I soldi per lo sport salvano solo le federazioni

Lo avevano chiamato “tesoretto” per lo sport, ma i 60 milioni di euro in più generati dal nuovo meccanismo di finanziamento non finiranno davvero agli sportivi. Non tutti, almeno: la FederRugby (Fir), ad esempio, ha appena utilizzato la sua parte per ripianare il buco di bilancio.

A fine ottobre “Sport e Salute” ha assegnato i nuovi contributi per il 2019 allo sport italiano e in particolare alle Federazioni. Un provvedimento importante per due motivi: era la prima distribuzione della società governativa guidata dal manager Rocco Sabelli, creata dall’ex governo gialloverde per sfilare la cassa al Coni di Malagò. E poi si trattava di finanziamenti “extra” rispetto a quelli ordinari, generati dal nuovo meccanismo per cui al sistema spetta il 32% delle entrate fiscali generate dal settore. Tradotto in cifre: 60 milioni in più rispetto ai tradizionali 410 stanziati ogni anno; 44,5 sono andati alle Federazioni.

Più soldi allo sport, dunque. Un bello slogan, l’ex sottosegretario Giorgetti, padre della norma, se l’era subito intestato. “La somma – aveva promesso – servirà principalmente ad aumentare la pratica sportiva”. A distanza di qualche mese si scopre che le cose non andranno proprio così.

La settimana scorsa la FederRugby ha approvato una variazione di bilancio da quasi 2 milioni, annunciando trionfante che così sarà possibile procedere subito alla ricostituzione del patrimonio federale, praticamente azzerato dalle perdite degli anni precedenti. Il rugby italiano non se la passa benissimo, tra le tante sconfitte sul campo e qualche guaio finanziario: i principali progetti avviati dalla gestione del n.1 Gavazzi si sono rivelati un pozzo senza fondo e non hanno dato i risultati sperati; aggiungiamoci un paio di intoppi contabili ed ecco che la Fir si è ritrovata in rosso, e ha dovuto chiedere al Coni un piano di risanamento. Ora finalmente una buona notizia. Peccato, però, che i “maggiori ricavi” che hanno permesso di uscire dalla crisi non sono altro che i contributi pubblici extra elargiti da Sport e salute (1,3 milioni su 1,9 totali). Quelli che sarebbero dovuti finire al movimento, e che invece sono stati utilizzati per mettere una toppa sui buchi.

È il solito, grande problema dello sport italiano: c’è una grossa fetta di fondi statali, almeno il 30%, che non va davvero al movimento ma serve per alimentare l’enorme carrozzone federale (e a volte a risolvere i pasticci che combina). A parziale discolpa del rugby, va detto che aver chiuso oggi il piano di rientro, permetterà di liberare più risorse l’anno prossimo (per far cosa si vedrà). Soprattutto, la Fir è l’unica ad aver dichiarato in modo più o meno trasparente la destinazione dei nuovi contributi. Chissà quante altre federazioni in deficit (ce ne sono sei attualmente: Fise – equitazione, Fibs – baseball, Fci – ciclismo, Fig – golf, Fih – hockey, Fisr – pattinaggio) utilizzeranno lo stesso “trucchetto”, o quante semplicemente ne approfitteranno per mettere in sicurezza conti ballerini. “Più soldi allo sport”, dicevano. Sarebbe stato meglio dire alle federazioni.

Approva, firma e poi si lamenta: i casi del “Salvini a sua insaputa”

Chissà se a Matteo Salvini, periodicamente, viene comodo svestire i propri panni ed essere Matteo Salvini a sua insaputa. Il leader della Lega ogni tanto pare essere colpito dal morbo di Scajola e nelle piazzate televisive e social tira fuori critiche, attacchi, demolizioni a carico di provvedimenti approvati in sua presenza o in presenza dei suoi. Quasi a dire: “Io non c’ero e se c’ero dormivo”. Le adozioni. Gli era già capitato quando ad esempio al Congresso delle famiglie di Verona aveva sollecitato l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora, “a rendere più veloci le adozioni” dimenticandosi però che le deleghe erano in capo all’allora ministro della Famiglia, il leghista Lorenzo Fontana.

Mes.Più recente è invece la confusione sulla riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità (il vecchio fondo salva-Stati) che sarà approvata in dicembre. La riforma conferma e chiarisce i meccanismi che portano un Paese a dover ristrutturare il debito per accedere ai prestiti, e a patto che sottoscrivano pesanti condizioni. Il testo poi autorizza il Mes a concedere linee di credito a Paesi colpiti da choc esogeni il cui debito sia, a suo giudizio, “sostenibile”. Una novità che sembra pensata per circoscrivere il rischio Italia. Al Consiglio Ue di giugno Conte e il ministro del Tesoro Tria hanno dato l’ok alla riforma a nome del governo. Il voto finale ci sarà in dicembre. Salvini ora accusa il premier di “tradimento”, eppure da giugno non ha mai pubblicamente preso posizione sul tema. I paletti della riforma, peraltro, erano stati fissati dal dicembre del 2018. La linea della Lega è sempre stata contraria, come quella dei 5Stelle, stando agli atti parlamentari (c’è pure una risoluzione parlamentare che invitava il governo a mettere il veto). Salvini era vicepremier, ma se ne accorge solo ora.

Proroga Imu. In questi giorni, poi, Salvini ci è ricaduto. La maggioranza avrebbe bocciato un emendamento della Lega al decreto Fiscale con la proroga delle esenzioni del pagamento dell’Imu per gli immobili resi inagibili dal terremoto. “Ennesima vigliaccata ai danni dei cittadini” ha detto. Peccato che l’emendamento sia solo stato respinto perché ripresentato, e approvato, nel decreto Sisma alla Camera. Tutto nel giro di un’ora.

Retelit.Un mese fa, a fine ottobre, il leghista ha accusato Conte di conflitto d’interessi per il parere legale fornito alla società Fiber 4.0, controllata dal finanziere Raffaele Mincione, gestore di un fondo di investimento finito al centro di una delicata indagine del Vaticano. Nel suo parere, dato prima della nomina, Conte si esprimeva sul possibile utilizzo da parte del governo italiano dei suoi poteri di “golden power” sulla società Retelit, che la cordata guidata da Mincione si contendeva con altri azionisti libici e tedeschi. I secondi hanno vinto e il governo, guidato da Conte, ha poi effettivamente esercitato il golden power (così come ipotizzato dal Conte-avvocato nel parere). Salvini è andato all’attacco, ma a presiedere il Consiglio dei ministri che varò il golden power non c’era Conte bensì Salvini. E la pratica fu istruita dal sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti.

Pignoramenti. Non poteva mancare l’allarmismo. L’ex vicepremier ha commentato il via libera in legge di Bilancio alla possibilità da parte dei sindaci di rivalersi sui conti di chi non è in regola con Imu, Tasi o altre imposte locali. “Se non riesci a pagare una multa ti pignorano i risparmi” è stata la sintesi. In realtà le multe non c’entrano, cambia la riscossione degli enti locali che se finora avevano come principale strumento l’ingiunzione fiscale regolata da un Regio decreto del 1910, ora invieranno atti di accertamento che – se il contribuente non paga né fa ricorso entro i termini – diventeranno immediatamente esecutivi.

Sì alle navi Msc, no alla web tax Cortesie renziane per i pagatori

L’Avana, 29 ottobre 2015. La visita di Matteo Renzi a Cuba, più che per gli incontri formali, è ricordata per le foto sul lungomare. Maglia della Nazionale numero 10, il premier fa jogging di buon mattino prima di vedere Raul Castro. Nella delegazione italiana in trasferta non c’è però solo lo staff di Renzi, perché Cuba, visti i rapporti distesi con l’America di Obama, è occasione di nuova conquista commerciale. Accompagna il premier anche Pierfrancesco Vigo, executive chairman di Msc Crociere, seconda al mondo per le linee cargo e facente capo all’italo-svizzero Gianluigi Aponte. Da L’Avana annuncia l’ampliamento dell’offerta per il Mar dei Caraibi. “Si è arrivati a questo traguardo – esulterà poco dopo il Ceo di Msc Gianni Onorato – grazie a lungo lavoro con le istituzioni locali, attraverso l’ambasciata cubana in Italia e con il supporto del presidente del Consiglio Matteo Renzi”.

Affari d’oro e rapporti ideali, insomma, che oggi ritornano nell’elenco dei finanziamenti a Eyu, la fondazione legata al Pd che negli anni dei governi Renzi e Gentiloni organizzava attività per il partito e ora oggetto di un’indagine della Procura di Roma (“Google, Fastweb e i farmacisti: ecco i bancomat di Eyu”, Il Fatto del 20 novembre 2019). Proprio Msc bonificò 100 mila euro alla fondazione. Nessuna irregolarità così come su un’altra trentina di operazioni spesso coincidenti con eventi o commissioni, ma che vale la pena mettere in relazione al contesto politico di quei mesi tra il 2016 e inizio 2018. In tempo di vacche magre per il finanziamento pubblico, infatti, il contributo dei benefattori privati è ossigeno per i partiti e lo è stato soprattutto negli anni scorsi, quando i bilanci delle fondazioni politiche, ora resi più trasparenti dalla Spazzacorrotti, potevano restare inaccessibili a chiunque che non fosse una Procura della Repubblica, mentre i contributi ai partiti vanno dichiarati. Ovviamente, nel frattempo, i governi Renzi e Gentiloni si occupavano dei settori di competenza dei donatori. Se non dei donatori stessi. Nel caso di Msc, qualche mese prima della visita Cuba, il colosso del trasporto marittimo e Fincantieri firmarono a Palazzo Chigi un contratto da 2,1 miliardi per la costruzione di due navi più una in opzione, risultato delle prove generali avvenute tra il 2013 e il 2014 (governo Letta), quando le due società avevano accordato un programma da 200 milioni per l’allungamento di quattro navi.

Ma interessante è pure il caso di Lottomatica, che ha bonificato a Eyu un totale di circa 55 mila euro. Anche qui nessun illecito, ma la concomitanza di alcuni affari gestiti soprattutto dal ministro Pier Carlo Padoan e dal sottosegretario Pier Paolo Baretta, titolare della delega ai giochi. Nella legge di Stabilità 2016, per esempio, si sopprime l’obbligo di restituire gratuitamente allo Stato, al termine della concessione, la rete infrastrutturale con cui si sono gestiti i giochi. Un vantaggio per Lottomatica, che nel 2016 deve “difendere” la concessione del Lotto e che, se qualche altro gestore vincesse la gara, potrebbe tenersi (e magari rivendere) la rete. Poco dopo, ecco la proroga sulla gestione dei Gratta e Vinci: 800 milioni per altri 9 anni di concessione senza gara pubblica, nonostante altre società – tra cui Sisal e Stanleybet – fossero interessate all’asta. Il governo Renzi e i tecnici ritengono di aver rispettato una vecchia norma del 2009 che prevede il rinnovo automatico, i rivali di Lottomatica non ci stanno: il caso è alla Corte di Giustizia Ue.

Nei conti di Eyu si trovano poi i 30.500 euro di Google, giustificati dall’organizzazione di alcuni eventi ci sono, tra gli altri, i dem Giuliano Poletti e Luigi Zanda. In quegli anni si discuteva molto della tassazione dei profitti di motori di ricerca e multinazionali del web. Nel febbraio 2014, Matteo Renzi inserisce nel decreto Salva Roma una norma per far saltare la web tax voluta un anno prima da Letta e da Francesco Boccia. In attesa di un provvedimento europeo, non si trova ancora la quadra. Nel 2015 c’è la proposta Quintarelli/Sottanelli, nel 2017 si parte da una cedolare al 6% poi dimezzata al 3 come imposta sostitutiva applicata “ai ricavi derivanti dalle prestazioni di servizio effettuati tramite mezzi elettronici”, ma la tassa non entrerà mai in vigore.

Anche Federfarma, la federazione dei titolari di farmacie, è tra i bonifici in entrata di Eyu. Cifra: 40 mila euro per alcuni studi. Di farmacie si occupano a lungo i governi Renzi e Gentiloni, alle prese con il ddl Concorrenza il cui iter inizia nel 2015 e finisce due anni dopo. Nel 2017 Annarosa Racca, presidente di Federfarma Milano, dà l’idea della rilevanza del dialogo con l’allora ministra Beatrice Lorenzin: “Sono stati fondamentali e devono continuare ad avere un’importanza centrale i rapporti con la politica”. E infatti, rispetto alle prime ipotesi, nel testo finale sparisce la vendita dei farmaci con ricetta nelle parafarmacie e nei supermercati e cambiano le regole sull’ingresso dei grandi gruppi nel mercato, con l’introduzione del limite al 20% a livello regionale per le farmacie di proprietà di un unico soggetto.

E c’è poi Federlegno, l’associazione di Confindustria per le aziende del mobile e dell’arredo. Anche qui, 25 mila euro di bonifico già ritenuti limpidi dai pm. In una intervista del 2015 a Formiche, l’allora presidente dell’associazione Roberto Snaidero gongolava: “Col governo Renzi stiamo operando magnificamente. Abbiamo parlato del Bonus Mobili, già in vigore da due anni, e gli ho chiesto che sia prorogato, perché ha portato una crescita del nostro fatturato. Inoltre, ho chiesto che le giovani coppie in procinto di sposarsi possano utilizzare il Bonus Mobili per acquistare l’arredamento”. Risultato: Bonus rinnovato per i due anni successivi e, grazie a un emendamento della senatrice dem Camilla Fabbri, confermato anche per le giovani coppie.

“Io, ex pescecane berlusconiano oggi vedo sardine dappertutto”

Carlo Rossella è un uomo potente. Un pescecane d’altura.

Ex, prego.

Un giornalista influente.

Questo glielo permetto.

Il Raymond Queneau dell’informazione italiana.

Questo è uno sfottò a cui non replico. Mi sento piccino così e non ho mai ecceduto nell’autostima.

Il primo comunista a servire un grande capitalista.

Berlusconiano, ma nel cuore la falce e martello.

Il primo comunista a rendere Silvio un capellone.

La copertina di Panorama? Non ho dubbi: fu uno schifoso eccesso di servilismo.

Il primo epurato della storia delle poste del cuore.

La posta del cuore era divenuta una formidabile rubrica su Chi. ‘Signora mia’, questo il suo titolo, apriva il mondo e lo raccontava alle masse femminili che riempivano di lacrime o di gioia l’intensa corrispondenza.

Nelle risposte c’era charme e c’era ideologia.

Tanto charme e poi, zac!, la mazzata ideologica.

Ad Arcore non gliel’hanno perdonata. Ma lei li perdoni: non sanno quello che fanno.

Cattolico professante. Ogni mattina recito il rosario. La fede dà una forza mostruosa.

In effetti lei sarebbe il primo pescecane a simpatizzare per le sardine.

Ex pescecane.

I pescecani mangiano le sardine a branchi. Non si fidanzano, non simpatizzano.

Da ex dico che mi piacciono assai questi ragazzi. Volenterosi, gioiosi, improvvisatori, intelligenti. Disarmano la politica, la rendono così inutile davanti alla loro freschezza, la lucidità.

Rossella, un peana eccessivo. Magari le sardine tra un po’ finiranno in bocca ai pescecani veri.

Io ex. Sono stato potente.

Un potente che ammira gli ultimi.

Sono cresciuto nelle sezioni del Pci. Ho imparato a leggere e a scrivere grazie al partito.

Sotto il cardigan ha ancora la falce e martello?

Ancora.

Che mattacchione!

Il mio carattere molto misurato non ha evitato che promuovessi scherzi epici, goliardate di grande livello. Sono mattacchione e me ne vanto.

Ora lei è berlusconiano, ma comunista con un amore impetuoso per i senzacasa con le sardine stampate sul petto.

Vedo sardine dappertutto. Il logo è stato immesso nel mercato giovanile (e non solo!) e fa furore.

E se fosse un fuoco di paglia? Un tormentone da social?

Non prevedo infatti la conquista del Palazzo d’inverno.

Salvini le sta sulle scatole.

Non mi piace, non mi garba, ha un eloquio sconsiderato, eccessivo, debordante. Non è il tipo che fa per me.

Ha invitato a cantare Bandiera rossa ai comizi della Borgonzoni.

Un atto di difesa civile. Una misura equa. La Borgonzoni è un affronto.

Rossella adesso usa la lingua come una lama. Da potente non le sarebbe uscita una sillaba.

Il potere si costruisce con le relazioni.

E lei ne ha avute tante.

Poi c’è il fattore C da considerare. Senza la fortuna non vai da nessuna parte.

La coltivazione intensiva delle relazioni è fondamentale. Essere potente però è una bella rogna.

In un certo senso sì. Devi farti concavo o convesso a seconda delle necessità o delle convenienze.

Lei si è fatto concavo più di una volta.

Moltissime occasioni alle quali ho risposto con sapiente convessità.

Un potente elegante e raffinato. Eppure qualcosa non torna.

Cosa?

Che lei sia mai potuto essere comunista. È contro il principio della gravità.

È così. Per me il partito è stato una grande scuola.

Lei è stato un cattivo scolaro. Se Gramsci l’avesse incontrata per strada avrebbe cambiato marciapiede…

Guardi che Berlusconi è molto più di sinistra di quanto crede,

Molto più di sinistra lo dica altrove.

Giuro.

Spergiuro.

E poi a lui non interessano le tue idee politiche. Esige un buon lavoro, che porti la pagnotta a casa.

Racconta lo scherzo che fece a Gianni Morandi?

Faceva il militare a Pavia. A Pavia c’è il Collegio Borromeo. Un’istituzione per la città, un luogo molto alto, severo, compassato. Io e Fabrizio Del Noce affiggemmo un manifesto, falsissimo, in cui annunciavamo una conferenza di Gianni Morandi nientemeno che al Collegio Borromeo sul tema: ‘Società e canzone’. In piccolo aggiungemmo: alla fine della sua relazione si esibirà con i maggiori successi canori. Era scritto in piccolo. Arrivò quel giorno e davanti al collegio trovammo migliaia di fanciulle ad attendere l’arrivo di Gianni per vederlo cantare. Dovetti fuggire dalla città.

La facevo più compassato.

Invece c’è verve.

A una certa età anche più disinibizione. Il suo collega Vittorio Feltri, per esempio, coltiva il piacere dell’eloquio greve, deviato, anche volgarotto.

A una certa età ti liberi dai vincoli di rappresentanza.

E dici vaffanculo a tutti?

È bellissimo dirlo. Sai che c’è? Vaffanculo!

Da Rossella mai potrebbe accadere.

Chi lo sa. Certo che se ci penso… la voglia è tanta.

Che fa, vorrebbe liberarsi già adesso?

Sarebbe un grandissimo piacere.

Già conosco i bersagli. I fottuti dirigenti Fininvest che le hanno tolto la Posta del Cuore.

Un’epurazione politica.

Eppure donò a Berlusconi tanti capelli, tanta gioia.

Le ho già ammesso il servilismo. Penso che anche a lui non sia garbata la scelta. Potrebbe però anche essere stata una provocazione.

Alla provocazione chi ci crede? Lei è pescecane.

Ex.

“Uniti contro la destra, guai a stare da soli”

Ieri i balconi, oggi le Sardine, perché “la narrazione di Salvini la batti con l’ironia”. Parola di Jasmine Cristallo, attivista di Catanzaro che qualche mese fa ha promosso il movimento degli striscioni contro il leader leghista e ora è referente regionale delle Sardine-La Calabria non si Lega. Lì dove sta per iniziare la campagna per le Regionali, col centrodestra pronto a gongolare delle indecisioni dei giallorosa. Anche per questo, secondo Cristallo, servirebbe al più presto “un patto civico tra le forze che si oppongono a Salvini”.

Che impressione le hanno fatto le piazze delle Sardine in Emilia?

Vedere una piazza piena di giovani ti dà qualcosa in cui sperare. La cosa triste, come già avvenuto con i balconi, è che sia la società civile a dover prendere in mano le redini di questa battaglia, perché c’è un vuoto enorme nei partiti.

Ma sono piazze di sinistra?

Io la definisco una sinistra sommersa, nel senso che opponendosi ai sovranismi e ai razzismi è evidente che c’è un sentire di sinistra, più come categoria dello spirito che come riferimento ai partiti.

Le Sardine di oggi come i balconi di ieri, quindi?

Qualche mese fa era diverso perché Salvini era ministro, c’era un forte bisogno di opposizione a quegli slogan quotidiani sulla legittima difesa, sui porti chiusi e su quel delirio da “pieni poteri”.

Presto Salvini verrà in Calabria.

Stiamo già organizzando iniziative in tutta la Calabria, sempre con ironia e in modo pacifico.

Convinta che sia questa la contromisura giusta?

L’ironia è l’arma vincente, l’approccio di Salvini è da rabdomante del malcontento e noi dobbiamo fare l’opposto, non dar credito a questo megafono delle paure.

Ma così vi dicono che siete solo una piazza “contro”.

È un grave errore, il nostro è un grido di dolore, un enorme “ci siamo anche noi”. Siamo quelli che vivono la Calabria, gli ospedali obsoleti, le scuole malridotte, quelli che vivono una costante precarietà esistenziale. Dovrebbe esser compito dei partiti interpretare questo messaggio, che non è solo contro qualcuno.

Cosa deve fare la politica?

Con un atto di umiltà, ammettendo di aver fallito. In Calabria a due mesi dalle elezioni non ci sono neanche i candidati, la destra ha la strada spianata. Per questo ci vorrebbe unità, è assurda la scelta dei 5 Stelle di andare da soli.

Il rapporto tra piazze e partiti è decisivo: già ci si chiede chi ci sia dietro le Sardine.

È assurdo chiederselo di fronte a migliaia di ragazzi che si muovono. Semmai, chiedetevi chi c’è davanti, chi è in prima fila con Giulio Vita, il referente a Cosenza, o con Filippo Sorgonà a Reggio: questi giovani hanno diritto ad avere qualcuno che li rappresenti.

“Sardine come i miei Girotondi Queste sono piazze di sinistra”

“Quando ho visto le 12 mila persone in piazza a Bologna ho pensato: era ora! La sinistra sommersa esiste ancora!”. Paolo Flores d’Arcais, filosofo e giornalista, direttore di MicroMega, nel 2002 è stato uno dei protagonisti della stagione dei girotondi, insieme a Nanni Moretti, Pancho Pardi e molti altri, un movimento nato per contrastare le politiche e le leggi ad personam di Silvio Berlusconi. Migliaia di persone si ritrovarono a fare girotondi intorno a palazzi di giustizia, ministeri e ad altri luoghi simbolo. Un movimento composto essenzialmente dalla società civile che volle dare una risposta forte a difesa della democrazia e della Costituzione.

Flores, che effetto le fanno questi ragazzi?

Da un quarto di secolo in Italia assistiamo a un fenomeno unico nel suo genere: un prodursi irregolare ma continuo di movimenti di massa auto-organizzati che hanno come riferimento la necessità di realizzare la Costituzione e si trovano in polemica più o meno grande con le sinistre ufficiali. Oltre ai girotondi, abbiamo avuto le persone che scendevano in piazza a sostegno di Mani Pulite, due volte il popolo viola, le donne di “Se non ora quando”, le manifestazioni contro le leggi-bavaglio, per citarne solo alcuni. Ognuno di questi movimenti ha sue caratteristiche peculiari, quindi le sardine non possono essere appiattite sui precedenti. Ma è evidente che esiste un filo rosso che li tiene insieme. Anche perché ora in piazza ci sono le nuove generazioni, ma anche le precedenti.

A suo avviso qual è la peculiarità di questo nuovo movimento?

I promotori sono trentenni, giovani ma non giovanissimi. La loro caratteristica è di essere cresciuti con la crisi dei partiti già avvenuta e in un mondo dove il web è parte integrante, e a volte dominante, delle relazioni sociali. Sono due elementi che chi ha la mia età, ma pure i cinquantenni, fatica a capire fino in fondo. Ora bisogna vedere se si tratterà di una fiammata oppure se riusciranno a realizzare qualcosa di non effimero.

Voi foste una fiammata…

Il nostro errore fu credere che i partiti fossero riformabili. Non è così. Allora c’erano i Ds, oggi il Pd, ma è lo stesso. La sinistra in Italia non esiste più se non nella società civile. Come dicono le Sardine, qualche politico con la P maiuscola esiste ancora. Il problema è che sono incamerati in strutture burocratiche e di casta che paralizzano ogni volontà rinnovatrice.

Quindi le Sardine come possono andare avanti?

Dando continuità al movimento, che significa articolare la realizzazione della Costituzione, che è la loro bandiera, in una serie di obbiettivi programmatici che non sia un semplice no alle azioni di Salvini e delle destre. Devono darsi strutture elastiche e originali in cui gli elementi più attivi trovino la possibilità incontrarsi e di elaborare percorsi su temi cruciali della politica italiana.

Vede qualche altra somiglianza con i Girotondi?

Come ho detto, mettere la Costituzione al centro. La nostra Carta è tra le più avanzate, eppure tutti i governi che si sono susseguiti nella storia italiana hanno tentato di non metterla in pratica o addirittura di amputarla. E poi vedo l’entusiasmo, la gioia, l’allegria e la serietà. Su un nostro palco c’era scritto: una festa di protesta. Mi sembra di ritrovare lo stesso clima.

Vede invece delle analogie con le prime piazze del Movimento 5 Stelle?

No, innanzitutto nello stile. Qui c’è la gioia dell’impegno, non c’è il “vaffa”. Il “vaffa” di Beppe Grillo era un grido di protesta né di destra né di sinistra e abbiamo visto dove ha portato. Queste piazze, invece, sono di sinistra.

Calabria, il civico Aiello per il M5S: “Non voglio i dem”

“Aiello? Io neanche lo conosco” giura la deputata del Movimento Cinque Stelle Dalila Nesci che si sente ancora in corsa per la candidatura a presidente della Regione Calabria.

“Formalmente il candidato è lui – ammette la parlamentare – manca solo il comunicato ufficiale, ma lo hanno deciso i miei colleghi a maggioranza. È stato Paolo Parentela a proporlo a Di Maio. Io sono rimasta sulle mie posizioni. L’indicazione che esce da Rousseau non è sulla scelta del candidato ma su presentare o meno alle elezioni la lista del M5S”.

È evidente che ricorrere a “Rousseau” in Calabria non ha risolto i problemi del Movimento Cinque Stelle, impantanati tra aspirazioni personali contrastanti tra le varie anime, divise su tutto tranne che sul “no” all’alleanza con il Pd.

Intanto si fa sempre più insistente il nome di Francesco Aiello che l’ex ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli l’anno scorso aveva nominato come delegato all’interno del Comitato di indirizzo della Zes della Calabria. Docente di Politica economica all’Unical e fondatore del portale di economia “Open Calabria”, Aiello non ha ancora sciolto la riserva: “È molto probabile ma non è detto. Ho chiesto 3 o 4 giorni per decidere. Ho avuto questa comunicazione giovedì da parte del coordinatore Paolo Parentela. Semplicemente voglio riflettere sui punti di convergenza tra il Movimento Cinque Stelle e alcune cose che voglio fare in questa campagna elettorale”.

La decisione di candidarsi sembra comunque presa e qualora ciò dovesse avvenire, Aiello puntualizza: “Io sarò l’espressione della società civica di questo progetto in cui la parte trainante sarà il M5S. Ho intensione di fare delle liste civiche che implementeranno l’attività dei parlamentari. Parlerei di addizionalità”.

La questione è legata alle elezioni in Emilia-Romagna, ma non è escluso che il Pd possa confluire su Francesco Aiello. Lo confermano fonti interne del Pd calabrese che, dopo aver bruciato le candidature degli imprenditori Pippo Callipo e Florindo Rubettino, sta tentando la carta di far scegliere al M5S l’aspirante governatore. D’altronde, sia per i grillini sia per i democrat il vero ostacolo è lo sbarramento dell’8%, cioè il doppio di quanto il Movimento Cinque Stelle ha preso alle elezioni del 2014. Se non si raggiunge, in Consiglio regionale non entra nemmeno il candidato a presidente. Se il Pd appoggiasse Aiello, per la Nesci, diventerebbe “un problema”. Non suo ma di “chi ha fatto il nome del docente universitario e chi ha garantito per lui con Di Maio”.

Lo stesso Aiello, su questo, mette le mani avanti: “Non so cosa rispondere. Anche perché credo che ci siano delle indicazioni molto chiare da parte del portavoce Parentela su possibili alleanze con il Pd”.

Un modo come un altro per dire: non è per questo che sono stato chiamato. “Noi partiamo dal fatto – aggiunge Aiello – che il capo politico ha ribadito più di una volta di non voler fare alleanze con il Pd. Prendo atto di questa cosa. Nel weekend parlerò con i parlamentari, ma penso che non ci siano possibilità per soprassedere a questa indicazione di carattere generale. In Calabria il Pd è assolutamente molto diviso e non saprei di chi stiamo parlando. Il mio mandato è di valutare una proposta che non includa un’alleanza con il Pd”. In Calabria come in Emilia-Romagna si voterà il 26 gennaio del prossimo anno.

Emilia, il pressing del pd Bonaccini e il no alle alleanze

“Non faccio piani, sono il caos”, urlava Beppe Grillo travestito da Joker mentre apriva Italia 5 Stelle lo scorso ottobre. Parole che oggi suonano profetiche in Emilia Romagna. All’indomani della votazione a sorpresa su Rousseau, i grillini locali lanciano un’altra votazione per scegliere i candidati e il presidente della lista. Una corsa in solitaria contro l’attuale presidente dem Stefano Bonaccini e la candidata leghista Lucia Borgonzoni. Nessuna alleanza, nessun accordo, come nel 2014 quando venne scelta Giulia Gibertoni. La stessa poi sfiduciata dalla base in occasione del “Regionando tour”: la serie di incontri dedicata a attivisti e cittadini in cui i consiglieri rendicontavano il proprio lavoro dentro il palazzo regionale di viale Aldo Moro.

Da allora, del tour non c’è più traccia, ma l’attuale capogruppo Andrea Bertani rimane convinto che ci sia una base forte. “La nostra campagna, senza alleanze, partirà lunedì e terrà conto della grande voglia di partecipazione dei nostri territori che è stata espressa su Rousseau ma che abbiamo anche raccolto nei tanti incontri delle ultime settimane. Adesso è arrivato il momento di rimboccarci le maniche e di lavorare a testa bassa per far raggiungere il miglior risultato possibile al Movimento”.

A nulla sono valsi i tentativi di accordo o desistenza portati avanti più o meno esplicitamente da Bonaccini. “Rinunciare ad assumersi responsabilità significa precludersi la possibilità di contare e lavorare per i propri obiettivi”, ha più volte dichiarato l’attuale governatore, sottolineando inoltre come il presentarsi contrapposti potrebbe “regalare un vantaggio ad una destra che non sta mostrando particolare interesse per questa regione, ma solo l’intenzione di mandare a casa il governo Conte”. Secondo una ricerca effettuata da Noto Sondaggi prima che venisse ufficializzato il voto online, Bonaccini oggi sarebbe in testa di un solo punto: 45% contro il 44% della Borgonzoni. Molto più indietro il candidato M5s, fermo all’8%. Un risultato inferiore a quello della scorsa tornata elettorale, 13,30%, ma capace di incidere negativamente sulla riconferma del centro sinistra. Secondo il sondaggio, se i pentastellati sostenessero Bonaccini, il vantaggio sarebbe più netto: 52% dei voti contro il 46% della candidata leghista. Nemmeno le offerte di un assessorato all’Ambiente, come si vocifera nei corridoi di viale Aldo Moro, o di due posti in alto nella lista ‘Coraggiosa’ sostenuta dall’ex europarlamentare Elly Schlein hanno convinto i grillini. “Sono ancora tanti i temi che non sono emersi nel dibattito politico degli altri due schieramenti e che possono offrire un segnale di vero e autentico cambiamento su temi come la qualità dell’aria, il consumo di suolo, sanità pubblica e legalità”. Un programma che suona molto simile a quello dei Verdi, che proprio la settimana scorsa hanno presentato una lista in appoggio a Bonaccini con dentro un ex grillino reggiano, Gian Luca Sassi. A Modena il referente locale Piergiorgio Robecchi ha annunciato il suo “disimpegno” dal Movimento. Qualche giorno dopo, lo stesso ha ringraziato il segretario locale del Partito democratico, Davide Fava, “per l’opportunità di dare un contributo a un nuovo corso della politica in Regione, confermo la mia disponibilità e il mio impegno nel caso in cui anche la direzione Pd confermasse la preannunciata apertura”.

Meloni alla Lega: “Volete tornare con Di Maio?”

Il rapporto col M5S e la ciambella sul dialogo sulle riforme lanciata da Giancarlo Giorgetti. Questi i due temi che hanno tenuto banco ieri nel centrodestra. Ora che i voti sulla piattaforma Rousseau hanno deciso la partecipazione al voto in Emilia-Romagna e Calabria, Matteo Salvini ha furbescamente ricominciato a lanciare ami ai pentastellati.

“Gli elettori e gli eletti del M5S che si sentono traditi da Grillo e Di Maio e vogliono continuare la loro battaglia di cambiamento sono i benvenuti”, ha detto il leader della Lega. Che però, in modo sibillino, lascia aperta la porta anche alla possibilità di tornare alleato di Grillo e Di Maio. “Mai con il Pd e mai con i 5 Stelle alleati del Partito democratico”, ha affermato l’ex ministro dell’Interno. Segno che con un M5S senza Pd si può tornare a parlare. Dalle parti di Fratelli d’Italia, però, sentono subito puzza di bruciato e invitano Salvini a fare chiarezza. “Noi non potremmo mai trovarci in una coalizione con Di Maio. Chiedo al mio amico Salvini parole molto chiare…”, dice Giorgia Meloni.

Il leader della Lega, dunque, approfitta del momento di difficoltà dei pentastellati per mandare i suoi messaggi a tutti quelli che, nel movimento, hanno sempre mal digerito l’accordo a sinistra. Bastonando, invece, tutti i favorevoli, a partire dal premier Giuseppe Conte, che ormai è il suo bersaglio preferito. Ieri, per esempio, prima l’ha sfidato a un confronto tv sulla vicenda Mes e poi è andato giù durissimo: “Non vorrei che Conte avesse svenduto la nostra sovranità per tenersi la poltrona. Se così fosse sarebbe alto tradimento, un reato punibile con la galera”.

Nel frattempo, col suo nuovo look in giacca di velluto e dolcevita, il leader leghista manda avanti Giorgetti sulle riforme. E qui la ciambella sembra invece lanciarla al Pd, con cui qualcuno sospetta l’avvio di una trattativa per andare al voto. E qui sono i 5 Stelle a temere un piano ai loro danni. “Siamo di fronte a una crisi di sistema, tutti i partiti accettino di sedersi a un tavolo per fare le riforme”, ha detto il numero due della Lega.

Questa volta, però, Salvini non parla di “strane suggestioni del mio amico Giancarlo”, ma conferma. “Sono disposto a discutere con tutti per dare al Paese un’ottima legge elettorale”, ha sottolineato il leader leghista.

“Se si vota, Salvini vince col 49% e cambia la Carta”

“Se si va a votare, il centrodestra prende il 49%, governa con i 2/3 dei seggi in Parlamento e stravolge la Costituzione”. Cita un sondaggio di Swg un autorevole esponente del Pd per dire che il governo deve andare avanti. Scenari apocalittici, gli stessi di quest’estate. Con un altro dato da tenere presente: l’Europa continua a fare il tifo per questo esecutivo. In una fase caratterizzata dalla debolezza di Angela Merkel e dalle spacconerie di Emmanuel Macron, l’Italia viene vista come una risorsa. Cioè, lo sarebbe, se la fragilità interna del governo non fosse evidente anche Oltralpe.

Il giorno dopo il voto della piattaforma Rousseau sulla presentazione delle liste in Emilia-Romagna, il Nazareno si interroga su che cosa significa quella che viene definita l’“esplosione dei Cinque Stelle” per il futuro del governo. Il fronte del no al voto, rappresentato dai ministri, tende ad abbassare il livello dei conflitti e delle problematiche. Giovedì sera il premier Conte ha portato a cena tutto l’esecutivo all’Arancio d’oro, ristorante a due passi da Palazzo Chigi dove va spesso da solo (e dove riuniva pure i gialloverdi). “Cena tranquilla”; “piacevole”, la raccontano un po’ tutti così i dem presenti. Qualcuno si spinge ad usare l’espressione “divertente”. Le candeline per il compleanno di Lorenzo Guerini (ministro della Difesa) sono la ciliegina sulla torta. “Abbiamo parlato dell’Emilia”, ammettono. Ma per suffragare la tesi dell’amicizia tra alleati che vince su tutto, gira persino qualche video auto-prodotto, con i partecipanti rigorosamente sorridenti. Luigi Di Maio compreso, che però ha una faccia tiratissima, seduto in mezzo a Roberto Gualtieri (Economia) e Enzo Amendola (Affari europei). Un duo che, peraltro, sta cercando di portarlo sulle proprie posizioni rispetto alla questione del Mes (Meccanismo europeo di stabilità). Sarà forse un altro caso, ma fonti del Pd il vertice di maggioranza di ieri mattina lo raccontano come una discussione senza strappi, mentre in realtà c’è stata una contrapposizione tra Gualtieri da una parte e Di Maio e Stefano Fassina (Leu) dall’altra.

Il Pd di governo, capeggiato da Dario Franceschini, il capo delegazione, insomma, punta a gestire la situazione, a cercare di addomesticare lo stesso Di Maio, a rafforzare Conte. E vede il voto in Emilia come uno snodo fondamentale: se Stefano Bonaccini vince, il governo si stabilizza.

Nicola Zingaretti, il segretario, però, non è esattamente d’accordo. Dopo ore di silenzio, ieri si è espresso tramite “nota” ufficiale. “Il processo politico italiano va verso una netta bipolarizzazione. Nel futuro il confronto e la competizione saranno sempre di più tra un campo democratico civico e progressista, di cui il Pd è il principale pilastro, e la nuova destra sovranista”, la premessa. Che contempla il tentativo di convincere M5S ad appoggiare Bonaccini, sperando nell’aiuto di Beppe Grillo, oggi a Roma. “Il travaglio, che rispettiamo, e le difficoltà del Movimento 5 Stelle accentuano una crisi di sistema che va rapidamente affrontata con gli strumenti della democrazia. Anche con una nuova legge elettorale”. Tradotto: l’intenzione è quella di “assorbire” il Movimento, “guidando” la crisi di sistema. Come? Per Zingaretti, va evitata “una legge puramente proporzionale”, ma ne serve una che favorisca “coalizioni di governo” prima delle elezioni, con “un impianto maggioritario”. Per questo, “non va fatta cadere la proposta di Giorgetti di un tavolo di confronto su questi temi”. L’asse Zingaretti-Giorgetti, dunque, dovrebbe servire a fare una legge che permetta a Pd e Lega di essere i due poli principali del quadro politico, facendo fuori Matteo Renzi (che ha bisogno di un proporzionale con soglia di sbarramento non troppo alta) e M5S (che non può puntare a una coalizione propria). Qualche settimana fa Giorgetti aveva fatto arrivare un consiglio al segretario: “Il Pd corra da solo in Emilia e poi vada al voto”. Zingaretti lo seguirà? Nel Pd la strategia converge in questa prima fase: ovvero, cercare di imporre nel governo le proprie posizioni. Dopo l’Emilia, le volontà si dividono, tra chi preferisce andare avanti e chi vuole approfittare subito della crisi M5s andando al voto.