“Il Movimento può salvarlo solo Beppe, altrimenti è finito”

“Grillo si è reso conto che senza la sua mano il movimento si perderà. Resta da capire se ha voglia di condurre in porto una barca che fa acqua da tutte le parti. Il suo genio, la sua fantasia sono indiscutibili. Ma queste operazioni di salvataggio necessitano di una dedizione assoluta. Ho l’impressione che lui si annoi spesso della politica e fugga via. Dopo tutto è uomo di teatro”.

Domenico De Masi, che pure ha coltivato relazioni con il mondo a cinquestelle, emette la prognosi infausta.

La scelta di fare le liste regionali sarà la pietra tombale. Produrrà la vittoria di Salvini a cui conseguirà la crisi di governo e una maggioranza schiacciante della Lega alle politiche.

Di Maio ha scelto l’eutanasia?

Uno che dice “non sono né di destra né di sinistra” è certamente di destra. E lì è il suo destino.

Ma non è stato Grillo, che ora invoca uno spirito nuovo nell’alleanza col Pd, a dare le chiavi di casa a Di Maio?

È affascinato dai giovanissimi. E ha creduto che sia Di Maio che la Raggi potessero, dal niente, dare un volto a un movimento così grande, caotico, complesso.

Lei profetizza la morte.

Quel movimento, dopo le elezioni, doveva rifiutare di andare al governo, prendere il tempo per formare una classe dirigente e dare un orizzonte al suo popolo. Invece la fretta, forse la paura che troppi, senza la poltrona, abbandonassero le postazioni, l’ha condotto a una vita anarchica.

Anarchica è poco.

Un ragazzo, nemmeno trentenne, che deve tenere a bada due ministeri, tutti i rapporti politici, impegnarsi ogni sera in tv, girare l’Italia per conto del governo e organizzare il movimento. Le sembra umano un simile impegno?

Mi sembra irresponsabile anche solo immaginarlo.

E infatti il movimento è rimasto senza una guida, senza una direzione di marcia. Ciascuno ha fatto quel che sapeva, in una confusione pazzesca di ruoli e progetti.

Il movimento doveva trasformarsi in partito.

Ogni movimento, nella sua età adulta, si trasforma in partito, da sabbia si fa mattone cioè, se dalla sua parte ha una visione del mondo, quella che oggi chiamiamo narrazione. Per farlo ci vogliono profonda cultura e tanta competenza.

Mancano questa e quella.

L’atto di superbia, la cui fonte era proprio la sprovvedutezza, gli ha fatto ritenere che non bisognasse attrezzarsi. La Raggi è stata eletta col 70% dei voti. Aveva Roma ai suoi piedi e poteva chiedere ogni consiglio, ogni aiuto, ogni competenza. Invece?

Non è che i grillini hanno avuto tutto e subito? Troppi voti, troppo potere.

Hanno avuto Grillo e Casaleggio, la regola e la fantasia. La visione e la performance. Hanno raccolto un Paese in disarmo, intercettato la voglia popolare e in 10 anni hanno costruito l’impensabile. Poi è morto Casaleggio e Grillo è rimasto solo.

Dare una forma al magma non è cosa da tutti.

Lenin ci è riuscito. Però adesso sarebbe ingiusto fare sarcasmo.

Di Maio, indebolito fino all’estremo, si è affidato in ultimo a Rousseau.

Così chiamano la piattaforma. E infatti hanno votato solo coloro che volevano rompere col Pd. Una sciagura.

Di Maio torna da Salvini.

Credo che abbia tanta voglia di farlo. E certo quel voto apre la strada alle elezioni anticipate.

I cinquestelle prenderanno una batosta.

Non c’è alcun dubbio. Ma a Di Maio basta il dieci per cento. Fare il gregario, ecco la prospettiva.

Dai dem alla nipote di Prodi, sirene a M5S per correre uniti

Il Partito Democratico ci prova ma non ci spera, il Movimento ci spera ma non ci prova. Ancora. In Emilia-Romagna si potrebbe sintetizzare così. Dopo il messaggio di Beppe Grillo e Luigi Di Maio – “Avete scelto, ci andiamo per beneficenza. Così magari facciamo da tramite tra una destra un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì” – Stefano Bonaccini, candidato Pd per il bis da governatore, non perde tempo: “Riflettano, potrebbero per la prima volta candidarsi alla guida di una Regione. Con questa legge elettorale o vinco io o Lucia Borgonzoni. Non è che ci sono terze posizioni che possono conquistare il governo regionale”. Sul piatto potrebbe esserci la vice-presidenza, un incarico che dovrebbe essere affidato a una donna. In regione c’è chi punta su Natascia Cersosimo, consigliera comunale in provincia di Reggio Emilia e infermiera, tra le prime ad accorgersi del boom di affidi (al centro di un’inchiesta) a Bibbiano. Da Roma sono in tanti a spingere su Raffaella Sensoli, consigliera regionale riminese uscente. La stessa, ai giornali locali, ha manifestato molti dubbi: “Non ho ancora deciso se ricandidarmi. Per quanto abbiamo combattuto il Pd, abbiamo molte più cose in comune con loro che con la Lega, andava svolto un percorso che è totalmente mancato”.

Sensoli sul territorio è molto apprezzata, non a caso negli scorsi giorni si era fatto il suo nome come di una possibile candidata nella lista di sinistra Coraggiosa, sostenuta dall’ex europarlamentare Elly Schlein. Proprio dai “compagni” arriva un altro messaggio distensivo. “Il mio è un appello, mi auguro che pensino di posizionarsi in coalizione col centrosinistra”. La voce è di Silvia Prodi, ex Pd, nipote dell’ex premier e da più di due anni nel gruppo èViva che raggruppa diverse anime targate Leu: “Onestamente, in Consiglio regionale abbiamo lavorato molto bene, abbiamo un sacco di documenti prodotti insieme. Riuscire politicamente a sostenere alcune lotte insieme, prima di tutto quella ambientale, potrebbe essere un grande valore. Spero che la loro base lo capisca”. Silvia Piccinini, da sempre critica nei confronti dell’attuale presidente ha aperto a una (ulteriore) votazione su Rousseau per decidere sull’alleanza col Pd. Unico, finora, ad aprire esplicitamente ad un accordo, il ministro per le Politiche giovanili Vincenzo Spadafora: “Non lo escludo, se gli attivisti locali lo proporranno”. Domani Di Maio sarà a Bologna per un incontro aperto, un appuntamento decisivo per capire come andrà a finire.

“Avanti insieme, ce lo chiedono le piazze. E Grillo lo ha capito”

L’appuntamento lo ha già fissato: “Dopo l’Epifania”. E per Dario Franceschini, nella calza, il governo Conte 2 deve trovare nuova linfa per andare avanti. La stessa che ieri Beppe Grillo ha invocato per i Cinque Stelle: “Con stili diversi, Grillo e Zingaretti hanno detto la stessa cosa: chiusa la legge di Bilancio e risolti i due problemi più urgenti che sono Ilva e Alitalia, bisogna ridefinire il progetto di riforme per il futuro della legislatura”.

Per dirla con Zingaretti, bisogna darsi un’anima?

Ma c’era qualcuno che si aspettava che fosse facile? Un conto è quando un governo nasce perché una coalizione va alle elezioni con un programma comune, un conto è quando nasce in modo traumatico come il nostro: avversari politici, diversi per contenuti e linguaggi, che si trovano di colpo a dover affrontare una manovra che parte con 23 miliardi di rosso. Mi pare già un miracolo essere arrivati fin qui.

Immagina un contratto come quello tra M5S e Lega?

No, lasciamo perdere i contratti, che per natura sono accordi tra controparti, garantiti da un notaio. Qui siamo alleati, non avversari: non abbiamo bisogno delle firme, ma di un’intesa politica.

Il problema è se finisce ai voti su Rousseau, come per le Regionali.

Veniamo da due culture molto diverse, ma non mi permetto di dare giudizi in casa d’altri. Parlo da osservatore: un meccanismo decisionale che ha un capo politico e una piattaforma con migliaia di persone è difficile da sostenere quando governi: forse servirebbe un livello intermedio di mediazione.

Nel voto su Emilia e Calabria vertici e base la pensavano in maniera opposta.

Quando governi non è tutto bianco o nero: ridurre tutto al “sì o no?” stronca un po’ la discussione. Per esempio, manca la seconda domanda: “Se ci presentiamo, corriamo da soli o in coalizione?”.

Secondo il ministro Spadafora è un’opzione ancora aperta. Ci sperate ancora?

Noi non abbiamo mai inteso il rapporto con i 5 Stelle come quello tra alleati transitori pronti a tornare avversari. Noi pensiamo a una prospettiva politica di lungo periodo. Ci possono essere fasi di accelerazione e momenti di frenata, come in Umbria. Ma è un processo ineludibile: il mondo è ancora più bipolare di un tempo. O stai con Trump o con Obama, o stai con gli europeisti o con i sovranisti, non puoi scappare da questo schema. O meglio, puoi farlo se stai all’opposizione. Ma quando governi e devi fare delle scelte: o stai di qua o stai di là.

Di Maio però dice che il Movimento è la terza via.

Ma la rottura con la Lega non nasce solo dal fatto che Salvini era prepotente: una parte dei gruppi dirigenti dei Cinque Stelle non poteva sostenere delle scelte politiche di estrema destra. Io non dico: “Venite nel centrosinistra”, sia chiaro. Anzi, arrivo a dire: puoi anche decidere che la tua collocazione non sia permanente, ma se governi delle scelte le devi fare. Guardi al fenomeno delle sardine: è assolutamente spontaneo, ma è più avanti di noi. Perché non è solo un movimento anti-Salvini: si sono dati appuntamento in piazza con quel pretesto e hanno scoperto di essere un popolo con gli stessi valori. Lì in mezzo ci sono elettori Pd, elettori 5 Stelle, i riformisti: loro questa scelta di campo l’hanno già fatta, senza aspettare le nostre paturnie.

Di là c’è Salvini, a voi manca l’aggregatore?

Non mi pongo proprio il tema. Dico che non bisogna fermarsi, neanche di fronte a una sconfitta. I Cinque Stelle sono un pezzo importante del Paese e noi una porta aperta con loro la dobbiamo tenere aperta anche se ci dicono no.

Anche se non sostengono Bonaccini e perdete?

In Emilia sarà una sfida valoriale: la regione resterà aperta e inclusiva o andrà con la Lega? Quando Grillo dice che il loro è un “voto di beneficenza” dice che star fuori da questo schema condanna alla marginalità.

Se perdete cade il governo?

Bonaccini vincerà ma, ripeto, per me il discorso non si ferma per una vittoria o una sconfitta come quella in Umbria.

Sulla legge elettorale Zingaretti e Giorgetti tifano per il maggioritario, Di Maio per il proporzionale. Lei?

Lo dico a quelli che nel mio partito pensano che, siccome siamo nati con la vocazione maggioritaria, non possiamo retrocedere da questa posizione “fondativa”: il bipolarismo è talmente forte che prescinde dalla legge elettorale. In oltre quarant’anni di proporzionale, l’Italia è rimasta, con Dc e Pci, un paese totalmente bipolare. Invece quando siamo passati al maggioritario abbiamo vissuto anni di trasformazioni e ribaltoni. Io penso che si possa andare verso un sistema proporzionale senza mettere per forza in discussione il bipolarismo.

Il Fatto ieri titolava: “Così Salvini si pappa la Costituzione”. Cosa ne pensa?

È un pericolo vero. I padri costituenti hanno fissato delle soglie relativamente basse per l’elezione dei ruoli di garanzia e per le riforme costituzionali: c’era la garanzia, con il proporzionale, che nessun partito, nemmeno prendendo il 50 per cento dei voti, avrebbe potuto decidere da solo. Col maggioritario, e con la destra unita e l’attuale maggioranza divisa, quella garanzia rischia di venire meno.

Lei o qualcuno del Pd ha parlato con Grillo?

Io no, altri non so.

Nel suo partito ci sono idee diverse sul Conte 2. Cosa risponde a chi la accusa di essere “governista” solo perché al governo ci sta lei?

Questa volta stare al governo dà più problemi che vantaggi (sorride). Piuttosto nel Pd ci sono gradi diversi di fiducia sulle possibilità di evoluzione di questo rapporto. Io dico che vale la pena insistere per costruire un campo maggioritario che possa battere la destra. Anche perché non è cambiato qualcosa rispetto ad agosto: non è che siccome non ha più parlato di “pieni poteri” Salvini sia meno pericoloso. I pieni poteri ce li ha in testa eccome, gli hanno solo consigliato di essere più prudente a dirlo…

#iorompoicoglioni: i ribelli non mollano

Lì fuori ci sono tanti 5Stelle, veterani e non, che speravano nel taglio della testa al presunto tiranno Di Maio. Di mattina Grillo li delude, anzi li esorta a “non rompere” i cosiddetti.

Ma ciò che funziona in video non vale fuori inquadratura, e allora il fondatore via telefono spiega e precisa ai molti che lo cercano: “Ora dobbiamo sostenere Luigi, essere compatti. Lui mi ha dato delle garanzie, mi ha giurato che cederà un po’ di potere ad altri, ma vediamo tra due mesi come saremo messi”. Potrebbe essere una fiducia a tempo, condizionata a una vera riorganizzazione nel segno di una maggiore collegialità. O magari un modo per buttare la palla più lontano, “perché anche Beppe sa che un’alternativa a Di Maio non c’è” come sussurra un big di vecchio conio. Ed è il primo punto di forza del capo politico, che dalla Sicilia rivendica: “L’incontro con Beppe Grillo ha smentito settimane e settimane di fake news sul rapporto tra me e lui”.

Di certo rilancia: “Dal 15 dicembre verrò affiancato dal team del futuro”. Cioè dai suoi 12 facilitatori ripartiti per temi. Poi al Tg1 torna sul contratto da proporre ai dem: “Si apra un tavolo con i capigruppo della maggioranza”. Però, sempre lì fuori, un bel pezzo del M5S digrigna ancora i denti. Per questo Di Maio nelle scorse ore ha scritto a vari esponenti di spicco, chiedendo un incontro. “Vediamoci, parliamo”. Sa che deve ricucire. E non può restare sorpreso da quell’hashtag che ieri si diffonde sui social, #iorompoicoglioni. Un filo rosso a cui si aggrappa anche Roberta Lombardi: “Io rompo i coglioni e me lo ha insegnato Beppe 12 anni fa. Il ruolo del capo politico interpretato come l’uomo solo al comando non funziona, e lo riscrivo”. Il senatore Alberto Airola, no Tav non pentito, la mette così: “Ok, non rompiamo le scatole lavorerò a testa basta come ho sempre fatto, in silenzio. Vi va bene?”. Invece Luigi Gallo, presidente della commissione Cultura della Camera, vicino a Roberto Fico, esulta: “È chiaro che Beppe ha messo ancora una volta una pietra tombale sulla Lega e sulla destra. Ormai il modello dell’uomo solo al comando non funziona più”. È il bicchiere mezzo pieno, visto dall’ala sinistra del Movimento, e un modo di celebrare uno stop a Di Maio. “Ma è chiaro che adesso vanno fatti gli Stati generali” è il mantra fuori microfono. Perché è in quella sorta di congresso che in diversi, partendo sempre dall’area vicina a Fico, vogliono provare a cancellare la figura del capo politico. È quella la sede per ridisegnare la struttura, arrivando innanzitutto alla segreteria politica.

Però la partita è incerta, e Di Maio può giocarsela. Anche se in serata deve dirlo: “Il governo durerà tre anni, con le riforme nel contratto sarà più forte”. Non lo giurava da un po’. La conferma che i discorsetti di Grillo pesano. O almeno così deve sembrare.

 

Il garante con Di Maio e il Pd: “Ora basta criticare il governo”

Il capo politico che però non è il numero uno ascolta e talvolta interviene, con l’aria stanca di chi ha dormito poco. Invece il Garante, che quando vuole dice ancora l’ultima parola, gesticola e parla senza fermarsi, tonico, perché il padrone di casa è lui. È Beppe Grillo che di sabato mattina convoca Luigi Di Maio nel suo solito albergo sui Fori a Roma, costringendolo a precipitarsi dalla Sicilia come un dipendente richiamato in ditta. È il volto e marchio del Movimento che per due ore alterna bastone e carota, tiratine d’orecchie e consigli. E alla fine dà a Di Maio quello che il capo sperava, cioè un salvacondotto dai tantissimi che vorrebbero deporlo, ma pure paletti e consegne.

In soldoni, il capo politico resta Di Maio, “lui è il referente e non rompete i coglioni, altrimenti ci rimettiamo tutti” come riassume poi Grillo in un video a due in cui il ministro si sforza di sorridere. Però poi c’è il dazio da pagare: “Il capo politico è lui e io gli starò un po’ più vicino”. E se non è un commissariamento è la promessa di un maggiore controllo, fatta a big e parlamentari in rivolta. Soprattutto c’è la rotta, perché Grillo indica di nuovo la strada al M5S, e porta tutta a sinistra, la direzione opposta a quella naturale per Di Maio. Tanto che si potrebbe perfino riaprire la partita dell’Emilia Romagna, con i 5Stelle che potrebbero sostenere il governatore dem Stefano Bonaccini. Un’ipotesi, a fronte delle parole certe e rumorose del Garante: “Quando parlo di progetti insieme con la sinistra parlo di progetti alti, bellissimi. Sui trasporti, su come costruire le cose, su cosa è la città, è un momento magico”.

Il ministro ascolta e quasi non sa dove guardare. Ma la sostanza è chiara: ai parlamentari, che se lo scrivono nelle chat (“Avete visto quante volte Beppe ha detto la parola sinistra?”) e a Di Maio. A cui Grillo lo dice fuori telecamera: “Luigi, non devi più criticare così questo governo, dobbiamo portare avanti il lavoro con il Pd”. Al fondatore hanno raccontato che Di Maio aveva la tentazione di far saltare tutto e andare alle urne. Ma Grillo non vuole la fine di ciò che ha costruito in estate. “Abbiamo un’ottima legge finanziaria, dobbiamo raccontarlo in giro invece di parlare delle nostre beghe interne” ha detto ad alcuni maggiorenti. E (in sostanza) è quanto ripete a Di Maio. Per questo in una nota congiunta annunciano la proposta “di un contratto di governo a partire da gennaio” ai dem, con dentro temi dal clima al salario minimo, fino all’energia e alle infrastrutture.

E il contratto che il ministro invoca da tempo diventa un impegno per legarlo al Pd, un vincolo per il capo davanti a cui Grillo s’infervora: “Non possiamo essere gli stessi, pensare come eravamo”. Ergo, avere nostalgia del passato “è sbagliato, e io sono euforico, dobbiamo essere euforici, c’è da riprogettare”. E nel mezzo Di Maio insiste: “C’è grande nostalgia del passato”. Non a caso, perché con Grillo parlano anche di quella segreteria politica invocata dai maggiorenti. Il fondatore però non è convinto, mentre per Di Maio sarebbe una resa. Infatti fa muro: “Beppe, la segreteria è una cosa da vecchia politica, da vecchi partiti”. E Grillo annuisce: “Hai ragione, ma un capo ci vuole”. È convinto, raccontano, che Di Maio sia “un ragazzo che ha tutti contro” e che per questo vada sostenuto. Quindi avanti con lui e la sua riorganizzazione: “I facilitatori sono una buona idea”. Poi però il fondatore accenna alla costituzione di un “meet up nazionale”, e molti lo leggono come un riferimento agli Stati generali, a quella sorta di congresso rifondativo che il capo politico ora non vorrebbe più fare a marzo, rinviando tutto. Ma i big del caminetto, tutti, lo pretendono: e Grillo lo sa.

Se ne discuterà, però ora la priorità sono le Regionali. “Avete scelto questa votazione, in Emilia-Romagna ci andiamo per beneficenza – scherza il fondatore nel video – Come dai un euro a uno, non puoi dare un piccolo voto anche a noi per beneficenza?”. Ma la questione è più complessa. Lo stesso Grillo, raccontano, è dell’idea che il Movimento debba fare “delle proposte” a Bonaccini sui temi, dialogare. Certo, nelle scorse ore ha chiesto ai suoi quale sia il possibile candidato del M5S in Regione. Ed è consapevole che per un sì all’accordo con i dem bisogna ripassare dalla piattaforma Rousseau. E comunque Di Maio resiste, e in serata ridice no: “Massimo dialogo sui temi, ma per le elezioni guardiamo alle forze civiche e non ai partiti”. Su questo non c’è chiarezza e intesa con Grillo, che ieri sera si è presentato all’ambasciata cinese con un barattolo di pesto. Di Maio invece è tornato in Sicilia, annunciando per il 15 dicembre il varo del “team del futuro”, che dovrà affiancarlo sui temi. Da capo, salvato.

Quel che è di Grillo

Nel mantra “Ricordati che devi morire” ripetuto ogni giorno al M5S da quelli che capiscono sempre tutto sui loro Verani Illustrati, manca una postilla: “Abbiamo sbagliato tutto”. Per 12 anni, dal VDay di Bologna a oggi, gli onniscienti de sinistra hanno speso gran parte del tempo e delle energie a dimostrare che Beppe Grillo era un comico fuori di testa, assetato di potere e denaro, ansioso di trascinarci in una tirannide parafascista con un partito personale-dittatoriale, assistito da un guru dedito a riti satanici e forse a sacrifici umani, Gianroberto Casaleggio, che badava solo ai fatturati della sua Spectre, al taroccamento della piattaforma Rousseau e al lavaggio telematico dei cervelli in combutta coi servizi segreti di Putin. Intanto l’Italia veniva divorata dalle cavallette berlusconiane e poi renziane, ma gli onniscienti non ci facevano caso, anzi le appoggiavano come ultimi argini all’orda grillina, primo e unico nemico da battere. Molto più di Salvini, che infatti nel 2018 spinsero a viva forza al governo rifiutando l’offerta di Di Maio, per poterlo lapidare meglio (Di Maio, non Salvini).

Ora che il mostro che hanno contribuito a creare (Salvini, non Di Maio) minaccia di prendere i pieni poteri, anche sul Quirinale e la Costituzione, uno straccio di mea culpa sarebbe d’uopo. Anche per spiegare come mai oggi invocano tutti Grillo come elemento di buonsenso e stabilità (ma non era un pazzo pericoloso?), lo implorano di riprendersi il M5S (ma non era un dittatore?), attendono con ansia ogni voto su Rousseau (ma non era tutto pilotato?). Certo, in questi 12 anni è cambiato tutto, anche Grillo. Ma qualcuno dovrebbe almeno riconoscergli che non era un dittatore, non puntava al soldo e vedeva più lontano di chi oggi indossa le treccine di Greta, mentre quando Grillo diceva le stesse cose su ambiente e sviluppo lo prendeva per matto. La piattaforma Rousseau ha mille difetti: è gestita da un imprenditore, ha problemi di sicurezza. Ma è l’unico strumento che permetta a un partito di consultare la base in tempo reale: a volte conferma le scelte dei vertici, a volte – come giovedì – le ribalta. Un’esperienza che presto (leggete il libro di Salvatore Cannavò appena uscito per Paperfirst) farà scuola all’estero. Perchè il Pd non si dota di uno strumento così per conoscere la sua gente e non ritrovarsela regolarmente da un’altra parte (girotondi, pacifisti, piazze green, sardine)? Se ce l’avesse, potrebbe lanciare subito il primo quesito: volete la prescrizione modello Andreotti-B. o la blocca-prescrizione modello Bonafede? Abbiamo il sospetto di conoscere la risposta.

Augusta: vincere un Premio, non un soldo

L’Italia è un Paese singolare: quasi nessuno legge, molti scrivono e abbondano i premi letterari. E può succedere che quando qualcuno vince uno di questi trofei letterari, dotato nel caso di un ricco montepremi, non riesca a incassare un centesimo, magari per colpa di sponsor e istituzioni pubbliche che promettono finanziamenti e alla fine non li concedono. È capitato a Barbara Giangravé, giornalista e scrittrice siciliana, insignita nel 2011 del riconoscimento di “Inspiring Woman of Italy” per la sua attività antimafia. Con il romanzo Inerti (Autodafé Edizioni), due anni fa si è aggiudicata il Premio Augusta, ideato a Torino nel 2016 da Manuela Fusto. Era un premio non da poco, intanto per gli sponsor in campo: dal Comune di Torino alla Treccani, dal Salone internazionale del Libro alla Regione Piemonte.

Ed era rilevante visto che all’inizio, come veniva detto dagli organizzatori, aveva una “consistenza di 10 mila euro”; una rispettabilissima somma che “certo non risolve tutte le asperità della vita di un giovane autore, ma quantomeno provvede a una nicchia di sicurezza in cui lavorare all’opera letteraria senza altri assilli!”. La “nicchia di sicurezza” per Barbara non c’è mai stata. Come spiega lei stessa: “In questi giorni ricorrono due anni esatti dalla vittoria di quel Premio e io non ho mai incassato il famigerato assegno da 10 mila euro”. Della vicenda si sono occupate due testate online, il Post a febbraio, e ora Antimafia Duemila, tuttavia non è successo niente. O meglio: il Premio Augusta, nel frattempo, ha chiuso i cosiddetti battenti. E la sua ideatrice, Manuela Fusto, non soltanto non è scappata con la cassa, dato che non c’è alcuna cassa, ma ammette le colpe sue e quelle degli altri. “Ho detto a Giangravé”, rammenta, “che voglio onorare il mio impegno e quello del Premio verso di lei. Il ritardo non dipende da cattiva volontà, ma da una serie di fatti che, in questi due anni, mi hanno messo in seria difficoltà. Si va dalla crisi che ha colpito il Salone del Libro di Torino ai ritardi di pagamenti da parte di enti, fino al ritiro di alcuni sponsor. Ed è stata una vera mazzata l’impossibilità di percepire gli introiti dagli eventi che una associazione collegata al Premio, la Cap 10100, che gestisce un locale a Torino, aveva in programma. Il locale è stato chiuso non per colpa nostra per due anni, solo da poco ha riaperto”. Manuela Fusto non ha tutti i torti. Il suo caso non è isolato. Diverse associazioni culturali confidano a torto nel denaro degli enti pubblici, o degli sponsor commerciali. Va detto inoltre che, a volte, si varano progetti faraonici, come i 10 mila euro del premio Augusta, senza avere la certezza di poterli realizzare. Lo scrittore Giuseppe Culicchia, giurato alla prima edizione dell’Augusta, oggi commenta che ci sono “troppi dilettanti allo sbaraglio”. E forse ci sono troppi premi letterari per una nazione di illetterati.

Un Orso senza distribuzione

Speriamo che i festival, prima il MedFilm di Roma e oggi il 37° TFF dove passa sottotraccia nella sperimentale Onde, facciano i festival, ovvero segnalino alla pubblica attenzione e, dunque, facciano distribuire i film che mettono in cartellone. Speriamo, perché fin qui l’Orso d’Oro che ha vinto all’ultima Berlinale non è bastato, anzi, non è servito: ancora nessuno che il folgorante franco-israeliano Synonymes di Nadav Lapid (Policeman, The Kindergarten Teacher) abbia deciso di portarcelo in sala, per dire di che Paese siamo, pure al cinema. In realtà, un italiano illuminato c’è, ed è Luca Guadagnino che sul totalizzante protagonista, Tom Mercier, ha messo gli occhi e se l’è accaparrato per la sua serie We Are Who We Are, chiamatelo stupido. Anima e corpo – e che corpo, apollineo e, ehm, generoso – l’esordiente Mercier si mette letteralmente a nudo per Yoav, che abbandona Israele e l’IDF per tradursi, ancora letteralmente, a Parigi: l’ebraico, si ripromette, non lo parlerà più, la lingua di Voltaire sarà la sua, e via a compulsare dizionario e ripetere sinonimi per strada, meglio, per boulevard. Già, e se Israele e Francia apparentemente così lontani, fossero così vicini?

Il machismo, il militarismo, la violenza che s’è voluto lasciare alle spalle non riecheggiano paro paro già nella Marsigliese? Povero Yoav, alle prese con ambigui Bo(urgeois)Bo(hémien), sionisti che si battono coi nazisti e la brutta sensazione che tutto il mondo è paese, mannaggia. Da vedere, e non è sufficiente: Synonymes è da distribuire.

 

Nel 1869 come oggi: talmente buono da sembrare “Idiota”

Quasi nessuno se ne è accorto, ma questo è l’anno dell’Idiota, o meglio ancora degli Idioti. Era il 1869 quando Fedor Dostoevskij ultimò il racconto itinerante, iniziato a Ginevra, redatto a Milano e concluso a Firenze, incentrato sull’indimenticabile figura del principe Myskin, mattatore del libro più difficile, anche se forse il non riuscito, dello scrittore russo. Sono trascorsi 150 anni da quel romanzo anomalo e bipolare, ostentatamente rivoluzionario, e 100 dalla prima trasposizione sul grande schermo a cura di Salvatore Aversano e 60 dallo storico sceneggiato Rai, in sei puntate, con un impressionante Gian Maria Volonté che “ruba l’anima” a Rogozin duettando con Giorgio Albertazzi, nel ruolo del supposto cretino.

Ricordarne questi anniversari non è vezzo almanacchistico, perché L’idiota è un libro, e più in generale una riflessione, importante, soprattutto oggi, fra ruspe e rottamazioni.

Tocca fare un passo indietro: Dostoevskij è un autore che ha avuto una vita più letteraria di un romanzo d’avventura. Soffre di crisi epilettiche, che percepisce come illuminazioni e visioni e che però lo rendono infermo, e a volte gli fanno perdere il filo delle sue storie. Qualcuno sostiene che l’omicidio del padre da parte dei dipendenti sia stata una causa scatenante della sua malattia; Freud che lo studiò come caso in absentia pensa più a un’origine ibrida del male: metà chimica, metà psichica.

Fatto sta che Dostoevskij dipinge la malattia del principe Myskin a immagine e somiglianza della sua. Non solo: i capitoli iniziali del romanzo vertono sulla pena di morte e la sua incommensurabile crudeltà. Fa venire la pelle d’oca sapere che li compone uno che in Siberia c’è stato davvero e si è visto portare davanti al plotone d’esecuzione così per gioco, per essere graziato all’ultimo minuto. Dalla sua vita di alti e bassi, di successi e crolli, di ricchezze e debiti (pagati per lo più con i libri), di perdite al gioco, di sensualità e misticismo, nell’Idiota sembra che Dosteovskij provi a distillare la parte più pura. In una lettera a un altro scrittore, afferma che l’idea è troppo difficile e non è preparato, per quanto la consideri seducente. Vuole raffigurare l’uomo “assolutamente buono”, e dice che niente è più difficile in quel momento.

Come dargli torto? Un conto è prendere un ragazzo, farlo diventare l’assassino di una vecchia usuraia e di sua sorella e poi raccontare tutta l’indagine e i tormenti del colpevole, come ha fatto nel romanzo precedente “Delitto e castigo”. Un conto è ragionare sulla bontà. Perché la bontà annoia.

Sulla natura duplice dell’uomo a fine Ottocento va molto di moda la versione Jackill e Hyde, il rispettabile dottore diurno e lo spietato serial killer nottambulo. Anche allora il male richiama di più, affascina, le cattive notizie si diffondono, il dramma esercita molto più attrattiva della normalità, della positività.

Eppure Dostoevskij si fissa su quest’idea di raccontare un idiota. L’etimologia del termine si riferisce a persona ignorante, incolta, che guarda al proprio privato, senza potersi curare della sfera famigliare o pubblica. Il linguaggio medico ottocentesco considera idiota colui che è affetto da una grave malattia di sviluppo mentale. Il principe Myskin è il primo a considerarsi malato, ma a causa delle sue crisi, non della sua inclinazione verso il prossimo, che trasgredisce la misura borghese. Gli altri lo considerano interessante e idiota allo stesso tempo perché è buono. Buono, non buonista, buono per cui non ha bisogno di essere politically correct, buono perché vuole sentire interamente la vita, come “uno schiavo fanatico del proprio destino”, scrive Stefan Zweig nella bellissima biografia di Dostevskij, pubblicata da Castelvecchi.

Buono perché ha intenzione di costruire, di migliorare, invece di star sempre lì solo a contestare, bloccare, perculare: è lui personaggio letterario forse più rivoluzionario di sempre.

Ed è anche di lui che si parlerà nell’ottava edizione del Festival “Pazza idea”, in corso fino a domani a Cagliari e dedicato quest’anno a Bellezza e Rivoluzione. La volontà della direttrice artistica Mattea Lissia di indagare la forza eversiva e dirompente della bellezza sembra fare da controcanto alla più celebre delle citazioni da L’idiota: “La bellezza salverà il mondo”. Anche se il dubbio più atroce rimane: il mondo salverà la bellezza?

“Se io sarei” una capra: gli errori (altrui) più odiati

Abbiamo chiesto alla sociolinguista Vera Gheno di elencarci gli errori più comuni nell’era della comunicazione digitale.

Viviamo tempi schizofrenici. Molte persone sono convinte che oggi il contenuto sia più rilevante della forma. A questa affermazione va aggiunto un correttivo: il ragionamento fila quando si tratta della nostra comunicazione, ma non si applica a quella altrui. Se sono gli altri a sbagliare, o a esprimersi con sciatteria, siamo prontissimi a diventare i più accaniti e indignati difensori della norma linguistica: ci sono delle regole, perbacco!

Proprio dall’osservazione dello strano rapporto tra la norma e l’uso nasce l’idea di questo elenco degli errori più odiati dagli italiani (sempre, ovviamente, quando li commettono gli altri). Ognuno di essi viene, per vari motivi, considerato come un segno inequivocabile della decadenza dei costumi linguistici degli italiani. Vediamoli.

1. Presentarsi cognome + nome: “Salve, sono Rossi Mario!”. In Italia, invertire l’ordine “naturale” nome + cognome è ammesso solo nelle elencazioni alfabetiche, nelle quali, di norma, anteponiamo il cognome. Mai farlo nel presentarsi, sia di persona che al telefono (o su WhatsApp). L’effetto-bifolco, ahinoi, è garantito.

2. Qual’è scritto con l’apostrofo invece che senza, come sarebbe più corretto secondo quanto abbiamo appreso, in linea di massima, a scuola. Andrebbero fatti dei distinguo: nonostante che l’accanimento delle persone contro quel segnetto quasi impercettibile sia estremo, alcuni linguisti affermano che qual sarebbe un relitto ottocentesco, e che quindi sarebbe giustificabile dare il via libera alla grafia apostrofata. Ma la maggioranza delle persone ha, davanti a qual’è, attacchi di ira inconsulta.

3. C’è ne invece di ce n’è. Vorrei parzialmente giustificare questo errore: in molti casi, è colpa del correttore del telefonino che interviene a modificare, alquanto arbitrariamente, la nostra digitazione. In ogni caso, se ci diamo questa giustificazione quando capita a noi, quando succede agli altri siamo sempre pronti ad alzare il ditino stizziti.

4. Se io sarei. Chiaro: se io dico se io sarei un poeta, canterei l’azzurro dei tuoi occhi, probabilmente la persona con cui avrei voluto uscire a cena mi pianterà in asso. Però attenzione a non iper-stigmatizzare il povero se io sarei, che è errore osceno se usato al posto di se io fossi, ma perfettamente corretto nelle interrogative indirette: “Mi hanno chiesto se io sarei in grado di risolvere quel problema”.

5. Sbagliare le h. “L’hanno scorso o speso troppi soldi”. E li hai spesi male, perché avresti dovuto comprarti una grammatica per ripassare le h. Sulle h ci arrabbiamo sempre tutti, sono il segnale di scarsa cultura.

6. Gli per le. Mentre, almeno nel parlato, gli per loro è accettato senza troppi complessi, gli per le provoca ancora sguardi di riprovazione. “Ho chiamato Giovanna e gli ho detto che…” solo se sei conscio del fatto che a qualcuno andrà il boccone di traverso e verrai considerato davvero un ignorante.

7. Pò: un altro microsegno – l’accento invece del corretto apostrofo, po’ – che scatena gli istinti più violenti. È un erroraccio, certo, ma ce ne sono di peggiori. E invece questo assurge a segnale sicuro di una competenza linguistica insufficiente.

8. Piuttosto che usato in modo disgiuntivo invece che avversativo. In italiano standard si dice “preferisco mangiare le patate piuttosto che il riso”, indicando una preferenza. A Milano, e anche altrove, si formulano frasi come “Non so se mangiare patate piuttosto che riso piuttosto che insalata”, intendendo “Non so se mangiare patate o riso o insalata”. Il piuttosto che disgiuntivo si è diffuso negli ultimi decenni anche nell’uso di persone colte. Ciononostante, per molti che non lo sentono come “naturale” e facilmente comprensibile, è considerato ancora molto fastidioso, oltre che fuorviante.

9. Uscire il cane e altri usi transitivi di verbi intransitivi. È bene ricordarlo: la Crusca non li ha “sdoganati”, anche perché non ha il ruolo di rilasciare patenti di correttezza linguistica. L’uso transitivo di verbi intransitivi attiva purtroppo sgradevoli pregiudizi legati alla prevalenza di tali impieghi nelle parlate meridionali. Eppure, nei contesti comunicativi informali di molte regioni (soprattutto, ma non solo, del sud) tali usi sono ampiamente e storicamente diffusi. Insomma, scendete la borsa senza alcun problema se siete alla stazione di Napoli, ma evitate di farlo a Milano, se non volete essere guardati storti.

10. Se lo sapevo non venivo: lo sanno tutti che la forma corretta è se lo avessi saputo non sarei venuto. Ma usare l’imperfetto è del tutto naturale in situazioni informali. Basta pensare, del resto, che Manzoni usa costruzioni simili nei Promessi Sposi. Insomma, prima di adombrarvi troppo, chiedetevi se l’uso non sia invece giustificato da un contesto non eccessivamente formale.