“Scatola nera”, la prima comedy crime italiana. Ma senza crime

Otto teatranti si rifugiano in un casale di campagna per preparare uno spettacolo. Hanno una settimana di tempo prima di andare in scena: sette giorni per imparare a stare insieme, sul palco e fuori. Alcuni di loro si conoscono già. Il capocomico Tobia, Monica la regista che sarebbe anche la sua fidanzata, l’umorale Antonio e Marta che crede di essere perseguitata dai fan: avevano una compagnia dieci anni fa, che si è sciolta quando Tobia ha deciso di andarsene. E poi ci sono gli altri, i nuovi. Luca che vive con lo smartphone in mano, Enzo che si porta appresso il suo coniglio Gianni, Chiara la ballerina figlia di papà e Valentina l’aiuto regista.

Ecco gli otto protagonisti di Scatola nera, la nuova serie tv italiana prodotta da Zen Europe che sarà disponibile su Amazon Prime Video da lunedì (la regia è di Elia Castangia, che ha scritto la sceneggiatura insieme ad Alessandro Betti e Roberto Bosatra). Ciascuno degli otto episodi da 30 minuti si concentra su uno dei personaggi, la sua storia e i segreti che si è portato dentro il casale. Il presente si sovrappone al passato, le immagini della messinscena si alternano a quelle delle prove. E il mix funziona: i caratteri si incastrano bene, i momenti comici si amalgamano con quelli surreali, le puntate scorrono veloci.

C’è solo un problema. Nonostante la clausura nel casale contribuisca a creare un’atmosfera tipo Dieci piccoli indiani, in questa serie presentata come la prima comedy crime italiana manca proprio il crime. Certo: c’è la curiosità di scoprire cos’è accaduto davvero dieci anni prima e che fine ha fatto Grazia, la mamma di Valentina che una volta recitava con gli altri… Ma nei primi episodi il senso di mistero è restituito solo dalle musiche mentre i fatti raccontati di misterioso hanno ben poco. È solo alla fine che il puzzle si completa e tutto acquista significato (anche se il finale aperto suggerisce il progetto di una seconda stagione). Scatola nera insomma è una serie tv attuale, ambiziosa ma non perfetta. E pur nell’imperfezione testimonia i passi avanti che la serialità italiana ha compiuto negli ultimi anni.

 

Ritorna Popolizio e fa subito “Furore”

Massimo Popolizio fa Furore: da non perdere. Tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck e adattato da Emanuele Trevi, Furore è l’ultimo, felicissimo progetto firmato dal regista e attore: più che uno spettacolo, un reading-concerto per voce sola accompagnata dal vivo dalle musiche di Giovanni Lo Cascio. Pur in sé compiuto, il monologo è una “prima tappa di un lavoro più articolato”, che porta in scena anche le foto d’epoca di Dorothea Lange e Walker Evans, provenienti dall’americana Library of Congress.

Scritto nel 1939 – riaffabulando materiali di un reportage giornalistico del 1936 –, Furore (The Grapes of Wrath, I grappoli d’ira, nel titolo originale) diventò subito un bestseller ed è annoverato tra i romanzi iconici della Grande depressione: protagonista è la famiglia Joad, costretta come molte a fuggire dall’Oklahoma in California a causa di una crisi agricola, climatica ed economica. L’esodo coinvolse centinaia di migliaia di persone: una migrazione di massa verso l’Ovest luccicante, il sogno di un Eldorado in cui “c’è lavoro e non fa mai freddo”, salvo poi essere accolti dalla puzza di morte della frutta lasciata marcire, o bruciare, pur di non sfamare i nuovi arrivati.

L’interessante operazione drammaturgica epura dalla trama proprio la famiglia Joad, preferendo alla fiction il reportage: tolta la finzione, scompaiono anche i personaggi (l’unica a sopravvivere è Rose, che regala un finale straordinario per poesia e struggimento) e la storia si fa rarefatta, corale, procedendo per quadri evocativi, pennellate decise, dalla Polvere alla Tartaruga, dalla Route 66 all’Odio, dall’Incendio al Furore, perché alla fine la fame confina con la rabbia. Si prendono la scena i migranti, il clima impazzito, le banche strozzine, i trattori-ruspe che radono al suolo le tendopoli dei disperati, le guerre tra poveri: “Dov’è che state andando? Qui non c’è abbastanza posto per tutti”.

Questo Furore strizza l’occhio alle cronache di giornata, o forse è il contrario, ma indubbiamente Popolizio oggi è l’unico in teatro ad avere il polso della contemporaneità. Quanto al contorno, è in qualche caso eccessivo: le foto e i video sono esteticamente impeccabili, però ridondanti, come pure le musiche, quasi che il regista non si fidi del se stesso attore e della sola forza delle parole. Eppure è da queste che sboccia una timida speranza: dal “piacere dalle storie” che si scambiano due derelitti accampati chissà dove, parole che creano comunità, che fanno festa, che proiettano futuro e sogni e rivoluzione. Proprio di parole è, infatti, a corto il male: la banca-mostro senza volto, cui è impossibile sparare; la natura sterile e muta, troppo arida o procellosa per dare frutti. “Come faremo a vivere senza le nostre vite? Come faremo a sapere chi siamo noi senza il nostro passato?”: affabulando, i migranti come Steinbeck, i disperati come Popolizio, i teatranti come la Bibbia. L’eco biblica qui riverbera lontana (peccato), ma resiste alla diaspora di un popolo in fuga, sopravvissuto alla fame, alla sete e pure all’alcolismo: un popolo chiamato umanità.

FURORE Da Steinbeck.  Di e con Massimo Popolizio Roma, Teatro India, fino al 1° dicembre; poi in tour a Pordenone, Firenze… fino al 16 dicembre

 

Light of My Life. L’amore del padre salva le donne dall’apocalisse

Un padre e una figlia contro un mondo nemico di ogni donna dal creato. Lui la protegge, la educa, le sussurra nottetempo fiabe improbabili inventate al momento che lei, 11enne, ascolta e sovverte, perché ne capisce il significato “altro”. In totale complicità i due si nascondono nel bosco, una tenda per abitazione, l’allerta alla fuga sempre accesa, la paura di non farcela ma la forza a resistere, a ogni costo.

Tra il romanzo di formazione “on the road”, il racconto di sopravvivenza e la tenera storia d’amore paterna per una figlia da difendere, Light of My Life di Casey Affleck è un’opera riluttante alle definizioni e più incline a conquistarsi una collocazione nel cinema di qualità. E questa, indubbiamente, la trova nel suo respiro universale, seppur poggiato sull’intimità di una piccola storia che diviene epica in quanto autentica e profonda, capace di attraversare indenne le rovine morali di una società feroce. Primo film di finzione del più giovane dei fratelli Affleck, dopo l’esordio registico col mockumentary del 2010 I’m still here dedicato all’ex cognato Joaquin Phoenix, Light of My Life si ambienta in un futuro distopico dai tratti post-apocalittici in cui a farne le spese è il genere femminile, destinato a scomparire a causa di una pandemia virale letale. Affette o portatrici (sane), le donne rappresentano un male planetario e vanno eliminate. Non fa dunque eccezione la piccola Rag (la sorprendente debuttante Anna Pniowsky) il cui Dad (così è genericamente indicato il padre, interpretato da Affleck) prova a salvare con ogni mezzo, dopo che sua moglie e di lei madre non è sopravvissuta. Apertamente influenzato dal bestseller The Road di Cormac McCarthy (portato poi al cinema da John Hillcoat) amico del regista, con echi da I figli degli uomini di Alfonso Cuaron e da Senza lasciare traccia di Debra Granik, e limitrofo al main concept della serie tv The Handmaid’s Tale (forse non è un caso che la madre di Rag presente nei flashback sia interpretata da Elizabeth Moss), il lavoro dell’attore premio Oscar per Manchester by the Sea ha il pregio di non oltrepassare i propri confini, evitando di cavalcare ambizioni eccessive così come il rischio di perdere il proprio fuoco, ovvero la propria originalità. Ed essa risiede nella capacità di questa fiaba ancestrale di rimanere immersa nel “suo” bosco senza tempo, sospesa nel presente di due individui che possono contare esclusivamente su loro stessi, nutrendosi l’anima e lo spirito di reciproca fiducia. Lontano da facili retoriche, Light of My Life invoca anche una riflessione politica sulla condizione femminile, lasciata tuttavia sullo sfondo del cuore narrativo.

Presentato in premiere mondiale alla Berlinale – sezione Panorama – il film ha partecipato come evento di chiusura ad Alice nella Città, la rassegna capitolina di cinema dedicata alle giovani generazioni che ha recentemente chiuso la sua 17esima edizione.

È freddino il cielo sopra Torino

Si apre oggi, il 37° Torino Film Festival. Con qualche certezza e più di qualche incognita. Ouverture al Cinema Massimo, con film rossobruno, almeno, nella coincidenza di due radicalismi: Hitler e commedia perculante, questo Jojo Rabbit diretto e interpretato dalla rising star Taika Waititi.

Due notizie. Prima la buona: ha vinto il premio del pubblico a Toronto, che sovente s’è tradotto nell’Oscar al miglior film. La cattiva: ad accompagnarlo sotto la Mole è il solo Roman Griffin Davis, ovvero il bambino che fa del Führer il suo migliore amico. Ha undici anni, ci siamo capiti, e con noi il direttore artistico Emanuela Martini: “Tutta la macchina costa un milione e 900 mila euro, più o meno come l’anno scorso”, sicché l’assenza dei talent – il paragone implicito è la Festa di Roma – si spiega. Martini, in scadenza, ha messo le mani, e il programma, avanti: “In pensione non andrò mai”, e il rinnovo è ben gradito. Nel 2020 Torino si festeggerà Città del Cinema, tutto può accadere, e qualcosa è accaduto, a partire dalle nomine – dibattute, se non controverse – al Museo del Cinema: direttore Domenico De Gaetano e, appena battezzato, presidente Enzo Ghigo, già governatore. Vabbè. Meglio il guest director del Tff, Carlo Verdone, che sintetizza cinefilia propria e paterna (lo studioso Mario) in “Cinque grandi emozioni” da condividere con il pubblico: Viale del tramonto, Ordet, Divorzio all’italiana, Oltre il giardino e Buon compleanno Mr. Grape. Tra le opere prime e seconde del Concorso, Il grande passo di Antonio Padovan, prodotto da Betta Olmi, nel cast finalmente insieme i “gemelli diversi” Giuseppe Battiston e Stefano Fresi, mentre fanno Festa Mobile Asia Argento (narratrice di Frida viva la vida), Jasmine Trinca (Simple Women di Chiara Malta) e Ginevra Elkann, all’esordio alla regia con il locarnese Magari. Tra i doc, Vaccini. 9 lezioni di scienza di Elisabetta Sgarbi e il “terroristico” Colpiti al cuore, di Alessandro Bignami per Rai Movie, tutto il resto è horror, o quasi: madrina Barbara Steele, volto e terrore de Il pozzo e il pendolo e La maschera del demonio.

La Terra vista dai Coldplay

Non ci sono più certezze, nemmeno i Coldplay rifanno se stessi ma sparigliano le carte. Everyday Life, una sorta di doppio album composto da Sunrise e Sunset – in uscita oggi – è spiazzante. Chris Martin ha voluto alzare l’asticella e si è preso la totale libertà creativa di scrivere un concept partendo proprio da casa nostra e precisamente da Bolgheri: insieme al musicista Davide Rossi sono nate le prime tre canzoni, una delle quali, Arabesque, ha gettato le basi per creare un ponte immaginario tra Occidente e Oriente. Tracce complesse e raffinate, citazioni di poeti iraniani, speech estratti da documentari e film: un album molto cerebrale e politico nella scelta dei messaggi forti. Considerando che è un disco acquistato a scatola chiusa, sarà una bella sorpresa per i fan.

La prima traccia è il manifesto delle ambizioni di Chris: apertura ariosa, quasi sinfonica (Sunrise), per entrare, subito dopo, in un rock corposo (Church, una delle tracce migliori). Nel brano si ascolta Amjad Sabri, un cantante pakistano di tradizione sufi ucciso in un attentato; sorprende l’innesto dello speech con lo stile dei Coldcut usato in Paid In Full di Eric B. & Rakim. Poi si entra a piene mani nel gospel: con BrokEn i Coldplay ripercorrono la strada degli U2 di Rattle’n’Hum ma al posto dell’America qui c’è il medio-oriente. Come un diario di bordo di un viaggio si prosegue con la collaborazione più intensa, con Femi Kuti (figlio del grande Fela) e Stromae in Arabesque: basso incalzante e fiati senza tregua, finale in crescendo con saturazione dei suoni, una catarsi. Non è la world music del pioniere Peter Gabriel e nemmeno l’estro di David Byrne, piuttosto l’incursione di un curioso che si appassiona a una cultura nuova, alla stregua di Paul Bowles. La seconda parte si apre con un omaggio a T Bone Burnett (Guns) e il singolo Orphans, scritta anche dal figlio tredicenne Moses, leggermente irritante per l’uso smodato di cori di bambini, spesso ripetuti in altre canzoni. Nel blues Cry Cry Cry c’è un piano identico a Ritornerai di Bruno Lauzi, ascoltare per credere. Si chiude con la title-track, la perla del disco: inizia con un riff struggente (scuola Supertramp) e malinconico, un mix tra Up&Up e Trouble. Insomma tanta roba, finalmente una sorpresa da una band che non vuole perdere lo scettro globale della popolarità, ma ha voglia di sperimentare e confondersi un po’ le idee. Il gruppo si esibirà oggi in streaming su YouTube da Amman in Giordania alle 15 suonando integralmente la seconda parte dell’album Sunset (la prima, Sunrise, è stata trasmessa stamani alle 5). L’unico appuntamento dal vivo confermato ad oggi è il 25 novembre a Londra al Museo di storia naturale, riservato a chi ha effettuato il pre-order dell’album. Per il tour vero e proprio ecco le dichiarazioni di Chris: “Se ne riparlerà quando sarà sostenibile per l’ambiente. Dobbiamo trovare il modo migliore di fare il nostro lavoro: il nostro sogno è di avere uno spettacolo senza plastica monouso e alimentato a energia solare”.

Omicidio Galizia, l’indagine si è già arenata

Ora a Malta è guerra di nervi fra un governo Muscat mai così vulnerabile, raggiunto al cuore dagli ultimi sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Daphne Caruana Galizia, e una opinione pubblica, almeno quella più informata e consapevole, che a quegli sviluppi ha reagito con rabbia.

Mercoledì sera centinaia di persone si sono raccolte davanti al parlamento maltese nella capitale La Valletta, dopo una manifestazione organizzata da gruppi della società civile nella vicina piazza Castille. Secondo la cronaca del Times of Malta, gridavano “Assassini”, “Fuori”, “Mafia mafia” , mentre chiedevano le dimissioni del primo ministro.

Siamo a poche centinaia di metri dal memoriale per Daphne, una sorta di sacrario improvvisato nel luogo del monumento commemorativo dell’assedio di Malta che le autorità ripuliscono regolarmente degli omaggi di chi non dimentica la giornalista. Al passaggio dell’auto del ministro della Giustizia Owen Bonnici, che lasciava l’assemblea, sono partite le grida: “Pagliaccio!”. “Hanno iniziato a colpire l’auto, bloccandone il passaggio, con graffi e calci, colpi sui finestrini, sputi, parolacce, insulti, minacce… ma questo non frenerà la nostra determinazione a lavorare senza requie per un paese migliore” ha scritto Bonnici su Facebook in un post ampiamente condiviso. Avrebbe potuto evitare la folla passando da un ingresso posteriore, ma questo è un momento in cui il governo deve rifarsi una verginità e trovare un nemico.

E infatti il post di Bonnici continua con le lodi di Joseph Muscat, che “sta facendo un lavoro eccezionale e mostra una leadership impeccabile”. Allude all’improvviso attivismo del premier, che continua a imperversare sui notiziari con aggiornamenti sull’andamento dell’indagine, come se a condurla fosse lui e non il capo della polizia e come se, data la delicatezza del momento, non fosse opportuno evitare speculazioni.

Indagine che già sembra vacillare: ieri sera è stato rilasciato su cauzione, sottoposto a vigilanza costante, l’uomo d’affari Yorgen Fenech, arrestato mercoledì mentre tentava di lasciare Malta a bordo di uno dei suoi yacht. La polizia starebbe ancora lavorando per ottenere la convalida del fermo, ma per il momento non ha elementi sufficienti a trattenerlo, e i termini legali per l’incriminazione scadono stamattina. Quanto al presunto intermediario, Melvin Theuma, il pregiudicato che ha chiesto un condono tombale in ambio dell’identità del mandante, secondo Muscat non l’ha ancora ottenuto perché non ha ancora fornito “informazioni complete” e deve essere interrogato ancora. Ma il primo ministro ha anche rivelato che non è stato Theuma a incriminare Fenech, e che l’arresto non è correlato alla sua testimonianza.

E poi c’è la parte scottante, quella su cui davvero Muscat si gioca la sopravvivenza politica: il ruolo dei suoi collaboratori, il suo capo di gabinetto Keith Schembri e il ministro del Turismo Konrad Mizzi. Sono sempre al loro posto malgrado le accuse che siano stati i destinatari di mazzette partite dai conti della 17 Black, società di Yorgen Fenech, e dirette a loro conti panamensi, la cui esistenza è nota dal 2016. Secondo la famiglia di Daphne il fatto che non siano stati perseguiti ha contribuito al clima di impunità in cui è maturata la sua esecuzione.

Se sarà dimostrato un nesso fra Fenech e l’omicidio di Daphne, la pressione per le loro dimissioni diventerà insostenibile. Ma se cadono loro, come può non cadere il primo ministro che ancora li protegge?

Corruzione, frode, abuso d’ufficio: è la fine dell’era Bibi

“È un golpe contro di me”. Non va per il sottile il premier uscente Benjamin Netanyahu per rispondere alle bordate che nella serata sono arrivate dall’ufficio del procuratore generale Avichai Mandelblit. Dopo tre anni di investigazioni e di prove raccolte dalla Special Unit Anti-frode “Lahav 433” il procuratore generale dello Stato di Israele ha deciso – al termine delle udienze preliminari – che Netanyahu deve essere processato per una serie di reati commessi nei suoi 12 anni di leadership.

Per la prima volta nella storia di Israele, un primo ministro si dovrà sedere nel recinto degli imputati. “Io non mi inchino” ha replicato Netanyahu, denunciando il complotto contro di lui, in un a nervosa conferenza stampa, ma non c’è dubbio che da ieri sera “King Bibi”, “The Magician” non è più in grado di fare le sue magie. Il procuratore generale – che dieci anni difese come avvocato la moglie di Bibi, Sara dall’accusa di maltrattamenti del personale di servizio – non ha potuto far altro che annunciare che Netanyahu sarà imputato per corruzione, frode e violazione in tre casi di corruzione, soprannominati Casi 4000, 2000 e 1000. Netanyahu è in attesa di giudizio, non è obbligato alle dimissioni ma certamente anche per il Likud avere un candidato-premier che è anche imputato rischia di essere un grave handicap. Presentando le accuse in una conferenza stampa, Mendelblit ha affermato di aver preso la decisione di accusare il premier “con il cuore pesante, ma con tutto il cuore”, sottolineando che non si trattava di una questione di politica di sinistra o di destra: la legge è la legge. Netanyahu è accusato di aver accettato doni per centinaia di migliaia di dollari da un miliardario ebreo francese in cerca di affari in Israele e bisognoso – per i suoi guai giudiziari in Francia – di una cittadinanza israeliana. Di aver cercato di corrompere l’editore di Yedioth Aaronoth – uno dei più importanti giornali di opposizione – e del sito Walla per ottenere un trattamento migliore sui media in cambio di direttive che avrebbero messo in difficoltà il giornale concorrente Israel Hayom. Di aver cercato di corrompere il proprietario di Bezeq – il gigante di Internet in Israele che controlla anche le tv via satellite a pagamento – con provvedimenti ad hoc promessi dal direttore generale del ministero delle comunicazioni dell’epoca, che adesso è un “testimone di giustizia” contro il premier.

Quello uscito dalle indagini di Lahav 433 è un ritratto quasi “trumpiano”. Come “l’amico americano”, Netanyahu ha piegato lo Stato e il Diritto ai suoi interessi personali, con pressioni politiche minacce, intimidazioni. Mentre Netanyahu si avvia, forse, sul viale del tramonto Israele è entrato in un territorio sconosciuto.

Dopo il fallimento di Netanyahu (primo incaricato), e la resa del suo competitor Benny Gantz mercoledì sera, resta solo un “governo della Knesset” prima di andare al voto. Come prescritto il presidente Rivlin ha incontrato il presidente del parlamento, Yuri Eldestein: nelle prossime due settimane qualunque deputato sia in grado di mettere insieme una maggioranza di 61 seggi potrà ottenere l’incarico.

Caso Zanchetta come Spotlight: a scoprirlo fu “El Tribuno”

“Atti e manovre di seduzione e manipolazione”, nel coinvolgere sessualmente le vittime, “con intenzioni malvage”. Queste alcune delle accuse per cui la procuratrice Maria Soledad Filtrín Cuezzo ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti di monsignor Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán a processo in Argentina per “abusi sessuali continui” su seminaristi. Il caso Zanchetta scoppia un anno fa, per un’inchiesta del quotidiano El Tribuno de Salta. Nel luglio 2017, monsignor Zanchetta si dimette dalla guida della diocesi di Orán per un “problema di salute”: poco dopo verrà nominato, direttamente da Bergoglio, all’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica. Per El Tribuno, dietro le improvvise dimissioni del prelato, ci sarebbero in realtà le accuse di abusi sessuali – avvenuti tra il 2014 e il 2015 – e di cui la Chiesa sarebbe stata a conoscenza. A confermarlo, i documenti interni, datati 2015-2016, in cui cinque sacerdoti del vescovado di Orán denunciano alle autorità ecclesiastiche gli “strani atteggiamenti verso i seminaristi” del vescovo Zanchetta. Come “guardarli passeggiando di notte con una torcia, chiedendo massaggi, entrando nelle loro stanze, incitandoli a bere bevande alcoliche”. Il piccolo quotidiano argentino pubblica integralmente la nota. Ciò che si legge, inoltre, è che, nel 2015, il segretario di Zanchetta ha avuto accesso al cellulare del vescovo, per scaricare alcune foto legate ad affari ufficiali: “Tra queste, ha notato immagini pornografiche tra giovani che si auto-fotografavano nudi, in atteggiamenti masturbatori, nel seminario”. Zanchetta si difese dicendo che il suo telefono era stato hackerato, e che si trattava di “fotomontaggi”. A maggio scorso, Bergoglio ha annunciato in tv che Zanchetta è anche sotto processo canonico. Peccato risulti irreperibile. Il suo ultimo domicilio? Stato Vaticano: “Domus Sanctae Marthae”.

I Democratici e la sindrome del leader senza carisma

I Democratici hanno tre problemi: l’estenuante fase preliminare delle primarie non sta producendo un chiaro sfidante di Donald Trump nel 2020, la procedura di impeachment non fa veri passi in avanti e l’economia regge. In queste condizioni, Trump potrebbe tornare a vincere le elezioni fra meno di un anno. L’attesa per il dibattito di mercoledì sera era alta: dopo i primi confronti dedicati quasi per intero alle questioni economiche e ai piani di riforma del sistema sanitario, il confronto di Atlanta era l’occasione per colpi bassi su questioni razziali, immigrazione, sicurezza, politica interna ai democratici. La Georgia era il posto giusto per capire se qualcuno degli aspiranti inquilini della Casa Bianca è in grado di ricostruire la “Obama coalition”: bianchi ricchi, neri delusi, latinos in cerca di nuovi referenti, sindacati, chiese progressiste. Ma qualcosa non sta funzionando.

Nei sondaggi nazionali, Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, continua a essere il candidato democratico in testa, con il 30,7 per cento. Ma soltanto perché ancora pochi elettori democratici stanno seguendo i dibattiti tv. A 77 anni, Biden ha lo sguardo fisso, non riesce a finire le frasi e quando ci prova combina disastri. L’altra sera, per sottolineare di essere il nome giusto per la comunità afroamericana che cerca referenti post-Obama, ha detto di aver ottenuto l’appoggio “dell’unica donna nera mai eletta al Senato”, Carol Moseley Braun. Peccato che sul palco, accanto a lui, ci fosse un’altra donna nera, eletta al Senato: Kamala Harris. Quando poi ha parlato del movimento #MeToo che denuncia gli abusi sulle donne, Biden è riuscito a scegliere i termini meno felici: “Dobbiamo prendere a pugni, a pugni, a pugni la violenza domestica”.

Gli altri due componenti del gruppo di testa nei sondaggi, Elizabeth Warren e Bernie Sanders, non hanno ancora iniziato ad attaccare Biden. Temono di sembrare complici di Trump che alla Casa Bianca ha mobilitato la diplomazia per indagare sugli affari opachi dei figli del vecchio Joe. La Warren ripete sempre che lei “ha un piano” su sanità, tasse per i ricchi, debiti degli studenti. Per non sembrare una professoressa radicale di Harvard, qual è, ha ormai collaudato un format: verso la fine del dibattito, la sua voce si incrina per l’emozione mentre parla dei drammi della classe media. Bernie Sanders fa leva sulla sua immagine di indistruttibile coscienza morale di un partito che non è il suo (è un indipendente), ripete che il sistema è corrotto (e ha validi argomenti) e non si schioda dal suo 16,7 per cento nei sondaggi nazionali, appena sotto il 18 della Warren. Un consenso impressionante per un candidato che neppure i suoi sostenitori considerano eleggibile.

A rompere lo stallo ci sta provando Pete Buttigieg, sindaco della cittadina di South Bend nell’Indiana, uno che nella vita ha preso meno di 11mila voti, ma che nei sondaggi dell’Iowa è primo con il 23,5 per cento, davanti alla Warren (17,8). L’Iowa è il primo Stato nel percorso delle primarie. Buttigieg sta costruendo la sua narrativa di Obama bianco, gay, cristiano, nuovo ma esperto, formatosi ad Harvard ma in contatto col popolo, promette tutto e il suo contrario (tagliare i sussidi all’agricoltura ma anche aumentarli). Sta coltivando la sua ascesa proponendosi come alternativa allo stallo, un Biden giovane, che piace al mondo del business spaventato dalla Warren.

Il sintomodella difficoltà dei Democratici, ma anche un potenziale inespresso – oltre alla conferma della candidatura dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg – è che i candidati minori continuano a resistere, alcuni sono usciti bene dal dibattito di mercoledi, come Cory Booker, senatore del New Jersey, nero dagli occhi azzurri, che sulle questioni razziali è il solo a suonare autentico. O Amy Klobuchar, senatrice tosta del Minnesota, una Warren centrista, non pop ma presidenziale. Persino il miliardario Tom Steyer ha avuto i suoi buoni momenti: le sue priorità sono il clima e il limite ai due mandati sul modello dei Cinque Stelle, “perché ci vogliono facce nuove”. L’unico mistero è Tulsi Gabbard: ex soldato, deputato delle Hawaii, accusata da Hillary Clinton di essere un’agente russa. Gabbard considera la sua priorità, se eletta alla Casa Bianca, smantellare il potere “dell’establishment della politica estera” di Washington, smettere la pretesa di rovesciare i dittatori ed esportare democrazia. Non andrà lontano, ma la sua azione di disturbo di certo non dispiace a Mosca.

Teoria e prassi: l’opera filosofica di Autostrade sul ponte Morandi

Ricapitoliamo. Repubblica ha rivelato che i pm di Genova hanno in mano un documento dell’Ufficio Rischio di Autostrade per l’Italia in cui dal 2014 si parla di “rischio crollo” per il ponte Morandi, dizione pudicamente divenuta “rischio perdita di stabilità” nel 2017. La rivelazione di questa analisi – nota al cda di Aspi e dal 2015 al rappresentante del ministero nel collegio sindacale della società – segue la rivelazione del documento del 2011 (“rischio inagibilità”), dello studio del 2017 (“andava chiuso”), del report interno post-crollo (“problemi decennali”), eccetera: il progetto per mettere in sicurezza il Ponte, però, venne presentato solo a febbraio 2018, sei mesi prima della tragedia. Ora, a parte ricordare che i ministri delle Infrastrutture tra 2014 e 2018 furono Maurizio Lupi e Graziano Delrio, va citata la replica di Autostrade sul documento del suo Ufficio Rischi: “Per quanto riguarda l’area dei rischi operativi, il cda ha sempre espresso l’indirizzo di mantenere la propensione di rischio al livello più basso possibile”; “l’indirizzo alle strutture operative è di presidiare e gestire sempre tale tipologia di rischio col massimo rigore, adottando ogni opportuna cautela preventiva”; il cda “definisce a inizio anno la propensione al rischio tollerabile e a fine anno recepisce dal risk officer l’avvenuto rispetto (…) delle linee guida individuate”. Insomma, dal punto di vista dell’analisi teorica dei rischi era tutto a posto: poi vai a prevedere che quel cazzo di ponte che teoricamente doveva stare in piedi nella realtà veniva giù con 43 persone.