I Democratici hanno tre problemi: l’estenuante fase preliminare delle primarie non sta producendo un chiaro sfidante di Donald Trump nel 2020, la procedura di impeachment non fa veri passi in avanti e l’economia regge. In queste condizioni, Trump potrebbe tornare a vincere le elezioni fra meno di un anno. L’attesa per il dibattito di mercoledì sera era alta: dopo i primi confronti dedicati quasi per intero alle questioni economiche e ai piani di riforma del sistema sanitario, il confronto di Atlanta era l’occasione per colpi bassi su questioni razziali, immigrazione, sicurezza, politica interna ai democratici. La Georgia era il posto giusto per capire se qualcuno degli aspiranti inquilini della Casa Bianca è in grado di ricostruire la “Obama coalition”: bianchi ricchi, neri delusi, latinos in cerca di nuovi referenti, sindacati, chiese progressiste. Ma qualcosa non sta funzionando.
Nei sondaggi nazionali, Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, continua a essere il candidato democratico in testa, con il 30,7 per cento. Ma soltanto perché ancora pochi elettori democratici stanno seguendo i dibattiti tv. A 77 anni, Biden ha lo sguardo fisso, non riesce a finire le frasi e quando ci prova combina disastri. L’altra sera, per sottolineare di essere il nome giusto per la comunità afroamericana che cerca referenti post-Obama, ha detto di aver ottenuto l’appoggio “dell’unica donna nera mai eletta al Senato”, Carol Moseley Braun. Peccato che sul palco, accanto a lui, ci fosse un’altra donna nera, eletta al Senato: Kamala Harris. Quando poi ha parlato del movimento #MeToo che denuncia gli abusi sulle donne, Biden è riuscito a scegliere i termini meno felici: “Dobbiamo prendere a pugni, a pugni, a pugni la violenza domestica”.
Gli altri due componenti del gruppo di testa nei sondaggi, Elizabeth Warren e Bernie Sanders, non hanno ancora iniziato ad attaccare Biden. Temono di sembrare complici di Trump che alla Casa Bianca ha mobilitato la diplomazia per indagare sugli affari opachi dei figli del vecchio Joe. La Warren ripete sempre che lei “ha un piano” su sanità, tasse per i ricchi, debiti degli studenti. Per non sembrare una professoressa radicale di Harvard, qual è, ha ormai collaudato un format: verso la fine del dibattito, la sua voce si incrina per l’emozione mentre parla dei drammi della classe media. Bernie Sanders fa leva sulla sua immagine di indistruttibile coscienza morale di un partito che non è il suo (è un indipendente), ripete che il sistema è corrotto (e ha validi argomenti) e non si schioda dal suo 16,7 per cento nei sondaggi nazionali, appena sotto il 18 della Warren. Un consenso impressionante per un candidato che neppure i suoi sostenitori considerano eleggibile.
A rompere lo stallo ci sta provando Pete Buttigieg, sindaco della cittadina di South Bend nell’Indiana, uno che nella vita ha preso meno di 11mila voti, ma che nei sondaggi dell’Iowa è primo con il 23,5 per cento, davanti alla Warren (17,8). L’Iowa è il primo Stato nel percorso delle primarie. Buttigieg sta costruendo la sua narrativa di Obama bianco, gay, cristiano, nuovo ma esperto, formatosi ad Harvard ma in contatto col popolo, promette tutto e il suo contrario (tagliare i sussidi all’agricoltura ma anche aumentarli). Sta coltivando la sua ascesa proponendosi come alternativa allo stallo, un Biden giovane, che piace al mondo del business spaventato dalla Warren.
Il sintomodella difficoltà dei Democratici, ma anche un potenziale inespresso – oltre alla conferma della candidatura dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg – è che i candidati minori continuano a resistere, alcuni sono usciti bene dal dibattito di mercoledi, come Cory Booker, senatore del New Jersey, nero dagli occhi azzurri, che sulle questioni razziali è il solo a suonare autentico. O Amy Klobuchar, senatrice tosta del Minnesota, una Warren centrista, non pop ma presidenziale. Persino il miliardario Tom Steyer ha avuto i suoi buoni momenti: le sue priorità sono il clima e il limite ai due mandati sul modello dei Cinque Stelle, “perché ci vogliono facce nuove”. L’unico mistero è Tulsi Gabbard: ex soldato, deputato delle Hawaii, accusata da Hillary Clinton di essere un’agente russa. Gabbard considera la sua priorità, se eletta alla Casa Bianca, smantellare il potere “dell’establishment della politica estera” di Washington, smettere la pretesa di rovesciare i dittatori ed esportare democrazia. Non andrà lontano, ma la sua azione di disturbo di certo non dispiace a Mosca.