavio con le autostrade fanno soldi a palate. L’ultimo bilancio attesta ricavi autostradali del gruppo per 1,2 miliardi mentre gli utili sono 264 milioni: più del 20 per cento, un rapporto stellare. E anche i Gavio non sono immuni dal vizietto di farsi allungare dallo Stato le concessioni gonfiando i valori delle eventuali buonuscite (tecnicamente “valori di subentro”). Per costruire poco più di 10 chilometri che mancano al completamento della Asti-Cuneo, per esempio, vorrebbero un allungamento di 4 anni (fino al 2030) della ricchissima Torino-Milano, più un valore di subentro di 500 milioni. O, senza prolungamento, un subentro doppio: 1 miliardo. Della valdostana Sitaf di cui hanno il 49 per cento, i Gavio vorrebbero la maggioranza comprando per pochi spiccioli il 18 per cento dal comune di Torino e il resto dall’Anas. Amministratore Sitaf è Stefano Granati, alto dirigente Anas che forse per rendere più spedito l’affare ha prelevato due dipendenti dall’azienda statale delle strade per promuoverli dirigenti dell’autostrada con retribuzioni in barba ai vincoli imposti alle aziende pubbliche dalla legge Madia.

La Corte dei Conti boccia Renzi e le “deroghe a tutto”

Funziona così. Appena succede qualcosa, parte la corsa alla dichiarazione: ogni rapporto tra parole e realtà è da considerarsi fortuito. È successo, ovviamente, anche col crollo del viadotto sulla Torino-Savona, forse causato da una frana, evento che ha fatto partire il campionato “dì qualcosa sul dissesto idrogeologico e come combatterlo”. Matteo Renzi e il Pd, per una volta uniti, sanno già cosa fare: “Oggi il governo deve subito ripristinare l’unità di missione contro il dissesto idrogeologico, che volle Renzi da presidente del Consiglio, colpevolmente smantellata dai gialloverdi”, dice il capogruppo dem in Senato, Andrea Marcucci; “Il governo deve ripristinare ‘Italia Sicura’, inspiegabilmente chiusa (…) Prendiamo commissari, facciamo procedure d’emergenza, ma interveniamo subito”, sostiene Renzi in persona; “Servono deroghe speciali per i cantieri veloci e deroghe alle autorizzazioni ambientali”, sostiene Cambiamo!, il partito di Giovanni Toti, ennesimo cementiere della fragile Liguria.

Riassumendo: “Italia sicura” (le cui competenze oggi sono al ministero dell’Ambiente), commissari e procedure d’emergenza. Questa è tutto quel che serve, anche se si tratta di quel che abbiamo fatto fino a pochi mesi fa. È dunque lecito chiedersi, sulla base dell’esperienza, questa è davvero la soluzione? La risposta, a stare a una dettagliata analisi della Corte dei Conti, è: no. Basti dire, come ha scritto Luisiana Gaita su ilfattoquotidiano.it, che quanto al Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto “le risorse effettivamente erogate alle Regioni dal 2017 e fino alla fine del 2018 rappresentano solo il 19,9% dei 100 milioni in dotazione”, in larga parte per farraginosità nel sistema di governance e difficoltà nella progettazione, oltre per “la debolezza delle strutture attuative degli interventi, l’assenza di controlli e monitoraggi”.

Il punto è proprio che il sistema emergenziale, l’unico con cui l’Italia s’è occupata finora di dissesto idrogeologico, non ha mai funzionato. Prendiamo proprio Italia Sicura, che doveva gestire il mitologico piano da 9 miliardi in 7 anni del governo Renzi. Nel 2015, l’elefante plurimiliardario era già diventato il topolino del “Piano stralcio per le emergenze nelle aree metropolitane”. Valore: 1,3 miliardi che poi – a guardare la “sezione attuativa”, l’unica già finanziata – erano 654 milioni. Com’è andata? Così: al 21 maggio 2019, secondo il ministero dell’Ambiente, c’erano 36 interventi finanziati, di cui 23 in progettazione, 9 con lavori in corso e solo 4 terminati. In soldi: su 654 milioni stanziati, il ministero a maggio 2019 aveva erogato 114 milioni.

Per capirci su cosa significano queste cifre, gli interventi richiesti dagli enti locali allo Stato attraverso il portale Rendis sono oltre 9 mila per un costo stimato di circa 29 miliardi (tre a carico delle Regioni): ad oggi le somme disponibili a quel fine ammontano a circa 12 miliardi.

Insufficienti, certo, ma tanto non riusciamo a spenderli e non sappiamo neanche in che ordine farlo. Scrive la Corte dei Conti: “L’analisi della documentazione evidenzia che il Rapporto presentato da ‘Italia Sicura’ si è configurato come una mera raccolta di richieste di progetti e di risorse, talvolta non omogenee, senza addivenire a una vera programmazione strategica del settore”. Insomma, un fallimento su tutta la linea.

Che fare, allora? Affidarsi ai commissari e alle procedure d’emergenza? Anche qui il parere della magistratura contabile è negativo: i problemi messi in fila nel rapporto “inducono una riflessione sull’uso reiterato dell’istituto commissariale e della sua efficacia”. Insomma, il commissariamento “non ha prodotto risultati significativi”, così come “le misure straordinarie e le deroghe delle norme non hanno garantito il raggiungimento degli obiettivi”.

In queste ore il ministro del- l’Ambiente Sergio Costa, che ha appena finanziato con 360 milioni un nuovo “Piano stralcio”, sostiene che i tempi per arrivare ai cantieri siano passati da due anni a sei mesi grazie, in particolare, alla task force del governo che affianca gli enti locali nella progettazione degli interventi: se è così, tanto meglio, ma la manutenzione è disciplina per maratoneti. Prima di crederci, aspetteremo i prossimi dati della Corte dei Conti.

La frana accanto al viadotto spezzato non è ancora ferma

Colpa del viadotto non sicuro o colpa della montagna che si è disfatta e ha travolto l’autostrada. L’inchiesta della Procura di Savona sul crollo del ponte della A6 è a un bivio: “C’è un fascicolo per disastro colposo a carico di ignoti”, racconta il procuratore Ubaldo Pelosi. Intanto, però, emerge che sia la Procura che l’Anac (l’Autorità Anticorruzione) si erano interessati del tratto autostradale crollato.

A puntare il dito sulle condizioni dei ponti e sulla manutenzione era stato per primo Paolo Forzano, ingegnere per una vita all’Ansaldo. Dopo il crollo del Morandi ha presentato un esposto: “Quando ho sollevato il problema la società autostradale (gruppo Gavio, ndr) è intervenuta subito, aprendo i cantieri già a inizio settembre 2018 (quindici giorni dopo la tragedia di Genova, ndr). Peccato”, sostiene Forzano nell’esposto “che non sia stata manutenzione profonda, ma cosmesi… Nessun intervento di ripristino o rinforzo”.

L’esposto di Forzano conta 22 pagine, con tante foto di ferri arrugginiti, piloni con il cemento che perde pezzi. L’ingegnere parla di “carbonatazione” (una reazione chimica insidiosa per il cemento armato, ndr), mentre “molti ferri di armatura sono ormai in superficie, spesso completamente inghiottiti dalla ruggine o con uno stato di corrosione avanzato”.

La Finanza coordinata dai pm savonesi a febbraio si era presentata negli uffici della concessionaria per acquisire materiale sui viadotti. Partendo dalla questione sicurezza sollevata da Forzano, l’interesse degli investigatori è arrivato a toccare gli appalti di manutenzione e il passaggio di gestione tra Autostrade e gruppo Gavio, avvenuto nel 2012. Nessuna ipotesi di reato è stata formalizzata, né ci sono ancora indagati.

Il tronco dell’A6 Torino-Savona è stato anche oggetto di un fascicolo conoscitivo dell’Anac. Dall’indagine erano emersi due elementi interessanti. Primo, Anac si occupa del rapporto tra gli investimenti complessivi previsti dai vari concessionari nel piano economico-finanziario e le spese per la manutenzione. Il risultato, in molti casi, non è molto lusinghiero. Ma per quanto riguarda Autofiori c’è un elemento particolare: “Non sono stati forniti i dati necessari per calcolare le spese di manutenzione”, spiegano dall’Anac.

Secondo: il rapporto dell’Autorità si concentra anche sugli appalti che i concessionari devono destinare a terzi. Un elemento importante per garantire competizione e migliorare la sicurezza. E qui ecco un paragrafo dedicato proprio ad Autofiori: “Per il Tronco A6 Torino-Savona il limite non sembra sia stato rispettato per gli anni 2015 e 2016; per il Tronco A10 Savona-Ventimiglia non sembra rispettato negli anni compresi tra il 2009 ed il 2016”.

Per stabilire quali siano le cause del crollo di domenica ci vuole tempo. Certo, potrebbe essere colpa delle condizioni del pilone e della sua collocazione. Ma la responsabilità potrebbe essere della collina che si è disfatta dopo giorni di pioggia: “Qui nessuno aveva mai parlato di frane. Anzi, sulle mappe la zona è segnata a basso rischio. Io sono anche uno dei pochi che l’ha curata, l’ha coltivata…”, Enrico Genovese è il proprietario del terreno dal quale si è staccata la frana, in pochi secondi si è visto mangiare ettari di terrazze. E non riesce a darsi una spiegazione: “Guardi la terra, è asciutta. La collina deve aver ceduto a valle e ha tirato giù con sé i miei uliveti”.

Sì, il terreno di Genovese era uno dei pochi curati. In una provincia tra le più boscose d’Italia (la Liguria ha il primato insieme col Trentino Alto Adige). Ma la vegetazione è quasi ovunque minacciata dall’abbandono e dal cemento. Racconta Milena Debenedetti, consigliere comunale M5S a Savona: “A poche centinaia di metri dalla frana, sull’altro versante, è stato approvato il progetto per una serie di villette. Un progetto che girava da anni, era stato più volte respinto dalla Sovrintendenza, ma come accade in questi casi si va avanti a botte di varianti (peggiorative) finchè si ottiene l’approvazione”.

Ora, però, occorre capire se la frana è stabilizzata. Soprattutto perché nei prossimi giorni sono previste altre piogge anche intense. E sarebbe un problema per le indagini perché tutti i rilievi devono essere ultimati prima che il paesaggio cambi. Ma anche per i trasporti, perché va capito, e in fretta, quale sarà il destino dell’altra carreggiata del viadotto, quella che corre da Torino verso Savona. Tutti sperano che la struttura sia ancora integra e quindi possa raccogliere il traffico in entrambi i sensi di marcia.

Ieri la zona è stata oggetto di un sopralluogo da parte di Nicola Casagli dell’Università di Firenze e Luca Ferraris della Fondazione Cima. Si tratta dei due centri di competenza della Protezione Civile nazionale.

Il responso non è rassicurante: la frana è scesa dal crinale alto trecento metri a circa venti metri al secondo. Velocissima, quindi. E con una massa enorme: 30mila metri cubi di fango. La metà sarebbero ancora lì, appesi a un filo.

Falsi report, chiusa l’A26: due ponti a rischio crollo

Autostrada chiusa per motivi di sicurezza. Liguria paralizzata. Una decisione senza precedenti. La situazione, basta sentire le parole del procuratore di Genova Francesco Cozzi, è drammatica: “Sono viadotti a rischio rovina. Credo che il termine sia chiaro a tutti”.

Dopo un incontro in Procura a Genova, Autostrade ha comunicato ieri sera la decisione di chiudere la A26, Genova-Gravellona Toce. Formalmente una decisione di Autostrade, ma il concessionario non aveva scelta: “O la chiudete voi o ve la chiudiamo noi”, sarebbe stato in sostanza il messaggio della Procura che sta indagando sui falsi report di sicurezza. E così è stato: dopo poche ore l’autostrada era transennata. Sotto accusa i due viadotti Fado Nord e Pecetti Sud. Due ponti che secondo i report di sicurezza di Autostrade avrebbero riportato voti abbastanza confortanti, tali da consentire interventi nel medio periodo. Anni, insomma. Ma secondo i tecnici che per conto della Procura stanno analizzando tutti i viadotti della Liguria la situazione era molto diversa: ci sarebbe stata massima urgenza di intervenire. Le analisi compiute dai tecnici dei pm, si ragionava ieri in Procura durante l’incontro con Autostrade, hanno dato esiti decisamente preoccupanti. Bisogna prendere provvedimenti immediati.

L’urgenza della decisione è testimoniata dai tempi: una manciata di ore dopo la fine della riunione ecco che la A26 è stata chiusa. La Liguria così si trova vicina al tracollo: su sei arterie che la collegano al resto d’Italia tre sono chiuse. Stop da ieri sera alla Genova-Gravellona Toce (essenziale per i porti di Genova e Savona) che collega con Piemonte e Lombardia. E più avanti con la Svizzera e la Germania. Chiusa, dopo il crollo del viadotto avvenuto domenica, anche la A6 verso Torino. E chiuso, ovviamente, lo snodo che una volta era rappresentato dal Morandi. Disastro.

Ma il dubbio ormai pare chiaro: le autostrade liguri cadono a pezzi, letteralmente. Scrive Autostrade nel suo comunicato di tarda sera (praticamente contemporaneo alla chiusura): “La Direzione di Tronco di Genova comunica che a partire dalle ore 21:30 di oggi sarà chiusa al traffico in entrambe le direzioni la tratta dell’autostrada A26 compresa tra l’allacciamento con l’autostrada A10 e lo svincolo di Masone. Tale misura viene assunta per consentire l’esecuzione di verifiche tecniche sui viadotti Fado Nord e Pecetti Sud. La Direzione di Tronco condividerà i risultati di tali verifiche con gli enti competenti”.

Del resto i liguri si erano accorti da settimane che il sistema era al collasso: sono stati aperti in fretta e furia oltre cento cantieri. Su decine di chilometri di autostrade la circolazione è stata limitata. Birilli ovunque anche se poi nei cantieri non vedi sempre operai al lavoro.

In Liguria ormai non si contano più i viadotti che suscitano allarme. Sulla A26 ci sono anche Bormida, Pecetti, Gargassa e Gorsexio. Accanto al Morandi ecco il Sei Luci. Sulla A10 i tecnici stanno controllando Teiro (Varazze) e Letimbro (Savona). Sulla A7 tocca a Coppetta e Busalla. Sulla A12 destano preoccupazioni Bisagno, Veilino e Sori. Quattro viadotti – Ponticello, Bormida, Ponte Scrivia e Coppetta – hanno addirittura preso un voto di sicurezza pari a 70 (più alto il voto, minore la sicurezza): insomma, interventi immediati o limitazioni del traffico.

Ieri la chiusura. Ma potrebbe non essere finita. Cozzi e i pm Massimo Terrile e Walter Cotugno non hanno nessuna intenzione di veder crollare un altro ponte.

“Nata dalle mondine: è contro ogni invasore”

È stato uno dei fondatori dei “Cantacronache”, un gruppo – nato a Torino nel 1957 – che raccoglieva autori e musicisti impegnati, ricercatori musicali fondamentali per la storia della canzone italiana. “Imperava il festival di Sanremo con tutte quelle canzoni evasive e con alcuni amici ci siamo detti: ‘Perché non facciamo qualcosa?’. La Francia aveva una grande tradizione di canzone colta, la Germania anche. Anche noi volevamo una canzone intelligente”, racconta Emilio Jona, avvocato di 91 anni, che ha passato una vita a cercare, registrare e studiare canti popolari. “Credo che noi dei ‘Cantacronache’ abbiamo avuto una qualche importanza ‘sociologica’ sulla nascita dei cantautori – ammette -. Eravamo anticonformisti, non avevamo accesso né alla radio o tv, e andavamo in giro a suonare nei circoli nelle leghe, nei piccoli teatri di provincia. I vecchi contadini e i vecchi operai ci cantavano brani che nessuno aveva raccolto e che il fascismo aveva sradicato e noi alla fine degli anni Cinquanta li abbiamo fatti riemergere”.

Avvocato Jona, “Bella ciao” torna ciclicamente a essere cantata nelle strade delle proteste di tutto il mondo. La cantano le Sardine, ma anche i giovani libanesi, iracheni e sudamericani. Com’è possibile?

È una bellissima canzone, facile e molto orecchiabile, una scansione splendida sottolineata dal battito di mani.

Com’è nato il suo successo all’estero?

Deve tutto all’italo-francese Yves Montand che l’ha eseguita in Francia nel 1963. La presenza all’estero è molto interessante.

Un canto di protesta che però per alcuni non è un vero brano della Resistenza.

Non è vero che non sia mai stata cantata in quel periodo. Un po’ di tempo fa Presentando il libro ‘Bella Ciao!’ di Carlo Pestelli (edizioni Add, ndr) al Polo del Novecento, è intervenuta un’anziana signora dicendo che ricordava da bambina di aver sentito cantare quel brano dai partigiani durante la conquista di Alba nel 1944. Sicuramente non è stata importante come ‘Fischia il vento’, o alle canzoni fasciste che venivano rovesciate.

Quali erano le più importanti?

Il brano più noto era proprio ‘Fischia il vento’ e poi molti canti russi. Io ho lavorato molto sul canto toscano, un po’ particolare. Erano canzoni spontanee che nascevano nelle formazioni partigiane. Si cantava molto durante la Resistenza, come durante la Grande guerra o il ventennio fascista. Invece durante il secondo conflitto mondiale no. Si usavano strutture formali antiche della canzone epica-narrativa o della canzonetta. A volte si usa la parodia, ad esempio ‘Giovinezza’ diventava ‘Delinquenza’. Si rovesciavano di senso e si mimetizzavano, così che chi le cantava non potesse essere scoperto.

Invece qual è l’origine di ‘Bella ciao’?

L’origine di “Bella ciao” va ritrovata nelle campagne del Vercellese, tra le mondine che raccoglievano il riso. È stata registrata nella versione che conosciamo noi da Gianni Bosio e Roberto Leydi nell’estate 1962 a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, dall’ex mondina Giovanna Daffini che disse di averla appresa in una risaia di Vercelli. Poi Cesare Bermani ha trovato altre origini. Come brano ha alcuni elementi di ‘Fior di tomba’, una canzone raccolta da Costantino Nigra, e di ‘Vien Ninetta sotto l’ombrellin’.

Perché la cantavano?

Per le mondine cantare serviva ad alleviare la fatica e fare una forma di elementare propaganda politica. Il socialismo e l’anarchia avevano introdotto nelle canzoni una prospettiva diversa.

Tornando alla ‘Bella ciao’ partigiana: rispetto ad altri brani della Resistenza, il testo non aveva una chiara connotazione politica.

Manca l’elemento rivoluzionario, ma c’è l’elemento patriottico. Si è connotata come canzone di sinistra, ma è una canzone contro l’invasore. Strano che la destra la osteggi: ricordiamo che nel 2010 la Rai ha vietato a Gianni Morandi di cantarla a Sanremo come brano rappresentativo di quel periodo storico per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. È un’idiozia pura.

Dal Cile alle Sardine, un coro di “Bella Ciao”

È divenuta la colonna sonora della ribellione dei giovani che riempiono le piazze da nord a sud del Paese e, immediatamente, Bella Ciao, viene considerato, seppure storicamente non lo sia, un canto comunista. Ma Bella Ciao non è “Bandiera rossa” e neppure “Fischia il vento”. Allora cos’è veramente? È il canto, simbolo della Resistenza dei popoli contro l’oppressione che supera i confini nazionali per diventare l’inno dei rivoluzionari di tutto il mondo.

 

Santiago, Hong Kong e anche Netflix

La ascoltiamo intonare in tutte le lingue, in arabo, in cinese, in turco, in greco, l’abbiamo sentita cantare al termine del comizio ad Atene di Alexis Tsipras, dai manifestanti cileni in rivolta, da quelli di Piazza Taksim a quelli iracheni, a quelli di Hong Kong, dalle combattenti curde di Kobane, ai braccianti messicani in California.

È divenuta perfino la colonna sonora del movimento per la protezione dell’ambiente contro il cambiamento climatico e del movimento per la Pace.

Un canto che ha ricevuto una enorme spinta propulsiva anche grazie alla serie televisiva spagnola su Netflix La Casa di Carta.

Forse a identificarla con un canto comunista ha contribuito quel fiume di persone giunte in piazza San Giovanni il 13 giugno del 1984 per dare l’ultimo saluto al segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Da allora, come spiega il docente di Storia della lingua, musicista, cantautore, Carlo Pestelli, autore di “Bella ciao. La canzone della libertà”, libro sintetico, divulgativo pubblicato da Add editore: “La ‘comunistizzazione’ di Bella Ciao ha un doppio effetto: la rende uno spauracchio per la destra e ne aumenta il legame ideologico e politico con la sinistra. Per questo si ripetono con più frequenza i tentativi di censurare la canzone o di ometterla dalla memoria storica del nostro Paese, perché ricondotta a una sola parte politica, e quindi considerata antidemocratica”. Tanto è vero che nel 2011, in occasione del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia il cda della Rai di fronte alle proteste per aver trasmesso Giovinezza decise di cancellare anche Bella Ciao come se le due canzoni avessero la stessa, seppure opposta, valenza politica. Mentre Bella Ciao resta l’inno della resistenza planetaria dei popoli contro l’oppressione e l’ingiustizia che pochi giorni fa Don Biancalani – parroco di Vicofaro in provincia di Pistoia – non ha esitato a intonare con i fedeli al termine della Santa Messa, nonostante la reprimenda della Curia: “In Chiesa si debbono intonare solo canti appropriati”.

 

Piazza Maggiore a Bologna e le voci dei ragazzini

In piazza Maggiore a Bologna l’ha intonata, spontaneamente, al suo esordio il movimento delle Sardine: “È l’idea dell’unità del popolo contro la destra, è identità costituzionale” ci dice il filosofo Stefano Bonaga “la cantano in tutto il mondo, sono note di resistenza contro la prevaricazione, la prepotenza, in questo momento storico contro la prepotenza della Lega. A Bologna, c’ero, ero lì, hanno iniziato a cantarla ragazzini di 15, 16 anni. Quando li ho sentiti mi sono venuti i brividi e ho pensato: c’è speranza, vuol dire che la Costituzione la sentono viva come fosse la loro anima”.

La Boschi: “Ius soli non è una priorità”. Il Pd: “L’avete usato per prendere dati”

Che il Pd e Italia Viva passino la giornata a litigare non è una novità, fin dai tempi in cui il partito renziano neanche esisteva e i continui bisticci erano derubricati a “guerra tra correnti”. La novità di ieri, però, è l’accusa della dem Lia Quartapelle, che nel rispondere ad alcune dichiarazioni di Maria Elena Boschi, insinua che i renziani si siano procurati nomi e indirizzi di potenziali elettori con una manovra piuttosto opaca.

Tutto parte con l’ospitata dell’ex ministra toscana negli studi di Omnibus, da dove ha risposto sul tema dello Ius Soli, ovvero la possibilità, “mitigata” con lo Ius culturae, di concedere la cittadinanza italiana a chi nasce nel nostro Paese e qui completa un ciclo di studi: “C’è la necessità di fare un confronto in maggioranza. Se il M5S dà un’apertura noi siamo d’accordo, ma mi pare che in questo momento le priorità per gli italiani siano mettere in sicurezza il territorio, una legge di bilancio che consenta alle imprese di crescere e mettere più risorse sulle famiglie”. Posizione ribadita in giornata anche da Silvia Fregolent, un’altra delle scissioniste, che ripete il mantra della “non priorità” con tanti saluti a Nicola Zingaretti, che solo dieci giorni fa aveva indicato lo Ius Soli come una priorità dei dem. Ma oltre allo scontro sul merito, dal Pd si solleva un sospetto a cui per prima dà voce la deputata Lia Quartapelle : “Cari Comitati di Azione Civica Ritorno al Futuro, a settembre firmai la vostra proposta di legge per lo Ius Culturae. Oggi leggo che ci sono altre priorità. Avete cambiato idea oppure la vostra era una iniziativa opportunistica solo per raccogliere gli indirizzi e fondare un altro partito?”. In effetti soltanto la scorsa estate i comitati civici renziani, poi confluiti in Italia Viva, avevano lanciato una petizione sul tema, come ieri ha ricordato anche la dem Monica Cirinnà. Una giravolta un po’ troppo rapida, dicono dal Pd: più che una petizione, un modo per raccogliere dati per il nuovo partito. In attesa di tempi migliori per lo Ius soli.

La app non si vede. Tra “Zinga” e la base niente filo diretto

Chi lo sa, magari la app del Pd per permettere a iscritti ed elettori di partecipare alle decisioni online sarà pronta dopo la caduta del governo, dopo le elezioni, quando i dem saranno tornati all’opposizione e quello che fanno inciderà abbastanza poco sulla realtà da poter essere condiviso. Per adesso non si vede.

Eppure, tra i temi “caldi” sui quali l’elettore dem potrebbe avere un’opinione diversa da quella dei vertici, c’è, per dire, la prescrizione. Il Pd di governo sta conducendo una battaglia per dire che la norma Bonafede che cancella la prescrizione (che deve entrare in vigore il primo gennaio 2020) va cancellata. Quale occasione migliore per consultare la cosiddetta base (che poi, ormai, nessuno sa da chi è composta)? “Lo so – ammette Stefano Vaccari, responsabile Organizzazione – ma non siamo pronti. Stiamo finendo di mettere a punto la app”. Il problema parrebbe tecnico, ma ci vuole poco a capire che è politico. “Nella misura in cui si chiederà un parere, una valutazione, se ne terrà conto”. Ma come? Si faranno dei quesiti tipo quelli della piattaforma Rousseau, con domande secche, a cui rispondere sì o no? “No, quello non è previsto”. E dunque, come saranno le consultazioni? Quanto incideranno? “Si discuterà volta per volta”. La democrazia diretta è un tema da maneggiare con cura.

NicolaZingaretti parla di questo progetto fin dalla sua elezione a segretario, la scorsa primavera. E il 25 settembre annunciava – con tanto di video postato su Facebook – il lancio della app per il 15 ottobre. C’era persino lo slogan “tu vali tu” (una specie di richiamo polemico all’“uno vale uno” del M5S). E poi, si prevedeva un’iscrizione, pagando una quota associativa di 1 euro mensile. La app pareva pronta, con tanto di sezioni organizzate: “Attivismo e condivisione” avrebbe consentito a “ogni tesserato” di “condividere le verità del Pd”, “Consultazioni” doveva dare la “possibilità di dire la propria sui principali temi sociali e politici”. Nella sezione “Contributo”, si prevedeva che gli iscritti potessero leggere le proposte di legge e fossero dotati di “strumenti per apportare modifiche e aggiunte”. Nulla di tutto questo è successo. Anzi, se si prova a scaricare da Google Play la app del Pd (che dovrà essere disponibile per Android e Apple), appare Bob, ovvero quella di cui il Nazareno si dotò all’epoca di Matteo Renzi e che oltre alla propaganda (pure inutile, visto lo scarsissimo successo) non è mai andata.

Vaccari assicura: “Saremo pronti nelle prossime settimane”. D’altronde, da prima dell’estate ci lavora pure Francesco Boccia, che coordina i ragazzi del Politecnico di Bari e di quello di Milano. Dov’è il problema? “Non siamo nelle condizioni operative per avere una platea talmente vasta da essere credibile”, spiega Vaccari. Problema legittimo, per non dire essenziale. Ma possibile che non siano bastati questi mesi per risolverlo? E poi, chi decide qual è una platea significativa? Comunque, “la piattaforma deliberativa digitale” è stata inserita nello Statuto, approvato dall’Assemblea nazionale a Bologna, il 17 novembre. Dovrebbe servire “per l’analisi, il confronto, l’informazione, la partecipazione e la decisione, ovvero per la fase della discussione e del dialogo che precede e accompagna le decisioni assunte dagli organi rappresentativi e di decisione del partito”. Il tutto viene rinviato a un Regolamento da fare, che una direzione dovrà approvare. Prevista pure l’elaborazione di una Carta digitale dei dem. E si apre alla formazione di circoli online (necessari 10 iscritti) e di punti Pd (costituiti da 3 persone provenienti dallo stesso luogo di residenza, studio o lavoro). Dice Maurizio Martina, che ha curato la stesura dello Statuto, “c’è un modello nuovo”. Tutto da capire e sperimentare, però. Ancora Vaccari: “Iscritti ed elettori avranno diritti e doveri diversi nella partecipazione”. Il gioco si complica, il tempo passa.

Prescrizione: ecco il ddl. Ma il M5S avverte i dem

E ora Forza Italia prova a stanare il Pd. Perché domani nella conferenza dei capogruppo alla Camera verrà messa ai voti la proposta degli azzurri di calendarizzare con procedura di urgenza il disegno di legge Costa, che punta a sterilizzare l’entrata in vigore a gennaio delle norme che prevedono lo stop alla prescrizione dalla sentenza di primo grado, voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nella legge Spazzacorrotti. Norma difesa ieri da un post del capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio: “Sulla prescrizione non si può dire no come Salvini”. E dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che in un Forum all’Adnkronos si mostra ottimista: “Non c’è nessun allarme in relazione al fatto che c’è una norma vigente con cui scatta la prescrizione con la sentenza di primo grado”.

Eppure anche i dem chiedono di posticipare la nuova prescrizione. L’altro giorno Andrea Orlando che è vicesegretario del partito oltre che ex ministro della Giustizia, l’ha detto chiaro: “Senza un accordo con i 5 Stelle su come accelerare il processo diventa inevitabile il rinvio della legge sulla prescrizione”. Però non è affatto certo che il Pd voterà l’idea di Forza Italia di accordare l’urgenza al ddl Costa. che per approdare in aula con questa procedura ha bisogno di un voto all’unanimità in capigruppo. Che, dem o meno, non ci sarà comunque. “Noi dei 5 Stelle non la voteremo” spiega Eugenio Saitta, maggiorente grillino in commissione Giustizia di Montecitorio dove nel frattempo proseguono le audizioni sul testo. Ma anche se si decidesse per l’urgenza, il ddl non arriverebbe in aula comunque prima dell’11 dicembre, ossia dopo il via libera ai provvedimenti in un calendario intasato. Solo questa settimana sono previsti l’ok al decreto terremoto, l’esame del dl scuola, una mozione e il decreto fiscale. “La procedura di urgenza è un falso problema: perché il testo di Costa arriverà comunque in aula prima della fine dell’anno” dice il capogruppo dem Alfredo Bazoli. Che mette le mani avanti: “Non so come ci regoleremo in capigruppo ma dieci giorni non cambiano le cose, anche perché poi dopo la Camera (che potrebbe discuterne il 23 dicembre), servirebbe il via libera del Senato”.

Ma dieci giorni fanno la differenza, eccome. Perché il ddl è composto di un solo articolo. E se l’aula la prossima settimana decidesse di incardinarlo nei lavori, ribaltando la probabile decisione della capigruppo di non accelerare, potrebbe votarlo in poche ore. Con effetti da terremoto per la maggioranza se il Pd lo appoggiasse. Per questo Fi spinge il disegno di legge, forte dell’appoggio di Fratelli d’Italia e della Lega. Anche se lo Spazzacorrotti con annessa prescrizione, il Carroccio lo aveva votato quando era alleato con il M5S. “Ma il patto era quello di fare la riforma del processo penale prima dell’entrata in vigore delle nuove norme” dice il capogruppo del Carroccio in commissione Roberto Turri. Insomma nessun imbarazzo dalle parti di Salvini. E infatti Costa chiede non solo a tutto il centrodestra ma pure a Leu e a Italia Viva di Matteo Renzi una mano per affossare la legge Bonafede. Continuando a mettere sotto pressione il Pd. “Se pure il nostro tentativo andasse a vuoto in capigruppo – sostiene il forzista – sulla questione del calendario si dovrà esprimere l’aula, dove puntiamo a far emergere le contraddizioni nella maggioranza. Non si sono messi d’accordo sulla riforma per velocizzare i processi e mi pare difficile che riescano a farlo in 37 giorni, prima che le norme sulla prescrizione entrino in vigore. E allora delle due l’una: o cede Bonafede, o a perdere la faccia sarà Zingaretti. Vedremo se i dem avranno il coraggio di dire che la questione non è urgente”. Ma il M5S fa muro a difesa della riforma Bonafede. Così dopo un lungo silenzio sul tema ecco Di Maio, su Facebook: “A battersi contro questa norma di assoluto buon senso c’è la Lega che, dopo averla approvata, ha cominciato a dire ‘no, aspettate un attimo”.

Ora, però, punge il ministro, “mi aspetto che la musica sia cambiata. Il Pd, anche all’inizio della scorsa legislatura, diceva di interrompere la prescrizione ancor prima della sentenza di primo grado, già al rinvio a giudizio. Possiamo fare questo passo importante insieme”. Ignorando il ddl Costa, innanzitutto.

Plastic tax e auto: “Trovate coperture con piccoli cambi”

“Abbiamo trovato le coperture per la plastic tax e per le auto aziendali, abbiamo trovato la quadra”. A dirlo è il premier Giuseppe Conte che spiega: “Ci siamo resi conto che c’erano delle criticità e siamo in dirittura d’arrivo”. In particolare la maggioranza sta rivedendo la formula iniziale del fringe benefit sulle auto aziendali.

Resta, infatti, l’impronta ambientalista della legge di bilancio ma con alcune modifiche come “un credito d’imposta green del 10% per le imprese che realizzano investimenti in grado di ridurre le emissioni generate dai processi produttivi, per renderli più efficienti, minimizzando la produzione di rifiuti”.

Sulla plastica si parla di un taglio della tassa da un euro a un cifra compresa fra i 40 e gli 80 centesimi al chilogrammo, con in più un occhio di attenzione per gli imballaggi riciclati. Per le auto aziendali il governo starebbe studiando di farle concorrere al reddito per il 15% anziché il 30% quando si tratti di ibride o elettriche, elevato al 40% fino al 100% per i veicoli più inquinanti. In ogni caso la stretta riguarderebbe solo le auto comprate da gennaio in poi. Insomma, Conte continua a sponsorizzare il green new deal, quella svolta verde che, insieme al contrasto dell’evasione fiscale e all’abbattimento delle tasse per i lavoratori, il governo indica fra i principali obiettivi della legge di Bilancio.

Poi partecipando all’assemblea pubblica dell’Anfia (Associazione nazionale filiera industria automobilistica) nello stabilimento di Melfi (dove a marzo e giugno 2020 partiranno le nuove produzioni dell’ibrido), il premier Conte ha anche parlato della fusione Fca-Psa: “È un progetto industriale importante, così importante” che il governo “non può rimanere indifferente”.

Conte ha lanciato un monito affinché “la prospettiva progettuale non comprometta in nessun modo gli stabilimenti e l’occupazione in Italia, anche per quel che riguarda l’indotto”. Al termine dell’assemblea il premier ha voluto visitare la mensa dello stabilimento Fca, per pranzare e confrontarsi con i dipendenti.