La morte in croce è il vero segno della regalità di Cristo

In quel tempo (dopo che ebbero crocifisso Gesù), il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”. (Luca 23,35-43).

Sulla croce di Gesù posero la scritta: costui è il re dei giudei. Un enorme paradosso sta al cuore della fede dei cristiani. Dalla fissità del legno della croce, Gesù esercita la sua regalità, diversa e singolare da quella che gli grida il malfattore: salva te stesso e noi! Quel luogo di sofferenza, d’ignominia e di martirio diventa centro del genere umano ricapitolando in Sé tutte le cose, come aveva scritto papa Pio XI nel 1925 istituendo questa solennità. Celebrare Cristo, re dell’universo, vuol dire riconoscere il suo potere regale che consiste nel dare la vita per la redenzione di tutti gli uomini, esaltando Colui che ha il primato su tutte le cose (Col 1,18). La liturgia odierna accosta la figura di Davide, consacrato re delle tribù di Israele, come prefigurazione di Cristo re dell’universo.

I capi sfidano Gesù in croce deridendolo: ma che Dio ti lascia morire così! La sua risposta è coerente con l’annientamento (kènosis) dell’incarnazione. Il mistero della divinità è nascosto dalla carne e il suo amore redentore passa attraverso la sua morte, che per noi equivale al totale fallimento. Non ottengono risposte le provocazioni rivolte a Gesù. Il suo silenzio custodisce la sua risposta di obbedienza al Padre e la fiducia in Lui, nella sua condivisione che è più forte del dramma della morte di croce.

Lo confermano le parole stesse di Gesù agonizzante: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. A questo punto, appare lo struggente e inaspettato colloquio col “buon ladrone”, il primo dei salvati che inaugura la schiera di quanti intraprendono il cammino verso il Regno realizzando la promessa di Gesù: vi sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi (13,30). Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno: questo modo di morire, fidandosi ciecamente e completamente di Dio, fa sì che il ladrone invochi il nome santissimo di Gesù con tutta la fede che un disperato moribondo e colpevole può esprimere. In un momento così cruciale, invece di occuparsi della sua morte, Gesù gli rispose: In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso. Con la narrazione di questo meraviglioso, atteso ed estremo colloquio tra crocifissi, l’evangelista ci fa fare un progressivo cammino di fede. La morte in croce diventa il segno della regalità di Cristo, la perfezione divina di un amore che accoglie, perdona, riscatta, dona e libera gratuitamente per un destino che è quello dell’eternità. Nel momento in cui abbiamo il coraggio di affidarci a quel Re finito in croce, debole tra i deboli e ultimo tra gli ultimi, riceviamo l’assicurazione, già oggi, di ottenere in regalo la vita beata nella piena comunione con Lui. Bisogna rimanere con Gesù affinché questo Nome ci possa salvare. Aggrappati al Crocifisso che esprime l’infinita compassione di Dio per l’uomo, diventandogli compagno nella pena, nella morte e nel desiderio infinito della vita per sempre. Gesù, con la morte in croce e la sua risurrezione, rivela la sua Signorìa sulla vita e sulla storia. Questa è la Buona Notizia di Gesù: Dio Padre ama tutti e tutti vuole salvi! Chi vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (9,24). Dal Crocifisso, anche temerariamente come hanno fatto tanti santi, si deve avere il coraggio di ottenere ogni bene.

 

Antifascisti e giovani ci salveranno

L’odio per la Commissione Segre “anti-odio” dimostra che viviamo in un tempo peggiore di quello descritto dai commentatori meno distratti. Non siamo a un confronto e neppure a uno scontro di opinioni. Siamo alla invocazione di aggressione fisica con il male che ne può derivare. Ma il gioco consiste nel continuare a descrivere il fascismo come una opinione.

Il fascismo è un reato contro l’umanità. Il fascismo ha provocato la guerra più sanguinosa nella storia del mondo e la persecuzione totale di un popolo, che era in corso quando fascismo e nazismo sono stati abbattuti. Il filo dell’antisemitismo, nascosto per un breve periodo, mentre intanto molti eminenti fascisti e nazisti in tutta Europa hanno continuato con successo le loro carriere, si è ripresentato come negazionismo e ha cominciato il velenoso e riuscito lavoro del mentire in grande, organizzato in modo da far apparire infidi e mentitori coloro che volevano preservare la memoria dell’Olocausto. Dal negazionismo discende la lunga bava di falsità che ha cominciato a invadere la vita pubblica del mondo (l’idea è stata: se la falsa denigrazione funziona per gli ebrei, perché non dovrebbe funzionare per altri nemici?). E qui comincia il lungo e assiduo lavoro degli odiatori seriali (definizione di Liliana Segre ) che in Italia ha due robuste sorgenti: la Lega ex secessionista ora patriottarda, che nei due settori della politica nazionale e di quella internazionale usa esclusivamente carte false e dichiarazioni false (nascondendo intanto con bravura i suoi legami stretti e oscuri con la Russia, fornitore di indispensabili sostegni) e un partito apertamente e lealmente fascista come Fratelli d’Italia che fa da riferimento e protezione istituzionale ai gruppi di fascisti sparsi, che hanno ottenuto dai media autorizzazione ad aggredire, anche con violenza, accompagnati da notizie che finiscono subito, non torneranno domani, seguite da costernazioni che vengono attribuite a qualcuno già noto come persona che si indigna facilmente.

Negli ultimi giorni sono accadute due cose, della stessa rilevanza anche se di diverso peso mediatico, uno che ci ricorda, l’altro che ci rivela due punti di riferimento essenziali. Il primo è che la città di Torino ha dedicato una piazza a Franco Antonicelli. La parte importante di questa notizia è nel simbolo di quel nome. Il nome di Antonicelli, fra tanti grandi personaggi della lotta torinese al fascismo, è il nome di un intellettuale borghese che avrebbe potuto vivere in una tranquilla estraneità, e invece non ha mai smesso, in tutto il periodo del regime mussoliniano e durante i delitti della colonia nazista detta repubblica di Salò, di essere per tutti coraggiosamente il nome e il simbolo dell’Antifascismo. Onorando con quella piazza Franco Antonicelli, la sua città non ha celebrato un partito. E ha voluto fare molto di più che mettere in una pietra il nome di un cittadino che, contro ogni rischio, si è opposto alla morte della sua città e del suo Paese. Ha dedicato per la prima volta un luogo pubblico italiano all’Antifascismo. Non a caso questa parola è la più sgradita ai portatori seriali di odio e a tutto l’estremismo italiano. A loro piace dire “la sinistra” per creare subito zuffa, per ridurre la dimensione della forza morale che ha cambiato la storia, farne una operazione di momentanea portata partitica, per proteggere i discendenti di coloro che hanno arrestato, deportato, sterminato la famiglia Segre.

È importante dimenticare gli assassini, far finta di non sapere che la Resistenza è stata cattolica e comunista, socialdemocratica e monarchica, liberale e conservatrice, e che l’Antifascismo è stato italiano, europeo, americano… La motivazione che ha unito così tante forze in così tanti luoghi era stroncare l’odio seriale e persecutorio che stava portando alla distruzione di ciò che chiamavamo civiltà. L’antifascismo che si muove insieme, in un Paese e in tutti i Paesi democratici (ed è infatti molto invocato dai candidati democratici che si preparano alle elezioni presidenziali americane) è il più forte antidoto contro i populismi e i sovranismi selvaggi che sembrano dilagare in Europa. È l’arma vincente già sperimentata nella storia. A questo punto, in Italia, il Paese di gran lunga più in pericolo, entrano in scena le “sardine”, la folla giovane, libera e civile che non vuole né cappellani militari come il card. Siri né commissari politici come l’ex ministro che chiudeva i porti e gridava invasione mostrando il rosario. È una folla che non si vuole consegnare agli odiatori seriali. Perché non odia. Con meraviglia felice li abbiamo visti fare irruzione su piazze invase in ogni centimetro cantando Bella Ciao, che non è un inno di partito ma la canzone dell’Antifascismo. Portano una forza morale diversa che chiede di ricominciare, laddove tanti giovani come loro sono morti per la libertà e i diritti umani e civili di tutti, stranieri inclusi. Forse, insieme alla memoria di Antonicelli, a cui li lega la stessa canzone, stanno indicando il porto sicuro che sinora è stato negato.

Mail box

 

Il Movimento ha esaurito la sua forza combattiva

Ho la sensazione che i 5 Stelle abbiano esaurito la forza combattiva dei primi tempi; un po’ perché hanno realizzato tanti degli obiettivi che hanno determinato la loro nascita (parlamento pulito, lotta ai privilegi, alla corruzione e alle lobby), un po’ perché hanno archiviato quello che non era facile da realizzare.

Nel frattempo, però, oltre a non aver rinnovato il programma, non sono riusciti a imbarcare – come era auspicabile – personaggi di spessore del calibro di Conte, che possano colmare quelle loro lacune oggettive che toccano vari ambiti, dalla politica economica a quella estera, dagli Interni alla Giustizia, seppure apprezzi gli intenti di Bonafede.

Io credo che il salto di qualità lo possano fare soltanto se reinventandosi come forza credibile, competente, preparata e fedele ai propri principi. Certamente, le battaglie sono aggreganti e grazie a queste ci puoi vincere qualche elezione, ma non sono sufficienti a costituire il presupposto per guidare il Paese. Che poi sarebbe quello che mi auguro.

Valentina Felici

 

Diritto di replica

L’iniziativa giudiziaria di Gm ha rievocato una vicenda già nota oltre un anno e mezzo fa: fatti per cui lo stesso Marchionne fu interrogato dalla Fbi. La Uaw affrontò il caso con grande determinazione al proprio interno separando le responsabilità dei singoli da quelle dell’organizzazione. La corruzione sarà verificata dalla magistratura americana. La storia industriale no, Chrysler era fallita e ora è in salute grazie a quegli accordi con la Uaw. Gm e Ford se la passano molto peggio.

Comunque la si pensi, con le fabbriche chiuse la discussione sui diritti è chiusa. Sono emblematiche le vicende Fiat della metà degli anni 50, che vedono una fortissima ingerenza del vertice aziendale guidato da Vittorio Valletta nelle elezioni della Commissione interna. In occasione del rinnovo della Commissione nel 1955, infatti, la Fiom passò dal 63,2 al 36,7%; la Fim dal 50% del 1955 al 12,9% dell’anno successivo, anche per il sostegno della direzione aziendale alla scissione interna, che fu dolorosa ma salutare. Il tentativo di mettere candidature filo-aziendali in ogni organizzazione era una pratica diffusa. Fu Giulio Pastore, Segretario Generale della Cisl a richiedere che i candidati espressione della direzione aziendale non venissero messi in lista.

Dire che chi ha firmato Pomigliano e Mirafiori è un “sindacato piegato al padrone” è il ricorso a un lessico non nuovo per cui chi ha idee diverse o è un venduto o un traditore. Bisognerebbe avere l’umiltà di conoscere cosa accadde a Pomigliano. Dopo il “No” della Fiom nel 2010, anche per la Fiat si alzò dal tavolo e Marchionne dichiarò: “Il Progetto Pomigliano era morto”.

Per l’azienda, in fondo, il coro di no, era un buon alibi per lasciare chiusa Pomigliano, dopo aver chiuso Termini Imerese. Tanto che solo 4 giorni dopo si arrivò alla firma, grazie alla nostra richiesta di andare avanti col negoziato. L’accordo sindacale era la condizione per riaprire le fabbriche e su quei contenuti firmò successivamente la rsu Fiom a Grugliasco e in altre aziende.

La Fim-Cisl in questi giorni ha scioperato in uno stabilimento del Gruppo Sevel, non è la prima volta. Anche in Ilva siamo partiti da soli. La litania è sempre la stessa, se scioperiamo noi, rompiamo l’unità sindacale, se lo fa la Fiom, è l’unico sindacato vero. Non siamo ancora a rimettere in piedi la FLM ma siccome stiamo cercando il massimo di convergenze per avere una più forte unità d’azione, non aiutano né le semplificazioni né queste letture.

È troppo considerare idee diverse, solo idee diverse? Pensare che ogni volta che ci sono posizioni diverse c’è dietro corruzione, svendite o tradimenti è una mentalità che aiuta il pensiero unico. Una storia già vista, la “sinistra ztl” ha sempre dato lezioni di superiorità morale ed etica, tutte naufragate nelle coerenze personali o nel cambio di atteggiamento di fronte a padroni o governi amici.

Marco Bentivogli
Segretario Generale Fim Cisl

 

Non ho mai scritto che “chi ha firmato Pomigliano e Mirafiori è un ‘sindacato piegato al padrone’”. Ho soltanto ricordato un po’ di storia dei rapporti della Fiat con i sindacati. E ho rammentato quale tipo di sindacato piacesse e piaccia alla Fiat.

Massimo Novelli

 

Diritto di replica

Ieri in un titolo pubblicato in prima pagina abbiamo scritto che Monsignor Gustavo Zanchetta è stato “accusato di atti di pedofilia”. L’alto prelato argentino invece è accusato di “molestie e abusi continuati e aggravati dal suo essere ministro di culto” ma nei confronti di seminaristi, non di minori.

fq

Care sardine, attente ai falsi amici pronti a cucinarvi

“Il nostro errore fu credere che i partiti fossero riformabili. Non è così. Allora c’erano i Ds, oggi il Pd, ma è lo stesso. La sinistra in Italia non esiste più se non nella società civile”.

Paolo Flores d’Arcais, uno dei protagonisti della stagione dei girotondi, “Il Fatto Quotidiano”

 

“Dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io”.

Detto popolare

 

Adesso all’informazione tutta, e in primis a noi giornalisti, sarebbe consigliabile maneggiare con grande cautela il fenomeno delle “sardine”, esploso dieci giorni fa nella piazza di Bologna e che si avvia a spopolare da Nord a Sud, da Genova a Roma, a Napoli, a Palermo. Chi fa questo mestiere (a cominciare da chi scrive) dovrebbe tenere le antenne sempre alzate (o se preferite l’orecchio a terra come gli indiani) per cogliere in tempo quelle particolari vibrazioni da cui potrebbero scaturire sommovimenti e movimenti, soprattutto se imprevisti. Diciamo la verità, eravamo così concentrati a spaccare in quattro ogni sospiro di Salvini, Di Maio o Zingaretti che non ci siamo accorti di quanto stava maturando nel corpo di una generazione ormai lontana anni luce dai teatrini della politica, e dalle edicole. Ragion per cui eviteremo analisi tardive del sorprendente fenomeno in atto dedicandoci piuttosto a rievocare (con qualche flash soltanto) ciò che accadeva diciassette anni fa nelle strade e nelle piazze italiane. Protagonisti di allora potevano essere i padri o gli zii di chi oggi si ispira ai simpatici pesciolini azzurri: si chiamavano girotondi. Per non farla tanto lunga ricorderò che il 14 settembre del 2002 piazza San Giovanni a Roma si riempì a tal punto che la folla invase altre strade e altre piazze nei dintorni e fu calcolata in centinaia di migliaia di persone. Una manifestazione convocata nell’arco di pochi giorni sull’onda della protesta avviata a piazza Navona da Nanni Moretti. Contro le leggi approvate a raffica per garantire l’impunità dell’allora premier Silvio Berlusconi. E contro la tenue e distratta opposizione del centrosinistra, Ds e Margherita in testa, che ispirò al regista la celebre, rassegnata invettiva: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Infatti, davanti alla mobilitazione spontanea di tanti cittadini tale fu la reazione stizzita dei partiti che qualche tempo dopo Furio Colombo, l’allora direttore dell’“Unità”, scrisse che i girotondi e le folle che li accompagnavano avevano preso tante di quelle secchiate di acqua gelida dai vertici del centrosinistra che a scendere in piazza non ci avrebbero provato più. Fu così che il girotondismo gradualmente esaurì la propria spinta innovatrice. Ciò avvenne più per opera degli “amici” (e di qualche protagonismo eccessivo) che dei nemici. Oggi come allora il proverbio che ha ispirato l’odierna rubrica ci sembra calzante, ma per una ragione opposta al gelo di cui parlò Furio. Assistiamo infatti a forme di entusiasmo tardivo della sinistra con un Pd indeciso (come al solito) sul da farsi. Non può mettere il cappello su manifestazioni che non gli appartengono, e a cui neppure aveva mai pensato. Ma non può neppure trascurarne l’impatto perché comunque quelle sardine sono tutti elettori che potrebbero essere determinanti per portare alla vittoria, in Emilia Romagna, Stefano Bonaccini contro il duo Salvini-Borgonzoni. Perciò a quei ragazzi sento di dare un consiglio non richiesto: attenti soprattutto ai falsi amici, quelli che vogliono solo usarvi per poi, quando non servirete più, cucinarvi a puntino.

Quando il grillino corteggiò Oliverio

“Pronto a dare una mano a Renzi e a Oliverio. Ora o mai più”. Twittava così il 29 giugno 2015 il professore di politica economica del Unical Francesco Aiello. Pubblicamente aveva offerto la sua disponibilità al governatore Oliverio (Pd, ormai quasi ex) e a Renzi per essere nominato assessore regionale dopo che la giunta di centrosinistra era stata travolta dall’inchiesta “Rimborsopoli”. “Stanco di vedere cadere pezzi importanti di questa terra” serve un “colpo di reni”, aveva detto Aiello ma la sua offerta morì lì. Tre anni più tardi, nel dicembre 2018, ci pensa Toninelli a nominare il professore Aiello delegato del ministero delle Infrastrutture per la Zes di Gioia Tauro. Oggi, manca solo l’ufficialità, e l’aspirante assessore della giunta Oliverio sarà il candidato del M5s. Dal “mai col Pd” al “Pd non mi ha voluto” il passo è stato breve.

Ora ci sono, ora no: non tornano i conti sugli aerei di Alitalia

Quanti sono davvero gli aerei di proprietà Alitalia? La gestione dei commissari straordinari Enrico Laghi, Stefano Paleari e Daniele Discepolo non solo non ha fermato la picchiata delle perdite di bilancio della compagnia (Il Sole 24 ore ha calcolato ieri che nel 2019 il rosso sarà di 600 milioni di euro, 100 più di un anno fa). Ma è pure così opaca che non c’è certezza neppure su un dato che dovrebbe essere indiscutibile come il numero di jet di proprietà dell’aerolinea. Secondo i documenti e le dichiarazioni ufficiali più recenti, gli aerei di cui Alitalia è proprietaria sarebbero 41. Ma secondo altre dichiarazioni e documenti ugualmente ufficiali l’azienda di Fiumicino sarebbe proprietaria di 26 aerei in meno, cioè 15 aerei in totale. Il condizionale è reso obbligatorio dalle stesse comunicazioni ufficiali dei commissari.

La differenza non è di poco conto perché 26 aerei sono un bel numero su una flotta che al momento dovrebbe contarne 113 dopo che alcune settimane fa cinque jet sono stati riconsegnati ai lessor (società specializzate nell’affitto). I 26 aerei pesano parecchio in termini economici sulla compagnia: in base ai livelli di mercato odierni quei velivoli valgono intorno ai 340 milioni di dollari. La maggior parte (21 velivoli) sono Airbus 320s, valgono circa 220 milioni di dollari e sono soprattutto aerei un tempo in forza alla compagnia Air One portati in “dote” una decina di anni fa ad Alitalia da Carlo Toto, uno dei “Capitani coraggiosi” di Silvio Berlusconi, sostenuto da Banca Intesa allora guidata da Corrado Passera. C’è poi un Airbus A330 (valore circa 52 milioni di dollari), due Embraer E190 (36 milioni) e infine altri due Embraer E175 (32 milioni). La vistosa anomalia nella composizione proprietaria della flotta è stata individuata da Gaetano Intrieri, il manager aeronautico che il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (5 Stelle), più di un anno fa volle al suo fianco nella Struttura tecnica di missione del ministero.

In un’audizione a maggio 2018 presso la Commissione speciale del Senato i tre commissari Alitalia fornirono per iscritto al Parlamento i dati sulla composizione della flotta dai quali risultava che gli aerei di proprietà della compagnia erano 41 su un totale che allora era di 118 velivoli. Gli aerei in leasing (affitto) erano invece 77. Questo dato (41 aerei in proprietà) è stato ufficialmente ribadito due giorni fa al Fatto Quotidiano da fonti ufficiali della compagnia. Ma in un altro documento che porta la firma dei commissari, cioè il Programma dei commissari pubblicato sul sito dell’Amministrazione straordinaria a gennaio 2018 una pagina intera con annessi numerosi e puntuali dettagli è stata dedicata alla spiegazione di come il perimetro degli aerei di proprietà Alitalia fosse stato ridotto di 26 unità.

In quell’atto si specifica che “PK AirFinance e DVB hanno escusso il pegno sulle azioni di APC e APC 12”. APC e APC 12 sono società irlandesi proprietarie di 26 aerei indirettamente controllate da Alitalia attraverso la società Challey Ltd che a sua volta controlla APC Ltd e Subho Ltd. L’escussione delle azioni da parte di PK AirFinance e di DVB significa che i 26 aerei non sono più di Alitalia, ma sono appunto diventati di proprietà di PK e DVB. E nonostante ciò fosse noto e messo nero su bianco dalla stessa Alitalia a inizio 2018, cinque mesi dopo i commissari davanti al Parlamento hanno sostenuto una cosa diversa, e cioè che gli aerei di proprietà di Alitalia sono 41, 26 in più. Perché lo hanno fatto? Qui si entra nel campo delle ipotesi. Il Fatto ha chiesto una spiegazione ad Alitalia e la compagnia in una nota conferma che “le banche creditrici delle due società irlandesi APC e APC 12 hanno escusso in via meramente cautelativa… il pegno sulle azioni delle stesse società”.

Secondo Alitalia “l’escussione del pegno sulle azioni è un’azione che ha natura temporanea” in quanto “il Gruppo Alitalia continua ad adempiere puntualmente alle obbligazioni di pagamento”. Un pegno viene però escusso con tutti gli effetti conseguenti sulla proprietà oppure non viene escusso, non c’è una terza strada. Può essere che l’escussione non pregiudichi l’utilizzo del bene (in questo caso gli aerei) il cui possesso può restare in capo al precedente utilizzatore (Alitalia). Ma Alitalia in Amministrazione straordinaria non può iscrivere all’attivo patrimoniale la proprietà di quei 26 aerei.

“Aspetto un figlio”. E lui la uccide a bastonate

“Ma che fai? aspettiamo un bambino, io ti amo”, gli ha gridato Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30 anni, disperata cercando di sfuggirgli. Ma lui l’ha prima l’accoltellata alla pancia, ferendola, poi l’ha soccorsa, promettendole di accompagnarla in ospedale, e in una nuova esplosione di violenza e rabbia l’ha uccisa tagliandole la gola e finendola a colpi di bastone. Infine ha seppellito in campagna il corpo della donna avvolto in un telo e ha cominciato la sua giornata di lavoro, come se nulla fosse. È andato anche dal barbiere.

L’ennesimo femminicidio in Sicilia ha le sequenze di un movie horror, protagonista la violenza bestiale di un imprenditore di Partinico (Palermo), Antonio Borgia, 51 anni, titolare di un’impresa che realizza piscine, arrestato dai carabinieri dopo poche ore: è stato rintracciato nel primo pomeriggio e dopo il fermo, alle 17.30, si è presentato in caserma il proprietario di un villino nei pressi del luogo dell’omicidio, tra Partinico e Balestrate, le cui telecamere di sorveglianza avevano ripreso un uomo senza pantaloni che inseguiva una donna e la aggrediva. Nelle immagini oltre l’audio disperato della ragazza con la rivelazione della gravidanza, anche un furgone bianco che per i carabinieri non è stato difficile da rintracciare, grazie anche alla segnalazione di un altro cittadino (oltre il proprietario del villino). La confessione di Borgia ha chiuso il cerchio: l’uomo ha ammesso il delitto, confessando di avere seppellito il corpo in un tratto di campagna (dove è stato trovato), di avere ripulito dal sangue il furgone con un idropulitore proseguendo la sua giornata di lavoro con il disbrigo di pratiche burocratiche in un ufficio di polizia per poi passare dal barbiere. Trovato anche il coltello, nascosto in campagna.

La giornata dei due amanti, hanno ricostruito le indagini, era iniziata alle sette del mattino, quando i due si sono visti nel cantiere dell’impresa, sono saliti a bordo sul furgone diretti a Balestrate, dove, dopo un atto sessuale, hanno iniziato a litigare. La sera prima lei, Ana Maria, giovane romena che dopo l’adozione di una famiglia di Giardinello aveva assunto anche il cognome Di Piazza, era incinta e gli aveva chiesto 3.000 euro, minacciando di rivelare la relazione che andava avanti da un anno alla moglie dell’uomo. “Detto così sembra che lei lo ricattasse – ha detto un’amica della vittima – Ana non lo avrebbe mai fatto. I soldi le servivano per la gravidanza, che era difficile. E lei purtroppo non lavorava”.

Lui ha reagito accoltellandola all’addome: una ferita non grave, che gli ha consentito di soccorrerla, con la promessa di accompagnarla in ospedale a Partinico. Ma lungo la strada, ha raccontato l’uomo, i due avrebbero ripreso a litigare e improvvisamente è di nuovo scattata la sua furia bestiale: Borgia ha confessato di averla colpita con un bastone e accoltellata alla gola. Dopo l’interrogatorio l’imprenditore è stato rinchiuso nel carcere di Pagliarelli, l’inchiesta condotta dal procuratore aggiunto Anna Maria Picozzi e dal pm Chiara Capoluongo, punta adesso ad accertare, con l’autopsia, la gravidanza della donna. Ana Maria è l’ottava vittima di una catena di violenze iniziata alla vigilia dell’8 marzo, festa della donna, con la morte di Alessandra, accoltellata dal fidanzato nel Messinese. La Sicilia è in cima alla classifica dei femminicidi, tra le regioni italiane, per il 2019.

I nomi delle vittime sui cartelli: migliaia di donne in piazza

Corre un brivido lungo la schiena quando centinaia di donne e molti uomini, per nulla ai margini, seguono l’invito partito dal camion di “Non una di meno”, tacciono di colpo, si siedono sull’asfalto di piazza dell’Esquilino e in un silenzio irreale mostrano decine di fogli bianchi, con sopra i nomi stampati in nero delle vittime di femminicidio, uccise per lo più da uomini che dicevano di “amarle”: “Cinzia Fusi 34 anni”, “Teresa Petrone 77 anni” e via le altre. Per tutte c’è scritto “presente” e la data della morte. Sono 94 al 30 ottobre di quest’anno, un po’ meno delle 142 del 2018, quando secondo il rapporto Eures erano aumentate soprattutto le donne uccise in famiglia (+6,3%), specie per “gelosia e possesso” (32,8%), ma anche le denunce per violenza sessuale (+5,4%), stalking (+4,4%) e maltrattamenti (+11,7%). Dopo il silenzioso flash mob si rialzano, dal camion riparte la musica e alcune scandiscono “pagherete tutto”. Con rabbia, certo, ma non c’è niente di cupo.

Sono tornate in piazza a Roma, per la giornata contro la violenza di genere che cade domani, le belle facce delle donne che non si arrendono, la marea fucsia organizzata dalla rete “Non una di meno”, radicalissima e ormai ramificata in tutta Italia come altrove. Sono meno numerose di uno e due anni fa, la pioggia prevista non c’è stata ma i pullman arrivati da fuori erano meno di 30. Non ci sono partiti, né sindacati confederali. C’è Laura Boldrini. È tutto autorganizzato e siamo ben lontani dai “centomila” dichiarati dalle organizzatrici, più vicini agli “oltre 10 mila” indicati da fonti di polizia. Un corteo compatto lungo un chilometro fino all’immensa piazza San Giovanni. Nasi da clown o dipinti di rosso per la giovane Mimo cilena Daniela Carrasco, trovata impiccata in un sobborgo di Santiago, indicata come vittima della repressione e forse invece suicida. Uno striscione di donne cilene, bandiere curde e mapuche.

In testa, alla partenza, le maschere da guerrigliere della Casa delle donne Lucha y Siesta del Tuscolano, che il Campidoglio vuole sfrattare: sbeffeggiano la prima sindaca donna della Capitale. Carri colorati e musica, striscioni e cartelli contro la violenza e non solo: “In Europa le donne guadagnano il 16,3% in meno degli uomini”. “Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce”.

Donne libere e in prima linea. Dalla Toscana, dall’Emilia, dalla Puglia. Le avvocatesse di GiuridicaMente Libera che gestiscono sportelli antiviolenza tra l’Esquilino e il Casilino, le assemblee dei consultori, le signore di Castel Madama (Roma) che lavorano al “recupero dei saperi femminili” e infatti si chiamano Noi Lilith per ricordare la donna dell’antica tradizione ebraica che non volle sottomettesi ad Adamo. Le Donne in nero e la storica Casa internazionale di Trastevere, anch’essa ai ferri corti con il Comune. E gli studenti, tantissimi e rumorosi, scatenati anche contro Matteo Salvini. Giovani maschietti romani della rete Link portano un grosso cartello a croce contro l’Iva al 22 per cento sugli assorbenti: “Il flusso non è un lusso”. Pietro, 14 anni, del liceo Manara di Monteverde, è avvinghiato a una ragazzina e porta un cartello: “Un uomo non femminista non è un uomo”. Arianna, 18 anni, studentessa di lettere moderne a Napoli, ne innalza un altro: “Ringrazia quelle gambe per il 30 all’esame”. È successo a te? “No, però succede”

“I documenti sulle stragi naziste restino segreti”

La Farnesina non cambia idea. I documenti che autorizzano l’Avvocatura di Stato a difendere la Germania nei processi civili nei quali è chiamata a rispondere dei danni per i crimini perpetrati dai nazisti tra il ’43 e il ’45 in Italia, devono rimanere segreti. Nelle risposte ministeriali non vi è traccia delle oltre 400 stragi, di cui ancora si dibatte nei tribunali italiani. Eppure sono morti in 23 mila. Erano civili. In molti casi donne e bambini in un’Italia povera e divisa.

Dopo il diniego del 28 ottobre, con cui il Ministero degli Esteri negava l’accesso agli atti presentato dal giudice della Corte militare d’appello di Roma, Luca Baiada, anche l’istanza di riesame è stata rigettata. Una sequela di normative ostacolerebbero la fruizione di quei documenti che assicurano a Berlino la difesa legale, a carico dello Stato italiano, ora per conto della Presidenza del Consiglio e ora per quello del Ministero degli Esteri, contro gli stessi cittadini italiani. Fra le motivazioni addotte per giustificare il rifiuto a concederli in primis, secondo il responsabile per la trasparenza della Farnesina, ci sono le linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione che richiamano la necessità di “salvaguardare l’integrità dei rapporti diplomatici” e invitano le amministrazioni a verificare se concedere i documenti non costituisca “un pregiudizio concreto e probabile agli interessi indicati dal legislatore”.

Anche le Convenzioni internazionali di Vienna, del 1961 e del 1963, rispettivamente sulle relazioni diplomatiche e consolari, ne garantirebbero la segretezza. I rapporti con la Germania vanno tutelati. Certi negoziati, se svelati, potrebbero “compromettere l’esito di accordi e di scambi tra Stati sovrani”. Renderli pubblici – aveva scritto in prima battuta il Ministero – “determinerebbe un pregiudizio concreto ed attuale alle relazioni internazionali”. E ora il Riesame lo conferma: “Detta divulgazione potrebbe incrinare i rapporti con la Repubblica Federale di Germania”. Il peso maggiore nella scelta di negare gli atti lo ha la sentenza della Corte internazionale di giustizia del 3 febbraio 2012, che ha condannato il nostro Paese per aver violato, con i pronunciamenti di condanna per i crimini di guerra, l’immunità giurisdizionale di cui gode Berlino.

Il Ministero, però, si è guardato bene dal ricordare che quella decisione è stata poi superata. La sentenza della Corte Costituzionale del 22 ottobre 2014, redatta dall’allora presidente Giuseppe Tesauro, l’ha dichiarata illegittima perché in contrasto con gli articoli 2 e 24 della Costituzione. A preoccupare la Farnesina è piuttosto il problema di “un fondato rischio di pubblicazione a mezzo stampa” dei documenti. Eppure il Freedom of information act, ovvero l’accesso civico generalizzato, nasce oltre che per i cittadini anche per gli stessi giornalisti. Peraltro lo rende noto anche lo stesso Ministero della pubblica amministrazione sul proprio sito.

“Quello della pubblicazione a mezzo stampa è uno dei passi più sconcertanti, come se non si trattasse di un cardine della democrazia ma di un pericolo”, ha commentato il giudice Luca Baiada. Sono sue le sentenze di condanna emesse nei confronti dei soldati nazisti per le stragi di Padule di Fucecchio e di Forlì. Oggi, da cittadino, reclama trasparenza e giustizia. Ai familiari delle vittime spetterebbero circa 100 miliardi di euro e di sentenze a favore dei risarcimenti ce ne sono già a decine, nonostante gli interventi avversi dell’Avvocatura,. “È un rimpallare le cose avanti e indietro, farò nuovamente ricorso al Tar”, dice. E non intende arrendersi. Tanto da rievocare, anche nelle istanze destinate ai ministeri, le parole che l’ex parlamentare statunitense Elizabeth Holtzman usò riferendosi alla Cia: “Può essere che adesso si rifiutino di darci queste informazioni. Ma alla fine lo faranno”.

“Parlavano di pedofili e satanisti per togliere i bimbi ai genitori”

Magistrati, personale delle forze d’ordine, professionisti del settore: tutti legati a una rete di pedofili, satanisti e cannibali che operava per togliere i bambini ai genitori e poi abusarli. Forse addirittura sacrificarli. Nessuno è al sicuro. Il gruppo è numeroso e ramificato, i membri sono inseriti ovunque, magari anche tra le proprie mura di casa. Sembra la trama di un film horror, ma è una sceneggiata. Secondo (almeno) sei testimoni diversi e non tutti indagati a Bibbiano il lavaggio del cervello non veniva fatto solo sui bambini ma anche sugli adulti. Federica Anghinolfi, ex responsabile dei servizi sociali, e Francesco Monopoli, assistente sociale, avrebbero così convinto i loro collaboratori della necessità di strappare alle famiglie i piccoli, anche con perizie false.

Tutto era necessario pur di salvarli dalla rete cannibale pedofila. “Anche adesso che mi avete aperto gli occhi faccio fatica a credere che fosse tutto falso”, è una delle tante frasi pronunciate a verbale dagli assistenti sociali del comune in provincia di Reggio Emilia, finito al centro dell’inchiesta “Angeli e Demoni” che avrebbe scoperto un sistema deviato di gestione degli affidi dei minorenni. Ad anticipare questi nuovi interrogatori un servizio di Luca Ponzi della Rai. “Vivevamo in una stanza chiusa, ci avete portato la luce aprendo le finestre”, è un’altra delle affermazioni scioccanti.

Oltre ad alcuni assistenti sociali e a semplici testimoni ci sarebbe anche un perito tra i professionisti avvicinati, forse addirittura nel Tribunale, prima di un’udienza. Monopoli gli avrebbe spiegato “il pericolo” che quel bambino correva, la famiglia era connivente di mostri. I professionisti legati a Claudio Foti, fondatore del centro Hansel & Gretel, e leader del gruppo sotto inchiesta, avevano anche un vademecum di allerta. Se i bambini, nei loro racconti, usavano le parole bosco, camionista o maschera era un segno che erano finiti nelle mani dei pedofili. A chi, timidamente, chiedeva come mai non venissero denunciati, Anghinolfi e Monopoli spiegavano che era impossibile: troppo fragili gli elementi in mano e troppo potente la rete.

Il legale della Anghinolfi, Rossella Ognibene, respinge le accuse. Non ci sono riscontri che sia mai esistita una tale organizzazione. A qualche chilometro da Reggio però sono in tanti a ricordarsi una storia simile, fin troppo. Nel 1997, nella Bassa modenese, parte un’indagine sulla base dei racconti, terribili, di un bambino: una setta pedofila organizza riti satanici durante i quali molesta e assassina i piccoli. Nei paesini di Mirandola e Massa Finalese si scatena il panico quando viene arrestato Don Giorgio Govoni, parroco molto amato considerato il capo della setta. Non viene trovata alcuna prova: nessun filmato, sacrificio o abusi ma 16 minorenni vengono allontanati definitivamente e sette persone rinviate a giudizio.

La vicenda giudiziaria che ne deriva sarà lunga e complicata ma le accuse di satanismo e riti con abusi nei cimiteri vennero ritenute non provate per tutti gli imputati. Nel 2013 la corte d’Appello assolve alcuni di loro usando parole durissime per gli inquirenti e per le professioniste, legate a Claudio Foti, che ai tempi interrogarono i piccoli. È iniziato solo qualche settimana fa il processo di revisione relativo al caso di Federico Scotta che per undici anni è rimasto in carcere accusato di pedofilia. Difeso dall’avvocata Patrizia Micai, il padre mirandolese fu il primo a cui strapparono i tre figli. Mai più visti. Dopo toccò alla vicina, Francesca Ederoclite, che si tolse la vita dopo l’apertura dell’inchiesta. La figlia, tra le accusatrici di Scotta, rintracciata da Pablo Trincia nel podcast inchiesta Veleno ha dichiarato “di avere la percezione di essermi inventata tutto”.