Lo avevano chiamato “tesoretto” per lo sport, ma i 60 milioni di euro in più generati dal nuovo meccanismo di finanziamento non finiranno davvero agli sportivi. Non tutti, almeno: la FederRugby (Fir), ad esempio, ha appena utilizzato la sua parte per ripianare il buco di bilancio.
A fine ottobre “Sport e Salute” ha assegnato i nuovi contributi per il 2019 allo sport italiano e in particolare alle Federazioni. Un provvedimento importante per due motivi: era la prima distribuzione della società governativa guidata dal manager Rocco Sabelli, creata dall’ex governo gialloverde per sfilare la cassa al Coni di Malagò. E poi si trattava di finanziamenti “extra” rispetto a quelli ordinari, generati dal nuovo meccanismo per cui al sistema spetta il 32% delle entrate fiscali generate dal settore. Tradotto in cifre: 60 milioni in più rispetto ai tradizionali 410 stanziati ogni anno; 44,5 sono andati alle Federazioni.
Più soldi allo sport, dunque. Un bello slogan, l’ex sottosegretario Giorgetti, padre della norma, se l’era subito intestato. “La somma – aveva promesso – servirà principalmente ad aumentare la pratica sportiva”. A distanza di qualche mese si scopre che le cose non andranno proprio così.
La settimana scorsa la FederRugby ha approvato una variazione di bilancio da quasi 2 milioni, annunciando trionfante che così sarà possibile procedere subito alla ricostituzione del patrimonio federale, praticamente azzerato dalle perdite degli anni precedenti. Il rugby italiano non se la passa benissimo, tra le tante sconfitte sul campo e qualche guaio finanziario: i principali progetti avviati dalla gestione del n.1 Gavazzi si sono rivelati un pozzo senza fondo e non hanno dato i risultati sperati; aggiungiamoci un paio di intoppi contabili ed ecco che la Fir si è ritrovata in rosso, e ha dovuto chiedere al Coni un piano di risanamento. Ora finalmente una buona notizia. Peccato, però, che i “maggiori ricavi” che hanno permesso di uscire dalla crisi non sono altro che i contributi pubblici extra elargiti da Sport e salute (1,3 milioni su 1,9 totali). Quelli che sarebbero dovuti finire al movimento, e che invece sono stati utilizzati per mettere una toppa sui buchi.
È il solito, grande problema dello sport italiano: c’è una grossa fetta di fondi statali, almeno il 30%, che non va davvero al movimento ma serve per alimentare l’enorme carrozzone federale (e a volte a risolvere i pasticci che combina). A parziale discolpa del rugby, va detto che aver chiuso oggi il piano di rientro, permetterà di liberare più risorse l’anno prossimo (per far cosa si vedrà). Soprattutto, la Fir è l’unica ad aver dichiarato in modo più o meno trasparente la destinazione dei nuovi contributi. Chissà quante altre federazioni in deficit (ce ne sono sei attualmente: Fise – equitazione, Fibs – baseball, Fci – ciclismo, Fig – golf, Fih – hockey, Fisr – pattinaggio) utilizzeranno lo stesso “trucchetto”, o quante semplicemente ne approfitteranno per mettere in sicurezza conti ballerini. “Più soldi allo sport”, dicevano. Sarebbe stato meglio dire alle federazioni.