L’Arno ben sopra i livelli di guardia, i ponti chiusi al traffico anche pedonale, tutti gli esercizi pubblici con le saracinesche abbassate, La Tosca al Teatro Verdi cantata in fretta e senza intervalli per finire prima del coprifuoco delle 18, l’esercito intento ad alzare le spallette dell’Arno con paratie metalliche e migliaia di sacchi di sabbia: questa l’immagine di una Pisa spettrale domenica 17. E lunedì 18 scuole e università chiuse, niente bar, percorribile un solo ponte del centro, sguardi incerti e preoccupati fra i pochi passanti. Eppure l’Arno “si è comportato bene”, la città è tornata alla normalità già martedì, e l’Arno è calato di livello. L’allarme rosso era stato eccessivo? Certamente no, era anzi opportuno segnalare ai cittadini il rischio alluvione (nel 1966 l’Arno riuscì a fare a Pisa quel che a Firenze non fece, abbattere un ponte, ricostruito poi più di dieci anni dopo). Ma allora come mai Pisa si è salvata stavolta dall’inondazione, a differenza di Venezia? “Siete stati fortunati”, mi dice un amico lombardo: ma la fortuna non c’entra proprio. Certo a Pisa non c’è nessuna laguna, ma se la città si è salvata dalle acque è merito di attente e ben riuscite opere di prevenzione. Negli ultimi otto anni, la Regione Toscana ha investito più o meno 800 milioni di euro per mettere a punto il bacino di Roffia (in comune di San Miniato), che può contenere acqua per cinque milioni di metri cubi, e per migliorare la funzionalità del canale scolmatore, anche risagomandone la foce a mare per agevolare il deflusso. In questo provvidenziale scolmatore le acque dell’Arno da Pontedera in giù possono essere deviate: in tal modo da 600 a 900 metri cubi al secondo escono dall’alveo del fiume e vengono incanalati altrove, come è accaduto in questi giorni. Ha dunque ragione il presidente della Regione Enrico Rossi quando afferma con orgoglio che la Toscana ha saputo “assicurare ai propri cittadini una più alta soglia di sicurezza”.
La parola-chiave, che a quel che pare ha meno corso nel Veneto di Galan e Zaia, è PREVENZIONE. Esser pronti all’emergenza onde poterla fronteggiare, anziché far leva sull’emergenza per distribuire appalti e mazzette. Eppure la Serenissima, nei lunghi secoli della sua indipendenza, aveva saputo non solo immaginare ma mettere in opera “colossali opere idrauliche (deviazione dei fiumi a monte e ‘murazzi’ a mare) per non esporre Venezia alle mareggiate ed evitare gli interramenti. Con il business della crocieristica, si è fatto esattamente il contrario: si è ristretta la Laguna e si sono approfonditi i canali marittimi che regolano i flussi mare/Laguna, innescando un’erosione dei fondali (mezzo milione di metri cubi di sedimento ogni anno) che ha trasformato la Laguna in un braccio di mare”. La citazione è da un ottimo articolo di Paolo Cacciari sul Fatto del 15 novembre. E torna buona anche per insistere su un punto vitale: non ha il minimo senso, come opinionisti anche ben intenzionati continuano a fare, chiedere in giro quali sono, oltre la Basilica di San Marco, i monumenti di Venezia “a rischio”. A rischio di sprofondare non è questa o quella chiesa, palazzo, ponte, campiello: è Venezia che o si salva o no, prendere o lasciare, o tutto o niente. E Venezia si salva agendo sulla Laguna che con essa forma un unico eco-sistema, che con l’aiuto dell’antico Magistrato alle Acque fu equilibrato per secoli, e per colpa degli uomini non lo è più. Venezia si salverà, se lo vorremo davvero, lavorando non per arginare l’emergenza (secondo la filosofia del Mose, che peraltro argina solo se stesso), ma per prevenirla. In Toscana è stato possibile, perché a Venezia no?