Il partito del “voi”: dal governo ai gruppi. Zingaretti conta poco e incide meno

Dal partito dell’io al partito del noi: lo aveva promesso più e più volte durante la corsa alle primarie, Nicola Zingaretti. Ma a quasi nove mesi dalla sua elezione a segretario, viene da chiedersi se in realtà non abbia esagerato: più che il partito del noi, il Pd zingarettiano sembra il partito del voi. E va bene che è un suo punto di forza, da sempre, quello di essere espressione di un gruppo, di riuscire a rispondere alle esigenze dei suoi vari dante causa, ma il segretario decide poco, da quando è partito il governo giallorosso ha sempre meno margini di movimento e nel provare a indicare una linea politica, è sempre più solo. I volti del governo sono quelli di Dario Franceschini e di Roberto Gualtieri. Il grado di vicinanza al segretario conta molto poco: i ministri vogliono governare, il capo delegazione dem è pronto a inventarsi qualsiasi cosa per far durare prima l’esecutivo Conte, poi la maggioranza Pd-M5s.

Per questo, l’asse con Base Riformista si rafforza di giorno in giorno. In fondo, Lorenzo Guerini, oltre a essere il ministro della Difesa, è democristiano non solo per formazione politica, ma pure per carattere. La corrente fondata con Luca Lotti ha ancora il gruppo più nutrito di parlamentari. E basta leggere le interviste quotidiane di Andrea Marcucci (capogruppo Pd in Senato) per vedere come ogni giorno corregga la segreteria. A Bologna, dopo tre giorni di dibattito “identitario” rigorosamente “de sinistra”, Giorgio Gori è salito sul palco e ha smontato tutto l’impianto della manifestazione, invitando il partito a farsi carico anche dei ceti produttivi e a non rinnegare il renzismo. Studia da segretario. E Br, comunque, prende tempo per affinare la proposta politica e scegliere un uomo di punta. Peraltro, dopo la scissione, Zingaretti ha proposto una segreteria unitaria. In teoria l’accordo c’è, in pratica il segretario non si decide. Soppesa gli equilibri, valuta pro e contro. Altra istantanea di Bologna: l’ultimo giorno interviene solo Elly Schlein, unica donna, in mezzo a un fuoco di fila di interventi maschili. Laura Boldrini, in prima fila, non parla. Tra i volti riconoscibili ci sono Roberta Pinotti, Marina Sereni, Simona Bonafè. Silenti pure loro. “Non c’è la fila nei bagni delle donne, perché in questo partito le donne non ci sono”: la polemica si espande all’osservazione spicciola.

Nell’impostazione della sua segreteria, Zingaretti ha avuto due interlocutori privilegiati. Goffredo Bettini ha dettato la linea: “Noi abbiamo la competenza, i Cinque Stelle il consenso”. Qualche mese dopo non è più così vero (M5s appare in caduta libera), Bettini continua a indicare volta per volta la via. Come quella di alzare il livello delle richieste Pd nel governo. L’altro è Paolo Gentiloni. Sparito per un po’ dai radar dopo la formazione del governo, visto che era stato lui ad avallare il no del segretario e soprattutto a spingersi un po’ troppo oltre per condizionarlo. Ma resta saldamente presidente del Pd, nonostante le sue dimissioni siano attese da mesi. Vista la poca sintonia tra Zingaretti e Franceschini, Gentiloni è di nuovo tra i consiglieri più ascoltati. Pure alla sinistra interna va bene fino a un certo punto: Andrea Orlando, il vice segretario, rosicchia peso politico, un giorno dopo l’altro. Non abbastanza per fare il segretario, forse, ma in realtà la nostalgia del leader tra i dem è già partita. Dopo aver sentito Maurizio Landini a Bologna sostenere che la sinistra ha esaurito la sua spinta propulsiva al cambiamento, molti hanno indugiato nel rimpianto: “Poteva essere lui il segretario”, hanno commentato per giorni. Last but not least, l’Emilia Romagna. In fondo, è Stefano Bonaccini che conduce il gioco. Il 26 gennaio è ormai la data del giudizio universale: se l’Emilia si perde, l’esperienza alla segreteria di Zingaretti è finita. Chissà che non abbia i giorni contati in ogni caso.

Conte, Grillo, le Sardine e l’Armageddon della malinformazione

Dieci giorni fa, mentre sui teleschermi scorrevano le immagini di piazza Maggiore a Bologna gremita di ragazzi (e non soltanto) che avevano risposto all’appello delle Sardine, da giornalista mi sono chiesto: perché non ne sapevamo (non ne sapevo) niente? Dove stavamo, di cosa ci occupavamo mentre questo mondo cresceva, si può dire, sotto i nostri occhi?

Una domanda analoga imbarazzò il direttore del New York Times il giorno dopo la sorprendente vittoria di Donald Trump, l’8 novembre del 2016. Sorprendente perché la notte precedente tutti i principali media americani davano per sicuro il successo di Hillary Clinton. Il giornalista forse più informato del mondo fece mea culpa: pensavamo che l’America fosse Manhattan dove i Democratici hanno sempre stravinto e non abbiamo capito che la Rust Bell (la cintura della ruggine, ex cuore industriale degli Stati Uniti) non ne poteva più. Forse, pensarono in molti, sarebbe bastato andarci. A parziale consolazione potremmo citare la rivolta dei gilets jaunes in Francia, scoppiata all’insaputa di giornali e governo. E più in generale l’avanzata del fronte sovranista in tutta Europa che ci ha colti di sorpresa fin quando i sondaggi, giusto un anno fa, non segnalarono che il consenso per Matteo Salvini e Giorgia Meloni era di colpo raddoppiato. Per non parlare di dieci anni fa, quando furono pochissimi a prevedere che i 5stelle avrebbero sfondato (non certo l’allora presidente Giorgio Napolitano che così commentava i primi successi elettorali grillini: “Boom? Io ricordo solo quello degli anni 60”). Tranquilli, non sto per propinare il solito triste pippone autocritico sui vizi, signora mia, del giornalismo lontano dalla gente. Questo diario vorrebbe semplicemente tentare di rispondere, a uso e consumo di chi lo legge (e di chi lo scrive), al quesito iniziale sulle Sardine moltiplicatesi a nostra (a mia) insaputa. Mentre, come ho già scritto, noi eravamo lì a spaccare in quattro un sospiro di Salvini, Di Maio o Zingaretti. Ecco un paio di possibili spiegazioni.

La schiavitù dell’immediato. Da sempre il giornalismo lavora sull’urgenza, ma la fretta di raccontare, spiegare, interpretare nella turbovelocità dei social media si trasforma in precipitazione parossistica. Dove a volte basta un tweet a stravolgere una prima pagina. Sull’argomento rimando a Francesco Rutelli che Contro gli immediati ha scritto un libro: “I nostri problemi sono intersecati, interdipendenti, complessi? Hanno origini lontane, multistrutturate, spesso fuori della nostra portata? Non ci interessa: noi adoriamo chi li sforbicia, li affetta, li sminuzza in formati confortevoli. Nessuno ha più voglia di masticare: molto meglio gli omogeneizzati”. Frase che calza a pennello con il milionesimo resoconto sull’ultima, imperdibile dichiarazione di Salvini, Di Maio o Zingaretti in una coazione a ripetere che ci fornisce un “formato confortevole”. Magari stando comodamente seduti in uno studio televisivo, evitando di aprire la finestra e di guardare cosa succede in piazza.

L’ipnosi da catastrofismo. Da quando frequentiamo i giornali, ci hanno insegnato che una buona notizia non fa notizia. Ok. Ma, se passiamo il nostro tempo immersi nell’apocalisse permanente, la finestra è meglio tenerla chiusa per non buttarci poi di sotto. Giorni fa, nell’ascoltare la rassegna stampa del mattino commentata da un valente collega, esitavo perfino a uscire di casa. L’ex Ilva praticamente chiusa, fallita con ventimila famiglie ridotte sul lastrico. Venezia prossimamente sommersa per sempre dalle acque. La legge di Bilancio massacrata da cinquemila emendamenti, più della metà dei quali prodotti dal fuoco amico della maggioranza. Il Movimento 5 Stelle ridotto in polvere. Beppe Grillo in procinto di cacciare Di Maio. Il governo al passo dell’addio. Le cavallette. Mentre il collega sembrava Orson Welles che annuncia alla radio lo sbarco dei marziani sulla terra (fortunatamente non vero), mi sono concesso ancora un giorno prima di fare testamento.

Ho fatto bene, dal momento che il colloquio tra il premier Conte e i signori Mittal ha forse aperto uno spiraglio per il futuro dell’industria di Taranto. Che i veneziani si sono rimboccati le maniche, come fanno da secoli, e hanno asciugato case e negozi senza piagnucolare sulla fine del pianeta. Che con i cinquemila emendamenti siamo nella media con tutte le precedenti leggi di Bilancio: di importanti ne resteranno in vita un pugno, quelli che in genere vengono approvati con il consenso del governo. Grillo ha visto Di Maio e lo ha riconfermato alla guida del M5S. E il governo Conte sembra ne abbia tratto giovamento. Tutto ciò, naturalmente, fino al prossimo Armageddon. Certo che, se l’informazione vive concentrata sulla naturale schizofrenia dei fatti, non avrà modi di accorgersi delle sardine e neppure delle balene.

Ps. Forse però aveva ragione quel mio vecchio direttore a cui rompevo le scatole proponendo immaginifici reportage sulla società del futuro. Al che mi rispose secco: limitati a raccontare ciò che hai sotto il naso, se ci riesci.

Emilia, Di Maio tira dritto. Ma ora non si trova il nome

“Ne ho parlato con Beppe, da statuto non possiamo sostenere il candidato di un partito, anche se ci corteggiano non si può fare e non dobbiamo permettere che questo voto sia strumentalizzato per dinamiche nazionali”. Discorso chiuso per Luigi Di Maio, sottolineato da un lungo applauso della base, riunita a Bologna al Savoia hotel Regency. Si correrà da soli, nonostante le offerte di desistenza di Stefano Bonaccini, attuale governatore Pd e da stasera ufficialmente un avversario. “Dobbiamo dire ai dem: copiateci il programma” sostiene ancora il capo. Eppure, come spiega più di uno dei presenti, big compresi, il candidato o la candidata presidente del M5S non si trova. A vuoto finora le proposte in tutta la Regione.

L’atmosfera è tesa, non sembra l’inizio di una campagna elettorale ma più una resa dei conti. Manca Massimo Bugani, consigliere comunale bolognese e capo staff di Virginia Raggi, una scelta difficile da definire casuale. I colleghi, Andrea Bertani, Silvia Piccinini e Raffaella Sensoli arrivano invece insieme, manca la quarta Giulia Gibertoni. E poi il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, i senatori Michela Montevecchi, Marco Croatti. Gabriele Lanzi fa il moderatore: “La voce dei nostri attivisti è chiara, ci presenteremo senza alleanze”. Poche spille con il logo del Movimento, nessuna bandiera, tantomeno striscioni. La sala si riempie, circa 200 tra attivisti e politici locali, senatori che sono in attesa di sapere se correranno con o contro il Pd.

Tra le più agguerrite Maria Edera Spadoni, vice presidentessa della Camera: “Mancano cinquanta giorni, è ora di far partire questa campagna elettorale”. Nessun dubbio, nemmeno davanti ai colleghi di partito che, da Roma, continuano a chiedere di demandare la questione a Rousseau: “Alle elezioni in Emilia-Romagna ed in Calabria vogliamo andare: a) da soli; b) provare a trovare dei temi col centro sinistra; c) provare a trovare dei temi col centro destra”. Roberta Lombardi, consigliera M5S alla Regione Lazio ed esponente storica Cinquestelle, da giorni tamburella sul tema. A farle eco Giuseppe Brescia, presidente della commissione Affari costituzionali alla Camera, “inizialmente condividevo la linea di Luigi di non presentarci, ma capisco anche la grande pressione arrivata dai territori. Adesso però non escluderei di tornare su Rousseau per chiedere agli emiliano-romagnoli e ai calabresi se preferiscono vederci correre da soli o alleati con il Pd”.

La base, ritrovata a Bologna, sembra riflettere la stessa frattura. Divisi su cosa o chi seguire ma pronti a scendere in piazza con banchetti elettorali e striscioni. “Mi ricordo la campagna del 2015, facevamo a gara a chi portava il materiale e distribuiva volantini, adesso sembra che ci stanno costringendo” sussurra un attivista della prima ora. Di Maio lo sa, gran parte del suo intervento verte su questo: “Il Movimento è nato dal territorio e deve dotarsi di una struttura per riappropriarsi del territorio”.

Preparato Bonaccini, che già in mattinata aveva sottolineato il pericolo di questa scelta: “Non so se il M5S abbia fatto bene i calcoli. Se decidono di andare da soli, amici come prima e avversari leali. Nelle elezioni regionali c’è la legge elettorale a turno secco, la notte del voto chi ha un voto in più vince, lo scontro si polarizzerà e il M5S rischia di rimanere schiacciato da questa polarizzazione”, rimarca il governatore, che invita i grillini “a riflettere: se restare schiacciati tra noi e la Lega, oppure provare a prendersi una responsabilità per provare a governare”.

Il regime tv che ci ha mandato in coma

L’Impar condicio, come l’ha battezzata ieri questo giornale, è la par condicio sistematicamente negata, trasgredita, violata fin da quando fu istituita per legge nel 2000. Sono passati vent’anni e tutto è rimasto come prima, anzi peggio di prima. Tant’è che forse bisognerebbe introdurre il reato di vilipendio della par condicio, a carico di tutti coloro che lo commettono e lo reiterano pressoché quotidianamente: le “sette sorelle” della tv generalista, cioè le tre reti della Rai, con l’aggravante però che qui si tratta di servizio pubblico; le tre reti Mediaset, detentrici assolute del conflitto d’interessi; e buon’ultima, La7 di Urbano Cairo, considerato a torto o a ragione un clone di Silvio Berlusconi. E se la par condicio, vale a dire la parità di trattamento ovvero la garanzia delle “pari condizioni”, è il fondamento della telepolitica, il baluardo della democrazia moderna, il paradigma della società della comunicazione, allora l’impar condicio  diventa il rifiuto di tutto ciò, la base di una “democrazia dispotica”, il principio di una svolta antidemocratica e autoritaria.

Non è un caso che dai dati forniti dalla cosiddetta Autorità sulle Comunicazioni, in arte Agcom, e pubblicati ieri dal Fatto, il maggior beneficiario di questa violazione risulti Matteo Salvini, capo assoluto della Lega; campione italiano del nazionalismo e del sovranismo; paladino dell’intolleranza e dell’odio sociale. Se negli ultimi quattro mesi, da luglio a ottobre, è riuscito a comparire complessivamente per 101 ore e 17 minuti in tv, più del premier Giuseppe Conte e il doppio dei leader del M5S e del Pd, questa anomalia non dipende soltanto dalla sua indubbia capacità comunicativa e dalla sua forza mediatica. Dipende da una torsione e distorsione dell’intero sistema televisivo che dura, purtroppo, da più di trent’anni. Da quando iniziò l’assalto all’etere da parte del Biscione e s’inaugurò il “Far West delle antenne”. E non è un caso neppure che Salvini sia, politicamente parlando, il “figliol prodigo” di Sua Emittenza, il figlio che prima l’ha tradito e poi l’ha adottato come padre putativo, l’erede designato.

L’Impar condicio è il mostro mediatico partorito da due genitori: da una parte, il duopolio tv Rai-Mediaset, denominato Raiset; e dall’altra, il conflitto d’interessi magistralmente interpretato e impersonato dall’ex Cavaliere. Fu lui, a metà degli anni 80, a rivoluzionare nel bene e nel male il sistema televisivo italiano, attaccando il monopolio pubblico. E fu ancora lui, dieci anni dopo, a portare al governo sotto le insegne del conflitto d’interessi gli ex o post fascisti insieme ai seguaci di Umberto Bossi, leader della Lega Nord, a quell’epoca autonomista e secessionista. Una Lega che, anche senza la denominazione geografica, tale resta nell’animo nonostante l’illusionismo propagandistico di Salvini che l’ha accreditata perfino agli occhi disperati e smarriti dei “terroni”.

Troppo a lungo è durato il regime televisivo per sorprendersi che ora è come se il tema del pluralismo nell’informazione non esistesse più per l’opinione pubblica e per la politica. Una volta questi dati dell’Agcom avrebbero sollevato uno scandalo, una reazione di protesta, se non proprio una sollevazione popolare. Ma ormai l’Agcom è un’Authority senza autorità. Oggi l’opinione pubblica è in uno stato letargico o addirittura di coma profondo; narcotizzata, inebetita, intontita da 35 anni di catalessi. E la politica, povera politica, è suddita, subalterna, sottomessa alle “sette sorelle”; ai signori, alle signore e signorine delle sedicenti reti generaliste. Viene quasi da rimpiangere i bei tempi in cui i 5stelle, o i grillini come si diceva allora, si rifiutavano di andare in tv o di rilasciare interviste per non essere contaminati. Non resta che affidarsi alla mobilitazione delle Sardine, nella gioiosa speranza che non si facciano mangiare dagli “ex squali” berlusconiani e dai pescecani della telepolitica o non subiscano lo choc anafilattico delle “vespe” televisive.

“Ieri massacravano Silvio per questo, ma ora va in tivù meno della Meloni”

Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e membro della commissione di Vigilanza, nonché ex direttore di Panorama, che ne pensa di Salvini che sovrasta tutti per presenze nei tg e nei programmi d’informazione?

C’è un problema di fondo. Ormai l’informazione in tv obbedisce a due regole principali. Da una parte c’è la spettacolarizzazione: si guarda di più alle urla, alle liti, ai tweet e ai social che a spiegare e comprendere i problemi. Dall’altra, c’è la questione del servilismo nei confronti del potere. Ho ancora negli occhi la prima serata data a Conte su Rai1 per parlare della manovra economica in un programma dedicato alla crisi in Turchia. Incredibile. Se l’avesse fatto Berlusconi l’avrebbero massacrato. I dati, però, si possono leggere in tanti modi: i minuti di Zingaretti, Conte e Di Maio, per esempio, superano quelli di Salvini.

Il problema del pluralismo in tv però è evidente. Come si può risolvere?

Mi pare che su questo tema la famosa politica del cambiamento dei 5 Stelle abbia fallito. Due le strade: o si ha il coraggio di privatizzare la Rai, ma non credo sia all’ordine del giorno, oppure per avere una tv pubblica meno prigioniera della politica i nomi dei consiglieri d’amministrazione vanno individuati non per l’appartenenza politica ma in base alle professionalità. Se ci sono uomini di buona volontà pronti a sedersi intorno al tavolo e tentare di realizzare una riforma seria della tv pubblica, noi ci siamo. Se invece qualcuno, come i 5 Stelle, continua a parlare di membri del Cda estratti a sorte, allora no.

Anche Berlusconi in passato batteva tutti i record di presenze in tv.

Berlusconi per questo veniva massacrato da tutti: avversari politici, giornali, media internazionali. Noto che a Salvini non viene riservato il medesimo trattamento. Il nostro leader per la sinistra è stato per anni il mostro da distruggere, il moloch da abbattere, quindi si usava ogni arma contro di lui, a partire dall’informazione e dal presunto conflitto d’interessi. Salvini è molto odiato nel Paese, ma ancora non ha raggiunto i livelli di odio che hanno caratterizzato la stagione dell’anti- berlusconismo.

A guardare i dati, Mediaset pende sempre molto verso il centrodestra e Forza Italia. Il conflitto d’interessi non è stato mai risolto.

I dati da voi citati sono quelli di ottobre, quando era in corso la campagna elettorale in Umbria, con Berlusconi impegnato in prima persona e quindi molto esposto. Se prendete i numeri delle sue presenze in tv di settembre o di altri mesi, potrete vedere che quelle percentuali anche in Mediaset scendono parecchio. Tanto che nella classifica da giugno a novembre Berlusconi non c’è, ha addirittura meno minuti di Giorgia Meloni. E anche questo tanto normale non è.

“Serve una riforma sul modello Bbc. Conflitti d’interessi, basta con i silenzi”

Primo Di Nicola, vicepresidente della commissione di Vigilanza per il M5S, cosa ne pensa dei dati pubblicati dal Fatto, sull’iper-presenza di Matteo Salvini in tv a scapito degli altri leader e del premier Conte?

C’è uno squilibrio evidente. Questa sovraesposizione di Salvini e del centrodestra non trova nessuna giustificazione in termini di buon giornalismo e buona informazione. Non c’è nessun motivo che possa giustificare una differenza del genere. Siamo di fronte a uno squilibrio che uccide il pluralismo e il modo corretto di fare informazione in Italia.

Guardando più in generale al futuro, come si risolve il problema?

Adottando delle regole a monte del sistema radiotelevisivo che mettano una distanza tra la politica e la tv. Per la Rai, la strada obbligata è una riforma con l’istituzione di un organismo autonomo rappresentativo per esempio delle professionalità e delle competenze del Paese, ma pure dell’università e del sindacato, che governi il sistema della tv pubblica e si occupi di nominare il Cda. Poi quest’ultimo, in assoluta autonomia, provvederà a fare le nomine interne, a cominciare dall’amministratore delegato. Solo così si potrà avere una Rai indipendente e pluralista.

Se ne parla da tempo, ma non si è fatto nulla però.

Noi siamo pronti a elaborare una sintesi dei progetti di legge presentati finora, come quello di Roberto Fico e altri, che vadano verso un modello anglosassone del sistema radiotelevisivo. In Gran Bretagna il modello Bbc funziona, non si capisce perché non debba funzionare anche da noi.

Il tema del conflitto d’interessi tra politici e informazione, da quando Berlusconi non è più al potere, sembra però sparito dall’agenda politica.

È vero, ed è un problema perché sull’informazione in Italia c’è davvero un’emergenza democratica. E non riguarda solo le tv: la carta stampata, per esempio, è quasi completamente nelle mani di soggetti che hanno interessi prevalenti in altri settori e quindi usano i loro mezzi d’informazione per curare le loro relazioni non guardando come si dovrebbe all’interesse dei cittadini di essere informati correttamente. I giornali forse sono poco appassionati al dibattito perché sono parte in causa. Che non se ne parli più, però, è colpa soprattutto della politica: siamo noi che dobbiamo riportare il tema al centro dell’agenda. Sul conflitto d’interessi di Berlusconi, poi, la sinistra ha la colpa di aver fatto finta di agire senza arrivare alla sostanza della questione. I dati su Mediaset dimostrano come il conflitto d’interessi dell’ex Cavaliere sia ancora in piedi, come sempre in questi anni.

La Rai dei partiti è ferma: niente multe per chi sfora

I dati elaborati dall’Agcom e pubblicati ieri dal Fatto dimostrano ancora una volta come la Rai sia sempre in mano alla politica. E finché la tv pubblica è ostaggio dei partiti sarà difficile risolvere il problema del pluralismo dell’informazione in tv. Ci sarà sempre un padrone delle ferriere che domina incontrastato.

Prima era Silvio Berlusconi, poi è stato Matteo Renzi e ora c’è Matteo Salvini. Passando nel corso degli anni dai vari Walter Veltroni, Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Maurizio Lupi, etc.

I 101 minuti di presenze televisive del leader leghista, da luglio a ottobre 2019, comunque, fanno impressione, soprattutto se paragonati alle 90 ore del premier Giuseppe Conte, alle 36 ore di Luigi Di Maio, alle 29 di Nicola Zingaretti e alle 14 di Giorgia Meloni.

Il problema è che la questione non viene affrontata in Cda come si dovrebbe. Tutti i vertici Rai su questo tema hanno sempre dormito sonni profondi. In consiglio di amministrazione, infatti, quando se ne parla è sempre perché qualcuno solleva il problema pro domo sua. Ovvero c’è magari il consigliere di destra che s’inalbera se alla sua parte politica è stato fatto un torto, o come presenza televisiva o sui contenuti. Stessa cosa a sinistra. Il tema tiene banco per qualche minuto, magari ci si accapiglia un po’ tra i consiglieri, amministratore delegato e presidente di turno fanno le dovute rassicurazioni e poi finisce lì. Non si arriva mai ad affrontare il tema in maniera seria per arrivare a possibili soluzioni.

L’unico deterrente, forzato, è la par condicio, che scatta a 30 giorni dalle elezioni. Una sorta di camicia di forza messa a un malato che non risolve la genesi della malattia. “Il tema non riguarda solo il minutaggio dei politici e nemmeno solo la politica. Un vero pluralismo andrebbe adottato su tutto. Per esempio, quando si raccontano le cose sempre allo stesso modo o invitando nelle trasmissioni le stesse persone, dall’Ilva all’Alitalia fino alle questioni ambientali o alimentari, non si fa un buon servizio pubblico, né buona informazione”, spiega Riccardo Laganà, il consigliere eletto dai dipendenti.

L’altro argine sono i richiami e le multe dell’Agcom. Il problema è che, se i richiami ci sono, e anche numerosi, quasi mai si arriva alla sanzione economica. Tra le ultime multe arrivate, per esempio, c’è stata quella per un servizio del Tg2 di Sangiuliano che fece infuriare l’ambasciata di Svezia e quella per una bestemmia in diretta di Tiberio Timperi a Unomattina. Sul pluralismo, invece, di fronte a un forte squilibrio, di solito l’Agcom invita la rete, il tg o il programma in questione a riequilibrare. L’ultima polemica è per un’intervista a Unomattina a Matteo Salvini (ancora lui) facendo infuriare i renziani. “Abbiamo presentato un’interrogazione in Vigilanza perché ha affermato palesi e conclamate falsità”, dicono Michele Anzaldi e Luigi Marattin. Che pure notano come “i conduttori non hanno mai ribattuto nulla a Salvini” e gli hanno “permesso di chiedere l’arresto del presidente del Consiglio”, aggiungono riferendosi al fatto che per il leghista Conte andrebbe “messo in galera” per “alto tradimento”.

“Di pluralismo si è parlato anche in fase di elaborazione del piano industriale, ma poi più nulla”, sostiene ancora Laganà. E proprio sul piano industriale oggi è prevista un’importante audizione dell’ad Fabrizio Salini davanti alla commissione di Vigilanza. A due giorni dal Cda del 28 novembre in cui è prevista una bella infornata di nomine. Ovvero i 9 direttori di genere e i 3 delle reti. Secondo alcuni, verranno toccati anche i tg (il Pd sarebbe in pressing per avere il Tg3 con Mario Orfeo e conquistare spazio nei confronti dei direttori in quota Lega), mentre secondo altre fonti le testate per il momento non verranno toccate.

Compagno Billionaire

Solo due anni fa, Renzi spiegava al Pd cos’è la sinistra, essendone uno dei massimi esperti mondiali: “Essere di sinistra non significa rincorrere i dogmi del passato, salire su un palco, alzare il pugno e cantare Bandiera rossa. Non è con l’amarcord che si difendono i diritti dei più deboli, le ragioni dell’inclusione, l’attenzione per le periferie, per gli esclusi dalla catena della decisione”. E tutti lo prendevano sul serio. Ora che ha fondato un nuovo partitucolo, può finalmente realizzare la sua sinistra in santa pace, senza nessuno che gli leghi le mani o gli remi contro. Infatti ha subito iniziato a fare cose di sinistra tipo girare il mondo con conferenze a pagamento, riabilitare B., attaccare i pm che lo indagano per le stragi, opporre fiera resistenza alle norme anti-evasione del governo di cui fa parte e invitare Forza Italia a confluire in Italia Viva. Per far sentire i forzisti meno soli, sta imbarcando quasi tutti i condannati, gli imputati e gli indagati del Pd, ma anche di FI. E l’altro giorno, per meglio difendere i deboli e le periferie, è volato a Riyad per incontrare i compagni emiri e cenare al Billionaire con Flavio Briatore, celebre pensatore terzinternazionalista prescritto per false fatture e indagato per corruzione, e con Tommaso Buti, noto intellettuale operaista arrestato e imputato per bancarotta fraudolenta. I due lo guardavano storto perché è ancora colpevolmente incensurato, anzi neppure indagato, il che lo rende parecchio inaffidabile. Ma li ha subito tranquillizzati con le sue credenziali al di sotto di ogni sospetto: suo padre e sua madre hanno una condanna in primo grado per false fatture e il babbo altri processi che promettono bene, per non parlare del suo Giglio Magico fornitore ufficiale delle migliori procure.

Ora il Compagno Billionaire sta studiando le prossime mosse per completare la svolta a sinistra. Boschi permettendo, dirà alla Carfagna: “Se non fossi già sposato, ti sposerei”. Quando ne verrà respinto (“Ma ti sei visto?”), annuncerà il suo fidanzamento con Francesca Pascale. Quando lei smentirà tutto (“Piuttosto mi metto con la Bellanova”), ingaggerà un boss mafioso come stalliere nella villa con mausoleo di Firenze. Quando quello rifiuterà (“Uomini d’onore siamo, dei cazzari non ci fidiamo”), spiegherà di aver imposto la Ascani all’Istruzione “perché mi ha detto di essere la nipote di Mubarak”. Quando Mubarak negherà (“Era più credibile quella di Ruby”), farà l’elogio della prescrizione. Anzi no, quello l’ha già fatto. Ma potrebbe rifarlo perché è impossibile che ricordi tutte le cazzate che spara. L’unica differenza dal passato è che ieri le sparava gratis, ora invece lo pagano.

“Food and go”: mille sfaccettature dell’eterno aperitivo

Significa “ora felice” ed ha cominciato a farsi strada nel cuore degli italiani dall’inizio del nuovo millennio. Parliamo dell’happy hour, abitudine ormai consolidata del Belpaese. La Spritz-economy, giusto per dare un’idea del fenomeno, secondo Federvini, in Italia fattura 4,3 miliardi. “L’aperitivo piace perché è low cost e meno impegnativo, una via di mezzo: ha preso il posto della cena per il primo appuntamento e quello del caffè per un incontro di lavoro”, dice il proprietario di un noto locale romano. Tra un’oliva e un anacardo, in fondo, possono venire fuori cose interessanti. Ma è l’alcool la vera attrattiva, l’unica forma di seduzione analogica che, forse, ancora sopravvive a Tinder e al mondo virtuale. La formula è vincente: qualche nocciolina e tanto alcool possono portare non pochi soldi nelle tasche o nelle casse di chi lo organizza. E la Spritz-economy sale. Lo hanno capito bene anche i supermercati che si stanno attrezzando in versione happy hour. In fondo, se si va a bere un bicchiere al super è inevitabile ricordarsi di dover comprare qualcosa, sia pure il latte per il giorno dopo che, chissà perché, manca sempre. Lo schema è costantemente lo stesso e l’alcool fa da specchietto per le allodole: non bastano più gli sconti e le promozioni, le persone preferiscono l’on line. L’unica attrattiva è la convivialità davanti a un buon bicchiere di vino. E così, il binomio aperitvo-supermercato si sta estendendo in tutto lo stivale, a partire da Roma dove un supermercato dei Parioli ha messo all’ingresso due tavolini con gli sgabelli, tovaglioli, bicchieri di plastica, sale e olio. Come dire: “Venghino signori, venghino!”. Si compra quello che si vuole e si mangia lì. La scelta è strategica perché nelle vicinanze c’è una sede dell’università Luiss e la sera i ragazzi vanno a farsi un aperitivo economico con birra e patatine comprate tra gli scaffali.

È il così detto food and go da non confondere col take away o col food street: cibo e vai, ovvero si compra una cosa da mangiare e la si consuma sul posto. Lo stesso concept, ma un po’ più strutturato, si trova a Milano dove, in un supermercato di corso Garibaldi, si può mangiare pizza, panini, insalate e bere un (ottimo?) drink. Il costo è di solo otto euro a cui si aggiunge l’inevitabile spesa per casa.

Tornando nella Capitale, tra i concept store dove “si beve e si acquista” l’ultima frontiera è quella dell’abbigliamento. Nella zona Talenti c’è un negozio che vende abiti e scarpe all’interno di un locale: “Il 90% delle persone che viene per l’aperitivo, entra anche nel negozio, se non altro per curiosità” dice un cameriere. Infine, ora che si avvicina il Natale, l’aperitivo arriva anche nei mercati rionali: la sera, tra uno spettacolo di show cooking e una manifestazione politica, il mercato Testaccio si riempie di giovani. Il box più ambito è Mordi e Vai (food and go de noantri) che fa panini con la trippa. Un boccale di birra per scaldarsi e pronti per gli acquisti natalizi.

La parentopoli della comunità montana: non doveva chiudere?

Una comunità montana è per sempre, deve aver pensato il forzista Gianluca Quadrini la sera del 31 dicembre 2018. A capodanno, invece di brindare, il presidente della Comunità montana Valle del Liri (Frosinone) approvava una delibera per assumere 8 persone. C’è la figlia di un imprenditore, 4 parenti di assessori o consiglieri comunali del basso Lazio, 2 collaboratori di Quadrini. Peccato che gli enti della montagna, nella Regione guidata da Nicola Zingaretti, siano in liquidazione dal 31 dicembre 2016. Quel giorno, la Legge di Bilancio avviò la trasformazione delle Comunità montane in Unioni di Comuni. Quadrini (vice coordinatore di Forza Italia nel Lazio) invece ha lavorato come se nulla fosse, con appalti senza gara e assunzioni. I media nazionali avevano già acceso i riflettori sul presidente “montanaro”. Due anni fa La Repubblica titolava: “Appalti ai soliti noti”. Il 26 luglio 2017, la senatrice dem Maria Spilabotte depositò un’interrogazione rivolta al ministro dell’Interno. Niente da fare: assunzioni e bandi sono proseguiti. Tanto che a giugno un’altra interrogazione è arrivata in Consiglio regionale.

Su Gianluca Quadrini pende una richiesta di rinvio a giudizio per abuso di ufficio. Per via delle assunzioni di Capodanno, alla procura di Cassino c’è un esposto firmato Bernardo Maria Giovannone; predecessore di Quadrini al vertice della Comunità montana di Arce e cugino del presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) Raffaele Cantone. “Io non ho mai assunto nessuno – dice Giovannone –, Quadrini invece distribuisce posti, proprio ora che l’ente chiude”. Infatti serve un commissario liquidatore: chi meglio di Gianluca Quadrini? Per Forza Italia e una parte del PD è l’uomo giusto: per eleggerlo Commissario, però, serve il placet del Governatore Nicola Zingaretti.

Il 7 novembre, in Regione, il segretario dem ha firmato lo schema di decreto di nomina: il documento si è fermato nelle Commissioni riunite Bilancio ed Enti locali, per il parere consultivo. Lì è insorta la pentastellata Valentina Corrado e la nomina è stata rinviata. “Ho elencato i motivi per bocciare Quadrini, ricordando che era Zingaretti a metterci la faccia. Quelli del Pd guardavano altrove imbarazzati, ma nessuno ha replicato”. Corrado pone una domanda: “Quadrini assume anche se l’ente sta chiudendo, è giusto affidargli il compito della ricognizione contabile e patrimoniale?”. Le Commissioni Bilancio ed Enti locali, sulla nomina del commissario, esprimono solo un parere; che il presidente Zingaretti è libero di ignorare. Di solito si procede alla votazione, per conteggiare i favorevoli e i contrari alla nomina del Governatore. Ma Fabio Refrigeri, presidente della Commissione Bilancio targato Pd, ha chiuso la riunione senza voto: meglio proseguire l’istruttoria su Quadrini.

Lui, per non restare a piedi, nel 2016 ha istituito la Fondazione Marco Tullio Cicerone: ne sarà membro “per 10 anni”, qualora chiudesse la XV Comunità montana. Il salvagente vale anche per il suo braccio destro, Luca Di Maio, ex collaboratore di Franco Fiorito, il Batman di Anagni condannato a due anni per peculato.