I pregiudizi del gentilsesso rafforzano il tabù maschile

Non c’è dubbio: tra l’Ilva che chiude e l’Italia sott’acqua a causa di corruzione e cambiamenti climatici, il dibattito che si è creato qualche giorno fa dopo l’uscita dell’attore Keanu Reeves con la sua nuova fidanzata non sembra degno di assurgere al rango di piccola notizia. Eppure, a pensarci bene, il fatto stesso che ci sia stato un dibattito ha un che di leggermente scioccante. Perché, in teoria, non c’era nulla da dire, mentre in pratica si è detto di tutto. E cioè che lui, Keanu Reeves, non può stare con lei, Alexandra Grant, perché ha i capelli bianchi e sembra un’anziana anche se è molto più giovane, e non è bella, e pure piatta. I problemi, in questa surreale discussione, sono due. Il primo, gli uomini che pensano che l’unione tra un uomo ritenuto sex symbol e una donna che è l’antitesi dei modelli circolanti su riviste e red carpet sia impossibile, robe da gay, come ha scritto il giornalista Filippo Facci: maschi tristemente costretti, come cani addestrati, a provare eccitazione solo verso un unico modello femminile, pure raro, con conseguente loro frustrazione e impoverimento. Che potrebbero avere a disposizione l’intero (mezzo) mondo e invece si trovano schiacciati a desiderare lo stesso, identico corpo. Ma il problema sono anche le donne. Perché, diciamo la verità, il sentimento di stupore verso la coppia l’abbiamo provato anche noi, salvo poi ricacciarlo, salvo poi scrivere commenti indignati. Lo stereotipo che nega l’amore tra donna dai capelli bianchi e un uomo dai capelli castani ce l’abbiamo incastonato, altrimenti non si spiegherebbe perché continuiamo a tingerci i capelli e metterci i push up e perché ci sembrerebbe terribile non farlo. Così il nostro tabù rinforza il loro, quello maschile, affossando la possibilità di incontri meravigliosi e di amori liberi. Proprio quelli, tra l’altro, che ci consentono di sopportare la durezza della cronaca e degli eventi.

Proust: “Le donne belle lasciamole agli uomini senza fantasia”

“Le donne belle lasciamole agli uomini senza fantasia”, diceva Proust. Gli uomini senza fantasia, cioè la stragrande maggioranza, le donne le prendono in considerazione solo se giovani e belle, e la gioventù conta più della bellezza, anzi, la gioventù è bellezza e viceversa. È la natura, dicono i senza fantasia: fino al suo ultimo rantolo il maschio sano e normale smania per riprodursi e l’istinto lo spinge verso femmine in età chiaramente feconda, non sia mai che butti via i suoi preziosi spermatozoi. E contro Proust ti citano Cecco Angiolieri, che si prenderebbe solo “giovani e leggiadre,/ e vecchie e laide lascerebbe altrui”. Ora, gli uomini del team Angiolieri dovrebbero essere strafelici se i colleghi del team Proust – gente come Keanu Reeves, Macron, e, cinquant’anni fa, John Lennon – lasciano altrui la gnocca fresca e per se stessi scelgono donne mature, creative, diversamente attraenti. Fra l’altro si tratta in genere di uomini temibili per fascino, fama e/o potere, che potrebbero avere tutte le ragazze che vogliono. E invece i senza fantasia schiumano odio e rabbia, specie contro le “vecchie e laide”. Anche se magari, come Alexandra Grant, in realtà sono più giovani del partner o, come Brigitte Macron, sfoggiano gambe da liceale. E con un sillogismo che piacerebbe più a Pillon che alla logica, teorizzano: è contro natura accoppiarsi con una over–40, i gay sono contro natura, quindi chi si accoppia con una over–40 è gay. Il fatto è che nulla suscita più odio della libertà, e due esseri umani così liberi di trovare la felicità dove altri non vedono che l’anagrafe o il tasso di melanina, fanno letteralmente schiattare chi è così soggiogato dal conformismo da chiamarlo Dio o natura. Che gli hater sguazzino nel fiele: senza quel po’ di fantasia con cui Angiolieri lo trasformava in sonetto, possono farne solo squallidi e dimenticabili tweet.

Malagò & friends, gli Attila delle leggi

Facce da culo. Chiedo scusa per la crudezza dell’incipit, ma poichè anche il dizionario Treccani contempla l’espressione, ormai in uso comune, e ne descrive il significato (“avere una faccia di culo, o da culo”: dicesi di persona sfacciata, sfrontata, senza ritegno), la notizia è che oggi, lunedì 25 novembre 2019, all’assemblea della Lega di serie A che dibatterà il tema della vendita dei diritti televisivi 2021–2024 (a Mediapro? A Sky?) presenzieranno 20 presidenti che hanno appena mostrato di avere, per l’appunto, la faccia come il culo. Persone senza ritegno, per dirla con la Treccani, esattamente come il personaggio (Giovanni Malagò, presidente del CONI) che nel febbraio 2018 fu nominato commissario della Lega e che guidò i nostri prodi, nell’assemblea elettiva del 19 marzo 2018, alla nomina di Gaetano Miccichè calpestando tutte le regole calpestabili. Un’orda di vandali di leggi e regolamenti, la banda Malagò & friends, che non conosce vergogna e – incredibile a dirsi – non si pente e non si rassegna e persevera.

L’inchiesta condotta dal procuratore federale Pecoraro sull’elezione-truffa del presidente di Lega parla di una nomina, quella di Miccichè, avvenuta tra “plurime illegittimità”; per dirne un paio, Malagò aveva riscritto nottetempo lo statuto inserendo una norma ad personam che rendeva Miccichè eleggibile senza nemmeno aver chiesto l’approvazione della modifica alla federazione; per non parlare della sua spudorata decisione di non scrutinare le schede nell’urna, visto che anche una sola scheda bianca avrebbe fatto crollare il castello di carta dei “topi di città”, leggi Juventus, Roma, Milan, Inter, Torino, Sampdoria & company opposti ai “topi di campagna”, e cioè Napoli, Lazio, Genoa e pochi altri.

Ebbene: spalleggiati dai trombettieri di corte, guidati come sempre dai marines de La Gazzetta dello Sport (“L’elezione di Miccichè non ha nulla di opaco – scriveva testualmente la rosea all’indomani delle dimissioni del presidente –, lo ha semmai la manovra che lo ha spinto alle dimissioni proprio alla vigilia della discussione sui diritti tv. Agitare l’argomento della presunta irregolarità del voto a oltre un anno dalla standing ovation con cui fu salutata la nomina, è un altro discutibile capitolo della storia della Lega di serie A”), i nostri prodi, dicevamo, si sono subito buttati lancia in resta nella nuova battaglia: rimettere Miccichè sulla poltrona di presidente di Lega e chissenefrega se il nostro eroe siede nel Cda della RCS di Urbano Cairo, presidente del Torino, e se la banca IMI che presiede cura il titolo azionario della Juventus e ha come debitori svariati presidenti di serie A con le pezze al culo, per dirla con un altro francesismo. E poiché CONI, FIGC e topi di città altro non sono che le facce della stessa medaglia, tre cuori e una capanna, ecco spuntare da ogni dove entusiastici endorsement pro–Miccichè: “Spero che Miccichè ci ripensi e ritiri le dimissioni”, dice Gravina, presidente FIGC; e a dargli man forte arriva Urbano Cairo, l’uomo che ha in mano Corriere e Gazzetta, e persino Beppe Marotta, fino a ieri boss della Juventus, oggi boss dell’Inter (anzi, per meglio dire: dell’Jnter).

Non ci permettono di calpestare le regole? E noi le calpestiamo lo stesso. Così vanno le cose nel carrozzone dello sport italico: una vergogna a cielo aperto.

Quell’ossessione per il deficit che ha isolato l’Italia in Europa

C’è un grande complotto per usare il fondo Salva Stati europeo per mandare in bancarotta l’Italia e saccheggiare le sue residue ricchezze? No, anche se a qualche sito anti-euro piace presentare le cose in questo modo. Ma intorno alla riforma del fondo Salva Stati (Mes) si consuma una battaglia culturale e politica decisiva per il destino dell’Unione europea e dell’Italia.

Senza il Mes, l’euro non esisterebbe più. Anche coloro che sognano un ritorno alle valute nazionali, concordano sul fatto che un’esplosione incontrollata dell’euro sarebbe una tragedia finanziaria e politica. Nel 2012 questa eventualità è stata scongiurata perché Mario Monti, allora premier, e Mario Draghi, alla Bce, hanno lavorato con Angela Merkel per costruire una risposta istituzionale che fugava ogni dubbio sulla determinazione a difendere la moneta unica: Monti e Merkel hanno creato le basi politiche perché il Mes potesse partecipare alle Omt, le operazioni di salvataggio degli Stati che ne fanno richiesta, Draghi ha schierato la Bce con risorse illimitate per finanziarle. Nessuno, sui mercati, può’ scommettere contro la Bce e vincere. La crisi dell’euro è finita così.

Da allora il Mes è diventata la base di partenza per costruire un nuovo assetto di governo dell’Unione, visto che risulta impossibile modificare i trattati per la parte che riguarda le istituzioni (Consiglio, Commissione, Parlamento). Molte delle cose di cui si discute da decenni, inclusi i famosi Eurobond (debito pubblico unico europeo), ora sono tecnicamente possibili grazie alla natura particolare del Mes, che è un fondo di diritto privato che risponde a direttive politiche dei governi che ne fanno parte (l’Italia ha versato 14 miliardi di capitale).

La riforma a lungo discussa – ma poco dai nostri politici – presenta indubbie criticità’ per l’Italia. La più seria sembra essere il fatto che nel momento in cui un Paese chiede l’intervento di sostegno, il Mes e la Commissione dovranno pronunciarsi sulla sostenibilità’ del suo debito pubblico, per evitare di prestare soldi a chi non li restituirà mai. Se questo dibattito trasmette l’impressione che il problema è la sostenibilità del debito italiano, i mercati si convinceranno in fretta che Commissione e Mes pensano già ora che l’Italia sarebbe esclusa da ogni salvataggio. E così la catastrofe si manifesterebbe ora, senza aspettare una effettiva richiesta di salvataggio. Viceversa, se il meccanismo di intervento fosse basato su regole precise e prevedibili, che valgono per l’Italia come la Germania, e semi-automatico, così’ da non trasformare la richiesta di aiuto in umiliazione, i mercati considererebbero la probabilità di un default meno probabile. E il costo del debito scenderà. Il pericolo resta anche nella attuale versione del trattato, dopo che è stata esclusa la previsione di una ristrutturazione automatica (default) in caso di richiesta di aiuti.

Il nuovo Mes deve servire anche per gestire le crisi bancarie, come garanzia dei fondi nazionali che assorbono le perdite residue dei grandi disastri nel credito, se non e’ sufficiente scaricarle su azionisti e obbligazionisti. I maligni dicono che si va in questa direzione ora che serve alla Germania, visto che diverse sue banche, a cominciare da Deutsche Bank, sembrano sempre sul filo della crisi. Anche se così fosse, comunque l’uso del fondo come ultima risorsa anti-crisi e’ un passo avanti nella gestione europea delle crisi bancarie, nonostante il principio del bail in (no ai salvataggi pubblici, devono pagare risparmiatori e azionisti) sia contestato da più parti, soprattutto in Italia.

Il governo Conte quindi cosa può’ fare? Non molto, ormai. Mettere il veto sul trattato isolerebbe Roma in Europa ma soprattutto indicherebbe ai mercati che il problema è proprio l’Italia. Passerebbe il messaggio che perfino il governo italiano teme di non avere un debito sostenibile e che quindi vuole espungere quella parte dal trattato. Ma si può’ sempre imparare dai propri errori per non ripeterli.

In questi anni governi di ogni colore, inclusi i due di Conte, hanno avuto un’unica priorità nelle interlocuzioni con l’Ue: ottenere flessibilità, cioe’ poter fare più’ deficit del dovuto senza procedura d’infrazione. In nome di questa esigenza hanno sacrificato tutti gli altri obiettivi, hanno speso tutto il capitale politico dell’Italia per aggirare i vincoli di bilancio, perdendo così potere negoziale sul resto, dai migranti ai grandi progetti di riforma, come questo del Mes. Purtroppo non ci sono molte alternative: un’Italia che tiene sotto controllo debito e deficit, possibilmente grazie alla crescita del Pil e non a tasse e tagli recessivi, può trattare alla pari con gli altri. Altrimenti tutte le energie dei nostri esecutivi saranno spese per strappare un decimale di deficit in più. Con il bel risultato di non riuscire a condizionare i negoziati cruciali e di legittimare le richieste di chi, come i tedeschi ma non solo, vuole costruire gabbie sempre più’ strette per impedire che il costo di un debito italiano fuori controllo venga scaricato sul resto dell’Eurozona.

Altro che brexit, nelle urne britanniche conterà il clima

Il movimento, nato nel novembre 2018, è ormai diffuso in tutto il Regno Unito: Extinction Rebellion, insieme agli altri movimenti ambientalisti, è riuscito a fare del cambiamento climatico uno dei temi centrali della campagna elettorale per le legislative del 12 dicembre.

Le elezioni anticipate del 12 dicembre potrebbero essere le prime “elezioni climatiche” della storia del Regno Unito. In questo inizio di campagna, nel pieno della crisi sulla Brexit, il riscaldamento globale è salito in testa alle principali preoccupazioni di circa un terzo dei cittadini britannici. Secondo l’istituto di sondaggi YouGov, la svolta nell’opinione pubblica si è verificata la scorsa primavera, dopo le prime occupazioni nelle strade di Londra, da parte degli attivisti ecologisti di Extinction Rebellion. “XR è riuscita ad attirare l’attenzione dei media sul clima come nessun’altra organizzazione aveva mai fatto prima”, afferma Simon Youel, portavoce del Labour for a Green New Deal, un movimento nato lo scorso marzo tra i ranghi del Labour Party, i cui militanti sostengono però di essersi ispirati più a Sunrise, movimento nato negli Stati Uniti, che a Extinction Rebellion.

La strategia di XR è bersaglio di diverse critiche: essa consiste essenzialmente nell’occupare pacificamente le strade e poi farsi arrestare dalla polizia. Le azioni portate avanti dai membri di Extinction Rebellion all’interno della metropolitana di Londra, il 17 ottobre, in tre punti diversi della capitale e nelle ore di punta, hanno scatenato rabbia e disapprovazione persino all’interno del movimento. Nonostante ciò, la “rivolta per la vita” e contro il rischio di estinzione della specie umana, portata avanti da XR, sta ottenendo sempre maggiori consensi. Il direttore di Lancet, una delle riviste mediche più illustri al mondo, ha di recente aderito a Extinction Rebellion. “La crisi climatica è una crisi esistenziale a cui dobbiamo far fronte oggi nel mondo. I medici e il personale sanitario hanno la responsabilità, se non l’obbligo, di partecipare a tutte le forme di azione non violenta sul clima. È nostro dovere”, ha dichiarato Richard Horton il 25 ottobre in un video, a sostegno dei medici ribelli di XR. “Teachers for XR”, “Engineers for XR”, “Writers for XR”: Extinction Rebellion ora conta rappresentanti in molti settori e in diverse fasce d’età. Lo scorso mese anche degli ex poliziotti hanno dimostrato pubblicamente il loro sostegno attivo al movimento. John Curran, per esempio, un ex ispettore di Scotland Yard, è stato arrestato dalla polizia durante la mobilitazione di metà ottobre. Anche il rabbino della sinagoga riformista di Finchley, Jeffrey Newman, 77 anni, era in prima linea durante le manifestazioni quando è stato arrestato, il 14 ottobre, nel quartiere londinese della City. Lo stesso giorno, a sei chilometri da lì, sotto le finestre della regina Elisabetta, alcune decine di nonne e nonni radunati davanti al cancello di Buckingham Palace, hanno proclamato la nascita di “XR Granparents”.

Paul Chatterton, professore di geografia all’Università di Leeds e specialista in urbanistica sostenibile, osserva che i due punti forti del movimento XR sono la sua forte identità visiva, con una clessidra nera su sfondo verde come logo, e i messaggi molto diretti. “Ho incollato un adesivo XR sul mio computer portatile – spiega – È stato un modo per attirare l’attenzione e innescare conversazioni sull’emergenza climatica, non sempre piacevoli tra l’altro, che le persone preferirebbero evitare e che altrimenti non avrei avuto”. Dall’inizio dell’anno, l’accademico e attivista osserva anche che le autorità locali sono diventate molto più aperte nei confronti delle idee radicali sulla transizione ecologica, a cominciare dal comune di Leeds, l’ex città industriale nel nord dell’Inghilterra, dove Paul Chatterton insegna e vive. A marzo, la città dello Yorkshire, 800 mila abitanti circa, è stata tra le prime ad adottare una dichiarazione di emergenza climatica e a impegnarsi per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2030. A luglio l’università ha deciso di seguire l’esempio e ha lanciato un vasto progetto su tre mesi per consultare la popolazione locale. A dicembre si tireranno le conclusioni della consultazione e si stilerà una serie di raccomandazioni.

Sulla scia dell’esperienza pioniera di Leeds, e con il moltiplicarsi delle occupazioni portate avanti dai militanti di Extinction Rebellion, iniziate la scorsa primavera a Londra, il ritmo delle città britanniche che decidono di seguire l’esempio si è accelerato. Oggi le autorità locali di oltre 100 comuni del Regno Unito, di tutte le dimensioni, hanno votato delle dichiarazioni di emergenza climatica. Jenny Andersson, specialista dello sviluppo sostenibile delle aziende e delle organizzazioni, ha registrato la mobilitazione di 40 comuni nel sud ovest dell’Inghilterra, cioè i tre quarti dei comuni della regione. La Andersson sa che per realizzare l’obiettivo ambizioso che queste città si sono fissate, cioè di “decarbonizzare” il paese in poco più di dieci anni, la strada sarà seminata di ostacoli. “Una delle principali difficoltà è che queste piccole città non dispongono delle competenze necessarie e non sono in grado di stabilire quali sono le priorità da mettere in atto subito per ridurre le emissioni di Co2 di cui sono responsabili”, analizza la direttrice di We Activate The Future. Per accelerare il cambiamento, la Andersson lavora dalla scorsa estate con tre municipi. La transizione ecologica potrebbe essere rilanciata se i laburisti tornassero al potere dopo le elezioni del 12 dicembre. Insieme alla lotta contro la povertà, il Green New Deal, adottato dal congresso annuale del Labour a settembre, è il fulcro del programma elettorale del principale partito di opposizione. Di recente, John McDonnell, responsable delle questioni economiche dello staff di Jeremy Corbyn, oltre che sostenitore di Extinction Rebellion, ha promesso investimenti per 250 miliardi di sterline (circa 292,45 miliardi di euro) in dieci anni per isolare le abitazioni e dare impulso alla produzione di energia rinnovabile.

Nel campo opposto, Boris Johnson sa che in questa campagna elettorale i conservatori partono svantaggiati in materia di ecologia, soprattutto tra i giovani elettori. A inizio mese, il primo ministro britannico ha cercato di rendere più “verde” l’immagine dei Tories annunciando una moratoria con effetto immediato sull’estrazione in Inghilterra di “shale gas”, il gas di scisto, già vietata in Scozia. Questa decisione è arrivata dopo la pubblicazione di un rapporto allarmante dell’authority che regola il settore del petrolio e del gas. La Oil and Gas Authorithy ha studiato la recente attività sismica intorno ad un sito del Lancashire dove viene effettuata la fratturazione idraulica. Il governo ha concluso che “non si potevano escludere ulteriori conseguenze inaccettabili per la popolazione locale”. In ogni caso, questa sospensione non equivale a un divieto. L’annuncio a sorpresa di Boris Johnson non è stato neanche preso sul serio dall’opposizione laburista che ha accusato il primi ministro di opportunismo elettorale. Sembra anche poco probabile che gli elettori tra i 18 e i 24 anni, per i quali, secondo l’istituto YouGov, il clima, insieme alla Brexit, è in testa alle priorità politiche del momento, diano i loro voti ai conservatori sulla base di questa semplice moratoria.

A questo stadio della campagna, Bob Ward, vicedirettore del Grantham Institute per il cambiamento climatico e l’ambiente, resta cauto sul peso che il clima potrà avere nella campagna, rispetto alla riforma del sistema sanitario pubblico, all’economia e alla Brexit. Si interroga anche sull’eventuale vantaggio che il Green New Deal potrebbe dare ai laburisti sui conservatori. “L’obiettivo ecologista che il Labour si è prefissato, vale a dire la decarbonizzazione dell’economia entro il 2030, è più ambizioso di quello che si sono fissati i conservatori (i quali, la scorsa primavera, durante il governo di Theresa May, hanno preso lo stesso tipo di impegno, ma a scadenza 2050, ndr). Si pone poi la questione dell’attuabilità degli obiettivi – aggiunge il ricercatore – e bisognerà aspettare la pubblicazione dei programmi dettagliati per confrontare gli impegni dei due principali partiti”. Per ora, Boris Johnson non sembra volersi esporre più di tanto su questo tema delicato. Il partito conservatore non ha risposto alla chiamata dei laburisti, dei liberal democratici e degli indipendentisti scozzesi favorevoli a organizzare un dibattito dedicato esclusivamente a questo argomento, probabilmente per timore di non riuscire a difendere il risicato bilancio del suo partito in materia di lotta contro il riscaldamento globale. La strategia di elusione del leader conservatore, se confermata, potrebbe non passare inosservata. Un portavoce di Extinction Rebellion, Rupert Read, ha di recente annunciato dodici giorni di mobilitazione a partire dal primo dicembre. “Queste elezioni devono essere delle elezioni climatiche – ha detto – Il parlamento che sarà eletto a dicembre resterà in carica potenzialmente per i prossimi cinque anni, un periodo cruciale per ridurre le emissioni di Co2”.

(traduzione Luana De Micco)

“Voi italiani volete ancora i soldi sporchi di Teheran”

Dal 16 novembre i cittadini iraniani sono scesi nuovamente nelle strade della maggior parte delle città per protestare. Questa volta contro l’aumento del prezzo della benzina. La reazione del regime teocratico sciita è stata, come sempre, furibonda e violenta. Migliaia di persone sono state arrestate e più di 300 hanno finora perso la vita.

Secondo l’avvocata e attivista per i diritti umani Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003 ed esule da tempo in Gran Bretagna, queste manifestazioni sono motivate dall’enorme disagio socio-economico della maggior parte della popolazione che negli anni ha visto crescere il divario tra la classe di pochi ricchi e dei pasdaran legati allo spietato regime degli ayatollah e il ceto medio. “La povertà e l’oppressione sono andate aumentando nel corso del tempo. Io sono contraria alle sanzioni perché colpiscono la popolazione e non chi governa, ma non è a causa dell’embargo economico imposto dagli Stati Uniti che gli iraniani sono scesi di nuovo in piazza a costo dell’arresto e della morte. La grave crisi è dovuta alle scelte sbagliate, di chi governa in Iran, alla corruzione monstre e al sostegno finanziario garantito da decenni a gruppi armati esterni”. Ebadi si trova a Roma per partecipare al progetto intitolato “Le donne, un filo che unisce mondi e culture diverse”, promosso dall’associazione Telefono Rosa, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si celebra oggi. La premio Nobel incontrerà al teatro Quirino 30 scolaresche provenienti da tutta la regione.

Avvocato, dato che si trova nella capitale italiana, e sapendo che l’Italia è il maggiore partner europeo dell’Iran in termini commerciali , cosa pensa del comportamento dei nostri ultimi governi nei confronti del regime ?

Pur rendendomi conto che la questione economica sia dirimente per la popolazione, le autorità dovrebbero evitare di avere rapporti con regimi corrotti come quello iraniano. Si tratta di soldi sporchi, insanguinati, frutto di oppressione e ingiustizia. I vostri politici invece non solo continuano a commerciare con gli ayatollah ma addirittura coprono le opere d’arte, le statue che rappresentano corpi nudi, quando il capo della repubblica islamica iraniana viene in visita nel vostro paese. Come accadde nel 2016 quando durante la visita di Stato, l’attuale presidente della Repubblica, Hassan Rohani, visitò i Musei capitolini. È un errore censurare l’arte e umiliare la propria cultura. È un errore barattare o sconfessare il prodotto dell’evoluzione artistica e sociale di un popolo in cambio di denaro. Anche ora i vostri politici mi sembrano intenzionati a proseguire su questo percorso sbagliato.

A proposito del presidente Rohani, ha ancora senso definirlo un “riformista” o un “moderato”?

Non ha mai avuto senso e men che meno ce l’ha ora. Rohani fa parte del clero sciita al potere dalla rivoluzione islamica del 1978 che ha privato il popolo dei diritti umani universali, sanciti dalle Convenzioni Internazionali, e lo ha impoverito culturalmente ed economicamente. È stupido fare una distinzione tra il presidente Rohani e la guida spirituale Ali Khamenei, colui che sta al vertice della piramide, perché entrambi fanno parte dello stesso ambiente. Rohani è colui che, interpretando anche gli ordini di Khamenei, ha dato mandato alle guardie rivoluzionarie di reprimere nel sangue anche questa tornata di proteste.

Cosa differenzia le manifestazioni di questi giorni da quelle dello scorso anno?

Di fatto nulla. Nel 2018 la gente era scesa nelle strade per le stesse ragioni: mancanza di scuole ed ospedali, infrastrutture decadenti, disoccupazione giovanile altissima, salari bassissimi, a fronte di tasse sempre più ingenti, di un’inflazione spaventosa e di una corruzione capillare in tutti i settori, compreso il sistema bancario. L’anno scorso i manifestanti urlavano slogan in cui denunciavano il regime di usare i soldi pubblici non per migliorare i servizi e creare lavoro, bensì per espandere la propria influenza all’estero sostenendo regimi altrettanto corrotti come quello di Assad in Siria e quello iracheno a guida sciita, e finanziando partiti e gruppi armati come il libanese Hezbollah e gli Houthi nello Yemen. La maggior parte degli iraniani non è interessata a far sì che gli ayatollah espandano la propria influenza sul Mediterraneo e nel mondo, ma vuole che i governanti lavorino per il bene comune della propria popolazione, migliorino l’economia e consentano l’accesso al sapere universale e alla tecnologia.

Come spiega l’esplosione di rivolte della cittadinanza lungo tutto l’asse sciita iraniano costituito prevalentemente dall’Iraq, Libano e Siria. È solo un problema di carovita e nuove tasse anche in questi paesi?

Anche i libanesi e gli iracheni protestano per l’aumento delle tasse, la mancanza di servizi pubblici e la corruzione, sapendo però che, se si trovano ad avere governi così corrotti, è anche a causa dell’ingerenza di Teheran .

Come in passato, la Guida Suprema, Khamenei, accusa l’ingerenza, politica ed economica, statunitense, israeliana e saudita per aver fomentato le rivolte e ottenere un ribaltamento del regime teocratico. La scusa del Grande Complotto ordito dagli yankee e dai sionisti con i sauditi, riuscirà anche questa volta a salvare il regime iraniano?

Nel caso delle rivolte attuali e dello scorso anno, le ingerenze statunitensi non sono certo la causa scatenante. La maggior parte degli iraniani sa bene che è la corruzione del regime e la aggressività in ambito geopolitico ad averli fatti cadere nel baratro dell’oppressione e della povertà. Le rivolte non si fermeranno. La gente terrorizzata ora tornerà a casa, come accaduto lo scorso anno, ma presto tornerà di nuovo in piazza perché il regime non pensa al suo bene ma al proprio.

La memoria è una tomba e il cimitero è per i vivi

Il fatto che nel decadere di questa civiltà le tombe abbiano ancora un forte valore simbolico lo dimostra il fatto che vengono profanate. È successo agli inizi di novembre nel cimitero ebraico di Jutland, in Danimarca, e succede spesso in Italia, ad opera di scimmiottatori del nazismo, teppisti comuni, satanisti. Il vilipendio della tomba è lo sfregio al valore che essa contiene e trasmette. Le amministrazioni comunali abbandonano le tombe così come la politica trascura e calpesta il senso sociale che dovrebbe dimorare tra i vivi e che i morti ribadiscono se sono onorati.

Si cercano tracce di chi è vissuto “per rimpiazzare le cose perdute, per riprodurre dall’interno di sé le forme andate in pezzi”, scrisse Friedrich Nietzsche.

Era il 1954 quando Pier Pasolini lesse nel “buio giardino straniero” del Cimitero acattolico di Roma uno degli undici poemi composti in omaggio alle ceneri di Gramsci. L’urna di Gramsci per Pasolini non era un contenitore di devozione feticistica, ma un portale tra il passato e il presente, un tramite tra la materia impalpabile del corpo di Gramsci e il popolo vivente.

Il Cimitero acattolico di Testaccio, detto “degli inglesi”, è uno dei pochi in Italia (insieme al cimitero di Staglieno a Genova) ad accogliere dignitosamente le spoglie di chi in vita ha costruito valore. Migliaia di visitatori ogni anno vanno a trovare i “loro” morti, non per familiarità, ma per gratitudine per ciò che ne hanno avuto.

Sotto la Piramide Cestia, in mezzo a una fila di tombe a metà esatta di una collinetta al cui apice sono le ceneri di Shelley – naufragato a largo di Viareggio, cremato sulla spiaggia toscana e qui portato nel 1823, nel “cimitero più bello e solenne” che avesse mai visto – in una luce nobile e calma giace Carlo Emilio Gadda, come da sua volontà espressa alla domestica–erede Giuseppina Liberati. La lapide reca un’iscrizione pomposa, scritta dal poeta Mario Luzi, che a Gadda non sarebbe piaciuta: “Qui nel cuore antico e sempre vivo di sogni e d’utopie Roma dà asilo alle spoglie di Carlo Emilio Gadda Geniale e studioso artista dalle forti passioni morali e civili Signore della prosa Milano 1893 – Roma 1973”. La salma è stata portata qui nel 2000 sotto la giunta Rutelli (che ebbe ragione sul sindaco di Milano Albertini, che la rivendicava), dopo una sosta di quasi 30 anni nel cimitero–deposito di Prima Porta. Il cimitero è gaddianamente gestito da un consiglio di 15 ambasciatori residenti a Roma di religione protestante o ortodossa greca e russa, e diretto da una signora di Reading, Amanda Thursfield, che a luglio vi ha accolto le spoglie di Andrea Camilleri: “Il Maestro era legato a questo posto”. Sul praticello a sinistra esposto al sole e frequentato dai gatti, c’è la lapide di Keats: “Questa tomba contiene tutto ciò che era mortale di un giovane poeta inglese… sul letto di morte dettò queste parole per la sua tomba: Qui giace uno Il cui nome fu scritto nell’Acqua”.

Sulla tomba disadorna e priva di foto di Leonardo Sciascia, al cimitero di Racalmuto, si legge l’epitaffio: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. Poco prima di morire nel 1989, Sciascia lasciò scritto: “Ho deciso di farmi scrivere sulla tomba questa frase di Villiers de l’Isle-Adam. E così partecipo alla scommessa di Pascal e avverto che una certa attenzione questa terra, questa vita, la meritano”. Sciascianamente, nel 2015 il cimitero di Racalmuto è rimasto senz’acqua, assediato dalle sterpaglie sotto il solleone, per un contenzioso tra il comune e il consorzio Girgenti Acque.

Beppe Fenoglio, partigiano e scrittore, venne sepolto nel 1963 nel cimitero di Alba con rito civile, “senza fiori, soste né discorsi”, come aveva lasciato scritto al fratello. La tomba è oggi mèta di eventi e letture. La figlia Margherita racconta di una devozione privata incessante: “Ho trovato un angioletto, un cero e spesso le sigarette”.

Al Cimitero monumentale del Verano, Giuseppe Ungaretti condivide con la sposa Jeanne Dupoix un poco lindo fornetto semi–nascosto incastonato in un terrapieno (lo troviamo grazie all’app One Memory Tours, già VeranoTour). Vicino, nel Famedio del Pci, il sacrario militare progettato da Gualtiero Costa nel 1970, c’è la tomba di Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. Fino al ’72 Togliatti era al Cimitero acattolico, insieme a Gramsci, suo co-vincitore della borsa di studio di 70 lire all’Università di Torino. C’è sempre una rosa rossa incastrata sotto il perno delle scritte in ferro dei nomi dei due dirigenti comunisti, tra nugoli di zanzare e un tanfo orribile. Su Dagospia c’è una photo-gallery del pellegrinaggio reso ogni anno a Togliatti dai dirigenti del Pd (“Sulla tomba di Togliatti. Ugo Sposetti, vecchio comunista, garantisce: difenderò i vitalizi”).

Al Verano c’è anche la tomba di Claretta Petacci, nella cappella di famiglia che stava per essere demolita e invece è stata restaurata dall’associazione Campo della Memoria di Nettuno, sede del sacrario militare per i caduti dello sbarco di Anzio. Mentre come si sa gode di ottimo stato il mausoleo di Mussolini a Predappio, mèta di un pellegrinaggio incessante.

Enrico Berlinguer è sepolto al cimitero Prima Porta-Flaminio, una cittadella di 40 chilometri di strade percorse da autobus, un milione e mezzo di tombe e interi settori in rovina, popolati da topi, blatte e zanzare. Il cimitero è affidato all’Ama, la partecipata per i rifiuti del Comune di Roma.

Un alloro la pianta dei Poeti, separa le tombe di Pier Paolo Pasolini e di sua madre Susanna nel cimitero di Casarsa (la scritta è in carattere Bodoni, che Pasolini amava). Sotto una siepe di gelsomini, in uno stato definito di degrado dai visitatori, le persone depositano rose e biglietti, in numero maggiore che non sotto la sua seconda tomba, quella dello strazio: il monumento corroso dal sale all’idroscalo di Ostia, dimenticato da tutti fuorché dai fascisti, che spesso lo vandalizzano.

Nel 2011 il Corriere denunciò lo stato di abbandono della tomba di Giovanni Verga al monumentale di Catania. “Una vicenda più mediatica che di sostanza”, disse il sindaco. Nel 2014 la tomba è stata presa in custodia dalla Fita, Federazione italiana teatro amatori.

La tomba di Luigi Pirandello è salva perché è anche la sua casa natale: in contrada Caos Villaseta a Agrigento, sotto un pino centenario affacciato sul mare, riposa per sua volontà l’urna con le sue ceneri.

Al Campo israelitico del monumentale di Torino, se si riesce a trovarla tra pietre rotte e sterpaglie, una pietra di marmo nero reca scritti i numeri: 174517. Sono le cifre che Primo Levi portava impresse a fuoco sul braccio.

“Venezia torni ai veneziani”: le ragioni del Sì al referendum

“I problemi di Venezia sono tanti, e aggrovigliatissimi. Ma tutti dipendono dalla soluzione di uno, fondamentale, che sarebbe semplicissimo e non costerebbe una lira: la restituzione di Venezia a Venezia. Non è un giuoco di parole, o una di quelle astruserie di cui si compiacciono politologi e sociologi. È un imbroglio amministrativo alla portata di qualsiasi persona provvista di un po’ di buon senso, e che possiamo riassumere così. … E oggi la situazione è questa: che nel comune di Venezia i veneziani si trovano nella proporzione di 1 a 2, se non 1 a 3, rispetto ai mestrini. E questo, non sarebbe nulla. La cosa più grave è che col numero dei suoi abitanti (e quindi dei voti) prevalgono anche gli interessi di Marghera che sono antitetici a quelli di Venezia. Questa, per non morire fisicamente, deve lasciare intatta la laguna. Mestre, per le sue industrie, ha invece bisogno di scavarvi dei canali che consentano alle grandi navi, e soprattutto alle petroliere, di solcarla fino al suo porto, il porto di Marghera. Il che significa distruggere la laguna sconvolgendone l’equilibrio col conseguente fenomeno delle ‘acque alte’, cioè distruggere Venezia”. Fa davvero impressione l’attualità di queste lucidissime parole di Indro Montanelli pubblicate su Oggi il 29 febbraio del 1980, dopo il fallimento del primo referendum che avrebbe potuto restituire Venezia ai veneziani, separandone finalmente il comune (e il destino) da quello di Mestre e della Terraferma.

Ebbene, domenica prossima potrebbe essere finalmente la volta buona, dopo tante altre occasioni perdute (1989, 1994 e 2003): veneziani (79.000, compresi quelli dell’Estuario) e mestrini (180.000… e qua è già ben chiaro il problema) voteranno di nuovo in un referendum sull’autonomia.

Per capire perché la vittoria del Sì è forse l’ultima via d’uscita per Venezia basterebbero ancora le ragioni elencate da Montanelli: ma altri quarant’anni di sviluppismo sfrenato, la cui degna conclusione è rappresentata dall’alluvione drammatica di questo novembre, hanno amplificato a dismisura quelle ragioni. “La scelta più logica – ha detto negli scorsi giorni Felice Casson con chiarezza cristallina e vero coraggio civile – è votare per la divisione di Venezia e Mestre, e chi predica astensionismo lo fa per la poltrona e per mantenere unito il proprio potere”. Parole chiare e dure: che inchiodano i sindaci di ieri e di oggi – Massimo Cacciari, Paolo Costa e Luigi Brugnaro – tutti infatti schierati per il fallimento del referendum. Coerentemente, si potrebbe dire: dopo tutto quello che hanno fatto per affondare la loro città!

Del resto, anche i partiti sono schierati in massa contro la divisione in due comuni: Pd, Articolo Uno, Forza Italia, e Lega. Ma se il Movimento 5 Stelle non prende ufficialmente posizione, Beppe Grillo si è fortemente pronunciato per il Sì.

Ad animare la campagna, però, non sono i partiti o i politici, ma i cittadini e le associazioni. Ed è nei volantini distribuiti da Italia Nostra (che disperatamente cerca di avvicinare, in fondo a Strada Nuova, qualche veneziano, disperso nel flusso oceanico dei turisti…) che si leggono le motivazioni più efficaci per votare Sì, dal punto di vista di chi lotta per la sopravvivenza di Venezia: “Maggiore rappresentanza politica: oggi solo 11 consiglieri comunali sono di Venezia e gli altri 36 sono di Terraferma perché i 2/3 dell’elettorato è in Terraferma, la tutela della salute dei cittadini, ora a grave rischio essendo la città portuale più inquinata d’Italia e la terza d’Europa, la pianificazione degli accessi e dei flussi turistici, considerando solo i vantaggi di Venezia e dei suoi cittadini, un’azione definitiva contro il moto ondoso, senza dover considerare categorie economiche che fanno prevalentemente riferimento alla terraferma, servizi ai cittadini che ogni comune deve fornire, molti ora portati in Terraferma”. Ma quegli stessi volantini contengono anche le ragioni che possono convincere i mestrini (che ovviamente faranno la differenza nelle urne…): “Un piano di sviluppo per riqualificare la città ed esaltarne la vocazione direzionale, le potenzialità di città moderna, terza del Veneto e diciottesima d’Italia, snodo produttivo e infrastrutturale, con il terzo aeroporto nazionale e il nono scalo ferroviario; minor pressione fiscale (Tari e Imu), allineata a quella delle città di Terraferma; un progetto di sviluppo turistico di qualità per fare di Mestre lo snodo per un turismo di Terraferma: progetti culturali, visite al sistema fortificato, ville venete, percorsi ciclabili e naturalistici, eccezionalità dell’offerta gastronomica”. Nel passaparola di queste ore l’argomento più gettonato è il pericolo dell’aumento delle tasse, dei trasporti, delle spese amministrative: un timore del tutto infondato, che è solo lo spettro agitato dal fronte del No.

Cosa bisognerebbe fare per salvare Venezia? Chiudere subito la Laguna alle Grandi Navi; fermare il maledetto Mose e usare subito quella barca di soldi per rimettere in equilibrio la Laguna: riportare in città servizi e dunque abitanti; avere finalmente un sindaco libero dagli interessi che uccidono Venezia: tra tante cose difficili, oggi forse impossibili, una è facile, a portata di mano. Restituire Venezia ai veneziani: come chiedeva Montanelli, quaranta anni fa.

“La commissione Moro ha nascosto la verità”

“Uno scandalo veramente senza fine”. È il caso Moro, secondo Sergio Flamigni, ex senatore e infaticabile ricercatore che da anni indaga sulla P2, sul terrorismo italiano, sul sequestro del presidente della Dc. Il suo ultimo lavoro, Rapporto sul caso Moro (Kaos edizioni), presenta il suo contributo ai lavori della seconda Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro di Aldo Moro (2014-2017). Ma rende pubblica anche una denuncia secca per come il presidente della Commissione, il Pd Giuseppe Fioroni (preferito al più esperto Miguel Gotor), ha condotto i lavori. “In modo autocratico e disordinato”, “abusando della secretazione”, lavorando “quasi solo attorno all’agguato di via Fani, senza affrontare il nodo del 18 aprile, ossia la scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa”. Risultato finale: “Mantenere il delitto Moro un enigma irrisolto”. Eppure alcuni elementi raccolti dalla Commissione sono riusciti a confermare “che la verità di Stato sul delitto Moro – confezionata dalla Dc di Francesco Cossiga insieme agli ex Br Valerio Morucci e Mario Moretti e avallata dalla magistratura romana – è una colossale menzogna”. Flamigni segnala “tre dati di fatto che sbugiardano quella versione dall’inizio (strage di via Fani) alla fine (uccisione di Moro)”.

Il primo dato accertato è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi delle Brigate rosse si sono rifugiati con l’ostaggio in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello Ior (la banca del Vaticano), su cui non è mai stato fatto alcun approfondimento. Non ci sono stati – come raccontato “dalla menzognera versione di Stato” – trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo; non c’è stata una tappa successiva nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli portuensi; e non c’è stato l’approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini.

Il secondo dato accertato dalla Commissione è che “sono una sequela di menzogne” anche il luogo e le modalità dell’uccisione del presidente della Dc raccontate dai brigatisti. Secondo la loro versione, Aldo Moro sarebbe stato ammazzato nel box auto di via Montalcini, nel baule della Renault rossa, con 11 colpi sparati alle 6-7 del mattino. Con successivo trasporto del cadavere per alcuni chilometri, da via Montalcini fino in via Caetani, al centro di Roma. Falso, secondo Flamigni: “Le vecchie e le nuove perizie hanno definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l’orario del delitto indicato dalla versione brigatista avallata dalla magistratura romana”.

Il terzo dato di fatto è che la “verità ufficiale” sulla prigionia e sull’uccisione di Moro in via Montalcini (quella del “memoriale Morucci”) è stata confezionata in carcere dal brigatista dissociato Valerio Morucci con la regia del Sisde, il servizio segreto del Viminale, con “la fattiva collaborazione della Dc cossighiana”.

“Il sequestro del presidente della Dc è rimasto un delitto senza verità”, scrive Flamigni. “Infatti a distanza di più di quarant’anni non c’è alcuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso”. Secondo Flamigni, “è certo che alla strage di via Fani partecipò un tiratore scelto”. Ne parla anche uno dei testimoni oculari, il benzinaio Pietro Lalli, pratico di armi: raccontò di “aver visto sparare un esperto e conoscitore dell’arma in quanto con la destra la impugnava, e [teneva] la sinistra guantata sopra la canna in modo che questa non si impennasse”. Per scoprire gli eventuali professionisti in via Fani, “la Commissione avrebbe dovuto occuparsi dell’aereo libico, diretto a Ginevra, che nel tardo pomeriggio del 15 marzo 1978 (vigilia della strage di via Fani) atterrò invece a Fiumicino con quattro persone a bordo, e che ripartì l’indomani mattina alle ore 10,05 (un’ora dopo la strage) alla volta di Parigi. Un volo fortemente sospetto di avere trasportato uno o più killer di una particolare struttura di addestramento e supporto per organizzazioni terroristiche formata a Tripoli (Libia) dagli americani Edwin P. Wilson e Frank Terpil, entrambi ex agenti della Cia”.

Flamigni segnala come “episodica eccezione” al “quarantennale disastro giudiziario relativo al delitto Moro” il lavoro del procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, che avocò un’indagine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone. La requisitoria di Ciampoli dell’11 novembre 2014 “ha confutato la versione di Stato del duo Morucci-Moretti sulla dinamica dell’agguato e della strage. E non ha mancato di menzionare la ‘protratta inerzia’ del pubblico ministero romano che lo aveva indotto a esercitare il potere di avocazione”.

La “protratta inerzia” ha riguardato anche la figura e il ruolo dell’americano Steve Pieczenik (insediato al Viminale per conto del Dipartimento di Stato Usa durante il sequestro Moro). Venne mandato a Roma da Washington – secondo Ciampoli – per quella che era una vera e propria operazione di “guerra psicologica” con tre obiettivi: garantire l’uccisione dell’ostaggio; recuperare le registrazioni degli interrogatori e degli scritti di Moro; ottenere il silenzio dei terroristi.

Ciampoli ha riferito anche di aver indagato sulla presenza in via Fani di due uomini dei servizi segreti, a bordo di una moto Honda, al comando del colonnello Camillo Guglielmi. E si è detto convinto che “in via Fani vi fosse la presenza anche di servizi segreti di altri Paesi interessati, se non a determinare un processo di destabilizzazione dello Stato italiano, quantomeno a creare del caos”.

È stata secretata l’audizione in seduta segreta del 29 luglio 2015 di Luca Palamara, sostituto procuratore a Roma e membro del Consiglio superiore della magistratura: riguardava l’interrogatorio di Pieczenik svolto per rogatoria da Palamara il 27 maggio 2014. “Da allora”, commenta Flamigni, “la posizione giudiziaria di Steve Pieczenik si è inabissata, col suo carico di segretezza, nel porto delle nebbie”.

“Berlusconi prese Einaudi dopo la ripicca di Agnelli”

Chi si ricorda ancora di Giulio Einaudi (1912–1999), il grande editore scomparso vent’anni fa? Quasi nessuno, se è vero che un importante manager della Mondadori, che nel 1994 rilevò la casa editrice torinese, non troppo tempo fa ha detto ai suoi collaboratori che di Einaudi non voleva più sentirne parlare. Non solo Milano dimentica, pure Torino non è da meno. Da cinque anni, per esempio, è abbandonato da qualche parte il regalo che Roberto Cerati, ex presidente della casa dello Struzzo, “l’uomo dai silenzi significativi” nella definizione di Giulio, volle fare prima di morire alla sua casa editrice: una storia orale e per immagini dell’Einaudi e dei libri che l’hanno fatta grande, dal 1933 al 1983, l’anno della crisi. Attraverso la supervisione di Cerati, l’ha realizzata Claudio Pavese, un amico studioso di editoria e bibliofilo. Un’opera fatta di oltre quattro ore di registrazioni e in quasi 600 immagini originali, contenute in vari cd, che è stata dimenticata. D’altronde neppure Malcolm Einaudi, il nipote dell’editore, ha avuto più fortuna. Ha creato la Fondazione Giulio Einaudi, e custodisce l’intera biblioteca privata del nonno, oltre a corrispondenze e a vari documenti. L’ha offerta alla Città di Torino, chiedendo dei locali acconci per ospitare il tutto, ma nessuno gli ha mai dato retta.

Nel ventennale della morte, avvenuta il 5 aprile 1999, pertanto, ben pochi hanno onorato la sua memoria. C’è stato il comune di Dogliani, il paese delle Langhe dove c’è la bella tenuta degli Einaudi voluta dal padre di Giulio, il presidente della Repubblica Luigi, che la scorsa settimana ha reso omaggio con alcune iniziative, presenti la figlia Giuliana e il nipote Malcolm, all’editore “espressione più alta di questa terra, capace di dare vita alla più grande impresa culturale e civile italiana del dopoguerra”. E poi c’è Domenico “Mimmo” Fiorino, classe 1953, che per tanti anni è stato l’autista personale del “Dottore”, come lo chiamava. Dopo avere pubblicato nel 2011 un primo libro sull’editore, adesso ha dato alla stampe Giulio Einaudi. Il principe dei libri (Graphot, 221 pagine, euro 12), seconda puntata del racconto di quel periodo straordinario.

Due episodi nella sua narrazione riassumono le ragioni per cui, oggi, lo Struzzo è di proprietà della Mondadori di Silvio Berlusconi. Il primo risale al 1983, quando le finanze dell’Einaudi andarono in crisi. Avrebbe potuto essere salvata subito, narra Fiorino, dall’Avvocato, ossia da Gianni Agnelli. “Eravamo nel 1983”, scrive, “il giorno e il mese non li rammento, ma ci trovavamo sicuramente nel pieno della grande crisi finanziaria dell’Einaudi.

Renata Paglietti, la responsabile del personale, mi disse: ‘Mimmo, alle 15 dovresti portare una busta al notaio Antonio Marocco’. Alle 14.30 mi presentai in casa editrice e andai dalla Paglietti per prendere la busta da portare al notaio, uno dei più importanti della città. La signorina, quando mi vide, mi disse: ‘Mimmo, mando un altro da Marocco. Tu dovresti andare a casa del dottor Einaudi, che ha bisogno di te. (…) Ti aspetta sotto casa, in via della Rocca’”. Il “Dottore”, prosegue Fiorino, “mi disse: ‘Mimmo, dobbiamo andare in via del Carmine nello studio dell’avvocato Franzo Grande Stevens. Sai dov’è?’. Risposi: ‘Sì, dottore’. Appena arrivati in via del Carmine, il dottore scese: ‘Aspettami qui. Quando ho finito, mi devi accompagnare all’aeroporto di Caselle’. Aspettai circa mezz’ora. Alla fine lui arrivò. Notai che era un po’ scuro in faccia. Si limitò a dirmi: ‘Mimmo, portami a Caselle. Devo partire per Roma’. Seppi in seguito dal dottor Roberto Cerati (…) che quel giorno l’Avvocato, Gianni Agnelli, insomma, per tramite di Franzo Grande Stevens si era rifiutato di acquistare una quota azionaria dell’Einaudi, circa il 30 per cento, che evidentemente il dottore gli aveva offerto per far fronte ai problemi della casa editrice.

Il rifiuto, come mi confidò Cerati, era una ripicca da parte di Agnelli. Qualche anno prima, infatti, l’Avvocato era andato da Einaudi per proporgli di rilevare una quota di minoranza dello Struzzo. Il dottore, però, allora non aveva necessità di vendere, e per giunta alla Fiat; e poi era troppo orgoglioso per cedere qualcosa della sua creatura. Così gli aveva detto di no. Gianni Agnelli non aveva dimenticato l’affronto”.

Il secondo episodio è del 1994. Fiorino ed Einaudi, un giorno, partono per Milano, “il dottore aveva un appuntamento in via Montenapoleone”. Giunti a destinazione, “accostai al marciapiede e parcheggiai. Davanti alla nostra auto, ce n’erano altre tre, tutte blu. Da quella di mezzo scese un uomo basso e con pochi capelli, subito circondato da numerose guardie del corpo. Era il cavalier Silvio Berlusconi. Da un’altra auto blu scese un uomo più alto, con i baffi: Massimo Vitta Zelman, il proprietario della casa editrice Electa. Einaudi era ancora seduto dietro di me, e ancora non parlava. Fui io a scendere per primo, e quando aprii lo sportello lui non poté fare a meno di venir fuori. Mi rivolse un’occhiata indecifrabile – arrabbiata, disperata, semplicemente triste? – e poi raggiunse gli altri due. Si strinsero la mano ed entrarono in un portone. Io e gli altri autisti ci predisponemmo ad aspettare. Non durò a lungo; dopo dieci minuti, l’incontro era già finito. Einaudi aveva la stessa espressione di prima: arrabbiata, o disperata, o triste, o forse tutte e tre le cose insieme. Gli aprii lo sportello, lui salì in macchina e poi mi misi al volante. ‘Possiamo andare’, mi disse, ed erano le prime parole che gli sentivo pronunciare quel giorno. ‘Dove la porto?’, domandai. ‘A casa’. Quel giorno la Mondadori di Berlusconi aveva comprato la Giulio Einaudi Editore”.