Il monsignore a Santa Marta prepara il volo in Argentina

Nella residenza di Santa Marta in Vaticano, la stessa che ospita l’amico papa Francesco, il vescovo Gustavo Oscar Zanchetta prepara le valigie per il volo che lunedì lo porterà davanti al Tribunale di Salta, nel nord- ovest dell’Argentina, per rispondere alle accuse di abuso sessuale semplice e continuato ai danni di due seminaristi. Questo vuol dire che Zanchetta intende bloccare la richiesta d’arrestato del magistrato perché risultava irreperibile, non accolta dal giudice, e sarà presente all’udienza di mercoledì mattina, così da evitare anche una sgradevole battaglia diplomatica tra il Vaticano e l’Argentina, il paese di Jorge Mario Bergoglio. Gran parte dei media ha parlato di ordine di cattura dall’Argentina, un errore che ha indotto l’avvocato di Zanchetta a diramare un comunicato in più lingue. Don Javier Belda Iniesta, docente spagnolo all’Università della Murcia, difende il monsignore davanti alla giustizia di Salta e pure nel processo canonico autorizzato lo scorso maggio da Francesco. Belda Iniesta ha ricordato che Zanchetta ha sempre collaborato con il tribunale di Salta, ragion per cui in agosto gli è stato concesso il rientro in Vaticano. Come ha spiegato in pubblico papa Francesco, il vescovo Zanchetta è stato “chiamato” in Vaticano nel 2017 – quando i suoi guai erano già noti – e spedito per alcune visite psichiatriche a Madrid. Poi Bergoglio l’ha nominato assessore all’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede, una carica creata per l’occasione. Con gli sviluppi dell’indagine interna vaticana, Francesco ha sospeso Zanchetta dall’Apsa e però gli ha confermato il domicilio a Santa Marta. Il monsignore la settimana prossima sarà in Argentina e, se il Tribunale dovesse fissare scadenza vicina nel tempo, aspettando la sentenza, potrebbe anche non tornare in Vaticano. Come accaduto per il cardinale Georg Pell, Francesco vuole che le sentenze siano rispettate.

Il buen retiro in Vaticano: così il Papa aiutò Zanchetta

L’ultima volta in aula, a Orán, nella provincia settentrionale di Salta, ai piedi delle Ande argentine, Gustavo Zanchetta si è visto l’8 agosto. Per dieci minuti. Tanto è durata l’udienza in cui il giudice Claudio Parisi ha accettato di revocare, su richiesta della difesa del prelato, il divieto di espatrio. “L’imputato Zanchetta sta collaborando”, ha motivato il giudice. “Mantenere tali limitazioni alla sua libertà rappresenterebbe una coercizione, e gli impedirebbe di proseguire il suo lavoro quotidiano”. A pesare sulla decisione del giudice, un certificato datato 3 giugno 2019 e presentato dalla difesa di Zanchetta. Secondo quanto riporta il quotidiano El Tribuno de Salta, il documento sarebbe firmato dall’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato vaticana, e da Vincenzo Mauriello (minutante dell’ufficio del protocollo, sospeso a inizio ottobre per l’inchiesta sulle operazioni finanziarie illecite in Vaticano). E riporterebbe che Zanchetta è un “impiegato del Vaticano”, dove lavora presso l’Apsa e “ivi abita, nella residenza di Santa Marta”. Nel certificato, però, non sarebbe menzionato un piccolo particolare: monsignor Zanchetta risulta sospeso dal suo incarico (dal 4 gennaio 2019). Quindi perché sarebbe dovuto rientrare in Vaticano? Per quale “lavoro quotidiano”?

La procuratrice Maria Soledad Filtrín Cuezzo – che rappresenta l’accusa nel processo per “abusi sessuali continui ed aggravati” dallo status di Zanchetta come ministro del culto – aveva più volte sottolineato una preoccupazione. Il prelato, tornando in Vaticano, avrebbe potuto sottrarsi al giudizio in Argentina: non esiste un accordo sulle estradizioni tra Argentina e Stato Vaticano. Ecco perché la procura ha chiesto, di fronte all’impossibilità di procedere alla notifica a Roma degli atti processuali (ridimensionata dall’avvocato di Zanchetta), che venisse emesso un mandato di cattura internazionale per l’imputato.

Il caso scoppia grazie all’inchiesta di El Tribuno, a fine 2018. Nominato assessore dell’Apsa nel 2017, monsignor Zanchetta aveva lasciato poco tempo prima la diocesi di Orán, per un “problema di salute”. Dietro quelle improvvise dimissioni, secondo il giornale, le accuse di abusi sessuali su due seminaristi – avvenuti tra il 2014 e il 2015 – e di cui la Chiesa sarebbe stata a conoscenza.

A confermarlo, i documenti interni datati 2015 e 2016 in cui cinque sacerdoti (tre vicari generali e due monsignori) del vescovado di Orán denunciano gli “strani atteggiamenti verso i seminaristi”. La nota – indirizzata alle autorità ecclesiastiche locali e all’allora nunzio apostolico in Argentina, monsignor Paúl Emile Tscherrig – racconta come, nel settembre 2015, tutto ebbe inizio. Il laico Luis Amancio Díaz, segretario di Zanchetta, ha accesso al cellulare del vescovo, per scaricare delle foto da postare sul profilo Fb della diocesi. “Tra queste, immagini pornografiche di sesso omosessuale tra giovani che si auto-fotografavano nudi con selfie, in atteggiamenti masturbatori”. Tutto materiale salvato su una chiavetta Usb, inviata al cardinale primate d’Argentina, Mario Poli. Zanchetta – ricostruirà poi uno dei cinque sacerdoti, Juan José Manzano – fu chiamato subito da Bergoglio a chiarire la sua posizione. Siamo nell’ottobre 2015: due anni prima, dunque, della nomina vaticana all’Apsa.

Bergoglio in un’intervista tv ha ricordato mesi fa: “Zanchetta s’è difeso dicendo che lo avevano hackerato. Di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo”. Quando Zanchetta arrivò a Orán – sottolinea la procuratrice Cuezzo, riportando le parole dei seminaristi che hanno denunciato gli abusi – “avevano particolare timore reverenziale, perché il monsignore fu presentato come amico del Papa”.

Che Zanchetta e Francesco siano vicini è risaputo: hanno lavorato a stretto contatto nella Conferenza episcopale argentina. Ora sono anche vicini di casa, anzi di residenza. Forse il Papa potrà ricordare a Zanchetta di presentarsi alla prossima udienza: 27 novembre, ore 9. In Argentina.

Morales ha scontato l’assenza delle forze armate e del partito

È appena avvenuto in Bolivia un colpo di stato che ha messo temporaneamente da parte un presidente molto popolare, che lungo 13 anni di governo ha guidato la fuoriuscita del paese dalla marginalità politica e dalla povertà. I resoconti e le analisi correnti evitano di citare la ragione principale del golpe contro Evo Morales: il suo esempio di buongoverno socialista che ha fatto della Bolivia la maggiore storia di successo dell’ America del Sud. Un esempio che doveva essere soppresso ad ogni costo. Da chi? Dal solito 1% che tenta di tirare le fila del pianeta dagli Stati Uniti. Sotto Morales il Pil della Bolivia è quadruplicato, il salario minimo è triplicato, la povertà ridotta a meno del 16%, l’analfabetismo eliminato, l’inflazione e il tasso di cambio sono rimasti stabili, e la maggioranza della popolazione india – i due terzi di quella totale – ha avuto accesso per la prima volta in 500 anni a istruzione, sanità, pensioni, e protezione sociale a largo raggio.

Tutto questo durante il boom dei prezzi delle materie prime durato fino al 2014, ed anche dopo, perché il governo boliviano, a differenza degli altri esecutivi del continente, è riuscito a sconfiggere la “maledizione delle materie prime” (il petrolio del Venezuela, il rame del Cile, il litio della stessa Bolivia..) nazionalizzando le industrie di base e convogliando massicci investimenti al di fuori del settore minerario e degli idrocarburi.

Ne è risultata un’economia a guida statale, diversificata, robusta e ad alta crescita. Un modello “socialista” avanzato che non poteva essere più tollerato dal risvolto violento del capitalismo neoliberal. Se la Bolivia di Morales era così forte, viene allora da chiedersi, perché è caduta così rapidamente sotto l’ urto della minaccia militare, delle manifestazioni di piazza e del diniego di legittimazione da parte degli Usa. Perché ciò che non ha funzionato in Venezuela ha avuto successo in Bolivia?

La risposta sta in due differenze cruciali, che corrispondono ad altrettanti limiti del modello socialista boliviano. Morales ha creduto, in primo luogo, che i benefici delle sue politiche sociali parlassero da soli, assicurandogli un primato elettorale permanente presso la grande maggioranza dei cittadini, senza tenere nel dovuto conto la necessità di strutturare e radicare in profondità i suoi consensi. Il suo partito, il Mas, è rimasto un arcipelago rissoso e composito di fazioni, abituate a scendere in piazza al minimo segno di disagio anche contro il proprio stesso governo. Nulla di paragonabile alla mobilitazione capillare e all’autogestione ben organizzata di risorse comuni (dai beni alimentari all’educazione musicale) dei colectivos venezuelani, capaci di far scendere in piazza in poche ore centinaia di migliaia di persone a sostegno di Maduro.

In secondo luogo, il governo Morales non ha curato una riforma della polizia e delle forze armate abbastanza profonda da democratizzarle e renderle parte del progetto socialista. Cultura, addestramento e tattiche di intervento di soldati e ufficiali sono rimasti quelli dei tempi bui delle dittature e dei governi corrotti del passato. Ho conosciuto Morales durante il mio mandato Onu, alla fine degli anni Novanta, quando l’establishment politico e militare lo riteneva un pericoloso capo dei cocaleros di Cochabamba.

Diventato presidente ha preferito glissare in tema di organizzazione della sicurezza nazionale. La nuova costituzione boliviana del 2009 non dice nulla sul tema e nel momento più cruciale questa omissione è costata molto cara.

Nulla di simile alla situazione venezuelana, dove esercito e polizia sono immersi nella popolazione chavista e sono un architrave del sostegno a Maduro. Non è facile trasformare entità di questo tipo in una forza golpista e antipopolare in un paese la cui costituzione proibisce alla guardia nazionale di detenere armi da fuoco in servizi di ordine pubblico. Divieto fatto osservare talvolta fino all’ assurdo.

Detto questo, cosa può succedere adesso? È evidente che, per quanto poco strutturata, la base di consenso a Morales non svanirà tanto facilmente. Anzi, è probabile che la durezza della repressione golpista, i tentativi di smantellare le protezioni sociali dell’era Morales e la crisi economica conseguente contribuiranno tutti ad una sua possibile nuova vittoria alle elezioni di gennaio 2020.

Ma vedremo davvero queste elezioni?

La risposta sta più a Washington che a La Paz.

La mimo Daniela, simbolo degli abusi dei carabineros

“Non abbiamo ancora chiuso il caso. È tutto molto complesso”. L’associazione delle avvocate femministe cilene che fin dai primi giorni delle proteste contro il governo di Sebastiano Piñera sta seguendo e dando assistenza legale alle donne picchiate, molestate e violentate dai carabineros non si pronuncia sulla morte della mimo trovata impiccata il 20 ottobre scorso a Pedro Aguirre Cerda, in provincia di Santiago. La notizia della sua morte – diffusa dalle stesse avvocate sui social tre giorni dopo il ritrovamento del suo cadavere – ha iniziato a circolare in Italia due giorni fa, quando finalmente è stato reso noto in Cile il risultato dell’autopsia. “Soffocamento per impiccagione” si leggerebbe nel referto. Nessun intervento di terzi, né segni di violenza o di tortura sul corpo dell’artista di strada. Eppure la Rete delle attrici cilene – scese in piazza in appoggio ai manifestanti anti-governativi – denuncia che Daniela non si sarebbe suicidata, ma al contrario sarebbe stata uccisa dai militari ed esposta per “intimorire la piazza” nei primi giorni delle proteste.

“Siamo molto preoccupate e tristi”, spiegano da Abofema. Vogliono vederci chiaro le avvocate, perché il caso è delicato e come detto, molto complesso. “Sono state messe in giro molte bugie al riguardo, noi stiamo gestendo il caso e vi assicuro che molto di ciò che si dice non è vero o non è stato verificato in alcuno modo”, ci assicurano, chiarendo che qualora si completasse il quadro sarebbero le prime a spiegare cosa è successo un mese fa durante quei giorni in cui il presidente tentò di “sedare” la rivolta con lo stato d’emergenza. Quello che dai carabineros fu letto come un permesso a usare ogni mezzo legale e illegale per mettere fine alle quotidiane manifestazioni in tutte le città del Paese. Neanche sul sito dell’Istituto dei diritti umani cileno, né sui social network collegati, in realtà compare alcuna denuncia sul caso di tortura e impiccagione della mimo da parte dei militari. Compaiono però altre due denunce sul caso di due suoi colleghi aggrediti dalla polizia: si tratta di María Paz Grandjean e Cristóbal Yessen Suazo, rispettivamente attrice e attivista. La prima sfigurata da un palla di gomma lanciata dai carabineros il 18 ottobre. Il secondo perquisito mentre passeggiava per strada con il suo ragazzo e poi insultato e vessato durante un interrogato in una camionetta della polizia. In tutto l’Istituto, nella tabella riepilogativa aggiornata, segnala più di 6000 detenzioni. Di queste 442 si sono tradotte in denunce contro le forze dell’ordine, 341 per tortura, 74 per aggressione sessuale, 6 per omicidio. Ma si tratta di numeri, non di nomi, tra i quali non è ancora chiaro se compare quello di Daniela Carrasco. Sul suo caso pare sia stata aperta un’inchiesta dalla procura di Santiago e il coordinamento cileno NiUnaMenos ha sporto denuncia.

Caso Galizia: Fenech riportato in carcere per impedire la fuga

Arrestato, rilasciato, riarrestato. Il presunto mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, il potente uomo d’affari maltese Yorgen Fenech, arrestato come “persona di interesse” negli ultimi sviluppi dell’indagine mercoledì mattina mentre tentava di lasciare Malta e rilasciato giovedì sera su cauzione per insufficienza di prove, è stato riarrestato ieri mattina.

Aveva accompagnato la polizia a ispezionare lo yacht con cui aveva tentato la fuga. Non ci sono conferme ufficiali, ma due sono le ipotesi sul nuovo arresto. La prima è che la polizia abbia fatto ricorso a un espediente legale per guadagnare tempo: venerdì mattina scadevano le 48 ore per la convalida del primo fermo, ma gli investigatori non hanno ancora gli elementi necessari a una incriminazione.

La seconda, suggerita al Fatto da fonti vicine alla cerchia di amicizie di Fenech, è che durante la perquisizione dello yacht la polizia abbia trovato 21 milioni di euro in contanti: spiccioli per una nuova vita all’estero.

Notizia che, se confermata, darebbe la misura del livello di potere e ricchezza dell’impero Fenech, costruito dal padre George, morto nel 2014, e che spazia dall’energia, ai casino al mercato immobiliare al gaming. Dall’Italia intanto, dove secondo le prime ricostruzioni Fenech era diretto, arriva la notizia, riportata da La Sicilia, di un coinvolgimento di Yorgen nel secondo troncone de “I treni del gol”, una inchiesta della Procura di Catania su un giro illegale di calcio-scommesse su partite di Serie A, B e C del campionato italiano. Coinvolgimento per cui Fenech, finora irreperibile, è ricercato dalla polizia italiana, che ora potrà notificargli l’avviso di conclusione delle indagini.

Ieri sono anche ripresi gli interrogatori di Melvin Theuma, il tassista con precedenti per usura e riciclaggio, che sarebbe stato l’intermediario fra il mandante dell’omicidio e i tre presunti esecutori materiali, Vince Muscat e i fratelli Degiorgio, in carcere dal dicembre 2013. Nella mattinata di ieri Theuma si era presentato in ospedale, da cui è stato dimesso poco dopo.

Ma, lo ricordiamo, non avrebbe ancora fornito informazioni complete o corroborate da prove: per questo non ha ancora ottenuto la grazia promessa dal primo ministro Muscat in cambio della rivelazione dell’identità del mandante.

Intanto la famiglia di Daphne ha diffuso un durissimo comunicato in cui denuncia l’attivismo mediatico del premier Joseph Muscat. “Siamo sconcertati nel vedere come, proprio mentre gli investigatori si concentrano sui rapporti corrotti fra Fenech, il capo di gabinetto del primo ministro Keith Schembri e il ministro Konrad Mizzi, il primo ministro si metta al centro dell’inchiesta. Ricordiamo a Joseph Muscat che le indagini coinvolgono il suo ufficio e i suoi più stretti collaboratori”. Il comunicato prosegue invitando Muscat a prendere le distanze dalle indagini e minacciando azioni legali per “assicurarsi che l’inchiesta prosegua in modo indipendente e imparziale […] e che il primo ministro non ostacoli, in un estremo tentativo, il raggiungimento della piena giustizia per la nostra moglie e madre”.

Il conflitto di interessi: questo il nervo scoperto, in un paese dove il primo ministro ha un potere quasi assoluto, oltre che sul governo, su polizia e magistratura. È un messaggio rilanciato da Pieter Omtzigt, il relatore speciale del Consiglio d’Europa su Malta, che a maggio aveva firmato un rapporto, approvato dall’assemblea parlamentare del CoE, di durissima condanna sullo stato di diritto a La Valletta. Ieri Omtzigt ha twittato due info-grafiche: in una è ricostruito l’affare ElectroGas, dal nome del consorzio per la costruzione di una centrale a gas voluto dal governo Muscat, di cui Fenech era direttore e a cui il gruppo Tumas, amministrato da Yorgen Fenech, aveva partecipato insieme alla compagnia di stato azera Socar e alle tedesca Siemens. Vicenda opaca, su cui Daphne aveva indagato a lungo, fino a scoprire l’esistenza e la funzione di 17Black, la società di Fenech da cui sarebbero partiti somme ingenti dirette ai conti panamensi di Schembri e Mizzi. Nella seconda, una istantanea del potere del primo ministro Muscat, a cui spettano tutte le nomine di vertice in magistratura, polizia, servizi di sicurezza, enti pubblici, fra cui la Commissione permanente contro la Corruzione, la Financial Authority, la commissione elettorale e la televisione di Stato, nonché quella del Procuratore generale e dei ministri.

Nome in codice Sergey. Dalla Russia, a sobillare gli animi degli europei

Nel 2017 per le strade di Barcellona sventolavano gialle e rosse le speranze indipendentiste della Catalogna e il russo aveva già da tempo varcato la frontiera spagnola con il nome falso da cittadino comune: Sergey Fedotov. Una sola faccia, due persone: una fittizia. Aveva mentito alla dogana come aveva già fatto prima in decine di altri Stati europei per eseguire azioni sovversive, mirate alla destabilizzazione dei Paesi che attraversava. Da una sponda all’altra del Mediterraneo, una Capitale dopo l’altra, prima e dopo che le urne di elezioni o referendum venissero aperte. Una missione di guerra ma di trincee segrete, dove le uniche armi disponibili spesso sono solo le parole.

L’Alta Corte spagnola ha avviato ieri un’indagine sulle presunte attività di Denis Vladislavovich Sergeyev, generale russo della temuta Unità 29155, codice numerico dell’elite della Gru, servizi segreti militari del Cremlino. L’intento dell’agente d’alto rango era compiere o visionare le missioni che la patria gli avrebbe presumibilmente affidato: destabilizzare l’Europa, minare la sicurezza della Spagna, favorire il referendum in Catalogna e mostrare i muscoli della capacità d’influenza di Mosca. Per la Federazione le accuse piovute ieri da Madrid sono “isteria anti-russa”.

Per gli inquirenti spagnoli nel 2017 erano attivi in Catalogna gruppi russi che promuovevano il referendum sui social media, non avevano connessioni dirette ai gruppi locali ma navigavano come vascelli fantasma o sotto mentite spoglie nell’oceano digitale, con lo scopo di influenzare l’opinione pubblica. Accerchiamenti virtuali costanti e fitti per supportare gli indipendentisti, algoritmi per far sciamare post rabbiosi che accecano la capacità logica, mosse e contromosse già testate altrove con profili finiti, che hanno il dono dell’invisibilità e ubiquità nella ragnatela web.

In riva al mare, su strade dritte, in curva o tra le nuvole. Era seduto in una poltrona di un boeing Aeroflot diretto a Londra giorni prima dell’avvelenamento dell’ex spia Serghey Skripal, Sergeyev era la terza punta del triangolo delle due spie accusate del tentato omicidio, – nomi falsi: Bashirov e Petrov –. Il generale era già stato nel Regno Unito durante il referendum Brexit nel 2016 e nello stesso anno aveva visitato Barcellona per tornarci ancora un anno dopo. Spagna, Regno Unito, ma lascia le sue impronte anche in Moldavia, poi in Montenegro, dove ha partecipato all’organizzazione di un colpo di Stato non riuscito, e infine Bulgaria.

Gli stessi sintomi causati dal novichock usato per assassinare Skripal vengono rintracciati a Sofia sul corpo di un trafficante di armi morto nell’aprile 2015. I servizi di intelligence bulgari hanno riaperto le indagini solo dopo lo scandalo britannico, nel ottobre 2018, e ora le accuse di omicidio che pendono a carico di Sergeyev sono due.

Una spia muore non quando viene liquidata in incognito, ma quando la sua faccia finisce su tutti i giornali del mondo e al generale è successo a ottobre scorso, quando la sua divisione – la cui ultima regola d’ingaggio sarebbe la destabilizzazione dell’Europa –, è entrata nel mirino dell’intelligence di quattro Paesi occidentali. Ora tutti sanno chi è: nato in Kazakistan nel 1973, termina la scuola militare a Ekaterinburg nel 1990, nove anni dopo diventa capitano paracadutista del 108esimo reggimento d’assalto di stanza a Novosibirsk. Ferito ma sopravvissuto alla battaglia per la montagna Alilen, dove fu colpito dai combattenti ceceni, viene medagliato dal Cremlino. La traiettoria della sua carriera dalla Siberia si sposta a Mosca e svetta nella piramide gerarchica.

Piovono scoperte ma non rinvenimenti. Negli ultimi anni le autorità europee sono arrivate sempre quando la cronaca si era già compiuta. Quando scoprono le tracce lasciate per sbaglio lungo il passaggio dagli agenti russi, di solito le spie sono già oltre l’orizzonte del loro bersaglio, oltre il confine di un altro Stato. E la storia se n’è già andata con loro.

“Nessuna giustizia per Marcello In appello Eder l’ha fatta franca”

“Io ho molta paura di una riduzione di pena. Già così Eder uscirà che avrà 60 anni e io temo che verrà a cercare qualcuno della mia famiglia. È un violento, non sa elaborare il dolore. In cella è stato intercettato mentre confidava a un compagno che avrebbe voluto vedere Marcello su una sedia a rotelle, sognava che soffrisse tutta la vita più ancora che la sua morte. E non dimentichiamo che per sette mesi ha negato l’omicidio”.

Si sfogava così, cinque mesi fa, Roberta Previati con il Fatto Quotidiano. E aveva ragione perché giovedì, i trent’anni inflitti in abbreviato all’assassino di suo figlio, sono stati ridotti a 16 anni in appello. Come è stato possibile? Le motivazioni saranno depositate tra trenta giorni, nel frattempo i punti interrogativi sono tanti. La vicenda inizia nel 2016 quando Eder, 31 anni, inizia a covare un rancore profondo nei confronti di Marcello, reo di aver flirtato con la sua fidanzata. Siamo a Pontelagoscuro, un comune di seimila abitanti in provincia di Ferrara. Marcello va a lavorare a Valencia e quando torna a casa Eder lo picchia selvaggiamente. Poi lo raggiunge a Valencia e lo picchia una seconda volta. Marcello lo denuncia. A Natale, tornato in Italia, Marcello si ritrova ancora Eder sotto casa: questa volta finisce in ospedale, ricucito con 55 punti in testa. Marcello torna a Valencia. Eder si crea un finto profilo femminile su Facebook (Symone) e flirta con lui, si fa dire dove abita. Va di nuovo a Valencia e strangola Marcello sotto casa. In primo grado Eder prende 30 anni. In appello, nonostante il delitto sia stato annunciato da questa escalation di violenza, il giudice non ha riconosciuto la premeditazione e ha invece riconosciuto la semi infermità mentale, condannando Eder a 16 anni anziché i 30 del primo grado. Roberta Previati, la mamma della vittima, ha scritto una lettera amara e dolorosa, chiedendo al Fatto di pubblicarla.

La lettera della madre

Durante la trattazione della terribile vicenda dell’omicidio di mio figlio Marcello, tenuta dal giudice consigliere, ho avuto, sin da subito, la sensazione che avesse già deciso. Spero che la relazione sia stata registrata. Relazione superficiale, tanto che spesso il giudice dimenticava passaggi importanti, scambiava il cognome dell’omicida con quello di mio figlio e viceversa. Relazione però durata per ben tre ore.

Lo stesso alter ego di Eder (il finto profilo che si era creato sui social per chattare con mio figlio) era denominato dal giudice “Simone” (un nome italiano e maschile) invece di Symone (francese, cioè un nome femminile). Preferisco non commentare, ma era una differenza importante.

Ripeto, sin da subito la situazione mi ha lasciato molto perplessa e preoccupata. Ripeto, mie sensazioni, ma sensazioni molto forti che purtroppo mi hanno fatto piangere troppe volte. L’avvocato della difesa ha svolto il suo compito di avvocato difensore in modo eccelso, riuscendo a ottenere una notevole riduzione della pena e la semi-infermità di un reo confesso omicida, peraltro dichiarato nella sentenza “socialmente pericoloso”. C’è qualcosa che non quadra o quanto meno che io non capisco. Un soggetto socialmente pericoloso graziato? Il procuratore generale Giovannini ha smontato punto per punto le attenuanti della difesa, come del resto il nostro legale Valentina Bordonaro, ma i giudici hanno accolto le tesi dall’avvocato Gallerani espresse “con le parole del suo assassino”. Mio figlio non poteva ovviamente replicare. Eder non glielo ha permesso. Giustizia per la vittima? No. Marcello, la vittima, ormai è solo un’anima, un ricordo, un tutto senza corpo, ma solo per noi famigliari e per chi gli ha voluto bene.

Come temevo, dunque, l’appello ha ridotto la pena.

Ancora una volta non è stata accolta la premeditazione, non si è tenuto conto del tempo che ha impiegato l’assassino per percorrere 1500 chilometri, da Ferrara a Valencia. Un tempo che consentirebbe a chiunque di ripensare a quello che sta facendo o che ha in proposito di fare, tranne a chi lo vuole veramente fare.

Eder è partito da Ferrara facendo perdere le sue tracce, non usando il Telepass per non essere rintracciato. Come lo vogliamo spiegare? Eder ha lasciato parcheggiata la sua auto davanti a casa sua (così io la potevo vedere e rassicurarmi che non fosse a Valencia) e ha usato quella della sorella. Tre volte si è recato a casa di Marcello a Valencia per studiare il posto in cui poi tendere la sua trappola. Come vogliamo spiegare queste azioni? Premeditazione? Per me sì.

Il rinvio a giudizio a dopo una settimana dalla prima udienza d’appello ha agevolato ulteriormente la difesa che ha avuto tutto il tempo di valutare la requisitoria del procuratore generale e quella del nostro avvocato. I giudici popolari: devo riconoscere che sono stati impassibili, ma mi chiedo cosa possano avere capito, tenuto conto della “relazione” prima del giudice consigliere e della difesa poi basata quasi esclusivamente sui test psicologici.

Anche io che ho letto tutte e cinque le perizie, non ho capito molto. Mi rendo conto che sto mettendo in dubbio l’operato della Giustizia, ma non posso fare a meno di pormi queste domande.

Confido nell’accoglimento da parte della Cassazione della richiesta di annullamento della sentenza che presenterà il procuratore generale.

Da ieri, per non dire dal giorno della morte di Marcello, l’amarezza e il dolore non mi abbandonano mai. E mi sono dovuta ricredere su ciò a cui ho sempre creduto: la Giustizia. Questa mattina a mio figlio Marcello, al cimitero, non sono riuscita a dire nulla.

Grazie,

Roberta Previati

“Licenziato perché pretendeva troppa sicurezza”

Licenziato dopo aver segnalato per mesi problemi di sicurezza nella pista dell’aeroporto di Roma Fiumicino. Secondo Jacopo, diversi mezzi utilizzati per portare le valigie sugli aerei dalla sua ormai ex azienda, l’Aviation Services, non erano a norma e questo metteva in pericolo lui, i suoi colleghi, e a volte i passeggeri. Estintori scarichi, parapetti corti, assenza di pulsanti di emergenza e di “tacchetti” per frenare le ruote ed evitare scontri. Prima lettere a raffica finite nei cassetti, poi ha iniziato a bloccare il lavoro in situazioni che riteneva non in regola. Questo ha causato ritardi nel caricamento dei voli e il datore non lo ha perdonato.

Adesso Jacopo, sindacalista Usb che ieri ha manifestato per lui, è disoccupato a 36 anni, con una moglie anche lei senza un impiego e un figlio di 5 anni. Spera di essere reintegrato dal giudice, anche perché il 14 novembre la Asl di Roma 3 ha trovato, durante un sopralluogo, irregolarità su alcuni mezzi. Inoltre, l’addetto spera di potersi aggrappare al regolamento di scalo che vieta di sanzionare lavoratori che evidenzino falle nella sicurezza, anche solo sospette. L’Aviation Services riconosce che il licenziamento è scattato dopo le proteste sui mezzi ritenuti non a norma, ma sostiene che al dipendente erano state contestate in passato anche altre violazioni.

“Ho iniziato nel 2012 con contratti stagionali – racconta il lavoratore – e nel 2016 sono stato stabilizzato. Tutti i provvedimenti disciplinari li ho subiti quest’anno”. Il primo, a marzo: aveva il turno dalle 6.30 alle 10.30, ma si è presentato alle 5.38 e ha staccato alle 9.50. Errata comunicazione di un superiore, si è difeso, ma l’azienda lo ha punito. Poi si è iscritto all’Usb e ha iniziato con le lettere per sottolineare carenza di sicurezza e igiene. L’Aviation Services non ha mai risposto perché non riconosce l’Usb come sigla rappresentativa. Ad agosto Jacopo ha iniziato con i blocchi delle attività, rifiutandosi spesso di salire sul nastro che porta alla stiva dell’aereo in quanto – secondo lui – non a norma. Poi un altro problema: in un volo per gli Stati Uniti non tutte le valigie sono entrate nel velivolo, e Jacopo – temendo contenessero beni indispensabili come medicine – ha bloccato il carrello che li riportava indietro per chiedere che venissero almeno avvertiti i passeggeri; altra sanzione.

La goccia finale è dei primi due giorni di settembre. Durante le operazioni di carico, Jacopo si è di nuovo fermato per segnalare, tra gli altri, un estintore scarico e un pulsante di emergenza mancante. Ha ripreso solo dopo l’ordine di uno dei capi. Un aereo è stato caricato con 40 minuti di ritardo, un altro con 17 minuti. L’Aviation Services allora l’ha licenziato. “Durante l’audizione – afferma Elena Casagrande dell’Usb – Jacopo ha chiesto se quanto da lui posto all’attenzione fosse importante per la sicurezza e la risposta è stata che sì, sono cose determinanti tanto che fanno parte delle procedure. Abbiamo chiesto ad Aeroporti di Roma come mai il servizio ispettivo non è intervenuto: ci hanno risposto che il gestore fa controlli periodici e non risultano violazioni, ma mentre ci dicevano questo la Asl sequestrava dei mezzi”.

Il direttore del personale di Aviation Services Andrea Schillaci, sentito dal Fatto, ha detto che “l’Asl ha visionato 16 mezzi e riscontrato anomalie su tre di questi; si tratta sempre di mezzi che hanno subito atti vandalici; quanto all’estintore, era rotto e non scarico”.

Sbaglia uno e pagano tutti: la legge della casa a Trento

“Colpirne cento per educarne uno”. Il consigliere provinciale di opposizione Paolo Ghezzi ci prova così, capovolgendo il motto latino usato da Mao, a descrivere l’ultima proposta di Maurizio Fugatti. L’idea del presidente della Provincia di Trento (Lega) potrebbe riassumersi così: toglieremo la casa popolare a chi ha un familiare che commette un reato. A partire dallo spaccio di droga. La norma, contenuta in un collegato della legge provinciale di bilancio, ieri è passata in Commissione. Entro un paio di settimane dovrebbe avere il via libera definitivo in aula. Fugatti, che dopo gli anni del centrosinistra tiene a mettere il marchio della Lega sulla sua Trento, la spiega così: “Tu puoi colpire lo spacciatore che faccia un giro per Trento e poi venga all’Itea (l’istituto case popolari, ndr). Ma se non è assegnatario lui, non lo colpisci se non lo prendi dentro la casa Itea… che è molto più difficile in flagranza di reato”. Quindi ecco la soluzione ideata da Fugatti: “Crediamo che chi vive in casa Itea abbia un obbligo morale perché vive in case dei trentini pagati dalle tasse pagate dai trentini. E quindi ha l’obbligo morale di far rispettare le regole a chi vive con lui. Anche perché quell’appartamento lì l’ha preso perché erano in tanti, perché c’è un nucleo familiare ampio: 4, 5 o 6… sennò non lo danno. Quindi non è vero che la responsabilità è personale”. Insomma, Fugatti capovolge un pilastro della civiltà giuridica: da oggi in Trentino la responsabilità penale non sarà più personale, ma diventa familiare.

A quali reati ci si riferisce? Essenzialmente a quelli dolosi, ma i sostenitori di Fugatti hanno fatto riferimento soprattutto allo spaccio di droga e allo sfruttamento della prostituzione.

La reazione dell’opposizione non si è fatta attendere: “Non esiste una presunzione di colpevolezza della famiglia. Purtroppo l’intenzione di Fugatti è chiaramente quella di sollevare un polverone per distrarre l’opinione pubblica da un bilancio piatto che non ha convinto nessuno, nemmeno gli imprenditori”, sorride amaro Ghezzi. Il consigliere di opposizione (lista Futura) prevede: “L’articolo è chiaramente incostituzionale. Ma quando la Corte Costituzionale glielo boccerà vedrete che se la prenderà con i giudici rossi… Insomma, è solo propaganda”. Ghezzi non è l’unico contrario alla nuova norma (anche nella maggioranza a trazione leghista non mancano i perplessi).

Fabrizio Inama, sindaco di Denno (in provincia di Trento), esprime così i suoi dubbi: “Mi chiedo se la norma possa reggere sotto il profilo della legittimità. Perché essendo la responsabilità penale individuale, non credo possa essere estesa al nucleo familiare nel suo complesso. Condanno ovviamente chi commette quei reati, ma mi domando anche se non sia aggiungere dramma alla sofferenza di una famiglia che magari ha un figlio che non controlla e che commette reati legati alla droga. Così oltre a questo fardello, ci si vede togliere la casa per reati commessi da un familiare che è fuori del tuo controllo. Che compie azioni che non condividi”.

Ma c’è anche chi ricorda: le case popolari non sono sempre assegnate a famiglie di nobili con il sangue blu o di studiosi di Cambridge. C’è anche chi vive in condizioni di disagio e l’assegnazione della casa popolare dovrebbe servire proprio a questo: dare un’abitazione dignitosa, evitare il rischio che il disagio faccia scivolare la famiglia nella delinquenza.

Trento, peraltro, non è certo nota per problemi di sicurezza. Nel 2018 era appena settantunesima in Italia per numero di denunce ogni centomila abitanti. Per i reati connessi all’uso di stupefacenti si trovava al quarantesimo posto. Secondo la classifica della qualità della vita realizzata dal quotidiano Italia Oggi, Trento è al primo posto in Italia.

“Io disabile e senza casa, mollata da Salvini”

“Facciamo girare, VERGOGNA!! Stamattina al Tribunale di Siena hanno mandato all’asta e portato via la casa a Sandra, invalida al 100% e malata terminale”.

Era il 5 dicembre 2017 e il post su Facebook, nemmeno a dirlo, era firmato Matteo Salvini, non ancora al Viminale. Quel giorno il suo pensiero era andato a lei, Sandra Pelosi, ex imprenditrice senese di 58 anni invalida al 100% dal 2010 e gravemente malata che aveva tentato il suicidio davanti al tribunale fallimentare di Siena dopo che la sua casa era stata messa all’asta per 230 mila euro. A causa del costo insostenibile delle cure e della morte del marito non poteva più permettersi di pagare il mutuo, si era tagliata le vene nell’aula del tribunale. La politica a quel punto era corsa a mettere il cappello sulla sua storia, prima di abbandonarla passate le elezioni del 2018. “Questa è la violenza vera nei confronti degli italiani! – continuava Salvini nel suo post – Le tivù non ne parlano ma io l’ho sentita al telefono poco fa, la Lega la aiuterà in ogni maniera possibile, lei è sconvolta ma non molla”. Il Carroccio aveva coniato anche un hashtag apposito – #dallapartediSandra oltre al canonico #primagliitaliani – organizzando un sit-in a Siena nel giorno dell’asta: “Da parte della Lega non mancherà mai il sostegno a Sandra – diceva l’allora segretario toscano Manuel Vescovi – donna coraggiosa che da sola combatte contro un male fisico incurabile e contro un male amministrativo, che speriamo invece abbia presto soluzione”.

Eppure lei oggi racconta che chi le aveva promesso un aiuto, l’ha lasciata sola: “Salvini mi chiamava e mandava messaggi in cui mi diceva che mi avrebbe aiutato – dice oggi da Grosseto alle prese con un autorespiratore a ossigeno – fino a che non mi ha proposto un seggio in Parlamento con la Lega: ‘Avrai uno stipendio a cinque cifre’ mi diceva. Io però ho rifiutato perché le sue idee non sono le mie, non sono una persona violenta e ho fatto volontariato per tutta la vita. Non avrei mai potuto accettare, siamo persone completamente opposte. Da quel momento non ho più sentito nessuno e mi hanno lasciato al mio destino”. L’accusa di Sandra è di quelle pesanti: “Io ai leghisti avevo detto: ‘ma come fate a candidarmi? Io sono disabile al 100% da otto anni’. E loro: ‘Ancora meglio’. A quel punto mi sono sentita offesa, la mia dignità è stata svenduta: provavano a usare la mia condizione fisica per prendere qualche voto in più”.

La casa di via de’ Rossi nel centro storico di Siena è stata venduta all’asta per un prezzo irrisorio per quella zona, 150 mq in pieno centro, e per questo la Procura guidata da Salvatore Vitello ha aperto un fascicolo a carico di ignoti per verificare la regolarità delle procedure di aggiudicazione della sua abitazione. L’inchiesta, a quanto risulta al Fatto, è ancora in corso ma lei è stata sfrattata perché non più in grado di pagare il mutuo da 500 mila euro. L’estate scorsa il marito Luigi Gorello, che l’aveva sostenuta nelle cure, è morto e Sandra è rimasta sola. Lei, dopo aver scritto anche al presidente della Repubblica Mattarella per chiedere aiuto, nel frattempo ha vissuto per qualche mese in un appartamento in affitto a Grosseto ma senza alcun tipo di sostegno in condizioni umilianti: senza riscaldamento, acqua calda e con le pareti scrostate dall’umidità e dalla muffa (ad aprile è stata anche citata in giudizio per l’affitto non pagato).

Adesso, grazie a un’amica, vive a Scansano (Grosseto) più accogliente ma non si accontenta e chiede giustizia: “La mia vita è stata rovinata, voglio tornare nella mia casa di una vita”.