Le autostrade liguri a pezzi: crolla un viadotto sulla A6

Collasso. Dei viadotti che crollano e del sistema autostradale ligure. In quindici mesi sono crollati due viadotti. Ieri è toccato al Nostra Signora della Guardia, alle spalle di Savona. D’accordo, è una frana che si è mangiata quaranta metri di ponte (pare, finora, senza vittime). D’accordo, stavolta Autostrade non c’entra perché la A6, Savona-Torino è gestita da Gavio. Ma ormai è sotto l’occhio di tutti: le autostrade liguri sono al collasso. Su cinque direttrici ben due sono interrotte o deviate per crolli di viadotti. Altre due (la A26 verso il Piemonte e la A7 verso Milano) funzionano a regime ridotto per i lavori urgenti. Le altre direttrici (A10 e la A12) sono un rosario di cantieri.

Ma torniamo a ieri. Sulla Liguria piove da giorni, la terra è imbevuta. Marcia. All’improvviso una fetta di montagna – per fortuna lontana dalle case – scivola a valle, ingoiando alberi, massi e il pilone dall’autostrada: quaranta metri d’asfalto – la carreggiata per Torino – scompaiono: “Stavo sorpassando, ho visto una persona che si sbracciava e ho pensato a un malore. Poi ho visto tutto nero, il viadotto non c’era più”, le parole di Daniele Casson, 56 anni, vigilante savonese, somigliano a quelle dei sopravvissuti del Morandi. Ma stavolta è andata meglio: “Dietro di me arrivava un pullman con decine di persone, per fortuna siamo riusciti a fermarlo sul baratro”. Questa notte le unità cinofile dei vigili del fuoco non hanno smesso di cercare tra le macerie. “Non possiamo escludere che là sotto ci sia qualcuno”, ha detto il Governatore Giovanni Toti. Intanto già da stamattina si dovrà trovare una soluzione: su quel ponte passavano merci e passeggeri dei porti di Savona e di Genova. La speranza è che almeno il viadotto dell’altra carreggiata sia sano e si possa procedere a doppio senso.

Ma il punto oggi è l’emergenza totale delle autostrade liguri. I viadotti malati non si contano più e gli automobilisti chiedono di sapere se sia sicuro percorrerli. Le indagini e le ispezioni della Procura e della Finanza di Genova si sono concentrate su Bormida, Pecetti, Gargassa e Gorsexio sulla A26. Accanto al Morandi i tecnici stanno monitorando il Sei Luci. Sulla A10 ci sono il Teiro (Varazze) e il Letimbro (Savona). Sulla A7 ecco il Coppetta e il Busalla. Sulla A12 preoccupano il Bisagno, il Veilino e il Sori. Quattro viadotti nelle ultime valutazioni tecniche hanno riportato voti ben più allarmanti di pochi mesi fa: Ponticello, Bormida, Ponte Scrivia e Coppetta. Addirittura 70 (il Morandi secondo i tecnici del ministero aveva 60). Più alto il voto e più seria è la situazione. Con 70 si deve provvedere a interventi immediati o a limitazioni del traffico. Ma secondo i tecnici tutti i viadotti della A12 richiedono un esame approfondito e molto urgente perché nei cassoni di alcuni “abbiamo trovato molta acqua”.

Non solo: secondo gli inquirenti, dall’esame della documentazione interna di Autostrade e Spea (la controllata che si occupa delle analisi di sicurezza dei viadotti) sarebbe emerso che dal 2013 non venivano effettuate ispezioni nei cassoni dei viadotti (e proprio i cassoni potrebbero essere la causa del crollo del Morandi). Inoltre, i sensori che dovevano monitorare la struttura del Morandi erano inattivi dal 2016.

Un quadro drammatico. Autostrade nelle ultime settimane ha coperto le arterie liguri di cantieri. Sono stati più di cento. Secondo la società “è il segno di un impegno serio e importante”, di un cambiamento di rotta. I critici, però, temono che ci si sia accorti all’improvviso di una situazione al limite del tracollo. Così il sistema autostradale ligure rischia il collasso: l’arteria che porta a Milano nelle ultime settimane era intasata ogni giorno per i lavori ai viadotti malati. Stessa sorte per la A26 che porta ad Alessandria e alla pianura. Una via crucis: “Code per lavori”, era scritto sui pannelli. Nemmeno una parola per informare gli automobilisti della vera ragione di questa urgenza: i report di sicurezza molto allarmanti. Intanto tra Genova e Savona si procede quotidianamente a passo d’uomo: fino a sei cantieri per quaranta chilometri. Alcuni lunghi dieci chilometri. Un’invasione di birilli, migliaia e migliaia, a chiudere le corsie, a volte senza che si vedano operai al lavoro. Cosa succede davvero? Le autostrade liguri ormai sono trasformate in percorsi a una, due corsie (con pedaggio, però). La società assicura che si stanno ultimando lavori per oltre otto milioni. Chissà se siano tanti o pochi. La liquidazione di Giovanni Castellucci, ex ad del gruppo indagato per il Morandi, era quasi il doppio: oltre 13 milioni.

“Nano tecnologie in mano ai terroristi. Rischio concreto”

L’ultimo allarme sulle minacce della nanotecnologia è stato lanciato da Margaret E. Kosal il 31 ottobre sul Bollettino degli scienziati atomici Usa, il media che da decenni fornisce all’opinione pubblica, ai politici e agli scienziati le informazioni necessarie per ridurre le minacce alla sopravvivenza dell’umanità. Secondo lo studio della Kosal, la ricerca nel campo delle nanotecnologie può avere notevoli effetti positivi, come modi per creare strumenti scientifici a basso costo che controllino la qualità di volumi d’acqua molto piccoli in grado di abbattere i costi per i Paesi in via di sviluppo, oppure per realizzare sistemi di sensori in grado di individuare rapidissimamente attacchi attraverso agenti chimici e biologici. Ma come accade spessissimo, queste tecnologie hanno un possibile doppio uso e dunque la nanotecnologia comporta anche rischi crescenti. Secondo il rapporto, i gruppi terroristici potrebbero utilizzare strumenti scientifici a basso costo per veicolare attacchi chimici, biologici o radiologici devastanti. Non solo: i militari potrebbero sviluppare tecnologie stealth destabilizzanti perché in grado di essere praticamente invisibili e al contempo di penetrare nelle difese di altri Paesi e di condurre attacchi o veicolare informazioni. È dunque indispensabile che le autorità politiche considerino anche i rischi dello sviluppo. Se lo dice la Kosal c’è da crederle. La ricercatrice è una vera autorità mondiale in materia: attualmente professoressa associata alla Scuola Sam Nunn School di relazioni internazionali del Georgia Institute of Technology di Atlanta, negli Usa, Kosal è anche codirettrice del Programma sulla sicurezza e le tecnologie emergenti e dirige anche il Programma sulla non proliferazione biologica e chimica e l’antiterrorismo del Centro per la strategia, la tecnologia e la politica internazionali sempre al GeorgiaTech ed è stata consulente scientifico e tecnologico sulla difesa chimica e biologica del Pentagono.

L’allarme della scienziata statunitense non è isolato. Il 3 e 4 settembre a Minsk, la Bielorussia e l’Ufficio dell’Onu contro il terrorismo (Unoct) hanno tenuto una conferenza internazionale sul contrasto di attacchi terroristici basati sulle nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale. Il russo Vladimir Voronkov, primo sottosegretario generale dell’Ufficio antiterrorismo dell’Onu, ha affermato che “è necessario aumentare lo scambio di conoscenze specialistiche su tecnologie come la stampa 3D, la biochimica, la nanotecnologia, la robotica e le armi autonome per identificare e rispondere meglio ai rischi prima che sia troppo tardi”.

Ma del rischio dell’uso terroristico della nanotecnologia molecolare con la creazione di nanoarmi biologiche di distruzione di massa si parla ormai da vent’anni. Uno dei primi saggi sulla materia, “I terroristi dell’ultima ora”, fu pubblicato nel 1999 da Jessica Stern per la Harvard University Press. Una delle conclusioni del volume era che “le armi chimiche e biologiche grezze sono così facili da realizzare che è improbabile che le strategie di prevenzione abbiano [completamente] successo” e che una serie di potenti armi non convenzionali sono già “alla portata” di gruppi e individui. Il rischio che “repliche fuori controllo” di ricerche militari o civili arrivino nelle mani sbagliate è sempre alto.

L’esercito di robot: killer senza ordini

Sono passati 35 anni da quando James Cameron spaventò il mondo con il suo film sull’inarrestabile cyborg assassino venuto dal futuro, quel Terminator che aveva la faccia di Arnold Schwarzenegger. Oggi le armi robot non sono più fantascienza: le prime sono già state testate sul campo. Il vantaggio strategico nel settore è in mano a Usa Russia e Cina ma né la politica né la diplomazia riescono a fermare la corsa al riarmo robotico che è in corso a livello mondiale.

Le armi “intelligenti” sono tra i sogni di governanti e condottieri sin dai tempi di Leonardo. Già durante la seconda guerra mondiale i sovietici e altri eserciti svilupparono armamenti filoguidati. In seguito, l’elettronica ha creato armi più o meno “autonome”, come missili siluri o cannoni in grado di seguire e colpire un bersaglio. Questo però è il passato. Oggi il Pentagono definisce arma robot “un sistema che, una volta attivato, seleziona e attacca obiettivi senza alcun ulteriore intervento di un operatore umano”. I tecnici distinguono tra armi con presenza umana in, on o out the loop: dentro, sopra o fuori il circuito di controllo. Nel sistema con l’uomo in the loop l’operatore seleziona un bersaglio e quindi l’arma usa sensori e processi automatici per tracciarlo e colpirlo: vedi alla voce missili aria-aria a guida laser o Gps. Un sistema con i militari on the loop seleziona e colpisce bersagli in modo indipendente ma sotto la supervisione di operatori pronti se necessario a intervenire, come avviene nei sistemi antimissile israeliano Iron Dome, Aegis Phalanx della Marina Usa e Patriot dell’esercito americano. Poi c’è l’arma out the loop che, una volta attivata, opera in modo totalmente indipendente da qualsiasi intervento umano.

L’uomo è “fuori dal circuito” già da anni. Il primo caso a livello mondiale è stato il varo ad aprile 2016 su un fiume dell’Oregon di un trimarano senza equipaggio per la guerra antisommergibile (Actuv) chiamato Sea Hunter. Il prototipo, la cui sola costruzione è costata 20 milioni di dollari, è stato realizzato dopo anni di studi dalla Marina e dall’Agenzia per la ricerca avanzata nei progetti di difesa (Darpa) degli Usa. Sea Hunter, lungo 40 metri, può navigare in totale autonomia per migliaia di chilometri a 27 nodi, sa usare telecamere e radar per tracciare la sua posizione, riesce a individuare altre navi e sommergibili nemici. Nel 2018, dopo aver superato tutti i test di sicurezza viaggiando in mare per due anni e completando in totale autonomia una crociera andata e ritorno da San Diego in California a Pearl Harbor nelle Hawaii, Sea Hunter è stato ufficialmente inserito nella flotta militare Usa. L’obiettivo strategico delle navi robot per la Marina da guerra di Washington è la riduzione dei costi: al posto di flotte composte da navi di grandi dimensioni con equipaggi numerosi, estremamente costose, saranno usate meno navi con equipaggio e molte navi robot. Fred Kennedy, direttore dell’ufficio tecnologico tattico della Darpa, ha dichiarato che “gli Usa conoscono l’importanza strategica di sostituire i pezzi ‘re’ e ‘regina’ sulla scacchiera navale con un sacco di ‘pedine’: Sea Hunter è il primo passo in questa direzione”.

Ma negli Usa non c’è solo la Marina. Anche il Pentagono da anni si è dotato di una strategia e centri studi propri per le armi robot: sta sviluppando un carrarmato robot e sta testando un veicolo terrestre robotizzato da trasporto in grado di rifornire la fanteria fino a 100 chilometri di distanza con una autonomia di 72 ore. Pure l’Aeronautica Usa testa software che consentono ai piloti di caccia di guidare velivoli senza pilota di accompagnamento verso posizioni nemiche, dopodiché i droni cercheranno e distruggeranno da soli radar e altri obiettivi chiave. Nel gennaio 2017, il Dipartimento della Difesa Usa ha pubblicato un video che mostra 103 droni robot che sorvolano la California senza intervento umano. Un portavoce l’ha descritto come “un organismo collettivo che condivide un cervello distribuito per decidere: i suoi membri si adattano l’uno all’altro come uno sciame di insetti”.

Le altre superpotenze stanno perseguendo gli stessi progetti. Mosca ha presentato diversi veicoli terrestri senza pilota, tra cui il piccolo carro armato robot Uran-9 e il carro robot pesante Vikhr, armati con mitragliatrici cannoni e missili, in grado di operare con un certo grado di autonomia. Nel 2016 l’esercito russo ha acquistato 22 Uran-9 e maggio 2018 ha rivelato di averli testati in combattimento in Siria.

Le “recensioni” sono state divergenti: per i militari russi non avrebbero funzionato bene mentre la rivista Jane’s, vera “bibbia” mondiale degli armamenti, ne ha invece lodato i risultati. La strategia russa su questo fronte è stata resa nota nel 2015: l’obiettivo è dispiegare il 30% delle armi russe su piattaforme a controllo remoto entro il 2025. I progetti attuali includono veicoli da trasporto fanteria, il robot da combattimento Bmp-3 Vihr, carri armati robotizzati T-72 e minuscoli veicoli robot Nerekhta per evacuare soldati feriti o attaccare postazioni nemiche.

Pure la Cina sta lavorando a una gamma segreta di sistemi d’arma autonomi e semi-autonomi aerei terrestri e marittimi. Tra questi il drone aereo armato Blowfish A2 del produttore Ziyan, il carrarmato Norinco con mitragliatrice e lanciarazzi e il Progetto 912 di sottomarini robot. Israele è un altro Stato con forti competenze tecnologiche nel settore, come pure Inghilterra e Francia.

Dove c’è guerra c’è business. Alle armi robot non sono interessate solo le società di armamenti “classiche” ma soprattutto quelle tecnologiche, specie sul fronte dell’intelligenza artificiale, come Alphabet (Google). Ma la corsa al riarmo robotico genera un allarme crescente tra diplomatici, attivisti per i diritti umani, sostenitori del controllo degli armamenti e tutti coloro che temono che l’impiego di armi autonome riduca drasticamente i diritti umani, violi le leggi di guerra e crei i rischi di un’escalation che dalla guerra convenzionale porti a quella nucleare. Gli interrogativi sul loro uso sono inquietanti: un minicarrarmato robot saprebbe distinguere tra combattenti nemici e civili inermi in un teatro di battaglia urbana affollato, come richiesto dal diritto internazionale? Il capitano di un sottomarino inseguito da una implacabile nave antisommergibile robot potrebbe decidere il lancio di missili balistici a testata nucleare piuttosto che rischiare di perderli a causa di un attacco preventivo?

A livello internazionale non esistono divieti legali nazionali o internazionali per lo sviluppo di questi sistemi. Da anni una ventina di Paesi ha chiesto all’Onu un divieto preventivo di queste armi sulla base di considerazioni etiche, mentre altre nazioni chiedono invece regole internazionali valide per tutti. Ma i Paesi in vantaggio strategico non permettono che la discussione diplomatica arrivi a una decisione. Già da sei anni le organizzazioni per il disarmo e i diritti umani, come Human Rights Watch, sono impegnate in una campagna mondiale per fermare i robot killer che continua però a scontrarsi contro un muro di gomma. Il rischio crescente è che finisca per concretizzarsi la profezia annunciata a maggio 1953 da Philip K. Dick nel suo racconto di fantascienza “Modello 2”: in un mondo ridotto a un cumulo di rovine, gli ultimi soldati si scannano reciprocamente ma nel contempo devono difendersi da robot killer. I quali però, a loro volta, cominciano già a distruggersi l’un l’altro.

“Uniti per tolleranza e libertà: 45 mila sardine anti-Salvini”

Aumentano di ora in ora. E da tutte le province, lasciando perdere per un pomeriggio il tipico campanilismo toscano: gli autobus arriveranno da Livorno a Pisa passando per Lucca, Massa e Pistoia. Sono il “popolo delle sardine” toscane che, sulla scia della manifestazione di Piazza Maggiore a Bologna, sabato 30 si ritroveranno in Piazza della Repubblica a Firenze per rovinare la festa a Matteo Salvini. Tra i quattro organizzatori dell’evento che nel fine settimana ha già raggiunto le 45 mila adesioni, c’è Danilo Maglio, studente di 20 anni nato a Napoli ma ormai fiorentino di “adozione”: “In piazza saremo tantissimi – dice al Fatto Quotidiano – e riuniremo tutti quei toscani che si riconoscono nei valori della Costituzione”.

Come sono nate le “sardine” toscane?

Dopo la manifestazione di Bologna, grazie ad amici in comune, ci siamo incontrati io, Cristiano Atticciati, Matilde Sparacino e Bernad Dika e ci siamo chiesti: “Cosa vogliamo fare?”. È bastato un attimo per capirci: sapevamo che il 30 novembre Salvini sarebbe arrivato a Firenze per iniziare la campagna elettorale in vista delle regionali e così abbiamo deciso di organizzare la manifestazione.

Con quale obiettivo?

Vogliamo fare vedere che c’è un’altra Italia e un’altra Toscana che si riconosce nei valori della Costituzione, del rispetto, della tolleranza e della libertà.

Siete i nuovi girotondi?

No, non ci sono somiglianze. Quando nascevano i girotondi ero piccolissimo, avevo tre anni. Siamo qualcosa di molto diverso: non siamo né una riedizione dei girotondi né dei grillini del Vaffa Day perché non siamo contro il sistema. Vogliamo solo che la Costituzione venga rispettata e la politica torni ad essere una cosa seria.

Salvini viene a Firenze per “liberare la Toscana”…

Mi viene in mente la vignetta con due personaggi, uno dei quali appare perplesso: “Salvini dice che siamo tutti figlio suoi”. E l’altro risponde: “Digli che siamo orfani”. Liberare la Toscana da chi? Dai toscani stessi? Lui fa solo propaganda. Noi siamo un numero gigantesco e siamo qui ad aspettarlo: siamo la piazza italiana con il maggior numero di adesioni, quasi 50 mila. Sarà per la storia rossa e antifascista della Toscana.

Ecco, a proposito, a maggio il centrosinistra rischia di perdere la regione per le divisioni interne.

Non ho mai votato Pd né tantomeno mi riconosco in quel partito ma noto che a sinistra si fa sempre a chi lo è di più: per questo potrebbe perdere anche qui. Negli ultimi anni il Pd in Toscana ha perso quasi tutti i comuni perché, una volta al governo, non ha saputo rispettare le aspettative di chi lo ha votato.

Cosa dovrebbero fare Pd e M5S per evitare la vittoria della Lega?

Dovrebbero ascoltare i nostri bisogni e di tutta una regione che non si sente più rappresentata. Siamo un fenomeno apartitico ma parliamo con una voce unica e chiediamo di essere ascoltati.

Va bene, però poi nell’urna chi votate?

Una cosa è certa: le “sardine” non voteranno Salvini in Toscana. Poi ognuno sceglierà chi vuole.

Toscana, l’argine rosso ora scricchiola

La metafora è di una vecchia volpe della politica toscana che di elezioni ne ha viste parecchie: “Hai presente uno di quei piccoli fiumiciattoli apparentemente innocui che quando arrivano le piogge si ingrossano e straripano? Ecco, l’argine può reggere una volta, due volte ma alla terza viene travolto. E a quel punto l’acqua non la fermi più”. Nella (ex) Toscana rossa, la destra leghista è il torrente, la sinistra gli argini. A maggio prossimo, dopo anni di deterioramento, potrebbero non tenere. Sono mesi che in Toscana non si parla d’altro: qualcuno ha paura, qualcun altro spera. E la posta in gioco è alta, non solo il governo giallorosso che, se a gennaio dovesse cadere l’Emilia, potrebbe già essere un lontano ricordo: se a maggio la Regione dovesse passare alla destra leghista, sarebbe la fine di un’epoca. Politica ma anche sociale. “Sarebbe il nostro muro di Berlino” enfatizza Susanna Ceccardi, la zarina leghista che, da nipote di partigiani, nel 2016 riuscì nell’impresa di sfondare la trincea rossa nel piccolo comune di Cascina, prima di dare il là a una serie impressionante di vittorie del Carroccio e di sconfitte del centrosinistra: Arezzo, Grosseto, Pistoia, Pisa, Massa e Siena. Negli ultimi cinque anni il rapporto tra i comuni capoluogo si è completamente ribaltato: nel 2015 era 10 a 0 per il centrosinistra, oggi 6 a 4 per il centrodestra. Uno tsunami.

Eppure, che la Toscana non fosse più permeata dalla “subcultura rossa”, qualcuno lo aveva capito da tempo. Il politologo Mario Caciagli, per esempio, lo dice da dieci anni prima di dare alla luce, nel 2017, un libello rivelatore (“Addio alla Provincia Rossa”) in cui, partendo dal microcosmo del Medio Valdarno Inferiore noto per la produzione del cuoio, mette la parola fine alla cultura comunista in Toscana. Scrive Caciagli: “Le istituzioni della cultura regionale, dalle case del popolo alle Feste dell’Unità, persero lentamente la loro funzione di trasmissione della comunicazione politica. La subcultura rossa era un edificio in disordine, quando vi si abbatterono il crollo del sistema sovietico e il dissolvimento del Pci. L’agonia è durata a lungo, mascherata dai vari nomi dati ai partiti che sono successi al Pci e da alcune abili scelte di alleanze, in specie a livello locale. Ma il consenso elettorale copriva un involucro dentro al quale la cultura delle regioni rosse stava scomparendo”.

Poi ci sono i numeri, e non serve andare troppo indietro nel tempo. Basta fermarsi a sei mesi fa, alle elezioni europee di maggio: rispetto al 2014 il Pd ha perso mezzo milione di voti (56% allora contro il 33% attuale) mentre la Lega ha più che decuplicato i consensi (dal 2,6% a 31,4%). Non solo: nelle province di Arezzo, Grosseto, Lucca, Massa Carrara, Pisa, Pistoia e Prato, la Lega è diventato il primo partito sfondando ampiamente il muro del 30%. Il Pd ha tenuto solo a Firenze, Livorno e Siena. Ma la morte delle “regioni rosse” era già stata certificata un anno prima dall’Istituto Cattaneo: dopo le politiche del 2018, aveva dichiarato la fine della “caratterizzazione monocromatica delle ‘regioni rosse’” a favore di “uno scenario ‘multi-colore’ dove prevale la contendibilità del voto e l’imprevedibilità degli esiti elettorali”.

Come se non bastasse, poi ci si mette anche la sinistra che in Toscana ricorda molto il professore di matematica Michele Apicella (Nanni Moretti) che in “Bianca” fredda l’interlocutore ignaro di cosa sia una torta sacher: “Va bene, continuiamo così, facciamoci del male”. Balcanizzato e in preda alle risse tra correnti, il centrosinistra rischia di presentarsi diviso spianando di fatto la strada alla destra di Salvini. Il dominus per il momento è sempre lui, Matteo Renzi. Con ogni probabilità sarà alle regionali che debutterà “Italia Viva” puntando alla doppia cifra ed è stato lui ad imporre al Pd il candidato governatore che dovrà succedere a Enrico Rossi: l’attuale presidente del Consiglio Regionale, Eugenio Giani. Renzi sapeva che nel Pd Giani lo volevano in pochi, ma da animale politico qual è ha aspettato la disfatta dell’esperimento giallorosa in Umbria per giocare la carta del “ricatto” politico: “candidiamo Giani e mai più coi 5 Stelle, prendere o lasciare”, è stato il messaggio fatto recapitare dai renziani ai dem in Toscana. E così sia. Giani qui è conosciuto come “l’uomo delle tartine”: a ogni taglio di nastro, inaugurazione o buffet, lui c’è. Da mesi gira palmo a palmo la regione per raccogliere consensi anche nei paesini più sperduti. Entra in politica nel 1990 e non la molla più: è l’uomo forte in Toscana del Partito Socialista fino al Pd nel 2007. La sua carriera è un continuo oscillare tra l’aspirare e il raggiungere: lui, renziano della prima ora, quando nel 2014 il capo completa la “rottamazione” trasferendosi a Palazzo Chigi, si aspetterebbe un’investitura a sindaco che però non arriva. Renzi gli preferisce il fedelissimo Dario Nardella. Ma Giani non si arrende, si rimbocca le maniche e da presidente del consiglio regionale inizia a tessere una fitta tela di rapporti tra il mondo della sinistra d’antan, il Giglio magico e la curia toscana per ottenere la candidatura a Palazzo Strozzi Sacrati. Il problema è che nel centrosinistra, in pochi lo vogliono: non gli zingarettiani, né la sinistra di Articolo 1, di “2020 a Sinistra” e i verdi che andranno da soli con un candidato di bandiera. Durante le consultazioni Pd delle ultime settimane, mezzo partito non ha fatto il suo nome. Il “vice” della segretaria regionale Simona Bonafè, Valerio Fabiani, è freddo: “Le candidature non le può scegliere un partito ma la coalizione e tantomeno le correnti del Pd, questo è un modello di partito che non ci appartiene” dice amareggiato.

Dall’altra parte invece, c’è il fiume carsico della destra unita che i panni sporchi se li lava in famiglia. Prima dell’Umbria, sembrava che il nome per la regione dovesse esprimerlo Fratelli d’Italia, ma adesso Salvini vuole tentare il colpaccio e issare la bandiera verde anche a Firenze. Fino a poche settimane fa, il nome naturale sembrava essere proprio la Ceccardi, fedelissima di Salvini che prima l’ha voluta come consigliera al Viminale e poi l’ha candidata alle europee di maggio nella circoscrizione centro. Ripagato subito: eletta all’Europarlamento con 48mila preferenze (32mila solo in Toscana), seconda solo al capo. Le sue aspirazioni sono note da tempo: “Se Matteo chiama, io sono pronta a combattere” va ripetendo. Ma lui adesso sembra preferirla a Bruxelles e avrebbe un altro asso nella manica da giocare: il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna. Cinquant’anni, di famiglia nobiliare, Vivarelli Colonna viene dal mondo del civismo (è un noto imprenditore agricolo) ed è diventato famoso soprattutto per le sue gaffe: prima aveva inglobato Casapound nella propria maggioranza (poi estromessa) e poi aveva regalato ai grossetani uscite non proprio da statista: nel 2018 l’Italia era “una pornostar messa a pecorina dell’Europa”, l’ex segretario dem Maurizio Martina era “il primo profugo” sbarcato dalla Sea Watch e, prima delle elezioni politiche, aveva pubblicato sui social un Matteo Renzi in una bara con la dicitura emblematica: 4 marzo 2018. Non proprio un moderato. A Salvini però tutto questo sembra non importare: “Per la Toscana vorrei un sindaco che conosca i problemi della gente” ha detto dieci giorni fa, sbarcato a Palazzo Vecchio per lanciare la campagna elettorale. Il nome ufficiale arriverà entro il 30 novembre quando il leader del Carroccio tornerà a Firenze per una cena con 1000 sostenitori al Tuscany Hall.

Infine i 5 Stelle, che qui in Toscana non hanno mai sfondato, nonostante le vittorie storiche di Livorno (2014) e Carrara (2016). Prima dell’Umbria ventilavano una possibile alleanza con il Pd e il percorso era già stato avviato in consiglio regionale, quando le due forze avevano votato insieme provvedimenti su infrastrutture, Olimpiadi 2032 e gestione dei rifiuti. Poi la batosta umbra e il voto di giovedì degli iscritti su Rosseau, ha bloccato tutto: adesso presentarsi in alternativa al Pd rischia di favorire la Lega. Qui il candidato naturale è il capogruppo in consiglio regionale, Giacomo Giannarelli, che si è già lanciato pancia a terra ma alla fine potrebbe arrivare il colpo a sorpresa chiamato Filippo Nogarin. L’ex sindaco di Livorno si è trasferito a Roma per fare il consigliere politico del ministro D’Incà ma non nega la possibilità di una discesa in campo: “Sono contento che molti me lo chiedano – ha detto al Fatto – ma decideranno gli iscritti su Rousseau”. In caso di ballottaggio, rimane aperta l’ipotesi di un sostegno (o di una desistenza) nei confronti dei democratici. Ma tutto dipenderà dal governo giallorosa: a maggio potrebbe non esistere già più.

Cento ore di Salvini in tv: più del premier e il triplo di M5S e Pd

Forse per uno strano effetto collettivo di “tachifilassi”, il fenomeno con cui in medicina si definisce la rapida assuefazione agli effetti di un farmaco, il tema del pluralismo in televisione sembra scomparso da tempo, evaporato insieme alla leadership dell’ex Cavaliere. È come se non esistesse più per l’opinione pubblica e la politica.

Eppure dietro l’apparente equilibrio spartitorio della telepolitica secondo l’aberrante logica del “panino”, si nasconde la realtà di un pluralismo ridotto a puro simulacro, una clamorosa disparità di racconto che vede il leader della Lega enormemente sovraesposto rispetto agli altri. È così da più di un anno: se da giugno a settembre del 2018 Salvini era comparso nei tiggì e nei programmi d’informazione per oltre cento ore, surclassando tutti di parecchie lunghezze, gli ultimi numeri dell’Agcom ci dicono che da luglio a ottobre di quest’anno ha ottenuto 101 ore di parlato, più del premier Conte (che si ferma a 90), tre volte più di Di Maio a 36, per non dire di Zingaretti che sta a 29.

Distanze siderali, ingiustificabili da un punto di vista di par condicio nell’era della politica personalizzata. La spiegazione di ciò è presto detta. Al di là di un apparente equilibrio dei tempi di parola concessi alle forze politiche (quando c’è, e vedremo che così non è), accade che per la Lega parli quasi sempre e solo Salvini, mentre per gli altri partiti i rispettivi leader sono affiancati da una teoria di esponenti che declarano, spesso noiosamente, la loro ricetta senza nessun appeal. Il risultato è di alimentare presso gli spettatori la sensazione che da una parte ci siano idee chiare e nette impersonate da un leader forte e dall’altra un vacuo chiacchiericcio senza capo né coda. Non ci vuole molto a capire, se così stanno le cose, come il pluralismo rimanga solo sulla carta visto che di fatto il monologo salviniano rafforza l’immagine del leader del Carroccio oltre ogni ragionevole misura.

Le tabelle dell’Agcom di ottobre attestano ancora una volta il pessimo stato di salute della telepolitica e più in generale dell’informazione tv: nei telegiornali delle sette reti generaliste Salvini ha parlato per 131 minuti, tutti i democratici messi assieme poco più di 90 (di cui 43 Zingaretti); mentre Di Maio ha parlato per 104, Berlusconi per 101 (di cui 84 solo su Mediaset), la Meloni 50, Renzi 49. Nei programmi d’informazione e nei talk Salvini colleziona nell’ultimo mese oltre 13 ore di parlato, seguito da Renzi con 6 ore, meno della metà; la Meloni è a 5 ore e mezzo, Di Maio a poco più di 4. Zingaretti invece è lontanissimo: 2 ore e mezza (di cui 2h e 5’ su La7). Non solo. Che l’irrisolta questione televisiva sia una fondamentale questione politica democratica ce lo ricorda la totale faziosità delle reti Mediaset, certificata nel tempo dalle rilevazioni dell’Authority.

È inconcepibile lo spazio che queste reti riservano al loro proprietario e più in generale alla destra, in spregio non solo alla corretta informazione ma anche solo al bon ton. Come si evince dai dati di ottobre Forza Italia continua a godere di una copertura inverosimilmente partigiana. Sul principale tg del gruppo, il Tg5, che è poi dopo il Tg1 il principale organo d’informazione degli italiani, Forza Italia gode di un quinto del parlato complessivo (il doppio dei 5Stelle, il quadruplo del Pd) ed insieme alla Lega e Fratelli d’Italia si prende quasi la metà del tempo di parola! Nel complesso delle reti Mediaset la copertura per il centrodestra è quasi al 40%.

Numeri inaccettabili (soprattutto se si considera che nel mese di ottobre si è svolta la competizione elettorale in Umbria) tenendo conto che la pur discussa regola del “panino” ha sempre riservato all’opposizione al massimo il 25%-30% della copertura giornalistica (con gli altri due terzi al governo e alla maggioranza) e che la stessa Mediaset in passato con governi “amici” non ha tenuto lo stesso atteggiamento.

Non ci si può esimere, in chiusura, da un’ultima osservazione: ad ottobre Salvini è andato da Vespa, complice il duello con Renzi, per tre settimane di fila, e del resto a Porta a Porta, programma dove nessun altro politico gode della sua visibilità, lui è di casa non da oggi. Insomma ci pare che in tutto ciò non c’è chi non veda un serio problema per lo svolgersi equilibrato del dibattito pubblico: un problema che l’Authority, e se vogliamo anche il governo mettendo mano (sarebbe ora) ad una seria riforma del sistema, devono quanto prima affrontare.

“Cadere ora è da suicidi: però il governo non parla al Nord”

Parte guardando indietro, per andare avanti: “Dopo lo schiaffo preso nelle Europee noi del Movimento ci siamo incartati per mesi su noi stessi, senza ricordarci perché la gente ci aveva mandato nelle istituzioni. Abbiamo cambiato idea mille volte. Ma far cadere l’esecutivo con il Pd sarebbe da suicidi: piuttosto lavoriamo il doppio sui temi, e su un’idea complessiva di Paese”. Stefano Buffagni, viceministro allo Sviluppo economico, milanese, ha la nomea di filo-leghista. “Ma io sono stato l’unico a essere querelato da Matteo Salvini, alla Lega ho sempre fatto opposizione in Lombardia” rivendica. E soprattutto rilancia: “Correre con il Pd in Emilia-Romagna? Non decido io, e non credo sia la soluzione: ma se trasformassimo quelle Regionali in una battaglia nazionale contro la Lega sarebbe un enorme regalo a Salvini”.

Sabato Grillo ha salvato Di Maio ma lo ha commissariato: è giusto?

Credo che Beppe sia intervenuto per stabilizzare la situazione. Il giudizio dei cittadini sull’attuale gestione lo hanno dato le urne. Nel periodo di governo con la Lega abbiamo sempre inseguito il Carroccio, abdicando su certi temi. Ma il punto adesso non è il chi ma il cosa, cioè cosa intendiamo realizzare.

Di Maio può rimanere capo ma con una segreteria politica?

Dobbiamo stabilire gli obiettivi e la direzione politica. Poi mettere da parte i mal di pancia, le invidie sociali e personali, e ripartire uniti. Per me si può anche allargare, ma il punto di partenza sono i temi. E comunque, basta con le guerre di condominio. Bisogna essere una comunità, nei fatti.

Grillo la direzione l’ha indicata: e va verso sinistra.

Quando andammo al governo con la Lega Beppe sostenne quella scelta. Ora che governiamo con il Pd, dopo che l’hanno deciso gli iscritti, mi sembrerebbe stupido non lavorare con il massimo impegno. Non è un matrimonio, si sta al governo per fare le cose: e vanno fatte.

Non rimpiange la Lega?

Nessuna nostalgia, sono loro quelli pentiti: lavoro bene con i colleghi del Pd come lavoravo bene con la Lega.

Non ha avuto mai la tentazione di tornare al voto?

Una volta fatta una scelta difficile, si porta avanti.

Qualcuno nel M5S ha avuto voglia di far cadere il governo?

Assolutamente sì, ma farlo adesso non avrebbe senso. Un conto era andare a votare dopo il tradimento di Salvini in agosto, ma ora vorrebbe dire distruggere tutto per lotte di potere. Io penso a lavorare, anche con i sottosegretari al Mise del Pd con cui difendiamo gli interessi delle imprese nelle riunioni del ministero dell’Economia, che pure è guidato dal dem Gualtieri.

Il problema sono le tasse, quelle su auto aziendali, zucchero e plastica?

Sulla plastica la riconversione produttiva va fatta. Ma queste misure vanno messe a posto, perché nella formulazione attuale non hanno senso, e i cittadini hanno ragione ad arrabbiarsi. Invece bisogna ripartire dalle imprese e dall’occupazione femminile.

Ecco, come va il rapporto tra M5S e aziende? Guardando quanto siete sprofondati nel Nord, non un granchè…

Nel precedente governo abbiamo lasciato certi temi alla Lega. Mentre questo esecutivo ad oggi non rappresenta le istanze del Nord che produce, ed è un problema.

Non si fidano dei 5Stelle, quelli del reddito di cittadinanza.

Nelle Politiche in Lombardia avevamo preso il 24 per cento. La verità è che dobbiamo tornare tra la gente a spiegare cosa facciamo e perché, dare una prospettiva. Io sto lavorando con otto università a Italia 2030, un progetto governativo su crescita sostenibile e demografia. Il M5S e il governo devono dare un’idea di Paese.

Il M5S è in pezzi.

Dobbiamo ripartire da merito e competenza, e non accontentare chi si lamenta di più o certi veterani.

Quindi la riorganizzazione?

Benissimo i facilitatori, ma va messo chi merita.

Se la Lega vince in Emilia Romagna il governo va a casa. Lei si sarebbe presentato alle Regionali?

La piattaforma web Rousseau è uno strumento straordinario, ma va usato nel modo giusto. Se la classe dirigente del M5S riteneva che fosse meglio non correre, doveva avere il coraggio di spiegarne le ragioni, per dare vita a un voto consapevole.

Va bene: ma ora che si fa?

Premesso che io non avrei corso in Umbria perché era un passo troppo affrettato, il nodo è sempre cosa fare, con Bonaccini o una lista civica che sia. Se ci alleiamo con il Pd solo contro Salvini, meglio andare a casa.

L’Ilva: perché Mittal è tornata al tavolo?

Tutto il sistema Italia si è mosso con unità, ribadendo che non siamo terra di conquista.

Voi 5Stelle siete pronti a spaccarvi di nuovo sullo scudo penale.

Abbiamo dimostrato che quello non era il nodo. Detto questo, nessuna immunità per una singola azienda: se servisse, si può pensare a un provvedimento di carattere generale, per tutte le imprese che debbano fare piani ambientali.

Ma mi faccia il piacere

Nuove latitanze. “Renzi verrà ad Hammamet? Il riformismo riparte di lì” (il Riformista, 20.11). Perché, è già ricercato?

Per la barba del profeta. “Grillo a Roma pronto a sconfessare l’ex pupillo Di Maio” (La Stampa, 23.11). “Il capo è Di Maio quindi non rompete i coglioni” (Beppe Grillo, 23.11). Questi della Stampa sono meglio di Nostradamus.

A Giu’, che te serve? “Per Iban et similia facciamo de visu o vuoi tutto in anticipo?” (Giulio Centemero, deputato e tesoriere Lega Nord, messaggio in chat al costruttore Luca Parnasi per organizzare una cena con lui, Giorgetti e Matteo Salvini, seguita da un finanziamento di 250mila euro del palazzinaro alla fondazione leghista Più Voci, 11.12.2017). Per un altro Giulio, si mobilitava Francesco Caltagirone con Franco Evangelisti e il famoso ritornello romanesco: “A Fra’, che te serve?”. Ora il Giulio leghista fa tutto in latino. Sono soddisfazioni.

Tototruffa. “I fondi della Toto costruzioni per finanziare l’ascesa di Renzi” (Corriere della sera, 20.11). Quando si dice un investimento oculato.

L’ideona. “Soltanto un Occidente unito e forte, anche nuclearmente forte, con gli arsenali nucleari degli Stati Uniti, di Russia, Inghilterra e Francia, potrebbe costituire un deterrente all’immigrazione di massa da parte degli africani verso l’Europa” (Silvio Berlusconi, presidente FI, 17.11). Giusto: una bella atomica su Lampedusa è proprio quel che ci vuole.

Trenta denari. “Trenta lascia l’appartamento. Pagava d’affitto 141 euro al mese, aveva detto di versarne 540” (Corriere della sera, 20.11). Fatto Trenta, ha fatto Trentuno.

Bei tempi. “I mafiosi con il reddito di cittadinanza. Palermo, colpo a clan Brancaccio” (il Giornale, 20.11). Da quando B. non li assume più come stallieri nelle sue ville e non gli manda più la paghetta semestrale, si arrangiano come possono.

En plein. “Sono un pensatore. Dico che Conte ci ha reso barboncini delle banche. Spero che il governo cada presto. Di Maio è il migliore” (Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania, deputato M5S, il Foglio, 24.11). Dev’essere un nuovo gioco: vince chi riesce a dire quattro cazzate in quattro frasi.

La questione molare. “Che brutta fine per i moralisti dei 5Stelle dilaniarsi su questioni morali” (Berlusconi, Libero, 23.11). Invece di rubare tranquilli come tutti gli altri.

Repubblica confusionale/1. “La sinistra… governa con una destra – non c’è solo Salvini – che degrada Roma e Torino” (Francesco Merlo, Repubblica, 20.11). Ce l’ha con Virginia Raggi, talmente di destra che a Roma cancella le strade e le targhe intitolate ai firmatari del “Manifesto della razza” fascista; e con Chiara Appendino, talmente di destra che a Torino registra i figli delle coppie gay. Fasciste che non sono altro.

Repubblica confusionale/2. “L’antifascismo toponomastico targato Virginia”, “Quel riscatto antifascista della sindaca 5S” (Stefano Folli, Repubblica-cronaca di Roma, 22.11). Ce l’ha con Merlo?

Calende greche. “Non vogliamo fare un altro partitino. Se il nostro movimento Azione prima delle elezioni non avrà raggiunto percentuali significative, vicine alla doppia cifra, non lo presenteremo alle elezioni” (Carlo Calenda, Messaggero, 21.11). Doppia tipo 0,1% per cento?

Sua Bassezza Reale. “Buonasera a tutti gli italiani. Ho il dovere di annunciare ufficialmente il ritorno della famiglia reale. È tempo di tornare a respirare la tranquillità, la fiducia e l’eleganza di cui abbiamo bisogno, oggi più che mai. Grazie a tutti, i reali stanno tornando” (Emanuele Filiberto di Savoia, 14.11). Mo’ me lo segno.

Ferro battuto. “Tiziano Ferro polemizza con Fedez: ‘Da lui un atto di bullismo’” (a proposito del brano Tutto il contrario, scritto da Fedez nel 2009 e interpretato nel 2011, Repubblica, 21.11). E ha impiegato otto anni per accorgersene e reagire. Complimenti per i riflessi.

Il titolo della settimana/1. “Sono pure ladri” (il Giornale sulla legge di Bilancio del governo giallo-rosa, 21.11). Forza Italia teme la concorrenza. Tutta invidia.

Il titolo della settimana/2. “Quelle Sardine ‘apolitiche’ allevate nell’acquario del Pd” (il Giornale, 23.11). A sua insaputa.

Il titolo della settimana/3. “Inchiesta alberi caduti, Alfonsi sentita in Procura” (Corriere della sera- cronaca di Roma, 20.11). Poi interrogano gli alberi, ma con la facoltà di non rispondere.

Il marchese Notarbartolo, la prima vittima di mafia e degli amici di Giolitti

Lo hanno definito “un eroe borghese ante litteram”, il primo dei non tantissimi nelle vicende italiane dal 1861 a oggi. Come Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore delle banche di Michele Sindona, fatto uccidere dal bancarottiere siciliano: “L’eroe borghese”, insomma, di un bel libro di Corrado Stajano. Ambrosoli era stato monarchico da ragazzo. Emanuele Notarbartolo di San Giovanni era un marchese, “proveniva da un’antica e nobile famiglia, i cui antenati figuravano in due diplomi di Federico III re di Sicilia nel lontano 1296”.

Era naturalmente di “istinto conservatore” e “intransigente Notarbartolo, lo sapevano in tanti; onesto e fermo nelle sue convinzioni morali dalle quali non defletteva”. Non aveva ceduto da sindaco di Palermo, e tanto meno da direttore generale del Banco di Sicilia. Per queste ragioni fu assassinato la sera del 1° febbraio del 1893, in una carrozza di prima classe del treno che da Sciara lo stava riportando a Palermo. A ricostruire con accuratezza il caso Notarbartolo, su cui si sono esercitati con maestria anche Paolo Valera e Sebastiano Vassalli, è ora Enzo Ciconte, docente di Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia e autore di diversi saggi sulla ’ndrangheta e Cosa Nostra. Il suo libro Chi ha ucciso Emanuele Notarbartolo? (Salerno) parte da un assunto, che è poi il sottotitolo del volume: “Il primo omicidio politico-mafioso”.

L’assassinio del nobile siciliano, in effetti, inaugurò la lunga serie di delitti compiuti dai sicari della mafia in collusione di affari o su ordine di poteri più o meno occulti, politici ed economici. I protagonisti in nero di allora, avverte Ciconte, “mostrano i tratti negativi di un potere e di una classe dirigente ampiamente intesa, che avranno modo di rivelarsi nella storia successiva dell’Italia liberale, fascista e repubblicana con un’incredibile e sorprendente continuità pur con gli evidenti e inevitabili mutamenti di uomini e di scenari”.

L’eliminazione del marchese Notarbartolo, che aveva contrastato le consorterie politiche e affaristiche nel loro assalto della Sicilia, dalle banche alle terre, alle cariche pubbliche, rimase senza colpevoli. I più che probabili autori – cioè il politico Raffaele Palizzolo come mandante e Giuseppe Fontana come uno dei killer – furono assolti dalla Corte d’assise di Firenze nel 1904. E tutto ciò dopo che la Cassazione aveva annullato, per vizio di forma, le condanne a 30 anni inflitte ai due dalla Corte d’assise di Bologna. Rammenta Ciconte che sotto “un grande titolo, ‘La riscossa della maffia’, l’Avanti! commentava quello che stava succedendo… A Firenze Palizzolo era protetto dal ‘più cordiale degli amici di Giolitti’”.

E di Palizzolo, alfiere della politica iper-regionalista, il giornale socialista “diede questo giudizio: ‘Egli è l’ambasciatore della maffia siciliana; egli è colui che tramutò la maffia da puro fenomeno di delinquenza e di degenerazione sociale in forza politica: egli fu colui che dette nelle mani di quella società a mal fare l’arma più terribile di dominio, superiore alla frode, alla corruzione, all’inganno, al coltello, al bastone: l’arma elettorale’”.

Rileggere “il ciarlatano” Singer ai tempi del nuovo antisemitismo

In uno dei suoi più celebri racconti, La caffetteria, Isaac B. Singer descrive l’allucinazione di una ebrea russa. Si chiama Esther e una notte va in caffetteria e ci trova Hitler. La cosa è improbabile, cerca di convincerla il narratore. Se Hitler fosse sopravvissuto non frequenterebbe certo le caffetterie di Broadway. Soprattutto di proprietà di un ebreo! Esther si sta sottoponendo a visite psichiatriche per dimostrare che è rimasta traumatizzata dalle persecuzioni e ricevere un indennizzo dalla Germania. Forse ha scatenato fantasmi che era meglio non risvegliare. Forse ha avuto una visione che appartiene a una parte della realtà inaccessibile ai comuni mortali. Singer non dà risposte, solo risposte che sembrano domande. Il soprannaturale in lui è ambiguo, tranne quello dei racconti ambientati negli shtetl di un passato lontano (“Sex and the shtetl” riassumeva qualcuno).

Rileggendo La caffetteria nei giorni in cui Liliana Segre è finita sotto scorta, la visione notturna della sopravvissuta sembra sempre assurda, ma anche tremendamente reale: il nazismo può tornare, mischiato a una quotidianità banale, come Facebook. Innocuo e pericoloso allo stesso tempo. Esther si suicida. O forse no. Singer diceva di scrivere in yiddish perché una lingua morta si adatta a storie di fantasmi. Era molto ironico. Tragicomico come la vita. Sosteneva che Gogol’ gli aveva “rubato un sacco di storie”. Non stupisce che scriva anche da morto o meglio che saltino fuori romanzi inediti a quasi trent’anni dalla morte, avvenuta a Miami nel ’91. Adelphi ne ha pubblicati due in anteprima mondiale: il primo è Keyla la rossa, e il secondo Il ciarlatano, appena uscito. Un tesoro nascosto.

Per capire il processo creativo di Singer bisogna leggere la biografia scritta da Florence Noiville, edita in Italia da Longanesi nel 2004, in occasione del centenario della nascita (poi nei tascabili da Tea). Singer sosteneva che ogni scrittore ha bisogno di una frusta e per lui la frusta sono state le scadenze di consegna del Forverts, settimanale yiddish newyorchese su cui pubblicava racconti e romanzi a puntate. Dopo il successo ottenuto con la traduzione da parte di Saul Bellow di Gimpel l’idiota, i ritmi sono aumentati ed è iniziata la pubblicazione in inglese su larga scala. Non più con l’aiuto di Bellow – Singer aveva paura di esserne oscurato e lo evitava facendolo imbestialire –, ma di persone madrelingua che non conoscevano l’yiddish.

Si avvera così il sogno di una vita per questo timido womanizer dall’aspetto fragile: essere circondato da donne che lo adorano e lo assistono, avere un harem. Compaiono firme femminili in calce ai testi, ma è lui stesso a tradurli. E quando Dorothea Straus, una di loro, lo rivela in un’intervista, Singer va “su tutte le furie”. Se il giocattolo si rompe, addio harem: “Voglio che le donne vengano a me”. Per lo stesso motivo non toglierà mai il nome dall’elenco telefonico. Amava troppo le donne e le loro storie.

C’è qualcosa di più. Singer parla delle traduzioni come di un “secondo originale”. Dalla biografia apprendiamo che non subiscono solo fisiologiche limature. Riferimenti biblici in ebraico e aramaico spariscono. Così come alcune espressioni sarcastiche di uso comune per indicare i preti o il rosario. Probabilmente per motivi di comprensibilità, non di politicamente corretto. La cosa importante e meravigliosa è che ci siano testi inediti, romanzi a puntate usciti in yiddish, tradotti in inglese e mai pubblicati.

Per quanto riguarda Keyla la rossa, il motivo della mancata pubblicazione, a ridosso del premio Nobel (1978), sta forse nella scabrosità del soggetto: la protagonista è una prostituta di Varsavia, sposata a un malavitoso e fuggita a New York con il giovane figlio di un rabbino perché il marito voleva portarla in Brasile e fare di lei la tenutaria di un bordello (Singer stesso era figlio di un rabbino, ndr). Il figlio del rabbino ha una fidanzata che lo raggiunge in America. La realtà è una rete di menzogne che non sono solo menzogne. Sono manifestazioni della natura contraddittoria dell’essere umano.

Herman Broder c’est moi, ha detto Singer riferendosi al protagonista di Nemici: una storia d’amore, bigamo anzi trigamo. Hertz Minsker sono io, si potrebbe dire per estensione riferendosi al protagonista dell’altro inedito (Il ciarlatano), il quale ha per amante la moglie del suo amico e mecenate.

Anche certe menzogne, come le visioni, hanno una forza che le rende reali. Come accade per un racconto intitolato Taibele e il suo demone, in cui una donna abbandonata dal marito inizia un’intrigante relazione con un poveraccio, un aspirante “buffone di nozze”, che le fa credere di essere un incubo, cioè un demone notturno, e si infila nel suo letto nudo al calare delle tenebre.

Gli ebrei di Singer, nelle loro tragiche commedie umane, fuoriescono dai canoni della narrativa sulla Shoah. Molti ebrei detestavano quei personaggi, considerando Singer uno scrittore irrispettoso e sacrilego. Quasi un antisemita. Al contrario, proprio per questo, li sentiamo così universali e vicini.