Tutti pazzi per i saldi. Come siamo cambiati noi e l’e-commerce

Vi vediamo: molti di voi sono in attesa, molti altri conoscono qualcuno che lo è, altri controllano il conto in banca e si disperano chiedendosi come sia possibile che le offerte del Black Friday arrivino a fine mese prima di ricordarsi che è stato inventato anche il Cyber Monday per coprire un arco temporale più vasto e quindi la maggior parte dei possibili giorni di emissione stipendio. Vi vediamo cedere alla tentazione dello sconto, pronti a cliccare sul prodotto scelto e selezionato da tempo. Lo avete studiato, avete letto le recensioni, confrontato con altri siti. Sappiamo che siete andati anche in negozio a provarlo. Siete pronti. Lo sappiamo. Lo siete sempre stati.

Quando l’ecommerce ha iniziato a diffondersi, il suo potenziale intrinseco spaventava: la chiusura dei negozi, la perdita dei posti di lavoro, la perdita di qualità dei prodotti, le truffe. Più che una opportunità, sembrava una ecatombe. E come atteso, è stato inarrestabile. Amazon è una delle aziende più potenti al mondo, il fondatore Bezos se ne sta nell’Olimpo degli uomini più ricchi del mondo da anni (salvo salire e scendere, sempre sul podio, a seconda dei dispetti di Trump), Facebook ha creato Marketplace per permettere a chiunque di vendere online con facilità, gli annunci e i siti sono ormai il canale prediletto per i privati ma anche per i negozi. Insomma, le profezie della gloria e del declino del commercio per mano di quello elettronico si sono avverate? Per capirlo, guardiamo ai dati elaborati in occasione del Black Friday e del Cyber Monday, appuntamenti che danno la sensazione ai consumatori di avere un maggiore potere d’acquisto (e forse, grazie ai saldi, anche un po’ di certezza).

Retail Apocalypse? Ebbene, secondo le stime dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm del Politecnico di Milano, in Italia tra il Black Friday del 29 novembre e il Cyber Monday del 2 dicembre, verranno spesi circa 1,3 miliardi di euro, il 25 per cento in più rispetto al 2018. Su questa cifra, gli acquisti fatti via smartphone supereranno il 40 per cento per del totale. Alle stime dell’Osservatorio si sommano quelle di una grande piattaforma di commercio elettronico, eBay che ha previsto una spesa media degli italiani di 116 euro, con più di venti milioni di persone che faranno acquisti. E di cosa? Le categorie più gettonate sono l’elettronica (62 per cento), seguita da abbigliamento, scarpe e accessori (43 per cento), articoli per casa e giardino (14 per cento) e “fai da te” (12 per cento).

Meno lavoro? L’altra faccia della medaglia è stata l’apocalisse del retail, quei circa 100mila negozi con meno di 10 addetti chiusi dal 2006 al 2016 (Istat) sia per la crisi dei consumi che per l’avanzata delle piattaforme. Nel dicembre 2018 il valore delle vendite al dettaglio è cresciuto lievemente (+0,2%) rispetto all’anno precedente, ma con dinamiche eterogenee tra le diverse forme distributive. E mentre per la grande distribuzione si è registrata una crescita, seppure moderata, rispetto al 2017 (+0,8%), le vendite delle piccole superfici sono calate per il secondo anno consecutivo (-1,3%). La colpa è dell’e-commerce? Forse sì, forse no. Sono infatti moltissimi i punti vendita che hanno anche un canale online, (sui social o sulle piattaforme) attraverso cui muovono fino al 50 per cento dei loro volumi di fatto allargando la platea di riferimento. La logistica resta invece il grande problema: sfruttamento, condizioni inumane, consegne sempre più rapide e paghe da fame complici anche le esternalizzazioni e contratti precari.

Qualità scadente?La certezza del negozio è da sempre la possibilità di controllare il prodotto e di sapere dall’inizio com’è fatto. Una sicurezza per il cliente e l’esercente. Con l’arrivo delle vendite online, uno dei maggiori timori era che il prodotto non corrispondesse alla descrizione e che fosse qualitativamente scadente. Nel tempo, però questo timore si è ridotto di molto. Il sistema dei feedbacke dei commenti (e soprattutto il terrore dei venditori nel ritrovarsi pessime recensioni) ha creato un sistema virtuoso di garanzia e di ricerca di qualità e precisione. Verba volant, scripta manent: se il cliente è scontento, la macchia rischia di rimanere quasi per sempre. Meglio evitare.

Truffe? E se diventa sempre più difficile essere frodati sul prodotto (la politica dei resi permette infatti di rimandare indietro con grande facilità qualsiasi cosa, il reso ormai è quasi un diritto fondamentale – e tutelato – dell’uomo), la profezia della pericolosità degli acquisti online si è in parte avverata per gli attacchi hacker. Un studio di Kaspersky evidenzia in questo periodo un aumento del 24 per cento della probabilità di attacchi di phishing finanziario rispetto al valore medio del resto dell’anno. “Di fatto questa è la stagione di caccia per i criminali informatici alla ricerca di dati personali, numeri di carte di credito o credenziali bancarie”, spiega la società di sicurezza che dà qualche consiglio pratico per non diventare una facile preda. Come evitare di fare acquisti su siti che sembrano sospetti o difettosi, non importa quanto siano vantaggiosi i loro saldi per il Black Friday. Oppure non cliccare su link sconosciuti che si ricevono su mail e social media e attivare un limite sul conto corrente per le singole transazioni online. Noi, come dicevamo, riusciamo a vedervi: incollati allo smartphone alla ricerca di pagine sconti, gruppi Telegram e Whatsapp con le offerte delle offerte last minute. Lasciate perdere: si sa, se troppo bello non può essere vero. Neanche con i saldi.

Delitto Vassallo: il “vero” anonimo porta alla pista di droga e movida

L’anonimo carabiniere, se è tale, che ha scritto alle Iene e all’avvocato dei Vassallo, Antonio Ingroia, per suggerire indagini sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo verso la direzione della camorra di Caivano e i suoi interessi a espandere gli affari della droga verso il Cilento, ha allegato documentazione autentica. Si tratta di 13 fogli sfusi di una informativa della Finanza del 2006. Dai quali emerge che Lazzaro Cioffi, brigadiere dei carabinieri del nucleo investigativo di Castello di Cisterna, l’unico indagato dalla Dda di Salerno per l’omicidio Vassallo, e in carcere per aver protetto il clan Fucito di Caivano, fu intercettato già nel 2005 in rapporti ambigui con la camorra del parco Verde. Telefonate che gli inquirenti di Napoli hanno recuperato e stanno riascoltando per il processo in corso. Conversazioni avvenute 13 anni prima dell’arresto di Cioffi e 5 anni prima il suo presunto coinvolgimento nel delitto Vassallo del 5 settembre 2010. I familiari del sindaco sospettano che il movente risieda in quel che avrebbe scoperto Vassallo: qualcosa di molto brutto intorno al giro di cocaina che infestava la movida e arrivò a coinvolgere il fidanzato della figlia.

Le carte della Finanza disegnano sospetti sul ruolo di Cioffi all’interno di una guerra tra cosche. Il 10 giugno 2005 Gennaro Sautto, uomo della piazza di spaccio di Caivano gestita da Rosa Amato detta ‘a terrorist’, chiama Cioffi per dirgli come arrestare un’avversaria del clan. Il 28 luglio 2005 Sautto è di nuovo al telefono con Cioffi per fare intervenire i carabinieri a Capodichino contro un latitante. Il 18 agosto altre telefonate per “pilotare” Cioffi.

L’informativa fu consegnata al pm anticamorra Luigi Alberto Cannavale, ora procuratore aggiunto a Salerno. Secondo l’anonimo, Cioffi fu convocato in Procura per dare spiegazioni e sarebbe stato accompagnato dal colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, il capo del nucleo di Cisterna, che avrebbe “garantito” per lui. Lo stesso ufficiale finito sotto inchiesta a Salerno (e archiviato) dopo aver sequestrato di sua iniziativa i dvd della videosorveglianza di Acciaroli, orientando subito le indagini dell’omicidio contro uno spacciatore di origini brasiliane, Bruno Humberto Damiani, poi archiviato. Cagnazzo avrebbe “garantito” ai carabinieri di Pollica anche nell’occasione in cui Cioffi sarebbe stato controllato nell’estate 2010 in un camper ad Acciaroli insieme a persone del clan Fucito non identificate. Al telefono di Giulio Golia, Cagnazzo ha smentito. Ricordando però di aver accompagnato una volta Cioffi in Procura, ma solo perché aveva saltato diversi appuntamenti e gli fu chiesto dai magistrati come una cortesia. “Riconosco lo stile e il metodo: l’autore dell’anonimo è certamente un investigatore – sostiene l’avvocato Ingroia – mi contatti, nel modo più riservato possibile, poi troveremo insieme un modo per aiutare le indagini senza esporlo più di tanto”.

I fantasmi delle “offshore” e l’abbuffata delle Olimpiadi

Strade, piste, palazzetti, interi quartieri. Le Olimpiadi sono un sogno. Ma sono soprattutto un grande affare. E se bisognerà stare attenti che le spese pubbliche non esplodano, come è successo sempre in passato, ancor di più bisognerà vigilare sui miliardi privati che pioveranno su Milano: l’inchiesta di Report firmata da Claudia Di Pasquale, in onda domani sera su Rai3, racconta come dietro i grandi progetti sbloccati anche grazie ai Giochi potrebbero esserci fondi immobiliari spesso poco tracciabili, grovigli di società offshore che si perdono in paradisi fiscali. Nessuno sa davvero chi metterà i soldi per rifare il volto di Milano. Nemmeno il suo sindaco, Beppe Sala.

La definizione più efficace l’ha data proprio Giovanni Malagò: le Olimpiadi sono “una strada per facilitare le opere”. Di qui al 2026 a Milano arriveranno circa 13 miliardi di investimenti, secondo la stima di Scenari Immobiliari. Una buona parte su sette ex scali ferroviari: un enorme piano di riqualificazione urbana già avviato dall’amministrazione, due miliardi di valore (ma al Comune frutterà appena 50 milioni di plusvalenza). I Giochi daranno la spinta decisiva: l’opera principale del dossier, il villaggio olimpico, sorgerà a Porta Romana, una delle aree di Ferrovie incluse nell’accordo di programma del 2017. Nell’operazione scali è già entrata la società Coima di Manfredi Catella, in passato in affari con Ligresti, oggi tra i principali immobiliaristi di Milano. Comprando un immobile in via Valtellina (ex Scalo Farini), Coima Sgr è subentrata agli impegni di chi lo deteneva prima (la società Savills col Fondo Olimpia). L’acquisizione però è stata promossa da Coima Mistral, fondo d’investimento che è solo gestito da Coima Sgr. A poco valgono le rassicurazioni che si tratti di “investitori istituzionali rilevanti a livello mondiale”: nessuno ne conosce con esattezza la provenienza.

Il centro di ricerca Transcrime ha realizzato uno studio a campione delle società immobiliari attive a Milano: il 20% ha soci esteri. Tra i Paesi ricorrenti Lussemburgo, Bahamas, Emirati Arabi, paradisi fiscali. Altro scalo, altra storia: Porta Vittoria, gruppo Prelios. Suona familiare con le Olimpiadi: è la società che ha gestito il Fondo che comprende parti dell’ex villaggio olimpico di Torino 2006, costato 168 milioni e finito occupato da immigrati. Anche il progetto milanese di Porta Vittoria è stato avviato attraverso un fondo, Niche. La sua identità è difficile da tracciare, come quella di Prelios, con ramificazioni fino in Delaware, paradiso dell’anonimato societario.

E con le Olimpiadi ora chi ci guadagnerà? Per Santa Giulia, dove sorgerà l’altro grande investimento del dossier, il Pala Italia, il progetto è del colosso australiano Lend Lease, che a Londra 2012 avrebbe dovuto cofinanziare il villaggio (invece poi fu nazionalizzato): per realizzare e gestire il palazzetto è stato firmato un accordo con Ovg Europe e Live Nation, multinazionale già coinvolta nel post Torino 2006 (non proprio modello di gestione virtuosa). Per il villaggio di Porta Romana, da costruire in parte con soldi pubblici, la gara ancora non è stata bandita: i nomi che circolano sono sempre gli stessi, a partire da Coima. È noto, invece, che dopo i Giochi il villaggio sarà riconvertito in residenze universitarie, dovrà prevedere una quota di housing sociale.

Società leader nel settore è Investire Sgr, già coinvolta infatti nell’area di Scalo Greco. Il 50% è di Banca Finnat della famiglia Nattino, che Giovanni Malagò, presidente del Coni e in pectore del comitato organizzatore di Milano-Cortina, conosce bene: ne possiede 7 milioni di azioni con la sua GL Investimenti, società che detiene con lo storico socio Lupo Rattazzi; quest’ultimo siede nel Cda di Finnat, che col Coni condivide pure il revisore dei conti. Non è proprio un conflitto d’interessi (anche perché ad oggi Investire non è coinvolta nel progetto del villaggio). È solo che gli interessi olimpici sono tanti.

G8, Corte dei conti assolve 26 poliziotti. I giudici: “Mancava il reato di tortura”

Igiudici della Corte dei Conti della Liguria hanno assolto dalla richiesta di risarcimento per danno patrimoniale indiretto 26 poliziotti per i pestaggi accaduti all’interno della Diaz durante il G8 di Genova del 2001. Per i giudici la condanna all’Italia da parte dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è avvenuta per la mancanza del reato di tortura tanto che nella sentenza di assoluzione è stato sottolineato come “di detto danno non può rispondere altro soggetto diverso dallo Stato”.

I fatti contestati dalla Procura contabile ligure riguardano i risarcimenti imposti dalla Corte Europa dei Diritti dell’Uomo, che ad aprile del 2015 aveva condannato lo Stato italiano a risarcire con 45 mila euro una delle vittime dei pestaggi. Sono stati, infatti, vari i ricorsi presentati ai giudici europei che hanno così condannato l’Italia a risarcire le vittime del G8 di Genova per i danni morali subiti. La procura contabile ligure aveva così aperto il primo fascicolo su questo filone.

La Procura chiedeva ai giudici di condannare i 26 poliziotti coinvolti tutti processati penalmente, e tra questi anche gli allora vertici, a un risarcimento di oltre 33 mila euro per danno patrimoniale. Secondo il pm il danno “indiretto” deve essere addebitato anche a coloro che sono stati condannati per falso.

L’accusa sottolineava come i falsi verbali, le false relazioni erano servite a “coprire i reati posti in essere all’interno (e anche all’esterno) della scuola Diaz e dunque per assicurare l’impunità agli autori degli atti di tortura”.

Il pm contabile sottolineava anche la lacuna normativa che non prevedeva il reato di tortura. Da qui la richiesta ai 26 poliziotti di risarcire i 33 mila euro, ovvero il 75%. Per i giudici però, la condanna all’Italia, da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è avvenuta proprio per la mancanza del reato di tortura, per cui nella sentenza di assoluzione sottolineano come “di detto danno non può rispondere altro soggetto diverso dallo Stato”.

Nel 2015, la Corte europea dei diritti umani aveva spiegato che il blitz alla scuola Diaz “deve essere qualificato come tortura”. E questo per due motivi: uno legato al ricorso fatto da uno dei manifestanti e l’altro perché il nostro codice penale non prevedeva il reato di tortura (ora c’è anche se rtg anon rispetta tutte le indicazioni dei giudici di Strasburgo). La Corte ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Mose e corruzione “Fondi Ue elargiti senza controllo”

Passante di Mestre e Mose di Venezia. Et voilà il “Veneto system”, un metodo sistematico di corruzione e violazione della legge, sintesi di relazioni interessate tra imprenditoria e politica, griffe dello stile italiano in Europa. Un autentico caso di malaffare che negli ultimi dieci anni ha goduto dei favori della Comunità europea, sotto forma di finanziamenti ricevuti dalla Banca europea per gli investimenti, che a queste due opere ha garantito anticipi, mutui e addirittura bond. In Italia siamo ormai assuefatti a fenomeni criminali in doppiopetto, all’estero un po’ meno. Leggere, per credere, l’atto d’accusa contenuto nel rapporto appena diffuso da Counter Balance, una rete di organizzazioni non governative sorta nel 2007 con l’obiettivo di controllare la finanza europea e farne un mezzo per costruire una società più equa, rispettosa delle norme ed ambientalmente sostenibile. Nel mirino non vengono messe tanto le forme di devianza amministrativa dei singoli Paesi membri, ma l’aiuto economico che Bei garantisce a interventi infrastrutturali che nascondono opacità gestionali, com’è il caso del Passante di Mestre, o scandali conclamati, come nel caso del Mose.

È interessante come il rapporto veda legate le due opere (anche se il livello di interessamento della magistratura è stato diverso), perchè vi si muovono gli stessi soggetti e si intuiscono analoghi comportamenti. Per il Passante non ci furono arresti, né imputazioni. Eppure il suo costo passò dai 750 milioni di euro preventivati a un miliardo 300 milioni (più 80 per cento). Questo è il primo scandalo per il tratto autostradale (32 chilometri) più costoso d’Italia, come ha evidenziato anche la Corte dei Conti. Ma c’è un secondo aspetto: gli arresti del 2014 per il Mose e l’inchiesta che coinvolse, tra gli altri, gli ex ministri Giancarlo Galan e Altero Matteoli, oltre all’arresto nel 2013 di Piergiorgio Baita, amministratore delegato del gruppo Mantovani, avrebbero dovuto mettere Bei in allarme. Secondo Counter Balance sia nel Passante che nel Mose troviamo coinvolte le stesse imprese. È un dato dimenticato da noi, ma nel Passante furono interessate Impregilo (acquisita da Mantovani), Fip Industriale (di Mantovani), Grandi Lavori Fincosit e Coveco. Nel Mose, Mantovani, Fincosit e Coveco erano tre delle società di riferimento e la loro responsabilità è conclamata. Ma anche in un tratto della terza corsia della A4 (Venezia-Trieste) troviamo Mantovani, Impregilo e Coveco.

“Nonostante questo, Bei finanziò nel 2013 con 350 milioni di euro Cav, la concessionaria del Passante controllata da Anas e Regione Veneto, per coprire debiti e garantire liquidità. Nel 2016 finanziò con 166 milioni di euro una tranche del progetto di bond da 830 milioni”. Così denuncia Counter Balance, svelando che lo scorso gennaio Bei ha risposto alle contestazioni in modo non convincente, “perchè i finanziamenti del 2016 sono successivi allo scandalo e Bei non ha rispettato l’impegno alla Tolleranza Zero verso la corruzione”. Sul Passante non prese iniziative neppure Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, pur avvertito dell’aumento ingiustificato dei costi del Passante, della scarsa trasparenza dei pagamenti e delle possibili “infiltrazioni criminali”. Un anno fa Olaf ha spiegato che il sospetto non aveva prove sufficienti, anche perchè non ci furono contestazioni penali della magistratura. E questo, secondo Bei, ha riguardato anche la terza corsia della A4.

E il Mose, dove invece le inchieste ci furono? La risposta di Olaf, a suo tempo trasmessa alla Procura di Venezia, fu che “le indagini della magistratura italiana erano soddisfacenti” e non serviva un’ulteriore inchiesta europea. Bei è stato uno dei principali finanziatori del Mose (assieme a Cassa Depositi e Prestiti e al gruppo franco-belga Dexia) per far fronte al bisogno di liquidità visto che il Cipe spalmò su 15 anni, dal 2003 al 2018, la somma di 3 miliardi 390 milioni di euro. Alle banche (tra cui Bei) il Consorzio Venezia Nuova ha pagato interessi per 323 milioni di euro. Secondo Counter Balance, in realtà, la Procura non ha mai indagato sull’utilizzo dei fondi europei da parte del Consorzio Venezia Nuova e su eventuali connivenze da parte di pubblici ufficiali europei. E qui sta la colpa della Ue. “Che cosa è accaduto in Veneto riguardo alla gestione dei soldi europei? Olaf non se ne è occupato, pur avendone competenza. E le istituzioni europee hanno ignorato perfino l’allarme lanciato alcuni anni fa dal Parlamento Europeo” conclude la contro-inchiesta. “Olaf avrebbe dovuto svolgere un’indagine complementare a quella dei magistrati italiani sul ruolo potenziale di pubblici ufficiali europei nel sistema Veneto della corruzione”. Non lo ha fatto.

Salvini attacca “Giuseppi”, ma Tria ricorda: “Sapevi tutto”

Matteo Salvini non molla la polemica sul Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, la cui revisione è prevista alla firma del Consiglio europeo il prossimo dicembre: “Se Giuseppi (il nome con cui lo chiamò Donald Trump, ndr) sei collegato, basta che tu dica ‘No, non firmerò mai questo trattato, non avrà mai il mio sostegno e dell’Italia’” ha detto ieri durante una diretta su Facebook. “Invece non la passerà liscia, ha aggiunto Salvini, il Parlamento troverà il modo di fermare questi signori”.

Lo stesso Conte ha dichiarato che non avrà problemi a sottomettersi all’autorità del Parlamento a cui è pronto a riferire anche se le bozze di revisione sono a un punto tale che è difficile per l’Italia ormai tirarsi indietro. A intervenire sull’iter finora seguito per il Mes è stato l’ex ministro dell’Economia del governo giallo-verde, quello di cui faceva parte Salvini, per intenderci, Giovanni Tria, che ha parlato di una bozza costruita fin dal dicembre 2018 nella quale “il negoziato ha portato a eliminare quelle questioni che erano inaccettabili per l’Italia”. “Il governo di cui ho fatto parte io – ha aggiunto Tria – ha continuato a opporsi, poi ha negoziato e alla fine ha raggiunto l’accordo” ha detto Tria. Dunque, nell’accordo che sta per giungere al termine – si dovrebbe votare al Consiglio europeo del 12-13 dicembre – c’è anche la mano di Salvini e della Lega. Che, in realtà, si è sempre detta contraria al Mes ma che non sembra aver fatto una battaglia politica dirimente sul comportamento di Tria, almeno non pubblicamente.

Che il Trattato non si stato riformato in forma contraria all’Italia lo sostiene anche il direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta che ha invece proposto di candidare alla presidenza del Mes una “nostra personalità istituzionale di alto livello in modo di essere certi che non ci sia un abuso di quel meccanismo”.

Conte conquista un tavolo, ma servirà un nuovo piano

“Abbiamo riaperto un tavolo, ma è solo un punto di partenza”. A palazzo Chigi si commenta così l’incontro con ArcelorMittal che riapre da capo i destini dell’Ilva. “Si avvierà una negoziazione che sarà faticosa e complicata, ci saranno tanti risvolti economici, produttivi, tecnici, giuridici…” ha detto Giuseppe Conte al termine di un confronto serrato, durato a lungo e conclusosi poco prima di mezzanotte.

Da una parte il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli; dall’altra Lakshmi e Aditya Mittal. I quali, ha annunciato Conte, “si sono resi disponibili ad avviare immediatamente una interlocuzione volta a definire un percorso condiviso sul futuro delle attività dello stabilimento ex Ilva”. Ieri mattina la conferma di Mittal: “Investco conferma che l’incontro tenutosi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del Governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto”.

Fin qui i convenevoli e le dichiarazioni di intenti. Ma la strada da percorrere è lunga e non è detto che la conclusione sarà positiva. Troppe le variabili ancora sul tavolo, troppi gli elementi da discutere, i conti di fare e i costi da valutare.

Giuseppe Conte, per far capire il proprio approccio, ha regalato a Lakshmi Mittal, padre di Aditya, una copia del suo libro L’impresa responsabile. Ma Mittal sembra soprattutto orientata a minimizzare i costi e ottenere vantaggi ben superiori a quelli ottenuti con la sigla, a settembre del 2018, del Verbale di accordo sull’Ilva.

A sentire l’umore di palazzo Chigi, le preoccupazioni espresse ieri dal sindaco di Taranto e i paletti posti dal segretario della Cgil, Maurizio Landini, la preoccupazione è quanta occupazione sarà possibile conservare. La cifra di 2 o 3000 dipendenti di troppo non sembra campata in aria. “Quali che siano i numeri non si tratterà di esuberi, ricorreremo agli ammortizzatori sociali” assicurano al ministero dello Sviluppo economico. Mentre il governo si dice “disponibile a sostenere questo processo anche con misure sociali, ove mai necessarie, in accordo con le associazioni sindacali”.

Duemila unità, del resto, era la differenza tra la prima e la seconda offerta di ArcelorMittal (8.000 e 10.000) che poi, in sede di trattativa finale, firmò l’accordo con 10.700 addetti da assumere. Il rischio che si possa tornare indietro è alto e non è un caso che Landini insista sulla salvaguardia della base occupazionale e chieda la garanzia dell’intervento pubblico.

“Questa ossessione di far entrare il pubblico per controllare l’azienda è l’ossessione di mettere soldi pubblici dove avrebbe dovuto metterli il privato” scrive su Twitter il segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli che pure è d’accordo sulla salvaguardia dell’occupazione.

Di “scudo penale” nell’incontro dell’altra sera non si è parlato, segno che ormai il contenzioso riguarda come garantire a Mittal la convenienza dell’investimento più che gli aspetti legali. Per questo il secondo nodo complicato è quello, come spiega ancora Conte, “di un coinvolgimento pubblico in ragione dell’importante ruolo dell’Ilva nell’economia italiana”.

L’intervento pubblico equivale a un ulteriore costo per lo Stato e quindi a un alleggerimento dei conti per Mittal. Ad oggi non è ancora chiaro la forma che questo intervento potrà assumere, se tramite la Cassa Depositi e Prestiti oppure con un intervento più specifico di Fincantieri o altro ancora.

Ma la questione è ormai posta e, un po’ alla volta, si rischia di tornare all’offerta di acquisto dell’Ilva, quella di AcciaItalia, che fu scartata dai commissari, sotto la supervisione dell’allora ministro Carlo Calenda, formata da Jindal, Arvedi e dalla Cdp. Allora fu scelta Mittal perché offriva di più anche se il piano industriale della concorrente era migliore. Lo ha sottolineato polemicamente ieri, intervenendo alla festa del Foglio, Matteo Renzi: “Qualcuno ha scelto, sbagliando, e oggi fa finta di niente, dando più valore al prezzo che al ritorno di quell’investimento” ha detto l’ex premier affondando il colpo contro Calenda oggi si suo rivale politico.

Ma al di là delle contraddizioni del passato, su cui però sarà anche utile fare più chiarezza, il problema è la strada in salita che si presenta per risolvere il nodo di Taranto. A spostare l’azienda e convincerla a trattare è stata certamente anche l’azione della magistratura e infatti il governo ha garantito che per avviare la trattativa “inviterà i commissari dell’Ilva ad acconsentire a una breve dilazione dei termini processuali e a un rinvio dell’udienza fissata per il prossimo 27 novembre dinanzi al Tribunale di Milano. Ma ArcelorMittal deve mantenere “il normale funzionamento degli impianti” e “garantire la continuità produttiva anche durante la fase negoziale”.

E ieri sera una nota di agenzia faceva sapere che “nell’acciaieria ex Ilva di Taranto gli ordinativi dei clienti nella settimana appena conclusa sono soddisfacenti, la produzione è in marcia secondo un normale livello di funzionamento degli impianti e le materie prime sono state ordinate secondo i consueti programmi di approvvigionamento”.

La sardina va in città: a Roma obiettivo 1 milione

Parafrasando la nota commedia di Paolo Virzì, ora le sardine vanno in città. E si preparano a sbarcare nei centri più grandi della penisola. Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova. E pure all’estero.

Sulla pagina Facebook ufficiale “6000 sardine” il calendario è fitto: oggi sono previsti eventi a Rimini, Fiorenzuola, Parma e addirittura New York. Poi ci sarà anche Amsterdam. Domani a Parma e giovedì 28 a Genova (in piazza De Ferrari). Ieri c’è stata Perugia: Salvini è arrivato per festeggiare la vittoria di Donatella Tesei e le sardine stavano in piazza in migliaia a cantare Bella ciao.

In totale saranno 24 iniziative dove naturalmente c’è molta attesa per i grandi centri: il 30 novembre a Napoli, il primo dicembre a Milano, il 10 a Torino e il 14 a Roma. “Nella Capitale puntiamo a un milione di persone”, dice Stephen Orongo, giornalista 45enne di origine keniota, coordinatore delle sardine romane. “Se i partiti vogliono venire, devono farlo senza bandiere. L’unico vessillo che accettiamo è quello della Costituzione. Vogliamo dire basta alla cultura dell’odio e della violenza”, continua Orongo.

Per lo stesso giorno Salvini ha annunciato il no tax day della Lega con eventi in tutta Italia. “Io sarò a Milano”, ha detto il leader leghista. Quello, dunque, sarà il momento della grande sfida tra l’ex ministro e chi lo contesta. “Si vede che Salvini ha paura, gli diamo fastidio e non sa più cosa fare per contrastarci”, osserva il coordinatore romano.

Un milione di persone nella Capitale è un obbiettivo ambizioso ma non impossibile, perché quello romano sarà il momento clou, l’evento nazionale delle sardine, e si attende l’arrivo di persone un po’ da tutta l’Italia. Dovrebbe tenersi a San Giovanni, ma si sta ancora valutando. Le alternative sono Piazza del Popolo o il Circo Massimo.

A vedere le adesioni sui social, anche Milano ha numeri importanti, ma qui ci si vuole tenere bassi: il primo dicembre l’appuntamento sarà a piazza dei Mercanti, luogo assai suggestivo con le logge e il Palazzo della Ragione, accanto a piazza del Duomo, ma piccolo. Anche la piazza napoletana non è tra le più vaste: l’iniziativa anti-Lega sarà il 30 novembre a piazza del Gesù Nuovo, luogo storico della sinistra antagonista. “In un primo momento avevo pensato a piazza del Plebiscito, ma per riempirla ci vogliono almeno 100 mila persone. Al Gesù Nuovo saremo tanti, ma più stretti, come è giusto che si addica a noi sardine”, racconta Antonella Cerciello, coordinatrice napoletana. La densità è un elemento importante. “Dobbiamo stare stretti, altrimenti che sardine siamo?”. A Torino il 10 dicembre, invece, l’iniziativa si svolgerà a piazza Castello.

Nel frattempo il movimento spontaneo si è dato un minimo di organizzazione. C’è un coordinamento nazionale composto dai quattro promotori bolognesi (Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni, Andrea Garreffa) e dai coordinatori di una ventina di città, che però possono essere anche 2-3 per luogo. Quindi si arriva a una cinquantina di persone.

Altro cambiamento rispetto alle iniziative di Bologna e Modena è che i flash mob non avverranno più necessariamente in contemporanea alla presenza di Salvini nella città in questione: a volte ci sarà, ma più il più delle volte no.

“Queste piazze non si svuotano: il contagio dei giovani è globale”

“Mi piace come si comportano le sardine in mare”. Anche quando ragiona di politica, Erri De Luca parla per immagini letterarie. “Cominciano ‘a fare pallone’, a saltare e mettere la testa fuori dalla superficie dell’acqua quando sentono la pressione del tonno che le sta cacciando. Percepiscono un pericolo incombente e all’improvviso riemergono in superficie, a brulicare. Forse è involontario, ma hanno scelto un bel nome. Sono un movimento di massa che agisce in maniera collettiva sotto la spinta, la pressione di un pericolo”.

Una sua poesia – “I balconi del 1900” – aveva ispirato la protesta degli striscioni contro Salvini, “genitori” delle sardine.

Quei balconi venivano persino interdetti alla protesta dalle truppe al seguito del ministro degli Interni: chi metteva uno striscione veniva costretto a rimuoverlo. Ho apprezzato quella protesta perché era un atto di esposizione, al contrario dell’anonimato che è così diffuso nella comunicazione virtuale. Quelle persone ci mettevano faccia e indirizzo, un atto di coraggio.

È lo stesso spirito delle sardine?

Era la sana reazione allergica di una comunità che non voleva più essere disturbata dal sobillatore, dall’organizzatore del pubblico rancore. Questa protesta invece nasce direttamente in strada, come contrappeso alla presenza ingombrante dell’intruso.

La colpisce la natura totalmente spontanea della mobilitazione?

Succede ormai regolarmente dal 2011 e dalla primavera araba in Tunisia. I movimenti nascono così, senza convocazione ufficiale.

Crede che questa spontaneità sia un limite?

Al contrario. La spontaneità è ossigeno allo stato nascente. Un momento necessario.

E poi queste energie come proseguono, come vengono utilizzate?

Questo non lo so. Certamente mi pare che questo movimento sia abbastanza maturo da non farsi arruolare al carro di qualche formazione politica.

Nessun partito è legittimato a parlare a quella piazza, c’è un vuoto politico.

No, non lo chiamo vuoto politico. Direi invece che non c’è una rappresentanza istituzionale di questi movimenti. Manca del tutto. Ma questo è un bene.

Perché?

Perché le sardine non si fanno inghiottire dalla logica degli schieramenti, fanno schieramento a sé.

Non serve qualcuno che interpreti i valori di questo movimento e li traduca nelle istituzioni?

Possono interpretare quello che vogliono, ma non ci possono mettere il loro cappellino sopra. È fisiologico che non abbia referenti politici: quella piazza si convoca, si compone e si affolla proprio per questo. Se avesse avuto dei referenti politici, non ci sarebbe stata. I movimenti sono così. La loro oggi è una legittima difesa dal diventare il cavallo di battaglia di qualcuno. D’altra parte su una sardina di certo non si può mettere la sella.

In passato altri movimenti nati dal basso – come i girotondi o il “popolo viola” – si sono dispersi in modo altrettanto spontaneo. Succederà anche alle sardine?

Rispetto al passato, oggi in giro per il mondo esiste una gioventù che si è messa di traverso e scende per le strade. Succede – con drammaticità diversa – da Teheran a Hong Kong al Cile. Si è diffusa una febbre civile. Quelli che ha nominato lei erano movimenti locali, di passaggio, senza contagio e senza rapporti con il resto del mondo. Ora invece c’è una gioventù ambientalista che si muove su scala mondiale e una tensione generale che i giovani stanno dimostrando sul tema dei diritti. Questo movimento è diverso e può radicarsi.

Se n’è andato Franco Ortolani, il senatore della Terra dei fuochi

Il senatore Franco Ortolani se ne è andato nella notte tra venerdì e sabato dopo una vita trascorsa in prima fila nelle battaglie ambientali, contro il dissesto idrogeologico della Napoli sventrata dai cantieri sotterranei dei trasporti pubblici e per le bonifiche della “Terra dei Fuochi”.

Aveva 75 anni. Gli avevano diagnosticato di recente due tumori, uno alla prostata e uno al rene destro. Due focolai di cancro che Ortolani, docente di Geologia della Federico II e senatore del M5s, movimento nel quale aveva incarnato l’anima ambientalista della nascita dei primi meet up, aveva attribuito ai veleni della Campania. “Il tumore non è sfortuna ma dipende da fattori ambientali. Ma allora vuol dire che pago la mia militanza pluridecennale contro l’inquinamento in difesa della salute, dell’ambiente e delle risorse naturali”, scrisse Ortolani il 24 agosto su Facebook rendendo pubblica la sua malattia.

Il presidente del Senato Elisabetta Casellati ne ha ricordato “il forte impegno profuso nel contrasto alle ecomafie e per la salvaguardia dell’ambiente, che fa del senatore Ortolani un esempio da seguire per la classe politica e per le generazioni che verranno”. Parole che incarnano perfettamente un cordoglio trasversale alle forze politiche e alla società civile: Ortolani era un punto di riferimento autorevole sui temi ambientali e una persona garbata con la quale interloquire. Non c’era giornalista o profano che non si rivolgesse a lui per una spiegazione di quel che stava accadendo. E lui riusciva, sempre, a rendere comprensibili argomenti complessi.

Nel 2018 l’elezione al Senato per il M5s nel collegio Napoli-Arenella. Nei mesi successivi una parte dell’intelligenza napoletana ne avanzò la candidatura a commissario per la bonifica di Bagnoli. La proposta cadde nel vuoto. Ortolani lo avrebbe fatto a titolo gratuito.