“Io, avvocato e astrologo cresciuto tra cene con Calà e il ragù di Mastroianni”

Simone Morandi da bambino: “Dallo studio di papà e da casa passavano personaggi straordinari, da Federico Fellini a Marcello Mastroianni. Papà era il loro avvocato”.

Simone Morandi da ragazzo: “Amavo le materie scientifiche, poi mi sono lasciato sedurre dalle tradizioni famigliari, e ho seguito la strada professionale di mio padre. Ma non ho rilevato il suo studio. Sì, sono anche io un avvocato”.

Simone Morandi da uomo: “Nel 2010 durante una cena ho conosciuto una celebre astrologa: ‘Tu secondo me sei portato per i segni’. Non ci avevo mai pensato”.

Simone Morandi oggi: è Simon & the stars, il neo guru delle stelle, centinaia di migliaia di contatti sui social, una serie di libri pubblicati con Mondadori, ospitate in televisione, un’avventura in Pechino Express su Rai2 (“Non andata benissimo”), e un programma fittissimo di presentazioni nelle librerie di tutta Italia (“appuntamenti infiniti, tutti mi chiedono consigli, sembrano sedute di psicoterapia”).

A 45 anni non ha perso negli occhi e nel sorriso il piacere di stupirsi e, quando racconta di questa sua seconda vita (“resto un avvocato, sia ben chiaro”), appare più uno spettatore felice del film appena visto che il protagonista del film stesso. Se viene fermato – più o meno ogni due passi, e con reazioni al limite del fanatismo – indossa un reale atteggiamento di condivisione emotiva, come tra amici ai tempi del liceo.

Alcuni scrittori sono terrorizzati dalle presentazioni.

Domani ho date in Sicilia, poi in Sardegna, e via così.

Si chiama “tour”.

A volte anche due tappe in un giorno solo.

Presenze?

A Bologna oltre 150 persone, mentre a Milano sono stati costretti a chiudere le porte della libreria, e alcuni sono rimasti fuori.

E non può fermarsi solo alla firma del libro.

Ognuno ha una storia da raccontare, una domanda da rivolgere e una risposta da portare a casa: i miei firmacopie diventano una sorta di processione al seggio papale.

Benedice.

Se la libraia è brava, mi metto d’accordo prima dell’inizio: lei poliziotto cattivo, io quello buono, così a un certo punto manda via le persone e io provo a ribellarmi.

E se la libraia non capisce…

Sono un uomo finito: a Book City di Milano sono rimasto da solo, non vedevo più l’uscita, e davanti a me una fila interminabile. Per fortuna mi diverto.

È una responsabilità.

I lettori arrivano con domande specifiche, e soprattutto c’è un desiderio di contatto umano non previsto: le persone mi pongono le questioni senza neanche specificare il segno zodiacale.

Quindi?

È una richiesta di attenzione che va oltre il mio criterio di lettura.

Il suo target.

Al novanta per cento donne.

Come mai?

Sull’astrologia c’è una questione di pudore da parte degli uomini, e me ne accorgo durante le cene quando a un certo punto arriva sempre il momento dedicato ai segni.

E parte l’assedio a lei.

Le donne s’infuocano, in certi casi è imbarazzante.

Monopolizza la serata.

Totalmente, alcune volte chiedo ai padroni di casa di non rivelare il lato “Simon”, e cerco di lasciare solo il mio status da Clark Kent, anche se lui era giornalista.

Torniamo all’imbarazzante.

Accade nell’ambito dell’inaspettato; una volta accompagno un cliente in Rai per una conferenza stampa su una fiction. Lui era il regista.

Nome del regista?

È un cliente, lasciamo perdere. Giusto il tempo di scendere dal taxi che arriva una ragazza dell’ufficio stampa, mi preleva e porta dalle sue colleghe in quanto “Simon”; in un’altra riunione lo stesso regista è stato costretto a scattare la foto con me circondato da imprevedibili fan.

E lei?

Morto, distrutto. Usciti dalla riunione ero pronto a ricevere il cazziatone.

Quindi le causa qualche problema di lavoro.

Per fortuna no, di solito la veste “Simon” diverte, e i miei clienti li seguo da tanti anni, hanno visto nascere il fenomeno.

Davvero?

Nell’aprile 2013 avevo iniziato a scrivere sui social in anonimato; dopo sei mesi, di sera, decido di pubblicare una mia foto accompagnata dalla bio. La mattina dopo, credo appena arrivato nello studio, squilla il telefono: era Carla Signoris. Risponde la segretaria: “Mi scusi la domanda, ma Simon e l’avvocato sono la medesima persona?”. Sì.

Agitata?

Felicissima, mi leggeva da mesi.

L’oroscopo è una forma di potere?

Forse sì, e come dice lo zio di Spiderman va “usato con grande responsabilità”: l’astrologo, credo come lo psicologo, deve tracciare un quadro, poi dobbiamo essere noi a decidere.

Mischia mai “Simon” con l’avvocato Morandi?

Capita di studiare le stelle prima di avviare dei progetti, ma evito condizionamenti nella gestione, vado avanti ugualmente; magari insisto solo se vedo possibili risultati positivi.

I clienti chiedono l’oroscopo sui progetti?

Capita, la maggior parte dei miei assistiti sono registi e sceneggiatori.

Ama la professione d’avvocato?

Molto, e la storia di Superman e Clark Kent non è casuale, mi appartiene: avere la testa impiegata su due fronti quasi mi aiuta in entrambi i campi, ognuno diventa il ristoro dell’altro, e tutti e due possiedono un sottofondo di conforto.

Cioè?

Prevedono l’ascolto reale; c’è un amico-collega che lavora a Los Angeles, secondo il quale a Hollywood diventerei un’istituzione.

Suo padre.

È stato il socio di Giovanna Cau (classe 1923, laureata nel 1946, è il decano dei legali del cinema): lei ha seguito il top degli artisti, da Alberto Moravia a Marcello Mastroianni, ma prima di mio padre divideva lo studio con un altro partner, che a un certo punto ha deciso di lasciare la professione e dedicarsi alla pittura.

E…

Negli anni Sessanta una donna non poteva gestire, da sola, un lavoro di così alta responsabilità, quindi per molto tempo Giovanna ha finto che tutto fosse normale, e s’inventava scuse per l’assenza del socio: “È a Cannes; è a Venezia; è fuori per lavoro”, fino a quando ha incontrato mio padre.

(Scoppia a ridere).

Che succede?

Anche la mia socia all’inizio si è terrorizzata per un mio ipotetico abbandono, l’ho dovuta rasserenare.

Suo padre seguiva Fellini.

Non solo lui, ricordo benissimo Mastroianni, lo stesso Moravia, Ugo Tognazzi… Un venerdì papà mi dice: “Questo weekend andiamo a Lucca, ospiti di Marcello”. Io incerto. Poi lì mi sono trovato in una realtà surreale, una villa bellissima, ognuno la sua stanza, e per tre giorni, sottolineo “tre”, tutti siamo stati appresso a un ragù di carne.

È un film?

Esatto, come in Sabato, domenica e lunedì, oppure una delle pellicole girate da Ozon.

La intimorivano?

No, li vedevo sempre, invece subivo un grande fascino dal Sistina, le cene con Pietro Garinei dentro al teatro, la prima del Rugantino, lo stupore nel toccare la lama della ghigliottina e scoprire che era di spugna.

I suoi amici le chiedevano?

Di loro no, però negli anni Ottanta vennero a cena da noi Jerry Calà con Mara Venier, e in quel periodo la fama di Jerry era a livelli altissimi; per questo nascosi sotto il tavolo un registratore: dovevo testimoniare che non dicevo balle.

Discolo.

Sempre stato bravo a scuola, con botte impreviste di follia e imprevedibili atti di goliardia; un paio di volte mi hanno sospeso.

Esempio.

Era appena uscito 9 settimane e 1/2, in classe avevamo una tendina simile a quella del film, così improvvisavamo lo stesso spogliarello, ma se la visione dentro la classe manteneva una sua forma di bellezza, chi assisteva da fuori l’istituto si trovava delle chiappe all’aria…

Risultato?

Un giorno a casa. Ma, ribadisco, ero così, imprevedibile e facile alla noia; per questo nel luglio del 1985 papà mi spedisce a Capo Vaticano, nella villa di Giuseppe Berto. Lì presente c’era la moglie. Posto bellissimo, ma una rottura di palle assurda. Un giorno trovo un barattolo di vetro pieno di zollette di zucchero, una diversa dall’altra, e per impegnare il tempo decido di mangiarle. Dopo un po’ arriva lei e le prende un colpo: erano le zollette raccolte in trent’anni di matrimonio e di viaggi in posti sparsi per il mondo, alcune delle quali ovviamente stravecchie.

Sapeva di diventare avvocato?

No, ero un nerd da ingegneria aerospaziale, poi l’eco famigliare mi ha guidato, ma non ho seguito pedissequamente le sue orme: mi sono iscritto al corso Rai di sceneggiatura, e dei mondi si sono spalancati.

Traduzione.

Ho conosciuto le nuove generazioni di sceneggiatori, e molti di loro sono diventati clienti; poi nel 2005 ho aperto una società di produzione e distribuzione cinematografica e per cinque anni ho venduto 20-25 film a Sky.

Lei conosce tutti nel cinema.

Sì, ma come diceva Andrea Pazienza, molti sanno di me ma non mi associano all’identità stessa.

Qual è il suo fine?

L’astrologia è uno strumento di riflessione, quando ho iniziato a studiarla credevo che mi avrebbe permesso di conoscermi meglio.

L’evoluzione successiva?

La scrittura di un romanzo, ma ci arriverò tardi.

Legge molto?

Tantissimo, con criteri di scelta strampalati, da Stephen King a Isabel Allende o Elena Ferrante, più ogni tanto un classico come Alexandre Dumas.

Lei è centrato.

Mi sto avvicinando al centro e l’astrologia mi ha aiutato; il prossimo anno mi piacerebbe organizzare corsi per offrire agli altri degli strumenti di riflessione, non risposte.

Com’è nato Simon?

Nel 2010 vado a un compleanno e incontro Luisa De Giuli (astrologa), alla fine ci parlo tutta la sera, mi intriga, e il giorno dopo ho acquistato il primo libro.

Oggi in quanti la seguono?

Sono 275.000 persone sui social.

All’inizio non le girava la testa?

Totalmente, mi sembrava di vivere nel Truman Show.

I suoi colleghi astrologi sono gelosi?

Molti non li conosco, pare che una volta Branko (scrive sul il Messaggero) abbia detto: “Poco oroscopo, tanta filosofia”.

È andato a “Pechino Ex-
press”.

Bene le prime puntate di rodaggio, tutti carini e amichevoli, dalla quarta settimana in poi, quando il gioco è diventato duro e non si facevano più prigionieri la quotidianità si è tramutata e non era il mio mondo.

È l’avvocato di Antonio Pennacchi.

Con me si diverte.

La prende in giro.

Eccome. Però ha il dono della preveggenza: una mattina lo vado a prendere in auto e sul cruscotto trova un libro di astrologia. “Che è?”. “Lo sto studiando”. “Non è che te metti a fa’ l’astrologo?”. “No, assolutamente”. Due anni dopo avevo iniziato.

E lui?

Ogni tanto mi spara un “tacci tua!”. Però viene sempre alle mie presentazioni, e finge di lamentarsi: “Aoh, ce so’ più persone che da me”. Comunque lui molto carino con me, mi ha scritto messaggi belli, fuori dal suo registro dissacrante.

Pennacchi chiede l’oroscopo?

A modo suo, non in maniera diretta.

Si stanca?

Un po’ sì, non mi fermo mai.

Alla fine tutti vogliono un pezzetto di lei.

Ogni tanto mi viene da sbroccare, ma resisto.

Si salva con l’educazione.

Eh…

Cosa direbbe sbroccando?

Ma vivete un po’ di più!

Educato.

Non scrivo l’oroscopo giornaliero per evitare il trappolone: l’astrologia è un’ispirazione, non si possono cercare le verità assolute.

La domanda più comune?

Se un uomo impegnato lascerà la donna: “il triangolo” è la figura geometrica più frequente.

Le chiedono l’oroscopo personalizzato?

Di continuo, sono subissato di richieste ed email, mi offrono cifre imbarazzanti, potrei tranquillamente ottenere 500 euro a consulto.

Ma…

Non mi piace a livello etico; e poi credo di non essere in grado di dare una risposta a chi la ricerca in maniera ossessiva; certe risposte ognuno di noi le può trovare altrove, magari attraverso un classico della letteratura…

(O come diceva Corrado Guzzanti nelle vesti di Quelo: “Conosci te stesso (e non rompere il cazzo a me)”.

Chiuse 9 tv filorusse: “Sono di un oligarca in black list Ue”

L’onda lunga della Crimea continua ad avere effetti a est. Nove canali televisivi russi sono stati proibiti in questi giorni in Lettonia a causa delle sanzioni Ue contro il miliardario russo Iuri Kovalchuk, co-proprietario delle reti. Lo riporta il quotidiano “Moscow Times” citando a sua volta i media lettoni. Kovalchuk, un banchiere vicino a Vladimir Putin, è finito nel mirino dell’Unione Europea proprio per l’annessione russa della Crimea del 2014 e possiede una quota della holding proprietaria dei nove canali.

“Questo divieto rimarrà efficace finché Kovalchuk non sarà rimosso dalla lista delle sanzioni Ue”, ha spiegato il vice presidente del Consiglio nazionale dei media elettronici, Ivars Abolins. La risposta di Mosca è arrivata attraverso l’Ambasciata russa in Lettonia: “La decisione di vietare l’inoltro in Lettonia di nove canali russi è un’altra manifestazione da parte del Paese del concetto di ‘libertà di parola’. È una mancanza di rispetto per i principi della democrazia, che sta diventando la norma”.

Nome in codice “Godsend”: spia n. 4 del progetto Manhattan

Si chiamava Oscar Seborer, nome in codice per i sovietici “Godsend” Sarebbe lui la quarta spia nel segretissimo Manhattan Project, il progetto per la prima bomba nucleare Usa. A scoprirlo dopo oltre 70 anni sono stati Harvey Klehr e John Earl Haynes, due storici americani. Il loro articolo, pubblicato su una rivista della Cia e basato su documenti declassificati russi e americani, getta nuova luce sulla rapidità con cui Mosca fece detonare nell’Asia centrale una bomba atomica quasi identica a quella fatta scoppiare 49 mesi prima nel deserto del New Mexico. Seborer studiò ingegneria elettronica al college, poi nel 1942 si arruolò e fu mandato all’Oak Ridge complex in Tennessee, il braccio industriale del Manhattan Project. Quindi fu trasferito dal 1944 al 1946 a Los Alamos, il sito top secret degli esperimenti atomici, dove lavoravano anche le altre tre spie già note e ormai defunte: il fisico Klaus Fuchs; il macchinista David Greenglass e Theodore Hall, il più giovane fisico a Los Alamos.

Kievgate, l’incubo di Trump è Bolton “Stavolta parlo”

Nell’inchiesta della Camera sul rinvio a giudizio per impeachment del presidente Donald Trump, c’è la variabile dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton. Ieri, Bolton ha twittato: “È tempo di fare sentire la propria voce”. I repubblicani non restano, però, passivi di fronte all’attivismo dei democratici: giocano la carta delle anticipazioni delle conclusioni della contro-inchiesta sul Russiagate, il rapporto Horowitz. Il dossier sarà reso noto il 9 dicembre ma la conclusione a cui è giunto è nota: l’indagine Russiagate è stata una manovra ai danni del presidente. Tornando a Bolton: l’ex funzionario aveva denunciato che l’amministrazione gli aveva bloccato l’accesso a Twitter. Ieri la replica della Casa Bianca con la portavoce Stephanie Grisham: Bolton è in “età avanzata” e potrebbe semplicemente aver dimenticato la password. Ma è stata una gaffe: Bolton ha 71 anni, Trump 73. Il falco di Washington che si è riappropriato del suo profilo Twitter scrive: “Torniamo a discutere le questioni cruciali di sicurezza nazionale dell’America. Le minacce sono gravi e crescenti. La presidenza e il controllo della Camera e del Senato saranno decise fra meno di un anno”. Bolton era contrario alle pressioni dell’Amministrazione sull’Ucraina per aprire un’inchiesta per corruzione sui Biden, il padre Joe in corsa per la nomination a Usa 2020 e il figlio Hunter socio di una società energetica, la Burisma. Senza l’avvio dell’inchiesta, Trump non avrebbe sbloccato gli oltre 400 milioni di dollari di aiuti militari per Kiev. L’indagine della Camera vivrà una settimana “mozza”: giovedì 28 è la Festa del Ringraziamento, ma nuovi elementi aggravano la posizione dell’avvocato del presidente. Rudy Giuliani, e coinvolgono il segretario di Stato Mike Pompeo. Un gruppo a tutela dei diritti fondamentali, American Oversight, ha avuto dal Dipartimento di Stato documenti che provano contatti sull’Ucraina tra Giuliani e Pompeo un mese prima dell’elezione dell’attore presidente Volodymyr Zelensky: oggetto, la campagna diffamatoria guidata da Giuliani e condotta dai suoi sodali contro l’ambasciatrice degli Usa a Kiev, Marie Yovanovitch, ostile al “quid pro quo” e poi richiamata nel maggio scorso. La contro-inchiesta sul Russiagate è ciò su cui punterà Trump: l’indagine riguarda eventuali abusi compiuti ai danni della campagna del magnate specie a opera di agenti dell’intelligence, e dà spazio alla figura del professore maltese della Link Campus University, Joseph Mifsud, che risulterebbe non essere un informatore dell’Fbi. Per Trump, il rapporto Horowitz metterebbe in evidenza “errori, alterazioni e omissioni”, specie sul fronte intercettazioni. Ancora “più importante” sarà, però, a giudizio del presidente, il rapporto che “a breve” sarà presentato dal procuratore John Durham, sulla genesi delle indagini anti-Trump. A rischiare l’incriminazione sarebbero Kevin Clinesmith, ex legale dell’Fbi, e alcuni agenti “ostili” all’Amministrazione repubblicana.

Siria, torturatori russi scoperti con l’app Findclone

Sotto il sole del deserto siriano, con un insano godimento sui volti, le mimetiche sudate addosso, le kefiah intorno al collo. Gli uomini in divisa ridono sguaiati e isterici dell’uomo bruno e inerme ai loro piedi. Esultano in russo. Un martello cala pesante prima sulle mani e poi sui piedi del prigioniero. Schizza sangue tra la polvere mentre risuona macabra musica rock.

Uno degli uomini sghignazza sadico dei gemiti laceranti del catturato, prende un coltello e lo decapita con la naturalezza di un macellaio funesto, come se quello non fosse mai stato un uomo. Gli taglia via le braccia, lega le sue gambe in aria. Scrivono sul suo torace la sigla dei paracadutisti russi per scattarsi una foto ricordo come con un trofeo di caccia. Morire e poi di nuovo morire: il siriano viene ammazzato la seconda volta alla fine del video virale che non tutti i russi sono riusciti a guardare. Gli uomini in mimetica cospargono il cadavere di benzina e poi danno fuoco al corpo dell’uomo identificato come Mohamed Ismail Al Abdullah, nato a Deir El Zor nel 1986, disertore dell’esercito di Assad. È accaduto nel 2017 a Shair, Siria, dove sono stati operativi i Wagner, mercenari russi di Evgeny Prigozin, anche noto come “lo chef di Putin”. Dimitry Peskov, portavoce del presidente pressato dalla stampa, ha negato ogni coinvolgimento del Cremlino.

Frammenti di questo video erano apparsi nel novembre 2017, ora c’è il macabro resto e l’identificazione di uno dei boia: il cittadino russo Stanislav D., un cognome che i giornalisti della Novaya Gazeta hanno deciso di tenere segreto per proteggere la sua famiglia. Prima di entrare nei Wagner, era un poliziotto a Sevrastopol. L’indagine durata due anni è proseguita grazie alla vigorosa costanza dei reporter del giornale di Anna Polovskaya e un’app potente e temibile: FindClone. Analizzando le misurazioni biometriche dei volti, FindClone si presenta come “il servizio che ti aiuta a trovare il tuo clone” tra miliardi di foto del social network più popolare della Federazione russa: Vk.

Gli algoritmi di questo processore sono nati dalle ingegnose sinapsi di due scienziati caucasici, gli amici di infanzia Gadzhi Saidov e Juri Zdanovic. Poche notizie pubbliche li riguardano e parlano di pellegrinaggi educativi da un istituto tecnico all’altro nella Mosca dove ha sede il laboratorio Niidar, che si occupava di rilevamento missili intercontinentali in era sovietica.

I primi giornalisti ad usare FindClone, il “più potente strumento disponibile” secondo il sito investigativo Bellingcat, sono stati i russi del londinese The Bell, che però scrivono da remoto della corruzione dei poteri di Mosca.

Ora le ricerche della Novaya procedono con l’app per identificare gli altri mercenari che nel video hanno i soprannomi di guerra di Pamir e Volk. Uno di loro ha la telnjashka, maglia a strisce che fu dell’esercito sovietico e ora è di quello russo. Quella bianca e blu la usano i paracadutisti del Vdv, corpi speciali Gru, servizi segreti, la stessa sigla di sangue che i mercenari hanno inciso sul torace del siriano prima di spegnere la telecamera e la loro coscienza.

Libano, il “Giorno dell’Indipendenza” dall’élite di governo

Mentre le manifestazioni antigovernative iniziate 37 giorni fa continuano e si espandono, per la prima volta nella storia del paese dei Cedri la giornata dell’Indipendenza è stata celebrata dai cittadini di tutte le religioni con una marcia civile nel centro di Beirut. La screditata classe politica invece ha seguito una parata militare rigida, solo su invito, al ministero della difesa fuori dalla capitale. L’anno scorso, i rappresentanti delle istituzioni avevano tenuto una grande parata militare nel centro di Beirut, con la partecipazione dell’aeronautica e delle unità corazzate. Quest’anno, migliaia di persone, arrivate da ogni angolo del Libano, sono confluite nella simbolica Piazza dei Martiri al termine di una sfilata di dozzine di “battaglioni” civili, ordinati per professione e categorie: veterani militari, studenti, medici, avvocati, artigiani e disoccupati. “L’indipendenza è per il popolo, non per i politici – ha detto alla stampa un gruppo di giovani disoccupati – finora hanno fatto le loro celebrazioni qui, chiudendo le strade di accesso. Questa volta le strade le abbiamo chiuse noi per celebrare la nazione e non l’élite politica che se ne è impossessata”. I partecipanti non hanno mostrato alcuna acrimonia e rabbia contro l’esercito, tanto che sui finestrini di molte auto era esposta la foto del generale Joseph Aoun, e numerosi manifestanti indossavano vestiti in stile militare sventolando le bandiere con il sigillo dell’esercito. Alcuni striscioni apposti sulle transenne ricordano che il Libano aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1943, si era liberato dall’occupazione israeliana nel 2000 e aveva spinto la Siria a ritirarsi nel 2005 attraverso la pacifica “rivoluzione dei Cedri”. “Il 17 ottobre il Libano ha iniziato a ottenere la propria indipendenza dai corrotti”, c’era scritto su un altro striscione.

“C’è una lettera d’addio” La Mimo non è stata uccisa

Daniela Carrasco, mimo e attivista cilena di 36 anni è morta il 20 ottobre 2019 a Pedro Aguirre Cerda, periferia di Santiago. Questa è l’unica notizia certa. “L’inchiesta sulle circostanze della sua morte è ancora in corso e le analisi di cui finora siamo in possesso indicano che avrebbe lasciato una lettera nella quale spiega i motivi di un eventuale suicidio e che non si sono riscontrati segni evidenti e palesi di tortura o di aggressione sessuale”.

A dirlo, in una nota lanciata nella tarda serata di giovedì, è l’associazione delle avvocate cilene che segue il caso fin dalle prime ore in cui la notizia del ritrovamento dell’attrice impiccata a un’inferriata di un parco, ha iniziato a circolare attraverso i social e rilanciata dai partecipanti alle manifestazioni contro il governo di Sebastiano Piñera.

La Procura di Santiago indaga su un altro caso: è la morte di Albertina Martínez Burgos, 38 anni, fotografa che lavorava al canale Mega, trovata uccisa nel suo appartamento giovedì sera. Burgos aveva documentato le proteste e le violenze della polizia. Tutto il suo materiale sarebbe sparito. Secondo 24Horas.cl. l’allarme è scattato dopo che la ragazza non aveva dato sue notizie per due giorni ai parenti e al fidanzato. Il movimento Ni una menos ha scritto: “Chiediamo che le cause della sua morte siano chiarite, per non parlare del fatto che né il suo computer né la sua macchina fotografica sono state recuperate”.

Tornando al caso della Mimo “non è un suicidio”, come le forze dell’ordine vorrebbero far credere, denunciano gli attivisti impegnatinella conta delle vittime della repressione dei carabineros i quali – complice lo stato d’emergenza emanato dal presidente – cominciano ad avere al loro attivo decine di denunce per violenze e torture sui manifestanti. Nei giorni successivi inizia il battage social per #Justiciaparamimo. La denuncia parte dalla Rete degli attori e attrici cilene, rimbalza nei tweet di Ni una menos, l’associazione contro i femminicidi. A impiccare Daniela Carrasco esponendone il corpo come monito contro ogni rivolta sarebbero state le forze dell’ordine. A sostegno della tesi spunta un video, ora rimosso dalla Rete, in cui si vede ciò che sembra il corpo di Daniela appeso, con le forze dell’ordine che gli girano intorno. Si scoprirà dopo che si tratterebbe in realtà di una performance di un’altra attrice per ricordare Daniela.

La notizia in Italia arriva un mese dopo, il 20 novembre, il 21 rimbalza su Non una di meno all’arrivo dei risultati dell’autopsia. Si tratta di suicidio, dice il dossier del Ministero dell’interno cileno. Ma nessuno ci crede. Nessuno tranne Abofema. Le avvocate che da un mese pro-bono seguono il caso per i familiari della giovane donna non rilasciano subito dichiarazioni, il quadro è complesso: “ci si trovava nel mezzo di una crisi”. Non è facile capire e soprattutto le legali hanno l’obbligo di non diffondere i nomi dei propri assistiti, “è un patto etico, per non rendere due volte vittime chi si affidano a noi”, chiariscono.

Ma poi la notizia che “Daniela sia stata uccisa da agenti dello Stato fa il giro del mondo ripresa da media nazionali e internazionali”, così si vedono costrette a “esigere dai cittadini cileni e dai giornali di non condividere informazioni non verificate, essendo il nostro primo obiettivo – chiarisce Abofema – rispettare la memoria di Daniela e la sua famiglia la quale più volte ha chiesto cautela nelle dichiarazioni”. Al contrario, i familiari si sono ritrovati “assediati da giornalisti e curiosi”. Le avvocate ora “chiedono al pubblico ministero che indaga sulla morte della mimo che faccia tutte le verifiche del caso per scartare l’ipotesi della partecipazioni di terzi alla sua morte”.

Meglio morti che stare a Calais

Hassan, iraniano di 40 anni, è stato ripescato nella Manica, a una ventina di chilometri dalle coste francesi, lo scorso 11 novembre. Con addosso una tuta da surf e qualche oggetto personale, era partito da una spiaggia vicino a Calais a bordo di un canotto: voleva raggiungere le coste inglesi. Ma il mare era agitato. Hassan si è ritrovato in acqua e si è messo a nuotare. L’equipaggio di un ferry, il Pride of Canterbury, lo ha avvistato e messo in salvo sette ore dopo: Hassan era in ipotermia e aveva il corpo coperto di ematomi. Ha però potuto raccontare la sua storia a Le Parisien: “Sapevo che potevo morire, ma qui in Francia non è vita. Se potessi, lo rifarei”. Non tutti hanno la stessa fortuna. Il 14 ottobre, i corpi di due iracheni, 17 e 22 anni, sono stati trovati sulla spiaggia di Le Touquet, una delle cittadine balneari chic della Normandia dove i parigini (e anche Emmanuel Macron) vanno in vacanza.

Ad agosto è stata una donna iraniana di 30 anni a perdere la vita cadendo in mare da una barca troppo carica. Una delle ultime più importanti operazioni di salvataggio, per numero di migranti coinvolti, è stata annunciata a settembre dalle autorità britanniche, che hanno fermato a metà strada tra Calais e Dover una barca con 86 migranti. I numeri non sono paragonabili a quelli del Mediterraneo. Ma i dati mostrano un fenomeno in crescita: aumenta il numero di disperati che tenta di attraversare la Manica in barca, o anche a nuoto, per raggiungere il Regno Unito. La prefettura marittima del Pas-de-Calais ne ha contati 12 nel 2017, 78 nel 2018, 227 dall’inizio del 2019. In un anno il numero di migranti coinvolti in queste traversate è passato dai 586 dell’ottobre 2018 ai 1.473 dell’ottobre 2019. Si parla meno dei migranti di Calais da quando l’enorme baraccopoli detta “la giungla”, dove si erano ammassate fino a 6.000 persone, è stata smantellata nel 2016; resta il fatto che i profughi continuano a accamparsi nei boschi del litorale. Sono afghani, iracheni, somali soprattutto. Ma qui vivono anche “da una decina d’anni” gruppi di vietnamiti che “spendono 10/15 mila dollari per raggiungere l’Europa, spesso passando per la Russia”, ha riferito l’associazione Fraternité migrants alla stampa belga. I corpi di 39 migranti di origini asiatiche sono stati trovati nel container frigorifero di un Tir vicino a Londra alla fine di ottobre.

Per il ministero francese dell’Interno se le traversate in barca aumentano si deve ai “controlli più drastici al tunnel e nei ferry”. Le associazioni additano anche la “forte pressione poliziesca”. Le recinzioni già costruite o che si stanno costruendo rendono sempre più difficile l’accesso all’Eurotunnel e al porto. Di qui il ricorso a barche di fortuna. Ma attraversare la Manica è molto pericoloso. Il canale, che nel punto più stretto misura appena una trentina di chilometri tra il Cap Gris-Nez e Dover, è ua autostrada sul mare. Vi transita il 25% del traffico marittimo internazionale, secondo la prefettura. I migranti in barchini o gommoni devono schivare ferry e navi cargo. Le correnti sono forti e l’acqua è gelida. Chi parte da solo sceglie il kajak o tenta a nuoto. Altri si affidano ai passeurs. Il 29 agosto scorso, il ministro dell’Interno Castaner, ha annunciato lo smantellamento di “dieci filiere specializzate nelle traversate marittime”. I trafficanti acquistano le barche su internet, rispondendo a annunci privati. Per il viaggio chiedono a ogni migrante tra 1.000 e 3.000 euro. Su ogni gommone cercano di imbarcare almeno 20 persone. Tra loro c’è anche chi riesce a raggiungere l’altra sponda. La Bbc, citando fonti della polizia inglese, segnala che 1.200 persone sono riuscite a raggiungere le coste inglesi nel 2019, di cui 336 ad agosto. “Le voci girano. Certi migranti si dicono: perché se alcuni ce la fanno, non dovrei riuscirci anche io?”, ha osservato François Guennoc dell’associazione Auberge des Migrants a Le Parisien. E poi c’è la Brexit. I passeurs approfittano dei tentennamenti del governo britannico per convincere i migranti a non rinviare la partenza, insistendo sul rischio di maggiori controlli alle frontiere. “Ai migranti dicono: sbrigatevi perché dopo sarà più difficile”, ha aggiunto Guennoc. Per limitare le traversate in mare, l’ultimo piano franco-britannico, firmato a agosto, prevede un investimento di 7 milioni di euro da parte del Regno Unito. Sulle spiagge francesi per avvistare i migranti si fanno volare ormai droni muniti di telecamere e i poliziotti con visori a infrarossi si spostano su moto da cross.

Al bar del conte Gentiloni Silveri non si parla di politica

Ogni volta che ci capita di incrociarne le gesta, rimaniamo sempre basiti dalla carriera toccata in sorte al conte Paolo Gentiloni Silveri: diciamo che segretario regionale del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo era proprio il suo, pure direttore de La Nuova Ecologia e portavoce di Rutelli era nel perimetro del possibile, deputato vabbè può capitare, ma ministro, premier e addirittura commissario Ue (e agli Affari economici) ci fa strabiliare e, giustamente, induce lui a un certo ottimismo rispetto alle possibilità che la vita concede agli umani. Nel corso di questa ascesa, peraltro, il conte Paolo ha appreso anche parole nuove: se da gruppettaro biascicava soprattutto “politica”, oggi gioca felice di preferenza con “mercati”. Ieri, per dire, è voluto intervenire sul dibattito attorno alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (il vecchio fondo Salva-Stati), manufatto di cui alcuni dicono molto male, alcuni male, alcuni che è accettabile. Gentiloni Silveri, ottimista com’è, lo ritiene “più che accettabile”, ma è il seguito che ci ha sorpreso: “Condivido questa discussione sul piano tecnico, ma non quando viene tradotta in politica. Dovremmo smetterla di farci del male da soli perché ci sono le conseguenze sui mercati”. Il mondo del conte Paolo è un bar in cui si può parlare di tutto, tranne che di politica, sennò s’incazzano i padroni del vapore: praticamente è come quando i nobili avi del giovin signore avevano servi e parrucca, solo che oggi si son fatti sbarazzini e pretendono di essere democratici.

Pd e 5S: occhio, così state regalando il Sud a Salvini

Una domanda va posta al Pd zingarettiano e ai Cinque stelle, in modo diretto e brutale. Ma voi la classe politica del Sud la volete ribaltare come un calzino, oppure preferite continuare a crogiolarvi nei vostri piccoli e insignificanti problemi interni? Se ci riuscite, date una risposta. Perché state consegnando due regioni simbolo del Mezzogiorno e dei suoi mali, alla peggiore destra clientelare, affarista e razzista. In Campania, nel regno di De Luca, la quintessenza di un sistema di potere feroce, bipartisan e fallimentare, Zingaretti si sta dimostrando un pavido, succube della macchina elettorale di Re Vincenzo. Non accenna a una battaglia per il rinnovamento, non ce la fa, non ha nomi né una proposta forte da proporre ai Cinquestelle. Nonostante i sondaggi siano chiari. La destra unita è destinata a vincere chiunque sia il candidato governatore. Non siamo alla storia di Incitatus, il cavallo di Caligola, ma manca poco. E c’è di più, i dati ci dicono che la destra arriverebbe al 42%, il centrosinistra con De Luca al 32%, i Cinquestelle al 18%. Ora, anche un bambino capirebbe che se Zingaretti avesse un minimo di coraggio, e i Cinquestelle un pizzico di intelligenza politica, l’unione tra le due forze, più spezzoni della sinistra e del movimento che fa capo a Luigi de Magistris, fermerebbe sia la destra che De Luca (intenzionato a candidarsi Pd o non Pd). Ovviamente qualche solone ci risponderà che la politica non è aritmetica e bla, bla, bla. Noi replichiamo in anticipo che la politica è coraggio e responsabilità. Salvini brinda a Sorrento e lascia fare, lui vuole il sindaco di Napoli. Vuole governare quel popolo che “puzza”, è “coleroso” e “non si lava”, come cantava ebbro di birra qualche anno fa. Hanno tentato di sfiduciarlo Luigi de Magistris con una mozione votata venerdì sera e firmata da Lega, Pd, Forza Italia e Cinque Stelle. E hanno perso.

In Calabria, invece, Zingaretti il coraggio lo ha mostrato. Sondaggi alla mano, e lettura attenta dei dati catastrofici che affliggono la regione, ha chiesto a Mario Oliverio, governatore Pd, di farsi da parte. Un gesto importante, Oliverio è il terminale di un solido sistema di potere che domina da tempo il partito, che avrebbe dovuto far riflettere i Cinquestelle. Invece no. Mentre Zingaretti veniva attaccato dai personaggi più influenti del Pd calabro, il Movimento di Di Maio urlava il suo niet. Anche a candidati di valore come Pippo Callipo e l’editore Florindo Rubbettino. Prendete il deputato Paolo Parentela. Mentre il Nazareno tentava di far fuori Oliverio, lui diceva che non basta, Zingaretti deve prima spiegare perché. E prendete il Presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra. “Non mi occupo di elezioni calabresi, ma solo di 416 bis” (il reato di associazione mafiosa, ndr). Ma un politico può rispondere così, dando fiato alle trombe di Oliverio e di quella corrente che fa del vittimismo una bandiera dove trovano spazio tutti: malacarne, politici arruffoni e affaristi? Si può ridurre la “questione calabrese” a mera questione criminale? Non parliamo dell’altra deputata grillina, Danila Nesci. È alla sua seconda legislatura e vuole candidarsi a capolista del Movimento. Che nel frattempo ha scelto di correre con un candidato civico, Francesco Aiello, un bravo docente universitario ma sconosciuto ai più. Nino De Masi, autorevole imprenditore da anni nel mirino della ‘ndrangheta, ieri ha lanciato un accorato appello “agli uomini liberi della Calabria”. Lo ascolteranno in pochi. Altro che “frontiera rossa” dell’Emilia Romagna, state regalando il Sud a Salvini. Le “sardine”, che strumentalmente osannate, devono diventare squali e vi devono sbranare.