Eravamo tre leghisti in aula: “I treni? Entro le elezioni”

I treni per i pendolari usati come strumento per la propaganda politica della Lega. È quello che emerge dal colloquio tra due uomini del partito di Matteo Salvini, che parlano dell’imminente arrivo dei nuovi convogli Trenord, attesi da anni dai pendolari lombardi che subiscono i disagi e i ritardi causati da un parco treni fatto di convogli che sono reperti da museo, alcuni con ben 35 anni di vita.

È un dialogo che doveva restare segreto, ma che è finito registrato e che il Fatto ha potuto ascoltare. I due interlocutori sono Roberto Anelli, capogruppo del Carroccio in Regione Lombardia, e l’onorevole Paolo Grimoldi, deputato leghista e segretario della Lega Lombarda. Il tema trattato è come la Lega può approfittare politicamente dell’arrivo dei nuovi convogli delle Ferrovie Nord.

Grimoldi: “Arriverà quando… ’sti cazzo di treni ci sono per davvero?”. Anelli: “Il problema vero è fare una contro-campagna che poi è in dubbio. Delle difficoltà oggettive ci sono… Facciamo la campagna e i cittadini non ci credono. L’unica campagna che dobbiamo fare è dire: ‘Arriveranno i treni nuovi come vi abbiamo detto. Dovete portar pazienza’”. Grimoldi: “Sì, ma anche perché da quanti anni è, è da quando c’era Maroni che continuiamo a raccontare: ‘Arriva il treno, arriva il treno’. Aspettiamo che arriva il treno e facciamo festone con i fuochi d’artificio! Scusami, poi ti lascio…”.

A questo punto una voce non riconoscibile dice: “Una contro-campagna…”. Interviene di nuovo Grimoldi: “Prima delle elezioni regionali arrivano ’sti cavolo di treni nuovi? Gibelli continua a dire…”. Andrea Gibelli è l’uomo della Lega nelle ferrovie lombarde: presidente del Gruppo Fnm Ferrovie Nord Milano, è stato segretario generale della giunta di Regione Lombardia e direttore generale della presidenza dal marzo 2013 al maggio 2015, quando presidente regionale era Roberto Maroni. In precedenza era stato vicepresidente e assessore regionale alle Attività produttive. Prima ancora, dal 1994 al 1996 e dal 2001 al 2010, deputato del Carroccio alla Camera.

Anelli prosegue il suo discorso concitato – e forse anche un po’ polemico con Gibelli – sui treni per i pendolari: “È a novembre, dovrebbero arrivare!”. Grimoldi: “Allora! Allora! Secondo me, ne parlavamo venerdì, abbiamo fatto la riunione per le infrastrutture eccetera… C’era anche Gibelli… Invece che iniziare a mettere un treno qua, un treno là, bisognerebbe mettere appena arrivano i treni: qual è la linea…”. Una voce non riconoscibile aggiunge: “…più sfigata?”.

Risponde Grimoldi: “Più frequentata, non più sfigata… Non la più… Non me ne frega un cazzo! Qual è quella con il maggior numero di utenti? Ecco, allora, prendi cinque treni, appena arrivano i primi cinque, e li metti tutti su quella linea dove c’è… che ne so… 300 mila pendolari. Basta! Quando arrivano i treni, il Pd può fare tutti i convegni che vuole… Basta. Dopo di che Gibelli spero che telefoni tutti i giorni là dove stanno facendo i treni per sincerarsi che la condizione sia…”.

Nessun effetto Metropol, nessuna replica milanese del Russiagate moscovita della Lega: la registrazione non è stata rubata da spioni o servizi segreti, ma è la normale registrazione di tutte le riunioni che viene realizzata al Pirellone nell’aula dei gruppi consiliari della Regione. Gli incauti partecipanti alla riunione non lo sanno o non se ne ricordano e così lasciano traccia della loro intenzione di usare l’arrivo dei treni per fare campagna per la Lega.

La Regione ha acquistato 176 nuovi treni per Trenord, con un investimento di 1,6 miliardi di euro. I primi 15 stanno finalmente per arrivare e, secondo quanto annunciato dall’assessore regionale ai Trasporti, Claudia Maria Terzi, saranno destinati alla linea Chiasso-Como-Milano-Rho, alla Colico-Chiavenna, alla Lecco-Sondrio e alla Lecco-Bergamo.

“Battute”, tv situazionista dall’umorismo “ricercato”

Si chiama Battute, è un raro esemplare di terza serata a orario variabile nella Rai2 semi situazionista di Carlo Freccero (dalla prossima settimana trasloca al preserale). Si chiama Battute, ma non è una battuta. È un tentativo di affidare una striscia ad alcuni giovani temerari che si ostinano a fare i comedians di professione in questi tempi, dove la comicità è quasi sempre involontaria. Ci sono tracce di jazz-television, filmati come tormentoni, duetti e improvvisazioni, (anche se, bisogna dirlo, Riccardo Rossi non è Renzo Arbore). Ci sono tracce di Zoro, l’interazione con le freddure seminate dalla Rete e il tentativo di instradarle in Tv.

È un esperimento utile per diversi motivi. Il primo è la brevità, 30 minuti per commentare al volo le notizie più ghiotte (Salvini preferisce i gattini alle sardine, Emanuele Filiberto ha deciso di non candidarsi, l’Alitalia verso l’ottava proroga…). Trenta minuti e passa la paura, se non il malumore. Inoltre Battute pare un talent – i comici si sfidano a chi la spara più forte – ma non è un talent perché grazie al cielo non ci sono giurie né competizioni, c’è solo Riccardo Rossi impegnato a sbellicarsi a prescindere. Ma soprattutto Battute è un programma educational, da prendere come un corso di inglese, cerca di rieducare all’umorismo nell’era più torva e ottusa della storia, dove si prende sul serio tutto, a cominciare proprio dalle battute. Che non sempre sono granché; ma a maggior ragione bisogna imparare a riconoscerle.

Quella carica delle Sardine contro le pecore

I conti tornavano sempre, tutto si pareggiava”

(da “Il ciarlatano” di Isaac Bashevis Singer – Adelphi, 2019 – pag. 144)

 

Di questi tempi, ormai, ci vuole poco a fare comunicazione. E ancor meno comunicazione politica. Una volta c’erano le ideologie, le grandi ideologie che nel bene o nel male hanno segnato la storia del Novecento: il socialismo, il liberalismo e il comunismo, il fascismo e il nazismo. Visioni del mondo e della società che hanno alimentato speranze e utopie autodistruttive, conflitti e rovine, progressi e tragedie.

Ma nell’era della comunicazione in tempo reale, di Internet e dei social network, può bastare anche l’immagine della sardina, il pesce azzurro più innocuo che esista, per lanciare un messaggio politico. O addirittura, per fondare un movimento; organizzare un flash mob; convocare in poche ore un raduno di migliaia di persone, com’è accaduto a Bologna e a Modena prima di propagarsi altrove a macchia d’olio, chiamando a raccolta gli elettori delusi o dispersi della sinistra contro il “nemico Salvini”.

Diciamo subito che, sebbene il leader della Lega non faccia granché per meritarsi rispetto e considerazione, non si possono condividere espressioni né tantomeno manifestazioni violente di alcun tipo nei suoi confronti. È vero che chi semina tempesta raccoglie tempesta. E chi semina odio sociale, come lui per primo sta facendo da tempo, raccoglie odio sociale. Ma invocare nei suoi confronti un “giustiziere”, anch’egli ovviamente sociale, è inammissibile.

Il “movimento delle sardine”, animato all’improvviso da quattro ragazzi bolognesi che hanno riempito piazza Maggiore con 15mila cittadini per protestare contro la manifestazione contemporanea di Matteo Salvini e poi da altri due giovani studenti che hanno fatto il bis con seimila persone in piazza Grande a Modena, è oggettivamente un fenomeno mediatico di mobilitazione sociale e politica che merita di essere analizzato e preso in seria considerazione. Tanto più che ormai sta dilagando in tutt’Italia come un contagio o un’epidemia. Mettiamo pure da parte allora il post, senz’altro inopportuno e deplorevole, contro il leader del Carroccio rappresentato a testa in giù. Ma resta il fatto che tanti liberi cittadini si sono “stretti come sardine”, appunto, e altri ancora se ne stanno aggiungendo, per esprimere in modo composto il proprio dissenso e la propria opposizione.

Potenza dei media o dei social media, si dirà. E tuttavia, l’icona di quel pesce che forma banchi molto fitti e disciplinati, composti da centinaia o migliaia di elementi, rappresenta l’anima della politica, un richiamo all’impegno e alla responsabilità. Cioè il senso della testimonianza e della militanza civile, magari all’insegna dell’unità.

Poco importa se dietro la carica delle sardine ci sia o meno una regia, l’ispirazione di qualche partito o di qualche “grande vecchio”, com’è stato insinuato nel tentativo di sminuirne il significato e il valore. Conta invece che tanta gente, e anche questo è un pezzo di popolo italiano, sia scesa in piazza per manifestare in modo pacifico, senza bandiere o simboli di partito. E soprattutto, senza essere condotta come un gregge di pecore da un “pastore” autoritario.

Non è Salvini, allora, che dev’essere messo a testa in giù. Sono i suoi avversari, piuttosto, che devono rialzare la testa per contrastare la deriva sovranista e illiberale che lui incarna nell’Italia di oggi. Sono i democratici e i progressisti che devono avere idee, proposte alternative, soluzioni convincenti da offrire agli elettori, privilegiando i temi che uniscono rispetto alle questioni che dividono. Sì, meglio Sardine che pecore.

La piattaforma “è morta”? viva Rousseau

Che cosa scandalosa hanno fatto i 5 Stelle! Far votare i propri iscritti sulla piattaforma Rousseau! Mettere in piazza la propria crisi con una votazione che si è rivolta addirittura contro il proprio capo politico e, in realtà, contro tutti i “capi” visto che l’accordo a non presentare liste in Emilia Romagna e Calabria era molto ampio. E invece la decisione presa è un’altra. “La piattaforma Rousseau si è abbattuta su chi ha preteso di manipolarla” scrive Repubblica mentre impazza la polemica sul “declino industriale” del Paese che sarebbe responsabilità di una politica che non sa decidere o che, magari, decide su Rousseau.

Per essere chiari, non è che le modalità con cui il M5S si muove politicamente, prende le decisioni, le comunica, siano da manuale. Anzi, le contraddizioni sono evidenti e si moltiplicano. La crisi del movimento dura dalle elezioni europee del maggio scorso. Finora è proseguita al rallentatore in attesa di un chiarimento, logorando Luigi Di Maio, incapace di imboccare una strada decisa e procedere a una riforma interna. Del capo politici si chiede la testa ogni giorno, sia pure con messaggi obliqui e mai diretti (che poi, tolto Di Maio, che cambia?). Lo stesso voto dell’altroieri sulla Piattaforma è stato un autogol e un modo per scontentare tutti, tranne i più duri e presunti puri. Tutto questo è vero. Ma l’accanimento anti-5Stelle che si verifica a ogni votazione è surreale.

A settembre, quando la piattaforma fu chiamata a dare il via libera al Conte 2 – tra l’altro con una partecipazione e un risultato eclatanti – mancò poco che si gridasse al colpo di Stato: “Quando il capo politico del M5S smetterà di giocare con la democrazia?” scriveva sul Corriere della Sera l’autorevolissimo e riveritissimo Sabino Cassese. Oggi che il voto castiga Di Maio le critiche sono diverse: dabbenaggine, incapacità politica, crisi manifesta. L’attentato alla democrazia viene riposto nel cassetto. Ma l’antipatia per il voto popolare rimane.

Eppure, gli altri partiti cosa possono vantare di meglio? Delle decisioni collettive della Lega non si ha traccia, sul sito ufficiale non si registrano decisioni e prese di posizione di organi collegiali, tutto il potere decisionale è riservato al “capitano”. Che magari discute e decide in cenacoli ristretti, ma guai a darne notizia pubblica.

Di Forza Italia meglio non parlare, non si muove foglia che Berlusconi non voglia. L’unico a mantenere una struttura partitica regolare resta il Pd, in parte forse Fratelli d’Italia. Ma il Partito democratico ha appena varato un nuovo statuto in cui prevede l’iscrizione e la consultazione entrambe online, mentre il neonato partito calendiano, Azione, ferocemente anti-grillino, propone di costituire i gruppi online come dei meet-up qualsiasi. Si critica, eppur si copia, cercando di non darlo troppo a vedere.

In realtà è la politica tutta a restare immersa in una spirale autodistruttiva in cui il distacco tra luoghi decisionali e “popolo” è sempre più abissale. I 5Stelle sono nati anche per questo, per tenere collegati i fili. E se oggi spegnessero la loro piattaforma, vista la desertificazione dei loro meet-up, non avrebbero più nessun altro legame con la propria base di iscritti.

La lezione che se ne può trarre, in verità, è proprio di leggere meglio Rousseau nel senso di Jean-Jacques. Il filosofo ginevrino, infatti, quando invocava la democrazia diretta parlava di “compresenza fisica di un popolo”, pensando alla piazza ateniese, all’Agorà, a soggetti in carne e ossa che difendevano i propri interessi difendendo gli interessi di tutti: “Il popolo sottomesso alle leggi ne deve essere l’autore”. La compresenza fisica di un popolo, quindi, non solo nella forma eterea del web, ma nella piazza in carne e ossa. Un po’ come le Sardine.

Il catechismo delle Grandi Opere

Grandi Opere is the new religione. Oltre l’economia, oltre l’ideologia: una religione capace di mettere insieme destra e (cosiddetta) sinistra, e di convertire assai in fretta anche coloro che si presentavano come eretici.

Come ogni religione, anche le Grandi Opere hanno i loro dogmi, le loro verità rilevate, il loro occhiuto clero, le loro dame della carità (le Madamine!), il loro catechismo. Soprattutto, hanno la capacità di controllare le coscienze attraverso una ferrea propaganda. In questo disegno, l’asservimento della “libera” stampa è un passaggio obbligato. Non è una novità, sia chiaro: era il 1938 quando George Orwell scriveva che “l’era della libertà di espressione è al tramonto. In Gran Bretagna la libertà di stampa è sempre stata una facciata perché, in ultima analisi, sono i soldi a controllare le opinioni”. Quasi un secolo dopo, nell’ancor meno libera Italia, non bastano le concentrazioni editoriali e gli impliciti interessi dei padroni: per non lasciare nulla al caso, è la stampa stessa, nei suoi organi associativi, a sdraiarsi ai piedi dei grandi committenti di opere pubbliche. È quanto succederà a Firenze lunedì prossimo, in un evento che è eufemistico definire grottesco. Il sito dell’Associazione Stampa Toscana (articolazione regionale della Federazione Nazionale della Stampa) annuncia un incontro di formazione riservato ai giornalisti organizzato in collaborazione con la Regione Toscana: “Seminario con l’assessore Ceccarelli su ambiente e grandi opere (Tav, aeroporto, terze corsie, Corridoio Tirrenico). Qual è l’informazione corretta?”.

Un cittadino ingenuo, che magari abbia letto la Costituzione, pensa che l’informazione “corretta” sia quella che dice la verità. E che non spetti mai a nessun governo, regionale o nazionale, stabilire quale sia questa verità, e questa correttezza. Cioè, per rimanere a Firenze, uno pensa che, per esempio, sia corretto scrivere che, secondo un’inchiesta della Procura di Firenze, l’imprenditore di Grandi Opere Toto dava soldi alla Fondazione Open di Matteo Renzi, quella che finanziava la Leopolda e che era presieduta dall’avvocato Alberto Bianchi, socio di Marco Carrai (attuale presidente di Toscana Aeroporti, per rimanere alle Grandi Opere) e il cui fratello fu messo da Renzi a guidare il Maggio Musicale. Per dire.

Ma è difficile che l’assessore Ceccarelli, responsabile regionale per Infrastrutture, mobilità, urbanistica e politiche abitative, orienti in questo senso la “formazione” dei liberi giornalisti toscani. E infatti il sito denuncia, con santo sdegno, che “c’è chi afferma che, in nome della tutela dell’ambiente, non si devono fare grandi opere ritenute invece fondamentali per migliorare la qualità della vita e i collegamenti. Tav, aeroporto di Firenze, terze corsie autostradali e Corridoio Tirrenico sono le grandi opere nell’occhio del ciclone. Approfondire i temi con l’intervento dell’assessore regionale Vincenzo Ceccarelli e di apprezzati professionisti, è sicuramente utile anche per i giornalisti, in nome di quella correttezza dell’informazione che è alla base del nostro impegno professionale in senso etico”. Manco il Sant’Uffizio arrivava a tanto: ce n’è abbastanza per chiedere le dimissioni dei vertici dell’Associazione dei sedicenti giornalisti.

E chi sono gli “apprezzati professionisti” chiamati a sbugiardare quei cani infedeli, quegli eretici e scismatici, degli ambientalisti? È presto detto: “Marco Toccafondi – RFI direttore sviluppo e commercializzazione territoriale centro nord; Enrico Becattini – direttore regionale politiche mobilità infrastrutture trasporto pubblico; Edo Bernini – direttore regionale ambiente ed energia Regione Toscana; Raffaele Carso – Ingegnere responsabile Nuove Opere Anas”. Cioè a catechizzare gli alfieri del pensiero critico circa “la verità giornalistica e la correttezza dell’informazione di fronte ad argomenti che possono prestare il fianco a varie strumentalizzazioni” (!), saranno committenti e realizzatori delle Grandi Opere. Quando si dice la terzietà.

Come già in Piemonte, e tuttora in Emilia Romagna, anche in Toscana il sistema di potere del Pd è legato a doppio filo al sistema delle Grandi Opere, e il ritorno al governo nazionale con la iper-sviluppista Paola De Micheli ha evidentemente condotto a un delirio di onnipotenza in cui il controllo dell’informazione si può non solo praticare, ma addirittura teorizzare, e spacciare per “formazione”.

Attraverso un suo collaboratore, il candidato presidente Pd Eugenio Giani (sacerdote entusiasta delle Grandi Opere) aveva perfino provato a controllare le Sardine fiorentine, tentativo per ora respinto. Il panico da Salvini induce evidentemente ad arroccarsi ancor più nella cittadella del potere, colonizzando ogni spazio libero: ed è forse questo che vuol dire la Bibbia (quella vera) quando scrive che il Signore acceca coloro che vuole perdere.

Mail box

 

Il Pd sarà in grado di gettare le reti e “pescare”?

Il Pd se pesca i voti (o meglio se cattura i pesci) dalla famiglia dei Clupeidae può imporsi alle elezioni regionali 2020.

Nicola Zingaretti, politicamente vittima quanto “prigioniero” dell’influencer fiorentino Matteo Renzi, al timone di una barca Pd-fucsia, sulle note di Fin Che La Barca Va / lasciala andare, fin che la barca va / tu non remare / fin che la barca va / stai a guardare della nostrana e genuina cantante Orietta Berti, prima o poi, getterà le sue reti “da posta” (auspichiamo per lui in modo trascinante e persuasivo) per tirare su, per catturare le Sardine rosse-arcobaleno e antisovraniste, chissà provenienti da (native in) un allevamento ittico-politico con copyright prodiano.

“La sardina è un pesce osseo della famiglia dei Clupeidae, di grande interesse economico”, chiosa l’enciclopedia online Wikipedia, oggi, anche di grande interesse politico.

Dario Bertuccelli

 

Venezia, modello olandese per affrontare l’acqua alta

La devastazione che ha subito Venezia, agli abitanti della quale va tutta la mia solidarietà, è il simbolo di come non di solo “oggi” si può vivere. Se da una parte siamo ancora vittime di scelte scellerate fatte in passato, e il Mose è la dimostrazione di una sola di queste, dall’altra corriamo incontro a eventi futuri e cambiamenti climatici tutti ancora da scoprire. Per quanto il resto del mondo ne sia venuto a conoscenza solo di recente, l’acqua alta non è un fenomeno moderno: le fonti storiche parlano di numerosissime alluvioni. Tra tutte ricordiamo l’acqua alta del 1686, che fu del tutto simile a quella del 1966 o a quest’ultima. Tuttavia, al contrario degli uomini del Seicento, oggi abbiamo capacità che non avevamo. L’unica soluzione che può davvero risolvere il problema definitivamente è quella “olandese”, ovvero costruire la nostra Afsluitdijk e rubare letteralmente terra al mare. Se gli italiani siano o no capaci di farlo, è tutta un’altra storia.

G.C.

 

M5S fedele a se stesso, sono gli altri a essere cambiati

Renzi vuol far risorgere il berlusconismo. Salvini pensa di resuscitare addirittura il fascismo. Gli italiani che li votano sembrano senza memoria. Per quanto si voglia fare, la memoria sarà sempre un falso immaginato dall’orgoglio. Non è la disperazione a fare le rivoluzioni, è la speranza di stare meglio quando il meglio non è abbastanza veloce.

L’elettore non ha la pazienza di aspettare il tempo. La sua misura è quella di un bambino di un anno e mezzo che ha fame e vuole tutto e subito. Tutto e subito esiste solo negli slogan dei dittatori. Ora, che gli ardimentosi 5 Stelle siano rimasti fedeli a se stessi lo dimostra il fatto che il loro programma, preso dal basso con la democrazia diretta, in dieci anni, non è mai cambiato e che ogni volta che in questi 17 mesi sono riusciti a fare una legge, hanno realizzato un punto del programma. Di quel programma in base al quale furono votati da 9 milioni di persone, che ora ci chiediamo dove siano finite e cosa adesso stiano cercando. Che per la massa certe cose siano difficili da capire o anche solo da immaginare ce lo possiamo spiegare, ma che la cosiddetta intellighenzia (i giornalisti, gli intellettuali, gli scrittori, gli artisti, i magistrati, i volontari…) si sia piegata a tal punto da rifiutarsi di capire la differenza immane tra una dittatura che risorge e la possibilità di allargare la democrazia, resta inaccettabile.

Viviana Vivarelli

 

Plastica: dai supermercati alle nostre maglie di pile

Molta plastica è usata dai supermercati per evitare il taccheggio. Qualsiasi oggetto piccolo, ad esempio una matita, una lampadina, ecc. ecc., è avvolto in una scatola di plastica spessa che appena fuori dal negozio finisce nella spazzatura. Bene che vada finisce nella plastica che viene riciclata e diventa una maglia di pile come quelle che abbiamo addosso. Il pile è composto da microfibre che si deteriorano e liberano microparticelle nell’ambiente.

Vareno Boreatti

 

In Italia basta la solita furbizia per aggirare le leggi

Ho cercato di comprare una stufa a pellet per sostituire una stufa a legna, ho presentato tutti i documenti necessari per avere diritto allo sconto per il risparmio energetico, ma come funziona sempre in Italia le leggi sono tutte aggirabili con la furbizia. Dunque, nei documenti necessari, va inclusa la dichiarazione scritta della ditta di rottamazione, e per questo documento chiedono la cifra di cento euro.

E qui sta la truffa, perché prima se portavi del ferro al rottamatore venivi compensato con qualche euro, ora conoscendo la legge sul risparmio energetico ne approfittano e oltre al ferrame pretendono 100 euro per fare la famosa dichiarazione di smaltimento.

Antonio Perrone

 

Pignoramenti ai morosi: non è uno scandalo

Vorrei capire dove si nasconde lo scandalo nell’attingere, da parte dell’Istituzione, al conto corrente di un cittadino che non ha fatto il proprio dovere di contribuente. A tutti piacerebbe evitare di pagare dei tributi e far lievitare il proprio conto in banca.

Pasquale Mirante

Roma cambia il nome alle vie, Berlino vieta le targhe auto. Basta questo?

Gentile redazione, ho letto che la sindaca di Roma, Virginia Raggi, ha voluto sostituire la toponomastica di alcune strade, prima intitolate ad Arturo Donaggio ed Edoardo Zavattari, scienziati firmatari del Manifesto della Razza. Quelle due vie e un largo della Capitale portano adesso i nomi del medico Mario Carrara, della fisica Nella Mortara e della zoologa Enrica Calabresi, vittime di discriminazioni razziali durante il Ventennio. Negli stessi giorni, la Germania ha messo al bando le lettere “HH” e “HJ” dalle targhe automobilistiche, per evitare possibili allusioni naziste. Secondo voi questi provvedimenti, che sicuramente hanno un senso, possono anche risultare educativi? Nel periodo terribile in cui viviamo, a volte ho l’impressione che si vogliano lucidare le finestre mantenendo la casa lurida.

Come è giusta la sua riflessione, gentile Adriana. Davanti a due decisioni straordinarie, fuori cioè dall’ordinario, e utili e persino commoventi perché costringono a guardare indietro, a sentire nelle radici quell’ingiustizia così spietata e così feroce illuminando, per quel che riguarda Roma, la vita e il coraggio di due scienziati, dobbiamo dirci che questa appare un’età che non ci aggrada, non ci piace. Colpa di Internet che ha liberato sentimenti che prima chiudevamo tra le pareti di un bar o, meglio, tra i muri della nostra cucina? O la responsabile di questo tempo del malanimo è la perdurante crisi economica che ci fa retrocedere nella scala sociale e ci angustia fino a vedere nero ciò che ieri ci pareva bianco?

Io non lo so. Però è vero che il ritegno nell’esprimere offese di natura razzista si è affievolito. E si sono intensificati atteggiamenti di quotidiana ostilità divenuti poi comuni, parole che col tempo hanno preso il dominio nel nostro vocabolario. Una società ferma sul presente, quell’eterno oggi che ci insegue e non ci fa vivere l’idea che esista un approdo, un orizzonte diverso.

Non dimentichi però che ci lasciamo alle spalle non un giardino fiorito. Il Novecento è stato il secolo delle guerre, delle violenze più crudeli, di due clamorosi e distruttivi sovvertimenti mondiali che hanno ridotto in catene, costringendoli alla fame e alla morte, milioni di uomini. Dunque è giusto commentare severi quel che non ci piace del tempo che viviamo. E però…

I pm: “Sono le perdite il vero motivo della fuga”

ArcelorMittal si era accorta presto, nell’arco di un paio di trimestri, che non era in grado di gestire con profitto gli impianti dell’Ilva e ha irritualmente dichiarato già a settembre, per bocca dei suoi vertici, che “la società aveva esaurito la finanza dedicata all’operazione”. È dunque “la crisi d’impresa” “la vera causa della disdetta” del contratto di affitto, invece solo “pretestuosamente ricondotta al venir meno del cosiddetto scudo ambientale”. È quanto scrivono i pm di Milano nel cosiddetto “atto di intervento” depositato ieri al Tribunale civile, in cui mercoledì si dovrà discutere il ricorso d’urgenza dei commissari di Ilva contro la “fuga” della multinazionale, peraltro realizzata – spiega la Procura – in modo da danneggiare, forse definitivamente, gli impianti.

L’atto della Procura è rilevante soprattutto perché affida la ricostruzione dei fatti alle dichiarazioni di alcuni dirigenti di ArcelorMittal Italia sentiti nell’ambito dell’inchiesta penale aperta a Milano. Si parte dal piano di spegnimento degli altiforni predisposto dall’azienda: il 10 dicembre doveva fermarsi il numero 2, il 18 dicembre il numero 4 e tra il 5 e il 15 di gennaio il numero 1. Lunedì, però, vista la malaparata giudiziaria, la multinazionale ci ha ripensato: “Nonostante la sospensione del piano di fermata – dice però a verbale Salvatore De Felice – l’azienda non ha tutto quello che serve per proseguire l’attività in quanto l’approvvigionamento delle materie prime è stato cancellato. Il piano prevedeva di lasciare una scorta minima solo per un altoforno e solo per un mese”.

L’idea era riconsegnare l’azienda allo Stato all’inizio di dicembre già morta: le macchine per scaricare le materie prime in porto, danneggiate a luglio, “non sono ancora state comprate” e l’ad Lucia Morselli “ai primi di novembre ha dichiarato ufficialmente in un incontro coi dirigenti e i quadri che aveva fermato gli ordini, cessando di vendere ai clienti”. Gli altiforni, insomma, erano destinati a essere spenti, ma “ogni fermata e il successivo raffreddamento, seppure operato seguendo le migliori pratiche, non è mai senza danni, l’entità dei quali si può verificare solo quando si riparte. In ogni caso si riduce la vita tecnica dell’impianto”.

I dirigenti Stefano Palmisano e Giuseppe Frustraci, invece, raccontano di come le perdite andassero aumentando col passare del tempo: “Il terzo trimestre è stato peggiore anche del secondo e a detta di Matthieu Jehl (l’ex ad, ndr) dovevamo recuperare 140 milioni con taglio del personale con la Cassa integrazione”, ma anche prevedendo di “utilizzare materie prime di qualità inferiore per abbattere i costi”.

Le perdite passano dai 20 milioni al mese della gestione commissariale ad almeno 30 milioni già a marzo 2019: “Il problema era nella fase della produzione”, problemi che “erano da imputarsi alla manutenzione”. In sostanza, spiega il capo del settore finanziario, Steve Wampach, “come previsione abbiamo circa 700 milioni di perdita per il 2019”, mentre i creditori vengono pagati “con ritardo: a oggi abbiamo circa 130 milioni bloccati” (l’ultima rata trimestrale da 45 milioni dell’affitto, ad esempio, “non è stata onorata”, dice il commissario Sforza).

Spiegato questo, la Procura chiede al giudice civile di bloccare con urgenza gli atti di ArcelorMittal intesi a spegnere gli impianti. Questa posizione ha ingenerato in alcuni commentatori l’idea che Mittal sia presa tra due fuochi giudiziari: Milano chiede di tenere aperti gli impianti, Taranto di spegnerli entro il 13 dicembre. Non è così: l’altoforno 2 è sotto sequestro “con facoltà d’uso” dal 2015 a seguito della morte di un operaio dovuta alla scarsa o nulla sicurezza dell’impianto.

Dopo oltre 4 anni non tutte le prescrizioni del Tribunale sono state ancora rispettate: lunedì però, i commissari presenteranno la richiesta di proroga presentando i progetti e gli ordini per gli ultimi lavoratori, mossa che – anche per il custode giudiziario, come ben sa l’azienda ma non i commentatori – basterà a evitare lo spegnimento del forno. Se invocare l’assenza dello scudo penale per uccidere l’Ilva è “pretestuoso”, puntare sull’altoforno 2 è una balla vera e propria.

Conte ai ministri: “Il Mes non può essere fermato”

Il vertice di maggioranza col ministro dell’Economia Roberto Gualtieri sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, cioè il vecchio fondo salva-Stati, s’è tenuto ieri mattina e ha cristallizzato le posizioni già note dei partiti: 5 Stelle e LeU contrari, Pd e renziani a favore. Come andranno presumibilmente le cose lo ha detto invece Giuseppe Conte in Consiglio dei ministri giovedì sera. Anche lì si era discusso del nuovo Mes, che dovrebbe essere approvato a dicembre, e le posizioni sono state più o meno le stesse. L’unica differenza, e non da poco, è che il premier ha ammesso che sarà difficile per l’esecutivo dire di no: alla fine la riforma sarà approvata e l’Italia non potrà tirarsi indietro, al massimo riuscirà a spuntare qualche modifica marginale o un parziale rinvio nella cosiddetta “logica di pacchetto” (la riforma del Fondo va di pari passo col completamento dell’unione bancaria e un embrione di budget dell’Eurozona). Forse per questo Luigi Di Maio ieri ha messo all’ordine del giorno della riunione dei gruppi M5S di mercoledì la questione: “Dovremo parlare del Mes. Ci sono delle decisioni importanti da prendere, non vogliamo una riforma che stritoli il Paese”.

La linea di Conte, però, è ovviamente benedetta anche dal Quirinale – i cui tecnici stanno comunque approfondendo il testo – che ritiene che i pericoli maggiori della proposta iniziale (ad esempio la ristrutturazione automatica dei debiti pubblici di chi chiedesse “aiuto” al Mes) siano stati scongiurati in fase di negoziato e che contenga anche novità positive come il backstop comune per il Fondo di risoluzione bancaria. È sostanzialmente la stessa opinione, espressa anche pubblicamente, del ministro Gualtieri e del suo predecessore Giovanni Tria: “I parametri fissi sono stati eliminati – ha sostenuto quest’ultimo – dunque dalle bozze è scomparso qualsiasi automatismo tra la valutazione del debito pubblico e la sua ristrutturazione”. Posizione forse troppo ottimista, se si tiene conto che il rischio (“enorme”) di questa riforma è stato sottolineato dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, e da economisti non esattamente anti-Ue come Carlo Cottarelli o Giampaolo Galli.

A rendere però più cogente l’obbligatorietà del percorso verso il via libera prefigurato dal presidente del Consiglio ci ha pensato il tour italiano del commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici: prima ha visto Sergio Mattarella, poi Conte e Gualtieri, infine i giornalisti. “Il testo di riforma del Mes è stato accettato a giugno dal governo precedente, anche se ora qualcuno che era al governo dice cose diverse”, la tradizionale stilettata a Matteo Salvini: in ogni caso “nessuno ha voluto mettere l’Italia sotto tutela”, anzi “credo sia una riforma accettabile e vantaggiosa per l’Italia. Con Conte e Gualtieri abbiamo scoperto di avere parecchie convergenze”.

Quali siano le convergenze vantate da Moscovici col premier – che faceva parte della squadra dei ministri di un partito che proponeva l’abolizione del Mes – non è chiaro, ma Conte promette che il confronto sarà “cristallino e trasparente”, specie con il Parlamento “che, ricordate, resta sempre sovrano”.

Il riferimento è non solo o non tanto all’obbligo di informare le Camere, impegno rispettato in maniera assai incompleta, quanto al “potere di veto” del Parlamento evocato dallo stesso Conte qualche giorno fa: a ben guardare una maggioranza per bloccare la ratifica del Trattato ci sarebbe pure, solo che è quella gialloverde e non l’attuale.

Quanto al governo, invece, il premier e il ministro dell’Economia (e il Quirinale) sono convinti – sempre nella “logica del pacchetto” – che se c’è un no su cui spendere il peso politico dell’Italia in questa fase è al completamento dell’unione bancaria secondo la proposta tedesca (cioè obbligando le banche a ponderare il rischio anche per i titoli di Stato), che sarebbe un colpo mortale tanto per la capacità del Tesoro di piazzare il debito pubblico quanto per la necessità di capitali che imporrebbe al nostro sistema del credito.

Sull’Ilva ora si tratta: i due Mittal aprono, ma la strada è in salita

Il tavolo per evitare la fuga di Arcelor Mittal parte alle sette di sera, a mercati chiusi. Da un lato Giuseppe Conte con i ministri Roberto Gualtieri (Tesoro) e Stefano Patuanelli (Sviluppo). Dall’altro Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, i vertici del gruppo. L’ad italiana, Lucia Morselli resta fuori (entrerà solo alla fine). L’obiettivo era capire se può partire un negoziato, e poi rimandare ad altri incontri e trattative i dettagli. Mittal siede al tavolo dopo aver inviato segnali di apertura, ma ieri era chiamato a fare un passo indietro ufficiale: “O garantite la possibilità di rispettare gli impegni contrattuali o reagiremo alla battaglia giudiziaria che avete voluto”, è il senso del messaggio di Conte. “Non possiamo accettare un disimpegno dagli impegni contrattuali”, aveva spiegato il premier prima di sedersi al tavolo. Mentre andiamo in stampa, l’incontro è ancora in corso e fonti di governo sostengono che “si è aperta almeno una minima trattativa”. Certo la strada è in salita, perché le posizioni dei due fronti sono assai distanti. Perfino il comunicato finale viene negoziato riga per riga tra le parti.

Le richieste di Mittal sono note: 5mila esuberi (su 10.700 operai) a Taranto per portare la produzione sotto le 4 milioni di tonnellate e chiudere l’area a caldo; il ripristino dello scudo penale; e un forte sconto sul canone d’affitto, oggi di 180 milioni l’anno e sul prezzo finale, 1,8 miliardi, che dovrebbe versare nel 2021. L’ultima misura avrebbe l’effetto di eliminare l’unico criterio (il prezzo offerto) che ha permesso a Mittal di aggiudicarsi nel 2017 la gara per l’Ilva. Ma è tutta la base d’asta a essere indigeribile. Significherebbe sconfessare il piano industriale garantito dal colosso e sancito con la firma del novembre 2018. Ilva, peraltro, non esiste senza l’area a caldo (il ciclo integrato). E anche i licenziamenti sono inaccettabili.

In questi giorni i vertici del gruppo, a partire dall’ad Lucia Morselli, hanno parlato soprattutto con Gualtieri. Il Tesoro, per la verità, è per la linea morbida su quasi tutto, tranne gli esuberi, su cui si deve trattare. Non è quella di un altro pezzo del governo: non di Palazzo Chigi e neppure del Mise. Qui la linea, ribadita ieri, è che si possono gestire temporanee riduzione della produzione (evitando esuberi) con la cassa integrazione, ma con numeri più ridotti, intorno ai 2.500-3mila addetti. La materia, però, verrà lasciata alla trattativa sindacale, per evitare l’errore commesso ai tempi del ministro Carlo Calenda, quando Ilva fu aggiudicata a Mittal e poi ci volle un anno per trovare l’accordo con le sigle sugli esuberi. La linea dell’esecutivo è che la faccenda stavolta dovrà essere trattata direttamente tra le parti sociali: se i Mittal convincono i sindacati bene, a quel punto il governo farà la sua parte.

Un pezzo dei fuorusciti dall’Ilva, ad esempio, potrebbe essere assorbito in qualche modo nel “cantiere Taranto” allo studio del governo, che diventerà un decreto con 10 “azioni” e il coinvolgimento di sei o sette ministeri e delle grandi partecipate statali. Tutte le azioni dovrebbero comportare l’avvio di attività che creano posti di lavoro, molti potenzialmente adatti agli operai dell’acciaieria: un esempio è il potenziamento dell’arsenale militare dove lavora anche Fincantieri.

Sullo scudo penale nel governo sono a grandi linee tutti d’accordo. Conte è convinto che una qualche forma di tutela legale vada concessa, magari nella formula di una norma interpretativa dell’articolo 51 del codice penale (nessuno può rispondere di condotte messe in atto per obbedire alla legge) che riguardi tutti gli stabilimenti strategici. È in sostanza la linea del grillino Patuanelli e sarà infatti il ministro dello Sviluppo a doverla far digerire a quel pezzo dei 5Stelle in Parlamento (specie al Senato) che non ne vuol sentir parlare. È ormai più una disputa simbolica, visto che norme interpretative lasciano il tempo che trovano e, ad ogni modo, non è in cima alle richieste di Mittal. Il governo invece non può dare garanzie, come chiede l’azienda, sull’Altoforno 2, ma i commissari chiederanno la prossima settimana alla procura di Taranto più tempo per la messa in sicurezza.

La parte più delicata riguarda infatti il piano ambientale e il vero motivo della fuga del colosso franco indiano: le perdite che macina a Taranto. Il piano ambientale – è la linea di Conte – si può ridiscutere, ma a precise condizioni: uno sconto sul prezzo e/o una dilazione dei tempi di pagamento e/o l’ingresso dello Stato (diretto o indiretto) nella società può avvenire solo in cambio di investimenti che in prospettiva portino alla progressiva decarbonizzazione degli impianti, con un piano che abbracci parecchi anni (per rifare da capo un altoforno e metterlo in produzione servono circa due anni). La trattativa è appena iniziata.