Pisa non è Venezia: la prevenzione funziona (se fatta)

L’Arno ben sopra i livelli di guardia, i ponti chiusi al traffico anche pedonale, tutti gli esercizi pubblici con le saracinesche abbassate, La Tosca al Teatro Verdi cantata in fretta e senza intervalli per finire prima del coprifuoco delle 18, l’esercito intento ad alzare le spallette dell’Arno con paratie metalliche e migliaia di sacchi di sabbia: questa l’immagine di una Pisa spettrale domenica 17. E lunedì 18 scuole e università chiuse, niente bar, percorribile un solo ponte del centro, sguardi incerti e preoccupati fra i pochi passanti. Eppure l’Arno “si è comportato bene”, la città è tornata alla normalità già martedì, e l’Arno è calato di livello. L’allarme rosso era stato eccessivo? Certamente no, era anzi opportuno segnalare ai cittadini il rischio alluvione (nel 1966 l’Arno riuscì a fare a Pisa quel che a Firenze non fece, abbattere un ponte, ricostruito poi più di dieci anni dopo). Ma allora come mai Pisa si è salvata stavolta dall’inondazione, a differenza di Venezia? “Siete stati fortunati”, mi dice un amico lombardo: ma la fortuna non c’entra proprio. Certo a Pisa non c’è nessuna laguna, ma se la città si è salvata dalle acque è merito di attente e ben riuscite opere di prevenzione. Negli ultimi otto anni, la Regione Toscana ha investito più o meno 800 milioni di euro per mettere a punto il bacino di Roffia (in comune di San Miniato), che può contenere acqua per cinque milioni di metri cubi, e per migliorare la funzionalità del canale scolmatore, anche risagomandone la foce a mare per agevolare il deflusso. In questo provvidenziale scolmatore le acque dell’Arno da Pontedera in giù possono essere deviate: in tal modo da 600 a 900 metri cubi al secondo escono dall’alveo del fiume e vengono incanalati altrove, come è accaduto in questi giorni. Ha dunque ragione il presidente della Regione Enrico Rossi quando afferma con orgoglio che la Toscana ha saputo “assicurare ai propri cittadini una più alta soglia di sicurezza”.

La parola-chiave, che a quel che pare ha meno corso nel Veneto di Galan e Zaia, è PREVENZIONE. Esser pronti all’emergenza onde poterla fronteggiare, anziché far leva sull’emergenza per distribuire appalti e mazzette. Eppure la Serenissima, nei lunghi secoli della sua indipendenza, aveva saputo non solo immaginare ma mettere in opera “colossali opere idrauliche (deviazione dei fiumi a monte e ‘murazzi’ a mare) per non esporre Venezia alle mareggiate ed evitare gli interramenti. Con il business della crocieristica, si è fatto esattamente il contrario: si è ristretta la Laguna e si sono approfonditi i canali marittimi che regolano i flussi mare/Laguna, innescando un’erosione dei fondali (mezzo milione di metri cubi di sedimento ogni anno) che ha trasformato la Laguna in un braccio di mare”. La citazione è da un ottimo articolo di Paolo Cacciari sul Fatto del 15 novembre. E torna buona anche per insistere su un punto vitale: non ha il minimo senso, come opinionisti anche ben intenzionati continuano a fare, chiedere in giro quali sono, oltre la Basilica di San Marco, i monumenti di Venezia “a rischio”. A rischio di sprofondare non è questa o quella chiesa, palazzo, ponte, campiello: è Venezia che o si salva o no, prendere o lasciare, o tutto o niente. E Venezia si salva agendo sulla Laguna che con essa forma un unico eco-sistema, che con l’aiuto dell’antico Magistrato alle Acque fu equilibrato per secoli, e per colpa degli uomini non lo è più. Venezia si salverà, se lo vorremo davvero, lavorando non per arginare l’emergenza (secondo la filosofia del Mose, che peraltro argina solo se stesso), ma per prevenirla. In Toscana è stato possibile, perché a Venezia no?

Basta ipocrisie: è finito il diritto internazionale

Mike Pompeo, Segretario di Stato americano, ha dichiarato: “Non consideriamo più gli insediamenti israeliani contrari alla legalità internazionale”. Una dichiarazione in aperto contrasto con la Quarta Convenzione di Ginevra che impedisce “a una potenza occupante di trasferire parti della propria popolazione civile nel territorio occupato e non riconosce il diritto della potenza occupante ad estendere alle colonie il proprio diritto interno e l’apparato amministrativo”. Questa dichiarazione ha sollevato le flebili proteste degli Stati europei e degli analisti e intellettuali al loro servizio che, a loro dire, “continueranno a considerare illegali le colonie costruite sulle terre arabe catturate nella guerra del 1967”.

Di che cosa stiamo parlando? È dalla fine della Seconda guerra mondiale che non esiste più un diritto internazionale. Non esiste come Ius belli, tanto che oggi il nemico non è più considerato schmittianamente, almeno dalle democrazie occidentali, Stati Uniti in testa, uno Ius ostis, ma sempre e comunque un terrorista (Guantanamo docet). Durante la Seconda guerra mondiale tutti, Germania nazista compresa, consideravano i soldati nemici catturati dei “prigionieri di guerra”. Poi li trattavano come li trattavano (pensiamo solo alla nostra Armir nei campi di prigionia staliniani) ma il loro “status” rimaneva quello. Nessuno, nemmeno Adolf Hitler, durante la Seconda guerra mondiale osò utilizzare armi chimiche, non solo perché si avevano ben presenti le conseguenze devastanti dell’utilizzo di queste armi durante la Prima guerra mondiale, ma anche perché la Società delle Nazioni, ideata dal presidente statunitense Woodrow Wilson, le proibiva. Ma furono proprio gli americani, a guerra ormai conclusa, a gettare la Bomba atomica su Hiroshima e, tre giorni dopo, su Nagasaki. Fu il primo segnale della rottura di uno Ius belli fino ad allora unanimemente accettato. Ma, cosa ancora più grave, il diritto internazionale, che dovrebbe essere garantito dall’Onu, è stato spazzato via anche al di fuori dalle pur drammatiche convulsioni di una guerra, diciamo così, tradizionale. Il diritto internazionale è stato spazzato via anche, e forse soprattutto, oggi, in tempi che noi consideriamo di pace. L’Onu, che ne dovrebbe essere il garante, non conta più nulla. L’aggressione americana alla Serbia del 1999 fu fatta contro la volontà dell’Onu. L’aggressione del 2003 all’Iraq di Saddam Hussein fu fatta contro la volontà dell’Onu. L’aggressione franco-statunitense-italiana alla Libia di Muammar Gheddafi fu fatta contro la volontà dell’Onu.

E allora smettiamola con queste odiose ipocrisie. Un diritto internazionale, nonostante tutte le solenni proclamazioni in contrario, non esiste più. La forza del diritto, sia pur il flebile diritto internazionale, è stata sostituita dal diritto della forza. Quindi accucciamoci devotamente e razionalmente alle affermazioni apertamente illegali di Mike Pompeo, che con assoluta e tranquilla coscienza marcia, realisticamente, sulle macerie di un diritto internazionale che non esiste più. Israele über alles. Ma poi smettiamola di parlare spregiativamente dei “tagliagole” dell’Isis. A mio modo di vedere, sbaglierò, sono i soli eticamente puliti in questo merdaio che chiamiamo ancora con un’ipocrisia che dà il vomito, diritto internazionale.

Uno Bianca, 25 anni e nessuna certezza

Il 21 novembre di 25 anni fa sono stati arrestati i fratelli Savi, Roberto e Alberto, poliziotti, e Fabio, camionista. Per 7 mesi si dicono gli unici artefici, con l’occasionale presenza di altri tre poliziotti, dei delitti della Uno bianca (22 omicidi e oltre 100 feriti in 82 azioni delittuose dal giugno 1987 al novembre 1994). Dal processo di Pesaro (giugno 1995) cambiano versione: i precedenti racconti erano frutto di un preaccordo; in realtà, all’inizio (periodo degli assalti alle Coop – gennaio 1988/giugno 1989), avrebbero consegnato armi e autovetture rubate a rapinatori professionisti; poi (periodo terroristico – ottobre 1990/agosto 1991), le avrebbero prestate a personaggi misteriosi di una rete investigativa che facevano rapine simulate; infine (periodo delle rapine in banca – novembre 1991/novembre 1994), sarebbero stati anche gli esecutori materiali dei delitti.

Qual è la verità? 19 dei 22 omicidi furono commessi nelle prime due fasi. Esaminiamoli.

30 gennaio 1988, a Rimini viene assassinata la guardia giurata Giampiero Picello. L’auto usata dai banditi è priva delle targhe, riposte nel bagagliaio. I Savi non lo sanno.

19 febbraio 1988, un’altra guardia giurata, Carlo Beccari, muore a Casalecchio di Reno (Bo). La solita macchina senza targa anteriore, i banditi sono almeno 5; anche questo i Savi non lo sanno.

20 aprile 1988, a Castel Maggiore (Bo) vengono assassinati i carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi. Le viti della targa anteriore asportata sono nel cruscotto del guidatore; i militari vengono colpiti da un proiettile sparato da un’arma mai passata per le mani dei Savi; nella macchina degli assassini ci sono due bossoli. Uno riconduce al depistaggio di un brigadiere dei carabinieri, Domenico Macauda; dell’altro sappiamo solo che non ha nulla a che vedere con i fratelli Savi.

26 giugno 1989, a Bologna, nella rapina alla Coop di via Gorkj, viene assassinato Adolfino Alessandri. C’è un proiettile che per colpire una guardia giurata alle spalle deve fare un’inversione a “U”. Nell’auto dei banditi viene rinvenuto uno scontrino di un bar di Parma, città ove i Savi non sono mai stati; c’è anche una colt 357 rapinata nell’assalto alla Coop di Pesaro del novembre 1988: perché i Savi non utilizzano mai quell’arma, l’abbandonano e continuano a uccidere con le proprie colt 357? Forse, a questo punto, è utile ricordare che c’è una sentenza passata in giudicato che racconta tutta un’altra storia e ha condannato un’altra persona per questo stesso episodio.

6 ottobre 1990, a Bologna, con un colpo sparato a pochi centimetri di distanza, viene assassinato Primo Zecchi. I banditi sono due e, prima della rapina fatale, ne avevano commessa un’altra. I Savi lo ignorano; e, infatti, la vittima ha fra le mani 5 capelli recisi il cui Dna è incompatibile con il loro.

23 dicembre 1990, in un campo nomadi a Bologna, vengono assassinati Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina. Roberto Savi spiega che avevano inutilmente girovagato con l’intento di assaltare una Coop e, tornando a casa, avevano deciso di scaricare le armi contro le roulotte degli zingari. Bugia: erano le 8:15 del mattino!

27 dicembre 1990, a Castel Maggiore, vengono assassinati Luigi Pasqui e Paride Pedini. La macchina abbandonata dai banditi, nei 72 giorni in cui era stata nelle mani dei ladri, aveva percorso 1800 chilometri. Perché i Savi utilizzano una macchina rubata? In quel momento, ne hanno a disposizione altre 4; che se ne fanno? Che dire della Fiat Uno rubata dai Savi e trovata in provincia di Caserta nelle mani di un camorrista? e, perché, appena affidata in custodia giudiziale, è stata bruciata? Fra le tante auto rubate dai Savi, quella degli omicidi di Pasqui e Pedini ha una peculiarità: è la prima a essere rubata inserendo una listella delle schede telefoniche nel blocco di accensione, da quel momento un inseparabile marchio di fabbrica della Uno bianca. È un caso che il momento del furto coincida con quello in cui i Savi sarebbero stati agganciati dai personaggi misteriosi delle rapine simulate?

4 gennaio 1991, a Bologna vengono assassinati i carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta. Lasciamo la parola alla Corte d’Assise di Bologna nel processo Medda: un racconto indecente frutto di accordi precedenti all’arresto.

20 aprile 1991, a Bologna, vengono uccisi un benzinaio, Claudio Bonfiglioli, e il suo cane Tom. Nel silenzio della sera, accanto al cadavere, restano 510.000 lire che i banditi non si degnano nemmeno di raccogliere. Ma, davvero, agivano a fini di lucro?

2 maggio 1991, a Bologna, vengono assassinati i gestori di un’armeria, Licia Ansaloni e Pietro Capolungo. Nell’armeria sarebbe entrato Fabio Savi, ma lì c’è un teste che vede e sente parlare l’assassino: non gli assomiglia affatto e non ha il suo marcato slang romagnolo.

19 giugno 1991, a Cesena, viene ucciso il benzinaio Graziano Mirri. Ancora una volta, nessun interesse per il bottino.

18 agosto 1991, a San Mauro a Mare (Fc) vengono assassinati i senegalesi Babou Chelikh e Ndiaye Malik. Non si pensi al razzismo, perché, subito dopo, i banditi tentano di uccidere tre ragazzi italiani. Non c’è nulla che torni nei delitti dei primi due periodi della Uno bianca; eppure, da 25 anni, un iroso terrapiattismo di Stato, si nasconde dietro alcune sentenze, ne ignora altre, rimuove i fatti, li parcellizza e, infine, li banalizza.

Mail box

 

Per governare servono coraggio e lungimiranza

Ho incontrato per caso Di Maio allo Speco di Subiaco e gli ho stretto la mano per l’accordo col Pd, era settembre. Oggi, a novembre, quei complimenti forse non glieli farei. Nel governo veramente si rasenta l’assurdo! I 5S sono divisi, il Pd e Renzi vanno a braccetto sulla giustizia con l’opposizione!

Quando un cittadino, con un figlio 40enne al call center, sente Zingaretti affermare che lo ius soli o lo ius culturae sono primari, scappa urlando: salvaci Salvini!

Dice da anni Cacciari che bisogna cambiare l’auto vecchia se ormai costa più che nuova.

Su oltre ottocentoventi mld di spesa pubblica sembra che Cottarelli individuò con pazienza e prudenza oltre trenta mld di risparmio in tre anni. Pare non si possa! Si possono, però, elargire premi milionari per, udite , udite “risultato di gestione” ai dirigenti Alitalia.

La sola salvezza dell’Italia è quella di riformare il sistema che tra corruzione, giustizia alle calende greche e spreco è un colabrodo! Ma cambiare le regole vuol dire scontentare milioni di persone e la politica non lo vuole fare. Purtroppo per costoro, governare significa avere coraggio e visione per guardare lontano.

Roberto Giagnorio

 

I Comuni potrebbero avviare pignoramenti per sbaglio

Senza entrare nel merito della questione della più facile pignorabilità dei conti correnti da parte dei Comuni, vorrei segnalare un punto sul quale mi pare non ci si sia soffermati abbastanza. Ed è quello della possibilità degli stessi Comuni di sbagliare, vedansi i tanti casi di cartelle pazze, ed avviare procedure che costringono anche i contribuenti che fanno il proprio dovere a doversi difendere e ad entrare in un circuito burocratico infernale.

Allora perché non scoraggiare, nella legge, quelle azioni esattive che, per sbaglio o leggerezza o semplicemente perchè gli enti locali non hanno adeguate risorse per tali operazioni, avviano pignoramenti approssimativi, effettuati cioè senza i dovuti controlli e i riscontri del caso? Ciò per un maggiore equilibrio nella bilancia della giustizia fiscale.

Amedeo Furfaro

 

Studenti maleducati e volgari, bene mostrarli in tv

Ho assistito all’intervista rilasciata a un giornalista satirico da un gruppo di studenti di un istituto di Giugliano, vicino Napoli.

Poiché il sindaco non aveva ritenuto opportuno sospendere le lezioni per un’allerta meteo, gli studenti gli hanno rivolto offese e ingiurie. Sono rimasto sgomento per un così sconfortante comportamento, una sfilza di improperi, una vera e propria istigazione allo scontro. Com’è possibile che in questi studenti vi sia tanto rancore? Come è possibile che intorno a noi vi sia tanto odio?

Basta che uno abbia un’opinione differente per diventare un nemico da stroncare. Si rimane esterrefatti ad ascoltare quegli studenti che ripetono senza alcuna vergogna le offese fatte al sindaco.

Anche io, nato ottanta anni fa in provincia di Napoli, sono stato studente, svogliato e poco attento ma, come tutti i miei compagni d’allora, mai così volgare. Credo e spero che questo squallido episodio abbia turbato tutti i telespettatori, soprattutto perché si tratta di studenti che a scuola dovrebbero come minimo imparare ad affinare i comportamenti e ispirarsi a pensieri elevati! A chi oggi è vecchio ed è stato studente degli anni 40 e ha vissuto un dopoguerra di miseria e fame, ma che non si è mai permesso di offendere alcuno, non rimane che domandarsi: in quale mondo viviamo? Forse qualcuno ha sbagliato a farli vivere negli agi concedendo loro tutto senza curarsi di inculcare principi morali. Comunque penso che la volgarità e la sguaiataggine non dovrebbero avere visibilità in una platea così vasta come quella televisiva. In questo modo non si educa ma si incoraggiano certi atteggiamenti. Diamo spazio e visibilità a quegli studenti – tanti – che pur vivendo il loro tempo studiano anche per far diventare il mondo migliore!

Raffaele Pisani

 

Ezio Greggio ha dimostrato rispetto per la Storia

Ezio Greggio, conduttore di Striscia la Notizia, oltre che giornalista, attore, regista e persona impegnata nel sociale, rifiuta, signorilmente, la cittadinanza onoraria di Biella. La motivazione è stata il fatto che la stessa onorificenza era stata negata, una settimana prima, alla senatrice a vita Liliana Segre. Negata perché ritenuta strumentale proprio in virtù del fatto che la Segre sia una sopravvissuta all’Olocausto. Da sapere che il sindaco di Biella, Claudio Corradino, milita nella Lega.

Ezio Greggio, intelligentemente, ha ribadito che la sua scelta, il suo rifiuto, non è contro nessuno ma a favore di qualcuno. Per esser coerente con i suoi valori e per rispetto verso il padre Nereo, che durante la Seconda guerra mondiale fu internato per oltre tre anni in un campo di concentramento.

Lasciando la politica fuori dalle scelte etiche, come dovrebbe sempre essere, apprezzo parecchio questa scelta di Greggio. Che dimostra grande acume, senso del rispetto e fedeltà verso principi che rispecchiano l’amore per i suoi genitori e l’educazione che gli hanno impartito.

Cristian Carbognani

Dossier, trame e interessi miliardari: conta solo questo

Negli ultimi giorni ho seguito le notizie sull’irregolarità delle elezioni in Lega calcio e le dimissioni del presidente Gaetano Miccichè: sono rimasto esterrefatto (per non andare oltre nel linguaggio) a leggere (anzi, sentire: un sito web ha pubblicato l’audio) le manovre dei vari Giovanni Malagò, Andrea Agnelli, Mauro Baldissoni e Claudio Lotito.

Allora mi domando e vi domando: com’è possibile che i massimi organi della Serie A e del nostro calcio si siano comportati in questo modo? E perché tutto ciò è venuto fuori soltanto con un anno e mezzo di ritardo? Qualcosa non mi torna e visti i protagonisti, temo il peggio. Pessimista o prevenuto?

Il punto, forse, è proprio questo. È più grave quello che è successo nel marzo 2018, trasformare una votazione palese in acclamazione per ottenere l’unanimità che non c’era ed eleggere il proprio candidato, oppure il fatto che le stesse persone che all’epoca avallarono la forzatura l’hanno utilizzata con un anno e mezzo di ritardo per impallinare Miccichè? Il presidente della Figc, Gabriele Gravina, ha detto una cosa giusta: “Il tempo non sana una nullità insanabile”. Vero: quell’elezione è l’ennesima figuraccia del nostro calcio, non si poteva far finta di nulla. Le responsabilità (anche se magari non giudiziarie) sono chiare e ricadono su chi avrebbe dovuto garantire la legalità, dall’ex commissario Malagò in giù. Attenzione alla tempistica, però: lo scandalo è esploso proprio quando la Serie A si trova a decidere sui diritti tv del prossimo triennio e sull’offerta degli spagnoli di MediaPro per realizzare il canale della Serie A (che toglierebbe il business a Sky); parliamo di un affare da un miliardo l’anno che tiene in piedi il carrozzone. La vera causa della faida. Adesso la Figc ha dato un ultimatum alla Lega, che deve eleggere un nuovo presidente entro il 2 dicembre, altrimenti sarà commissariata (e a qualcuno non dispiacerebbe). Interessi miliardari, trame segrete, dossieraggi: nel pallone è cominciata una nuova guerra di potere dagli esiti imprevedibili. L’unica cosa certa è che non farà bene al calcio italiano.

Il vizio Fiat di controllare le sigle

Era il mese di marzo del 1958 quando, negli stabilimenti torinesi della Fiat, furono diffusi dei volantini in cui si sosteneva che candidarsi o fare lo scrutatore per un sindacato di sinistra, come la Fiom-Cgil, avrebbe significato il licenziamento. Negli stessi giorni, sempre alla Fiat, nasceva un sindacato “giallo”, dichiaratamente filo-aziendale, creato da Edoardo Arrighi e dal giornalista ex comunista Luigi Cavallo, passato alla storia come il “Provocatore”. Lo stesso Cavallo e gli uomini dell’organizzazione anticomunista “Pace e Libertà”, fondata dal conte ed ex partigiano Edgardo Sogno, molto verosimilmente avevano preparato quei volantini. In ogni caso, quell’organismo, il Sindacato italiano dell’automobile, ossia il Sida, vedeva la luce sotto la regia e i finanziamenti di Vittorio Valletta, presidente dell’azienda della famiglia Agnelli, e con l’avallo dei servizi segreti americani.

Il 2 aprile di quel 1958, infatti, il Sida ebbe ben 97 seggi alle elezioni in Fiat per le rappresentanze interne, mentre 58 andarono alla Uilm, 15 alla Fim-Cisl e 37 alla Fiom.

La guerra ai “comunisti”, in fabbrica, darà i suoi frutti a lungo, se si pensa che nel dicembre del 1968, alla vigilia perciò dell’Autunno Caldo, il Sida risultò essere il terzo dei sindacati votati da operai e impiegati, dopo Cgil e Uil, alle elezioni per le commissioni interne della Fiat. La caccia ai comunisti non impedì a Valletta e ai suoi collaboratori, negli anni Cinquanta e Sessanta, di intrattenere rapporti eccellenti con alcuni dirigenti del Pci e con esponenti del potere sovietico, che avrebbe permesso loro di aprire la grande fabbrica Fiat di Togliattigrad, nell’Urss.

Le pratiche poco ortodosse in materia sindacale, per non dire illecite in certi casi, sono state d’altronde una costante nella storia più che centenaria della Fabbrica Italiana Automobili Torino, oggi Fca. Furono del tutto illegali, per esempio, le schedature dei lavoratori, delle lavoratrici e dei sindacalisti che l’allora pretore Raffaele Guariniello, non ancora trentenne, scoprì nella sede della direzione Fiat, in corso Marconi e in via Giacosa, a Torino, il 5 agosto 1970. Violando, come fu scritto, “la sacralità dell’azienda simbolo di Torino e motore dell’Italia”, Guariniello trovò ben 350 mila schedature illecite.

Oltre quarant’anni dopo, toccò a Sergio Marchionne il compito di emarginare i sindacati scomodi, o comunque non pronti a piegarsi al volere del padrone. Come è noto, Marchionne stabilì che negli stabilimenti del gruppo Fiat, non ancora tramutata in Fca, i nuovi accordi garantivano la rappresentatività sindacale interna soltanto a chi li aveva firmati. La Fiom non era tra quelli, quindi fu cacciata. Solamente nell’agosto del 2019, a un anno dalla morte di Machionne, la Corte di Cassazione in gran ritardo ha sanzionato che quanto aveva fatto la Fiat, tra il 2010 e il 2012, quando estromise dalle proprie aziende i delegati della Fiom-Cgil, era illegittimo e anti sindacale.

Scarpe, fucili, viaggi, mutui ecc. “Così Fca comprava i sindacati”

È un durissimo atto di accusa quello che General Motors il 20 novembre ha depositato contro Fiat Chrysler Automobiles. A venire denunciati agli inquirenti federali americani non sono solo la società concorrente, la sua strategia di espansione e soprattutto la gestione di Sergio Marchionne – che non può più difendersi, perché è morto nel 2018 – ma è soprattutto l’ultimo decennio dell’industria. Il reato ipotizzato da General Motors, associazione a delinquere, coinvolgerebbe Fca Usa, la sua capogruppo olandese Fca Nv e tre suoi ex manager già condannati in vecchie inchieste.

Sin da luglio 2017 la Procura per il distretto orientale del Michigan, dove ha sede Detroit, porta avanti con perquisizioni, denunce e condanne un’indagine per corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale contro ex dirigenti sindacali della potentissima United Automobile Workers (Uaw), la sigla sindacale più forte del settore. Tredici gli inquisiti, sette dei quali si sono dichiarati colpevoli, i tre ex funzionari Fca e quattro ex dirigenti Uaw. Le sentenze dimostrano che da luglio 2009 i tre ex dipendenti Fca hanno pagato mazzette per milioni di dollari a dirigenti Uaw attraverso il Centro di formazione congiunto Uaw-Fca (Ntc), un ente bilaterale di Detroit. Ora però Gm alza il tiro e coinvolge la stessa Fca che, in cambio delle tangenti, secondo l’accusa avrebbe ricevuto “benefici concessioni e vantaggi nella negoziazione e gestione di due accordi di contrattazione aziendale collettiva firmati con Uaw nel 2011 e 2015”.

La figura chiave è Alphons Iacobelli, ex dirigente delle relazioni sindacali Usa di Fca, poi passato proprio ai concorrenti di Gm (che poi lo ha licenziato a dicembre 2017 dopo il rinvio a giudizio). Ad agosto 2018 ha patteggiato 66 mesi di carcere e starebbe collaborando all’inchiesta. A Iacobelli sono state contestate spese per oltre un milione di dollari di fondi sindacali usati per comprarsi casa con piscina e spa, una Ferrari e altri ninnoli. L’ex dirigente avrebbe usato oltre 1,5 milioni di dollari prelevati dalle casse dell’Ntc per corrompere sindacalisti Uaw. Con lui Gm accusa l’ex analista finanziario di Fca Jerome Durden e Michael Brown, ex dipendente Fca ed ex condirettore dell’Ntc, entrambi già condannati.

Le stecche ai sindacalisti, secondo Gm, garantivano a Fca un enorme vantaggio illecito sui concorrenti. Mentre nelle intese aziendali con Gm la Uaw pretendeva mantenesse stabile la quota dei suoi lavoratori a stipendio e pensione aziendale pieni, negli accordi del 2011 e 2015 con Fca il sindacato avrebbe concesso la possibilità di impiegare un’alta percentuale di addetti interinali a basso costo. Gm lamenta danni per “miliardi di dollari in salari maggiori e altri costi causati dai negoziati sindacali corrotti dalle tangenti pagate da Fca”. Attraverso società di facciata finanziate da Fca, secondo le accuse, gli ex vertici della Uaw finiti alla sbarra hanno ottenuto milioni cash, carte di credito, oggetti di lusso, come scarpe louboutin, biglietti per viaggi in hotel a 5stelle a Disneyworld e in California, il saldo del mutuo di casa, e perfino un fucile di lusso beretta. Ma Marchionne, sostiene Gm che lo indica come “il centro del sistema”, aveva obiettivi ben più strategici: indebolire progressivamente Gm perché accettasse le offerte di fusione con Fca, più volte respinte.

La vicenda affonda le sue radici nella crisi globale innescata dieci anni fa dai mutui subprime, che il 20 aprile 2009 portò a chiedere l’amministrazione controllata prima di Chrysler e due mesi dopo anche della “vecchia” Gm. Washington le salvò tramite il fondo Tarp, creando due newco e convertendo in nuove azioni delle nuove società tutti i crediti insoluti di quelle fallite: tra questi anche quelli che i lavoratori vantavano per i loro fondi pensione aziendali azzerati. Intanto Marchionne stava trattando con Uaw per fondere Chrysler e Fiat. A giugno 2009 Chrysler usciva dall’amministrazione controllata con Torino al 20% del capitale, acquisito non con denaro ma apportando – secondo Gm – “solo brevetti e know-how”. Uaw, attraverso Uaw Trust, era diventata azionista di maggioranza col 55% della nuova Chrysler. Il 40% di quella quota fu girato da Uaw Trust con un’opzione di acquisto a Fiat per fondersi in Fca in cambio di un bond da 4,6 miliardi di dollari che pagava un interesse del 9% e del diritto di nominare un consigliere di amministrazione. Nello stesso periodo, Uaw Trust era diventato primo azionista al 17,5% anche nella nuova Gm, con un bond da 2,5 miliardi di dollari, 260 milioni di azioni privilegiate, warrant per altri 45,5 milioni di titoli e il diritto a un consigliere.

“La denuncia è infondata, useremo ogni via legale per rispondere. Questa causa ci fa supporre che Gm intenda interrompere il progetto di fusione con Psa e i nostri negoziati con Uaw”, replica Fiat.

La Regione non risolve: a Roma è caos rifiuti

Stavolta il rischio di un’emergenza rifiuti a Roma è molto concreto. E già da questa mattina, se non vi saranno novità provenienti dalla Prefettura e dagli altri enti preposti, la Capitale potrebbe ritrovarsi con centinaia di tonnellate di immondizia lasciate in strada. Tanto che nella serata di ieri rumors insistenti parlavano della possibilità di un’imminente nomina di un commissario, anche in virtù dell’emergenza sanitaria evocata dalla sindaca Virginia Raggi in una missiva urgente inviata alla Regione Lazio.

La criticità è esplosa negli ultimi giorni, con la chiusura della discarica di Colleferro, vicino Roma, gestita dalla società regionale Lazio Ambiente, dove la città smaltisce la gran parte dei rifiuti indifferenziati. L’impianto sarebbe stato comunque chiuso a partire dal 1 gennaio 2020. La situazione è però precipitata il 9 novembre, quando a causa di un incidente ha perso la vita un operaio 63enne, Giuseppe Sinibaldi, investito da un mezzo e trascinato lungo la collina di rifiuti. Una tragedia che ha spinto la Procura di Velletri prima a sequestrare l’area, poi a chiuderla. Provvedimento confermato mercoledì dopo l’ultimo sopralluogo dei magistrati: la discarica, ormai in esaurimento, resterà chiusa “fino a data da determinarsi”, ovvero finché Lazio Ambiente non risolverà le criticità evidenziate dalla Asl locale.

Ama, la società capitolina dei rifiuti, riversa a Colleferro circa 2.200 tonnellate al giorno sulle 3.000 prodotte dalla città. E ora non sa dove portarle. Stefano Zaghis, dal 2 ottobre amministratore unico di Ama, scrive con urgenza a tutti: Regione Lazio, Ministero dell’Ambiente, Comune di Roma ma soprattutto Prefettura di Roma. “Diteci cosa dobbiamo fare?”, l’appello dell’azienda capitolina. In Campidoglio si sono subito allarmati. Virginia Raggi ha scritto al governatore Nicola Zingaretti e al suo assessore Massimiliano Valeriani, chiedendo “un sito alternativo dove conferire”, ma la risposta dei due è stata tutt’altro che conciliante: “È il Comune che deve indicarci l’impianto”. Insomma, il solito botta e risposta che, in assenza del nuovo piano rifiuti regionale, va avanti da due anni. Eppure la Città Metropolitana di Roma (guidata sempre da Raggi) nel marzo 2018 aveva comunicato alla Regione le mappe delle “aree bianche” dove eventualmente realizzare la nuova discarica. Ma all’Ente guidato da Nicola Zingaretti non basta: “Servono ulteriori determinazioni, che l’ex provincia non ha ratificato”.

La situazione è esplosiva. Viste le difficoltà nel trovare un’intesa politica, in Ama sperano che Prefettura e Procura riescano a trovare un accordo affinché possano riprendere i conferimenti, “altrimenti lo spettro di Napoli 2007 sarebbe realtà”. Anche in caso di esito positivo, il problema sarebbe posticipato solo di 40 giorni. La Direzione rifiuti della Regione Lazio sta analizzando le proposte di privati per allargare la discarica di Roccasecca (Frosinone) e di realizzarne di nuove a Magliano Sabina e Albano Laziale, mentre non si esclude il ricorso alla riconversione di attuali centri per lo smaltimento degli inerti. Uno di questi nei pressi dell’ex discarica di Malagrotta, ormai chiusa dal 2013. “Da mesi c’è una cabina di regia ministeriale che non ha risolto nulla”, tuonano, allarmati dall’Ama. “Ma il problema è anche della città di Roma che, in 3 anni e mezzo, non ha diminuito di una tonnellata la produzione di rifiuti indifferenziati”, ammette Marco Cacciatore, consigliere regionale del M5S e presidente della Commissione regionale rifiuti.

Pignoramenti ai morosi Imu. Cosa c’è davvero in manovra

Con il pignoramento dei conti correnti per chi non paga tasse come Imu e Tasi “siamo all’Unione sovietica fiscale, uno Stato di polizia fiscale”. Per Matteo Salvini, l’emendamento nella legge di Bilancio che consentirebbe agli enti locali di mettere le mani direttamente nelle tasche dei cittadini, è figlio di un “governo che ha una filosofia basata sul binomio tasse-manette”.

Peccato però che nella manovra il provvedimento non sia proprio come riportato ieri dal Corriere della Sera e dal Messaggero, pronosticando tempi duri per i furbetti del tributo locale. Nel testo c’è invece una riforma finalizzata a facilitare la vita delle piccole amministrazioni locali, come spiegano dall’Ordine dei commercialisti. Senza contare poi che già oggi, se non si pagano i tributi locali, le amministrazioni possono pignorare i conti correnti, lo stipendio o la pensione. E l’Agenzia della Riscossione ha accesso anche diretto all’anagrafe dei conti correnti.

Ma allora di che cosa parla esattamente la legge di Bilancio? L’articolo 96 della manovra punta a eliminare un Regio decreto del 1910 cancellando l’ingiunzione fiscale. Al suo posto, dal 2020 introduce gli atti di accertamento che, in caso di mancato pagamento o in assenza di ricorso da parte del contribuente, diventano automaticamente esecutivi. Dalla riforma sono escluse le contravvenzioni al codice della strada che pure rappresentano un’importante fonte di incassi per le amministrazioni locali. Quanto ai tempi di pagamento, la disciplina viene allineata a quella dei tributi erariali. “L’avviso di accertamento non diventa esecutivo subito, negli articoli si parla di 90 giorni più 180 che più o meno è lo stesso di quanto accade con i tributi erariali” spiega Maurizio Postal, consigliere nazionale dell’Ordine dei commercialisti con delega alla fiscalità. Rispetto ai tributi dovuti all’Erario resta una differenza sostanziale: gli enti locali non avranno accesso diretto all’anagrafe dei conti correnti come invece accade per l’Agenzia della Riscossione.

“Di fatto gli strumenti non cambiano di molto”. Secondo l’esperto, “si sostituisce uno dispositivo antico che è l’ingiunzione fiscale con l’avviso di accertamento esecutivo. D’altra parte non vedo perché i tributi erariali dovrebbero essere riscossi in maniera più efficiente e più <aggressiva> di un tributo locale. Dove sta scritto che un tributo dovuto a un ente è di serie B rispetto a quanto dovuto allo Stato? Tanto più che in genere la tassa è legata a dei servizi ben concreti. Quindi semmai il metro di giudizio al limite dovrebbe essere l’inverso”.

Inoltre oggi il sistema di recupero crediti delle amministrazioni locali funziona male e a macchia di leopardo. Alcune amministrazioni se ne occupano in prima persona, altre lo affidano a società terze e altre ancora all’Agenzia della Riscossione. Ma indipendentemente dalla struttura prescelta, resta il fatto che, secondo il ministero dell’economia, ci sono 19 miliardi di tasse locali non riscosse da Comuni, Province, Regioni e Unioni montane. Il motivo è che “per molti enti è faticoso portare avanti il procedimento di riscossione via ingiunzioni fiscali – conclude Postal – Pensi a un piccolo Comune magari di mille abitanti che ha un impiegato di Ragioneria che fa tutto il resto. Difficile che riesca a fare in maniera sistematica ed efficiente la riscossione coattiva”. Ma allora, se come dice Salvini, “pagare le tasse è un dovere”, forse lo è anche semplificare.

Le due linee del governo al tavolo coi Mittal

Oggi, preceduti da un intenso lavoro diplomatico, entreranno a Palazzo Chigi quelli di ArcelorMittal. Gli azionisti del colosso dell’acciaio incontrano il governo per trattare sull’ex Ilva. I toni ultimativi e insolenti di qualche tempo fa sono un ricordo. I due Mittal, padre e figlio, si sono spaventati per la reazione del “sistema Italia”: le azioni dei commissari (cioè del governo), le inchieste penali, persino le immediate dimissioni del membro del cda di AmInvestCo indicato da Banca Intesa, azionista delle acciaierie con poco meno del 6% li hanno ridotti a più miti consigli. Il problema, adesso, è che nel governo paiono esserci due linee. La base d’asta della multinazionale, si sa, parte da 5mila esuberi (su 10.700 assunti), taglio della produzione, uno sconto sul prezzo d’acquisto da 1,8 miliardi (magari anche attraverso l’ingresso dello Stato nella società) e il reintegro dello scudo penale.

Accettare questa impostazione, però, significherebbe prima o poi la chiusura o il drastico ridimensionamento della cosiddetta “area a caldo” (la parte industriale più pregiata e redditizia) e la trasformazione della più grande acciaieria d’Europa in un impianto per trasformare i semilavorati: un colpo pesante per Taranto e per l’industria nazionale.

Cosa risponderà il governo? Difficile a dirsi. Nell’ultima settimana l’ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli e Mittal figlio hanno parlato soprattutto col ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. La linea del Tesoro, dicono fonti di governo, è all’ingrosso trattare sugli esuberi e concedere il resto: quindi, sostanzialmente, una revisione al ribasso del piano industriale divenuto operativo a novembre del 2018, in cambio del “favore” di restare a produrre in Italia, il tutto reso più accettabile dai provvedimenti del “cantiere Taranto” discusso ieri sera in Consiglio dei ministri e pagati con fondi pubblici e, forse, privati (esiste una disponibilità di Intesa a partecipare allo “spostamento” del quartiere Tamburi, quello più colpito dall’inquinamento dell’ex Ilva).

Difficile, però, che nel governo, in Puglia e in un bel pezzo dei sindacati un accordo così al ribasso possa passare senza conseguenze. La segretaria della Fiom, Francesca Re David, l’ha messa così: “Conte non ripeta l’errore di Calenda, che firmò l’accordo con Mittal prima del confronto coi sindacati e poi ci volle un altro anno per l’intesa finale”. Di che si parla? In sostanza, i sindacati per accettare gli esuberi, i grillini per ingoiare una qualche forma di scudo penale e gli enti locali per calmare chi chiede la chiusura della fabbrica inquinante hanno bisogno che il vecchio piano industriale sia migliorato: sconto sul prezzo, ingresso dello Stato e meno dipendenti possono passare solo a fronte di maggiori investimenti tecnologici sull’area a caldo (tipo l’impegno a passare ai forni elettrici) e garanzie economiche.

È evidente che i Mittal prediligano la “linea Gualtieri”, mentre tanto i commissari che il Mise sembrano più orientati all’opzione 2. La scelta va fatta rapidamente: mercoledì c’è la prima udienza a Milano sul ricorso d’urgenza presentato proprio dai commissari.