“Va ripensato tutto, anche se avere ancora un capo”

Balla tutto, nel M5S. Ma il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede giura che non è tutto perduto: “Dopo dieci anni di grandi risultati è normale ragionare su nuovi obiettivi, dobbiamo ripensarci a 360 gradi e svolgere gli Stati generali”. Però respinge la richiesta dei dem Zingaretti e Orlando di allearsi contro il “sovranista” Salvini: “Non bisogna mai allearsi per essere contro qualcuno”. E sulla prescrizione avverte: “Se il Pd votasse con Forza Italia e Lega contro la riforma dovrebbe trarne le conseguenze”.

Gli iscritti vi hanno imposto di presentarvi in Emilia Romagna e Calabria. Hanno sconfessato Di Maio e voi big.

Io leggo la votazione per quello che è: gli iscritti hanno deciso che dobbiamo partecipare alle Regionali, e dobbiamo rispettare la loro indicazione.

Lei cosa ha votato?

Avrei preferito che il M5S si fermasse per un momento di riflessione su obiettivi e struttura.

Di Maio e i delegati regionali hanno deciso di correre senza il Pd, ma altri big chiedono di rivotare su questo.

Non conosco abbastanza quelle realtà per esprimermi. Nei prossimi giorni voglio parlare con i nostri rappresentanti su quei territori.

Una vostra lista in Emilia rischia di costare la sconfitta al governatore dem Bonaccini, e di mettere a rischio il governo. Non la preoccupa ?

Questa è una logica da vecchia politica, che parla di se stessa. Non ci si allea contro qualcuno, ma per fare le cose e stare con i cittadini.

Se vince la Lega, arriveranno le Politiche e il trionfo della destra.

Ripeto, ogni volta che si parla di un’alleanza contro il Carroccio o accusano Salvini di essere un fascista gli fanno solo un grande favore. Il capo della Lega è un irresponsabile, e se fosse stato per lui saremmo senza governo mentre sono aperte partite delicatissime come la manovra o il caso dell’Ilva. Se fosse stato per lui ci sarebbe stato l’aumento dell’Iva, con un costo di 540 euro in più a famiglia. Se si lavora bene si va di fatto contro Salvini.

Quindi gli Stati generali del Movimento servono.

Sì, assolutamente. Ma sulla tempistica è opportuno un confronto.

Il capo politico Di Maio è contestatissimo nel M5S, e tanti invocano una segreteria politica. È d’accordo? E Di Maio deve lasciare?

Non siamo un partito, e non dobbiamo puntare a diventarlo. Però è chiaro che dobbiamo ripensare tutto, compreso il fatto se dobbiamo avere o meno un capo. Ma non è un problema di persone, e di certo non lo è Di Maio, con cui ho il privilegio di lavorare e che ha realizzato cose importantissime. Il punto sono gli obiettivi e la struttura.

La maggioranza è lacerata dalla prescrizione. La miccia della fine del governo gialloverde fu un vertice sulla riforma della giustizia. La riunione di martedì sulla giustizia porta a un’altra crisi?

No, a oggi c’è ancora spazio per il dialogo. Certo, se si arrivasse a un punto in cui l’atteggiamento del Pd ripercorresse quello di Salvini, non sarei io a dovermi porre certe domande. Il nodo è che continuiamo a guardarci indietro, discutendo di una riforma già approvata. Ma così si finisce in un vicolo cieco.

Andrea Orlando lo ha detto all’Huffington Post: “Senza accordo sulla riforma del processo penale la prescrizione va rinviata”.

La blocca-prescrizione non può essere rinviata, è una conquista di civiltà. E la verità è che siamo d’accordo praticamente su quasi tutta la riforma, anche stando ai contributi scritti che ho ricevuto dai partiti.

Martedì il Pd e Italia Viva le hanno ricordato che alla Camera c’è una pdl del forzista Costa che abroga la sua riforma, e alcuni della maggioranza potrebbero votarla. Se accadesse, sarebbe crisi di governo?

La questione mi è stata posta. E ho risposto che se intendono farlo, si assumeranno le loro responsabilità, innanzitutto nei confronti dei cittadini. Non vorrei essere nei loro panni qualora dovessero spiegare ai loro elettori di aver votato con Lega e Fi contro la prescrizione.

Perché la prescrizione è intoccabile? Il rischio di un processo infinito esiste.

No, e ricordo che da nessuna parte funziona come in Italia. Voglio discutere della riforma penale che accorcerà i tempi processuali, ma è il Pd a voler parlare solo di prescrizione. I primi effetti della riforma non si avranno prima del 2023, e prima avremo tutto il tempo di utilizzare i fondi per migliorare il comparto della giustizia.

Ha proposte con cui rilanciare al tavolo? Al Fatto, il dem Bazoli ha giudicato quelle da lei fatte martedì “insufficienti”.

Prendo atto che questa risposta l’hanno data prima ai giornali e poi a me. Detto questo, loro mi chiedevano di tutelare gli assolti in primo grado, e io ho proposto una corsia preferenziale per loro in appello. Mi hanno risposto che non va bene. E mi chiedo perché.

La prescrizione resterà davvero?

Sì, dopo la sentenza di primo grado deve arrivare una risposta di giustizia. L’ho promesso a tante famiglie che lottano perché altre persone non subiscano quanto hanno subito loro la stessa beffa. Ci penso ogni mattina.

Alla fine vota solo un iscritto su cinque. La base snobba il quesito di Rousseau

Poco più di 27 mila voti su un totale di 125 mila aventi diritto, con una affluenza sotto al 22 per cento. Non è solo il risultato della consultazione di due giorni fa su Rousseau a fare notizia, ma anche la bassa percentuale di votanti, forse condizionati dallo scarso preavviso (un solo giorno) e dalla connotazione locale del quesito sulle Regionali. Fatto sta che in tutte le ultime consultazioni si erano espressi molti più iscritti.

A fine settembre, in 35.036 avevano deciso sul patto civico in Umbria tra 5 Stelle e Pd. Poche settimane prima, c’era stato il record per Rousseau: 79.634 voti sull’accordo di governo coi dem, molti più dei 44.796 che a maggio del 2018 si erano espressi sul contratto con la Lega.

Diverso il caso sul pacchetto di modifiche all’organizzazione dei 5 Stelle approvata quest’estate. Il mandato zero raccolse 25.455 voti, l’utilizzo dei “facilitatori” a livello regionale altri 24.364 e la possibilità di allearsi con liste civiche 24.373. In tutto, le novità proposte quel giorno raccolsero comunque più di 123 mila clic, anche se risulta praticamente impossibile stabilire quanti utenti singoli avessero votato.

Certo è che tutte le altre votazioni dell’ultimo anno su Rousseau avevano avuto affluenza più alta rispetto a quella su Emilia Romagna e Calabria: per decidere sul caso Diciotti e l’immunità a Matteo Salvini (febbraio 2019) votarono in 52.417, sulla riconferma di Di Maio come leader dopo la disfatta delle europee (maggio 2019) ci furono 56.127 preferenze. Nel 2017, il passaggio al gruppo dell’Alde all’Europarlamento ebbe 40.654 clic, l’investitura di Di Maio come candidato premier alle imminenti elezioni del 2018 fu votata da 37.442 iscritti.

Persino nel lontano 2014, quando ancora Rousseau non esisteva e per le votazioni c’era il Blog di Grillo, la consultazione sul superamento del reato di clandestinità raccolse dati simili a due giorni fa (24.932 voti) e quella sulle consultazioni con Renzi vide partecipare ben 41.240 iscritti.

Ora il “rinvio” fa paura Di Maio prova a blindarsi

Il Movimento a pezzi e si è sparso in trincee. In una c’è il capo che vuole sopravvivere a se stesso, quel Luigi Di Maio che giovedì sera, appena preso lo schiaffone su Rousseau, l’ha buttata lì: “Gli iscritti hanno stabilito che gli Stati generali non sono urgenti”. Dall’altra i big del cosiddetto caminetto, sconfitti proprio come lui dal voto sulla piattaforma web ma comunque uniti dal ricordargli che no, quella specie di congresso va fatto, eccome, e allora ecco le sillabe pesanti di Roberto Fico e perfino di un dimaiano doc, Riccardo Fraccaro: “Ora il Movimento deve ricostruire un nuovo percorso, dobbiamo farli gli Stati generali”.

In mezzo al fuoco il fondatore che tutti invocavano, Beppe Grillo, calato ieri a Roma con l’aria del marziano di cui scrisse Flaiano, e con cui Di Maio dovrebbe vedersi questa mattina nella Capitale. Tornerà appositamente dalla Sicilia, il capo politico, che ieri pomeriggio ha aggiunto altri eventi nel suo già impegnativo fine settimana nell’isola. E chissà quanto parlerà dritto con il Grillo che ieri ha fatto visita all’ambasciatore cinese con la moglie, e che dovrebbe restare fino a lunedì. L’ultimo rifugio del Movimento, da settimane strattonato da più parti. Perché tanti, tantissimi gli chiedono di deporre Di Maio o almeno di imporgli una segreteria politica. Ma il Garante non ha affatto le idee chiare, raccontano. E nell’attesa di capire se e cosa fare, davanti al suo albergo Grillo morde il nemico che va sempre mordere, i cronisti: “Il Movimento si è biodegradato? Ormai siete voi i comici”. Questo è se vi pare il M5S, per la preoccupazione anche di Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio che non può dirlo più forte di così: “Il M5S è in una fase di transizione, dobbiamo dargli il tempo di completarla”. In questi giorni gli hanno telefonato diversi maggiorenti grillini, e a tutti ha predicato calma: “Pensate a lavorare”. Ma è complicato nel saloon del Movimento, nel quale big come Roberta Lombardi o l’eurodeputato Fabio Massimo Castaldo chiedono perfino un nuovo voto sul web per decidere se andare o meno con il Pd, Ma nel frattempo il capo politico incontra i delegati del Movimento emiliano e calabrese e fissa i paletti: “In Emilia e in Calabria correremo da soli”. E i 5Stelle che le chiedono l’alleanza con i dem? “Vedo tanta paura per gli effetti sul governo in chi sta parlando di sostenere Bonaccini in Emilia Romagna” ringhia il ministro degli Esteri.

Lui non rallenta, accelera: “Col voto su Rousseau il M5S ci ha detto che a Roma c’è il governo, ma sul territorio c’è il Movimento: e non possiamo asservirlo alle logiche del governo”. Ed è uno sberleffo anche ai dem Zingaretti e Orlando, che continuano a invocare una coalizione. Ma il segretario del Pd tra le righe evoca di nuovo le urne anticipate: “C’è una crisi di sistema che va rapidamente affrontata con gli strumenti della democrazia”. Però a Di Maio non interessa, “anzi a lui potrebbe fare gioco, Luigi alle urne anticipate pensa davvero per liberarsi di noi” accusa una fonte di governo in una sera da lunghi sospetti. Ad alimentarli, anche la pioggia di post e comunicati contro Di Maio. “Il ruolo del capo politico ha fallito” sibila Roberta Lombardi. “Il voto di ieri su Rousseau dimostra che l’uomo solo al comando scoppia” picchia Nicola Morra. E poi c’è il senatore romano Emanuele Dessì, accorato: “Luigi ora basta, stiamo fallendo”. Ma adesso la partita è soprattutto quella a cui accenna Lombardi, congelare o cancellare il ruolo del capo politico, che Di Maio si dette per Statuto nel dicembre 2017, in accordo con Grillo e (soprattutto) con Davide Casaleggio.

Gli Stati generali nella logica di tanti veterani servono soprattutto a quello, a sbianchettare il potere del presunto autocrate. Ma Di Maio, che ha annunciato l’evento per marzo, ora frena o palesa di farlo. Così almeno sospettano nel caminetto, e non solo. Ed è per questo che il presidente della Camera, Roberto Fico ci mette la gamba: “Urge un momento di riflessione importante su organizzazione, temi, identità e posizionamento generale nel futuro di questo Movimento. Dobbiamo farlo, è urgente, non si può rimandare”. E da Parigi si fa sentire anche un moderatissimo come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Fraccaro: “Dobbiamo fare anche noi questi Stati generali”. Non si può aspettare, perché la casa brucia. E non solo in Emilia.

 

L’ultimo treno

La foto di gruppo dei ministri giallorosa sorridenti e ridanciani a cena col premier Conte suscita, spontanea, una domanda: ma che avranno mai da ridere? Il governo è appeso a un filo: minacciato dalle Regionali in Emilia Romagna e Calabria; esposto al rischio di una qualunque buccia di banana, per via di una maggioranza rissosa e allo sbando; alle prese con una serie impressionante di crisi industriali (da Ilva ad Alitalia alle autostrade) e altri guai mostruosi non certo causati dal Conte 2, ma comunque da risolvere. Il centrodestra continua ad avanzare nei sondaggi, fino al 50% che – con quest’orrenda legge elettorale – regalerebbe a Salvini&C. ben più dei pieni poteri: cioè i due terzi dei seggi parlamentari, quanto basta non solo per eleggersi il presidente della Repubblica a propria immagine e somiglianza, ma anche per cambiare la Costituzione a proprio uso e consumo senza neppure il disturbo di consultare i cittadini nel referendum. E i giallo-rosa che fanno? Presentano 1700 emendamenti contro la propria legge di Bilancio, la migliore possibile nelle condizioni date. Litigano sulla blocca-prescrizione e sulla guerra agli evasori, due conquiste di civiltà ed equità che gli italiani onesti attendono da 25 anni.

Renzi si fa gli affaracci suoi (ieri, tanto per cambiare, era a Riad). Il Pd parla di “anima”, elezioni anticipate, Ius soli, abrogazione dei dl Sicurezza e altri metodi infallibili di suicidio. Il M5S organizza la propria eutanasia rinviando alle calende greche la riorganizzazione interna e gli Stati generali sul programma; mettendo ai voti, anziché metterci la faccia, la scelta politica di astenersi dalle Regionali in attesa di rialzarsi in piedi; e ora dilaniandosi pro o contro l’alleanza col Pd nelle regioni al voto. Tutti picconano il governo di cui fanno parte, che fra l’altro – l’ha detto in tutte le salse Mattarella – è l’ultimo della legislatura, anziché difenderlo, nutrirlo e tenerlo stretto. Poi vanno a cena e ridono a crepapelle, come i crocieristi che ballano e gozzovigliano sul Titanic lanciato a velocità supersonica verso l’iceberg. Fortuna che la vituperata società civile riesce ancora a produrre gli anticorpi per riempire il vuoto mentale e politico dei partiti. Mentre Salvini batte palmo a palmo l’Emilia e la Calabria per farne l’antipasto dell’ Italia, i cittadini si rimboccano le maniche, rubando tempo al lavoro e soldi al salvadanaio, e lo accolgono con le piazze piene. Più delle sue. Per dare una svegliata ai giallo-rosa, ove mai da quelle parti ci fosse vita. E per mostrare visivamente l’altra Italia. Un’Italia che se ne frega delle alchimie, delle bandierine e dei distinguo giallo-rosa.

E chiede unità contro il pericolo comune. Non un’unità fittizia, da photo opportunity. Ma su pochi valori che è persino inutile elencare, tanto sono evidenti: giustizia sociale, ambiente, legalità, equità, trasparenza, lavoro. Impossibile sbagliare: basta sentir parlare Salvini&C. e fare l’opposto. I 5Stelle e il Pd si interrogano ogni giorno sui nuovi programmi, obiettivi, piattaforme, costituenti, tavoli da varare. Come se ci volesse un pool di scienziati. E non si accorgono di avere già tutto nei rispettivi Dna. Basta smetterla di tradirli, ma realizzarli con coerenza e radicalità. Partendo dalla realtà. L’Emilia Romagna ha un’amministrazione funzionante: non è l’Umbria delle retate in giunta e della crisi industriale. Però ha enormi deficit trasportistici, ambientali, in parte sanitari. Siccome le Regionali del 26 gennaio saranno un ballottaggio fra Bonaccini e Salvini (che la Borgonzoni, molto saggiamente, manco la fa parlare), non c’è spazio per una terza opzione. I 5Stelle avrebbero dovuto astenersi, ma gli iscritti han deciso diversamente. Bene: partecipino. Ma, prima di decidere di correre da soli (verso il baratro), provino almeno a sottoporre al governatore Pd una serie di punti che invertano la rotta sull’ambiente, i trasporti, le infrastrutture e la sanità. E lo sfidi a sposarlo e ad affidarlo a gente indicata da loro. Se accetterà, avranno il merito di aver cambiato indirizzo alla regione ed evitato la spallata salviniana; se rifiuterà e perderà, se la sarà cercata, ma il M5S potrà dire di avercela messa tutta. In Calabria, e subito dopo in Campania, il Pd non ha candidati: i suoi governatori Oliverio e De Luca sono impresentabili persino per i dem, ma sono anche macchine da voti difficili da scaricare senza una spinta esterna. I 5Stelle possono trasformare i loro guai in opportunità, cogliendo l’occasione storica di cambiare le classi dirigenti del Sud. Cioè proponendo al Pd uomini nuovi e puliti, magari scelti fra i giovani che organizzano le piazze, affiancati da professionisti seri finora (non a caso) respinti dalla politica. Così, in Calabria e poi in Campania, i cittadini potrebbero trovarsi a scegliere per la prima volta fra due opzioni radicalmente diverse: da una parte i soliti dinosauri malavitosi passati dalla Dc a B. a Salvini; dall’altra facce nuove e pulite, sostenute da M5S, centrosinistra e movimenti (dai Balconi alle Sardine). Magari rivincerebbero i primi, chissà. Ma oggi in Calabria, con la lista Pd in concorrenza con la lista M5S e con la lista Oliverio, la vittoria delle destre è già certa. Tanto vale provare qualcosa di nuovo e unitario. E lì come in Emilia, la prima mossa spetta ai 5Stelle. Dopo il voto su Rousseau, correre a vuoto vagheggiando “terze vie” in attesa degli Stati generali di marzo ha poco senso. Il tempo stringe e richiede reazioni immediate: le liste vanno presentate entro 50 giorni e non si decidono a Roma nelle segrete stanze. Grillo ha la verve, la fantasia, l’energia e il seguito per organizzare due assemblee aperte a Bologna e Reggio Calabria coi grillini locali e le forze civiche emergenti. Se parte subito con Di Maio, Dibba, Fico e gli altri big, fa ancora in tempo a prendere l’ultimo treno.

Capi ultrà, spettri e ombre decapitate: tre storie milanesi per Norberto Melis

Norberto Melis e il calcio, a proposito della vittoria più bella della nazionale italica, in un’altra epoca oramai. L’Ottantadue del secolo scorso.

Seguiamo il commissario creato da Hans Tuzzi, tra gli investigatori che amiamo di più nelle foreste gialle delle librerie: “Difficile non accorgersene, la notte dell’11 luglio: non bastavano caldo e umidità a non farti dormire, intorno a largo la Foppa si sono scatenati i caroselli. E poi, il giorno dopo, tutti i giornali a macinare sulla notte più bella, l’Italia campione, l’eterna sfida con la Germania, Pertini che esulta, l’urlo di Tardelli… La notte dell’omicidio, giusto?”.

Diavolo d’un Tuzzi, alias Adriano Bon, che coltiva con genio ossessivo il suo understatement aristocratico. Elitario giocoforza, a causa della volgarità di massa dell’Italia. Dunque un omicidio nella festante notte dei mondiali dell’Ottantadue. È stato ucciso un capo ultrà rossonero, in affari col nemico interista per spacciare droga. Solita storia. Melis segue varie piste, compresa quella che vede la mano nera e calabrese della ’ndrangheta su Milano. Ma l’epilogo è spiazzante, acme tragica di una storia dolorosa e nascosta. Il sangue dell’innocente è uno dei tre titoli dei romanzi brevi e racconti dell’ultimo Tuzzi: La notte di là dai vetri. Il secondo è Un gatto alla finestra che risale al 2012: stavolta il commissario indaga per hobby e tigna (in mezzo c’è l’inquietudine provocata da un’intuizione ancora senza forma) nella periferia di Lambrate. È il 1984 e tutto origina da due bimbe scomparse e poi ritrovate che riferiscono di aver visto le “ombre” di una decapitazione, dietro una finestra. Indi, gran finale con una storia di fantasmi. Ma fino a un certo punto.

 

La notte, di là dai vetri Hans Tuzzi Pagine: 179 Prezzo: 14,50 Editore: Bollati Boringhieri

Buonanotte ai bambini (e ai genitori più svegli)

Ci sono libri per bambini e libri per genitori. Libri che piacciono ai più piccoli e annoiano i più grandi. Generalmente. E – quel che è peggio – talvolta anche i grandi fanno fatica a leggere per i piccoli senza addormentarsi. Soprattutto se si tratta di favole della buonanotte, il cui titolo, come in questo caso è proprio Ninnananna anche per te, praticamente una giustificazione a crollare alla prima pagina. Ma non è così. Perché, in questo caso, l’editore ha pensato a tenere sveglia non solo l’attenzione, ma anche la creatività del lettore adulto, grazie ai “suggerimenti” a fondo pagina. Un rosso asterisco, infatti, dà dei consigli di lettura tipo: “Sbadiglia, sbadiglia”, oppure, “fai russare il telefonino e russa anche tu”, o anche “cerca l’interruttore del lampadario, è nel pancino del tuo bambino? È sul nasino? Clic, clic”. È così che si leggono i “libri per due” della collana curata da Davide Tamagnini e illustrata da Maria Cristina Costa: mettendo alla prova ed esercitando insieme le capacità di ascolto e di lettura (animata). Una sfida che appassiona, una coccola prima di andare a dormire sotto forma di libro, un modo per condividere la crescita parallela di bimbo e adulto. Si può scegliere tra tante storie in base all’area di interesse dell’ascoltatore, con il quale alla fine si finirà per scambiarsi i ruoli.

Ninnananna anche per teTesti di Augusto Macchetto Illustrazioni di M. C. Costa  Editore Fabbri Editori

Dalla app di dating all’incubo dell’Isis: la resistenza eroica della giovane Islam

Islam Mitat finisce prigioniera dello Stato Islamico e dei suoi carnefici attraverso il più improbabile dei canali: una app di dating. Se gli occidentali consolano le loro solitudini con Tinder, nel mondo musulmano pare sia popolare Muslima.com. Non offre incontri occasionali, ma mette in contatto potenziali spose con aspiranti mariti. Per Islam è uno dei pochi strumenti che ha a disposizione nella città di Oujda, in Marocco, per sfuggire a un destino già segnato, uguale a quello di tutte le generazioni precedenti. Sposare il figlio di qualche famiglia di amici dei genitori, rimanere subito incinta, invecchiare in fretta. Muslima.com le offre l’alternativa: un fidanzato a Londra, il sogno di un’indipendenza impossibile in Marocco. Non andrà così. Invece che a occuparsi di fashion design in Inghilterra, Islam dovrà indossare prima il velo e poi l’umiliante burqa afghano e seguire il marito in strani viaggi che sono tappe di avvicinamento al Califfato, in Siria.

Il limite di queste storie è che noi, occidentali ricchi e spaventati, non riusciamo neppure a immaginarle. Testimonianze video in tv, magari in arabo e sottotitolate, restano fredde e distanti. Il fumetto riempie questo vuoto di comunicazione. Benedetta Argentieri e Sara Gironi Carnevale costruiscono un graphic novel molto lineare nella struttura, che non vuole evocare ma raccontare, che permette di entrare nella storia e – con qualche trucco grafico (i miliziani dell’Isis hanno facce da lupi) – offre un codice visivo per l’empatia. Il disegno ricorda quello che ormai è uno standard quando si parla di Medio Oriente (modello Persepolis di Marjane Satrapi), ma nell’insieme Io non sono Islam è un’opera potente, di divulgazione e anche di un femminismo non scontato, che lascia un senso di speranza.

 

Io non sono Islam Benedetta Argentieri, Sara Gironi Carnevale Pagine: 144 Prezzo: 18 Editore: Salani 

Immaginare i sentimenti con Marongiu

Il nome di Anna Marongiu rischia purtroppo di dire molto poco al lettore, anche se inserito nella perentoria quanto iperbolica frase “Bisogna lasciare ogni cosa si stia facendo, prendere l’auto, la nave o il primo aereo per Nuoro e trascorrere un pomeriggio a commuoversi alla mostra che il Man dedica a questa artista dimenticata”. Sebbene rispetto alle immagini giunteci poco dica di lei la sua parabola biografica – sventuratamente interrotta nel 1941 a soli 34 anni per un incidente aereo –, occorre versare a Marongiu l’obolo di una presentazione: Anna nasce a Cagliari nel 1907, l’anno in cui la sua conterranea Grazia Deledda – che nel ’27 avrebbe poi vinto il Premio Nobel per la Letteratura – pubblica Amori moderni e L’ombra del passato. Già a 19 anni realizza le tavole per I promessi sposi, perché questo sogna di fare: l’illustratrice. Si trasferisce quindi a Roma dove frequenta l’Accademia Britannica e lo studio del pittore Umberto Coromaldi. A Roma prima, e tornata in Sardegna poi – esponendo in Europa e in America Latina –, Marongiu si afferma come artista.

Non è un caso prima si sia scritto “commuovere”. Osservando le tele esposte all’interno della monografica curata nel capoluogo sardo da Luigi Fassi (visitabile fino all’1 marzo), colpisce subito la straordinaria capacità di Marongiu di raccontare, o meglio, di immaginare i sentimenti. Si potrebbe anche non conoscere la trama dell’opera di Manzoni per leggere l’ingiustizia nei colori e i volti scuri dei bravi, la pietas e la fiducia nella Provvidenza nella posa raccolta e china di Lucia, l’ambiguità nella figura allungata della Monaca di Monza e il coraggio nel colore rosso e l’espressione fiera di Renzo. Cambiando sala, Marongiu cambia tono con le illustrazioni per Il circolo Pickwick (prezioso prestito dal Charles Dicken Museum) più dinamiche e psicologiche: l’umanità e le rocambolesche avventure che Samuel Pickwick e i suoi amici incrociano nell’Inghilterra del primo Ottocento sono restituite da Marongiu con un tratto ora di nostalgico e ricco barocco ora di spiccato e stilizzato modernismo. Degna di nota è anche la cultura storico-filologica dei disegni: Sir Pickwik, per esempio, indossa il frac-redingote come vuole la moda ottocentesca e il pantalone lungo attillato con i bottoni di lato per montare a cavallo; mentre Don Rodrigo è agghindato con il tipico giustacuore seicentesco, le rhingrave (brache corte e larghe) e le calze bianche di nanchino. Se l’Inghilterra celebra Beatrix Potter, l’America Wanda Gág e la Francia Élisabeth Sonrel, noi festeggiamo Anna Marongiu!

Anna Marongiu – Museo Man di Nuoro 8 novembre–1 marzo 2020

L’amara “Confidenza” dell’ultimo Starnone

“L’amore come l’ho conosciuto io è una lava di vita grezza che brucia vita fine, un’eruzione che cancella la comprensione e la pietà, la ragione e le ragioni, la geografia e la storia, la salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, l’eccezione e la regola. Resta solo una smania che torce e distorce, un’ossessione senza rimedio”. Ossessione che per Pietro, originario di Napoli, primo figlio di sei, padre elettricista e madre casalinga, a 26 anni prof di lettere in un liceo della periferia romana, ha il volto di Teresa, sua alunna di ribelle vivacità mentale.

La loro relazione si apre quando lei, ormai universitaria, lo cerca e finalmente lo ha, “tra esigenze mai davvero soddisfatte di reciproco assoluto possesso e tensioni che finivano in insulti, pianti e morsi”, innescando in Pietro un rompicapo esistenziale: chi sono, quanto valgo, chi voglio essere per chi mi guarda? Dura tre anni e finisce (non finirà davvero mai) poco dopo aver stipulato un patto di fiducia: i due, su idea di Teresa, si scambiano un segreto di quelli che “se si sapesse ti distruggerebbe”. È così che Teresa diviene per Pietro nostalgia ma soprattutto spavento, minaccia che al mondo esiste qualcuno che, se decide, può farti male pur volendoti bene, decostruendo l’immagine che ti sei costruito da dietro le quinte o entrando in scena a sorpresa. Come quando spunta in sella alla sua Vespa e lo porta a fare un giro a poche ore dalle nozze con Nadia, la donna inizialmente rassicurante ed equilibrata che quando cade professionalmente, mentre lui si afferma come autore di saggi, incarna la rottura di un fasullo ideale di perfezione. Mentre Nadia continua a esserci per dire a Pietro, spesso col rasoio del silenzio, che è padre e marito assente e che se ha concluso qualcosa non è per merito, ma perché lei gli ha accordato la libertà di farlo (tradotto: se no con tre figli te lo saresti sognato), Teresa, l’alunna che diventa scienziata di fama negli Usa, bussa alla sua coscienza, pure al termine di una lunga vita, per ricordargli che la sua ossessione per la perfezione – “non tolleravo niente che mi mettesse di fronte al fatto che non ero capace di essere perfetto” – è il cancro che lo consuma da sempre.

Che Domenico Starnone, annosa e morbosa questio, sia Elena Ferrante, che lo sia la moglie, la scrittrice e traduttrice Anita Raja o lo siano a quattro mani, è irrilevante, è gossip, perché a restare di un’opera è la carica umana. Qui ce n’è tanta e attinge alla sensibilità, a sprazzi autobiografica, di un uomo che, a 73 anni, di domande se n’è certo poste molte. La Confidenza che dà il titolo al suo nuovo romanzo (acquistato a Francoforte da 13 Paesi e continuum con la sua produzione narrativa, basti pensare a Scherzetto e Lacci) è quella che dovremmo avere con noi stessi, e che spesso ci manca, impedendoci di autodeterminarci, ma è anche quella che Starnone crea coi lettori via temi ricorrenti: sogni e ambizioni infranti, il passato che divora il presente e lo modella, famiglia e scuola come scacchiere le cui pedine sono sentimenti e ideali, il rimorso, il rimpianto, l’innamoramento che è richiesta a un terzo di essere testimone o giudice della nostra, imperfetta, esistenza.

 

 

Gigi Proietti è Babbo Natale (e Giallini un povero ladro)

Aotto anni dalla commedia di Matteo Cerami Tutti al mare, Marco Giallini e Gigi Proietti reciteranno insieme a gennaio in Io sono Babbo Natale, un film brillante diretto a Roma da Edoardo Falcone (già regista per Giallini in Se Dio Vuole) per Lucky Red e Rai Cinema che lo producono con 3 Marys. Si tratta di un family basato sull’amicizia, la generosità e l’importanza degli affetti che parte delle vicende di Ettore (Giallini), un ex galeotto romano dalla vita turbolenta e sgangherata. Ha scontato cinque anni per una rapina commessa con dei complici di cui non ha mai rivelato i nomi ed è reduce dalla fine di una relazione con una donna da cui ha avuto una figlia che non ha mai potuto conoscere. In assenza di alternative continua a fare il rapinatore e un giorno si ritrova a frugare nella casa di Nicola (Proietti), un amabile signore che non ha niente di valore che si possa rubare. In compenso però ha una bizzarra rivelazione da fare al ladro: gli dichiara infatti di essere Babbo Natale. Ettore è decisamente scettico ma…

Antonio Capuano gira a Torre del Greco Il buco in testa in cui dirige per la terza volta Teresa Saponangelo (dopo Pianese Nunzio e Polvere di Napoli), questa volta affiancata dall’attore campano Pietro Juliano. Il 79enne eclettico regista napoletano ha ideato un copione ispirato alla vera storia di Antonia Custra, figlia di un brigadiere di San Giorgio a Cremano ucciso a Milano nel 1977 dal terrorista Mario Ferrandi durante uno scontro di piazza. A distanza di molti anni la donna ha voluto incontrare l’omicida del padre che aveva finito di scontare la sua pena: il film è il resoconto di quell’incontro, ma anche la ricostruzione della vita di una ragazza nata due mesi dopo la morte del padre segnata inesorabilmente da quell’evento tragico.