Così lontane, così vicine: Reggio Emilia e Reggio Calabria, alla riscossa

Si fa presto a dire Reggio. Ma in Italia le Reggio sono due. Reggio Calabria e Reggio Emilia. Simboli distanti 1100 chilometri. E una volta, oggi non più, anche anni luce per costumi civili. Perciò si è presi da una sorta di inquietudine retrospettiva se si partecipa a eventi pubblici nell’una e nell’altra città nel giro di 24 ore. Che cosa ho visto? Chi e che cosa c’era? Assurdo e pedante, volere rispondere caricandosi della storia e delle complessità. Si rischia di perdere il senso rivelatore, talvolta anticipatore, dei dettagli.

Ad aspettarmi a Reggio Calabria trovo Antonio Marziale, esuberante garante regionale dei diritti dell’infanzia. Un tipo estroverso e generoso sui cinquanta, che si divide tra Milano e lo Stretto. Calabrese doc, comunque. Di Taurianova, di cui ricorda con orgoglio di essere stato in gioventù consigliere comunale. Quando arrivò il primo scioglimento del comune per mafia, negli atti giudiziari finirono tutti i consiglieri tranne lui e un altro. È un entusiasta.

Ha organizzato un evento speciale in occasione del 30° anniversario della convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “Qui non c’è quasi più nulla in cui credere. A volte quando vedo i bambini giocare con i topi, vivi o morti, mi domando di che Stato gli parliamo. Sembra che non ci sia un’anima pubblica. Qui mancava il reparto di terapia intensiva pediatrica in tutta la regione. L’unica in Italia a non averne. Non doveva forse occuparsene la sanità? Be’, l’ho fatto aprire io. E ci ho messo la metà del mio primo budget annuale”.

Per questo ha pensato che il “fai la cosa giusta” significasse, per questo anniversario, coniare uno slogan insolito e bellissimo: “Il diritto di avere esempi”. Ha prenotato la grande aula consiliare della Regione e ha messo in programma un film dedicato a uno degli eroi della Repubblica, invitando alcune delle scuole più sensibili. “Dovevo mettermi anch’io a riunire bambini per fare recitare poesie, o allestire mostre retoriche di disegnini?”. E il bello è che in occasione del “suo” film non si è limitato a fare da padrone di casa inamidato, buongiorno eccellenza, grazie di essere qui così numerosi. Si è messo ad andare su e giù per le scale dell’aula magna per garantire serietà, ma gli insegnanti di quella scuola dove sono, a sottolineare l’importanza di quello che stava accadendo, facendo partire lui l’applauso in certi tornanti della memoria, fino a trovarsi una commovente standing ovation alla fine del film.

Davvero veniva di pensare “allora la Calabria c’è”. E di immaginare subito dopo chi potrebbe accudire “questa” Calabria per farla crescere, guidandola indenne tra bisogni e raccomandazioni, creatura splendida e delicata che sarebbe un delitto far appassire.

Il mattino dopo cambia la scena. Via sole e mare e dentro cielo grigio. Altra Reggio, altra sala. Ora Camera del Lavoro, per discutere della presenza della ‘ndrangheta in città, e del libro che la racconta. Sala piena, come pure altre due sale collegate a circuito chiuso. Un rinfrancante pullulare di sindacalisti di ieri e di oggi, convinti che ai clan non si debba più cedere un centimetro, e che anzi sia arrivato il momento di riconquistarne qualcuno. Larghe macchie di studenti, con i loro insegnanti. Visi giovani e visi anziani che parlano di un antico e moderno progetto di civiltà, uniti dall’intenzione di respingere l’ondata “civilizzatrice” che arriva sull’Emilia dai clan cutresi. “Come è potuto succedere?”, chiedono in tanti. Per quali ragioni è stato possibile? Perché sul fatto che ciò sia accaduto, in queste tre sale, non vi è per fortuna alcun dubbio. Il guaio è che in nessuna delle sale vi è qualcuno, nemmeno un sosia, degli amministratori locali; si narra perfino che non vi sia alcun giornalista. E questo spiega a perfezione perché tutto sia stato possibile. Semplicemente il tema non interessa, comunque non scuote, si dorme bene lo stesso.

Perché altrimenti non andare tra quei sindacalisti e quegli studenti? S’incontrerebbe Maura, ad esempio, ex sindacalista Cgil. Sì, Maura Giuffredi, da pochissimo in pensione, sponda preziosa della ricerca confluita nel libro. Sobriamente elegante e combattiva. Tenera e di ferro, come predicava un celebre rivoluzionario. Così dopo 24 ore è difficile non pensarlo. Un garante dell’infanzia, una sindacalista Cgil. Per quali diverse strade passa la risalita delle due Reggio. Torna il verso di Machado: “Viandante, la strada non esiste. La strada si fa camminando…”

L’inutile guida Consob per investire: prima la produce, ma poi la rinnega

È un po’ strano che la Consob, ente di vigilanza per gli investimenti e i mercati finanziari, declini ogni responsabilità per proprie pubblicazioni. I suoi buffi decaloghi per l’investitore sarebbero colpa di alcuni studenti alle prime armi. Anche il recente Rapporto Consob 2019 sulle “Scelte di investimento delle famiglie italiane” non andrebbe “attribuito né a essa né ai suoi vertici”. Noi però siamo sempliciotti, per cui ci incaponiamo a credere che documenti marchiati Consob e diffusi dalla Consob rimandino a essa e non, per esempio, all’Associazione Apicoltori Biologici del Beneventano.

Purtroppo parecchi aspetti della ricerca lasciano a desiderare. Si parla moltissimo di consulenti, senza curarsi della stortura per cui in Italia possono fregiarsi di tale etichetta anche venditori a libro paga di una banca o una rete porta a porta. Facendo così d’ogni erba un fascio, bancari e promotori vengono confusi con gli esperti che davvero forniscono consulenze e non vendono nulla.

Ai risparmiatori sono stati proposti quiz matematico-finanziari o probabilistici, del genere “testa o croce” o “lancio mille volte di un dado”. Le risposte ricevute proverebbero che “la cultura finanziaria degli italiani si conferma molto contenuta”, nonché il “basso livello di numeracy: il 54% del campione non è in grado di eseguire un semplice calcolo percentuale”. Siamo alle solite: i risparmiatori italiani hanno preso batoste perché stupidi e ignoranti, mica perché raggirati.

Altre sarebbero le domande da porre, per valutare e magari prevenire i rischi che vengano imbrogliati. Ovvero per esempio, spaziando su vari campi:

1) Lo sa che tutta la previdenza integrativa non offre tutele contro l’inflazione?

2) Lo sa che può ritrovarsi come interlocutore in banca chi ha rifilato diamanti-bidone?

3) Lo sa che il contante è più sicuro di conti e libretti, perché le banche possono fare crac, la banca centrale invece no? (Copyright Bundesbank, cioè la banca centrale tedesca.)

Ma, a quanto pare, tutto questo non interessa alla Consob. Come farà allora per difendere i risparmiatori italiani? Lo si evince dalla presentazione del rapporto da parte di due sue autrici, Nadia Linciano e Paola Soccorso. Leggiamo infatti che “le sfide” da affrontare coincidono testualmente con “Le tre E dell’educazione finanziaria: enhancement, engagement, evolution”. Sinceramente non capisco cosa diavolo significhi. Mi vengono in mente le tre I di Berlusconi: Internet, impresa, inglese, ma probabilmente era un’altra cosa. In ogni caso suona bene: enhancement, engagement, evolution…

Il nuovo ecobonus caldaia: ecco i requisiti per ottenerlo

La pubblicità vi bombarda di suggerimenti per cambiare la caldaia che riscalda la casa e l’acqua del rubinetto? Non c’è fretta: con la legge di bilancio in via di approvazione anche per l’anno prossimo sarà garantito il bonus fiscale introdotto quest’anno per cambiare il vecchio impianto e passare a uno in regola con le nuove norme europee, più efficiente e meno inquinante. Il bonus (fino al 65% del costo sostenuto) si può spalmare sull’Irpef per 10 anni oppure dal primo luglio, grazie al Decreto Crescita 2019, valere come sconto immediato sul prezzo dell’acquisto. Ma attenzione: il vantaggio è legato a precisi requisiti dell’impianto e del metodo di pagamento.

Dal 26 settembre 2015 le vecchie caldaie a gas a camera stagna sono state vietate nell’Unione Europea: il regolamento 813/2013 ha alzato i parametri di efficienza media dei nuovi prodotti. Dal 26 settembre 2018 è scattato un ulteriore passo avanti: le caldaie a condensazione di ultima generazione (quelle che recuperano il calore latente nei vapori dei fumi, facendoli ricircolare nello scambiatore di calore) devono soddisfare i requisiti della fase due della direttiva ErP (Energy Related Products) ed emettere meno di 56 milligrammi di ossidi di azoto per kWh di potenza (56 mg/kWh NOx), meno della metà dei vecchi modelli. Le caldaie più efficienti sono quelle in classe A, le uniche che consentono di percepire il bonus fiscale. È dunque fondamentale controllare le categorie di efficienza sia per il riscaldamento sia per l’acqua calda sanitaria (Acs) indicate sull’etichetta energetica o sul libretto del prodotto. L’efficienza non deve essere inferiore all’86%: per le caldaie a condensazione di classe A i valori di solito sono superiori al 90%. L’efficienza media stagionale è l’indicatore per attribuire la certificazione energetica della caldaia in base alle norme Ue: considera il rendimento della combustione e i consumi totali di elettricità e gas nell’arco di una stagione “tipo”.

Come ricorda Altroconsumo, però, i prezzi dello stesso modello di caldaia variano anche di 1.300 euro. Chi cerca sul web deve chiarire se i costi di trasporto, installazione e l’Iva sono inclusi; oltre a dover trovato un tecnico qualificato per l’installazione. Ma il prezzo non è l’unica variabile da considerare. Occorre acquistare una macchina in grado di erogare la potenza termica necessaria a scaldare casa e a garantire l’acqua calda sanitaria. Occorre trovare il fabbisogno termico totale, espresso in potenza misurata dai kilowatt (kW): un valore uguale al volume di casa (in metri cubi) moltiplicato per una variabile chiamata fabbisogno termico specifico che si misura in kilowatt per metro cubo.

Il volume da riscaldare si calcola facilmente. Prendete la superficie di casa, eventualmente arrotondata alla decina di metri quadrati superiore, e moltiplicatela per l’altezza media. S vivete in 90 metri quadrati con un soffitto alto 2,8 metri, 90 per 2,8 dà 252 metri cubi. Diciamo 260 per stare tranquilli. Il fabbisogno di calore specifico è un coefficiente che varia tra 0,3 e 0,8 in base al grado di coibentazione dell’edificio: migliore è l’efficienza energetica della casa, data da coibentazione e qualità degli infissi, minore sarà il parametro da usare. Se la casa è nuova, di solito si usano parametri bassi, mentre se è vecchia meglio usare il valore massimo. Prendiamo un dato medio, pari a 0,55. Moltiplichiamo 260 metri cubi per un decimo del coefficiente, cioè 0,055. Il risultato è 14,3: questo è il valore minimo in kilowatt (kW) della potenza che serve alla caldaia per riscaldare casa. Aggiungiamo qualcosa per sicurezza. La potenza delle nuove caldaie di solito varia tra i 24 e i 35kW. Per installare caldaie a condensazione servono però lavori per lo scarico della condensa e per il corretto tiraggio. I radiatori tradizionali possono essere conservati ma le caldaie a condensazione danno una resa maggiore con pareti radianti o riscaldamenti a pavimento.

Il bonus caldaia prevede due soglie, pari al 50 o al 65% delle spese sostenute (e certificate). Nel primo caso, occorre installare una caldaia a condensazione in classe A senza valvole. L’ecobonus del 65% è invece riservato solo a chi, oltre a cambiare caldaia con una a condensazione in classe A, compra e installa sistemi di termoregolazione evoluti delle classi V, VI od VIII come i termostati sui radiatori e l’unità di regolazione centrale, oppure impianti dotati di apparecchi ibridi, costituiti da pompa di calore integrata con caldaia a condensazione o infine generatori d’aria calda a condensazione. Per ricevere il bonus immediato, il pagamento della nuova caldaia e dell’installazione dovrà essere effettuato con bonifico da inviare all’Agenzia delle Entrate. Per chi opta per lo sconto Irpef valgono le stesse regole: lo sconto in 10 quote di pari importo scatta dalla dichiarazione dei redditi dell’anno successivo.

Si chiama Mustang, ma è un Suv coupé dal tetto sfuggente

La stella più brillante del Salone di Los Angeles? È la Ford Mustang Mach–E, primo modello 100% elettrico della marca americana. E non poteva che ispirarsi alla vettura più iconica dell’Ovale Blu, ovvero la Mustang, la “muscle car” da cui riprende alcuni tratti della carrozzeria, reinterpretati nella silhouette di un atletico suv coupé dal tetto sfuggente.

La versione più potente, la “GT”, vanta un sistema propulsivo da 465 Cv di potenza massima, che promette un’accelerazione sullo 0-100 km/h in meno di 5 secondi. La variante base, invece, avrà 337 Cv. Il tutto è alimentato da batterie agli ioni di litio con due livelli di capacità: 75,7 kWh e 98,8 kW. Sono integrate nel telaio, tra i due assi, posizionate all’interno di un robusto vano impermeabile (climatizzato a liquido) posto sul fondo del pianale, per mantenere il baricentro basso. Quando arriverà su strada, alla fine del 2020, la Mustang Mach-E sarà disponibile pure con le quattro ruote motrici: “Nella versione con trazione posteriore e batteria più grande, l’autonomia arriva fino a 600 km secondo il protocollo di omologazione Wltp”, promette la casa madre. A garantire il piacere di guida, invece, penseranno accorgimenti come le sospensioni adattive con taratura variabile in tempo reale. All’interno, spicca il grande display centrale da 15,5 pollici: pienamente compatibile con smartphone, sfrutta l’intelligenza artificiale per acquisire le abitudini degli utenti e anticiparne desideri e necessità. Mentre la strumentazione tachimetrica adotta un pannello digitale rettangolare. Due i bagagliai: uno anteriore da 100 litri di capacità e uno posteriore da 402 litri, che diventano 1.420 ribaltando lo schienale del divanetto. Tempi di ricarica: con la presa domestica, ogni ora vengono ripristinati 35 km di autonomia, che diventano 51 km adoperando la Wallbox di Ford. Mentre con le colonnine a 150 kW, bastano 10 minuti per arrivare a 93 km e 38 minuti per portare il livello di carica dal 10 all’80%. Da definire i prezzi per l’Italia, ma in Germania la vettura verrà proposta in tre versioni: base, da 46.900 euro, con quattro ruote motrici, da 54.000 euro, e nell’edizione di lancio “First Edition”, da 66.800 euro.

La nuova Opel Corsa per vincere la guerra delle Citycar

In Opel, da un paio d’anni sotto l’egida Psa che l’ha rimessa in carreggiata, continua la damnatio memoriae di un passato travagliato e poco profittevole targato General Motors. Dopo l’uscita di scena di modelli come Karl, Zafira e Mokka, commercialmente performanti ma non più in linea con le esigenze di contenimento delle emissioni di anidride carbonica (come da limiti UE, in vigore dal primo gennaio 2020), ora a rinnovarsi è la best seller di casa, ovvero Corsa.

La sesta generazione, nondimeno, è un ulteriore spartiacque rispetto al passato: nasce sulla stessa piattaforma multienergia della Peugeot 208, e come lei viene offerta senza distinzioni sia con motore benzina, che diesel, nonché elettrico. Anche se per la Corsa a elettroni bisognerà aspettare fino alla primavera 2020, mentre quelle d’ordinanza sono già disponibili nelle concessionarie con prezzi di lancio a partire da 12.550 euro, a patto di avere un’auto da rottamare.

La nuova nata ha un assetto più rigido rispetto alla sorella transalpina, è più lunga di 4 cm rispetto al passato (4,06 metri totali) e più leggera: il peso della versione d’attacco si ferma sotto la soglia psicologica della tonnellata, e precisamente a quota 980 kg, per effetto di una cura dimagrante che le ha fatto perdere 108 chili. La leggerezza è anche il motivo per il quale il parco motori tre cilindri benzina, con il 1.2 benzina aspirato da 75 cavalli e soprattutto la sua versione turbo da 100 Cv, appare equilibrato per soddisfare esigenze di mobilità urbana e non.

Se poi si vuole esagerare, ci sono i 130 cavalli della variante top di gamma, che dà il suo meglio in abbinamento al cambio automatico a otto marce, gestibile anche coi paddle al volante.

E niente paura per gli aficionados del diesel, che in Italia vale ancora circa il 40,7% delle immatricolazioni totali da gennaio a ottobre: nell’offerta è previsto anche un 1.5 a gasolio da 100 cavalli. Anche all’interno si respira aria di novità. In virtù del passo allungato, c’è più spazio per passeggeri e anche bagagli, grazie ad un vano posteriore con capienza maggiore: da 309 a 1.081 litri.

Le plastiche della parte alta della plancia sono più morbide ed eleganti, mentre scendendo nella parte bassa e sulle portiere la qualità diminuisce. I sistemi di sicurezza e assistenza alla guida, dalla frenata d’emergenza al riconoscimento di segnali e pedoni giusto per citarne alcuni, sono mutuati dalle classi superiori, mentre l’infotainment di bordo può essere gestito tramite schermo tattile centrale (da 7 o 10 pollici). In più, il cruscotto è interamente digitale.

Nel complesso la nuova generazione dell’auto tedesca ha le carte in regola per competere in un mercato, quello delle citycar, dove nel nostro Paese c’è molta concorrenza. Alla filiale italiana di Opel ne hanno contezza, ecco perché si sono dati un obiettivo ambizioso: “Vogliamo vendere 40 mila Corsa all’anno, di cui un 5–6% elettriche, a partire dal 2020. Il che significherebbe conquistare il 10% del segmento B”, chiosa il direttore Angelo Simone.

Antonello Falqui ha domato tigri

Ho cominciato a fare la televisione quando il meglio della televisione purtroppo era già stato fatto. Soprattutto per merito del signore che sorseggia un caffè e si fuma una sigaretta nel bar degli studi televisivi della Dear. È Antonello Falqui, a detta di tutti un burbero, ma a me sorride, mi guarda con curiosità, c’è qualcosa di estremamente delicato nel modo con cui mi chiede come mi chiamo e che faccio, e con gran signorilità mi invita alle prove di Cinema che follia, l’ultimo varietà che sta realizzando. Ora capisco perché lo chiamano maestro. Conduce e dirige le registrazioni con un rigore sacro, concentrazione massima, passione travolgente. Seduta in un angolino dello studio osservo imbambolata e lui ogni tanto mi chiede: “Ti piace?”. Avvampo, divento rossa e lui sorride sornione. Le prove finiscono a notte tarda, fa sempre gli straordinari per la gioia dei tecnici, non permette a nessuno di lasciare lo studio, neanche per fare la pipì o mangiare un panino. “Che mangi a fare, mangiamo dopo no!”, dice a un attore stremato e affamato. Il suo dopo vuol dire mezzanotte, perché lui finisce le prove sempre a quell’ora. Tratta tutti con fermezza autorevole e molta educazione, soprattutto i tecnici, eccelsi al pari degli artisti. Si sofferma con Walter Antro, il suo cameramen di fiducia su un dettaglio, la luce non è quella giusta, ossessionato dalla bellezza, dalla precisione come nel cinema e nel teatro da cui proviene. Quando una cosa gli piace moltissimo dice sottovoce con gli occhi bassi “carino” e tutti sono contenti perché Falqui il burbero ha approvato. Un giorno se l’è presa con una tigre indisciplinata, non si fermava al segno per terra e non entrava nell’inquadratura. “Dottor Falqui, ma quella è una tigre” – “Ho capito sarà anche una tigre, ma se vuole fare la tv deve andare al segno”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Edith Bruck: conversazioni notturne con Nelo Risi

Edith tocca il vuoto accanto a sé nella notte, lo spazio sgombrato dalla morte che si è portata via il compagno e marito poeta a cui la legava un amore intatto attraverso i decenni. E paga il prezzo esoso del dolore che non diventa ricordo, nello sforzo assurdo e riuscito di ritrovare l’avventura, la scoperta, il viaggio, le cose accadute e quelle sognate insieme, l’avverarsi e lo svanire di vite da scrittori e poeti, in cui ognuno dei due inventa il mondo, e poi si ritrovavano in uno spazio di sopravvivenza, l’uno accanto all’altra, per pura felicità.

È stato qualcosa che non succede mai, ma nella vita di Edith Bruck e Nelo Risi è accaduto, rimpiangerlo è impossibile ma in queste pagine si va molto oltre il rimpianto, si accantona il ricordo e – liberandosi dagli espedienti che aiutano ad allontanarsi dalle tombe – la scrittrice affronta quasi con sfacciataggine il troppo dolore, per toccare in cambio frammenti veri e vivi, persino la discussione e il broncio, della vita che è stata il loro privilegio, quasi un’esibizione di gioia. Sto raccontando l’inizio di una fiaba notturna dove (il lettore lo può testimoniare) la vita si accende davvero e diventa racconto fitto e febbrile che, attenzione, non è mai una fuga, un abbandonarsi all’illusione che niente è successo. Al contrario, è la storia di un grande albero mutilato da una crudele potatura.

L’incanto, inatteso, nella notte colma di conforto e colma di disperazione, di questo straordinario racconto, consiste nel fare apparire germogli di vita dove la morte si è irrimediabilmente insediata. E non sai se è un’illusione, una magia poetica, un’invenzione disperata, quello scorrere di linfa giovane che senti tra le parole e gli aneddoti. Il miracolo di un “allora” che non è rimpianto e non è ricordo. È, semplicemente e assurdamente, un fatto. Ma il racconto ubbidisce all’intimazione con cui tutto comincia: questa non è (non è solo) la nostra storia e la celebrazione (sprazzi di luce festosa nel buio della solitudine) del come eravamo felici. Il senso di quella felicità non eravamo noi da soli, noi da giovani, noi da belli, noi da autori che sono subito riconosciuti e amati. Non siamo mai esistiti noi da soli, appagati dalla nostra felicità. Il senso era il tempo, il luogo, le persone (persone e campi di sterminio, persone scomparse per sempre nel fuoco o nel gelo, persone rimbalzate tra disperazione e speranza, popoli abbandonati o segregati). E questo era il nostro giocogiovane e non fermabile: stare con loro, tentare di scansare insieme tremendi destini già programmati.

Quello che accade in un lancinante pensiero che rompe la notte, è molto più grande del destino e del dolore di due che si amano, e a cui hanno lacerato, con un evento irreparabile, l’unica vita. Quello che accade è il rivedere insieme l’epoca terribile e misteriosa in cui hanno, abbiamo vissuto. Lo vedete? È ancora un cielo che incombe su vite salvate ma non annegate nell’oblio. “Amarsi e amare” è il senso della notte troppo felice e troppo dolorosa di Edith Bruck. Parole che sembrerebbero la descrizione di un film mai fatto.

Poesia, l’antidoto al porno e ai social. “L’amore è un’intimità provvisoria”

L’Infinito senza farci caso è una raccolta di poesie d’amore scritte da un poeta che, in un breve saggio inserito tra le stesse pagine dichiara di non sapere cosa sia l’amore. Alla coesistenza di innamoramento e fuga, Franco Arminio – lui è il poeta, assai caro ai lettori del nostro giornale – dà il nome deforme di “intimità provvisorie”. Ne scrive un manifesto, dove di fronte alla sgangheratezza della sessualità proposta dalla pornografia e al paradosso della censura di corpi e parole sui social, contrappone la poesia. Una poesia della quale è fine teorico, sostenitore di un linguaggio semplice e accogliente: “Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità”.

Arminio vuole un amore vivo, che la poesia sa raccontare, che sia “grande umiltà e grande arroganza”. Questo amore, anzi – queste intimità provvisorie – devono essere scritte con un nuovo alfabeto sentimentale. Nel parlare dell’amore, Arminio che scansa le banalità recalcatoidi, evoca la “dimensione locale, si svolge sempre in un luogo”. E in un luogo principalmente naturale ci si trova, nel libro. In copertina una foglia, o meglio le sue nervature.

Gli incontri raccontati nelle poesie avvengono tra alberi e rami, di un luogo che potrebbe essere ovunque. Per chi conosce il poeta, la cornice è la sua Irpinia, o anzi quel luogo descritto con gli strumenti dell’etnologo, del poeta e del geografo che lui stesso ha battezzato “paesologia”. Per chi si avventura invece nella prima volta tra i suoi scritti è facile immaginare la propria natura a far da cornice alle poesie: un bosco appenninico o una pineta alpina (o il mare grande tutto di grano, la valle di Kore). Nell’Infinito senza farci caso è l’indefinito a regnare da padrone. Le poesie sono brevissime, senza titolo, dalla sintassi semplice, che riesce subito a fare breccia in chi legge. Arminio sa con maestria accostare il quotidiano in maniera insolita, creare sorprese finali, costringendo il lettore alla riflessione, alla pausa. È indefinito anche il “tu”, l’amata senza nome che sembra rimanere costante tra le pagine del libro.

La lettura dell’Infinito senza farci caso lascia, però, il lettore insoddisfatto. È un amore concreto, carnale, un amore che potrebbe essere vissuto ovunque e da chiunque, un amore la cui durata è indifferente – “per un’ora o per mezzo secolo, poco importa” – e nemmeno il comportamento degli amanti sembra avere importanza: “Non siamo fatti per tradire e neppure per essere fedeli”. Nell’addentrarsi del poeta in questo amore, nel raccontarne il vissuto sentimentale e carnale, sembra che la parola non abbia alcun effetto sul sentimento stesso. Non lo amplifica, non lo rende eterno, non lo nutre di nuova vita. Semplicemente, le parole sono “piccoli inciampi / per frenare il vento / che va via”.

Altre poesie – forse le più belle – sono quelle in cui il poeta vive la comunione con la natura. Attimi di contemplazione dove si riesce ad uscire dalla “provvisorietà” che permea tutta la raccolta. È forse un momento di esistenzialismo, nel quale siamo così radicati da credere impossibile ogni astrazione, ogni annullamento, ogni eternità.

A chi spinge in queste divagazioni, Arminio ricorda: “La poesia e l’amore / sono il nostro cadere più vero / nel mondo”.

Ed è l’acuta esperienza di essere gettato nel mondo, quella che riceve il lettore.

Una bellezza che, stupendo e meravigliando, rifiuta tenacemente di farsi eterna.

Perché la scuola ha fallito: “Docenti incapaci e impuniti, dirigenti ciechi e paurosi”

 

Gentile Selvaggia, insegno nella scuola x, nel paese di y. Sono una supplente, e come ogni supplente sono nomade, e vedo scuole diverse a ogni battito di ciglio. Oggi è successo questo, nella mia quarta superiore. Entro in classe e sento i ragazzi borbottare. Subito mi travolgono di parole. Dopo cinque minuti di caos, qualcuno riesce a spiegarmi il perché di tanto sdegno: “Prof, avevamo l’ora buca, e abbiamo decorato la classe per Natale, avevamo messo tutte le lucine attorno alla lavagna, ma il preside ce le ha fatte togliere perché dice che non sono sicure..”. Ecco svelato l’arcano, sequestrati gli addobbi perché ritenuti troppo pericolosi. Dico che dei cavi elettrici sono pericolosi, che il dirigente è responsabile della nostra sicurezza. “Sì ma prof, abbiamo tutti i cavi rotti della lavagna elettronica, il cartongesso bucato vicino al proiettore, le tapparelle rotte… veramente la cosa più pericolosa son le nostre lucine?”. Silenzio. Poi suona la campana, per fortuna, e loro corrono a casa. Questa è la sintesi della scuola. Un mondo cieco ed ottuso che cerca il colpevole del proprio fallimento fuori da sé, dimenticando la trave nel proprio occhio. Perché se la scuola fa schifo, la colpa è nostra. Non è del sistema, non è dei tempi, non è dei social, non è delle famiglie. È di noi insegnanti, dei nostri dirigenti, dei nostri direttori amministrativi. Negli ultimi cinque anni di insegnamento ho lavorato in almeno otto scuole ed ho visto e rivisto ripetersi lo stesso schema: docenti inetti impuniti, dirigenti ciechi e paurosi, direttori amministrativi fiscali sulle inezie e lassisti su questioni di conto. Ma non si può dire ad alta voce, il politically correct ci vieta di dire ad alta voce che moltissimi docenti in classe non fanno niente, che moltissimi docenti si presentano a scuola due giorni e poi chiedono aspettative e permessi casualmente e sistematicamente a ridosso dei ponti, che moltissimi docenti “sì, ho scelto questo lavoro perché alla fine per star con la famiglia è la scelta migliore”.

La scuola è il settore in cui più florido prolifica l’abuso del diritto, ma nessuno lo dice, perché va difesa la categoria. Ma così io non mi sento difesa. Io, come moltissimi altri, faccio seriamente il mio lavoro, l’ho scelto perché ci credo, e non posso difendere la mia categoria, perché decenni di difesa cieca ha reso la scuola un rifugio di inetti che l’hanno fatta marcire. Dove sono le inchieste, i giornali, le televisioni, qui? Dove sono le vere riforme, che non puntano a tenersi stretti l’elettorato “statale” ma che puntano a dar nuove forme alla scuola? Ci sono tanti, tantissimi insegnanti validi, competenti e seri, ma da soli non ce la possono fare. Abbiamo bisogno di voi. Non fermatevi alle lucine di Natale.

Mariangela

 

Cara Mariangela, una lettera coraggiosa, che sperò stimolerà il dibattito. Tutti coloro che hanno il coraggio di rinunciare al cieco corporativismo hanno la mia stima più profonda.

 

Gli altri Cucchi: “Mio zio, ex tossico, morto senza essere soccorso”

Ho letto il suo articolo sul caso Cucchi: avere in famiglia un tossicodipendente è una condanna. Con il primo buco, si buca tutta la famiglia. La persona che amavi diventa un demonio: pronta a vendersi ogni cosa per una dose, che sia oro, argento o elettrodomestici. Un drogato vende pure la lavatrice per una dose, sì. Non ho mai neanche fumato, ma conosco la droga dal giorno della mia comunione, a 9 anni. Mio zio, il fratello della mamma, che amavo infinitamente, quel giorno si presenta tardissimo e in uno stato pietoso. Ricordo mia madre che gli urla addosso. Io non capivo. La sera dopo andiamo dalla nonna e lo troviamo sdraiato a terra. Lui, un uomo alto 1,90 sul pavimento, muto. Io e mia sorella non capiamo: che malattia avrà? La mamma lo porta con noi in ospedale e sento solo le urla. Ricordo di aver atteso ore prima che un medico dicesse una parola mai sentita prima: eroina. Torniamo a casa e per 6 mesi zio sparisce. Sento mamma piangere tutte le notti, litigare con papà. Poi un giorno zio torna: vomita, urla e suda. Io, con l’aiuto di una mia compagnia di classe, in una rivista trovo la parola eroina. Una droga? In vena? Lo zio fa questo? In classe divento quella con lo zio drogato. Passa un anno. Lo zio se ne va in una comunità. Un bel posto, andiamo a trovarlo. Lui sorride. Mi dice: “Scusami”. Drogato o no, ora è lui. Io ho 14 anni e lui diventa il mio fratello maggiore. Poi una maledetta domenica ci chiamano dicendo che mio zio è in ospedale. Un brutto incidente. Nonno corre e lo trova su un letto, abbandonato a se stesso. Sente l’infermiera dire al dottore: “È un drogato”. Nonno urla che non lo è più, solo che probabilmente in ospedale hanno ancora le vecchie cartelle cliniche. Drogato. Neppure un prelievo. Zio non parla, ha gli occhi sbarrati. Arriva per caso un carabiniere del mio paese che ordina al medico una visita: anche se fosse drogato, lo si deve curare. Tac. Prelievo. Aneurisma cerebrale. Muore dopo un mese. Parte la denuncia e viene disposta l’autopsia: mio zio era pulito. La macchia della tossicodipendenza lo ha ucciso. L’incidente non era grave, ma aveva in corso un aneurisma che nessuno ha capito. Il processo ha portato ad un risarcimento che la mia famiglia ha devoluto in beneficenza. Tutto questo per dire che la droga uccide, ma tutti devono essere trattati da esseri umani. Tutti. Stefano poteva essere mio zio, ed è stato trattato allo stesso modo. Non con le botte, certo, ma col pregiudizio. “Tanto è un drogato”, perché soccorrerlo?

Francesca

 

Grazie. È una lettera meravigliosa e sono certa che Ilaria avrà voglia anche solo di mandarti un abbraccio virtuale.

 

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Dopo mille anni un tempio in Islanda dedicato a Thor, il dio del martello

Il segnale divino, si racconta, fu di quelli scontati. Cioè, un fulmine. Erano i giorni di Natale del lontano 1972 e gli adoratori neopagani di Thor e Odino visitarono un ministro islandese, nel centro di Reykjavik, per chiedere il riconoscimento ufficiale alla religione dei loro avi norreni e vichinghi. Il politico li congedò scettico ma subito dopo Thor, dio del martello e dei lampi, scagliò un fulmine sul ministero, lasciandolo al buio.

Fu così che dal 1973 in poi – benché quei neopagani fossero poche decine – l’Islanda riconobbe il culto Ásatrú, che predica fratellanza, pace e un panteismo tra new age ed ecologismo, che si richiama alla benedetta armonia con la natura. Tutto nel nome di Thor. Il piccolo Stato dell’isola più a nord d’Europa destinò ai seguaci della nuova religione anche i proventi di una tassa, soknargjald, una sorte di otto per mille locale. A distanza di 46 anni, oggi in Islanda i neopagani di Thor sono oltre quattromila (superiori ai buddisti) su una popolazione di 300mila.

Non solo, dopo mille anni, è imminente l’apertura di un tempio dedicato al dio del martello. L’ultimo risale ai tempi del re Olav di Norvegia che convertì al cattolicesimo gli islandesi, minacciandoli di invadere l’isola. La costruzione, interamente in legno autoctono, è stata disegnata con varie geometrie che esaltano il numero 9, il numero magico della mitologia norrena. Il gran sacerdote è un musicista colto e ironico che si chiama Hilmar Hilmarsson che, a scanso di equivoci, ha spiegato che Thor non può essere accostato al vento di destra che soffia di nuovo in Europa.

No al nazionalismo, dunque. E sì invece all’aborto e ai matrimoni gay. Nelle loro funzioni i neopagani islandesi cantano, raccontano storie e concludono banchettando con carne di cavallo. I riti nuziali hanno valore legale e in questi anni ci sono state finanche celebrazioni comuni con la Chiesa nazionale luterana, la principale fede cristiana in Islanda.