Dal partito dell’io al partito del noi: lo aveva promesso più e più volte durante la corsa alle primarie, Nicola Zingaretti. Ma a quasi nove mesi dalla sua elezione a segretario, viene da chiedersi se in realtà non abbia esagerato: più che il partito del noi, il Pd zingarettiano sembra il partito del voi. E va bene che è un suo punto di forza, da sempre, quello di essere espressione di un gruppo, di riuscire a rispondere alle esigenze dei suoi vari dante causa, ma il segretario decide poco, da quando è partito il governo giallorosso ha sempre meno margini di movimento e nel provare a indicare una linea politica, è sempre più solo. I volti del governo sono quelli di Dario Franceschini e di Roberto Gualtieri. Il grado di vicinanza al segretario conta molto poco: i ministri vogliono governare, il capo delegazione dem è pronto a inventarsi qualsiasi cosa per far durare prima l’esecutivo Conte, poi la maggioranza Pd-M5s.
Per questo, l’asse con Base Riformista si rafforza di giorno in giorno. In fondo, Lorenzo Guerini, oltre a essere il ministro della Difesa, è democristiano non solo per formazione politica, ma pure per carattere. La corrente fondata con Luca Lotti ha ancora il gruppo più nutrito di parlamentari. E basta leggere le interviste quotidiane di Andrea Marcucci (capogruppo Pd in Senato) per vedere come ogni giorno corregga la segreteria. A Bologna, dopo tre giorni di dibattito “identitario” rigorosamente “de sinistra”, Giorgio Gori è salito sul palco e ha smontato tutto l’impianto della manifestazione, invitando il partito a farsi carico anche dei ceti produttivi e a non rinnegare il renzismo. Studia da segretario. E Br, comunque, prende tempo per affinare la proposta politica e scegliere un uomo di punta. Peraltro, dopo la scissione, Zingaretti ha proposto una segreteria unitaria. In teoria l’accordo c’è, in pratica il segretario non si decide. Soppesa gli equilibri, valuta pro e contro. Altra istantanea di Bologna: l’ultimo giorno interviene solo Elly Schlein, unica donna, in mezzo a un fuoco di fila di interventi maschili. Laura Boldrini, in prima fila, non parla. Tra i volti riconoscibili ci sono Roberta Pinotti, Marina Sereni, Simona Bonafè. Silenti pure loro. “Non c’è la fila nei bagni delle donne, perché in questo partito le donne non ci sono”: la polemica si espande all’osservazione spicciola.
Nell’impostazione della sua segreteria, Zingaretti ha avuto due interlocutori privilegiati. Goffredo Bettini ha dettato la linea: “Noi abbiamo la competenza, i Cinque Stelle il consenso”. Qualche mese dopo non è più così vero (M5s appare in caduta libera), Bettini continua a indicare volta per volta la via. Come quella di alzare il livello delle richieste Pd nel governo. L’altro è Paolo Gentiloni. Sparito per un po’ dai radar dopo la formazione del governo, visto che era stato lui ad avallare il no del segretario e soprattutto a spingersi un po’ troppo oltre per condizionarlo. Ma resta saldamente presidente del Pd, nonostante le sue dimissioni siano attese da mesi. Vista la poca sintonia tra Zingaretti e Franceschini, Gentiloni è di nuovo tra i consiglieri più ascoltati. Pure alla sinistra interna va bene fino a un certo punto: Andrea Orlando, il vice segretario, rosicchia peso politico, un giorno dopo l’altro. Non abbastanza per fare il segretario, forse, ma in realtà la nostalgia del leader tra i dem è già partita. Dopo aver sentito Maurizio Landini a Bologna sostenere che la sinistra ha esaurito la sua spinta propulsiva al cambiamento, molti hanno indugiato nel rimpianto: “Poteva essere lui il segretario”, hanno commentato per giorni. Last but not least, l’Emilia Romagna. In fondo, è Stefano Bonaccini che conduce il gioco. Il 26 gennaio è ormai la data del giudizio universale: se l’Emilia si perde, l’esperienza alla segreteria di Zingaretti è finita. Chissà che non abbia i giorni contati in ogni caso.